viaggio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/viaggio/ un blog di approfondimento culturale Mon, 22 Oct 2018 14:51:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg viaggio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/viaggio/ 32 32 Vivere e sparire a Venezia https://minimaetmoralia.it/reportage/vivere-sparire-venezia/ https://minimaetmoralia.it/reportage/vivere-sparire-venezia/#comments Wed, 24 Oct 2018 05:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38404 Vivere e sparire a Venezia: un viaggio letterario in compagnia di Brodskji, Luiselli, Scarpa, Vasta, Barthes e Mario Soldati.

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di Pierpaolo Lippolis

Qualche mese fa ho visitato l’isoletta di San Michele, il cimitero di Venezia, dove è seppellito Iosif Brodskij, poeta russo, amante della città. Ho letto Fondamenta degli Incurabili molte volte prima di trasferirmi a Venezia. Pensavo che l’amore potesse essere controllato come una forma di premonizione. Quindi se avessi assorbito le parole d’amore di Brodskij nel libro, avrei amato anch’io la città. Volevo contravvenire al naturale evolversi delle cose: innamorarmi prima del tempo, in un gesto quasi scaltro, da ladruncolo.

Circa vent’anni dopo la morte di Brodskij, Valeria Luiselli, scrittrice messicana, classe 1983, si aggira per San Michele cercando la sua tomba. Scrive di questa ricerca nel primo saggio del suo libro Carte False. Inizia così: «Cercare una tomba al cimitero è come cercare un volto sconosciuto nella folla». In effetti, mentre mi aggiro, perditempo, tra le viottole vuote del cimitero, è la folla di tombe che mi colpisce, tante e anonime. Una serialità che quasi non ha limiti, nonostante sappia bene che il cimitero ha un termine, perché l’acqua lo circoscrive del tutto.

Esattamente come per la Luiselli tempo prima, la tomba di Brodskij è difficile da rintracciare, così percorro in lungo e in largo il cimitero. In una concatenazione di passaggi – prima lui (Brodskij), poi lei (Luiselli), poi io, – seguire i passi di qualcun altro sembra confortante. Immagino che debba essere così con i pellegrinaggi. Far perdere i propri passi nella folla incredibile di impronte che altri piedi prima di te hanno lasciato. E così realizzo di muovermi in una serie di riflessi letterari, nel capitombolo del topos.

Arrivato finalmente nel recinto evangelico, dove è seppellito Brodskij, la tomba recita soltanto il suo nome e cognome, l’inizio e il termine della sua vita (1940-1996). Non c’è una foto, né altro. Il marmo bianco, e qualche vasetto di fiori, alcuni rinsecchiti, altri finti. Emana una dignità che gli attribuisco io, quasi per compensare la vaga delusione. Questo disappunto mi è necessario, mi riporta alla realtà. Molto spesso quello che ci aspettiamo non si tramuta in una vera e propria realizzazione. Lo scrive anche la Luiselli in un passo: «L’esito di un incontro a lungo atteso con uno sconosciuto è solitamente deludente. Stessa cosa con un defunto, solo che in quest’ultimo caso non è necessario dissimulare la nostra delusione».

Nel mio caso la delusione è anche doppia: un riflesso di un’altra delusione. L’esperienza della scrittrice mi è passata tra le mani, l’ho trovata toccante e bellissima durante la lettura, ma al momento della sua messa in atto, la mia immaginazione si è scontrata con la realtà. La mia visita al cimitero di San Michele – e qui in qualche modo il topos si inceppa – è stata quasi insipida. Sul confine di questi pensieri, ho provato allora a chiedermi cosa succede quando il topos non funziona. Cosa si fa, dunque, quando l’amore di un altro, che ci sembra così splendente, così giusto e appropriato, non riesce a convincerci della meraviglia dell’oggetto tanto amato?

Da quando mi sono trasferito a Venezia ho sviluppato una sorta di malessere, una coltre plumbea di tristezza e disagio. Inizialmente non capivo da dove provenisse, così l’ho ignorato. Ma più andavo avanti nel tempo, più si faceva costante, persistente, e soprattutto non aveva a che vedere con questioni che mi riguardavano da vicino. Quando ho avuto il vago sentore che potesse essere la città, ho fatto la cosa che mi veniva più naturale: rivolgermi ad altri che ci abitavano come me o avevano abitato e che ne avevano scritto, in una personale forma di inchiesta emotiva. L’ipotesi era che un certo tipo di malessere lo si inizia a provare quando, abituati ad altre forme di città, se ne incontri una simile a Venezia.
Ho sbagliato: puoi incontrarne soltanto una così.

(Intanto sul mio comodino sempre Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. La pagina più frequentemente letta era: «INDUZIONE L’essere amato è desiderato perché un altro o degli altri hanno segnalato al soggetto che esso è desiderabile: per quanto speciale esso sia, il desiderio amoroso viene scoperto per induzione.» E sulla stregua di queste pagine, chiedevo in giro come si potesse amare a Venezia, e poi di notte sempre Brodskij e Valeria Luiselli come guide. Due Virgilio nella mia personale forma di inferno.)

Ho passato notti intere con amici e conoscenti a cercare di capire cos’è che non vada in questa città. E il turismo – il ripetuto, infinito, complesso problema del turismo – non può di certo porsi come risposta esaustiva. Anche perché i turisti si muovono sì a profusione ma in determinati punti e in determinati periodi dell’anno. Non sono ovunque. Dunque la città rimane in certe zone e in certi periodi libera, svuotata. Ad esempio di notte.

Il labirinto

Tiziano Scarpa, nel suo Venezia è un pesce. Una guida, dice che Venezia è una delle città più sicure al mondo. In effetti ho passato molte notti a percorrerla in lungo e in largo, per tornare a casa, e le sensazioni che registravano i miei sensi era lo svuotamento e la solitudine. Non mi sono mai sentito così al sicuro nel cuore di una città alle quattro di notte. Ma era una sicurezza vagamente inquietante. Come se mi aggirassi in una grandissima casa di mia proprietà, ma completamente vuota. Non mi spaventavano gli ipotetici incontri con gente pericolosa, ma piuttosto con i fantasmi. Quel genere di sospensione fantasmagorica lambisce le strade di Venezia di notte. Scarpa suggerisce a proposito: «Non c’è nessun Minotauro in questo labirinto, nessun mostro acquattato che aspetta di divorare le proprie vittime». Prima grande metafora di Venezia è appunto il labirinto. Brodskij suggerisce l’idea in maniera più sottile: denomina “l’unica persona che conoscevo in tutta la città” la sua Arianna. Le affida, cioè, il compito di chi riavvolge la matassa per trovare la via giusta. Il mito è chiaro, l’analogia si fa forza nella confusione del poeta – e di ogni altro che supera la soglia per entrare in città – di ritrovarsi in un ammasso concatenato di piccole e strette vie, a loro volta attraversate e interrotte da canaletti. L’immagine fa spavento se consideriamo addirittura un’altra metafora, quella che usa il labirinto come oggetto comparativo della nostra interiorità.

