Vincenzo Mantovani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vincenzo-mantovani/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Feb 2017 14:59:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Vincenzo Mantovani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vincenzo-mantovani/ 32 32 La spiritualità degli indiani d’America in “LaRose” https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-spiritualita-degli-indiani-damerica-larose/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-spiritualita-degli-indiani-damerica-larose/#respond Wed, 01 Feb 2017 14:59:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33535 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Con il suo nuovo impeccabile LaRose (in Italia per Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani, pagg. 432, 19 euro), l'americana Louise Erdrich torna nella riserva di indiani ojibwe nel Nord Dakota già ambientazione dei precedenti romanzi La casa tonda e Il paese dei colombi (pubblicati entrambi sempre da Feltrinelli). Al centro della storia c'è un bambino, il cinquenne LaRose, che il padre cede alla famiglia dei cognati dopo averne ucciso il figlio accidentalmente durante una battuta di caccia.

A giustificare il gesto è il desiderio di interrompere alle radici l'odio e il desiderio di vendetta, di condividere materialmente il lutto, di provare a riparare un danno apparentemente irreparabile. Un gesto di pace il suo, comprensibile nelle intenzioni, doloroso nelle ragioni e nelle conseguenze.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Con il suo nuovo impeccabile LaRose (in Italia per Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani, pagg. 432, 19 euro), l’americana Louise Erdrich torna nella riserva di indiani ojibwe nel Nord Dakota già ambientazione dei precedenti romanzi La casa tonda e Il paese dei colombi (pubblicati entrambi sempre da Feltrinelli). Al centro della storia c’è un bambino, il cinquenne LaRose, che il padre cede alla famiglia dei cognati dopo averne ucciso il figlio accidentalmente durante una battuta di caccia.

A giustificare il gesto è il desiderio di interrompere alle radici l’odio e il desiderio di vendetta, di condividere materialmente il lutto, di provare a riparare un danno apparentemente irreparabile. Un gesto di pace il suo, comprensibile nelle intenzioni, doloroso nelle ragioni e nelle conseguenze. Da quel momento in avanti la vita delle due famiglie (le due coppie di genitori ritrovatesi a piangere in misura diversa la perdita di un figlio, i fratelli e sorelle di LaRose e dello scomparso Dusty, lo stesso LaRose conteso ma amato da tutti) procede seguendo una direzione imprevista ma praticabile, rimappando priorità e sentimenti, adattandosi al nuovo scenario che la vita propone.

In sottofondo, valore aggiunto dell’opera di Erdrich, vigila su personaggi e accadimenti la spiritualità degli indiani d’America che, invece di sacrificare la vita terrestre in cambio della promessa di una vita celeste, permette loro di muoversi con agio e buonsenso tra questo mondo visibile e quell’altro invisibile. Più supereroi che santi, riescono a leggere la natura per anticipare il pericolo, a lasciare il proprio corpo quando sono nel dormiveglia e a volare sulla terra per vedere cosa succede, ad avere un dialogo con i morti e gli spiriti guida, a cambiare la natura dei sogni per renderli rifugio auspicabile.

Più che in ogni altra cosa credono in questa nostra vita sulla terra, che è anche l’unica che abbiamo. “I cattolici sono convinti che siamo tormentati dai demoni, dal peccato originale. Ma a tormentarci sono le cose che ci vengono fatte in questa vita”, dice un’anziana a un certo punto del romanzo. “Siamo tormentati da quello che facciamo agli altri e da quello che ci fanno loro in cambio. Ci guardiamo sempre alle spalle, o ci preoccupiamo di quello che accadrà”.

Non romanziera ma “storyteller” ama definirsi Louise Erdrich nelle interviste, evocando una tradizione nel tramandare storie non poi così distante da quella dei suoi personaggi che con generosità condividono tutto il proprio sapere con i più giovani, consapevoli che tramandare è più saggio che tenere per sé.

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Scrivere non è un’impresa: intervista a Richard Ford https://minimaetmoralia.it/interviste/scrivere-non-e-unimpresa-intervista-a-richard-ford/ https://minimaetmoralia.it/interviste/scrivere-non-e-unimpresa-intervista-a-richard-ford/#comments Wed, 11 Nov 2015 13:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29061 Richard Ford è un bell’uomo atletico con un paio d’occhi color ghiaccio. Nato a Jackson nel 1944, oggi è considerato uno degli scrittori statunitensi più importanti, il primo a vincere sia il PEN/Faulkner che il Premio Pultizer per la narrativa. Il successo mondiale del suo penultimo libro, Canada, lo ha reso noto ai più ma gli amanti della letteratura americana erano già stati ampiamente conquistati dalle vicissitudini del personaggio principe, quel Frank Bascombe che ci aveva accompagnato per mano in Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e infine ne Lo stato delle cose (tutti editi per Feltrinelli), seguendone la crescita emotiva e le svolte professionali, da giornalista sportivo ad agente immobiliare.

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Richard Ford è un bell’uomo atletico con un paio d’occhi color ghiaccio. Nato a Jackson nel 1944, oggi è considerato uno degli scrittori statunitensi più importanti, il primo a vincere sia il PEN/Faulkner che il Premio Pultizer per la narrativa. Il successo mondiale del suo penultimo libro, Canada, lo ha reso noto ai più ma gli amanti della letteratura americana erano già stati ampiamente conquistati dalle vicissitudini del personaggio principe, quel Frank Bascombe che ci aveva accompagnato per mano in Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e infine ne Lo stato delle cose (tutti editi per Feltrinelli), seguendone la crescita emotiva e le svolte professionali, da giornalista sportivo ad agente immobiliare.

Ormai Frank sembrava destinato all’oblio ma quando Richard Ford ha sentito il desiderio di raccontare le conseguenze meno evidenti dell’uragano Sandy che colpì gli Stati Uniti nel 2012, era certo che nessuno potesse farlo meglio di Frank Bascombe, per via della sua capacità di andare al centro delle cose. Senza lesinare l’ironia. Tutto potrebbe andare molto peggio (traduzione di Vincenzo Mantovani) è una raccolta di quattro racconti strettamente connessi fra loro ma eccellenti anche se presi singolarmente, e ancora una volta Frank è cambiato agli occhi dei lettori.

Ormai è un uomo maturo, un agente immobiliare in pensione che vive ad Haddam con Sally, si impegna nel sociale e comincia a pensare alla fine dei suoi giorni, non senza qualche rimpianto. Vorrebbe poter vivere il tempo che gli resta liberandosi di tutto ciò che reputa superfluo ma non riesce mai a dire di no. Frank è il perfetto americano medio di buon cuore che non si tira mai indietro. E in fondo proprio per questo ci piace.

Mr. Ford, dieci anni fa or sono mise da parte la voce di Frank Bascombe. Perché le devastazioni dell’uragano Sandy lo hanno riportato in auge?

