Viggo Mortensen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/viggo-mortensen/ un blog di approfondimento culturale Fri, 01 Mar 2019 22:50:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Viggo Mortensen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/viggo-mortensen/ 32 32 Green Book. Occhi sulla strada https://minimaetmoralia.it/altro/green-book-occhi-sulla-strada/ https://minimaetmoralia.it/altro/green-book-occhi-sulla-strada/#comments Sat, 02 Mar 2019 06:30:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39634 Green Book è un film sulla distanza, intesa in molti sensi.

Distanza come chilometri: quelli che Frank “Tony Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen) e Don “Doc” Shirley (Mahershala Ali) percorrono in macchina, per otto settimane, nel 1962, partendo da New York per arrivare fino in Alabama.

Distanza come differenza di classe. Tony è un buttafuori italoamericano che sbarca il lunario campando perlopiù di espedienti; ha due figli e una moglie che si sente trascurata, a cui ridona il sorriso vincendo 26 dollari in una gara a chi mangia più hot dog. Don è un musicista afroamericano colto e benestante che suona il pianoforte in modo sopraffino. Ha bisogno di un autista che lo scorti per un tour nel Midwest e nel Deep South dell’America, dove ai neri non è permesso frequentare gli stessi posti dei bianchi.

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Green Book è un film sulla distanza, intesa in molti sensi.

Distanza come chilometri: quelli che Frank “Tony Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen) e Don “Doc” Shirley (Mahershala Ali) percorrono in macchina, per otto settimane, nel 1962, partendo da New York per arrivare fino in Alabama.

Distanza come differenza di classe. Tony è un buttafuori italoamericano che sbarca il lunario campando perlopiù di espedienti; ha due figli e una moglie che si sente trascurata, a cui ridona il sorriso vincendo 26 dollari in una gara a chi mangia più hot dog. Don è un musicista afroamericano colto e benestante che suona il pianoforte in modo sopraffino. Ha bisogno di un autista che lo scorti per un tour nel Midwest e nel Deep South dell’America, dove ai neri non è permesso frequentare gli stessi posti dei bianchi.

Ecco che per intraprendere il viaggio si fa necessario il Green Book in cui sono indicati i ristoranti, gli alberghi, i locali in cui non vi è discriminazione, i posti in cui agli afroamericani è consentito accedere. The Negro Motorist Green Book è una guida per viaggiatori realmente esistita (pubblicata annualmente dal 1936 fino alla metà degli anni ’60), come reali sono i fatti a cui si è ispirato Peter Farrelly per girare il film.

In Green Book si parla così di distanza geografica, sociale, «razziale» ma anche di distanza emotiva. Ed è proprio partendo dal confronto emotivo, quindi da un terreno di parità, di congiunzione, che Tony e Don potranno incontrarsi, e ripensare le propria vita attraverso gli occhi dell’altro, fino a gettare le basi di una amicizia significativa.

Don insegnerà a Tony il valore della parola. Gli insegnerà l’ambizione, tenterà di impartirgli delle “ripetizioni” di onestà. Tony insegnerà a Don ad aprirsi e ad affrontare la propria solitudine. Alla fine, il viaggio servirà a entrambi, ma sarà utile soprattutto a Don. Scendere dal trono dei privilegi apparenti (è precisamente un trono quello in cui siede Mahershala Ali alla sua prima apparizione nel film), per avere un confronto diretto con sé stessi e con il sistema sociale è il primo passo in direzione della libertà.

Green Book è un film che racconta anche le distanze interne alla comunità, racconta cosa significa posare gli occhi sulla propria gente e maturare una coscienza politica: «Il mondo è pieno di gente sola che ha paura di fare la prima mossa».

È stratificando il tema, imbevendone costantemente i contorni nella commedia, che Peter Farrelly consegna la sua lezione di umanità allo spettatore. Una lezione innanzitutto sentimentale, che ha l’afflato di mostrare che la difformità può essere non solo esplorata e ammessa ma anche ripensata.

