Veronica Lario Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/veronica-lario/ un blog di approfondimento culturale Sun, 20 May 2018 15:38:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Veronica Lario Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/veronica-lario/ 32 32 Loro 1 e 2: la fascinazione ambigua di un Sorrentino innamorato https://minimaetmoralia.it/cinema/loro-2-paolo-sorrentino/ https://minimaetmoralia.it/cinema/loro-2-paolo-sorrentino/#comments Sat, 19 May 2018 06:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37235 di Chiara BabuinAdriano Ercolani 

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Innanzitutto, il titolo: non “Silvio Berlusconi”, non “Il Cavaliere di Arcore”, ma “Loro”. Già da qui si percepisce l’ambizioso piano dell’opera: non limitarsi a raccontare il politico-impreditore più discusso d’Europa (del Mondo?), ma tutto il sistema che si è creato e ha gravitato attorno alla sua figura.

Berlusconi, nel suo essere incarnazione definitiva e vittoriosa dei difetti tradizionali del carattere italiano, è la summa di tutte le ossessioni di Paolo Sorrentino: la solitudine del Potere nella sua decadenza (Il Divo, The Young Pope), la vecchiezza dilaniata tra rassegnata saggezza e puro desiderio di nuova vita da parte di un uomo che ha tutto, unita alla fascinazione per vite scintillanti ma piene di vuoto (Youth, La Grande Bellezza), l’ossessione erotica mai risolta (Le conseguenze dell’amore), il recupero di un’identità immaginaria (This must be the place). “Abbiamo una gamma limitata di cose che che sappiamo fare, quindi facciamo sempre un unico film con delle variazioni sul tema", afferma infatti lo stesso regista.

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di Chiara BabuinAdriano Ercolani 

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Innanzitutto, il titolo: non “Silvio Berlusconi”, non “Il Cavaliere di Arcore”, ma “Loro”. Già da qui si percepisce l’ambizioso piano dell’opera: non limitarsi a raccontare il politico-impreditore più discusso d’Europa (del Mondo?), ma tutto il sistema che si è creato e ha gravitato attorno alla sua figura.

Berlusconi, nel suo essere incarnazione definitiva e vittoriosa dei difetti tradizionali del carattere italiano, è la summa di tutte le ossessioni di Paolo Sorrentino: la solitudine del Potere nella sua decadenza (Il Divo, The Young Pope), la vecchiezza dilaniata tra rassegnata saggezza e puro desiderio di nuova vita da parte di un uomo che ha tutto, unita alla fascinazione per vite scintillanti ma piene di vuoto (Youth, La Grande Bellezza), l’ossessione erotica mai risolta (Le conseguenze dell’amore), il recupero di un’identità immaginaria (This must be the place). “Abbiamo una gamma limitata di cose che sappiamo fare, quindi facciamo sempre un unico film con delle variazioni sul tema”, afferma infatti lo stesso regista.

Se ne Il Divo, Sorrentino ha dato prova di essere in grado di illustrare la complicata cornice che agiva e veniva fatta agire attorno all’enigmatico Andreotti, purtroppo con Loro ha fallito completamente. A nulla è valso dividere il film in due episodi: il primo ha proprio la funzione di mostrare al pubblico tutto il giro di personaggi di dubbia moralità, impossessati dalla sete di potere, fama e soldi che poi è confluita alla “corte” di Berlusconi, qui alla prese nel rattoppare gli squarci del suo matrimonio.

Andreotti rappresentava un Moloch indecifrabile, la Sfinge del Potere dietro la cui apparente austerità monacale si celavano abissi di inferno morale: per questo la trasfigurazione grottesca è stata potente, poiché mostrava ciò che è fuori dalla scena (“osceno”, secondo un’etimologia un po’ fantasiosa ma suggestiva proposta da Carmelo Bene).

In questo senso, Berlusconi non è osceno, è (nell’etimo) pura pornocrazia: lo scandalo, la trasgressione, la volgarità sono stati da lui esibiti a testa alta, le cronache sono state invase da intercettazioni, foto, testimonianze in grado di far arrossire meretrici stagionate.

Non si può eccedere il porno (tornando a CB): o lo si sublima  o si scade in una ridondanza inutile, sorpassata dalla realtà, annichilita dalla cronaca, per di più recente.

E infatti Loro 1 è un’infinita carrellata di corpi femminili, brutalmente sbattuti davanti a una camera che evidentemente non sa come inquadrarli, per l’ennesima volta. Sì, perché una costante nel cinema di Sorrentino, ormai un segreto di Pulcinella, dopo il film-manifesto della sua interiorità, quale è stato La Grande Bellezza, è il problema col Femminino. Ciò è facilmente intuibile da come il regista napoletano inquadra, in tutti i suoi film, il corpo femminile: mai sensuali, tutti allo stesso modo, lontani, algidi, irraggiungibili, ripresi a mezzo busto o a figura intera. Mai un dettaglio, mai in macro.

La camera e le ottiche che ad essa si possono applicare rivelano lo sguardo, l’interesse, l’ossessione, per non parlare delle paure e del disagio di chi ci sta dietro. Sembra psicologia spicciola, in realtà è una verità facilmente comprovabile guardando, ad esempio, la seducente carnalità del cinema di Godard, non a caso grande ammaliatore. Sembra quasi che Sorrentino confessi un terrore atavico della donna, anzi, della Donna. Paura della contaminazione, della profondità, dell’abbraccio osmotico. Infatti, in questo primo episodio dove la figura femminile è quasi onnipresente, non c’è mai profondità: di sguardo, di introspezione psicologica, di sentimenti o pensieri femminili: è una squallida esposizione di carne da monta drogata, senza un vissuto, senza un contesto, senza un reale movente. È la svendita di una giovinezza che non si sa perché ha deciso di essere buona a niente; non si sa, principalmente perché al regista probabilmente non importa saperlo, esattamente come nei film di serie b.

In Sorrentino, la figura femminile o è un’apparizione intoccabile, e quindi da osservare a rispettosa distanza, come la Miss Mondo di Youth, o è oggetto da consumare/compatire (il personaggio di Isabella Ferrari ne La Grande Bellezza o tutte le ragazze di Loro) oppure è un essere non più interessato al sesso, perché innocente o semplicemente distaccato, come sono rispettivamente Stella e Veronica Lario in quest’ultima pellicola (come in precedenza la spogliarellista Ramona interpretata da Sabrina Ferilli nel suo film più premiato era accessibile emotivamente solo attraverso una desessualizzazione).