Frank è capace di miscelare tanto l’aspetto serio che quello comico delle cose che gli succedono. Attraverso i suoi occhi, quelli di un uomo del New Jersey, ho sentito che avrei potuto leggere gli effetti meno evidenti dell’uragano Sandy, quelli più subdoli, sfuggiti ai radar dei media. Dieci anni or sono, dopo Lo stato delle cose, ero stufo della voce di Frank ma adesso non potevo proprio farne a meno.

Il titolo inglese, Let me be Frank with you, suona davvero bene. Cosa esprime questo gioco di parole?

Rende letteralmente la volontà di Frank di essere veritiero e sincero. Ma è chiaramente anche un gioco di parole che rimanda al suo senso dell’umorismo e al tempo stesso, un chiaro annuncio al lettore affinché sia pronto al ritorno in pagina di Frank Bascombe. L’unico. Tengo molto a questo titolo eppure non è piaciuto proprio a tutti, soprattutto al mio editore Harper Collins.

Come mai?

Perché sono stupidi.

Durante tutto il libro Frank sembra volersi liberare dalle zavorre emotive e disimpegnarsi. Perché?

Vorrebbe liberarsi delle emozioni che non gli servono e che giudica superflue, saturandolo. Avete presente quella brutta sensazione che proviamo quando siamo in compagnia dei nostri amici e ci rendiamo improvvisamente conto che vorremmo essere altrove? Lui vorrebbe far spazio e se ci riuscisse, come per magia, avrebbe anche più tempo per le cose importanti. Purtroppo non vi riesce.

Frank ha un forte legame con i suoi clienti, li assiste convinto che la casa non sia solo un immobile ma molto di più. È così anche per lei?

La casa di famiglia è un bene specifico, superiore a tanti altri. Tutto ciò che è emblematico nella nostra vita ha prima di tutto un valore specifico ed è proprio questo tratto che mi cattura e mi affascina. Una volta che un bene diventa emblematico il suo valore è ovvio a tutti ma, al contrario, le specificità non sono mai scontate, vanno conquistate prima e tutelate poi. Una casa non è mai soltanto una casa, il suo valore trascende quello del semplice rifugio, dentro vi si annidano i ricordi, le promesse e le speranze.

Davanti alla devastazione di Sandy, Frank ha un punto di vista inconsueto.

Questo libro è nato con l’idea di descrivere in modo non convenzionale le devastazioni dell’uragano Sandy e nel farlo volevo allontanarmi da tutte le convenzioni sociali che ci impongono un certo stato emotivo socialmente accettato. Emerson credeva che la natura fosse profondamente misteriosa, che la maggior parte delle cose naturali nel mondo non siano affatto ovvie. Così, quando si trova nel bel mezzo delle rovine dell’uragano Sandy, è palese la fragilità delle cose che consideriamo un patrimonio eterno ma soprattutto, Frank si sorprende della bellezza del panorama senza tutte le case in mezzo. Era mia intenzione invitare il lettore ad usare la potenza dell’immaginazione per comprendere davvero il mondo. Del resto chi potrebbe mai pensare che Dio abbia inventato gli uragani solo perché la nostra visuale sul panorama fosse più sgombra? Solo l’immaginazione.

Dopo aver ascoltato una confessione, Frank scoprirà un intollerabile tradimento. Ma la sincerità è sempre un valore?

Senza dubbio è sempre il valore più alto. L’obiettivo è quello di avvicinarsi il più possibile all’altro e la mancanza di sincerità, così come l’ironia o il sarcasmo, sono delle barriere, degli impedimenti emotivi che non fanno altro che separarci.

Anche per il romanziere la sincerità è la via maestra?

Per il romanziere, per l’uomo, per tutti. Perché rivela chi sei. Anche se non sempre sono buone notizie (ride, ndr).

Più volte Frank fa attenzione alle parole che ascolta e pronuncia e ne sottolinea lo svuotamento di significato quotidiano…

Certe parole ci offendono. Alcune parole sono così costantemente presenti nel nostro parlato comune che hanno perso il proprio valore divenendo semplice intercalare. Sarebbe meglio eliminare le parole superflue e tradite creando un’opportunità per l’ingresso di nuove parole.

Dialogando con Livia Manera Sambuy nel libro Non scrivere di me (Feltrinelli, 2015), lei afferma di voler avere il controllo assoluto su ogni singola parola della frase. Cosa significa?

Scrivere non è affatto difficile. Non è certo un gesto naturale ma non è nemmeno un’impresa. Ma quando stai per pubblicare qualcosa, ti rendi inevitabilmente conto che resterà per sempre sulla carta senza possibilità di modificarlo e le persone lo leggeranno nel tempo esattamente così com’è. Prima di consegnare il testo finale, lo leggo e rileggo a voce alta e sento una forte pressione affinché ogni parola vada al suo posto esatto. Proprio questa è la parte più difficile della scrittura.

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Tutto potrebbe andare molto peggio, il nuovo romanzo di Richard Ford https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutto-potrebbe-andare-molto-peggio-il-nuovo-romanzo-di-richard-ford/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutto-potrebbe-andare-molto-peggio-il-nuovo-romanzo-di-richard-ford/#comments Fri, 17 Jul 2015 14:30:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27857 di Marco G. Montanari

Quando si chiude l’ultima pagina e ci si abbandona ai momenti di silenzio che seguono la fine della lettura di un bel libro, si ha come la sensazione che qualcosa sia stato risolto, che il mondo, nel suo caotico e continuo incedere disordinato nel tempo, sia stato liberato da un po’ del suo male. Come se una piccola parte della natura incomprensibile delle cose ci fosse stata rivelata.

Leggendo Richard Ford questa sensazione ci diverrà familiare.

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di Marco G. Montanari

Quando si chiude l’ultima pagina e ci si abbandona ai momenti di silenzio che seguono la fine della lettura di un bel libro, si ha come la sensazione che qualcosa sia stato risolto, che il mondo, nel suo caotico e continuo incedere disordinato nel tempo, sia stato liberato da un po’ del suo male. Come se una piccola parte della natura incomprensibile delle cose ci fosse stata rivelata.

Leggendo Richard Ford questa sensazione ci diverrà familiare.

Nel caso di “Canada”, il penultimo libro dell’autore di Jackson nel Mississipi, pubblicato da Feltrinelli nel 2013, questi momenti sono stati così intensi e importanti che forse possiamo ricordare la temperatura della stanza in cui ci trovavamo a leggere, la tonalità della luce che si rifletteva sugli oggetti nelle mensole e, con una buona dose di approssimazione, il mese, il giorno, o l’ora stessa del momento in cui abbiamo concluso il libro.