Quasi trent’anni dopo A spasso con Daisy, un altro road movie garbato ma deciso nel voler buttar giù certe barriere conquista gli Oscar: miglior film, migliore attore non protagonista (Mahershala Ali) e migliore sceneggiatura originale.

Segno che il cinema classico ben fatto gode di un effetto imperituro, segno che Hollywood desidera rimarcare quante più volte possibile il concetto di accoglienza; segno che il tempo ha portato alcune conquiste — la persona seduta comodamente sul sedile di dietro dell’auto, nel 1962 ma la suggestione vale anche al presente, è un nero che insegna la lingua al bianco al volante — ma come Don raccomanda ogni volta che Tony si distrae o parla troppo: «eyes on the road».

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Mai scuse per la noia. Intervista a Viggo Mortensen https://minimaetmoralia.it/libri/mai-scuse-la-noia-intervista-viggo-mortensen/ https://minimaetmoralia.it/libri/mai-scuse-la-noia-intervista-viggo-mortensen/#respond Tue, 10 Jan 2017 13:45:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33343 Pubblichiamo un'intervista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

di Rosario Sparti

Viggo Mortensen non è il tipico attore hollywoodiano. Sarà per questo che Matt Ross l’ha scelto per il ruolo di Ben Cash, un padre anarco-primitivista che ha deciso di vivere con la famiglia nel cuore di una foresta, lontano dall’influenza della società consumista. Sguardo malinconico, barba 5 o’clock shadow e maglioncino da scampagnata domenicale, Viggo Mortensen è seduto su un divanetto nel giardino dell’Hotel de Russie. Sembra infreddolito, eppure risponde generosamente alle domande dei giornalisti. Il suono della pioggia autunnale accompagna le sue parole cadenzate, in cui l’inglese talvolta cede il passo a un buon italiano. Lo statunitense è nella Capitale per presentare Captain Fantastic: road movie diretto dall’attore Matt Ross, dove interpreta il ruolo di un padre fuori dagli schemi, un personaggio con cui condivide la fama di irregolare. Nato da madre americana e padre danese, Mortensen ha trascorso l’infanzia in una zona rurale dell’Argentina, dove ha imparato a pescare e cavalcare, dopo il divorzio dei genitori ha lavorato in Danimarca come camionista, fioraio e cameriere, per poi tornare negli Stati Uniti con il desiderio di studiare recitazione. Musicista, editore, pittore, poeta e fotografo, è un uomo che ama sorprendere innanzitutto se stesso, perché, come ha detto qualche tempo fa, “non ci sono scuse per sentirsi annoiati, Tristi, ok. Arrabbiati, va bene. Depressi, sì.  Folli, anche. Ma non ci sono mai scuse per la noia.”

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

di Rosario Sparti

Viggo Mortensen non è il tipico attore hollywoodiano. Sarà per questo che Matt Ross l’ha scelto per il ruolo di Ben Cash, un padre anarco-primitivista che ha deciso di vivere con la famiglia nel cuore di una foresta, lontano dall’influenza della società consumista. Sguardo malinconico, barba 5 o’clock shadow e maglioncino da scampagnata domenicale, Viggo Mortensen è seduto su un divanetto nel giardino dell’Hotel de Russie. Sembra infreddolito, eppure risponde generosamente alle domande dei giornalisti. Il suono della pioggia autunnale accompagna le sue parole cadenzate, in cui l’inglese talvolta cede il passo a un buon italiano. Lo statunitense è nella Capitale per presentare Captain Fantastic: road movie diretto dall’attore Matt Ross, dove interpreta il ruolo di un padre fuori dagli schemi, un personaggio con cui condivide la fama di irregolare. Nato da madre americana e padre danese, Mortensen ha trascorso l’infanzia in una zona rurale dell’Argentina, dove ha imparato a pescare e cavalcare, dopo il divorzio dei genitori ha lavorato in Danimarca come camionista, fioraio e cameriere, per poi tornare negli Stati Uniti con il desiderio di studiare recitazione. Musicista, editore, pittore, poeta e fotografo, è un uomo che ama sorprendere innanzitutto se stesso, perché, come ha detto qualche tempo fa, “non ci sono scuse per sentirsi annoiati, Tristi, ok. Arrabbiati, va bene. Depressi, sì.  Folli, anche. Ma non ci sono mai scuse per la noia.”