In ogni caso, in Sorrentino, il femminile non si affronta direttamente. Mai.

Ciò detto, paradossalmente,  l’idea più riuscita (pur nella sua grevità da barzelletta sconcia) del primo episodio è quella della “svolta” (illusoria) ispirata dal tatuaggio sulla natica della escort, durante un coito esaltato dalla cocaina: una scena che (nel suo goffo imitare lo Scorsese di The Wolf of New York) rende bene la miseria infinita dell’immaginario che ha dominato il paese nel ventennio berlusconiano.

Felice, come idea ma non come realizzazione, la trovata di rappresentare Scamarcio come una sorta di Grande Gatsby nei confronti di Berlusconi: lo squallore della sbornia passata dopo l’orgia ha il suo referente letterario prediletto proprio in F.S. Fitzgerald.

Anche le intuizioni fondamentali sono intelligenti: l’idea di raccontare Berlusconi all’inizio lateralmente (l’angoscioso anelito dei suoi lacché) o nella vita privata (la prigione dorata della Villa in Sardegna, l’incomunicabilità con la moglie) o di renderlo una maschera della Commedia dell’Arte, un Pulcinella brianzolo (la passione per la canzone napoletana regala forse le scene più belle del film).

Sorrentino è perfetto nel cogliere il grottesco e molto bravo nel rappresentarlo: sono le dosi ad essere sballate.

Il film offre il paradosso di uno chef stellato che ha sul tavolo tutti ingredienti di primissima qualità, ovvero le interpretazioni notevoli di Servillo (gigione il giusto e a tratti fenomenale), Elena Sofia Ricci (una Veronica Lario credibile nonostante la scelta didascalica di affidare alla sua voce il giudizio storico sulla parabola berlusconiana), Kasia Smutniak (bravissima nel mostrare il volto dolente dell’Ape Regina) e Riccardo Scamarcio (vero protagonista della prima parte, convincente nel rappresentare il Tarantini della situazione)… eppure il piatto non è buono.

Il secondo episodio è incentrato sul Silvio del “fare” e sul suo piano di rimonta politica. Inizialmente, tutto sembra scorrere; poi, all’improvviso la sceneggiatura se ne vola via (proprio come nella parodia di Fellini, all’inizio di FF.SS. di Renzo Arbore, che Sorrentino da buon napoletano probabilmente conosce a memoria).
La partenza faceva ben sperare: l’idea di raccontare la rinascita nel dialogo con Ennio Doris, rappresentato come un doppelganger biondo, glaucopide e grintoso, è efficace.

La telefonata da piazzista alla casalinga è un pezzo da antologia.

La conquista dei sei senatori è raccontata con ritmo e acume psicologico.

Eppure, una di seguito all’altra, a livello di sceneggiatura, non funzionano: l’una è lo spiegone dell’altra, e l’altra è lo spiegone dello spiegone: la summa del didascalismo. Da non confondere con il doveroso spirito documentaristico, di cui Sorrentino aveva dato brillante prova, come già dicevamo, ne Il Divo. Il regista napoletano non è riuscito a bissare il perfetto bilanciamento tra nozioni e narrazione in Loro, sostanzialmente per due motivi.

Il primo è di ordine esistenziale-metodologico: la distanza tra i fatti narrati, seppur poeticamente, e la creazione cinematografica è troppo breve (ne Il Divo erano passati almeno 10 anni); il secondo è l’impossibilità a priori di riuscire a narrare con lucidità fatti di cronaca così recente: Sorrentino è profondamente affascinato dal Berlusconi beffardo, irresistibile, dialetticamente invincibile in quanto perenne menzognero. In poche parole, Sorrentino ne è completamente innamorato. E questo non solo abbatte la distanza critica, ma genera una confusione che è totalmente percepibile in entrambi gli episodi. In più, la confusione aumenta, perché è un “amore volgare”, in quanto razionalmente non lo si può accettare.

Insomma, o si ha la lucidità cronachistica di Rosi, Petri o Germi con cui è possibile parlare di tutto, oppure, se si è un autore come Sorrentino, non ci si può permettere di essere diviso tra il fascino indiscriminato e la moraletta cattolica. Anche per questo, appare evidente che a Sorrentino manca un Zavattini, un Flaiano, un Tonino Guerra, in grado di indirizzare in maniera meno caotica e slegata la sua fame visionaria e il suo innegabile talento.

Ciò detto, è chiaro che il secondo capitolo, incentrato interamente sulla figura di Berlusconi come seduttore e maschera insondabile, benché più articolato, non può essere tanto migliore del primo, poiché a quanto detto poc’anzi si aggiunge la visione già esaminata del regista napoletano sulle donne: se non si riesce a rendere sensuali le inquadrature su corpi attraenti, se si subisce una fascinazione ma la si castra con lo scrupolo morale, come si può raccontare la vita di uno dei più grandi seduttori dei nostri giorni; un uomo che non solo ha genuinamente ammaliato centinaia di donne, ma che ha abbagliato un paese intero?

La grande occasione consisteva proprio nel raccontare da una parte la macchina del Potere politico, dall’altra il Potere umano della seduzione. Che lo si voglia o meno, Berlusconi, come simbolo, è la più grande rappresentazione contemporanea della dinamica faustiana: la potenza maligna di far rovinare le persone, solo con la propria presenza, senza agire; la fascinazione per Lucifero, l’immoralità e i desideri oscuri da premiare.

Purtroppo, Sorrentino, proprio perché per il suo sguardo cinematografico la figura di Berlusconi rappresenta la tentazione suprema, non è il regista più qualificato per farlo.

Se si è troppo vicini a una montagna, non si ha la distanza per coglierne una visione complessiva.