Forse qualcosa di molto simile è accaduto anche leggendo “Tutto potrebbe andare molto peggio”, uscito a giugno sempre per Feltrinelli, nella traduzione di Vincenzo Mantovani. Partire prevenuti o ritrovarsi con lo sguardo influenzato da un sottile pregiudizio, dopo un’esperienza totale come “Canada”, è il minimo. Più che naturale quindi se, appena saputo della pubblicazione in America di quello che nel suo titolo originale era “Let me be Frank with you”, abbiamo pensato che non sarebbe stato semplice per l’autore superarsi. Eppure l’abilità di Ford è da sempre quella di stupire i suoi lettori e smentire di conseguenza ogni aspettativa, costruendo una realtà e un intreccio impossibile da glissare.

Se in “Canada” ciò che conta sono i confini, sia materiali che spirituali, in “Tutto potrebbe andare molto peggio” è l’uomo stesso, nella commovente e a tratti sconvolgente pienezza della sua essenza, ad essere protagonista. L’uomo e la sua capacità di accettare se stesso e la propria storia. Ford penetra la vita, la sviscera e con la calma apparente che lo contraddistingue porta alla luce il mistero che si cela dietro le cose, anche le più banali, della nostra quotidianità. Una calma apparente, propria dei momenti che precedono una tempesta o l’immobile e sicuro centro di un uragano – che, tra l’altro, è presente nella narrazione.

“Strane fragranze arrivano sulle ali di un’inquieta brezza invernale nella Shore questa mattina, due settimane prima di Natale. Corone di fiori su un mare minaccioso suscitano aspettative negli sprovveduti.”

Sin dall’incipit Frank Bascombe ci appare come un uomo apparentemente normale, piatto e lucido nelle mille situazioni che ha attraversato. Non ha niente in più di un essere umano qualunque, con i suoi dispiaceri, le sue vittorie, l’orgoglio e la violenza, l’amore e la dolcezza. Ci viene mostrato attraverso una serie di istantanee iperreali, cariche della raffinata pulizia di prosa a cui Ford ci ha abituati. La sua bravura, che è quella dei veri narratori, sta nel raccontarci ciò che accade e darne un giudizio, senza però esprimerlo direttamente. Un po’ come sostenere che per svelare il mistero occorre immergersi in esso.

Quattro racconti intrecciati tra loro, scanditi dall’incontro di Frank con alcuni personaggi, che lo obbligheranno a fare i conti con la desolante concretezza della propria realtà, sprofondando in prove emotive difficili da sostenere – come nel racconto dedicato all’ex moglie Ann malata di Parkinson. Il tempo di Frank, dilatato, subisce nello scontro con il passato e il presente, tante scosse di assestamento, quasi fossero le conseguenze di un cataclisma che, nel testo, è Hurricane Sandy, ma che Ford chiama semplicemente “vita”.

In “Tutto potrebbe andare molto peggio” il personaggio – forse il più amato dal suo autore, apparso già in “Sportswriter”, “Il giorno dell’Indipendenza”, “Lo stato delle cose” – è sottoposto ad una kenosis, ad uno “svuotamento” che porta il protagonista ad attraversare tutto, ricordi, persone, oggetti con uno sguardo nuovo. Finalmente obiettivo? Direi definitivo.

“Molto di ciò che leggo e vedo ancora alla tv sembra avere lo scopo, devo dire, di aiutarmi a lasciare il palcoscenico dell’umanità nel modo meno doloroso e più celere possibile, facendo sì che l’ignoto non diventi una causa di fastidio così grande. Anche se spesso l’aspetto più interessante che riguarda le cose è proprio il fatto che finiscono: in quanto la maggior parte sembrano non finire mai abbastanza in fretta.”

Ciò che fa Ford in questa ultima prova è proporci il silenzioso esame di coscienza di un uomo giunto ormai ben oltre la metà della propria esistenza e insegnarci attivamente ad osservarne i fantasmi, le delusioni, i rimorsi, ma anche ciò che c’è stato di bello e che non tornerà più. Gli stessi fantasmi, le stesse delusioni che caratterizzano la nostra esistenza e che tante volte ci sembra così arduo affrontare. La vera catastrofe è il lamento, sembra dirci Ford, e il modo in cui lo dice ci pare autentico e per nulla superbo. Non è un caso poi che Bascombe sia praticamente coetaneo di Ford. E come Roth – l’altro tra i più grandi degli americani – che nel suo “Nemesi” ha voluto esorcizzare la paura della malattia, della sofferenza, della debolezza e della vecchiaia, così anche Richard Ford ha voluto lanciare la sua provocazione sommessa mostrandoci la limpidezza drammatica della vita e invogliandoci ad accettarla, in tutte le sue inesauribili e meravigliose sfaccettature.

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Est! Est! Est! (Ovest! Ovest! Ovest!) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/est-est-est-ovest-ovest-ovest/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/est-est-est-ovest-ovest-ovest/#comments Fri, 19 Jun 2015 05:30:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27392 Il 19 giugno 1947 nasceva lo scrittore Salman Rushdie. In occasione del suo sessantottesimo compleanno pubblichiamo un omaggio-racconto-reportage scritto da Giordano Meacci originariamente per Lotto 49.

Ricòrdati che è stato lui – e malgrado tutte le tue pretese anti-idolàtriche quasi te lo pensi così: Lui, con la maiuscola dedicata agli Assoluti della tua solipsistica, peristaltica vita di lettore fanfarone – ricòrdatelo; fai attenzione: è stato lui, a scriverlo; l’uomo che vedi estivo e assorto, il riso sornione degli occhi (di un nero luminoso: le scintille ironiche quasi rivolte al sé stesso compiaciuto nell’atto dei compiti prima ancora che alla folla caciarona e adorante) che passano da una copia all’altra, da una mano stretta all’altra – e intanto ti chiedi cosa debba essere stato, negli ultimi quindici anni, convivere con il fastidio omicida di una fatwah: te lo chiedi, di nuovo, convivendo tu, invece, con la banalità voyeuristica di quest’iterazione istintiva e immodificabile; vergognandoti anche, della pochezza sempliciotta delle tue considerazioni: quale forza ci sia stata in ogni gesto, in ogni risposta fisica di quest’uomo ai traslochi obbligati, alle minacce fondamentalmente ottuse e insopportabili di persone che non prevedono la musica;

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Il 19 giugno 1947 nasceva lo scrittore Salman Rushdie. In occasione del suo sessantottesimo compleanno pubblichiamo un omaggio-racconto-reportage scritto da Giordano Meacci originariamente per Lotto 49.