Ultimamente ha spesso interpretato il ruolo del genitore, penso a A History of Violence, The Road, Jauja e ora Captain Fantastic.

Penso sia frutto del caso ma forse, come si dice, non esistono le casualità. Non sto cercando questi ruoli, semplicemente ho la mia età. Quando si va verso i sessanta, è normale interpretare il ruolo del padre.

E Viggo Mortensen che padre è?

Cerco di fare del mio meglio. Nel film ci sono momenti divertenti e momenti brutali legati al comportamento di Ben, che protegge la sua famiglia adottando un comportamento moralmente intransigente. Io mi sento distante da lui, eppure m’identifico nel suo desiderio di non mentire ai figli. Apprezzo la sua voglia di piena sincerità. Ma quello che unisce questo modello di famiglia è la comunicazione. Anche se a un certo punto il padre si rende conto di aver preso la strada sbagliata, perché ha isolato i suoi figli dagli altri ragazzi del mondo, c’è ancora rispetto reciproco tra loro e con un po’ di elasticità possono continuare a essere una famiglia. Il rischio di non capirsi nasce dalla mancanza di comunicazione, basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti.

So che lei è figlio di genitori divorziati.

I miei genitori sono stati più tradizionalisti rispetto a quelli del film: mia madre stava in casa la maggior parte della settimana, mentre mio padre a causa del lavoro era presente solo nei weekend. Quando i genitori divorziano, non necessariamente si è destinati a perderli ma è un’assenza che colpisce sempre. Non è quello di cui parla questa storia, però la perdita della madre motiva ciò che accade nella pellicola. La sua assenza intensifica gli sforzi educativi del padre e lo costringe a viaggiare, rendendo il tutto più intenso.

Nel film i personaggi celebrano il “Noam Chomsky Day”. Forse non esistono davvero le casualità, dato che uno dei suoi album è dedicato al noto linguista americano.

Beh, ho letto parecchi libri di Chomsky. Non sono d’accordo con tutto ciò che ha scritto, però condivido molte delle sue idee; parecchi dei libri che si vedono nel film, infatti, provengono dalla libreria di casa mia. Sono semplicemente una persona che pensa, ascolta, che magari disprezza anche, ma cerca sempre di spiegare la sua posizione.

A breve uscirà il suo nuovo album. Che rapporto ha con la musica?

Non ho mai preteso di essere un bravo musicista, ma ho sempre apprezzato la musica come mezzo di comunicazione non verbale. Ho un legame molto stretto col piano e con il suo suono. Ultimamente ho fatto persino qualche miglioramento (sorride, ndr). Continuo a progredire lentamente, tuttavia imparo sempre qualcosa. Anche quando suono solo per cinque minuti. Lo so che magari poi dimenticherò le melodie, ma quello per me rimane un momento unico. È il viaggio in una foresta in cui non sono mai stato e che non vedrò mai più. Amo la purezza di tutto ciò.

Le canzoni hanno spesso un ruolo catartico nelle nostre vite. È così anche nel film, penso alla scena in cui la famiglia canta “Sweet Child O’ Mine”.

Una delle scelte migliori che abbiamo fatto, per quel che riguarda la preparazione al film, è stata quella d’improvvisare musica tutti insieme, ogni giorno per un paio di settimane. Ciascuno di noi suonava uno strumento diverso, così eravamo costretti ad ascoltarci e questo è stato utile per cancellare la paura di fare errori sul set. È stato un bel modo per entrare in confidenza l’uno con l’altro. Creare una dinamica simile a quella di una band ci ha aiutato a diventare una vera famiglia.

Nei suoi dischi ha collaborato più volte con un personaggio misterioso come il chitarrista Buckethead, che per un periodo ha militato proprio nei Guns ‘N Roses. 

