Vincenzo Latronico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vincenzo-latronico/ un blog di approfondimento culturale Mon, 18 Nov 2019 08:19:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Vincenzo Latronico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vincenzo-latronico/ 32 32 Psycho-Analisi https://minimaetmoralia.it/libri/psycho-analisi/ https://minimaetmoralia.it/libri/psycho-analisi/#comments Mon, 18 Nov 2019 08:19:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41661 Pubblicato per gentile concessione dell'autrice e Bookforum, dove è stato originariamente pubblicato. Traduzione e cura di Vincenzo Latronico. Le citazioni dal libro sono nella versione italiana a cura di Giuseppe Culicchia.

di Andrea Long Chu

"Non ho mai preteso di essere un esperto di millennial," scrive Bret Easton Ellis verso la metà di Bianco, e il lettore vorrebbe disperatamente che ciò fosse vero. Ellis deve la propria fama soprattutto ad American Psycho, uscito nel 1991, un romanzo di culto su un serial killer di Wall Street ossessionato dalla propria immagine, uno speculatore psicotico di nome Patrick Bateman; nell'adattamento cinematografico è stato interpretato da Christian Bale.

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Pubblicato per gentile concessione dell’autrice e Bookforum, dove è stato originariamente pubblicato. Traduzione e cura di Vincenzo Latronico. Le citazioni dal libro sono nella versione italiana a cura di Giuseppe Culicchia.

di Andrea Long Chu

“Non ho mai preteso di essere un esperto di millennial,” scrive Bret Easton Ellis verso la metà di Bianco, e il lettore vorrebbe disperatamente che ciò fosse vero. Ellis deve la propria fama soprattutto ad American Psycho, uscito nel 1991, un romanzo di culto su un serial killer di Wall Street ossessionato dalla propria immagine, uno speculatore psicotico di nome Patrick Bateman; nell’adattamento cinematografico è stato interpretato da Christian Bale.

Dopo vari romanzi via via più metanarrativi e qualche sceneggiatura scadente, White è la prima incursione di Ellis nella nonfiction. Il risultato non è tanto una raccolta, diluita e infiocchettata, di post presi di peso da un blog, quanto una raccolta di post presi di peso da un blog e basta. Più di ogni altra cosa Ellis odia i social media e vorrebbe che i millennial la smettessero di piagnucolare e iniziassero a “comportarsi da adulti” [la formulazione inglese, pull on their big boy pants, ha una sgraziata goffaggine che il traduttore probabilmente ha limato] – è una citazione letterale da questo libro profondamente inutile, la cui esistenza ci sarebbe probabilmente stata risparmiata se solo il fidanzato millennial di Ellis gli avesse mostrato come mettere il mute su Twitter.

Alcune pagine di White sembrano seguire le regole canoniche del memoir: l’infanzia di Ellis, un ragazzino bianco ricco lasciato a sé stesso nella Sherman Oaks degli anni ’70, il che gli ha permesso di coltivare una passione per i film horror più raccapriccianti; il successo folgorante del suo primo romanzo, Meno di zero, che Ellis ha iniziato a scrivere da adolescente e ha pubblicato al terzo anno di college; la tempesta di cocaina in mezzo alla quale, già membro del Brat Pack, Ellis ha scritto American Psycho alla fine degli anni ’80, a Manhattan, fra una festa e l’altra. Questi brani – non mi sento di chiamarli saggi o capitoli – fanno il loro mestiere, e immagino che possano presentare un qualche interesse per i fan interessati a sapere cos’è andato storto nell’adattamento cinematografico di Meno di zero, o cosa si prova a farsi un sacco di droghe.

Ma il vero scopo di Ellis nelle restanti duecento pagine di Bianco, uno sconclusionato pastone di vanagloria e critica culturale, è offendere i giovani lettori di sinistra per permettere a tutti gli altri di crogiolarsi nello spettacolo. Bret Easton Ellis ci tiene a far sapere al mondo che secondo lui “i ragazzi son ragazzi”. Pensa che il #MeToo sia patetico. Pensa che La La Land avrebbe dovuto vincere l’Oscar al posto di Moonlight. Pensa che la HBO avrebbe dovuto produrre quella serie sui Confederati. Pensa che Tyler Clementi, lo studente gay che si è buttato da un ponte dopo che il suo coinquilino lo ha filmato di nascosto mentre limonava, se la sia presa troppo per uno “scherzo piuttosto innocuo da matricola universitaria”. Gli manca Milo Yiannopoulos, e definisce Leslie Jones “una comica di mezza età che non sopportava di essere trollata in modo scorretto eppure caratteristico di Twitter.” Persino il titolo, Bianco, è una provocazione, concepita per anticipare, incitare e sbeffeggiare al contempo ogni accusa di privilegio.

Ellis finge di non sapere nulla di tutto ciò. “Non sono mai stato bravo a capire quali siano le cose che possono offendere,”si schermisce, in maniera per nulla convincente. “Sono stato giudicato e recensito da quando sono diventato un autore edito all’età di ventun anni, e nel corso del tempo mi sono completamente abituato a ricevere commenti positivi e negativi, a essere adorato e detestato.” Questa – come quasi tutto Bianco – è malafede. Chi non si interessa all’opinione degli altri non spreca tempo a ribadirlo ai quattro venti, e di certo non scrive un libro per farlo.

Questo pone un problema per chi, come me, vuole recensirlo: e cioè, se abboccare. Potrei scrivere una recensione furibonda che faccia a pezzi tutte le provocazioni di Bianco, finendo così per dare la sensazione che meritino di essere prese sul serio. Se l’articolo dovesse risultare virale, probabilmente farebbe scattare altre stroncature su siti di cultura pop come Vulture e Vice; magari per un po’ Bret Easton Ellis finirebbe in trending su Twitter, e tutti ci divertiremmo a dargli addosso; e alla fine di tutto questo l’autore tornerebbe a sentirsi importante, e forse finalmente riuscirebbe a scrivere un film che piaccia a qualcuno. Ma perché prendersi la briga? Da anni Bret Easton Ellis viene accusato di essere misogino e razzista, e penso che queste accuse siano vere. Ma come quasi tutte le verità che riguardano Bret Easton Ellis, sono anche molto noiose.

La tesi di Bianco è che la cultura statunitense sia entrata in un periodo di declino profondo, forse irreversibile, e che la colpa sia dei social media e dei millennial. Ovviamente è una tesi ridicola, non perché i social media non abbiano cambiato il mondo enormemente, ma perché posizioni del genere sono immancabilmente radicate in una nostalgia infantile per una forma di comunicazione umana diretta che nei fatti non è mai esistita. È facile immaginare che gli ultimi liberi pensatori dell’antica Mesopotamia si siano stracciati le vesti perché il cuneiforme aveva rovinato la forma del dibattito politico, rimpiangendo i bei tempi in cui bastava lanciarsi sassi in testa.

“A un certo punto nel corso degli ultimissimi anni – e non saprei indicare con esattezza quando – un vago eppure quasi opprimente e irrazionale fastidio ha preso a straziarmi fino a una decina di volte al giorno,” scrive Ellis a pagina uno di Bianco. Naturalmente sta parlando di Twitter, che nella sua mente è governato da una manica di conformisti autoritari che sognano di sopprimere ogni libertà di parola. Questa impressione, a quanto pare, gli deriva dal fatto che qualcuno gli ha scritto delle cattiverie in risposta a dei tweet assolutamente innocui. “Se un gay non può fare una battuta che equipara l’Aids a Grindr (una cosa che io e il mio fidanzato abbiamo usato un mucchio di volte) senza essere disprezzato e considerato uno che odia se stesso, allora ciò è indicativo di un nuovo fascismo,” dichiara Ellis. Ai lettori resta da chiedersi di cosa siano indicativi migliaia di bambini chiusi in gabbia al confine col Messico.

È perfettamente ammissibile prendersela perché alla gente brutta e cattiva non piacciono i tuoi ottimi tweet, ma ci sono dei luoghi specifici in cui lo si può fare, e la redazione di un editore come Alfred A. Knopf [in Italia, Einaudi] non è uno di essi. Speriamo che almeno qualcuno lo inviti in un gruppo WhatsApp. “Twitter tirava fuori il ragazzaccio che è in me,” ammette, il primo uomo a cui sia mai capitato. Eppure se senti di dover spendere pagine e pagine a spiegare cosa intendevi dire quando nel 2012 hai twittato che Kathryn Bigelow, la regista di Zero Dark Thirty, era sopravvalutata perché era “una donna molto figa”, allora non sei solo blandamente sessista, ma sei anche – e questo è molto più rilevante – uno che non ha capito un cazzo di Twitter. Da questo punto di vista, Bianco è semplicemente un caso di analfabetismo. In effetti viene da chiedersi se Ellis, che non riesce a smettere di farsi vanto della negatività della Generation-X, abbia mai studiato con attenzione cosa succede su Twitter, l’istituzione culturale che sprigiona negatività nel modo più creativo che il ventunesimo secolo abbia prodotto, i cui stessi utenti parlano di “sito infernale”.

Ellis chiama i millennial Generazione Inetti, che sembra una battuta da papà [il termine di Ellis, Wuss, significa anche “pappamolle”, “piagnone”, e sembrerebbe più questo il senso che gli interessa]. Questo genere di bullismo fiacco occupa un sacco di spazio in Bianco. I “safe space” appaiono per la prima volta a pagina 9; gli “helicopter parents”, i genitori troppo apprensivi, anche a pagina 9; i premi per la partecipazione a pagina 19. Sono tutti troppo coccolati, frignano tutti come bambini. Ellis compatisce la precarietà economica dei millennial – il suo fidanzato, nonostante la laurea, ha passato un “anno d’inferno” in cerca di lavoro – ma la cruda verità è che la vita è deludente, crudele, e spesso ingiusta. “Certe cose succedono [in inglese: shit happens, più marcato e colloquiale]”, bercia Ellis, come un allenatore di football che vuole solo il meglio per i suoi ragazzi. “Fattene una ragione, piantala di piagnucolare, pigliati un calmante, cresci cazzo.” Cita con approvazione la canzone di accompagnamento della campagna elettorale di Trump, “You Can’t Always Get What You Want.” Viene voglia di dirgli quello che i Rolling Stones hanno detto a Trump: ti prego, smettila.

Questo è l’equivalente di un bue che dà dei cornuti a una generazione di asini. Perché ovviamente è Ellis che non la smette di piagnucolare; è Ellis che chiama ogni critica “oppressione”; è Ellis che, per dire che sui social media le reazioni tendono a essere sproporzionate, parla di una “una diffusa epidemia di allarmismo e catastrofismo.” “Quand’è che la gente ha cominciato a identificarsi in modo così rigido con le vittime, e quand’è che la visione del mondo delle vittime è diventata la lente attraverso cui abbiamo iniziato a guardare ogni cosa?” chiede la vera vittima, un ricco scrittore che vive a Los Angeles. È interessante notare che ogni generazione proietta sulla successiva ciò che più odia di sé. Fa pensare che l’età, invece di renderci più rancorosi, risvegli in noi una nuova fase di ingenuità. Quando i giovani mostrano le sue stesse pecche Ellis diventa irritabile e sprezzante, si offende facilmente – insomma, ritorna bambino.