Dal punto di vista del linguaggio cinematografico, Loro non verrà certamente ricordato. Soffre di una regia talmente vetusta, che sembra essere tornati indietro di almeno 15 anni, se non di più. Si potrebbe obiettare a questa affermazione, dicendo che tale scelta è voluta, ma se così fosse, non funziona: già in Youth Sorrentino aveva fatto delle scorribande nel pop, girando un finto videoclip: inguardabile. In Loro sono diverse queste incursioni nella cultura di massa, con evidente intenzione di fare la parodia del linguaggio televisivo consacrato dalle reti di Berlusconi. Purtroppo, anche qui Sorrentino non trova l’equilibrio: da una parte manca completamente lo studio del linguaggio pop (procedura necessaria per dar luogo a qualsiasi intento parodistico: non basta inserire qualche rallenty a caso qua e là), dall’altra c’è l’arroccamento nel suo ruolo d’Autore, da premio Oscar.

Stendiamo poi un velo pietoso sugli effetti speciali orrendi, di cui purtroppo ci aveva già dato tragicamente un assaggio con i fenicotteri in CG ne La Grande Bellezza.

Loro 1 e 2 durano in totale 204 minuti, come l’Andrej Rublev di Tarkovskij: quest’ultimo è un inno alla vita e all’Arte, il primo è un un inno allo spreco delle medesime.

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El especialista de Barcelona https://minimaetmoralia.it/libri/el-especialista-de-barcelona-aldo-busi/ https://minimaetmoralia.it/libri/el-especialista-de-barcelona-aldo-busi/#comments Thu, 08 Aug 2013 08:02:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15208 Questo pezzo è uscito su Lo Straniero. (Fonte immagine)

Sarà vero che "i grandi romanzi autobiografici… ‘oh, un’ultima didascalia, mia adorata foglia tra ancora un po’ di vita e il tempo che fu’… mica si fanno parlando di sé!", ma l'io narrante che conversa con una foglia di platano sopra una sedia di ferro della Rambla con proprietà taumaturgiche (ti ci siedi, e alla chiarezza di pensiero aggiungi la temporanea soluzione dei tuoi problemi di vescica) è tanto simile all'autore di questo El especialista de Barcelona da far pensare che l'Aldo Busi che li contiene entrambi trascorra le 368 pagine del libro a domare contraddizioni dell'ego a lui ben note ma poi dimenticate ad arte per fronteggiarle nuovamente – giacché siamo in Spagna – nelle vesti di donchisciottesche apparizioni.

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero. (Fonte immagine)

Sarà vero che “i grandi romanzi autobiografici… ‘oh, un’ultima didascalia, mia adorata foglia tra ancora un po’ di vita e il tempo che fu’… mica si fanno parlando di sé!”, ma l’io narrante che conversa con una foglia di platano sopra una sedia di ferro della Rambla con proprietà taumaturgiche (ti ci siedi, e alla chiarezza di pensiero aggiungi la temporanea soluzione dei tuoi problemi di vescica) è tanto simile all’autore di questo El especialista de Barcelona da far pensare che l’Aldo Busi che li contiene entrambi trascorra le 368 pagine del libro a domare contraddizioni dell’ego a lui ben note ma poi dimenticate ad arte per fronteggiarle nuovamente – giacché siamo in Spagna – nelle vesti di donchisciottesche apparizioni.

Mai contraddittorio, Busi, quanto lo è il giornalismo culturale italiano, che allo scrittore di Montichiari ha tributato attenzione dopo averlo trascurato dall’indomani di Sodomie in corpo 11, cioè circa venticinque anni fa, e questo non tanto perché l’autore perdesse troppi colpi sulla pagina (per quanto l’equilibrio di Seminario sulla gioventù e l’ambizione di Vita standard di un venditore provvisorio di collant nonché l’ardore civile e popolare e salottiero-per-capriccio delle Sodomie restino ineguagliati) ma perché ne aveva guadagnato la sua ascesa televisiva. Da qui il non expedit di una critica sempre in odor di autocirconvenzione e soprattutto incapace di discernere tra opere (comunque di livello anche dopo gli anni Ottanta) e apparizioni televisive dimenticabili per chiunque non s’accontenti della televisione italiana anche portata sul livello di decenza (sempre televisione resta, sempre italiana, e soprattutto se la retorica del Busi in telecamera spacciato per cavallo di Troia viene portata sui territori di una Ventura o De Filippi non si ottiene una città in fiamme ma un Gulliver tristemente in ceppi anche quando è sciolto).

Adesso però non tanto la critica italiana ma il giornalismo che si occupa di libri ha accolto Busi con benevolenza, e questo accade non perché El especialista de Barcelona le abbia dato la scossa a chi non fu toccato da Casanova di se stessi ma perché tra Busi e chi ha dimenticato l’abc necessario a entrare nelle sue pagine, fosse anche per capire se ciò che scrive gli piace oppure no, si è frapposto un mediatore. Vale a dire una casa editrice che (fino a sopravvenute difficoltà economiche) ha creduto in lui dopo che Mondadori aveva relegato i suoi libri alla routine di pagarli molto pur di farne parlare a caso oppure niente, essendo altri i rilegati da promuovere e trasformare in casi. Invece adesso il mediatore c’è, e con lui la cartina di tornasole in grado di dimostrare come il giornalista culturale medio sarebbe più sensibile all’istituzionalità di un comunicato stampa ben fatto con annesso incipit del Maestro e Margherita che se ne avesse ritrovato lui per primo negli anni Cinquanta l’intero manoscritto impubblicato (ci si fida cioè più del clima pompato dal mantice dei mezzi di comunicazione tra addetti ai lavori che dei propri stessi occhi), così adesso il riempitore di spazio sulle terze pagine dei quotidiani può rilassarsi e dire: “ma bravo, questo Busi. Ma lo sapete che scrive proprio bene?”

Grazie, noi che lo leggiamo da anni lo sapevamo che Busi scrive bene, e quando ancora gli riesce plasma tra i polpastrelli un italiano vivo, materico, ripescato dal flusso carsico nel quale ancora la nostra lingua scorre quando non è inquinata dalla padronalità curiale, leguleia, ministeriale, infine televisiva e plebea, insomma sempre controriformata e padronale con variazioni sul tema a seconda delle stagioni. Nel migliore dei casi, cioè, Busi attinge (vale a dire vorrebbe ispirarsene con tanto titanismo da riuscire invece nell’impresa quando i muscoli sono costretti per lo sforzo a rilassarsi oltre la volontà immediata) da Folengo e prima da Boccaccio e ancora prima dagli indovinelli veronesi che salutavano una lingua appena nata e già così complessa e popolare e potente ma senza tirannie. Così, è sempre con queste frecce all’arco che Busi torna al romanzo dopo una decina d’anni.