Buckethead è una persona molto schiva, che parla davvero pochissimo. Ultimamente è diventato ancora più solitario e riservato. Non dice quasi nulla quando ci vediamo, solo qualche commento su uno di quei film strani che ama guardare. Di solito gli chiedo “comincio io o cominci tu?” e poi semplicemente iniziamo a suonare, senza aver pianificato nulla. Negli album che abbiamo realizzato insieme, la musica è sempre nata sul momento. È un dialogo sempre sorprendente, in cui nessuno dei due dice all’altro che cosa deve fare. Credo sia per questa ragione che si sente a suo agio con me. È una conversazione senza parole.

È stato sposato con Exene Cervenka, la cantante degli X, famosa punk band californiana. Le piaceva quella scena musicale?

Allora non ne sapevo molto, ma vivendo accanto a lei ho imparato ad amare il punk. Mio figlio è cresciuto in quel mondo e ha imparato un sacco di cose che gli sono servite in seguito. Ora, per dire, sta lavorando a un documentario sulle Skating Polly. Exene ha prodotto il loro secondo album. Ma se si vuole conoscere meglio quella scena consiglio di leggere due ottimi libri che catturano bene l’essenza di quei giorni: Under the Big Black Sun. A personal History of LA Punk di John Doe e My Damage: The Story of a Punk Rock Survivor scritto da Keith Morris, il cantante dei Circle Jerks.

Sul set di Lupo Solitario ha conosciuto Dennis Hopper, di cui poi è diventato grande amico.

Non l’avevo mai incontrato prima di quella volta, ma sul set ho sentito immediatamente un forte legame con lui. Abbiamo girato anche un altro film insieme, Limite estremo, dove Dennis aveva un ruolo molto divertente. Era molto diverso da me, ma quello che ci legava era il senso dell’umorismo, l’amore per l’arte moderna e la sua filosofia di vita: “Si può fare qualunque cosa. Perché no? Basta provarci.” È stata una delle poche vere amicizie che ho avuto con qualcuno del mondo del cinema.

Dalla sua passione per l’arte è nato anche il desiderio di cimentarsi con l’editoria. Nel 2002 ha fondato una casa editrice, la Perceval Press.

È nata quasi per gioco. Una volta ho consigliato un libro d’arte che avevo molto apprezzato a un amico e ho pensato che sarebbe stato bello farlo su larga scala. È un modo per condividere ciò che mi piace con tante altre persone. Magari opere che altrimenti non sarebbero pubblicate. Come Hijos de la selva, un volume che sono orgoglioso di aver pubblicato. È un libro sull’etnografo tedesco Max Schmidt: un pioniere, prototipo di antieroe, che agli inizi del ‘900 ha documentato fotograficamente la vita degli abitanti della regione brasiliana del Mato Grosso e del Gran Chaco del Paraguay mantenendo sempre una posizione di uguaglianza nei confronti degli indigeni. Questo libro è una splendida fusione di arte e scienza, ma vorrei lo vedesse con i suoi occhi (mi porge una penna, ndr). Può darmi il suo indirizzo?

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Cosa potrete vedere alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/#comments Thu, 24 Jul 2014 10:07:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22376 di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l'elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all'Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d'Agnolo Vallan.

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di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l’elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all’Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d’Agnolo Vallan.

Manglehorn, di David Gordon Green.

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Nel precdente “Joe” aveva salvato Nicholas Cage dalla caduta libera in cui l’attore stava precipitando restituendolo a un ruolo decente. A un anno di distanza David Gordon Green ci riprova con Al Pacino. Gli mette accanto Holly Hunter, Chris Messina e Harmony Korine (proprio lui, il regista di Spring breakers che molti fece agitare alla Mostra di due anni fa). Manglehorn è la storia di un ex detenuto (Pacino) che cerca di cancellare il passato lavorando come ferramenta in una piccola città. Ovviamente il passato tornerà a cercarlo. David Gordon Green è regista di film robusti e ben piantati sulla terra. 

