Venerdì di Repubblica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/venerdi-di-repubblica/ un blog di approfondimento culturale Mon, 28 Jan 2013 17:33:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Venerdì di Repubblica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/venerdi-di-repubblica/ 32 32 L’uomo che voleva uccidere suo padre:ritratto di Giorgos Papandreou https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/l%e2%80%99uomo-che-voleva-uccidere-suo-padreritratto-di-giorgos-papandreou/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/l%e2%80%99uomo-che-voleva-uccidere-suo-padreritratto-di-giorgos-papandreou/#comments Fri, 25 Nov 2011 08:58:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5751 È come se, all’ultimo momento, sulla strada di Tebe, avessero impedito a Edipo di spronare i suoi cavalli fino al famoso bivio. Che ne sarebbe stato della storia del pensiero Occidentale se il cocchio del ragazzo non fosse sopraggiunto proprio mentre dal senso inverso procedeva il carro di suo padre Laio, re di Tebe? Se avessero impedito a Edipo di uccidere il padre. Quello che è capitato a Giorgos Papandreou nei giorni scorsi, a qualche centinaio di chilometri da quel bivio. E che ne sarà ora di lui e della Grecia? Tutto era pronto in casa Papandreou per festeggiare finalmente, davanti al popolo, il parricidio.

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È come se, all’ultimo momento, sulla strada di Tebe, avessero impedito a Edipo di spronare i suoi cavalli fino al famoso bivio. Che ne sarebbe stato della storia del pensiero Occidentale se il cocchio del ragazzo non fosse sopraggiunto proprio mentre dal senso inverso procedeva il carro di suo padre Laio, re di Tebe? Se avessero impedito a Edipo di uccidere il padre.