In una delle conversazioni notturne, un mio amico mi aveva fatto notare della mancanza di un centro. La costruzione topografica di Venezia, di fatto, non risponde a quella delle città a cui siamo abituati. Non vi è un centro da cui si dirama tutto il resto. Le vie non si allontanano da un punto, né la periferia si scosta al margine. Venezia è tutta centro, e allo stesso tempo è tutta margine. Del labirinto ha la continua possibilità di trovarsi in punti ciechi, di scambiare una zona per un’altra, di non arrivare mai in un punto preciso, o meglio, nucleare. Tutto questo imprime un ritmo diverso alla camminata. Si procede a tentoni, non si punta dritti a qualcosa. Si può immaginare il movimento di una qualsiasi città come di un continuo andamento centrifugo e centripeto. C’è una solida sicurezza nell’allontanarsi o avvicinarsi al punto focale, che a Venezia manca. Scarpa fa notare topicamente che il bello di Venezia è perdersi. Ma perdersi significa essere spaesati. Che letteralmente significa “essere senza paese”.

La nausea

Di Broskij si invidia l’indistruttibile amore per la città, vissuto proprio come se fosse una persona. Valeria Luiselli è più parca nell’esporsi, ma nel saggio conclusivo di Carte False dichiara incontrovertibile: «Verrò sepolta in qualche relingo, non molto lontano da Iosif Brodskij, nella sezione popolare del cimitero di San Michele». Ad unire i due in questo amore per la città sembra proprio essere la loro natura di scrittori senza confini, senza paese. Entrambi vivono sulla soglia, sulla frontiera tra nazionalità, appartenenza, senso d’esilio (il primo per costrizione, l’altra per scelta). Il loro stesso muoversi tra le lingue li rende apolidi, continuamente sul varco di qualcosa che cercano di afferrare, in un’appropriazione che Venezia appaga in quanto lei stessa è il luogo per eccellenza della non-appropriazione.

Di fatto, il loro amore nasce in modo liminale: non arrivano mai ad abitare la città per un tratto di tempo molto esteso. Ne sono sempre scostati, a margine, votati alla pratica del ritorno. Il sentirsi spaesati attiva le loro correnti narrative, li riabilita. Questo ha un senso se lo si rapporta a una diversa tipologia di rapporto con la città: il vivere stabile. Cosa succede quando si vive costantemente con il senso di spaesamento?

Disorientamento e spaesamento sono concetti chiave che ne richiamano un altro a loro volta: la nausea, che prima di essere intercettata dall’esistenzialismo di Sartre, indicava nello specifico il malessere fisico, mal di stomaco e propensione al vomito, tipici di situazioni in cui il corpo poggia su un piano in movimento o non molto stabile. Guardare all’etimologia aiuta a sbrogliare un pensiero recondito che nasce stando a Venezia: nausía era la parola greca che indicava il mal di mare, derivata a sua volta dal termine naûs, ’nave’. Seppure il corpo poggia su fondamenta stabili, l’occhio che vive e si muove per la città registra continuamente impulsi nervosi legati a un elemento instabile, fluido, poco concreto come l’acqua. In altre parole, il corpo e la mente fanno a pugni: se uno sente di stare al sicuro, l’altra lo mette in allerta. Dall’incontro tra queste due sensazioni nasce uno stato di vago malessere, che si potrebbe denominare la nausea di Venezia. Lo stesso Brodskij ne parla: «Viaggiare sull’acqua, anche per brevi distanze, ha sempre qualcosa di primordiale. Senti che non dovresti essere lì. […] l’acqua mette in discussione il principio di orizzontalità».

L’uomo per sua natura non è abituato a vivere sull’acqua (se si eccettua il caso delle palafitte, costruite per ragioni di sicurezza) ma accanto all’acqua. La natura richiesta per una vita sull’acqua dovrebbe essere quella dell’anfibio. Probabilmente, per non sentire nausea per le calli di Venezia, bisognerebbe appartenere a questa specie. Che vorrebbe dire riuscire a delocalizzare la testa, convincerla che le fondamenta della città sono ben piantate nella terra, o ancora meglio, amare la condizione ambigua di entrare e uscire dall’acqua, essere circondati dal suo moto continuo, senza posa. Rinunciare al senso di sicurezza che può darti la solidità.

Irrealtà e sparizione

Nel libro Absolutely Nothing. Storie di sparizioni nei deserti americani, Giorgio Vasta a un certo punto dice che «è come se negli Stati Uniti ogni luogo fosse coperto da una velatura mitica, da uno strato sottile eppure robustissimo composto da tutte le narrazioni attraverso cui quel luogo è stato messo in scena. Quando poi un giorno accade di ritrovarsi lì in carne ossa e percezioni, la velatura non viene meno e diventa chiaro che l’esperienza diretta è marginale». Questa frase ha la stessa forza anche se mettiamo al posto degli Stati Uniti Venezia, che Valeria Luiselli stessa definisce come “una delle città più letterarie e libresche”. Ma non sono soltanto i libri ad averle dato una condizione ipertrofica, ma anche il cinema, la moda con i suoi servizi, e la fotografia. Quest’ultima incarnata – e ora sì, i turisti possiamo metterli in mezzo – nella creatura a infiniti occhi dei nostri smartphone. Ogni giorno si producono incredibili quantità di fotografie a Venezia. Ci sarebbe da chiedersi dove vadano a finire, anche se sono sempre le stesse: le vedute, gli scorci. Eppure tutto questo accanimento visivo e letterario, ha come trasformato la città in un spazio smaterializzato, virtuale. Dire Venezia significa visualizzare un’intera gamma di cartoline, foto di famiglia, post su Instagram, luoghi comuni che la rappresentano negli stessi modi, nelle stesse pose, come se fosse una modella iper-osservata, quasi ormai consumata.

Viverci allora diventa un relazionarsi costante con il senso del già visto e già vissuto. Se la città è permeata da una maschera di irrealtà, la vita allora apparirà incastrata anch’essa in un gioco di specchi (Brodskij dice: «Inanimati per natura, gli specchi delle camere d’albergo sono poi resi ancora più opachi dall’aver visto tanta gente. Quella che ti restituiscono non è la tua identità, ma la tua anonimità, soprattutto in un luogo come questo.»).

Qui il libro di Vasta mi viene in aiuto perché suggerisce un’altra parola chiave: sparizione, il cui concetto e il conseguente desiderio sono complessi, perché rivelano una diversa natura rispetto alla morte. Se la morte è la fine delle cose, lo sparire è il loro smaterializzarsi, perdere di posizione, non essere più in luogo.
Prima ho parlato di maschera dell’irrealtà non a caso. Venezia conta sulla sua storia un rapporto privilegiato con il teatro e la maschera, luoghi per eccellenza dedicati alla simulazione della realtà e alla sua contraffazione. Varcare la sua soglia significa addentrarsi in una realtà altra. Questo processo sostanzia un passaggio: in termini del tutto teorici entrare in una dimensione vuol dire sparire dall’altra.

(D’altronde il mio rapporto con Venezia ha sempre avuto a che fare con la sparizione. Alla voce FADING, letteralmente dissolvenza in Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes dice: «Prova dolorosa con la quale l’essere amato sembra sottrarsi a qualsiasi contatto, senza neppure rivolgere questa indifferenza enigmatica contro il soggetto amoroso».)