Pasolini, di Abel Ferrara

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Ed ecco il primo film che solleverà casini alla mostra di quest’anno. Con Willem Defoe nel ruolo di Pasolini, Riccardo Scamarcio in quello di Ninetto Davoli. E poi c’è Maurizio Braucci (il più bravo sceneggiatore italiano, vedi alle voci Gomorra, L’intervallo, Piccola patria, Bellas Mariposas…) arruolato nella banda dell’Esquilino. A preoccupare è però più che altro il pratone della Casilina con la scena possibile delle fellatio seriali di Petrolio. A questo si attaccheranno quelli che vanno al cinema per riempire qualche pagina di cronaca. I filologi duri e puri saranno invece tormentati dal fatto che Defoe recita in inglese. A chi glie l’ha fatto notare, pare che Ferrara abbia risposto anche giustamente: “‘fanculo! Non è un saggio accademico. È un film di Abel Ferrara!”

Near Death Experience, di Gustave Kervern e Michel Houellebecq (interpretato da Michel Houellebecq)

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Questo volto devastato appartiene al Michel Houellebecq di oggi. Che insieme a Gustave Kerven ha dato vita a un film cucito addosso alla poetica (oltre che alla figura) dell’autore di Particelle elementari e Estensione del dominio della lotta. Dopo la il dramma c’è la farsa. Dopo la farsa la tragedia. Ma dopo la tragedia arriva il teatro della peste di Artaud, vale a dire il comico e il disturbante. All’insegna del comico e del disturbante questo NDE (Near Death Experience) in cui lo scrittore francese (o ciò che ne rimane, forse la parte più preziosa) domina la scena vestito da ciclista (come il signor Tirone di Ciprì e Maresco) e cerca di farla finita forse senza successo.

Roy Andersson, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

 

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Non conosciuto dal grande pubblico, secondo alcuni, semplicemente, lo svedese Roy Andersson è tra i cinque registi viventi più grandi del mondo. Al pari di Lynch o Cronenberg. Solo che Andersson è un europeo, e dunque si trova molto più a suo agio a spaziare nei territori che furono di Samuel Beckett e soprattutto (per il cinema) di Luis Buñuel. Ci sono anche i Monty Python e il Jacques Tati di Monsieur Hulot nel suo cinema, solo scaraventati in atmosfere molto meno rassicuranti. Candidabile Leone.

Trois coeurs, di Benoît Jacquot

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Con Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Chaterine Deneuve, Chiara Mastroianni. In mezzo a tanta sperimentazione, auteurs, aspiranti tali e autori pazzi, un sofisticato melodramma borghese dovrebbe sulla carta andare bene. Storia di tradimenti, coincidenze, palpitazioni all’inseguimento dell’amore negato proprio a chi lo cerca. Per signore di ogni sesso e età.

Nynphomaniac vol.II integrale, di Lars von Trier

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Ecco la Gainsbourg in una posa decisamente diversa rispetto a quella del film di Jaquot. A proposito di registi pazzi, geniali e furbacchioni. Potrete vedere al Lido la seconda parte non censurata di Nynphomaniac. Per la maggior parte del pubblico maschile (rapida indagine tra i miei amici) era più importante (vol. I integrale) capire quanto a fondo si spingeva Stacy Marin nei suoi pompini anziché scandagliare con più dovizia di particolari rispetto alla versione censurata le sevizie inferte alla quasi milf Charlotte nel vol. II. Pare però che proprio in questo II vol. integrale (insieme alle profondità di CG) ci siano perfino inserti con dei Thomas Mann d’annata. A ogni modo per adesso l’ingombro è sempre lui. Lars. Terrorizzato com’è da qualunque mezzo che non sia guidato da egli stesso, raggiungerà il Veneto nel suo camper. Ma come fare a superare le acque? Ha preso il brevetto di volo (elicottero) e nautico proprio per questo. Agli organizzatori della mostra comincia a stare già pesantemente sul capo opposto dell’antipatia. Vale a dire: è simpatico.