Quello che è capitato a Giorgos Papandreou nei giorni scorsi, a qualche centinaio di chilometri da quel bivio. E che ne sarà ora di lui e della Grecia?  Tutto era pronto in casa Papandreou per festeggiare finalmente, davanti al popolo, il parricidio. Certo, Andreas Papandreou è morto da quindici anni, ormai, ma chi conosce un po’ la storia turbolenta del XX secolo ellenico sa che non ha abbandonato mai davvero la sua posizione padronale. I più raffinati analisti arrivano addirittura a lasciarsi scappare che nei giorni scorsi è stato lui stesso a sfuggire al colpo che il figlio stava per lanciargli. Tocca andare con ordine, però. A sua volta figlio d’arte (il padre Georgos fu leader politico fra gli anni Venti e Sessanta in interminabili battaglie tra carcere e esilio che gli valsero l’epiteto di «padre della democrazia»), Andreas è stato il più grande uomo di potere della Grecia moderna. Nessuno, fra politici di lungo corso, colonnelli, dittatori e re, ha segnato con altrettanto carisma la storia del Paese nell’ultimo mezzo secolo. Il Movimento Socialista Panellenico – il Pasok – fu lui a fondarlo nel 1974, appena tornato dall’esilio cui lo aveva costretto la dittatura, e sul Pasok dominò indiscusso fino alla morte. Primo premier socialista (eletto con una schiacciante maggioranza nel 1981) ha cambiato il volto del Paese con oltre dieci anni complessivi di potere, rendendo l’apparato statale una gigantesca macchina inerte e sovrappeso – il vero problema con cui oggi i Greci sono costretti a fare i conti. Clientelismo spudorato: il voto in cambio dell’assunzione e della certezza di non avere più doveri, ma solo diritti.
A spartirsi il sistema del cosiddetto rusvet, dal turco ottomano che definiva il favore dell’uomo di potere nei confronti del suddito supplicante, i due partiti maggiori che si alternano ormai da quasi quarant’anni al potere in un sistema sostanzialmente maggioritario: il Pasok e Nea Demokratia, il partito conservatore. Le responsabilità di Andreas nell’edificare questo sistema sono indiscutibili. Uccidere il padre, in questi anni, significava quindi per Giorgos sostanzialmente disfare quel mondo. Ma un parricidio non è tale se non si realizza completamente. E un parricidio politico si realizza a due condizioni: innanzitutto quando il figlio è del tutto responsabile delle proprie azioni e in secondo luogo quando le sue azioni sono democraticamente accompagnate dal consenso dei cittadini. Entrambe queste condizioni sono mancate a Giorgos finché non ha deciso di spazzare via ogni dubbio con una mossa d’azzardo che gli è stata infine negata.
I fatti li abbiamo tutti sotto gli occhi: salito finalmente al potere nel 2009, Giorgos Papandreou ha dovuto far fronte alla crisi, una crisi che i numeri taroccati dalle precedenti amministrazioni avevano nascosto. Leggi finanziarie da lacrime e sangue imposte dalla cosiddetta troika (la triade di controllori: Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Commissione UE) si sono accompagnate a riforme strutturali dell’apparato amministrativo e statale. Spezzare le catene della burocrazia e snellire una macchina pachidermica da anni al collasso sono stati i compiti principali del suo governo, ossia la distruzione sistematica del potere costruito dal padre. Ma il padre era retore brillante, capace di far sognare il popolo e forte di uno slogan che all’orgoglio greco suonava come canti di sirene: «La Grecia ai Greci». Giorgos ha tutta un’altra tempra. Cresciuto con la famiglia in esilio, soprattutto in America, dove ha studiato nelle migliori Università, non ha perfetta dimestichezza con la lingua. Più volte nel suo greco risuona l’eco di costruzioni anglosassoni e scivolano via pronuncia e accento d’oltreoceano. Una scarsa retorica, dunque, che concentra in sé una grande colpa, quella di apparire quasi come uno straniero pronto a consegnare la Grecia agli stranieri.
Pochi analisti, in questi ultimi mesi, hanno sottolineato l’importanza dell’orgoglio greco, il senso di identità, uno spirito patrio temprato da secoli di dominio turco e da strenue lotte per l’indipendenza. «La Grecia ai Greci» hanno ricominciato a gridare per le strade di Atene e Salonicco nei mesi di indignazione giovani e vecchi che hanno ribattezzato Pasok in Batsok, ossia più o meno: porcile di sbirri. La troika è una tutela che i Greci non riescono a tollerare, ben diversamente da quel che capiterebbe ad esempio in Italia. Per Papandreou allora spingere i Greci a sentirsi artefici del proprio destino è diventato l’obiettivo primario. Ecco il motivo che lo ha spinto alla mossa di poker: indire un referendum per mettere i cittadini di fronte a una scelta consapevole. La mossa con cui avrebbe definitivamente fatto dimenticare il padre. Ma il Pasok, zeppo di politici che non hanno nessuna intenzione di veder crollare il sistema del rusvet, si è ribellato. Il nome dell’antagonista interno lo conoscono tutti e suona assai bene perché pare uscire dall’ennesima dinastia di politici greci. In realtà Evangelos Venizelos nulla a che fare con Eleftherios, lo statista di inizio Novecento eponimo dello scintillante aeroporto, nonché di molte strade di tutta l’Ellade. Né si tratta di un uomo votato da sempre alla politica, ma piuttosto di un costituzionalista dalle grandi doti oratorie. Un’abilità che in lui scoprì proprio Andreas Papandreou, quando Venizelos lo difese da accuse di corruzione in tribunale. Il vecchio leader lo volle subito nel partito. Era il 1989. Quattro anni dopo Venizelos sarebbe diventato suo portavoce. Nel 2007 poi avrebbe tentato la scalata al partito, perdendo però la sfida con Giorgos. Oggi Venizelos ha incarnato il suo vecchio mentore, Andreas Papandreou, per certificare la fine politica del figlio e la sconfitta del sogno parricida. Rifiutando con veemenza l’idea del referendum, lo ha infatti costretto a rinunciare alla sua sfida e a dimettersi.
Che ne sarà ora? La contingenza politica la conosciamo. Governo di unità nazionale eppoi al voto. Ma quale voto potrà mai risolvere la disaffezione che ormai travalica ogni spirito di appartenenza politica? Lo stesso Samaras, leader di Nea Demokratia appare ostaggio di se stesso e della propria ambizione. Sullo sfondo, un parricidio incompiuto. Un politico rigoroso che ha cercato di far sua la lezione del Pericle raccontato da Tucidide. Il condottiero che dà fiducia al popolo quando il popolo è impaurito e gli mette paura quando è eccessivamente baldanzoso. Ma già nel V secolo a. C, agli albori della democrazia, il pericolo maggiore allignava in una specie di politico da tutti i commentatori giudicata nefasta: la specie dell’adulatore, colui che asseconda i desideri delle masse e non si propone di correggerli e indirizzarli. Con il suo debole greco, probabilmente era impossibile per Giorgos confrontarsi con Pericle e sconfiggere gli adulatori. Di lui forse si ricorderà solo un episodio relativo all’adolescenza. Era il 1967 e aveva quattordici anni. Uomini armati entrarono in casa Papandreou e si trovarono il ragazzetto davanti. Gli puntarono una pistola alla tempia. Lui non gridò non pianse, non tremò. Restò immobile mentre gli uomini gli intimavano di rispondere: «Dov’è tuo padre? Dicci dov’è tuo padre». Aspettò che smettessero di urlare eppoi mosse impercettibilmente le sopracciglia: «Tranquilli, calmi,» disse «mio padre non è in casa». Mentiva.