Mario Soldati conclude così il racconto Scenario, contenuto in Salmace, raccolta pubblicata nel 1929: «Percorreva col passo sonoro le calli deserte, valicava i ponti, e dall’alto guardava i primi chiarori dell’alba, i campi vuoti che sembravano non potersi più ridestare, le facciate livide, i rii verdastri immobili, questa morte desolata di una città che gli uomini si sono costruiti come uno scenario, per poterci vivere». Se potessi cambiare una sola parola a questo racconto meraviglioso, sostituirei vivere con sparire. Perché il gesto dello smaterializzarsi con uno schiocco di dita può avvenire solo in teatro. E perché Venezia è la città che, sparita a se stessa, concede la possibilità di sparire, proprio come su un palcoscenico.

(Fonte foto)

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La felicità è un maiale morto sul Müggelsee https://minimaetmoralia.it/altro/la-felicita-un-maiale-morto-sul-muggelsee/ https://minimaetmoralia.it/altro/la-felicita-un-maiale-morto-sul-muggelsee/#respond Fri, 14 Sep 2018 07:26:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38042 di Marco Mantello   “Vagano per decenni sulle distese di ghiaccio della noia e dell’abitudine e intanto si odiano, si odiano perché uno dei due è più distinto dell’altro, perché ha ricevuto un’educazione più raffinata e tiene il coltello e la forchetta in maniera più elegante, o perché ha conservato lo spirito di casa inculcatogli […]

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di Marco Mantello

 