La prosa di Bianco è informe, confusa, e smaccatamente priva di editing. Si aspetta invano un’immagine che resti impressa. Vari brani riciclano o ripuliscono testi già pubblicati, incluso un inspiegabile articolo uscito su Newsweek nel 2011 sulla differenza fra le celebrità dell’ “Impero” e del “post-Impero” che sembra Marshall McLuhan senza il rigore intellettuale. Per essere uno che va fiero del proprio individualismo piratesco, Ellis usa un linguaggio tanto scopiazzato da risultare ridicolo, un miscuglio di titoli di Breitbart e populismo stranamente apolitico, come uno che ha appena scoperto Nietzsche fra i libri del fratello maggiore. Lamenta “la democratizzazione della cultura”, definisce i social media “orwelliani”, e spara regolarmente espressioni come “pensiero di gregge”, “multinazionale” e l’orrido “status quo”. “Le social-justice warriors non pensano mai come artiste,” dichiara Ellis, come se questa fosse una frase [peraltro, l’impressione che Ellis stia parlando solo di donne è un errore di traduzione. SJW – termine inventato in inglese dalla destra estrema per definire chi fa battaglie per il politically correct – è in inglese un termine neutro, e fra gli scrittori di cui parla Ellis ci sono molti maschi]. Come la sua eroina Joan Didion, Ellis è convinto che lo stile sia tutto; peccato che il libro che ha scritto ne abbia così poco.

Naturalmente è impossibile scrivere un testo privo di stile, come è impossibile cucinare un cibo privo di sapore, eppure Ellis insiste che sia proprio questo che è successo alla cultura statunitense. Il politically correct ha imbavagliato la libertà artistica, e ha risucchiato da Hollywood ogni slancio estetico per farne una marionetta dell’ “ideologia”, che per lui è sinonimo di “i neri”. Da anni Ellis insiste sulla contrapposizione fra ideologia ed estetica ne The Bret Easton Ellis Podcast, in cui si diverte a fare il Cruciani degli intellettuali, parlando di cinema con la voce ispirata e scintillante che hanno gli uomini che non sono costretti a tollerare la scomodità di dover parlare sopra a qualcun altro. La cinefilia, è un dato scientifico, è una malattia cronica per cui non c’è cura, ma Bret Easton Ellis l’ha sposata con gusto.Nell’episodio che ho ascoltato, uscito a febbraio poco prima degli Oscar, Ellis si lamenta per quasi mezz’ora perché Black Panther, a suo parere, è stato nominato solo perché l’Academy, cedendo alla “spinta alla diversità”, ha rimpolpato i suoi ranghi con centinaia di giovani il cui unico merito era essere donne o persone di colore. Dopo l’intermezzo Ellis chiede al suo ospite, il romanziere Dennis Cooper, “una domanda stupida che mi tormenta da qualche anno” – e cioè se il fatto di essere cresciuto fra tutti gli agi, bianco e ricco, nella California meridionale abbia avuto un impatto sull’opera di Ellis. “Anche se, cioè, intendo dire, non so, la classe sociale non si rispecchia necessariamente in ciò che scrivi,” azzarda Ellis, “ma mi chiedo se a volte non sia così.”

Cooper aggira la domanda, ma la risposta la conosciamo tutti. È impossibile non leggere Bianco come un libro che parla di cosa significa essere ricchi e annoiati. Diventa quasi illeggibile quando Ellis arriva finalmente all’ascesa di Donald Trump, che nella sua amoralità sfrenata Ellis si sente di paragonare, positivamente, al Joker interpretato da Heath Ledger in The Dark Knight. Ellis non ha perso tempo a votare; sostiene di non essere né conservatore né liberale. “A un certo punto durante quell’anno e mezzo mi ero reso con- to di essere tante cose diverse,” scrive; su tutte, che è “un romantico.” “Non ho mai creduto sul serio che la politica possa risolvere il cuore di tenebra dei problemi dell’umanità e l’assenza di leggi della nostra sessualità,” sentenzia Ellis, con un acume degno di una tesina di maturità. Ma il suo romanticismo si sgretola dopo le elezioni, quando è costretto a sorbirsi una cena dopo l’altra coi suoi attoniti amici di sinistra. Il loro rifiuto “isterico” di accettare i risultati lo manda su tutte le furie. “la mia prima reazione era: Devi prenderti un sedativo, bello, devi farti vedere da uno bravo, devi piantarla di permettere a quell’«uomo cattivo» di collaborare al processo di autovittimizzazione della tua intera esistenza,” scrive Ellis.

Ellis va a cena alla Polo Lounge di Beverly Hills. Va a cena in un ristorante a West Hollywood. Nell’arco di diciassette pagine Ellis descrive non meno di otto cene con amici, incluso uno scrittore famoso, un regista di pubblicità, e una cinquantenne ebrea di sinistra con un attico su Central Park e dieci milioni di dollari in banca. In un ristorante sul Beverly Boulevard, questa donna “esplode con una furia spastica,” e accusa Ellis di essere un “maschio bianco privilegiato” perché si è azzardato a suggerirle che forse Black Lives Matter ha un problema di PR. “Infine riuscimmo a calmarla,” racconta, “ma la nostra cena ormai era stata rovinata da quella scenata.”Le cene, a quanto pare, sono la prima vittima del fascismo liberale. “Le tue posizioni politiche facevano sì che venissi invitato (o no) a una festa o a una cena,” lamenta Ellis. (La storia di Sarah Huckabee Sanders, l’addetta stampa della Casa Bianca cacciata da un ristorante in Virginia l’estate scorsa, gli ha spezzato il cuore.) Eppure Ellis, un uomo che consiste almeno per il 70% di cene, non sembra neanche considerare l’ipotesi che i suoi amici siano insopportabili non perché sono di sinistra, ma perché come lui sono ricchi, e i ricchi sono sempre orribili.

A un certo punto viene ovvio chiedersi se un uomo che vede 1984 ogni due per tre non sia semplicemente rimasto negli anni ’80. Il paragone fra il serial killer al centro di American Psycho e l’autore del romanzo è un paragone facile. Patrick Bateman e Bret Easton Ellis sono entrambi ricchi. Entrambi vanno a un sacco di cene. Entrambi ammirano Donald Trump. Ellis stesso fa questo paragone verso la fine di Bianco, quando racconta di aver riversato tutta la propria frustrazione “ciò che pareva ci si aspettasse da me e dagli altri componenti maschili della Generazione X, inclusi i milioni di dollari, gli addominali a tartaruga e una fredda amoralità” direttamente in Bateman, “un personaggio di finzione che era la mia peggiore versione di me stesso, l’incubo di me stesso, qualcuno che odiavo ma che allo stesso tempo il più delle volte consideravo, nel suo disperato dibattersi, con compassione.” Per Ellis, che si descrive come un outsider e un freak sin dall’infanzia, la critica sociale di Bateman sembrava “quasi del tutto corretta.”

Come Il giovane Holden, che lo ha preceduto, e Fight Club che lo ha seguito, American Psycho è un libro concepito per convincere dei lettori bianchi, maschi e circondati dagli agi di essere in realtà “outsider, mostri e freak”. La sua diagnosi sociale non era solo che sotto il consumismo vacuo degli anni di Reagan si nascondesse, imprigionata, la rabbia animale dell’individuo represso; era anche che, pure quando questa rabbia fosse stata scatenata – in American Psycho in una serie di omicidi, stupri e atti di cannibalismo e necrofilia – sarebbero stati tutti troppo concentrati su se stessi per accorgersene. Quando Bateman dice a una modella di occuparsi di murders and executions, lei sente mergers and acquisitions. Quando confessa al suo avvocato di aver assassinato un rivale sul lavoro, quello la prende per una battuta. Questa era la “più grande paura” di Bateman, scrive Ellis in White. “E se nessuno se lo fosse filato?” Ellis non si rende conto che anche qui sta parlando di sé, un uomo rabbioso e monotono che ha appena pubblicato un libro che non è altro che una richiesta di attenzione.

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Prigionieri https://minimaetmoralia.it/interventi/prigionieri/ https://minimaetmoralia.it/interventi/prigionieri/#comments Tue, 03 Jan 2017 13:49:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33312 Pubblichiamo un testo di John Berger, originariamente apparso su Guernica, nella traduzione di Vincenzo Latronico, che ci ha gentilmente concesso (fonte immagine).

di John Berger

Adrienne Rich, una meravigliosa poetessa americana, ha detto di recente in una conferenza che “quest’anno, un rapporto dell’ufficio statistico del dipartimento della giustizia ha rilevato che un americano su 136 vive dietro le sbarre – molti in attesa di giudizio.”

Nella stessa conferenza ha citato Yannis Ritsos, un poeta greco:

L’ultima rondine si attarda nel campo,
sospesa a mezz’aria come un nastro nero al polsino
dell’autunno.
Non resta altro. Solo le case bruciate
ancora fumanti.

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berger1

Pubblichiamo un testo di John Berger, originariamente apparso su Guernica, nella traduzione di Vincenzo Latronico, che ci ha gentilmente concesso (fonte immagine).

di John Berger

Adrienne Rich, una meravigliosa poetessa americana, ha detto di recente in una conferenza che “quest’anno, un rapporto dell’ufficio statistico del dipartimento della giustizia ha rilevato che un americano su 136 vive dietro le sbarre – molti in attesa di giudizio.”

Nella stessa conferenza ha citato Yannis Ritsos, un poeta greco:

L’ultima rondine si attarda nel campo,
sospesa a mezz’aria come un nastro nero al polsino
dell’autunno.
Non resta altro. Solo le case bruciate
ancora fumanti.

***

Ho alzato al telefono e ho capito subito che eri tu a chiamare così all’improvviso, dal tuo appartamento in via Paolo Sarpi. (Due giorni dopo le elezioni e il ritorno di Berlusconi.) La velocità con cui identifichiamo una voce familiare che arriva a sorpresa è confortante, ma ha anche un che di misterioso. Perché le misure, le unità che adoperiamo per calcolare la distinzione chiarissima che separa una voce da un’altra, non sono mai state formulate, non hanno nome. Non sono codificate. Di questi tempi, è sempre più raro che qualcosa non lo sia.

Così mi chiedo se non ci siano altre misure, altrettanto inespresse e precise, con cui calcoliamo altri fattori. Ad esempio, la quantità di libertà circostanziale che esiste in una data situazione, la sua ampiezza, la rigidità dei suoi limiti. I carcerati diventano esperti in materia. Sviluppano una sensibilità particolare per la libertà, non in quanto principio, ma in quanto sostanza granulare. Colgono un frammento di libertà quasi immediatamente, ovunque si presenti.

***

In un giorno normale, quando non succede niente e le crisi annunciate ora dopo ora sono le solite– e i politici proclamano per l’ennesima volta che senza di loro sarebbe una catastrofe – la gente si incrocia per strada e si scambia degli sguardi, e con alcuni di questi sguardi verificano se gli altri stanno contemplando la stessa cosa che si ripetono loro: allora è questa la vita!

Spesso è proprio così, e in questa condivisione primaria c’è una specie di solidarietà, prima ancora che si dica o si aggiunga altro.

Sto cercando le parole per descrivere il periodo storico in cui stiamo vivendo. Dire che è senza precedenti significa poco, perché tutti i periodi sono stati senza precedenti da quando è stata scoperta la storia.

Non sto cercando una definizione complessa – molti pensatori, come Zygmunt Bauman, si sono occupati di questo compito essenziale. Non sto cercando nulla più che un’immagine figurativa che funga da pietra miliare. Le pietre miliari non si spiegano completamente da sé, ma offrono un punto di riferimento che può essere condiviso. In questo senso sono simili ai presupposti impliciti contenuti nei proverbi. Senza pietre miliari si corre il rischio umano di girare in tondo.