Belluscone, una storia siciliana, di Franco Maresco

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Il ritorno di quel genio di Maresco. Con un film pare molto bello. Un film autodichiaratamente postumo, visto che il berlusconismo vive ormai in questa forma. E un film, in cui, una volta ancora (come nel miglior Sciascia) si parla della Sicilia per l’Italia. Non è (vale a dire) un film su Berlusconi, ma sull’Italia analfabeta già berlusconizzata prima ancora che Silvio scendesse in campo, e (sempre berlusconizzata) persino dopo che il suo astro è tramontato. È anche un film da cui dovrebbe capirsi se Forza Italia è stato il partito della Mafia. Tra Maresco e Ciprì a parer mio non c’è partita. È Maresco colui che resterà. Del resto, basta vedere come fa recitare Dell’Utri nella clip di qui sotto per capire che la classe non è acqua. Un sogno: vedere Franco Maresco e Abel Ferrara che bevono insieme un whisky in uno degli orrendi bar del Lido.

Birdman, di Alejandro Gonzàlez Inarritu

Si tratta del filmone con Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts che aprirà la Mostra. Inarritu si era fatto molto amare con Amores Perros, aveva raggiunto il successo con 21 grammi, aveva farto storcere la bocca con Biutiful. Birdman è il varco per capire se ha già fatto la fine di Aronofsky o se un compagno che ha volte ha sbagliato.

Fires on the Plain, di Shinya Tsukamoto

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Che gli vuoi dire a Shinya Tsukamoto, il papà di Tetsuo e Tokyo Fist? Niente, perché Tsukamoto è uno dei grandi del cinema mondiale. Qui alle prese con un remake (ma a modo tutto suo) di un classico antimilitarista. Siamo nell’orrenda macelleria del fronte filippino, alla fine della II guerra mondiale, e un soldato senza più bussola né dimora vaga in uno scenario da puro incubo, non così dissimile da ciò che accade ancora oggi nelle parti calde del mondo. Anche qui, sulla carta: possibile Leone. 

La trattativa, di Sabina Guzzanti

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Dovrebbe essere lo speculare del film di Maresco. Dove lì c’è poesia, qui ci sono i documenti. Dove lì l’ambiguità e la complessità etica è il punto di forza, qui dovrebbe esserlo il romanzo delle stragi a tesi. Vale a dire il fatto che la trattativa ci fu, e che in quel periodo assurdo e quasi già dimenticato che l’Italia visse agli inizi degli anni Novanta la nascita di Forza Italia non fu casuale né certo dettata dal pericolo rosso. La Mafia, ovvero una parte dello Stato. Del resto, che il covo di Riina fu perquisito per precisa disposizione delle istituzioni molti giorni dopo la cattura del boss (non trovandoci ovviamente nulla) e che l’agenda rossa di Borsellino sia scomparsa sono fatti che dovrebbero continuare a far riflettere. A ogni modo, anche qui: dopo la proiezione si prevede un gran casino.

Olive Kitteridge, la nuova serie HBO

2002 Toronto Film Festival - "Laurel Canyon" Portraits

Era già successo, succederà ancora. Una serie televisiva a un festival del cinema. In questo caso si fanno le cose in grande. La nuova serie HBO con Frances McDormand al centro della scena, tratto da Olive Kitteridge, romanzo premio Pulitzer di Elizabeth Strout e ormai libro di culto da qualche anno a questa parte. La serie sarà lanciata negli USA nel 2015, e a Venezia sarà trasmessa integralmente. È una mini-serie, quattro puntate, sulla falsariga della formula (una sola serie) dimostratasi vincente con True Detective. I puristi storceranno il naso (“per quanto sofisticate e complesse, le nuove serie tv non sono cinema!”) Per i maniaci del genere, sarà invece una vera e propria manna.

Giovane e favoloso, di Mario Martone martone-leopardi

Martone racconta Giacopo Leopardi, con Elio Germano nel ruolo del poeta di Recanati. Speriamo sia più del buon film che in teoria dovrebbe essere. Anche perché (letterariamente parlando) dovrà vedersela col Pasolini di Ferrara.