“Vagano per decenni sulle distese di ghiaccio della noia e dell’abitudine e intanto si odiano, si odiano perché uno dei due è più distinto dell’altro, perché ha ricevuto un’educazione più raffinata e tiene il coltello e la forchetta in maniera più elegante, o perché ha conservato lo spirito di casa inculcatogli fin dall’infanzia. Quando il legame sentimentale si allenta, allora non tarda a scoppiare la lotta di classe. Il più delle volte, non si rendono minimamente conto di che cosa li spinga a covare quel sordo rancore, mentre in apparenza la loro vita scorre tranquilla e serena. Ciò che detestano, invidiano o disprezzano nell’altro, è la classe alla quale appartiene”. Questo scenario da dopoguerra ben descritto da Sandor Màrai nel suo romanzo salottifero rappresenta solo una minima parte di verità nella storia di Barbie e Ken. Oggi la gente perbene si separa perché non ha corpo, perché non sente il corpo, perché non fa lo yoga, perché oggi la gente si affloscia  davanti a un computer, perché il colesterolo è alto, perché nei fondali del caffè riscaldato si matura una sincera, irrequieta ipoglicemia, perché vivere è un entrare e farsi penetrare sempre dallo stesso cazzo, o ancora più semplicemente, perché si sceglie, a un certo punto, di rifugiarsi nella realtà, per paura di affrontare la droga.  L’odio di classe è al massimo un’aggravante di un malessere che è già nelle cose visibili. Immagiamoci Ken e Barbie in un’altra ipotetica vita, lui con il padre brigadiere calabro e lei con la mamma impiegata al ministero della felicità. Ken, in quest’altra vita, è arrivato dalla campagna, ha sposato, come si dice, una Barbie romana, è uno smaliziatissimo Marx dei ceti medi e non se ne è mai andato via da Roma. Con Barbie abitano a nord, verso piazza Talenti, fra lo Stil Novo Zio d’America e quel mucchio di strade con nomi di scapigliati, veristi e nipoti di padre Bresciani. Palazzine di sei piani sbarrate con la x, dove nidificano i Mauro Mazza direttore del tg2, il professor Cavallo paleografo di fama internazionale e centinaia di odontoiatri, dirigenti rai, imprenditori edili, tabaccai, pasticcieri, edicolanti sovrappeso in pizzetto e camicia a scacchi, sui quei luridi manifesti azzurri a coprire il simbolo del Fuan, i ‘Birambo okkio al kranio’ e la Roma e la Lazio che ciascuno ha il proprio angolo di bar nel cuore.   In quest’altra ipotetica vita, Ken il suo odio di classe lo esprime con un risentito processo di assimilazione del modello antagonista, cioè della moglie ‘borghese’ che se la tira e nei momenti di rabbia lo chiama ‘il figlio dei cafoni’.  L’eguagliamento dell’altro coniuge, o meglio delle sue origini, avviene innanzitutto sul piano economico, e poi nella coscienza morale, nei ragionamenti, o addirittura promuovendo se stessi a  ‘borghesi’ più ‘grandi’, attraverso mirabili ascese in carriera.  Dopo una decina di scopate in quindici anni di fede al dito, il marito di estrazione ‘popolare’ si dichiarerà ‘costretto’ al ‘professionismo più sfrenato’, comprerà una casa intestandola alla moglie, per poi rinfacciare e lei e a quei figli di puttana dei suoi che lui non era così, che non era quello il suo destino, che un tempo era una persona calma, non strillava mai.  Ken passerà molto tempo a fare i conti con i soldi, si troverà un’amante, fuori città, si innamorerà, sparirà da un giorno all’altro e poi tornando a casa per cena, resterà muto sul suo piatto di minestrone. Adesso che ha perduto i denti  -venti milioni di vecchie lire- quando mangia il minestrone sorchia, dormono in letti separati e lei gli dice sempre: ‘Ma che c’hai?’, con una marcata accentuazione della i. Se si inverte l’ordine dei fattori  il risultato non cambia. Se è la moglie la popolana senza il doppio cognome, il risultato sarà al massimo un attaccamento morboso, narcisistico, iperprotettivo al figlio unico, eletto a ‘collante’ di un’unione eterna e asessuata. In altri casi più moderni, nelle nuove generazioni di Barbie e Ken, l’unico svago si riduce all’hashish (e beninteso, solo se qualcuno l’ha portata lui, non certo perché se la vanno a comprare loro dai negri cattivi al parco che li vorrebbero tutti espulsi e fuori dalle balle). La differenza di classe qui, lungi dal dividere la coppia unisce, rafforza, cementa una preesistente simpatia fisica fatta di odori, di simulazioni facciali, di assimilazione organica del modo in cui lei viene e lui urla, dopo aver chiesto un mutuo per pagare il ricevimento del matrimonio in chiesa.  Immaginiamoci un Ken elefantiaco, lento, ateo, figlio di una parrucchiera e di un operaio. Anche stavolta non è mai partito, è nato, cresciuto e morto in quei quartieri dagli enormi colossei di marmo, roba come Casal dei Pazzi, Rebibbia dove i viali si chiamano Marx e i piazzali Hegel. La sua ambizione, l’incentivo a diventare, come si dice, ‘borghese’, c’era già prima, prima ancora che sposasse la ragazza-bene della provincia campana, cioè una ‘forestiera’, che ha un rapporto morboso con il suo clan di origine, una che telefona in continuazione alla madre, le estati tutte lì al mare dai suoi e in genere ingrassa con gli anni, mantenendo due distinte identità a seconda che si trovi a Roma oppure ‘giù’. Lui ha un pene minuscolo e lei una fica stretta. Glielo ficca anche nel culo. Sono felicissimi e si baciano in bocca a tavola quando viene a cena Michele, l’amico della domenica, l’angelo decaduto di una famiglia di industriali che si è liberato tardi, dopo la morte del padre che lo prendeva a schiaffi a cinquant’anni e chiama sempre in continuazione a casa a tutte le ore.  Ken in genere gli regala libri vegani con la dedica firmata. A tavola, più che del tiramisù, si nutre del suo senso di attesa, di quegli sguardi di desiderio fisico eterno verso l´irraggiungibile Barbie di Ken che gli mostra le cosce apposta per far eccitare il marito a letto, della sua insicurezza, di quella sua dipendenza da Barbie e Ken, tipica dei falliti con i soldi. Lo stare sotto al loro amore eterno e invincibile si acutizza nel tempo, divenendo qualche cosa di molto simile a una decorazione, a una stella sul petto, a un soprammobile. La ferrea legge del farsi da soli muta il vincolo affettivo in vincolo di potere. È per questo che si vedono ancora, anche nei giorni in cui Barbie e Ken simulano la nascita eternamente rinviata del primogenito, o parlano dell´idea di programmarla davvero l´anno prossimo con un bel viaggio a Berlino insieme. Michele gira per la stanza già preparata per il futuro bambino e ci si rivede dentro, scruta quell’immenso fiocco azzurro affisso alla porta, la lista dei nomi possibili, le foto vuote e sfuocate, la culla vuota. Poi Ken se lo porta via in salone con aria eccitata e pipa in bocca, non ancora consapevole che deve esistere una zona grigia, un’espressione sul volto, una forma di cartomanzia dove si resta a metà strada fra l’infelicità e la beatitudine, dove il carattere e il destino convivono in un solo attimo, indistinguibili l’uno dall’altro. ‘Michele hai visto i test genetici che abbiamo fatto ieri dal medico?’ gli dice ‘Avrete proprio gli stessi occhi che cosa diavolo vorrà dire secondo te?’. Per un attimo fissa Barbie, poi l´amico e ridono su questa cosa del bambino assente, del non nato. La sua futura condizione ambientale, quella che Mann, dal vecchio trombone che era, definisce a torto condizione umana, biblica, giuseppesca, si può acquisire nel corso della propria vita, ma si può anche perdere nelle generazioni successive. Di qui gradazioni, fasi, nei processi di elevazione o degrado sociale nel Volksgeist di un elettore pentastellato. Quante volte, osservando i nonni di qualcuno, abbiamo rivisto i nostri genitori? E quante volte, da figli, ci siamo sentiti  ‘una generazione indietro’ rispetto a gente che di figli ne aveva già avuti. Tutto questo, beninteso, valeva solo in un certa misura per Barbie e Ken. Loro se ne erano andati via da Roma quell´estate e volevano solo essere felici.  Il giorno che partirono insieme per Berlino il cielo aveva il colore dell’orzata e quelle file interminabili di pini americani sulla statale in direzione Köpenick mi sembrava si muovessero con noi, senza farsi superare mai. Negli spazi vuoti fra un tronco e l’altro, motoscafi senza riflesso ormeggiavano sul Müggelsee, come ai margini di una grossa pentola di acciaio inox. Lungo i tratti sabbiosi, file di ombrelloni prima gialli, poi bianchi, aquile nere penzolavano in mezzo a gambe magre, mentre le mani dei nudisti calavano pagode uni posto nell’acqua torbida del lago. Non c’era nessuna differenza fra la bandiera tedesca e i figli della patria. Nudi anche loro, ridevano ogni volta che appariva il sole, per poi ritornare seri, e chiusi, al passaggio della nuvola piovana. L’estate era finita. La statale non aveva buche. Ho acceso lo stereo. Il White Album e McCartney che cantava nel refrain: Hai visto i piccoli maiali, rotolarsi nella sporcizia? Dovunque ti giri il mondo è pieno di piccoli maiali, a vivere la loro piggy-life, con la loro piggy-mother, e la loro piggy-wife… Canzoni come Piggies sono il sale della terra,  quando viaggi da otto ore su una Smart metallizzata. Con il clavicembalo settecentesco, quell’incedere da marcetta e le trombe del mago di Oz in sottofondo, ogni volta che la rimetti dall’inizio, ti viene voglia di dondolare la testa, come in preda a una piacevole e temporanea infanzia. In effetti dondolavamo tutti e due la testa Barbie e io, quando la strada prese a girare e intravedemmo questo piccolo maiale rosso. Lo avevano investito da non più dieci minuti. Qualcuno, magari l’investitore stesso, aveva provveduto ad accostare il corpo vicino al guard-rail. Probabile che avesse anche telefonato al Tierkrankenhaus, assicurandosi che non mordesse durante il trasporto. Aveva il naso insanguinato e gli occhi aperti. Due zampe su quattro galoppavano in un cielo parallelo al suolo. Il resto del corpo era fermo, dissociato dai comandi del cervello. Una volta recisi i legami, resta solo un’abitudine al moto. Si gira a vuoto, circolari, testardi e per questo incapaci di comprendere che è il momento di restare a terra. Il clavicembalo di Piggies, associato al maiale morto, può generare il sentimento della poesia, oppure gente come me e Barbie. Avevo appena raggiunto il limite anagrafico di cui blaterava il Croce in quelle interminabili cene a Vimignano: ai suoi tempi i diciotto, l’età della leva. Ai miei tempi i trentacinque, l’età della procreazione assistita. Oltre questo limite non esistono più le due categorie crociane dei poeti e degli stupidi. Esistono solo maiali rossi in attesa di una chance rieducativa. Barbie mi fece una carezza sulla guancia: ‘Dai Ken…’ sussurrava con lo Stadtplan in mano, ‘Tra un km e mezzo devi girare in direzione Friedrichshain’. Guardai nello specchietto retrovisore con un´aria persa e stanca. Il maiale rantolava alle nostre spalle quasi lontano ormai, un paio di utilitarie l´avevano schivato a malapena. ‘Non lo so Barbie Forse dovremmo fare qualcosa per lui, tornare indietro….’

‘Si certo, con tutte le auto e la prenotazione di stasera per il Kit Kat…Ma come pensi di fermarti, scusami? Dobbiamo anche passare a prendere i costumi per la serata a tema e sono già le cinque del pomeriggio Ken…’

‘Così! Potrei fare così’ le risposi e pigiai sul freno “E poi lo scuoio”

“Ken ma che dici! Se è uno scherzo non mi fai ridere…”

“Scuoiamo il maiale no? Così mi metto in faccia la sua pelle morta stasera al Kit Kat!”

“Ma il dress code, Ken non ci fanno entrare… Ken ragioni un attimo per cortesia? E non guardarmi mai più in quel modo mi fai paura! No, dai no, smettila è pericoloso…”.

La Smart tornò indietro in retromarcia. Sulla strada si sentì un rumore isterico di clacson, lo stridere di gomme sull’asfalto asciutto, il rinculo e i nostri colli, prima avanti e poi di nuovo indietro, fino a sbattere sul poggiatesta. La Volkswagen targata LOS si fermò a un centimetro da noi. Uscì una signora con i jeans e i capelli bianchi a spazzola. Era furiosa, nonostante i toni della voce, che restavano per nulla alti. Le distanze dalle orbite ingrossate mi impedivano di capire un acca di quello che mi stava blaterando addosso. Guardai di nuovo la strada, il maiale non c´era più, era svanito.