***

La pietra miliare che ho trovato è il carcere. Niente di meno. Noi, cittadini di tutto il mondo, viviamo in un carcere.

La parola noi, quando viene stampata o pronunciata allo schermo, è diventata sospetta, perché viene costantemente usata da chi detiene il potere per sostenere demagogicamente di parlare anche per coloro a cui il potere è negato. Proviamo a parlare di noi come di un “loro”. Vivono in carcere.

Che tipo di carcere è? Come è costruito? Dove si trova? O sto usando questo termine solo come una metafora?

No, non è una metafora – la carcerazione è reale, ma per descriverla occorre pensare storicamente.

Michel Foucault ha mostrato in modo molto chiaro che il penitenziario è un’invenzione dell’epoca a cavallo fra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, intimamente legata alla produzione industriale, alla fabbrica, e alla filosofia utilitaristica. Prima c’era la galera, un’estensione delle gabbie e delle segrete. Ciò che distingue il penitenziario è la quantità di prigionieri che riesce a contenere – e il fatto che sono tutti costantemente sorvegliati grazie al modello del panopticon, concepito da Jeremy Bentham, che ha introdotto nella filosofia morale i principi della contabilità.

La contabilità prevede che si tenga traccia di ogni transazione. Di qui deriva la pianta circolare del penitenziario, con le celle disposte intorno alla torretta di guardia al centro. Bentham, che è stato anche il tutore di John Stuart Mill agli inizi del diciannovesimo secolo, è stato il più grande difensore utilitarista del capitalismo industriale.

Oggi, nell’era della globalizzazione, il mondo è dominato da un capitale non industriale ma finanziario, e i dogmi che definiscono la criminalità, così come le logiche della carcerazione, sono cambiati radicalmente. I penitenziari esistono ancora, e se ne costruiscono sempre di più. Ma le mura delle carceri hanno uno scopo diverso. Ciò che fa di una zona un luogo d’incarceramento è cambiato.

***

Vent’anni fa ho scritto con Nella Bieski A Question of Geography, un testo teatrale sui gulag. Nel secondo atto, uno zek (un prigioniero politico) spiega a un ragazzino che è appena arrivato le scelte disponibili in un campo di prigionia, i limiti di ciò che può essere scelto. Quando ti trascini verso la cuccetta dopo una giornata a lavorare nella taiga, dopo aver marciato per ore mezzo morto di fame e di stanchezza, ti viene consegnata una razione di pane e minestra. Sulla minestra non hai scelta – va mangiata finché è calda, o perlomeno finché è tiepida. Sui quattrocento grammi di pane hai una scelta. Ad esempio, puoi dividerli in tre parti: una da mangiare subito, con la minestra, una da masticare prima di andare a dormire, l’ultima da conservare fino al mattino alle dieci, quando starai già lavorando da ore nella taiga e lo stomaco vuoto ti sembrerà un macigno in pancia.

Svuoti una carriola piena di sassi. Non avevi scelta –fin qui dovevi spingerla. Ma ora è vuota e hai una scelta. Puoi riportarla indietro come all’andata; oppure – se sei intelligente, e il bisogno di sopravvivere rende intelligenti – la porti così, tenendola quasi dritta. Se scegli il secondo metodo offri un po’ di riposo alle spalle. Se sei uno zek e ti nominano caposquadra, hai la scelta se diventare un secondino o non dimenticarti mai che sei uno zek.

I gulag non esistono più. Però milioni di persone lavorano in condizioni che non sono molto diverse. È solo cambiata la logica penitenziaria applicata ai lavoratori e ai criminali.

All’epoca dei gulag, i prigionieri politici venivano classificati come criminali e ridotti in schiavitù. Oggi milioni di lavoratori sfruttati brutalmente vengono ridotti allo stato di criminali.

L’equazione dei gulag – “criminale = schiavo” è stata riscritta dal neoliberismo come “lavoratore = criminale nascosto”. La nuova formula esprime tutto il dramma delle migrazioni globali; chi lavora è un criminale latente. Basta un’accusa perché si riveli colpevole di voler sopravvivere a tutti i costi.

Più di sei milioni di donne e uomini messicani lavorano negli Stati Uniti senza documenti, e sono pertanto illegali. Un muro di cemento di oltre mille chilometri e un muro “virtuale” di quasi duemila torrette di guardia sono previsti per il confine col Messico. Dei modi di aggirarli – tutti molto pericolosi – saranno, ovviamente, trovati.

Il capitalismo industriale, che dipendeva dalla produzione e dall’industria, e il capitalismo finanziario, che dipende dalla speculazione sul libero mercato e dai prodotti creditizi, prevedono aree d’incarcerazione diverse. Le transazioni finanziarie di tipo speculativo ammontano ogni giorno a 1.300 miliardi di dollari, cinquanta volte la totalità degli scambi commerciali. La prigione oggi copre tutto il pianeta e i suoi diversi rami possono essere chiamati cantiere, campo profughi, centro commerciale, periferia, ghetto, ufficio, favela, sobborgo. L’essenziale è che tutti quelli che si trovano incarcerati in quei luoghi sono compagni di carcere.

***

È la prima settimana di maggio e in collina, in montagna, sui viali e intorno ai cancelli dell’emisfero settentrionale, le foglie degli alberi cominciano a spuntare. Non solo le loro sfumature di verde sono ancora perfettamente distinte: si ha l’impressione che anche le singole foglie lo siano, e ci si trova di fronte a miliardi – ma no, non miliardi (la parola è corrotta dai dollari), ci si trova di fronte a una moltitudine infinita di foglie nuove.

Per i carcerati, i piccoli segnali visibili della continuità della natura sono sempre stati una fonte di incoraggiamento segreto. Lo sono ancora.

***

Oggi lo scopo di quasi tutte le carceri (fisiche, elettroniche, sorvegliate, interrogatorie) non è di tenere dentro i carcerati per correggerli, ma di tenerli fuori per escluderli.

Quasi tutti gli esclusi non hanno nome – per questo le forze di sicurezza sono ossessionate dall’identità. Non hanno neppure numero, e per due ragioni. Primo, perché le loro quantità oscillano; ogni carestia, ogni disastro naturale, ogni intervento militare (ora si dice missione di pace) può ridurne oppure aumentarne la moltitudine. In secondo luogo, perché calcolarne il numero significherebbe riconoscere il fatto che gli esclusi costituiscono la maggior parte degli esseri umani che vivono sul pianeta – e riconoscere questo fatto significa rendersi conto che è assurdo.

***

Vi siete accorti che i piccoli oggetti di consumo sono sempre più difficili da estrarre dalla confezione e dal cellophane? È successo qualcosa di simile alle vite di chi ha un lavoro redditizio. Chi ce l’ha, e non è povero, si trova a vivere in uno spazio molto ridotto che concede sempre meno scelte – tranne quella sempre rinnovata fra obbedienza e disobbedienza. Le ore lavorative, il luogo di residenza, le esperienze e le capacità acquisite in passato, la salute, il futuro dei figli, tutto ciò che non riguarda direttamente la funzione per cui si è impiegati deve prendere un posticino in seconda fila dietro alle esigenze imprevedibili e sconfinate del profitto. La rigidità di questa regola si chiama flessibilità. In prigione, le parole si capovolgono.

La pressione allarmante di certi ambienti lavorativi ha costretto i tribunali giapponesi a riconoscere e definire un nuovo termine di medicina legale – “morte per eccesso di lavoro”.

Nessun altro sistema, si dice a chi ha un lavoro redditizio, potrà funzionare. Non ci sono alternative. Prendi l’ascensore. L’ascensore è una piccola cella.

Da qualche parte nella prigione osservo una bambina di cinque anni che fa lezione di nuovo in una piscina municipale. Indossa un costume blu scuro. Sa nuotare ma non ha ancora la sicurezza di farlo da sola, senza sostegno. La maestra la porta all’estremità della vasca dove l’acqua è più profonda. La bambina salta in acqua aggrappandosi a un bastone sorretto dalla donna. È un modo di farle superare la paura dell’acqua. L’hanno fatto anche ieri.

Oggi vuole che la bambina si tuffi senza reggersi al bastone. Uno, due, tre! Lei salta, ma all’ultimo momento afferra il bastone. Nessuno dice una parola. La donna e la bambina scambiano un sorriso fugace – paziente l’una, vergognosa l’altra.

La bambina si issa sulla scaletta della piscina e torna al trampolino. Ancora!, esclama. Salta con le braccia lungo i fianchi, senza reggersi a nulla. Quando emerge in superficie si trova la punta del bastone proprio davanti al naso. Con un paio di bracciate raggiunge la scaletta senza aggrapparsi.

Sto sostenendo che la bambina col costume blu scuro e la maestra di nuoto coi sandali sono delle carcerate? Di certo nel momento in cui la bambina è saltata senza bastone, nessuna delle due lo era. Però se penso agli anni che verranno, o guardo indietro a quelli già trascorsi, nonostante ciò che descrivo, entrambe rischiano di diventare o di tornare ad essere carcerate.

***

Pensiamo alla struttura di potere del mondo che ti circonda, al funzionamento dell’autorità. Ogni tirannide trova un’attrezzatura di controllo a forza di improvvisazioni. È per questo che spesso non viene riconosciuta sin da subito come tale.

Le forze di mercato che dominano il mondo affermano di essere inevitabilmente più forti di qualunque stato nazionale. Questa affermazione è più vera ogni minuto che passa. Con ogni telefonata non richiesta che prova a convincerti a sottoscrivere un piano pensionistico privato, con ogni ultimatum dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Il risultato è che i governi, perlopiù, hanno smesso di governare. Non indirizzano più un paese verso una direzione che hanno scelto. La parola “orizzonte”, con quella promessa di una speranza futura, è svanita dal discorso politico tanto a destra quanto a sinistra. L’unica cosa su cui si può ancora discutere è come misurare ciò che già c’è. I sondaggi d’opinione sostituiscono la direzione e il desiderio.

I governi non sono più timonieri ma mandriani. (Nelle prigioni statunitensi “mandriano” è uno dei termini con cui vengono definiti i secondini.)

Nel diciannovesimo secolo, il carcere a vita era definito, positivamente, come “morte civile”. Due secoli dopo i governi impongono – con la legge, con la forza, col ricatto economico amplificato dai media – una morte civile di massa.

***

Ma vivere sotto un tiranno in passato non era una forma di prigionia? Non nel senso che sto descrivendo. Ciò che si vive oggi è nuovo per via del rapporto che ha con lo spazio.

È qui che il pensiero di Zygmunt Bauman è illuminante. Bauman fa notare che le forze di mercato che oggi governano il mondo sono extraterritoriali, e cioè “libere da vincoli territoriali – dai vincoli della dimensione locale.” Sono perennemente remote, anonime, e quindi non devono mai tenere conto delle conseguenze fisiche, locali, delle loro azioni. Cita Hans Tietmeyer, presidente della banca federale tedesca: “La nostra missione, oggi, è creare condizioni favorevoli alla fiducia dei mercati.” È la priorità suprema.

Ne consegue che il controllo della popolazione mondiale – che consiste di produttori, consumatori, e poveri emarginati – è l’unico compito affidato ai governi nazionali obbedienti.

Il pianeta è un carcere e i governi obbedienti, di sinistra o di destra, ne sono i mandriani.