El especialista de Barcelona è la storia di un io autoesiliato sulla Rambla che discorre con la menzionata foglia di platano (un altro umano suonando troppo e troppo poco per l’autarchia della sua voce) a proposito dei suoi trascorsi con “el especialista”, un docente universitario i cui traffici di dubbio gusto (famigli e portatori d’acqua di interessi propri e altrui) e la cui benestante bisessualità servono solo a raddoppiare ipocrisie, meschinità e opportunismi della solita borghesia che, sprofondata a questi livelli di superficialità, risulterebbe made in Italy anche se fosse prodotta in Cina. Ovviamente l’io narrante si trova prima preso al laccio (e ovviamente per troppa generosità e bendisposizione) di queste sabbie mobili, per poi aprire gli occhi su miserie che inizio a sospettare avesse voluto non vedere in origine solo per poi divincolarsene a ragione, smascherarle, scioglierne qualche mistero inconfessato e allontanarsene andando a depositare le terga della propria fiera solitudine qualche metro o paese più in là (dall’Italia alla Spagna forse alla Polonia, si lascia presumere alla fine).

Ovviamente tutto questo è sostegno e trampolino per continue digressioni e invettive sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di ogni nazionalità. Ed è proprio qui, nel furore civile in cui Busi dà il suo meglio, che risiedono anche le sue aperte, a volte stucchevoli ma forse persino leali (cioè non divine) contraddizioni. Come si fa da una parte ad autoelevarsi – proprio letterariamente, dunque non fuori dalla pagina – quale più grande moralista sulla piazza e inconscio più risolto e più grande scrittore vivente e più onesto contribuente e più civile e democratico di tutti i cittadini e più leale dei duellanti (ridotto il resto della gente a portata di una lingua a lungo raggio al rango di “umanotteri”) senza offrire la possibilità di una smentita a nessun altro che a se stessi? E come è possibile amare così tanto la propria delusione?

L’impressione è che ogni tanto la voce narrante di Busi si accompagni volutamente con mediocri che ha già capito essere tali ma il cui smascheramento l’autosuggestione d’autore fa sì che avvenga in differita, non solo per il gusto di deludersi ancora una volta e di sparare sul sicuro (non è difficile usare un apparato retorico della sua precisione per trivellare la croce rossa di un Emilio Riva, di un Berlusconi, di una Veronica Lario o Massimo D’Alema e di tutti i loro omologhi sparsi nella marea dei privati cittadini – per la cronaca con la Lario Busi ha da poco giustamente vinto la causa per diffamazione che questa gli aveva fatto, e spero che giustamente accada lo stesso anche al querelante Emilio Riva, cioè che mister Ilva perda), ma per evitare il trauma – la paura che sia impossibile e quella, infinitamente più grande, che invece possa accadere – di ritrovarsi al fianco di degni per quanto temporanei compagni di viaggio che non siano il saggio e inoffensivo sdoppiamento della foglia di platano, ma vere voci a cui tenere testa, da cui farsi magari ogni tanto sconfiggere o cambiare quel tanto o quel poco che sarebbe necessario a distaccarsene sul serio (da cosa ti distacchi, se non fai che cambiare solitudine e panchina?)

E quale autoesilio sarebbe quello che la voce di Busi autorivendica smentendolo non a causa dei ritorni sulla scena (uno può essere in esilio anche sul palco di uno stadio) ma perché la sua polemica non ha le stimmate di una reale estraneità essendo sin troppo di segno opposto rispetto alla matrice della patria giustamente ripudiata? Eppure, proprio da questa solitudine meritata a metà (l’altra essendo vanità), parte ogni tanto una furia da angelo sterminatore – avete presenti quel dispetto e quell’indignazione che, a furia di fomentarsi da sé, sono lanciate troppo in velocità per non dire anche il vero? – che trasforma le stampelle in ali.

E poi certo, l’apparato linguistico di Busi possiede meccanismi di controllo capaci di fargli fare centro anche attraverso i propri difetti, di disarmargli l’egocentrismo venti righe o pagine dopo che si è malauguratamente innescato ammorbando il lettore quando non lo delizia. Ad esempio, pur in tempi di recessione continentale, riesce a farlo scagliare a ragione contro le masse del ceto medio proletarizzato senza troppo commuoversi per la nuova indigenza (a Barcellona come a Roma) se a subirne le conseguenze è chi, appunto in massa, ha fatto poco o niente nei decenni precedenti per difendere una vera democrazia; per poi però, ecco il ‘sistema di sicurezza’, riuscire con un perfetto testacoda a scrivere: “E tuttavia una certezza si fa luce nella camera dove non ho acceso la lampadina: che è meglio restare dentro il popolo infelicemente bue che indefessamente aiuti e ti disprezza e non può capirti e ti punisce costantemente di essere assolutamente, totalmente, radicalmente suo e di non dargli ancora la benché minima prova del doppiogioco nemmeno sotto sotto che passare tra i ranghi eletti dell’Unta Razza e della politica e della finanza, del loro sistema tutto che, decidendo tu di farti capire da un clan qualsiasi, ti aiuta se in cambio lo aiuti a spremerlo e opprimerlo ancora di più grazie a te, quel popolo mai abbastanza infelicemente bue e non ancora perfettamente oppresso, quei non simili che tu… io… potresti gabbare alla grande se solo ti alleassi con noi”.

I momenti peggiori fanno parte dell’opera. Nei momenti migliori l’ego di Busi è così smagliante che gli si vorrebbe perdonare tutto. Tutto, eccetto la perenne mancanza di una guardia bassa. Anche per quella ci vuole coraggio. E se persino il Dio convocato verso la fine del romanzo per un regolamento di conti è stato così generoso da prestare la voce a entità come Giobbe e Lucifero (e uno dei suoi migliori traduttori a personaggi così diversi quale Amleto e Macbeth, Titania e Otello, Cordelia e le sorelle; qualunque ventriloquismo, pur di celebrare la terrificante varietà del mondo!), il sospetto è che quel dio ogni sera esca di casa anche meno corazzato dell’io di Busi.