‘C’era un piccolo maiale sulla strada, forse era morto non lo so…’ provai a spiegare alla donna, ma quella digitò il 110. I Bullen arrivarono a sirene spente. Anche a loro glielo dissi chiaro: ‘C’era questo piccolo maiale no…’.

‘Ma allora l’ha investito lei il porco?’

‘No, volevo solo fermarmi e caricarlo in auto’

‘E dove l’avrebbe visto, scusi, io non vedo maiali qui, vedo solo il lago’

‘Forse…forse mi sono sbagliato, uno-due kilometri da qui, forse era più dietro ancora adesso che mi ci fa pensare…”

“Sì è vero l´ho visto anch´io” confermò Barbie nella deposizione “Era proprio un maiale…”

‘Aspetti, prego’ dissero i Bullen fissando la signora della Volkswagen, che intanto scuoteva la testa col vigore e la persuasività di una congiurata. Arrivò una seconda volante, avevano controllato fino all’altezza di Köpenick. Nessuna carcassa, nessun animale ferito o morto, nessuna macchia di sangue fresco sull´asfalto rifatto a gennaio scorso, perfetto, inodore, vegano, pulitissimo. Anche al vicino Tierkrankenhaus non ne sapevano niente. Quel giorno era arrivata una sola segnalazione, per un cerbiatto marrone, e i km di distanza da dove stavamo adesso erano oltre 120, non due come avevo detto io. Ci volle tutta l’intelligenza sociale di Barbie per evitarmi una denuncia da ‘procurato pericolo’, con relativa sospensione della patente di guida per mesi sei. Staccò un assegno da duecentoventi euro –la multa- e mi disse che assolutamente, adesso che i Bullen mi chiedevano se avevo capito bene il mio errore, gli dovevo rispondere: ‘Si grazie, ho capito. Tutto chiaro e non lo farò mai più, scusate’.  E così feci come un bambino, mi scusai, mantenendo un’espressione seria, contrita, che dissimulava il sollievo e la felicità interiori. Il mio piccolo maiale rosso, pensavo, magari si era alzato con le sue zampe da quella pozza di sangue grufolando via nel bosco, mentre io correvo a salvarlo con la retromarcia innestata. Era salvo, nessuno l´avrebbe più ucciso. Adesso anche i Bullen erano appagati del mio candido mea culpa, sgambettavo come il maiale da qualche parte fra il lago e il bosco, in attesa che mi ridessero la patente. Forse era un´allucinazione, pensai, alle troppe ore di viaggio con Barbie, forse prima quando lo avevamo visto a budella in fuori ansimante con gli occhi aperti e sbarrati e steso tutto di fianco e rosa, forse erano solo  capillari fragili, con tutto quel freddo di fine estate e poi da lontano potevo essermi ingannato. Barbie aveva detto che il resto del viaggio guidava lei. ‘Senti chiariamo: qua sono tolleranti ma se fai cazzate con il loro sistema di regole. Guarda che ci è andata di lusso Ken, potevano arrestarci e addio Kit Kat, addio dress code!’. Poi, vedendo che le facevo il verso: ‘Di lusso, certo, di lusso il maiale rosso era un gran vestitino a tema vero, una bella serata porno-comunista dove te ne scopi sessanta a sera in un flusso continuo di penetrazioni e orgasmi multipli….’. Barbie imbronciò, ma poi, come se qualcuno avesse spinto un pulsante magico sulla sua schiena, non riuscì a rimanere seria e prese a ridere come una pazza scuotendo il capo. “Ken…Ken…Ken mi farai impazzire…” sussurrava imbambolata e allegra. E la cosa più incredibile di quella donna, anche dopo un episodio così sgradevole, anche adesso che doveva tenere d’occhio la strada con le mani di plastica sul volante, voglio dire era il mio viso riposato e senza rughe, avevo tutti i capelli ancora in testa, i pettorali, di corpo sembravo molto più giovane della mia età e la cosa le bastava per amarmi. Certo lo avvertiva chiaramente che se fuori luccicavo dentro mi corrodevo. Ma proprio per questo, la mia doppiezza era per lei trasparente, avevo il dono di Peter Pan, custodivo il tesoro dell’isola misteriosa, nella carcassa di un’eterna giovinezza. ‘Ken…Ken…Ti  amo Ken” ripeteva ‘Ti amo anche se sei un maiale…”. A un tratto mise una mano dietro la schiena e spinse forte fra le costole. Il corpo si irrigidì sul sedile, le cosce si mossero sui pedali, anche gli occhi presero a muoversi e le lunghe ciglia curate dall´estetista a aprirsi e chiudersi. Rimase con quel sorriso a denti stretti, come paralizzata nella posa plastica, Barbie aveva fatto scendere il tettuccio della Smart mentre guidava con quella chioma di capelli biondi mossi dal vento. “Ken…” mormorò più volte girando il collo verso di me ogni tre minuti “Ci siamo quasi Ken, vuoi fare una pausa per un caffè? Posso farti un pompino?”, mentre le marce si innestavano a scalare a ogni semaforo. Eravamo già verso Köpenick quando si rigrattò la schiena, la torre della televisione di Alexander Platz, detta siringa, in tedesco Spritze, si vedeva nitida in lontananza. Anche Barbie la guardò dall´auto, poi spinse ancora con la mano destra dietro al collo rosaceo e magro e ci fermammo in un bar per farle cambiare l´abito. Anche il suo volto era cambiato, adesso si era fatto serio e malinconico, vissuto, di colpo mise un paio di occhialini rosa che si era portata da Roma e prese a parlarmi di cinema francese, di Truffaut, disse che a Berlino voleva fare un corso per il tempo che rimanevamo lì insieme, e prendere la tessera della biblioteca, leggere Animal Farm a proposito di maiali morti. Guardavo la Spritze non lei. La sua punta luccicante ne avrebbe potuti infilzare cento, di piccoli maiali rossi, lasciarli rosolare a sessanta gradi, lasciarli vivi ma sospesi, farli gonfiare fino a dieci tonnellate l’uno. Il marcio ristagna nella ventresca, nelle ghiandole gastriche, nei villi intestinali: gli è impossibile defecare o urinare e quel respiro tanto fetido e affannoso, con quello ne possono espellere un millesimo, di tutta la lordura che hanno dentro. Forse tra poco esploderanno e la Spritze crollerà sotto al peso delle troie lattanti, portandosi dietro quella sua aria satellitare e futuristica, che le statue di Marx ed Engels, poco più avanti all’altezza della Rotes Rathaus, fissano da sempre in un modo malinconico e dubbioso. L’innocenza, per me, è sapere che ogni cosa al di sotto di quei maiali verrà rasa al suolo da un involontario e sferragliante precipitare: il parcheggio dell’Hotel Der Sinn, i duemila vetri azzurri della Berliner Zeitung, fino ai grandi formicai rettangolari che si dipanano sulla Greifswalderdtrasse, sulla Karl Marx Allee, come fossero i primi agglomerati di grandi città coloniali, dove regna la pista ciclabile. All’altezza del parco di Treptow, su Bulgarische Strasse fino agli ex uffici della Stasi, i maiali sono scomparsi dai miei occhi. Rimaniamo dentro una foto col sorriso doppio, imbacuccati, abbracciati, rinvigoriti dalla gelida disponibilità del passante a prendere bene tutto: la Spritze alle nostre spalle, la Porta di Francoforte di fronte al nostro violentissimo abbraccio e qualche insana legge morale che bisbiglia dentro di noi: ‘Feierabend!’ Feierabend!’. Che significa: la tua giornata di lavoro oggi finisce qui. Nei primi anni ’90 Friedrichshain era pieno di case occupate da gente senza lavoro per scelta o vocazione. Soprattutto la Rigaer Strasse e la Mainzer, dove c´erano gli Anarchisten, gli Umwelt-Terroristen con mimetica e stivali rossi, hanno fatto la fortuna di Carglas, il multi-centro specializzato nella riparazione di vetri-auto, dove tutti gli impiegati portano magliette rosse sopra tute acetate e si chiamano Kaufmann di cognome. Anche oggi, che di case occupate è rimasto solo il logo dell´Immobilien Scout su quel mare di gente con Schufa e certificazione delle entrate mensili in attesa di visitare case riammodernate dai nuovi Rentner, a Friedrichshain rimangono rimasugli e stralci di un mondo in via di estinzione. La fermata della S-Bahn attraversa e divide la Frankfurter Allee,  la strada comune per arrivare in centro, il momento di calma successivo al grido si protrae per ventiquattr’ore ed è come se stessi aspettando che accada qualcosa che non accade mai, sopra al ciglio delle rotaie in fiore. Ci entri e ci resti in questi cazzo di quartieri periferici, come dentro un marmitta rotta, come fuori da una porta chiusa, senza possibilità alcuna di migliorare o peggiorare, e alla fine rimani solo come un cane. Dalla parte del fiume Sprea, trovi miriadi di stradine dedicate a Jung e alla Grande Madre, più i locali per giovani, i ristoranti africani e pure quei turchi punkabbestia ancora in preda a rasoi e vodka alla colla. Arrivano in camionetta ogni domenica mattina, sono arrivati anche adesso di fianco alla macchina di Barbie Ken. Al mercatino di Boxi il cantante presenta se stesso e gli altri come la prima generazione di ‘nati in nessun luogo’. Attaccano con le chitarre elettriche, le Tablas e l’Oud: Sogni al Kebab nella Città del Muro e tutti quei tendoni che sfornano edizioni DDR delle tragedie di Shakespeare, racchette da spiaggia, tavolini, poltrone, tappeti, dischi, telefoni a cavo verdi, gialli, arancioni, di quelli che devi mettere il dito nel centrino e senti il numero girare  e tutte le vecchie foto incorniciate in bianco e nero, le locali Shirley Temple fuse a giovani polacche ariane, con le loro commedie sentimentali ai tempi del führer e i funerali di stato nei primi anni settanta, a lasciare tracce della loro impolitica vita in biografie autorizzate dal quarto marito morto. Le varie Ursula Stein, Demetra Koch, le locandine di ‘Quando le donne ci mettono lo zampino’, di ‘Irma la fiammiferaia nera’ accasciate fra un grammofono e un baule pieno di spartiti per clavicembalo. Dalla parte dove Barbie ha parcheggiato vedi la Chiesa del Samaritano, un negozio di pompe funebri e quel lungo vialetto con le aiuole sulla Bänschstarsse che porta dritti alla casa del cugino. Appaiono al suolo microbottiglie di Jaegermeister all’ora di colazione, ogni panca dipsone di un secchio cilindrico accanto alle ombre, in quel mucchio di merde di cane non raccolte, assurte a sistema di concimazione umana, l’alcolismo reale si fonde con il blu di una graziosissima scuola materna. La prima cosa che chiedo al cugino Steffen quando ci viene incontro e ci aiuta lui coi bagagli è se il centro commerciale Salvador Allende esiste ancora. Magari hanno cambiato il  nome. ‘Solo la sede. Adesso sta a Schöneweide’, mi spiega mentre scarica tutto lui dal tettuccio della Smart. Domani ha l’aereo per Roma, abbiamo programmato questo scambio di case e così, mentre lui si godrà piazza Gondar e le scritte del Fuan per i due mesi estivi, noi rimarremo qui, sulla Samariter Strasse, a finire Barbie la tesi in diritto del lavoro sul Diskriminierungsverbot e io una Sprachschule di livello 3. La verità è che vorremmo produrre una discendenza di bamboline gonfiabili e riempire la culla vuota, dare un senso e un valore d´uso al premaman da 69 euro che le avevo regalato per l’onomastico. La immaginavo negli ultimi mesi di gestazione con il ventre enrome come in quella canzone degli Smiths. L’ombelico che pulsa sotto la stoffa, le sue stelle marine annodate a quella piccola treccia indiana, con il seno prosperoso e tondo. E poi le lezioni di Pizzica il giovedì, le arrampicate primaverili sulle Alpi austriache e le gite agostane all’Ostsee. Barbie avrebbe riempito Berlino di una lucentezza smisurata, tipica dei corpi femminili quando mutano forma e peso. Una volta che il Lei o la Lui sarebbero usciti fuori dalla sua vulva avremmo trovato il modo di farli restare ancora qualche mese in una zona di confine fra la placenta e il Mondo. Magari comperando una di quelle fasce sud-americane che si adoperano qui. Te li avvolgi sotto al cappotto e te li porti dappertutto, come è vero che le giovani madri di Friedrichshain hanno le spalle tatuate e un sussidio pari a 300 euro mensili più canone di locazione, ripagato con la fine della libertà e i lavori socialmente utili. A vederle camminare sulla Samariter Strasse, insieme agli ex-tossici passati dal ruttare della strada al ruttino della culla, è come se avessero una pancia sbottonabile, richiudibile, sgonfiabile o rigonfiabile a seconda che tiri il vento o ci sia il sole. Barbie sarebbe diventata madre in questo modo. Ne ero sicuro allora, quando entrammo per la prima volta in casa di Steffen; ne sono certo oggi quando la rivedo a Roma, con i suoi quattro bambini e il loro papà naturale.