***

Il sistema carcerario opera grazie alla rete. La rete offre ai mercati una velocità di scambio praticamente istantanea, sfruttata in tutto il mondo giorno e notte. È da questa velocità che deriva la licenza extraterritoriale di questa tirannia. E però tale velocità ha un effetto patologico su chi se ne avvale: li anestetizza. Qualunque cosa succeda, è “business as usual.”

Quella velocità non lascia spazio al dolore; forse all’annuncio del dolore, ma non all’atto di soffrirne. Di conseguenza la condizione umana è bandita, esclusa da chi si trova ad operare il sistema. Sono costretti a stare da soli e sono costretti ad essere senza cuore.

Un tempo i tiranni erano spietati e inaccessibili, ma vivevano accanto a chi soffriva delle loro decisioni. Questo non vale più, e probabilmente è qui la debolezza del sistema.

***

Sono (siamo) compagni di carcere. Quest’ammissione, quale che sia il tono di voce con cui viene fatta, contiene un rifiuto. In nessun luogo come in carcere si calcola e si aspetta il futuro come qualcosa di drasticamente contrario al presente. I carcerati non accettano mai il presente come definitivo.

E nel frattempo, come vivere in questo presente? Che conclusioni trarne? Che decisioni prendere? Come agire? Ho qualche linea-guida da suggerire, ora che abbiamo stabilito una pietra miliare.

Da questa parte del muro di cinta si ascolta con attenzione l’esperienza, e nessuna esperienza è ritenuta obsoleta. Qui si rispetta la sopravvivenza, e si sa che spesso questa dipende dalla solidarietà fra prigionieri. Le autorità lo sanno – per questo impongono le misure di isolamento, separandoci fisicamente dalla storia, dal passato, dalla terra, e soprattutto da un futuro comune.

Ignora ciò che ti dice il secondino. Ovviamente ci sono secondini cattivi e altri meno cattivi. A volte è utile tenere a mente la differenza. Ma ciò che dicono – anche i meno cattivi – sono stronzate. I loro inni, i loro feticci, le loro parole magiche sicurezza, democrazia, identità, civiltà, flessibilità, produttività, diritti umani, integrazione, terrorismo, libertà – li ripetono fino alla nausea per confondere, dividere, distrarre e sedare tutti i compagni di carcere. Da questa parte del muro di cinta le parole dei secondini non hanno senso e non servono più a pensare. Non attraversano nulla. Rifiutale anche quando mediti in silenzio fra te e te.

Di contro, i carcerati hanno sviluppato un vocabolario proprio per pensare. Molte parole sono segrete, molte hanno infinite variazioni locali. Sono paroline o piccole espressioni che ciononostante contengono un mondo: ti-mostro-come-si-fa, a-volte-mi-chiedo-se, pajarillo, c’è -movimento-nell’ala-B, perquisizione, prendi-questo-orecchino, morto-per-noi, provaci-adesso, ecc.

Fra carcerati ci sono conflitti, a volte violenti. Tutti i carcerati sono ridotti in schiavitù, ma ci sono vari gradi di schiavitù e le differenze fra questi gradi generano invidia. Da questa parte del muro di cinta la vita vale poco. Il fatto stesso che la tirannia sia senza volto incoraggia la caccia al capro espiatorio, la ricerca di nemici facili da identificare fra gli altri carcerati. Le celle asfissianti diventano un manicomio. I poveri attaccano i poveri, gli sfollati saccheggiano gli sfollati. I compagni di carcere non vanno idealizzati.

Ma senza idealizzazioni prendi nota che ciò che hanno in comune – la sofferenza insensata, la capacità di sopportazione, l’astuzia – è più significativo, più rivelatorio, di ciò che li separa. Di qui nascono nuove forme di solidarietà. La nuova solidarietà comincia dal riconoscimento reciproco della differenza e della molteplicità. Allora è questa la vita! Una solidarietà, non di masse ma di interconnessioni, molto più adatta alla vita in carcere.

***

Le autorità fanno tutto ciò che possono perché i carcerati non siano al corrente di ciò che accade nel resto del carcere. Non è un indottrinamento, nel senso più aggressivo del termine. L’indottrinamento è riservato alla piccola élite di speculatori e manager ed esperti di mercato. Per quanto riguarda la massa, lo scopo del carcere non è di attivarle ma di tenerle in uno stato di incertezza e passività, di ricordare loro senza rimorso che nella vita non ci sono che rischi, e che la terra è un posto pericoloso.

Per farlo vengono impiegate informazioni scelte con cura, informazioni false, commenti, dicerie, finzioni. Questa operazione, nella misura in cui ha successo, propone e sviluppa un paradosso allucinatorio, perché porta la massa a credere che la priorità di ognuno sia di predisporre la propria protezione personale da tutti gli altri, guadagnandosi in qualche modo, persino in carcere, un’eccezione individuale al destino comune. L’immagine dell’umanità trasmessa da questa visione del mondo è davvero senza precedenti. L’umanità viene presentata come fatta di codardi; solo i vincitori sono coraggiosi. Non ci sono regali; solo premi.

I carcerati hanno sempre trovato modi di comunicare fra loro. Nel carcere globale la rete può essere impiegata contro gli interessi di chi l’ha messa in piedi. Così i carcerati possono informarsi su cosa fa il mondo giorno dopo giorno, e seguire storie inascoltate del passato, e stringersi spalla a spalla con i morti.

Nel farlo riscoprono i piccoli regali, gli esempi di coraggio, la rosa nella cucina in cui non c’è abbastanza da mangiare, i dolori indelebili, l’infaticabilità di una madre, la risata, il mutuo soccorso, la resistenza sempre più vasta, i sacrifici volontari, altre risate…

Sono messaggi brevi ma si propagano nel silenzio delle loro (delle nostre) notti.

***

L’ultima linea guida non è tattica ma strategica.

Il fatto che i tiranni siano extraterritoriali spiega la loro capacità di sorveglianza, ma indica anche una debolezza potenziale. Operano nello spazio virtuale, alloggiano in condomini custoditi da guardie armate. Non conoscono la terra che li circonda. Non solo: disprezzano quella conoscenza come qualcosa di superficiale. Contano solo le risorse estraibili. Non ascoltano la terra. All’aperto sono ciechi. Nella dimensione locale si perdono.

Per i compagni di carcere vale il contrario. Le celle hanno pareti che si toccano attraverso il mondo. Un atto efficace di resistenza si inserirà in ogni dimensione locale, vicina e lontana. Una resistenza periferica, l’ascolto della terra.

La libertà viene scoperta lentamente, non fuori dal carcere ma nel suo cuore più profondo.

***

Non solo ti ho riconosciuta subito, mentre mi parlavi dal tuo appartamento in via Paolo Sarpi; ho anche intuito dalla tua voce come ti sentivi. Ho indovinato la tua esasperazione, o meglio, una sopportazione esasperata mista – ed è così tipico di te – ai passi svelti della speranza che verrà.

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L’assedio di un figlio nell’esordio di Marco Peano https://minimaetmoralia.it/libri/lassedio-di-un-figlio-nellesordio-di-marco-peano/ https://minimaetmoralia.it/libri/lassedio-di-un-figlio-nellesordio-di-marco-peano/#comments Tue, 24 Feb 2015 09:19:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25418 Pubblichiamo la recensione di Giorgio Vasta, uscita sul manifesto, sul romanzo d'esordio di Marco Peano L'invenzione della madre. Vi segnaliamo due appuntamenti con Marco Peano: oggi, martedì 24 febbraio, alle 19 alla libreria Therese di Torino con Vincenzo Latronico; domani, mercoledì 25, alle 19 alla libreria Centofiori di Milano con Michele Mari. Qui tutti gli incontri in calendario. (Immagine: Salvador Dalì, Donna seduta)

«Io gli giro intorno: con circospezione, con impazienza, con rabbia». La prima frase di Le parole tra noi leggere di Lalla Romano, il libro in cui la scrittrice piemontese descrive il legame con il figlio, individua una specifica declinazione della forma romanzo: non tanto il racconto mobile di fatti tra loro concatenati, quanto il progressivo accerchiamento di un’unica figura. Non il divenire ma il circoscrivere, non la fluidità bensì la stasi; non – ancora – l’illustrazione di ciò che accade bensì l’estrazione se non l’estorsione di un senso da ciò che di senso appare privo.

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Sırttan-Resmedilmiş-Oturan-Genç-Kız-Seated-Girl-Seen-from-the-Back

Pubblichiamo la recensione di Giorgio Vasta, uscita sul manifesto, sul romanzo d’esordio di Marco Peano L’invenzione della madre. Vi segnaliamo due appuntamenti con Marco Peano: oggi, martedì 24 febbraio, alle 19 alla libreria Therese di Torino con Vincenzo Latronico; domani, mercoledì 25, alle 19 alla libreria Centofiori di Milano con Michele Mari. Qui tutti gli incontri in calendario. (Immagine: Salvador Dalì, Donna seduta)

«Io gli giro intorno: con circospezione, con impazienza, con rabbia». La prima frase di Le parole tra noi leggere di Lalla Romano, il libro in cui la scrittrice piemontese descrive il legame con il figlio, individua una specifica declinazione della forma romanzo: non tanto il racconto mobile di fatti tra loro concatenati, quanto il progressivo accerchiamento di un’unica figura. Non il divenire ma il circoscrivere, non la fluidità bensì la stasi; non – ancora – l’illustrazione di ciò che accade bensì l’estrazione se non l’estorsione di un senso da ciò che di senso appare privo.

L’invenzione della madre, romanzo d’esordio di Marco Peano (minimum fax), è la storia di un assedio. Quello in cui, sulla falsariga del libro di Lalla Romano, un figlio stringe una madre – la storia della sua morte e della sua vita, il tempo che precede la fine e il tempo che la segue. Concentrandosi ostinatamente (fino all’autoipnosi) sulla inconcepibilità della scomparsa, la scrittura crea un nesso, in teoria paradossale ma in realtà del tutto logico, tra il trauma e l’incanto. Perché – ed è solo una tra le ragioni per le quali l’esordio di Peano lascia ammirati – quando il dolore prende il sopravvento, lo stato di sospensione che subentra ha qualcosa di simile allo stupore. Il lutto, allora, non si limita a essere un periodo da elaborare, offrendosi semmai come un punto di vista sul mondo; come qualcosa, cioè, che trascendendo la contingenza si fa perdurante escatologia.

Fin dal principio Mattia, il protagonista del romanzo – ventisei anni, studi di cinema interrotti, commesso in una videoteca, il quotidiano come un fermo immagine –, consegna se stesso alla registrazione insieme ossessiva e delicata di ogni fenomeno connesso alla morte della madre. Dalla notizia della sua seconda caduta domestica, segnale della recidiva del tumore, che arriva via cellulare mentre Mattia è seduto in macchina, il finestrino che lascia penetrare il freddo nell’abitacolo («Si era trattato semplicemente di un repentino abbassamento della temperatura: eppure la morte di ogni organismo avviene così»), all’istante in cui nello schermo spento della tv è riflesso il corpo della madre appena morta, al giorno nel quale, dopo la fine, il figlio estrae il termometro dall’astuccio per misurarsi la febbre e si rende conto che il 38.5 segnato dalla colonnina di mercurio è «l’ultima temperatura della madre, un paio d’ore prima che morisse», Mattia è condannato a quella che percepisce come un’autopsia del presente. Vale a dire che non può far altro che vedere corrispondenze, coincidenze, situazioni che accidentalmente eppure inevitabilmente si mettono in rima: esplorare metafore, studiare etimologie. Perché laddove, al cospetto della morte, tutto perde senso, allora tutto deve avere senso, ogni particella di realtà è sintomatica e rivelatrice, il significato deve nidificare ovunque.