Loin des Hommes, di David Oelhoffen

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Tratto da un celebre racconto di Albert Camus. Ambientato durante la guerra d’Algeria. Con Viggo Mortensen nel ruolo dell’insegnante/protagonista che si ritrova in un’avventura inizialmente più grande del suo ruolo. Un western immerso nel fluido magico del pensiero meridiano.

Alix Delaporte, Le Dernier Coup de Marteau

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Attenzione a Alix Delaporte. Grande talento, arriva il secondo film, una storia di marginalità e sentimenti difficili, con al centro una donna e suo figlio adolescente. La regista aveva dato prova di una grande forza narrativa nel precedente Angèle e Tony. Potrebbe essere questo il film che sfonda porte già abilmente prese a calci l’altra volta. Potrebbe essere, vale a dire, la vera rivelazione di questa Mostra del Cinema. Stiamo a vedere.

Hungry Hearts, di Saverio Costanzo

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Con Alba Rohrwacher, Adam Driver e Roberta Maxwell. Adam Driver il bellone di Girls, nuovo mito erotico delle ragazze aggiornate. Girato tutto a New York. Tratto dal Bambino indaco di Marco Franzoso, rigirato a quanto pare come un guanto in chiave polanskiana. Costanzo gira molto bene. “In memoria di me” era un film bello quanto poco visto. Questa è la prova da cui si capirà se Costanzo è in grado di avere la meglio sul proprio talento (e quindi fare un film maiuscolo) o farsi (come a volte ha rischiato) fagocitare in maniera leziosa dalla propria arte non comune.

Anime nere, di Francesco Munzi

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Attenzione a Francesco Munzi. Il suo potrebbe essere (insieme a quello di Maresco) il più bel film italiano presente al Lido. Munzi aveva esordito benissimo con Saimir. Si era un po’ appannato ne Il resto della notte. Ma qui dovrebbe essere arrivato al suo film capolavoro. Così almeno scommette la redazione de “Lo Straniero”, nella quale c’è qualcuno che il film lo ha già visto e giura: “è un capolavoro”. Storia di ‘ndrangheta, girata in chiave nerissima da puro gotico meridionale. Ad alcuni ricorderebbe Fratelli (The Funeral) di Abel Ferrara. 

L’urlo e il furore, di James Franco

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È molto pericoloso affrontare cinematograficamente William Faulkner. Più pericoloso di lui c’è solo Cervantes, su cui quasi ogni regista si è rotto già le corna. Con Proust e Joyce (volendo escludere l’ultimo John Huston, che però si limitava con saggezza a The Dead, racconto simbolo dei Dubliners) manco saggiamente ci si prova. James Franco, faulknerianamente parlando, si è già fatto parecchio male con Mentre morivo (al contrario il suo Figlio di Dio da Cormac McCarthy non era malaccio) e adesso ci riprova addirittura con L’urlo e il furore, interpretando tra l’altro (udite udite) Benj Compson, il personaggio più difficile, cioè il fratello ritardato della celebre famiglia. Il pericolo è il mestiere di James Franco e questo è un merito a patto che non sia incoscienza o tracotanza. Vedremo. 

Realité, di Quentin Dupieux

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Aaaattenzione a quello che potrebbe, dovrebbe, deve diventare il film culto di questa Mostra! Quentin Dupieux, chi è costui per il grande pubblico? Forse qualcuno lo conosce come Mr. Oizo, lo scatenato musicista elettronico che ideò il pupazzetto giallo fuori di testa (agitava la testa su e giù convulsivamente a ritmo di musica) che finì anche nella pubblicità della Levi’s. I cinefili non dimenticano Wrong Cops, film assurdo del 2013. Il problema è che Dupieux è un pazzo. E anche un genio. E con Realité si scatena raccontando sì Hollywood (come epicentro e metafora del male e dell’assurdo), e però scaraventandosi nella direzione opposta rispetto a quella verso cui puntava il Lynch di Mullholland Drive o il più recente Cronenberg di Maps to the Stars. Non la tragedia allucinata, insomma, ma l’allucinazione dei fratelli Marx e di Hollywood Party, senza dimenticare che Dupieux è nato in francia, dunque gli appartiene anche Tatie, Quneneau e l’Oulipo. Se i cinefili in cattedra e naftalina avessero più coraggio, eleggerebbero Dupieux a eroe continentale.