Vagano per decenni sulle distese di ghiaccio della noia e dell’abitudine e intanto si odiano, si odiano perché uno dei due è più distinto dell’altro, perché ha ricevuto un’educazione più raffinata e tiene il coltello e la forchetta in maniera più elegante, o perché ha conservato lo spirito di casa inculcatogli fin dall’infanzia… Forse è così, con queste parole copia-incollate da qualche sito internet senza copyright, che Sandor Marai si immagina Barbie e Ken trent´anni dopo, sulla stessa strada, davanti allo stesso maiale morto. Li vede ancora lì, su quella Smart metallizzata in viaggio insieme verso Berlino, alla ricerca del punto preciso dove videro il maiale, trent´anni dopo come in un déjà-vu romantici scemi che si sono rivisti in vecchiaia, vedovi e soli. Barbie è scheletrica, porta la dentiera, ha i buchi sui capelli e dice a Ken che devono vedere a tutti i costi Le Bonheur di Agnes Varda. Tradotto in italiano significa: La Felicità. È una roba rarissima, spiega, l’hanno ripresa con la telecamera in un piccolo villaggio della campagna bretone. Fissandola negli occhi si capisce quanto sia terribile questa Felicità. Si anima come un Catopleba da bestiario, esige paglia, campi di frumento e villaggi, come prove della sua presenza sulla terra: ‘Sì ma la trama del film?’ le chiede Filippo. Lei lo guarda come fosse un fesso: ‘La trama non conta. Pensa a un essere vivente fatto solo di ‘oggetti’, ‘tempi’, ‘luoghi’. La Bonheur è così, è animata….’.

 

‘Ma io l’ho visto quel film. Anzi adesso che mi ci fai pensare, l´avevamo visto insieme quello della Vardés…’

‘Varda!” protestò Barbie “Agnes Varda, che Vardès!’

‘Sì, era un’amica di Jim Morrison e Truffaut… Una bella presa in giro della famiglia monogamica’.

‘É più complesso Ken, minimizzi sempre!’

‘Allora spiegami tu Barbie! Più complesso come, che intendi dire?’

‘Ci sono due cose alla base della Bonheur: il rapporto domestico e il rapporto passionale. Il rapporto domestico è un’eterna gita in campagna, la domenica con i figli. Il rapporto passionale, invece, si consuma in parallelo, dentro l’ufficio postale del paesino, dove l’amante del protagonista lavora. Fino a quando la moglie e l’amante non si conoscono, tutto pare in equilibrio, sono tutti felici. Come dice la Varda in un’intervista coeva al film, gli attori della Felicità sono agiti, sono parti di abitudini viventi, tasselli di un puzzle, sostituibili in caso di distruzione, smarrimento o abbandono… È una cosa leggermente più complessa di una presa per il culo della famiglia monogamica, non ti pare?’”

‘Forse sì, forse hai ragione Barbie, ma questo non significa che tu debba essere tanto aggressiva quando mi spieghi una cosa che non conosco…’.

‘Non conosci la felicità? Sei un infelice, poverino?’.

Ci ha messo quasi una settimana a calmarsi dalla crisi isterica. Quando Barbie gli ha detto: ‘Allora ci vieni o no a rivederlo al cinema?’ Ken ha capito perché lei se la prendeva tanto a parlargliene così in auto. È una roba mostruosa, questa Bonheur. Ti dà l’idea di una catena di montaggio. L’albero caduto genera semi e radici nuove. Ogni filo d’erba lascia spazio a un nuovo filo d’erba. Se la moglie dell’uomo alla fine si uccide, è l’amante a resuscitarla, assumendone funzioni e aspetto fisico. Sono bionde tutte e due, hanno entrambe gli occhi verdi e portano la stessa taglia di reggiseno. Quanto al maschio bretone, il protagonista, è un tipo alto, magro, dalla carnagione scura. Lavora in una falegnameria giù in paese e pare un ebete. Tutto qui. Nessuna interiorità. Nelle scene finali del film, la Bonheur prende le forme di una sonata per violino e orchestra. A parlare, come si dice è la musica. Dopo il suicidio della moglie, la nuova arrivata in famiglia viene accolta da un interminabile Adagio, mentre prepara il cestello per la gita in campagna. Arriva il lunedì mattina, sotto forma di minuetto: spesa, colazione, vestizione di figli non suoi (la chiamano mamma mentre va a lavoro). L’amante divenuta moglie ha qualcosa di sottile e tagliente sul viso, che la rende diversa dalla donna precedente. Dorme nel suo stesso letto, sul suo stesso lato, non si trucca neppure lei ma è un’altra persona, dentro la stessa vita. Ecco insomma, adesso non vi sto dicendo che Barbie e Ken, dopo trent´anni e ormai vecchi e decrepiti, fossero ancora prigionieri della Bonheur e del suo mito. Barbie non incarnava affatto un’infedele riproduzione di amori passati. Erano stati insieme dodici anni prima di lasciarsi e l’unica cosa che Ken ricordava degli amori venuti prima di lei era un mucchio di paccate al cinema. Volti senza nome, nomi cui non riusciva ad associare più un volto, per quanto erano lontani nel tempo. Baciati e tastati sotto portoni e portici, in auto, nella camera dei genitori di una che faceva gli anni. Il passato remoto non era di aiuto per nessuno quando rividero insieme quel film a Berlino trent´anni dopo. Erano arrivati a un punto tale che nemmeno un funesto ingrossamento ghiandolare a ridosso dell’ano, o un’improvvisa diarrea da freddo, definivano paletti nell’intimità. Certi amici che hanno avuto esperienze simili, dicono che fa impressione vedere nella nuova l’identico movimento degli occhi dell’altra. Una volta finito l’accoppiamento, prima ti guarda, poi li gira verso il basso, poi ti guarda ancora e quel modo di usare il coltello a tavola, i frammenti di polpa ritagliati dalla buccia di una mela, l’assenza di zucchero nel caffè, la mania di programmare la sveglia mezz’ora prima per ritardare la sensazione del risveglio…Ecco il risveglio: l’amore domestico e l’amore passionale si confondono in un eterno e interminabile risveglio. In bagno ci va sempre prima lei, intanto che prepari la colazione, darà una sciacquata ai piatti e il letto lo rifate insieme. Le abitudini viventi tendono inesorabilmente a ritornare. Anche l’aspetto fisico si appiattisce, si aggruma. Più che le persone in carne e ossa, ami la Bonheur e il suo putrido soffio vitale. ‘Adesso con questa nuova, abitiamo in case separate e ci faccio solo i fine settimana insieme. Il sesso peggiora più lentamente e c’è un maggiore equilibrio nella vita domestica’, era così che dicevano gli amici quando Ken raccontò che con Barbie si erano separati. Li lasciava parlare, non ci credeva mica alle allusioni alle loro vite reali, Ken pensava che fossero loro i bambolotti maniaci ossessivi e non quella marmaglia di donnine tutte uguali che stanziavano per qualche mese nelle loro case di plastica senza porte né finestre come monadi impazzite nella camera di un bambino gender. Ma che idiozia! Conosceva Barbie come le sue tasche, amava la loro mancata Bonheur e soprattutto era lei, quella originale. Eppure adesso, dopo il discorso sul film, Barbie si era fatta lontana come trent´anni fa, guidava la Smart e basta verso Friedrichshain. Lo sapevano tutti e due che sarebbe finita da un momento all’altro con uno sbadiglio, per casa di suo cugino mancava davvero pochissimo. Di colpo in tutto quel silenzio Ken si ritrovò sovrappensiero, senza nemmeno accorgersene, stanco e immobile sopra al sedile. Voleva solo andarsene a letto, era da sedici ore che viaggiavano senza comunicare. Così, quando Barbie il silenzio lo ruppe e gli chiese l´ora, Ken guardò fuori dal finestrino e annuì, senza percepire affatto i contenuti delle sue parole. Che cosa voleva? Che farfugliava quella vecchia isterica? Era talmente preso dalla Bonheur che nemmeno si era accorto dell’auto ferma davanti al palazzo. ‘E tu come va, come ti senti? Io sto a pezzi’ disse a Barbie girandosi verso il sedile del guidatore. Era vuoto. Era sparita ancora.