E nonostante ciò tutto resta intollerabile e l’indagine non conduce a nulla se non a immaginare di poter conservare il fiato della madre in una serie di palloncini così da poterne affrontare la mancanza futura inalandone il respiro. Viene in mente il James Ellroy di I miei luoghi oscuri – a sua volta la storia di un’indagine, quella sull’omicidio della madre dello scrittore californiano («La sua morte aveva corrotto la mia immaginazione e mi aveva fornito doni che avrei potuto sfruttare»), la scena in cui, raggiunto il magazzino prove e reperti dove è archiviato ciò che la donna indossava al momento dell’assassinio, il figlio porta al viso reggiseno calze e vestito annusando la stoffa in cerca di un odore.

Ed è forse proprio nell’euforia e nella frustrazione suscitata dall’inseguimento della vita molecolare che il romanzo di Marco Peano trova il suo fondamento. Mattia vuole assorbire la madre e vuole esserne assorbito, vuole sciogliersi in lei e dissolverla – così preservandola per sempre – nel suo stesso corpo. La confusione identitaria non è temuta e rischiata bensì desiderata e tenacemente perpetrata. Sentire la mancanza è una condizione insuperabile nonché biunivoca: «Mattia non solo sente la mancanza di sua madre, ma sa che lei, ovunque sia, qualunque cosa sia – puro spirito, energia, pensiero, nulla assoluto – avverte (in misura ancora maggiore, eterna) la mancanza di lui».

Siamo oltre ogni vincolo razionale, dunque esattamente nel luogo in cui la letteratura deve avventurarsi. Lo stesso luogo perlustrato anche in Geologia di un padre – ancora un libro dove chi genera è un continente e chi è stato generato usa la scrittura come una bussola –, quando Valerio Magrelli scrive: «Mi guardo attraverso i suoi occhi: ci siamo morti entrambi, reciprocamente». E poco oltre: «Morendo, lui ha perso suo figlio».

E dunque, se la fine di chi ci ha generati è una vertigine, se non essere più percepiti dalla madre ci fa scomparire a noi stessi, allora inventare – invenire, trovare, scoprire – è un modo per coesistere con la fine medesima. Bellissimo ed emblematico in tal senso ciò che accade nel tempo minimo e infinito che precede la morte, quando Mattia legge un libro alla donna che accanto a lui è sprofondata nell’incoscienza: «Il figlio immagina le frasi da lui pronunciate riempirle il corpo. Toccarsi tra loro, urtarsi – le lettere che s’agganciano, che formano organi di sintassi, intestini grammaticali. Le parole si infrangono e ricombinano come solo le onde. Mescolandosi, danno origine a termini nuovi. Una seconda circolazione sanguigna che percorre il corpo della madre e lo rigenera».

L’invenzione della madre è un romanzo negromante in cui la scrittura è colonna vertebrale della mancanza. Ed è un romanzo che per duecentocinquanta pagine, pur non facendo altro che mettere in scena una lingua mite e attenta, si trattiene dal pronunciare una singola specifica parola, una parola-ordigno impudica e perfetta, originaria e insostenibile, l’articolazione elementare delle labbra che si schiudono e si richiudono e di nuovo si schiudono per dare alla luce, dalla bocca, il suono primo in cui ogni madre è nutrimento e dubbio. Una parola che, a forza di venire taciuta, viene poco a poco guadagnata, meritata, resa possibile e necessaria soltanto in conclusione del libro. Nel momento in cui comprendiamo che l’assedio non può avere termine e che la letteratura – ciò che usiamo per prenderci cura dell’incurabile – serve a renderlo illimitato.

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Dimmi due cose, Don https://minimaetmoralia.it/estratti/donald-barthelme/ https://minimaetmoralia.it/estratti/donald-barthelme/#comments Mon, 07 Apr 2014 09:03:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19872 Il 7 aprile 1931 nasceva Donald Barthelme. Pubblichiamo la prefazione di Vincenzo Latronico alla raccolta di racconti La vita in città.

di Vincenzo Latronico

Cos’è esattamente che rende i racconti di Barthelme così teneri, così accattivanti? C’è un’emozione o un’atmosfera molto precisa che li caratterizza. È un’emozione che non ha nome. A volte la si può chiamare «dolcezza», altre volte «ironia», a tratti «divertito cinismo». Ma questo significherebbe ascriverla alla voce dell’autore, al modo in cui si racconta: mentre è chiaro che ha a che fare con le situazioni che vengono raccontate. Sono situazioni che toccano e fanno ridere e muovono a pietà; rivelano qualcosa di profondo sull’interiorità dei personaggi, sui nostri sentimenti e meccanismi mentali, e insieme mostrano che è una rivelazione da poco. Eccola qui la realtà, sembra dire Barthelme: è profondissima ed è struggente ed è qualcosa da riderci su. Se anche a lui fosse toccata la canonizzazione metonimica di Pirandello e di Kafka chiameremmo quest’emozione o quest’atmosfera «barthelmiana»; gli dei della storia letteraria, o forse i numi protettori dell’etimologia, hanno impedito che fosse così.

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Donald-Bartheleme

Il 7 aprile 1931 nasceva Donald Barthelme. Pubblichiamo la prefazione di Vincenzo Latronico alla raccolta di racconti La vita in città.

di Vincenzo Latronico 

e sai quel che si tace. 

Dante,

Inferno, xix, 39

Cos’è esattamente che rende i racconti di Barthelme così teneri, così accattivanti? C’è un’emozione o un’atmosfera molto precisa che li caratterizza. È un’emozione che non ha nome. A volte la si può chiamare «dolcezza», altre volte «ironia», a tratti «divertito cinismo». Ma questo significherebbe ascriverla alla voce dell’autore, al modo in cui si racconta: mentre è chiaro che ha a che fare con le situazioni che vengono raccontate. Sono situazioni che toccano e fanno ridere e muovono a pietà; rivelano qualcosa di profondo sull’interiorità dei personaggi, sui nostri sentimenti e meccanismi mentali, e insieme mostrano che è una rivelazione da poco. Eccola qui la realtà, sembra dire Barthelme: è profondissima ed è struggente ed è qualcosa da riderci su. Se anche a lui fosse toccata la canonizzazione metonimica di Pirandello e di Kafka chiameremmo quest’emozione o quest’atmosfera «barthelmiana»; gli dei della storia letteraria, o forse i numi protettori dell’etimologia, hanno impedito che fosse così.

È di questa emozione che vorrei parlare. Per farlo porterò ad esempio un racconto intitolato «Il pallone», che non è presente in quest’antologia.[1] È il primo testo di Barthelme che io abbia letto, e insieme al desiderio di non fare «spoiler» è di certo per questo che ne parlo qui. Ma l’atmosfera che lo permea si ritrova in moltissimi altri suoi scritti: in questa raccolta si respira qualcosa di molto simile, ad esempio, in «Sugli angeli».

Questa ripetitività, che pure si trova spesso negli scritti di Barthelme, non va vista come la ripetitività di un artista di successo che trova il suo prodotto e lo rivende con variazioni minime. La visione di un quadro a pallini di Damien Hirst fa perdere ogni interesse per gli altri; la lettura del «Pallone» aumenta quello per i racconti di Don Barthelme. È piuttosto l’effetto di una «ossessione» (termine che Barthelme probabilmente avrebbe odiato, per tutta la sua gravità ottocentesca, baffuta). In un suo altro racconto un attore dice allo sceneggiatore che la sua scelta professionale lo lascia molto perplesso. «In fondo», gli dice, «tu sei una persona convinta che il senso della vita sia descrivere la vita. Non ti sembra assurdo?»

Il senso della vita, secondo Barthelme, era probabilmente descrivere pezzi di vita fatti così.

«Il pallone» è un resoconto preciso e impersonale delle reazioni degli abitanti di New York all’improvvisa apparizione di un enorme pallone nel cielo, a coprire svariati isolati di Manhattan. Più che un racconto appare una sorta di reportage: è tutto in terza persona, e usa un linguaggio curiosamente tecnico, freddo, benché qualcosa nel testo riesca a sabotare la precisione dei termini «oggettivi» suscitando nel complesso un’impressione di vaghezza quasi onirica.

Dalla descrizione si capisce che il pallone è ancorato tramite dei cavi che gli permettono di essere manovrato da una parte all’altra dell’isola; che è di colori naturali – marrone, grigio, verde – e ha una superficie superiore variegata e praticabile, come un paesaggio collinare. Nessuno sa che cosa ci faccia lì.

Il testo muove dalla descrizione del pallone all’osservazione di ciò che suscita nei cittadini. Alcuni provano stupore, altri se ne sentono oppressi. C’è chi crede che sia una trovata pubblicitaria. Dopo un po’ viene assunto a punto di riferimento nel paesaggio urbano: ci si dà appuntamento sotto un punto preciso del pallone, o in corrispondenza di una sua sezione. La sua presenza innesca un dibattito di natura estetica e morale su cosa debba significare e come sia appropriato reagirvi. In molti si avventurano a esplorarne la sommità, in cerca di solitudine, di avventura o di divertimento.

Arrivati a questo punto, quasi alla fine, è evidente che il finto reportage è un’allegoria della letteratura o forse della creazione artistica. Ma «Il pallone» non è un’allegoria. Vale la pena citare per intero gli ultimi paragrafi:

Il pallone, durante i ventidue giorni della sua esistenza, consentì, nella sua casualità, di far vagare liberamente l’io di molti, in contrapposizione con la rete di sentieri precisi, squadrati, sotto i nostri piedi. Il cospicuo grado di specializzazione ormai comunemente richiesto, e la conseguente preferenza per impieghi a lungo termine, sono stati determinati dall’importanza sempre crescente, virtualmente in ogni tipo di lavorazione, di macchinari molto complessi. Col crescere di tale tendenza, un numero sempre maggiore di persone, tormentate da un penoso senso di inadeguatezza, ricercherà soluzioni per le quali il pallone può venir considerato come un prototipo, o «abbozzo».

Ci incontrammo sotto il pallone, al tuo ritorno dalla Norvegia. Mi chiedesti se era mio; ti risposi di sì. Il pallone, dissi, è una spontanea apertura autobiografica, connessa con il disagio da me provato in tua assenza, e con l’astinenza sessuale, ma ora che il tuo soggiorno a Bergen è terminato, esso non è più necessario e neppure pertinente. Rimuovere il pallone non fu difficile: autofurgoni con rimorchio portarono via il telone ormai sgonfio, che ora giace in un magazzino nel West Virginia, in attesa di un nuovo periodo d’infelicità. Un giorno, chissà, quando io e te avremo litigato.

È difficile dire quale sia la ragione della commozione che investe il lettore a questo punto (o, perlomeno, di quella che ha investito me e tutti quelli con cui ne ho parlato). C’entra la sorpresa: l’improvvisa risposta a una domanda che il lettore si è posto sin dalla prima riga e che finora è stata non solo evasa, ma addirittura taciuta completamente (chi ha messo lì quel pallone?). C’entra un altro tipo di sorpresa: l’apparizione del narratore, e quindi la trasformazione di un discorso impersonale in uno con una fortissima connotazione emotiva. L’emozione, credo, non sta nel fatto che il pallone fosse una dichiarazione d’amore – questo è stravagante, implausibile, eccessivo. Sta nel fatto che lei lo sa già.