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Aldo Busi: la lingua salvata https://minimaetmoralia.it/letteratura/aldo-busi-la-lingua-salvata/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/aldo-busi-la-lingua-salvata/#comments Tue, 23 Oct 2012 07:00:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9893 Pubblichiamo il pezzo su Aldo Busi scritto da Nicola Lagioia per Orwell. Lo facciamo adesso perché domani (come abbiamo appreso leggendo Altriabusi.it) si celebrerà, presso il tribunale di Monza, la seconda udienza del processo in cui Busi dovrà difendersi dall'accusa di aver diffamato Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, ex moglie del capo del governo Silvio Berlusconi.

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Pubblichiamo il pezzo su Aldo Busi scritto da Nicola Lagioia per Orwell. Lo facciamo adesso perché domani (come abbiamo appreso leggendo Altriabusi.it) si celebrerà, presso il tribunale di Monza, la seconda udienza del processo in cui Busi dovrà difendersi dall’accusa di aver diffamato Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, ex moglie del capo del governo Silvio Berlusconi.

Questo il capo d’imputazione contestato a Busi (e pubblicato a suo tempo su altriabusi.it): Nel corso della trasmissione televisiva “8 e mezzo” trasmessa dalla emittente “LA 7”, e perciò comunicando con più persone nel corso di un’intervista, offendeva la reputazione di Miriam Bartolini, coniuge di Sivio Berlusconi, in quanto, in risposta alla domanda “di Veronica Lario, cosa pensa?”, rispondeva: “Non ho mai pensato nulla, soltanto mi sembra molto strano che una signora che ha recitato, che è stata nei teatri, che, insomma, non dico colta, ma comunque con un’istruzione piuttosto vasta, mandi una lettera per una storia di possibili corna o tradimenti o minorenni, ecc., e non abbia mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c’era un tale Mangano, lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini… Allora io mi sarei svegliata, magari venti anni prima”. In merito alla separazione tra la querelante e Berlusconi, aggiungeva “Sì ci sono state cose molto più gravi. Cioè a me non sembra una ragione sufficiente per staccarsi da un uomo… No, perché in fondo a una donna fa piacere avere il marito che ogni tanto va fuori dalle palle, va con qualche altra… se piace alle altre donne vuol dire che ha scelto bene”. (Immagine: Danilo De Marco.)

Ogni volta che il nome di Aldo Busi conquista l’onore delle cronache (ultima: la restituzione di 200mila euro a Giunti a seguito della risoluzione di un contratto chiesta dallo scrittore per “manifesta incompatibilità manageriale e fattuale e promozionale tra le parti”, quindi l’accordo con Dalai) è impossibile non ricalcare un pensiero che sentirebbe il dovere di presidiare motu proprio la coscienza di chi si occupa di libri: l’autore di Seminario sulla gioventù è il grande rimosso della letteratura italiana. Più biasimato al di qua degli schermi televisivi che affrontato sulla pagina, e più detestato sul facile piano delle esternazioni che osservato nello specchio sopra cui uno scrittore si rivela (la sua opera), Busi è la dimostrazione di come la società letteraria abbia da queste parti molto di onorato e poco di autenticamente letterario.

Busi non frequenta, non omaggia, non promuove, non ricambia, non firma appelli, frigge l’aria in tv e non di rado manda affanculo a sproposito. Il che dovrebbe essere irrilevante al cospetto degli almeno cinque grandi libri da lui scritti, e di una ventina di cosiddetti minori in grado di portare qualunque letterato in cerca di accettabili prebende a diventare l’eroe dei propri (discretamente) riveriti. Eppure, ai critici questo basta per non occuparsi di ciò che gli eviterebbe lo smacco di essere ricordati per aver lasciato il compito ai colleghi delle generazioni successive. Ai giornalisti culturali è sufficiente il lato folk (di Oscar Wilde guarderebbero il dito che punta il girasole pur di evitare la luna in Salomè) mentre per gli scrittori con la fissa dell’avanzamento sociale è semplicemente un controsenso addentrarsi in Vita standard di un venditore provvisorio di collant annusando sin dall’ingresso una dura aria di palestra in ogni stanza della quale mancano garanzie e automatismi dello scatto di carriera.

Eppure non si tratta solo di questo. La ferita è originaria. Se fosse il personaggio Busi a travisare lo scrittore nella coscienza altrui, il problema non si sarebbe posto quando il suo nome era ancora sconosciuto. L’esordio sarebbe dovuto essere un trionfo. E invece, se si vanno a leggere le prime anemiche recensioni a quella quadratura del cerchio tra misura, libertà e festa della lingua che è ancora Seminario sulla gioventù, si coglie tutto l’analfabetismo di ritorno che in Italia non di rado aggredisce chi si occupa professionalmente di leggere e riferire. Ma “di ritorno” da che? Dal mancato incontro con una lingua finalmente salvata.

Il più squillante e splendido what if che sorge dalle pagine migliori di Aldo Busi è infatti: cosa sarebbe accaduto alla lingua italiana (cioè a tutti noi) se a un certo punto avesse imboccato la via di Boccaccio anziché quella del Petrarca, se avesse conservato la sua forza materica e la sua viva complessità, libera dalla padronalità curiale, poi leguleia, poi accademica, poi ministeriale, infine televisiva e dunque non più la biografia del popolo che avrebbe potuto essere ma il guaito delle plebi di ogni censo e condominio sociale? Non è un caso che Busi consideri una grande occasione mancata la messa al bando della Bibbia di Diodati nel Seicento. Se Lutero, con la sua traduzione, fondava la lingua tedesca, agli italiani toccherà per molto ancora il latino amministrato dalla Chiesa (la Controriforma senza Riforma), cioè una lingua padrona. L’italiano giungerà irrimediabilmente borbonico o savoiardo, fascista o democristiano, poco gramsciano e molto togliattiano di stanza all’hotel Lux. Sempre servo di qualcuno. Così per Busi liberare la lingua ha significato spillarla dalle profondità carsiche in cui continua a scorrere Boccaccio e San Francesco e Giordano Bruno e Teofilo Folengo per non tacere l’anonimo metaletterario dell’Indovinello veronese che tutti li precede… Per farlo non basta una lingua, ci vuole un pugno di romanzi. Ci vuole un’architettura narrativa e personaggi quali un Barbino, un Angelo Barzanovi e un Celestino Lometto, un’Anastasia e una Teodora, perfino un Aldo Subi. Una Georgina Washington. Busi è riuscito nell’impresa perché ha condotto il corpo a corpo con una lingua d’adozione (“a casa si parlava il bresciano. L’italiano è stata la mia seconda lingua”), portando avanti la propria guerra di liberazione dopo aver stretto un patto con gli Alleati di altre lingue che padroneggia molto bene: il francese di Laclos, l’inglese di Sterne e delle Brontë, l’americano di Melville, il tedesco di Kafka e dei Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud.