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E il muro è la soluzione https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/e-il-muro-e-la-soluzione/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/e-il-muro-e-la-soluzione/#respond Tue, 20 Sep 2011 12:26:31 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5227 Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

ORESTIADA (Grecia). Sono in cinque e avranno vent’anni. Camminano sul ciglio dell’asfaltata, passano davanti a un caffè dove uomini seduti li guardano senza sorpresa. “Quanto manca alla città?” chiede uno di loro, il volto scavato dalla stanchezza “Un chilometro? Ancora uno?”

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

ORESTIADA (Grecia). Sono in cinque e avranno vent’anni. Camminano sul ciglio dell’asfaltata, passano davanti a un caffè dove uomini seduti li guardano senza sorpresa. “Quanto manca alla città?” chiede uno di loro, il volto scavato dalla stanchezza “Un chilometro? Ancora uno?” Sbarra gli occhi. “Forse meno” provo a correggermi. Tirano dritto. Quello che colpisce di questa piccola manciata di migranti fra i 250 che in media attraversano il confine greco-turco ogni giorno, in maggioranza provenienti dall’Afghanistan, non è la fatica. Semmai è una specie di nudità. Non portano nulla con sé. Qualcosa in tasca e nient’altro. Per fermarli la Grecia sta per costruire un muro. “Sarà lungo dodici chilometri e mezzo” indica una mappa, Giorgos Salamangas, capo della polizia di Orestiada “Proteggerà l’unico tratto del confine che non segua il fiume e che è come un’autostrada per l’immigrazione clandestina”.

La storia di questi dodici chilometri su cui passa quasi il novanta per cento degli immigrati che entrano in Europa è terribilmente complessa. Nel 1923, al termine della guerra greco-turca, il Trattato di Losanna stabilì i nuovi confini tra i due Paesi seguendo il fiume tranne che per l’ansa con cui si avvicina a Edirne, l’antica Adrianopoli, pur di assegnare alla Turchia una piccola ma nevralgica stazione ferroviaria. Mentre, poco lontano, i Greci costruivano ex novo Orestiada per assicurare una capitale ai propri connazionali espulsi dalle città d’origine, pochi pensavano alla debolezza di quel confine. Fu più di cinquant’anni dopo che la questione venne alla ribalta. Era il 1974 quando Cipro si dichiarò greca e i Turchi la invasero. La recrudescenza dell’antico odio non divise soltanto l’isola in due, con un muro che ancora oggi attraversa Nicosia, ma spinse anche a nuova attenzione militare lungo i confini e innanzitutto lungo quei dodici chilometri e mezzo dove il fiume non scorre. Furono 25.000 le mine antiuomo e anticarro che i Greci vi sparsero. Decine i morti e feriti negli oltre trent’anni che seguirono. Ultimi, secondo i dati ufficiali, quattro georgiani che tentarono di entrare in Europa nel 2008. L’anno dopo, la Grecia ha dichiarato definitivamente sminato il campo.

Sono passati solo due anni ma si stenta a crederlo passeggiando oggi nei dintorni della cittadina di Kastaniès attraversata da una stradina tortuosa che sbuca sul piazzale della dogana. Le alte torrette per controllare i confini sono sguarnite e sulla sterrata che s’inoltra fra i campi tre signore sono sedute al sole. “C’è pace qui” dicono sorprese “Nessun problema”. Poco più in là, però, cartelli rossi avvertono che scattare fotografie è vietato e che la zona è interdetta. È qui che si possono incontrare gli uomini di Frontex, l’agenzia europea per il controllo dei confini. In 175 sono arrivati da oltre un anno ad aiutare la polizia greca per fronteggiare l’immigrazione clandestina. L’hanno ridotta del 40 per cento.