C’entra, infine, il fatto che queste sorprese siano parallele a una vertiginosa banalizzazione dell’argomento stesso del testo. Prima era un racconto quasi fantascientifico, forse un’allegoria della letteratura; poi è la storia di due tizi che litigano e fanno pace.

Quello che accomuna tutti questi elementi è che si basano su qualche cosa che non viene detto – il centro del racconto, e di moltissimi altri di Barthelme, è questo speciale silenzio. L’autore non ci dice chi ha fatto il pallone, né che questi è il narratore che ci sta raccontando. Il creatore del pallone non dice alla sua innamorata che gli dispiace, che gli manca, che la ama ancora: preferisce creare una struttura dispendiosissima e spropositata confidando che lei colga il messaggio.

L’emozione di cui vorrei parlare è legata proprio a questa reticenza, che è tanto ermetica quanto inspiegabile. Perché non dire le cose importanti? Perché rischiare di essere travisati a questo modo? Perché non me lo dici chiaro, Don?

L’ironia è la figura retorica che prevede di esprimere una cosa dicendone il contrario – o, più genericamente, tacendola. È anche il tono portante di quella che semplificando chiamiamo «letteratura postmoderna», fra i cui padri fondatori, semplificando, si può contare Don Barthelme. Lo stesso Barthelme ha dedicato vari racconti alla natura dell’ironia – uno è incluso in questa raccolta. In esso ci si chiede, fra le altre cose, se l’ironia possa cambiare il governo, e si afferma che «la realtà dell’ironia è la poesia».

I due usi più comuni dell’ironia sono legati alla derisione e alla seduzione. Si tratta in entrambi i casi di messaggi che, se taciuti, vengono meglio. Peggio di un insulto è il sospetto di un insulto; più scombussolante di una dichiarazione è una frase che potrebbe essere una dichiarazione (ma lo è? lo è davvero?). Al centro della comunicazione è un silenzio, e dalla capacità di capire cosa esso nasconda dipende la creazione di un legame tanto più forte perché implicito, come una stretta di mano nascosta.

Molta letteratura postmoderna si è sviluppata intorno all’idea che certe cose non si possano dire. Perché ormai trite e perciò insignificanti, secondo Eco; perché legate a un modo di ordinare logicamente la realtà che si è rivelato inconsistente, secondo il post-strutturalismo francese. Poco importa come mai lo si faccia, l’importante è tacere, e dedicarsi anima e corpo a danzare intorno al cuore delle cose senza toccarlo mai.

C’è chi usa più l’anima, chi più il corpo. David Foster Wallace, nella Scopa del sistema, lascia molto di rado la voce ironica che lo contraddistingue, e proprio per questo quando lo fa acquisisce l’intensità travolgente di una rivelazione troppo a lungo rimandata. I suoi lettori hanno la sensazione di essere più intelligenti, leggendolo: appunto perché capiscono cosa non viene detto. John Barth, invece, fa qualcosa di simile all’allegoria: leggendo un romanzo come Giles ragazzo-capra si ha la chiarissima percezione che in realtà si stia parlando d’altro. I personaggi drammatici ed esilaranti, le vicende leggere e surreali sono marionette e fondali di cartapesta dietro cui si nasconde un discorso ben più profondo e «realistico». E non si nasconde neppure troppo bene.

È evidente per quale ragione l’opera di Barthelme può essere accostata a questo tipo di letteratura: mostra, in apparenza, la stessa fuorviante gaiezza, lo stesso amore per il nascondino. Ma è un’apparenza ingannevole. L’allegoria e l’ironia sono accomunate dal fatto che svalutano ciò che viene detto – «distruggono la realtà», nelle parole dello stesso racconto di cui sopra. Ciò che viene detto (o mostrato) appare immediatamente come insignificante, privo di valore, utile solo a ricostruire ciò che viene taciuto. Il mondo che viene presentato ironicamente o allegoricamente non ha importanza: ha importanza ciò che c’è sotto. Ci sono due livelli, la superficie e la profondità: e l’atto stesso di vedere la seconda richiede, preliminarmente, che si sia rifiutata la prima.

Nei racconti di Barthelme non si rifiuta niente, non si svaluta niente. Il pallone è sia un’allegoria della letteratura che un messaggio d’amore. Ha senso in quanto messaggio d’amore solo perché potrebbe essere anche qualcos’altro, e in parte lo è, e tuttavia l’amata senza nome a cui il narratore dà del tu capisce cosa significa senza bisogno di dirlo. Non c’è un livello visibile che rimanda a un altro invisibile: ci sono tutti e due.

«Mi avvicinai al simbolo, con tutte le sue stratificazioni di significato», si conclude «La montagna di vetro», un altro racconto di questa antologia, «ma non appena lo toccai si trasformò in niente più che una splendida principessa».

Da quello che ho scritto potrebbe sembrare che i racconti di Barthelme siano dei cruciverba con la soluzione accanto, delle battute ironiche spiegate. Non è così. Barthelme fa più che mostrare per quale ragione una cosa ne rappresenta un’altra: mostra che questo è un aspetto inevitabile del mondo. Ci guardiamo intorno, e vediamo cose strabilianti e cose banali, e tracciamo connessioni fra queste cose e noi stessi, trasformandole in simboli e in metafore e in presagi. Ma non dipende dal fatto che un autore le abbia messe lì per questo, o dalla «natura» di queste cose, quale che essa sia. Dipende da noi, che ragioniamo così, specchiandoci.

Se il senso della poesia è mostrare la trascendenza nella realtà quotidiana, si capisce come mai Barthelme sostenesse che la realtà dell’ironia – di questo tipo di ironia, di questo silenzio – è la poesia. Una poesia del genere è quanto di più realista si possa immaginare, e stupisce che Barthelme sia spesso visto come un autore «surreale»: i suoi racconti sono intrisi di un profondissimo amore per la realtà. Il mondo di Barthelme è traboccante di significati e simboli, ma lo è in modo quotidiano, banale e perciò stesso molto più vero e sentito: è come quello in cui viviamo.

Questa realtà non deve essere nobilitata da un’allegoria o scusata dal sottinteso scherzoso per essere degna d’interesse. I simboli non sono oggetti o situazioni speciali che qualcuno ha voluto che rimandassero a qualcos’altro: sono cose, guardale, stanno lì tutt’intorno. Ci troverai dei significati, alcuni importantissimi e altri ovvi e altri no. Ma ce li troverai lo stesso, perché non puoi farne a meno e perché le cose sono ambigue e aperte. E trovandoli, sentendoli particolarmente adeguati a qualcos’altro, una cosa di cui avevi bisogno o a cui stavi pensando in quei giorni o a cui da mesi ti sforzavi di non pensare, proverai una certa emozione.

È un’emozione che ha la tenerezza del riconoscimento e il divertimento della battuta di spirito e il gusto perverso dell’ambivalenza; è un’emozione piccola, perché piccole sono le cose da cui nasce e fragile il legame di significato che le riconduce a te. È un’emozione preziosa perché ambigua, nata con uno sguardo d’intesa nel silenzio e una stretta di mano segreta. L’emozione che si prova leggendo Barthelme somiglia a questa emozione.

***

Mi vedevo con Elvia da qualche settimana quando mi ha scritto che mi doveva parlare. Non mi è sembrato un buon segno. Ci siamo incamminati lungo il canale mentre mi diceva che era preoccupata dal fatto che, fra di noi, non funzionava l’ironia. Non è che non ridessimo (ridevamo) o che non ci capissimo (ci capivamo). Ma ogni volta che uno dei due provava a dire qualcosa di ironico non veniva capito, ed era costretto a spiegarsi o a sentirsi incompreso e distante. Alla lunga, mi diceva Elvia, questo aveva fatto sì che rinunciassimo completamente a dire ciò che correva il rischio di essere travisato.

Ci ha tenuto a specificare che non intendeva che le nostre conversazioni fossero piatte o noiose (ma non sono sicuro che non lo intendesse). Forse aveva a che fare con la barriera linguistica, o con la differenza d’età. Eppure, nonostante queste spiegazioni, aveva la sensazione che qualcosa non andasse, che questo fosse un problema o che presagisse un problema.

Non abbiamo dormito insieme, quella sera, e poi sono partito per qualche mese in Italia: prima di andarmene le ho mandato una mail con allegato «Il pallone». Ero già a Milano quando mi ha scritto che il racconto le è piaciuto molto. Non so se abbia capito.

 

 


[1]. È contenuto in Atti innaturali, pratiche innominabili, minimum fax, Roma 2005; si può leggere anche online.

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The Circle di Dave Eggers sulla stampa americana https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/the-circle-dave-eggers/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/the-circle-dave-eggers/#comments Thu, 05 Dec 2013 14:30:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16850 di Emanuele Atturo

Mentre Snowden è in giro per la Russia a leggere Dostoevskij e i governi d’Europa scoprono improvvisamente d’essere spiati dagli amici americani, negli Stati Uniti fa discutere il nuovo romanzo di Dave Eggersche ha a che fare proprio con le tematiche della trasparenza dei dati e dell’uso dei social network.

Ambientato in un futuro poco definito - ma verosimilmente non troppo lontano - il romanzo racconta il percorso di Mae Holland all’interno della gigantesca internet company The Circle, da cui viene assunta dopo la laurea in psicologia. L’ingresso nell’azienda comporta l’entrata a far parte di una comunità esclusiva e di un campus (modellato su quelli della Silicon Valley), dove gli aspetti che sembrano inizialmente brillanti e levigati diventano progressivamente sempre più sinistri e opprimenti. Quello che viene richiesto a Mae è di rinunciare alla propria privacy per scegliere un regime di trasparenza assoluta, che consiste per lo più nel condividere su internet qualsiasi esperienza vissuta, da una gita in kayak alla comparsa di un brufolo.

Punto d’arrivo di questo processo è l’installazione di una telecamera da indossare giorno e notte, che trasmette direttamente in streaming la propria vita.

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di Emanuele Atturo

Mentre Snowden è in giro per la Russia a leggere Dostoevskij e i governi d’Europa scoprono improvvisamente d’essere spiati dagli amici americani, negli Stati Uniti fa discutere il nuovo romanzo di Dave Eggersche ha a che fare proprio con le tematiche della trasparenza dei dati e dell’uso dei social network.

Ambientato in un futuro poco definito – ma verosimilmente non troppo lontano – il romanzo racconta il percorso di Mae Holland all’interno della gigantesca internet company The Circle, da cui viene assunta dopo la laurea in psicologia. L’ingresso nell’azienda comporta l’entrata a far parte di una comunità esclusiva e di un campus (modellato su quelli della Silicon Valley), dove gli aspetti che sembrano inizialmente brillanti e levigati diventano progressivamente sempre più sinistri e opprimenti. Quello che viene richiesto a Mae è di rinunciare alla propria privacy per scegliere un regime di trasparenza assoluta, che consiste per lo più nel condividere su internet qualsiasi esperienza vissuta, da una gita in kayak alla comparsa di un brufolo.

Punto d’arrivo di questo processo è l’installazione di una telecamera da indossare giorno e notte, che trasmette direttamente in streaming la propria vita.