(fonte immagine)

Ricòrdati che è stato lui – e malgrado tutte le tue pretese anti-idolàtriche quasi te lo pensi così: Lui, con la maiuscola dedicata agli Assoluti della tua solipsistica, peristaltica vita di lettore fanfarone – ricòrdatelo; fai attenzione: è stato lui, a scriverlo; l’uomo che vedi estivo e assorto, il riso sornione degli occhi (di un nero luminoso: le scintille ironiche quasi rivolte al sé stesso compiaciuto nell’atto dei compiti prima ancora che alla folla caciarona e adorante) che passano da una copia all’altra, da una mano stretta all’altra – e intanto ti chiedi cosa debba essere stato, negli ultimi quindici anni, convivere con il fastidio omicida di una fatwah: te lo chiedi, di nuovo, convivendo tu, invece, con la banalità voyeuristica di quest’iterazione istintiva e immodificabile; vergognandoti anche, della pochezza sempliciotta delle tue considerazioni: quale forza ci sia stata in ogni gesto, in ogni risposta fisica di quest’uomo ai traslochi obbligati, alle minacce fondamentalmente ottuse e insopportabili di persone che non prevedono la musica; quanta grazia ci sia nelle sue – continuate – prese di posizione, ancora e ancora, contro la stupidità pericolosa di chi, come poi accade in tutte le chiese fedeli oltre ogni ragionevole dubbio― ed ecco che arriva il tuo turno, tu sei preso dalle divagazioni blande della vita postfatwiana di Salman Rushdie e non ti sei accorto, davvero non ti sei accorto – lo sguardo fisso su di lui, il flusso ebete del sangue sulle guance che te lo raggrumano in un’espressione che, vista da fuori, potrebbe realmente apparentarti a un qualche pronipote del Gassmann “e son contento” dell’ultimo capitolo dei Mostri ―― non ti sei accorto che Salman Rushdie ha il braccio teso verso di te e si aspetta – se lo aspetta lui, se lo aspettano i tre armadi a due ante che lo attorniano e che cominciano a insospettirsi, evidentemente, del tuo tempo sospeso nella baraonda (uno screzio infinitesimale di sopracciglio inarcato, un brivido sotto le fondine) – si aspetta che tu gli porga, gentilmente, la copia di Est, Ovest che hai appena comprato al volo nel gazebo saturo di libri di Salman Rushdie, appunto, alla fine di questa lettura estiva alla Basilica di Massenzio di Salman Rushdie, appunto, finché finalmente – uno scatto rubikiano della folla, un fruscìo ventoso della stoffa-da-gazebo, uno starnuto del tuo super-io frastornato dal deliquio amoroso – tu non ti rendi conto e gli dai la copia da firmare; e ti ricordi (ricòrdatelo, ricòrdatelo) di dirgli la frase che ti prepari da una vita, da quell’ultimo guizzo di pagine che ti hanno folgorato, tanto tempo fa, lasciandoti incandescente epperò ormai orfano di quelle pagine per sempre, prima che al nòvero si aggiungesse l’operaomnia – ripètitelo, evidentemente – di Mastro DFW, prima di qualsiasi sconcerto da iperbolela frase per Rushdie che ti sei preparato, nel tuo inglese performativo raffazzonato, più o meno dai tempi in cui è morto l’ayatollah Khomeini –finalmente raggiungendo il suo paradiso di urì, come ami dire e ripetere, pochissimo tempo dopo la ratifica della fatwah per i Versi Satanici – la frase che devi, davvero devi, dedicare a Salman Rushdie mentre lui ti sta dedicando la copia di Est, Ovest che hai appena comprato – il motivo per cui avrai, da qui in avanti, due copie di Est, Ovest di Salman Rushdie, appunto, di cui solo una firmataappunto – e gliela dedichi, così, alla fine, guardandolo firmare, la voce impostata dei filodrammatici d’occasione, “Ai dinc det Mìdnaitt Cìldren is de best novel ov de zecond alff ov de tuèntitt senturii…”. Non sei sicuro che lui abbia capito, quando ti ridà il libro e si gira, sorridente, verso un altro lettore.

Est, Ovest. Il motivo per cui – incredibilmente – non hai comprato al volo un’altra copia dei Figli della mezzanotte è (sei ancora nella tua fase iposciamanica e comunque feticistico-psicotica, nei confronti dei libri fondamentali della tua vita) che non puoi permetterti di far firmare un’altra copia dei Figli della mezzanotte in qualche modo tradendo la tua copia dei Figli della mezzanotte; e però non puoi trascinare la tua copia fino alla Basilica di Massenzio, da dove potrebbe ritornare intonsa della firma propiziatoria di Salman Rushdie, nel caso in cui Salman Rushdie decida di assecondare la volontà dei suoi armadi a due ante di turno ed èviti il bagno di folla grafofila che s’accalca prima, durante e dopo le letture: per questo ti trovavi sprovvisto di copie di libri di Salman Rushdie quando Salman Rushdie s’è fermato nei pressi del gazebo librario; e per questo ti sei precipitato contro la prima delle due file e poi verso la seconda delle due file, scientemente evitando I figli della mezzanotte e concentrandoti quindi sui racconti di Est, Ovest: ma questo quando decidi di non portare con te la tua copia dei Figli della mezzanotte ancora non lo sai e quando invece decidi di evitare graduatorie tra romanzi diversi dai Figli della mezzanotte e ti concentri su Est, Ovest invece lo sai. E sei soddisfatto della scelta; e della Bellezza di Est, Ovest. Quest’inclusione di mondi che sono la forma schematizzata e però improvvisata dal tempo delle short-stories di Salman Rushdie. Che è, evidentemente è, il geniale tratto di unione tra l’Occidente postremo di Joyce fino a Pynchon e la Riscrittura delle Mille e una notte; che è, evidentemente è – di là da qualsiasi inascoltabile detrattore degli ultimi giorni – la dimostrazione della Grandezza della Verità delle Storie viste come storie vs la Meschinità della Storia delle verità viste come Verità.