Good Kill, di Andrew Niccol

EXCLUSIVE: Ethan Hawke and Zoe Kravitz get into Air Force costumes while filming scenes for 'Good Kill'

Il film che farà vergognare gli Stati Uniti di avere Obama come miglior presidente possibile, e l’Accademia di Svezia (con stanza però a Oslo) di avergli conferito il Nobel per la pace. Si parla infatti di droni. Meglio, del pilota di droni Ethan Hawke che ogni mattina si sveglia, va in ufficio (nel deserto del Nevada, cioè proprio nei pressi di una città come Las Vegas), uccide talebani e civili afghani dallo schermo di un videogioco, poi torna a casa da moglie e figli. E, molto umanamente, comincia a impazzire. Ora, Andrew Niccol per chi non lo ricorda ha sceneggiato Truman Show. A distanza di vent’anni il piano se uno ci pensa bene si è completamente ribaltato. Prima sembrava tutto vero ma era in realtà falso. Adesso sembra falso (lo schermo e il joystick di un pilota di droni) ma è tutto tragicamente vero.

Ulrich Seidl, Im Keller

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Ve lo ricordate Canicola? Allora ricordate anche Ulrich Seidl e la sua fama di regista estremo. Che qui (trattasi se non sbaglio di documentario) scopre che la realtà è più folle di ogni immaginazione. Cosa si nasconde, infatti, nei seminterrati dei paesini austriaci? La cosa più tenue che può capitare di vedere è il sadomaso estremo. Oppure un gruppo di vecchietti vestiti alla tirolese che cantano inni nazisti. A dimostrazione che l’Austria è la degna patria odiata da Thomas Bernhard e parodiata da chiunque realizzi che non a caso si trova al centro dell’Europa.

Una menzione infine per The look of silence di Joshua Oppenheimer (bravo, coraggioso e molto discusso documentarista), Italy in a Day di Gabriele Salvatores (interessante esperimento di taglia e cuci da materiale altrui da cui dovrebbe ricavarsi una giornata tipo in Italia) e Io sto con la sposa, film-domumentario-verità su un gruppo di italiani che ha violato le leggi comunitarie per far sì che un gruppo di profughi siriani raggiungesse la Svezia.

Ecco. Magari i film più belli saranno altri, ma questo è ciò che io ricavo in fretta e furia dalla conferenza stampa. Un grazie a Valentina Aversano per la ricerca delle immagini in tempo reale e il montaggio frenetico di questo pezzo fatto in fretta e furia.

Infine: piccolo momento di orgoglio autocelebrativo. Consentitecelo, visto che questo blog è tanto popolare quanto povero in canna e a qualche soddisfazione dobbiamo pure aggrapparci. minima&moralia e Venezia. L’anno scorso uno degli autori di minima&moralia, Giorgio Vasta, aveva scritto uno dei film in concorso, “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante. Quest’anno, come l’anno scorso, altri due autori di minima&moralia, Nicola Lagioia e Oscar Iarussi, sono tra i selezionatori della Mostra. Alcuni autori di cui minima&moralia ha parlato in tempi non sospetti sono in giuria quest’anno (Alice Rohrwacher e Roberto Minervini), così come è in giuria – e ne siamo contenti – la scrittrice Jhumpa Lahiri. Il bravissimo Maurizio Braucci ha collaborato al film di Abel Ferrara. Anche quest’anno, come l’anno scorso, la nostra amata Tiziana Lo Porto seguirà i film della Mostra, e (probabilmente come l’anno scorso) Christian Raimo ne stroncherà due su tre, ma il terzo gli sembrerà un capolavoro. Come vedete non ci facciamo mancare neanche la (chiamiamola così) dialettica interna. Viva minima&moralia, e viva pure Venezia, che è una delle poche cose italiane che all’estero si filano.

Buona visione a fine agosto.

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