Il titolo – The Circle – evoca la circolarità della struttura panoptica immaginata da Foucault in un regime di sorveglianza perfetta, fondato cioè sul perenne controllo reciproco, assicurato oggi da quel desiderio di visibilità alla base dell’uso dei social network che tende ad abbattere i confini tra pubblico e privato. Sono questi gli aspetti del romanzo che Ellen Ullman mette in evidenza nella sua recensione sull’inserto letterario del New York Times.

Secondo la Ullman, The Circle rappresenterebbe una sorta di Grande Fratello aggiornato al tempo dei social network, una distopia sul nostro esibizionismo, che nel libro è quello della protagonista, Mae Holland: “Il male nel futuro apparirà sempre più somigliante alla banale Mae che all’occhio sospeso nell’oscurità del Grande Fratello”.

Il libro riuscirebbe a creare un’atmosfera talmente indigeribile, soprattutto per chi è abituato a vivere in costante connessione con i propri profili social, che Jane Ciabattari sul Boston Globe arriva a dire: “Quando ho finito di leggere il bello e caustico romanzo di Eggers ho avuto voglia di disconnettermi da tutti i dispositivi online e ritirarmi per un po’ in un mondo sotterraneo. Penso che fosse quello che lui aveva in mente”.

Stando a quanto si legge su Salon, l’effetto potrebbe arrivare ad essere un esodo di massa dai social network verso una sorta di condizione ascetica, lontana dal futile compiacimento di like e retweet: “Ho letto The Circle e mi ha spaventato così tanto che ho deciso di prendere una pausa dai social media. Ho chiesto a uno dei miei migliori amici di cambiare la mia password, perché non credevo di poter resistere alle sirene dell’informazione senza fine, di commenti, retweet e likes”.

Alcuni studi hanno dimostrato che nel momento in cui qualcuno interagisce con noi su Facebook o Twitter, riceviamo una piccola scarica di adrenalina che, alla lunga, può creare dipendenza. Secondo Michele Filegate The Circle avrebbe il merito di metterci di fronte a questa nostra dipendenza, problematizzandola.

Molti mettono però in evidenza come questo aspetto oscuro e distopico dei social network nel libro sia piuttosto caricaturale, e tutto sommato generato da un’ingenuità quasi naif dei personaggi: “Non ho mai incontrato nessuno così tardo e sprovveduto riguardo ai social media come lo sono rozzamente i personaggi di questo libro” fa notare Alexis Madrigal sull’Atlantic. Nello stesso articolo si sostiene che le persone, nella realtà, sono molto più consce riguardo ai vantaggi e ai rischi connessi all’uso di Internet e che Eggers, in generale, non pare aver capito molto di come funzioni la rete, il che non è esattamente il massimo se vuoi dedicarci un libro.

Jessica Winter su Slate passa in rassegna, con piglio spietato, un buon numero di falle che l’ingenuo immaginario virtuale di Eggers ha creato. La Winter mette le mani avanti verso chi potrebbe pensare stia disperatamente cercando peli nell’uovo: “Quando stai leggendo un romanzo su Internet scritto da uno scrittore che non ha chiaro cosa è un sistema operative tutto inizia a sembrare come qualcosa che non è solo un pelo dell’uovo”.

La stessa inconsistenza dei personaggi è evidenziata dalla CNN, secondo cui “Nessuno dei caratteri è pienamente formato, almeno abbastanza da sembrare reale”.

Altri, invece, come Pop Matters vedono proprio nella semplicità di questi personaggi una tangibile evoluzione nello stile di Eggers, finalmente uscito dai labirinti del postmoderno. Come se l’urgenza di parlare di temi di stringente attualità abbia sovrastato la cura maniacale – e la tendenza un po’ a strafare – che Eggers solitamente esercita sul suo stile. “Il risultato è un romanzo ben confezionato. Si legge come il lavoro di qualcuno che è recentemente entrato nella categoria degli scrittori seri”.

Un’urgenza che, stando all’intervista che Eggers ha rilasciato al Telegraph, viene dall’aver vissuto per più di vent’anni in California, a pochi metri dall’eldorado delle aziende informatiche.

Il titolo, The Circle, è innanzitutto il nome del gigante informatico che è al centro di questa distopia e che somiglia a un’ideale fusione tra Google, Paypal, Pinterest, Twitter e Facebook. Nonostante Eggers, parlando del suo metodo di lavoro, sostenga di non aver fatto alcun particolare lavoro di documentazione per scrivere il libro, evitando di proposito di studiare le aziende appena citate e di intervistarne i dipendenti. Come sottolinea in questa intervista a McSweeney’s, l’intento era quello di non essere influenzato da compagnie esistenti per mantenere il libro libero da qualsiasi riferimento alla realtà.

C’è però chi sostiene che un lavoro di documentazione un po’ sporco Eggers lo abbia fatto. Il romanzo ha fatto discutere infatti anche per un possibile plagio, rivendicato da Kate Losse, ex dipendente di Facebook e autrice del memoir The Boy Kings: A Journey into the Heart of the Social Network. Secondo la Loss le ricerche di Eggers si sono spinte così in là da aver non solo deliberatamente copiato il suo lavoro, ma di averlo fatto persino male: “All’apparenza, il libro è ricalcato sul mio in maniera irritante, e l’ho scritto io per prima (e immagino che il mio sia più autentico e scritto meglio dal momento che ho vissuto e lavorato sul serio in questo mondo e sono anch’io una brava scrittrice)”.

La Losse, in un paradosso complottistico, invita tutti a riflettere sul fatto che se “Se dici ‘Mae Holland’; viene fuori un suono con la stessa struttura fonetica del mio nome”. Da parte sua Eggers sostiene di non aver mai letto il libro della Losse, ribadendo ancora una volta che The Circle non ha nulla a che fare con aziende esistenti.

Anche sul New Yorker – in un lungo e splendido articolo che approfondisce i temi dell’apertura e della trasparenza dei dati – si evidenziano le assonanze fra alcuni discorsi di Zuckerberg e dei passaggi di The Circle.

Nello stesso articolo si sottolinea un elemento importante, che riesce forse a rispondere all’insieme di queste critiche. Cioè che si tratta di un romanzo: “un romanzo con le sue ansie. È il racconto di un osservatore, non di un partecipante. (…)Che se non è in grado di offrire la chiusura di un cerchio, per lo meno è in grado di fornire una scheggia essenziale di verità”

L’impressione è che a Eggers non interessasse più di tanto restituire accuratamente il funzionamento dei mondi descritti, quanto piuttosto studiare “le implicazioni nelle relazioni umane che hanno questi dispositivi”, come l’autore rivela sempre su McSweeney’s.

Se l’operazione dello scrittore statunitense ha un limite, forse, non va dunque ricercato nella scarsa precisione descrittiva dell’universo narrato, ma in quello che – spostandoci in Italia – mette in evidenza Vincenzo Latronico sulle pagine de Il Sole24 Ore; il limite del romanzo di Eggers sembra quello di essere stato pensato come una predica a degli inconvertibili: quanti davvero, dopo aver letto il libro, sceglieranno un virtuoso isolamento e quanti, invece, ne discuteranno subito sui social network?

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L’Etiopia vista dagli occidentali: diario di un viaggio esotico https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-narciso-nelle-colonie-latronico-linke/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-narciso-nelle-colonie-latronico-linke/#respond Wed, 22 May 2013 09:57:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14415 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Armin Linke.)

Il modo migliore affinché un viaggio non si concluda è raccontarlo. È una tecnica elementare e originaria, individuale e sociale, duttilissima. Raccontare un viaggio significa prolungarlo nel tempo, traslocarlo da uno spazio a un altro: far sì che quanto è stato cammino, lavorio del corpo, attraversamento di meridiani, attenzione precisa o blanda al macro e al micropaesaggio, si converta in un altro codice, per esempio in un serpente di frasi, in un pannello di scatti fotografici.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Armin Linke.)

Il modo migliore affinché un viaggio non si concluda è raccontarlo. È una tecnica elementare e originaria, individuale e sociale, duttilissima. Raccontare un viaggio significa prolungarlo nel tempo, traslocarlo da uno spazio a un altro: far sì che quanto è stato cammino, lavorio del corpo, attraversamento di meridiani, attenzione precisa o blanda al macro e al micropaesaggio, si converta in un altro codice, per esempio in un serpente di frasi, in un pannello di scatti fotografici.

Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia – di Vincenzo Latronico e Armin Linke, ma anche di Angelo Del Boca, Simone Bertuzzi e Graziano Savà – è il primo titolo di Humboldt, una nuova iniziativa editoriale realizzata in coedizione con Quodlibet. Un progetto che nel connettere narrazione, fotografia e documentazione legge il viaggio in una chiave letteraria e artistica. In una prospettiva simile l’itinerario geografico è prima di tutto l’occasione per mescolare autobiografia e sensorialità, memoria e imprevisto, così da trasformare spazio e tempo in visione.

Lo spunto da cui frasi e fotografie traggono origine è «un’eroica ferrovia iniziata a fine Ottocento e mai del tutto completata, sempre rammendata un attimo troppo tardi, sempre sull’orlo del malfunzionamento, e attualmente dismessa». Un antenato russo di Latronico ne aveva cofinanziato la prima costruzione; seguire quella linea ferroviaria vuol dire dunque muoversi lungo un ramo sensibile del proprio albero genealogico.

Com’è inevitabile (se non indispensabile) accada, il viaggio programmato deve scendere a patti con tutti gli accidenti del caso e riconoscere che a dominare il percorso è la serendipità. Tra un lago di latte e gli ennesimi masticatori di chat – l’oppiaceo più diffuso ed esportato del Corno d’Africa –, la striscia del binario si disperde nella polvere. Al suo posto appaiono percezioni e consapevolezze inedite: i babbuini e gli alberi viola lungo la strada per Harar, gli elefanti rintracciabili col GPS, le vestigia di Hailé Selassié, il microscopico re dei re (al quale, nella sezione dossier, Del Boca dedica un ricordo che ne restituisce la fragilità e la contraddittorietà); e ancora Enrico, una pasticceria italiana che espone un unico vassoio di pasticcini, la visita alla casa di Arthur Rimbaud, dove in realtà Rimbaud non visse mai, nonché l’intensità feroce con cui l’industria cinese si sta impossessando del mercato etiope.

Alla fine l’oggetto reale di un libro come questo – ciò che viene imprevedibilmente scoperto – è sì il viaggio, l’Etiopia, ma soprattutto il prendere coscienza del proprio sguardo occidentale, delle sue risorse e dei suoi limiti. Allora lo spazio e il tempo attraversati diventano dispositivi che nel sollecitare, di questo sguardo, il lavoro descrittivo lo inducono al contempo a riflettere autocriticamente su se stesso. Su ciò che vede, su come lo vede, sulla natura (e sulla cultura) delle sue diottrie; sulle sue paure, sul suo senso di colpa ma anche – ed è per questo che un baedeker sui generis come Narciso nelle colonie è necessario – sul coraggio di una percezione che non si presume neutrale.

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Lo chiamavano impero https://minimaetmoralia.it/interviste/vincenzo-latronico-narciso-nelle-colombe/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vincenzo-latronico-narciso-nelle-colombe/#respond Fri, 29 Mar 2013 10:31:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13759 Questo pezzo è uscito su Studio.