Questo non vuol dire che Busi centri sempre il colpo. Se lo facesse ingrasserebbe i suoi lettori col balsamo della prigionia. Invece il suo apparato retorico è così mostruosamente messo a punto da renderci liberi (ecco lo scandalo) di seguirne i momenti di trionfo e quelli in cui perde quota o si tradisce, lasciandoci ammirati per come si libera dalle strette di pochezza del paese in cui si muove e subito dopo sospettosi perché che libertà sarebbe quella che mostra il gesto di strapparsi il collare che non le stringe più la gola? Per finire, però, in esclusive oasi di meritata pace (qui perfino liberi di non rivendicare nulla) come la scena in cui Barbino schiaccia zanzare nei cessi pubblici a Parigi.

Troppa grazia per la Terza Repubblica a venire. Troppo libero arbitrio, per l’italiano standard.

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D come donna https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/d-come-donna/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/d-come-donna/#respond Wed, 06 Jul 2011 09:14:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4679 uesto articolo è apparso sul numero del 23 giugno del settimanale cartaceo Il futurista.

di Emiliano Sbaraglia

“the times they are a-changin’” canterebbe il caro Bob Dylan, fresco dei suoi settant’anni. E qualcosa sta cambiando davvero in questa Italia di nuovo secolo, gli indizi ormai sono più d’uno. Il voto amministrativo della scorsa settimana ne è la prova più evidente, ma il terreno si è cominciato a preparare già da tempo.

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Questo articolo è apparso sul numero del 23 giugno del settimanale cartaceo Il futurista.

di Emiliano Sbaraglia

“The times they are a-changin’” canterebbe il caro Bob Dylan, fresco dei suoi settant’anni. E qualcosa sta cambiando davvero in questa Italia di nuovo secolo, gli indizi ormai sono più d’uno. Il voto amministrativo della scorsa settimana ne è la prova più evidente, ma il terreno si è cominciato a preparare già da tempo. In tutto questo, il ruolo della componente femminile, non più femminista, ha assunto e continua ad assumere un valore determinante, in un Paese non ancora “maschile”, perché ancora maschilista.

La caduta libera di Silvio Berlusconi inizia con la ribellione di una donna, la ex-moglie, che a un certo punto ha detto basta, e in poche parole ci ha spiegato come stavano le cose: il marito, nonché capo del governo, se la faceva con le minorenni, si trovava sull’orlo di una malattia mentale, e chi gli era vicino, per il bene suo e del Paese, doveva in qualche modo prendersi cura di lui. Lei no, lei aveva sopportato abbastanza. Arrivederci. Sono passati due anni da quell’intervento (sollecitato da un articolo sulle “candidature facili” di Sofia Ventura per Fare Futuro), e di Veronica Lario si è più saputo nulla, o quasi. Certe cose non la riguardano più.

Da lì in poi qualcosa è cambiato, l’incantesimo si è rotto, le feste e i festini del Premier si sono trasformati sempre più nella reazione compulsiva di un uomo innamorato solo di se stesso, e dal diciottesimo compleanno di Noemi alla nipote di Mubarak il passo è stato breve: nel mezzo, veline e parlamentari, api regine e igieniste dentali, sino all’inchiesta milanese. Fine della corsa.

Ma per fortuna non solo questo è accaduto negli ultimi tempi. Altre donne, in altre forme, hanno avuto modo di incidere nelle lente ma percepibili trasformazioni di un’Italia in movimento.
Qualche settimana prima delle elezioni politiche, nel marzo del 2008, per la prima volta una donna saliva il gradino più alto del potere di Confindustria. Emma Marcegaglia, a 43 anni, viene eletta presidente un po’ a sorpresa, prendendo il posto di Luca Cordero di Montezemolo. Dopo un periodo di orientamento, e di assestamento degli equilibri, la sua posizione comincia a disegnarsi chiara come le sue parole, divenute pietre negli ultimi mesi rispetto all’immobilismo del governo in tema di crescita economica e incentivi per un rilancio del “sistema Italia”. Si obietterà che c’era ben poco altro da dire, ma si converrà che non era così scontato dirlo, e dirlo in un certo modo, nelle sedi opportune. Molti uomini che hanno ricoperto il suo stesso incarico non hanno avuto il coraggio (o la voglia) di farlo, anche nel recente passato. Si può essere d’accordo o meno con le sue idee, ma almeno la signora Marcegaglia si è assunta la responsabilità che il suo ruolo impone.

A riconoscerglielo non sono soltanto gli estimatori, o quelli che gioiscono ogni volta che qualcuno “parla male del governo”, refrain tanto caro ai berlusconiani irriducibili. A riconoscere la possibilità di un certo tipo di dialogo con l’attuale presidente di Confindustria è anche il Segretario generale del più grande sindacato d’Europa per numero d’iscritti, la Cgil, che il 3 novembre del 2010 ha eletto, anch’esso per la prima volta, una donna al suo vertice, Susanna Camusso.
Sin dai primi giorni dal suo insediamento è stato subito evidente il diverso appeal rispetto al suo predecessore, quel Guglielmo Epifani troppe volte apparso negli otto anni del suo mandato arroccato su posizioni vetero-ideologiche, al di fuori della realtà contemporanea rispetto al complicato mondo del lavoro.