“Ma Frontex non può restare per sempre” dice Christos Papoutsis, Ministro dell’Ordine Pubblico “Proteggere questi chilometri è vitale. E il muro è la soluzione. Non un muro contro l’Islam, certo. E poi si tratterà piuttosto di una recinzione. Con sensori termici e telecamere, simile a quella spagnola a Ceuta. Nessun intento discriminatorio. Ma un Paese in crisi come il nostro che chiede austerity ai propri cittadini non può permettersi di accogliere ancora lavoratori in nero. L’altr’anno, sono entrati in 128.000: la dimensione di una delle più grandi città greche. Non abbiamo gli strumenti per accoglierli. Costruiremo nuovi centri per sostituire le strutture che oggi sono inadeguate. Ma dobbiamo affrontare il problema alla base. La recinzione permetterà ai poliziotti impegnati al confine di distribuirsi lungo il fiume, e irrobustirà la nostra collaborazione con la Turchia.”

Le parole del Ministro alludono, con la delicatezza della retorica politica, alle due questioni maggiori. Gli accordi con la Turchia sono fragili. I migranti sanno che è quasi impossibile essere rispediti in Turchia una volta che si è superato il confine greco, diversamente da quel che accadrebbe in Bulgaria, una manciata di chilometri a nord. Per questo, non è solo l’“autostrada” dei dodici chilometri a rappresentare l’accesso privilegiato all’Europa. Anche il fiume è ormai preso d’assalto. Chiamato Evros dai Greci e Meriç dai Turchi, il corso d’acqua del resto non è un ostacolo insormontabile. “Ecco come li prendiamo” fa Salamangas aprendo un video girato di notte sul fiume. I nemici di questo poliziotto, però, non sono i migranti, ma chi sui migranti si arricchisce. “Guardate come rema. Ha sentito la nostra vedetta in arrivo” mormora indicando il trafficante turco che tenta di tornare sulla propria sponda dopo aver sbarcato un gruppo di migranti dal suo canotto. Le immagini in bianco e nero mostrano la polizia greca che si getta sull’uomo come in un film d’azione e Salamangas spegne il computer, soddisfatto. “143 nel 2008, 93 nel 2009, 73 nel 2010. Sono sempre di meno quelli che arrestiamo. Ma il fatto è che hanno raffinato le tecniche. Rischiano solo sul fiume”.

Chi rischia di più sul fiume però sono i migranti. Salamangas mostra i corpi recuperati nelle acque e ripete che questo è il vero dramma. La maggior parte dei corpi senza nome finisce al cimitero aperto a Siderò, un paesino musulmano nell’entroterra tra Orestiada e Alexandroupoli. Tra colline giallo-verdi di girasoli, il minareto sbuca all’improvviso ma attorno alla moschea pochi hanno voglia di parlare. Un uomo mi indica la via. Si esce dal paese, si percorre una salita, poi la recinzione gela il sangue. Dietro le grate, i corpi riposano sotto cumuli di terra in un silenzio spettrale percorso solo dal ronzio degli insetti. Sono uomini, donne, bambini senza nome, perlopiù incapaci di nuotare, abbandonati dai trafficanti alla corrente dell’Evros come un tempo venivano lasciati camminare sulle mine greche.

La sera, a Orestiada, c’è pace e i caffè sono pieni. Nella piazza centrale, sulla scacchiera geometrica formata dalle strade disegnate nel 1923, incontro di nuovo gli uomini che al mattino camminavano stravolti verso la città. Fingono tranquillità seduti su una panchina. Si sono rinfrescati. Fumano. Mi invitano a sedere. Raccontano di essere stati aiutati. Dicono che qualcuno ha dato loro da mangiare e da bere e che ora fumano, ma non per piacere. Piuttosto per nascondersi, per mimetizzarsi. Perché un uomo che ha percorso chilometri e chilometri per entrare in Europa, senza nulla, solo con il desiderio di cambiare vita a costo di sfidare la morte, difficilmente lo troveresti in piazza a fumare.

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