Un uomo non dovrebbe (intendendo con uomo l’iperonimo inerziale per ‘essere umano’) permettersi affermazioni finali elargite con la grandeur degli ubriaconi prima dell’ultimo goccio di Jack Daniel’s. Un uomo non dovrebbe (continuando a intendere iperonimicamente con uomo ‘essere umano’; e però affidando ai topos chandleriano, hammettiano o, meglio, archiegoodwiniano – con tanto di an-alcolosi “di fatto” ad alleggerire il barcollìo sintattico – il barbaglio emotivo e “di genere” di una qualche pesantezza sbiadita) – davvero non dovrebbe scendere a patti mai, con sé stesso, con le proprie piccolissime illusioni cercate (quando non portino danno a sé o agli altri, perlopiù), solo per indorarsi la pillola della delusione trovata. Mi riferisco a quando ci si convince ‘Che Dopotutto’ — con il retaggio insolubile dell’”è andata meglio”, “doveva andare”, “non poteva non andare” così. Non perché ci sia sempre qualcosa di svilente in sé (o di inappagante in sé) nell’accondiscendere, di fatto, alle successioni quotidiane della vita. Il problema – verrebbe da scrivere il problema, se l’esagerare in corsivi non avesse già da tempo trasformato la sottolineatura semantica in una preferibileinestinguibile partitura fondata sul ritmo – non sta,il problema, nell’inevitabile consapevolezza di doversi continuamente confrontare con lo squilibrio tra le nostre più infuocate aspettative di “quel che vorremmo accadesse” e il nevischio fangoso di “quel che realmente accade”. Il problema s’incantuccia, morbido e apparentemente non-pericoloso come uno yorkshire intontito dall’idrofobia, tra gli spigoli bui delle versioni plausibili da millantare a noi stessi. Il problema è non avere abbastanza coraggio, alle volte, da denunciare il peso specifico di una qualsiasi fortuita delusione al nostro io più vivo e vero e in attesa e pavlovianamente pronto a reagire alla notizia cercata con una scarica di adrenalina da sovrapposizione tra il possibile e l’avvenuto: una sorta di pieno del futuro lanciato a ritroso fino al vuoto sagomato del presente che lo aspetta. Così. Un uomo – per la precisione: chi scrive – non dovrebbe mai, allontanandosi da una qualsivoglia Basilica (mettiamo: la Basilica di Massenzio): non dovrebbe mai, allontanandosi con P dalla qualsivoglia-Basilica verso la Stazione T, lasciarsi andare, dopo aver saputo da M che non è possibile accodarsi alla cena che un qualsivoglia Comune (mettiamo: il Comune di Roma) ha preparato per onorare Salman Rushdie, che i posti sono tutti perfettamente, rigorosamente numerati e nominali per motivi di sicurezza, più o menonon dovrebbe lasciarsi mai andare, chi scrive, slittando sulla discesa fino a un qualsivoglia-Anfiteatro rovinoso (mettiamo: il Colosseo), parlando con P, del fatto che dopotutto va meglio cosìperché – chi scrive: e prevedendo un qualche discorso indiretto libero immediatamente successivo o una qualche finzione virgolettata – crede che le cose che accadono sono quelle che accadono, che i miti vanno (per non rischiare di coprirsi del ridicolo ingenuo e fastidioso dei fan senzasperanze) “vissuti affrontati con la giusta distanza emotiva”, che basta (ecco quello che si dice a P che s’è offerto, magnanimo, di accompagnare chi scrive alla Stazione T), basta aver detto in un inglese stentato a qualcuno che si considera dopotutto un proprio Dio privato quello che c’era da dire ed è meglio così. Ecco quello che si dice a P, dopo il colloquio con M, diretti in macchina verso la Stazione T. [Ed è chiaro che con M, P e Stazione T si vogliono tenere celate, in rigoroso rispetto della privacy, le identità di (M)arco Cassini, di Andrea (P)ulcrano e della (Stazione T)ermini].

 

Est! Est! Est! [Racconto Sicuramente Divagante] – «Oh, il Senso del Tempo che Tutti Voi, Maestri di Storie Future, accampate come scusa: come mònito affinché ci si affretti; e ci s’incàrdini in ogni inizio prima di cominciare a raccontare, già pronti a sbirciare da lontano la luce smerigliata della fine. Tutti Voi – Shahrazād incontrollate, madri illegittime di ogni Penelope al rammendo, Incantatori di Serpenti pronti a barattare la seconda vista con una qualche Cecità acuminata che Vi garantisca Rispetto Futuro, e Tutti i Nomi che s’incastrano orgogliosi tra le pietre di Chio e le menzogne di Argo – ‘la città’, non il cane alla Fine. Eccovi pronti: prestàteci orecchio nella speranza che Vi venga restituito. Se volete davvero ascoltare la storia mortale di Harivansh Kabir, nato quando ancora non si conoscevano né il rimedio miracoloso alla peste – ‘il tempo’, ‘la morte’; in realtà – né i giorni precisi di viaggio dalla Terra alla Luna; la vita lunghissima e affrettata di Harivansh Kabir, ultimo di otto figli di Ghanaseth Kabir, maestro d’armi di Yosepoth Bain’ Baarath, il Grande Legatore, Signore incontrastato della Porta d’Oriente.

Nacque, Harivansh Kabir, ultimo figlio di una nidiata invidiabile, già condannato a un tempo inesorabilmente, incredibilmente breve. Tanto che all’età di sette anni, iniziato ai soli primi rudimenti dello scrivere e del leggere dal Maestro di Yosepoth stesso, il lungimirante Raavehsh Tulqwoor, Ghanaseth fu costretto a guardare in faccia il presente dalle parole dure e pietose di Surawesh Boon’ Saator, il Primo Medico della Porta d’Oriente da tre generazioni.

“Tuo figlio già si conta i giorni”, quello che Surawesh disse a Ghanaseth. “Lui stesso si sente la morte vicina: e anche Raavehsh mi dice che impara ogni lezione, giorno a giorno, come se non ci fosse poi spazio e tempo per una lezione futura”.

“Impàra ad aspettare”, replicò Ghanaseth inviperito. “Non c’è figlio mio tra gli otto che non parteciperà al tuo funerale, Vecchio Impaziente Surawesh, e a quello di Raavehsh Tulqwoor, magari… Questo ti dico: e lo credo”, gridò Ghanaseth uscendo dalle stanze del Primo Medico.

E se è vero che la Morte, quasi avesse ascoltato la rabbia spaventata di Ghanaseth, venne a trovare quella notte stessa il Primo Medico della Porta d’Oriente sottoforma di mensola che cade sulla testa, spargendo pozioni e misture sul pavimento insanguinato e rosso dalle tempie di Surawesh: è anche vero che Ghanaseth, padre orgoglioso di una nidiata invidiabile di figlie e di figli, vedovo inconsolabile da quasi tre anni, non era uno stupido. E anche lui era persuaso della fragilità di suo figlio Harivansh.

“Harivansh”, gli disse infatti una sera, compiuti i giusti riti alla memoria del Primo Medico, la Corte di Yosepoth Bain’ Baarath in lutto (e in cerca, rapida, di un medico che lo sostituisse il prima possibile: l’Insidia del Male essendo in agguato dappertutto, in un filo di vento, in un brulichìo di polveri in volo).

“Harivansh, figlio mio… Voglio che tu ascolti questo giuramento che tuo padre ti fa… Non permetterò salti al Tempo, né pieghe innaturali della Corsa verso gli Anni che Seguono… Io ti giuro, figlio mio: e che questo si segni da sé come promessa e invocazione, che io non ti sopravvivrò, dovessi patteggiare con il Primo Principe dei Demoni, con un Gìnn Incattivito dalla Prigionia o con il Tempo stesso… Io, Harivansh, non ti sopravvivrò…”.