Andare in Etiopia, alla ricerca di una storia, della propria storia, del passaggio di una nazione, alla ricerca di qualcosa da raccontare. L’ha fatto nel 2012 Vincenzo Latronico, scrittore, autore dei romanzi Ginnastica e rivoluzione La cospirazione delle colombe (entrambi Bompiani). L’ha accompagnato, per il corredo fotografico, Armin Linke, fotografo. Ne è uscito un libro, si chiama Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia, il primo prodotto della neonata casa editrice Humboldt Books, fondata a Milano da Giovanna Silva; Humboldt si propone di rispolverare la letteratura di viaggio, quella, per dirla con una frase che forse non è del tutto sincera, “come si faceva una volta”. Cosa hanno fatto Latronico e Linke, dunque? Semplice: un viaggio.

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Andare in Etiopia, alla ricerca di una storia, della propria storia, del passaggio di una nazione, alla ricerca di qualcosa da raccontare. L’ha fatto nel 2012 Vincenzo Latronico, scrittore, autore dei romanzi Ginnastica e rivoluzione La cospirazione delle colombe (entrambi Bompiani). L’ha accompagnato, per il corredo fotografico, Armin Linke, fotografo. Ne è uscito un libro, si chiama Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia, il primo prodotto della neonata casa editrice Humboldt Books, fondata a Milano da Giovanna Silva; Humboldt si propone di rispolverare la letteratura di viaggio, quella, per dirla con una frase che forse non è del tutto sincera, “come si faceva una volta”. Cosa hanno fatto Latronico e Linke, dunque? Semplice: un viaggio.

Qualche necessaria nota: questa è un’intervista, o un dialogo, con Vincenzo, che nel frattempo è tornato in Europa, ormai da più di un anno, e da più di un anno, mi ha detto, ancora pensa a quel viaggio di tre settimane in quello che abbiamo chiamato, per qualche anno nel ‘900, Impero. Il viaggio è partito dal Gibuti, è entrato in Etiopia passando per Dire Dawa, per Harar, per terminare poi ad Addis Abeba. In mezzo, il racconto e le fotografie: le strade di asfalto e quelle di terra rossa, le palme e i grattacieli, i mercati e i sassi, gli etiopi, i cinesi, gli italiani. E la storia dell’Italia certo, e ancora la storia stessa dello scrittore, alla ricerca di un pezzo di passato personale, sulle tracce dei nonni, russi fuggiti dal bolscevismo e rifugiatisi qui, prima che l’onda lunga (e distorta?) del comunismo arrivasse anche nel deserto africano per farli muovere finalmente in Italia, nel 1969. Per questo Narciso nelle colonie sconta una forte componente soggettiva, che arricchisce il racconto del viaggio, etnografico e storico, di una trama romanzesca che inganna il lettore (un inganno buono, si capisce) e si maschera da fiction, quando fiction, però, non è.

Un’altra nota, non meno necessaria: il libro di Latronico/Linke è raro e importante, è una dei pochissimi tentativi italiani di ragionare su quella disgraziata anti-impresa coloniale fascista, è un “riportare a casa” qualcosa, un tirare – pur, inevitabilmente, parziale – delle somme, un confrontarci con un passato con cui questo paese, probabilmente, non si è mai confrontato affatto. Nel libro, infine, ci sono altri, più brevi, scritti: un capitolo di un libro mai pubblicato, Ethiopia Hoy!, scritto in francese dalla nonna di Latronico, ritrovato soltanto giorni dopo il ritorno in Italia, a Roma, in una casa di famiglia, sorta di strana conclusione di una ricerca, quella personale, che non si è affatto conclusa (o non si poteva concludere, più probabilmente); un Dizionarietto delle parole italiane in lingua amarica, firmato Graziano Savà; un racconto di Angelo Del Boca, scrittore e giornalista, dei suoi incontri con Hailé Selassié; dei brevi testi di Simone Bertuzzi ancora su Selassié, sul suo mito, sul suo culto. Ma queste sono tutte cose contenute nell’intervista, che inizia, in qualche modo, così:

VL: Una premessa, a cui tengo: la storia del romanzo non è un espediente narrativo. Io ho veramente ritrovato questo testo di mia nonna dopo che il libro era già finito, è stata una cosa veramente pazzesca. È veramente un espediente testuale perfetto. Io sapevo dell’esistenza di questo libro a Roma, pensavo si fosse smarrito in vari traslochi, e quando è saltato fuori…

DC: Io ho abboccato molto felicemente, non ho dubitato mai della veridicità.

VL: Ad esempio Armin [Linke], che aveva letto la bozza del testo quando ancora non esisteva l’appendice, quando ha letto il libro completo mi ha detto “Wow, sei stato geniale a far entrare questa informazione in questo modo!”. Ma è tutto vero. Comunque.

E continua, poi, così:

DC: Il libro si apre con un ragionamento sul pittoresco e sul fascino “facile”: ci sei tu che guardi, fresche di stampa, le fotografie di Linke e confessi di non saper scegliere, e un po’ ti imbarazzi, e dici: «Le foto che mi piacciono sono tutte di paesaggi drammatici, o donne che lavorano al mercato, insomma, cose così, un po’ pittoresche». E lui, con una frase che è una specie di epifania, ti risponde: «Sai, forse non mi interessava evitare il pittoresco». E la bellezza del libro è tutta qui: una scrittura che parla di panorami e montagne nere e deserti «crivellati di laghi» e tramonti, sfacciata e senza ironia e soprattutto senza paura di cadere nel cliché.

VL: Non mi interessava comportarmi come uno che cammina in un campo minato. Quello che cambia oggi rispetto a quando il genere “racconto di viaggio” era veramente in voga è la consapevolezza dell’esistenza di queste mine, però secondo me un testo che parte dicendo “devo evitare questo, evitare questo, evitare quest’altro” è un testo che nasce dalla paura. Penso che forse sia anche sbagliato caratterizzare certe cose in cliché e non-cliché, cioè: certe immagini, certi panorami, certe descrizioni, prima che pittoresche, sono belle, sono emozionanti, sono toccanti. Sono una delle ragioni profonde che spingono le persone a viaggiare. In fondo sarebbe stato profondamente castrante cercare di evitare o eliminare questa dimensione “pittoresca” dal viaggio, anche perché, in fondo, il senso del libro di viaggio è il senso del libro del dilettante. Se qualcuno avesse voluto fare un reportage sociologico, un’inchiesta sulle condizioni del paese africano schiacciato tra la globalizzazione da una parte e la tradizione dall’altra… io non sono la persona giusta per farlo. In fondo, se fai un viaggio come osservatore, come “guardatore”, cioè come persona che guarda, e racconta quello che ha visto, beh, è veramente limitante fare una selezione di quello che si è visto, decidendo a priori di eliminare quelle cose che sono le viste più spettacolari, più emozionanti, più uniche di quell’esperienza.

DC: Parlando della tua storia personale, e di quella tua familiare, fidandomi ciecamente del fatto che tu non abbia romanzato alcun fatto… beh, la storia sembra lo stesso uscita da un romanzo ottocentesco: c’è il nonno, con la sua uniforme dell’Armata Bianca che arriva ad Addis Abeba, c’è la fotografia di tua nonna «bellissima», la prigionia dello stesso nonno con la liberazione inglese nel ’41, la sua fuga in Italia. A tratti Narciso nelle colonie sembra quasi Ogni cosa è illuminata.

VL: La cosa strana è che anche io, facendo mente locale su questi ricordi, ho avuto paura che fossero romanzati. Forse in qualche misura lo sono. È strano, perché ieri ho ricevuto una mail da una zia, diceva “ho visto che è uscito questo libro, l’ho comprato”. E io lì ho avuto un po’ paura, e le ho risposto, le ho detto “so che tu non riconoscerai molte delle cose che scrivo. Perché queste sono le cose come io mi ricordo quello che mi ha raccontato mia nonna”, che già è diverso da quello che si ricorda mia mamma, ad esempio, che è diverso da quello che si ricorda la zia, che è diverso da come le cose sono andate davvero. Anche io mi sono reso conto che sembra esserci un grado di “romanzazione” abbastanza alto. Mi chiedo dove sia intervenuto, in che passaggio: nel viverlo di mia nonna? Nel raccontarlo a mia mamma? Nel raccontarlo di mia mamma a me? Nel mio ripensarci a posteriori, unendo tutti questi punti? Non lo so.

DC: Di grandi romanzi sul colonialismo italiano, a parte Tempo di uccidere di Flaiano, non c’è grossa traccia. Forse è perché abbiamo sempre demonizzato il colonialismo altrui ed esaltato le liberazioni altrui. Forse ci vergogniamo del nostro colonialismo, non perché crudele ma perché goffo, imbranato?

VL: Più che con la goffaggine, penso abbia a che fare con una sorta di immagine auto-indulgente che abbiamo di noi, in cui in fondo, come popolo, ci mascheriamo dietro questa nostra immagine un po’ cialtrona per discolparci collettivamente. Discolpiamo il fascismo e lo distinguiamo dal nazismo perché diciamo che era meno serio, che tutto era più disorganizzato, in guerra abbiamo sempre perso… E quest’immagine, che al contempo sembra molto autoironica, in realtà è un grande alibi, permette di non prendere sul serio le nostre colpe. Mi mette in difficoltà pensare alla frase “non ci sono romanzi sul colonialismo” perché mi riesce difficile pensare che la letteratura, intesa come disciplina, abbia un dovere. Il fatto che il colonialismo italiano non si studi a scuola, questo è un grosso problema.

DC: Cambia la parola “romanzi” con la parola “narrazioni”.

VL: La domanda vera è: perché questa esperienza non è entrata nel patrimonio di cose che sentiamo di dover sapere per costruire la nostra identità? Voglio dire, per costruire la nostra identità dobbiamo conoscere la Breccia di Porta Pia, e crediamo che conoscere la Breccia di Porta Pia sia più importante, per formare l’italiano di oggi, di conoscere il colonialismo in Etiopia. Perché? Probabilmente perché se lo conoscessimo saremmo costretti, sia da sinistra che da destra, a mettere in crisi un’immagine di italiani che seguivano Mussolini come si può seguire un pifferaio di Hamelin, in fondo non del tutto convinti, che è un’immagine che ci fa molto comodo.

E d’altro canto, ho pensato, e se questo libro dovesse uscire in lingua inglese, in un paese che ha sviluppato questa auto-analisi? Il libro sarebbe crivellato, massacrato in un contesto diverso da quello italiano. Sarebbe allora necessaria una nota, all’inizio e alla fine, che sarebbe un continuo cospargersi di cenere il capo. E non sono sicuro che questo sarebbe un bene. Sarebbe soltanto un pro forma, un’etichetta conversazionale. Forse in Italia se ne può ragionare più liberamente proprio in ragione di questo vuoto. Non credo che questo libro possa essere un’apologia, affatto. D’altro canto credo che secondo una mentalità anglosassone, questa presa di coscienza abbia creato un tabù. Sono argomenti che non si possono più trattare in modo “neutro”.

DC: E però noi siamo quelli che nel 2012 costruiamo un mausoleo a Graziani.

VL: [prima ride, poi torna serio]. Questa cosa di Graziani mi ha un po’ sconvolto: io stesso, che mi reputo una persona consapevole, non conoscevo… il fatto che una strage come quella di Addis Abeba sia un argomento quasi completamente sconosciuto… mi ha sconvolto. E la colpa credo che, più che ai fascisti, vada data ai democristiani. Qualcuno insomma ha riflettuto e ha deciso che la Breccia di Porta Pia era più importante.

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