Susanna Camusso ha invece mostrato interesse per le ragioni degli altri, per esempio provando a ricucire lo strappo sui contratti nazionali avvenuto con le altre sigle sindacali, pur mantenendo una linea di confronto piuttosto forte; oppure partecipando alla manifestazione del 9 aprile scorso sul precariato, ma rimanendo in disparte, sotto e non sopra il palco, manifestando tra gli ultimi del corteo a fianco della figlia e di molte mamme solidali con il difficile destino delle nuove generazioni. Piccoli gesti che certo non cambiano l’ordine delle cose; ma piccoli gesti che dicono molto del carattere e della mentalità di una persona.

Lo scorso 25 febbraio, in un incontro a Bologna sul tema Giustizia e Lavoro dal titolo “La via nuova e il passo giusto: l’Italia nel cuore industriale dell’Europa”, l’articolata conversazione tra Emma Marcegaglia e Susanna Camusso si è rivelata ricca di spunti e anche di possibili convergenze su alcune proposte concrete, giunte da entrambe le parti. Mondi diversi a confronto su argomenti che inevitabilmente riguardano tutti. Qualche settimana dopo, nel corso di un incontro nella Sala del Seminario della Camera per la presentazione del libro della giovane deputata Pd Marianna Madia (“Precari. Storie di un’Italia che lavora”), il linguaggio di Giulio Tremonti e quello di Susanna Camusso, autrice della prefazione, sembravano essere distanti anni luce.

Sempre nel mese di febbraio qualcos’altro accadeva nel nostro paese. Era il sabato 13, e le donne scendevano in tutte le piazze d’Italia, accompagnate da non pochi uomini. Il loro slogan ha avuto molto successo, così “Se non ora quando?” in questi mesi è divenuto il liet motiv di parecchie iniziative e di molte riflessioni, individuali e collettive.
Quella giornata ha segnato un percorso, al femminile come al maschile. Ha fatto capire che tanta gente aveva voglia di dire basta: basta con l’annullamento di qualsiasi criterio di rispetto nei confronti dell’essere umano nel nome di un potere arrogante e presuntuoso, basta con la perdita dei valori basilari per una convivenza comune, basta col sacrifico dei molti per il godimento dei pochi. Basta con la “libertà dei servi”, per citare un recente saggio di Maurizio Viroli. A denunciare tutto questo nel nostro paese sono state per prime le donne, mettendo da parte bandiere e simboli di partito, sostituiti con un sentimento comune diventato ben presto contagioso. Donne che hanno semplicemente chiesto, nel ventunesimo secolo, di alzare la testa al livello minimo richiesto dalla propria dignità personale, al di là di qualsiasi differenza, sessuale o politica.

Chissà se le cose cambieranno davvero, cioè a dire in maniera decisiva. I segnali si moltiplicano, e per tornare alle recenti amministrative la vittoria di Rosalba Colombo, nuovo sindaco di Arcore, assume un valore simbolico di portata devastante. “Ho vinto nella tana del lupo, e ha vinto il fattore “D”, come donna”, sono state le sue prime parole dopo l’esito delle urne; parole di una casalinga di 53 anni appassionata di politica, madre di due figlie, fondatrice di un circolo culturale femminile, che una volta si sarebbe chiamato femminista.

E chissà se nel vortice di questi cambiamenti, dopo una presidente di Confindustria e una segretaria Cgil, non ci si ritrovi entro breve tempo a commentare un presidente del Consiglio donna. Una presidente del Consiglio.
Provocazione? Speranza? Sogno? Utopia? Può darsi. Fatto sta che in molte altre parti del mondo, anche del cosiddetto terzo mondo, provocazione speranza sogno e utopia sono già divenuti realtà.

C’è chi dice “Va bene, ma quale donna?”. Non si può certo scegliere un capo di governo in omaggio alla quota rosa. E in effetti, l’unica che potrebbe aspirare a un incarico simile, per ora e per una serie di motivi (difficile immaginare una candidata tra le fila dell’attuale centrodestra), pare essere il (la) presidente del Pd, Rosy Bindi. Che a dirla tutta, dopo tutto quello che ha subìto per bocca del Cavaliere (di certo non con la minuscola) sarebbe la vera ciliegina sulla torta, un contrappasso talmente chirurgico che nemmeno la mente infernale del genio di Dante Alighieri avrebbe saputo escogitare meglio: quel “non sono una donna a sua disposizione” risuona ancora come musica soave, composta di orgoglio e civiltà.
In alternativa, si diceva, sembra esserci ben poco. Ma che non ci siano molte donne papabili all’incarico di capo del governo forse non dipende tanto da loro, quanto piuttosto dall’impossibilità di potersi esprimere con pari opportunità ed eguali diritti.
I tempi, per fortuna, stanno cambiando.

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Il papi di Silvio https://minimaetmoralia.it/politica/il-papi-di-silvio/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-papi-di-silvio/#comments Wed, 24 Jun 2009 09:48:55 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=80 Ringrazio Peppi Nocera, che nel suo blog Kirkpinar ospita da tempo gli interventi di Aldo Busi, e che ci ha concesso molto gentilmente di riprodurre il seguente pezzo sullo scandalo governativo delle ultime settimane. di Aldo Busi Occorre un’emotività rimasta infantile per preferire amici prezzolati a nemici gratis! E la radice malata che blocca la crescita […]

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Ringrazio Peppi Nocera, che nel suo blog Kirkpinar ospita da tempo gli interventi di Aldo Busi, e che ci ha concesso molto gentilmente di riprodurre il seguente pezzo sullo scandalo governativo delle ultime settimane.

di Aldo Busi

Occorre un’emotività rimasta infantile per preferire amici prezzolati a nemici gratis! E la radice malata che blocca la crescita emotiva, intellettuale, sociale, sentimentale, sessuale e infine politica e civile di un maschio, e che lo porta a regredire in modo costante e masochistico nel tempo, è ben piantata nella figura del padre tanto perfetto quanto “inarrivabile”, e di solito è un padre autoritario, anche in modo mellifluo, intransigente, ricattatore ad oltranza (che sia morto può solo aggravare lo stato psicotico paterdipendente dell’orfano, avesse pure settantadue anni). Il padre, che non poteva non andare che in Paradiso, lo guarda dall’alto e lo giudica in ogni istante del suo sentire e del suo fare, e lo giudica solo in base a un metro: le cosiddette palle, tirate fuori o tenute dentro. Per l’anziano orfanello, ancora vacillante creta in divenire, avere le palle verrà confuso col non avere debolezze, compassione, autoironia, capacità d’ascolto. Come farà ad avere degli amici se vorrà solo essere ascoltato senza mai ascoltarli?