E fosse il flebile sbocciare del rosso sulle guance di Harivansh; fosse l’impeto di Ghanaseth insonne tra corridoi e sale del Palazzo di Yosepoth Bain’ Baarath, irritabile e preoccupato come un falcone a digiuno al limite del Deserto di Funah, fu proprio Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, a presentarsi a Ghanaseth nel cuore cupo della notte, nella Sala Viola dei Gigli.

“Tutto questo tempo a decorare di fiori le sale del Palazzo: e nessuna luce per far splendere il viola nelle notti d’inverno…”.

Quello che Ghanaseth vide, voltandosi di scatto al suono della voce – sensuale e derisoria a un tempo, un Amante Tradito che non ami già da anni l’Autrice del Tradimento – fu l’ombra di un uomo, sempre più definita a mano a mano che si avvicinava, al tremolìo delle due lampade della Sala, la luce fioca a far oscillare i Gigli dipinti: un uomo terribilmente bello: e però con una coda, lunghissima, nera e annodata come gomena di nave, corda da trascinatori di elefanti, eternamente frusciante sibili e schiocchi nel crepuscolo artificiale del Salone. “Troppe lampade aumenterebbero il rosso, trasformando in sangue il viola”, rispose Ghanaseth, contenendo lo stupore e quell’idea di paura che – volente o nolente, di là dai giuramenti al figlio – gli s’affacciarono nelle anticamere del cuore.

Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, gli arrivò a una spanna, più alto di Ghanaseth di trenta centimetri buoni, il colorito bruno e i lineamenti perfetti di un piccolo dio in attesa, il cordone pesante della coda a cucire arabeschi nella penombra.

“Hai fatto una promessa a tuo figlio, ho sentito”, disse la voce di Guzīl.

“Hai sentito bene”, replicò Ghanaseth senza chiedergli il nome.

“Càpita alle volte, nelle notti d’inverno, che il pensiero nero dei Gìnn si sciolga in arcobaleni sottili, in luci di spettacolo e in fuochi d’artificio, trasformando in teatro la finzione…”

“Dài, Gìnn, allora…”, spezzettò il discorso Ghanaseth mettendo il guinzaglio alla paura. “Svergógnami di banalità dicendomi che ‘questa è una di quelle notti’…”

Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, non sembrò indispettito dalle parole di Ghanaseth. Le salutò anzi con uno schiaffo della coda sulla parete.

“Bene, Ghanaseth Kabir, padre orgoglioso di Harivansh Kabir e dei suoi fratelli e delle sue sorelle… Sia come sia, come tu desideri… Lascia che ti proponga un patto…”.

E fu solo il tempo di ascoltare e di accettare, per Ghanaseth Kabir, la mano stretta e l’ago dell’unghia di Guzīl a solcargli di solletico un palmo, un rigo viola alla luce nuova dell’alba, il Primo Sole che allagò il Salone dei Gigli svaporando il rosso, lasciando Ghanaseth da solo, all’improvviso, la scomparsa fumosa di Guzīl a stordirlo tra il sonno e la veglia, mentre abbandonava di corsa la Sala Viola e s’affrettava alla camera da letto di Harivansh.

“Harivansh… Harivansh…”, svegliò suo figlio con la giusta dolcezza, perché non dovesse preoccuparsi del risveglio e dell’alba con un affanno precipitoso.

Harivansh… … Sta’ sereno, figlio mio… … stai sereno…”, gli accarezzava la fronte e intanto raccontava, veloce – lo scroscio ritroso di una cascata, il getto di una fontana in primavera – preda di una frenesia allucinata che gli accelerava i battiti del cuore.

“Ho patteggiato i miei desideri più certi… Due cose, mi ha detto ‘Guzīl… Due cose… il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo’… … Così mi ha detto di chiamarsi, mentre la stretta di mano tra noi fermava l’accordo… …”. Nel dormiveglia Harivansh ascolta suo padre come se quello che dice non fosse altro che un’aggiunta ai racconti della buonanotte: una favola del Miglior Risveglio che suo padre Ghanaseth ha preparato per lui. “… … Due cose… La prima, è che non sopravvivrò ai miei figli… Che non ti sopravvivrò – e questo tu devi saperlo… … La seconda, la seconda… È che Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, ti ha concesso in dono la lettura di cinquantamila volumi… … Sai quanti sono, Harivansh, figlio mio? Sono tutto il tempo che vuoi… Tutta la vita che vuoi avere… Tu, ha giurato Guzīl, non morirai senza prima aver letto cinquantamila volumi… Non hai obblighi… Lo sai cosa significa? Vuol dire che potresti vivere per sempre, solo volendolo, Figlio Mio…”

E fu su quelle lacrime di speranza gioiosa, piene della luce ambrata della felicità, che un rumore di lancia che scocca l’ultimo colpo trafisse l’aria e la schiena e il petto di Ghanaseth: la coda di Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, piantata nel centro del cuore di Ghanaseth, la punta guizzante affacciata allo squarcio del torace come la testa nera di un serpente: gli occhi di Ghanaseth pieni di meraviglia scura fissi negli occhi terrorizzati di Harivansh.

“Gli errori della fretta, Ghanaseth…” furono le ultime parole di Guzīl, il Saltimbanco, alla schiena insanguinata di Ghanaseth, “… non ti hanno fatto patteggiare il quando e il come… Il quando del riscatto è ora… Il come è decisione di tuo figlio Harivansh”. E scomparve, lasciando ad Harivansh un dono di vita e a Ghanaseth suo padre il premio affannato della prima morte.

Ed ora guardàte il prezzo di Ghanaseth e l’acquisto di Harivansh: guardàtelo, Harivansh, ora che sono passati pochi anni dalla morte di suo padre, ora che ha deciso come usare il suo regalo sospeso di eternità. Guardàtelo mentre, anche a dispetto dei consigli di Raavehsh Tulqwoor, il suo lungimirante Maestro – “basta leggere, Harivansh, basta… Così sarebbe faticoso anche per dieci persone insieme…” – guardàte Harivansh Kabir, unico possessore del Tempo di Cinquantamila Volumi, mentre si affretta, la smania di chi non ha altro modo, a leggere libri su libri, chiuso giorno e notte nella Biblioteca di Yosepoth Bain’ Baarath, il Grande Legatore, il Signore incontrastato della Porta d’Oriente. Eccolo, Harivansh Kabir, divorare volumi su volumi, insonne, disperato, una fine dietro l’altra sfogliata come una margherita provvisoria del Tempo, anche tre o quattro libri al giorno, ora che non ci sono neppure più i giorni, e tutto il Tempo è solo una pausa respirata tra un volume e l’altro, la smania affrettata di Harivansh Kabir di leggere e leggere per arrivare a vedere la fine».