 

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Acchiappare una fugace realtà https://minimaetmoralia.it/letteratura/acchiappare-una-fugace-realta/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/acchiappare-una-fugace-realta/#comments Thu, 03 Nov 2011 12:07:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5586 Pubblichiamo stamattina una recensione di Matteo Nucci pubblicata sul Messaggero a una raccolta di scritti di viaggio di John Dos Passos, uscita da poco per Donzelli e col titolo parecchio evocativo di Orient Express.

Nel 1921, quando sale sull’Orient Express per un viaggio di cui non ha programmato la fine, John Dos Passos ha poco più di venticinque anni. Ha già pubblicato due romanzi e fin da bambino è stato cresciuto con la consapevolezza che per conoscere – come per Odisseo – è necessario vedere.

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Pubblichiamo stamattina una recensione di Matteo Nucci pubblicata sul Messaggero a una raccolta di scritti di viaggio di John Dos Passos, uscita da poco per Donzelli e col titolo parecchio evocativo di Orient Express.

Nel 1921, quando sale sull’Orient Express per un viaggio di cui non ha programmato la fine, John Dos Passos ha poco più di venticinque anni. Ha già pubblicato due romanzi e fin da bambino è stato cresciuto con la consapevolezza che per conoscere – come per Odisseo – è necessario vedere. Quello a cui va incontro dunque non tenta neppure di immaginarlo. Del resto, il treno su cui sale ha il nome altisonante dei tempi andati, ma non lo accompagnerà che per il primo breve tratto delle centinaia di chilometri con cui passerà dalla Francia all’Italia ai Balcani, fino in Turchia, per poi spostarsi sul Mar Nero in Georgia, e nel Caucaso e da lì in Persia e in Irak e indietro fino a Damasco e ancora verso il Marocco e di lì finalmente di nuovo in Europa, sulle coste spagnole. Quel treno però è destinato a dare il titolo alla raccolta di scritti a cui con costanza si dedica assieme ai dipinti (otto sono presenti nel libro) e che appariranno riuniti in un unico volume solo sei anni più tardi. Orient Express è uscito ora finalmente anche in italiano nella bella traduzione di Maurizio Bartocci (Donzelli, pp. 205, euro 18) a novant’anni esatti da quel viaggio, ma in nessun modo accusa del tempo passato.

I grandi libri di viaggio sono di due tipi. O penetrano l’epoca in cui sono ambientati, scendendo a tal punto nel gorgo della storia che ne escono pressoché privi di ogni contingenza e in sostanza destinati a una sorta di eternità. Oppure raccontano i particolari dei luoghi che attraversano quasi dimenticandosi del contesto storico, spostandolo in un orizzonte diafano, sbiadito, tanto da apparire poggiati su una sorta di atemporalità. Orient Express appartiene a questo secondo tipo di libro. L’epoca che Dos Passos percorre non si sente che sullo sfondo, non compare che per ambientare quel che il grande scrittore descrive, quasi fosse una semplice necessità letteraria.

E dire che il 1921 nei Paesi che Dos Passos attraversa è un anno di grandi rivolgimenti. In Italia il fascismo sta per prendere il potere. Tra Grecia e Turchia il conflitto sta esplodendo ormai con una ferocia destinata alla catastrofe. Nel Caucaso le repubbliche sovietiche cominciano ad assumere più precisi connotati. Quanto al Medio Oriente, i confini dell’Irak sono appena stati disegnati dagli inglesi. Tuttavia, la storia, questa storia, nei racconti che Dos Passos via via consegna a quotidiani e riviste, non appare che dietro un velo. A Venezia si sente cantare Giovinezza giovinezza tra calli dove scritte inneggiano a Stalin. In Turchia, una ragazza greca tenta di convincere l’autore sui motivi per i quali non si dovrebbe studiare la lingua turca. In Georgia, un professore parla del nuovo sistema scolastico che i bolscevichi cercano di introdurre. Ma quel che Dos Passos racconta in questi tre casi è altro. A Venezia è “la luce morente di un giallo tramonto”. A Istanbul, è il movimento della mano di un “mendicante incredibilmente vecchio, nodoso come un susino morente”, un movimento in cui “c’era qualcosa dei minareti e del grido dei muezzin e dello sguardo impassibile dei vecchi signori turchi in gilè bianco”. A Batun, infine, sono “le mani larghe ossute, massacrate e dolenti” che il professore ha aperto eppoi richiuso “come nell’atto di acchiappare una fugace realtà”.

D’altronde proprio in questo movimento sta ciò a cui ha deciso di destinarsi in quanto artista, Dos Passos. Acchiappare una fugace realtà. Dipingerla nei particolari, in ogni minuzia. Il fatto è che poi questa realtà, nella penna dello scrittore, non resta affatto fugace. Tanto che, pagina dopo pagina, chi legge viene conquistato da ben altro rispetto ai particolari che a ogni riga sembrano sbriciolarsi in effrazioni di luce. C’è semmai un moto ondoso, un’onda lunga di cui non si parla mai e che assale e conquista e che ha a che fare con il tempo. La lentezza orientale. Quasi inspiegabile, incomprensibile, lontana, troppo lontana per un occidentale. Dos Passos sa bene che non potrà mai penetrarne il segreto eppure tenta di abbandonarvisi. Le sue descrizioni, in fondo, hanno a che fare proprio con questo. È inutile correre. Inutile affannarsi per produrre. Inutile tenere costantemente il conto dei giorni e delle ore.

Quando lascia l’Irak in direzione Damasco, destinato a un viaggio che si allunga ogni giorno e che resiste a qualsiasi tentativo di pianificazione, Dos Passos infatti riesce finalmente a lasciarsi andare. Forse in un caffè ha bevuto “l’erba del ritardo che induce una sonnolenza dolce-amara nella quale si sprofonda nell’attesa”. Forse è il polso finalmente libero (“è la cosa più bella del mondo essere senza orologio e senza soldi e non sentirsi responsabili di niente”). Quel che è certo è che, improvvisa e insperata, arriva la felicità. “Mai stato più felice di così” sentenzia, poche pagine prima di confessare: “Ho il vago sospetto che oggi sia Natale”.

Perduta la schiavitù tutta occidentale rispetto al dominio dei possessi, delle “Cose” (così Dos Passos chiama la proprietà privata), della legge temporale che spinge alla produttività, anche lo stile narrativo del grande scrittore americano finisce per diventare solido e forte come mai prima, perché impregnato di uno spirito difficilmente comprensibile all’occidentale. Miriadi di microscopici dettagli spezzano in un’interminabile eternità ogni secondo. Movimenti quasi impercettibili, luci che s’incontrano, odori. Nulla è più come prima. Al punto che che noi stessi, ancora oggi, finiamo per farci prendere e, in uno stato di sonnolenza e abbandono, ci lasciamo portare via.

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