Penso che l’unico amico di Berlusconi disinteressato – e gli amministra milioni di milioni – sia Fedele Confalonieri, il quale, d’altronde, può intervenire amicalmente per metterlo in guardia dello sballottamento e scosse in corso solo a uova rotte e a frittata fatta, mai prima, proprio come chiunque altro dell’abnorme entourage. All’infuori di Fedele Confalonieri, intorno a Berlusconi vedo solo nemici nell’ombra, cioè ex amici prezzolati pronti a balzargli addosso alla minima deroga nei pagamenti e favori e raccomandazioni e sblocchi di licenze edilizie pattuiti per fargli da amico dello schermo, cioè di facciata: giornalisti, guardie del corpo, direttori di giornali e telegiornali, avvocati, industriali in cerca di commesse pubbliche, ruffiani di panza, utilizzate finali compiacenti fintanto che restano in Parlamento o alle quali viene promesso di entrarci ecc. Deve essere una vita o orribile o, a seconda dei punti di vista, molto divertente, con i suoi tanti colpi di scena e di bacino – tutta una danza del ventre, le cui danzatrici più esperte restano gli yes men a seguito.

Non saprei dire con quale pensiero dominante Berlusconi cerca di chiudere gli occhi e dormire un poco, perché a) impossibile entrare nella testa dalle troppe identità ‘intime’ tutte fittizie e tutte vere al contempo e negli scompensi psicologici di una prostata ‘in assenza’ (ma non potrebbe fregarsene e s-ciao?), b) non credo che lui sia mai disposto a parlarne con qualcuno nei soli modi possibili, cioè psichiatrici, in cui il presupposto per capirci qualcosa non è tanto e solo la sincerità del paziente sul sofà, ma la sincerità finale dell’ipotetico e coraggioso analista. Chissà da quanti anni Berlusconi non parla più con qualcuno cuore in mano o, se anche ne avesse avuto uno non fatto di pixel, se si è limitato a parlare senza mai permettere all’interlocutore di piazzare una frase o un parere diverso da quello convogliato da lui stesso che gli si confida.

Nel mio Manuale del perfetto papà ho scritto che l’uomo di potere, politico o economico e tanto di più se possiede entrambi, è talmente diffidente di ogni manifestazione di affetto gratuito che è costretto dal suo stesso ruolo, che non può mettere a repentaglio per nessuna ragione e tanto meno per “amore”, a preferire esclusivamente affetti (e sveltine) a tempo, cioè pagati un tanto a ora o a vacanza a chi gliene fa dimostrazione avendo l’abilità di farli sembrare autentici slanci e possibilmente eterni. L’uomo di potere sa che non ha niente da temere da una schiera di attori e di attrici a contratto stagionale, cachet sproporzionato per la pessima recita a parte, e non ci sarebbe niente da obiettare se se li pagasse con i soldi suoi, ma qui stiamo parlando di qualcuno che regge la destinazione delle casse dello Stato e, ricatti in agguato a parte, è disgustoso che si paghi le sue ubbie machiste (più che giustificate in un industriale o in banchiere o in manager d’alto bordo) con i soldi dei contribuenti. E per soldi intendo anche i soldi che fa perdere al Paese un primo ministro part-time, visto l’uso improprio che fa della maggior parte del suo tempo – questi sono stati tre mesi di vuoto istituzionale, e lo si sente: nel galoppante menefreghismo sui treni, alle Poste, negli aeroporti, negli ospedali, tra le stesse forze dell’ordine.

La cosa per me più aberrante da un punto di vista istituzionale è che Berlusconi, dopo aver corrotto giudici e fattosi assolvere o “stralciare” per reati gravissimi grazie a leggi ad persona, possa cadere quale primo ministro per un peccatuccio della carne (similpeccatuccio per similcarne, intendiamoci, ma sembra poi l’unico al quale si è dimostrata sensibile e civilmente ribelle la pur irreprensibile, secondo me, moglie e madre Veronica Lario: possibile che non avesse niente da dire quando lo stalliere di provata mafia Mangano girava tranquillamente in casa sua e poteva accostarsi ai figli piccoli?). Niente è più vile del ricatto sessuale, e ripristinare il termine “minorenne” per colpire un uomo, dopo che l’abisso anche giuridico ed etico tra rapporti sessuali tra un adulto e un bambino o un minore è diventato opinione comune (“tutti i bambini sono minori ma non tutti i minori sono bambini” è una frase che a me è costata vent’anni fa niente meno che una causa per apologia della pedofilia) è davvero un mezzuccio schifoso: se quelle ragazze al di sotto dei diciotto anni tirate in ballo da Repubblica e dalla signora Lario (alla quale va comunque il mio grazie per avere definito “ciarpame” le candidature al parlamento europeo di donnette nullafacenti, a parte lo sforzo di mantenere il culo per aria, bloccandone di fatto l’ascesa) sono minori o anche solo minorenni, allora lo sono anche i Tre Porcellini, che, sì, restano porcellini e porchette nei fumetti anche di oggi della Disney, ma è da cent’anni che, avendo l’aria anagrafica di eterni innocenti, fanno maialate tra di loro e danno poi la colpa al lupo.

Infine, io a questo punto della sua e soprattutto della nostra vita avrei una sola domanda da fare sotto giuramento a Silvio Berlusconi: “Quali sono stati e, soprattutto, quali sono i rapporti con Suo padre?”. Potrei essergli ed esserci utile più di ogni inane processo passato e a venire.

A.B.

P.S. siccome non ho alcuna chance di diventare un utilizzatore finale, non c’è da qualche parte un uomo di buona volontà disposto a fare di me almeno un’utilizzata iniziale, e gratis, anzi, che gli pago pure il trasporto? Sempre che sia buono a procurarmelo, neh.

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