Sul predellino del treno che ti porterà a casa (quella che ora è la casa dei Tuoi ma che in quel preciso istante del Tempo era di nuovo e ancora la casa dove abitavi). Davvero sul predellino – così indicando quella minima sporgenza tra pavimento del binario e piancito seghettato del treno delle ventitré, più o meno: il penultimo treno tra la tua vita di Roma e la casa dei Tuoi, in quel preciso istante del Tempo. Stai continuando a parlare con P (lui al treno, a salutarti; tu già sul treno – sul predellino, in attesa della partenza) continuando a ribadire l’importanza di quella serata, di quell’Assenza Gigante solo smorzata da un delirio linguistico che potrebbe anche rimanere così per sempre, nella memoria, ingigantendosi anno dopo anno di ricordi di facciata – un gesto ammiccante di Salman Rushdie, un sorriso compartecipato: ti stai già preparando al come racconterai a te stesso l’aneddoto tra una decina d’anni, rendendoti come sempre ancora più goffo di quanto tu non sia e al tempo stesso ammantando di epica e di temporalità memorabile la storia che preparerai, inevitabilmente, per sopravvivere da essere umano ai buchi organizzativi dell’esistenza spicciola. Quando, il cartello di testa che annuncia cinque minuti di ritardo, squilla il telefono. È M che ti chiama da una qualsivoglia-Terrazza (mettiamo: la Terrazza del Campidoglio) dicendoti che, in realtà, i controlli di sicurezza praticamente non ci sono e che, se vogliamo, P e io possiamo raggiungerli. Il tempo di scendere dal predellino, uno sbuffo del treno in movimento verso la casa dei Tuoi, ormai, e tu e P vi muovete – tu addirittura evitando qualsiasi ritrattazione sui miti e sugl’incontri proprio per evitare di dire tutto e il contrario di tutto nel margine di tempo minimo che va dalla Stazione T al Campidoglio. Solo un barlume per presagire a posteriori la beffa (evitata) di una partenza in orario che ti avrebbe precluso definitivamente, a quel punto, la possibilità di comportarti come un goofy, prima ancora che groupie letterario, arrivando in ritardo e (più o meno) non invitato alla cena con Salman Rushdie.

 

Ovest! Ovest! Ovest! [Secondo Racconto Divagante] – «Il sabato, la donna con le sporte della spesa arriva sempre a quest’ora. Minuto più, minuto meno. Sbuffa appoggiando le due buste di plastica a terra, cerca la chiave nella tasca del cappotto; poi apre, come se ogni volta la possibilità di entrare fosse una rivelazione. O la vincita insperata a un quiz televisivo cui non si aveva intenzione di partecipare. Luigi guarda l’ora in alto a destra sul quadrante e legge le due e un quarto. E intanto trascrive l’sms spingendo la biro fredda sul foglio, il taccuino che scivola dal metallo ghiacciato del tettuccio dell’Opel. “Sei tu che non hai proprio avuto voglia di—“.

“Buongiorno, dottor Valloni!”Luigi si gira alla voce di Ennio Bonifazi, l’avvocato del secondo piano. Ha la stessa vecchiaia che gli ha sempre visto: la solitudine gli ha confezionato intorno una sagoma opaca di bonomìa. Questa la parola che aveva usato, anni prima, con Cinzia, quando s’erano trovati alla fine di una riunione condominiale a sparlare dei vicini: per la prima volta in vita sua. E bonomìa s’era adeguata all’orma in movimento dell’avvocato Bonifazi, appiccicandoglisi addosso come una guaina protettiva. Un riparo dal freddo e dalla pietà di maniera.

“Buongiorno, avvocato…”.

“…”

“…”

“Sta aspettando Davide?”, gli chiede Ennio Bonifazi. Luigi si accorge del borsalino dell’avvocato: gli cala sulla fronte: sembra di una misura in più. “Sì, sto aspettando Davide…”. L’avvocato guarda l’orologio e serra le labbra. Un tentativo di complicità, pensa Luigi. Una manifestazione solidale di disappunto. “Sono le due e diciassette”, dice. Digitalizzando le colpe temporali di Cinzia.

“Da quando te ne sei andato di casa Davvide—“, si accorge, trascrivendo, dell’errore di ortografia di Cinzia. Pensa alla sua ritrosia sospetta nei confronti del t9, all’iterazione ticchettante di ogni battere di tasto per trovare la parola giusta.

“Papà!” lo distoglie dal compito la voce chiara di Davide, in corsa verso di lui nonostante gli attento! di sua madre, da un bordo all’altro della strada vuota. Luigi accoglie il figlio lasciandosi cadere il cellulare in tasca; getta sul sedile il taccuino. L’abbraccio che segue sembra una postilla alla trascrizione: con Davide che lo tormenta di baci rumorosi sul collo, mentre lui lo tiene in braccio, accorgendosi ogni volta del peso nuovo del figlio. Poi arriva il ciao che si scambiano da un lato all’altro della macchina. Lui alla portiera aperta del guidatore, Cinzia in piedi lontana un tettuccio di Opel, le risate di Davide a rimarcare la distanza.

“Torniamo domani sera. Alle dieci e mezza, più o meno…”.

“State attenti”, dice Cinzia inquadrando un arco immaginario tra il colletto della camicia di Luigi e il fanale posteriore destro, si scopre a pensare Luigi; come se leggesse uno dei CID nella cartellina nera. Cinzia è già arrivata al figlio, deposto dal padre sul marciapiede ancora carico di zainetto. “Mi raccomando, eh?” è la colonna sonora del saluto della madre a Davide.

“Allora ciao”, ripete a Luigi, alzandosi, mentre Davide scarta il padre, getta lo zainetto sul sedile posteriore e prende possesso del posto; sdraiandosi in lotta con un qualche mostro invisibile.

“Ciao”, ripete Luigi. Quasi gli sembra di avere imitato lo stesso tono dell’ex-moglie. Si chiede per l’ennesima volta se avrà mai il coraggio di regalarle il taccuino. I centosette sms, finora, che lei gli ha spedito: e che lui sta ricopiando, pazientemente. Da quando lui ha cambiato casa fino alla sera prima, “A che ora arrivi, domani?”. Il poscritto alla fine inevitabile del loro matrimonio che nessuna incapacità di memoria dovrebbe mai permettersi di inghiottire via.

“Ci vediamo domani sera, allora”. Non ha ancora imparato a guardarla in viso: ha sempre troppa paura di vedere proprio quello che si aspetta. Così lascia a Davide il compito di stampigliarsi la faccia sul finestrino, rantolando i saluti alla madre di un bambino-mostro. Far scattare la cintura di sicurezza e infilarsi il bloc-notes nella tasca è,più o meno, un movimento solo».

Ho visto cose, sulla Terrazza del Campidoglio, che certo vi potete immaginare. Ma poi ne ho viste anche altre: ed è di queste che va detto. Ho visto un intero banchetto stregato dalla bellezza ineludibile di Padma Lakshmi, guardata più o meno da tutti, uomini e donne, con gli stessi occhi adoranti rivolti da me esattamente alla sua sinistra: a suo marito Salman. Ho visto un intero banchetto – o almeno così ho creduto – guardarmi con disprezzo accorgendosi del fatto che ora che tutti erano rivolti a Salman, dopo essere stati stregati da Padma Lakshmi, io mi ero finalmente accorto dell’ineludibile bellezza di Padma Lakshmi, e quindi ero l’unico tra tutti i tavoli a rivolgere lo sguardo verso l’ineludibile bellezza sunnominata. Coprendomi ai miei occhi di ridicolo e trovandomi per ben due volte fuoritempo. Ho visto (immaginandomi da fuoriluogo) chi scrive e il suo sodale M progettare traiettorie di avvicinamento al tavolo di Salman Rushdie (e della ineludibile consorte). Trovandosi poi incagliati in quella che viene comunemente definita “Sindrome da Stallo Sovradimensionato”: un corrispettivo etilico della Teoria dei Giochi di John Forbes Nash, jr. però con il dimeno della sua componente allucinatoria digressiva. Ho visto la città di Roma trasformarsi in un’inquadratura di un film di Terry Gilliam, i gabbiani ridicoli sospesi in volo a mezz’altezza tra il cielo e il (ridicolo del)l’Altare della Patria, la Sicurezza a due ante di Rushdie attorniare il Tavolo dei Coniugi Rushdie (almeno allora) e di quelli che probabilmente erano amici, conoscenti, famigliari o Altro-comunque-legato alla privacy ineludibile degli allora coniugi Rushdie. Ho sentito chi scrive parlottare complottisticamente con il suo sodale M subito dopo un’illuminazione. “Certo che se siamo riusciti a entrare qui anche noi, non è che proprio si siano sprecati per garantire la sicurezza a Rushdie”. E, per un momento alcolico e lunghissimo, chi scrive è sicuro di aver visto un’onda scura di sospetto brillare negli occhi del suo sodale M, mentre li rivolgeva in panoramica su tutta la tavolata. Ma era solo tristezza da fineVino. Come si sarebbe scoperto poi. [È evidente che con sodale M si continua a garantire riservatezza al (sodale M)arco Cassini].

Dopo la cena, piazzati a cerchio sulla scesa verso Marc’Aurelio a cavallo, tra il sodale M in veste di traduttore compulsivo, Salman Rushdie, il suo editore e sua moglie: chi scrive è stato in grado, fortunosamente – e leggermente stordito da un qualche rosso altolaziale di estremo gradimento – di proseguire un discorso cominciato in un inglese stentato tre ore e mezza prima, più o meno. Ha potuto sapere da Salman Rushdie in persona l’arrivo prossimo – solo un dito indice puntato sui ritardi eventuali del suo editore, quando l’editore s’è allontanato ritornando per un momento al banchetto – del suo nuovo romanzo tradotto. (Quasi Salman Rushdie azzardasse – nel delirio egocentrico di chi scrive era già questa la prefigurazione – solo a partire dalla percezione di una semiafasìa ipocomunicativa, anche un’incapacità di lettura dell’inglese scritto).

E infine… … … Ma cos’è questa voce che s’accampa nel cielo di Roma come un mantra, come un sibilo, un verso di una canzone di Ormus Cama, l’ultima speranza per tutti i bambini della mezzanotte ormai in arrivo? “Ai dinc det Mìdnaitt Cìldren is de best novel ov de zecond alff ov de tuèntitt senturii…”. Alla fine della Festa, è una frase vera.

[E in aggiunta sfilacciata; considerando che il podio privato è condiviso da Mastro DFW – e che di là dal tempo, perché i conti tornino anche se in modo iperbolico o spiraliforme, IJ può essere considerato a tutt’oggi ‘de best novel ov de first alff ov de XXIth senturii’…] [Per dire]. [E senza in questo caso sciogliere gli acronimi; per non disturbare, evidentemente – chi scrive e lettori esclusi].

 

E, Ora (scritto rigorosamente dopo):

Io non credo in esaltazioni artistiche che non siano primariamente soggettive e totalizzanti, è chiaro. Dopotutto, l’arte è eloquente in sé. Certo, ci sono anche persone che non sono d’accordo con chi scrive: e questo è il bellodella vita dei giorni.

Io li capisco.

Dopotutto, basta affidarsi a quel che si legge in

Est, Ovest [dall’edizione Oscar Mondadori 1999 (1994; 1997) autografata da Salman Rushdie (peraltro identica, fatta eccezione per la firma di Salman Rushdie, appunto, all’edizione di Est, Ovest non autografata da Salman Rushdie), traduzione di Vincenzo Mantovani, p. 57] [dal racconto Yorick, per la precisione] ―

«[…] perché è vero che gli uomini provano lo stesso piacere nell’annientare sia la terra sopra la quale stanno mentre vivono sia la sostanza (la carta, cioè) sulla quale possono rimanere, resi immortali, una volta che questa stessa terra sia sopra la loro testa anziché sotto i loro piedi; e che l’inventario completo di queste strategie di distruzione riempirebbe più pagine di quante me ne sono concesse… […]». [Appunto.]

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di Saul Bellow

Al mattino fummo costretti a farci rimborsare i biglietti di ritorno per pagare il conto dell'albergo, perché Dingbat aveva fatto assegnamento sulla borsa ed era completamente in bolletta. Puntammo su Chicago con l'utostop e passammo una notte sulla spiaggia, a Harbert, poco lontano da St Joe, con Nails avvolto nell'accappatoio mentre Dingbat e io ci dividemmo un impermeabile. Quel giorno attraversammo Gary e Hammond, su un furgone che veniva da Flint, passando accanto ai moli e ai mucchi di zolfo e carbone, e alle fiamme che si scorgevano per il calore, non per la luce, nello spazio d'aria meridiana tra le nere, enormi vacche di Pasife e altre animalesche colonne senza testa, in una nube di fumo rugginoso, raccolti in un'enorme distesa di statuarie fornaci e stabilimenti: qua e là una vecchia caldaia o una collinetta di scorie tra i nidi di uova di rana in mezzo ai giunchi.

L'articolo Saul Bellow – La bellezza di una semplice descrizione proviene da Minima et Moralia.

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Appena ricopiato a mano da Le avventure di Augie March (oggi non abbiamo fatto in tempo a caricare il secondo post della giornata, e dunque valga questo invito alla lettura di un Nobel di qualche tempo fa. La traduzione così bella è di Vincenzo Mantovani per l’edizione Mondadori)

di Saul Bellow

Al mattino fummo costretti a farci rimborsare i biglietti di ritorno per pagare il conto dell’albergo, perché Dingbat aveva fatto assegnamento sulla borsa ed era completamente in bolletta. Puntammo su Chicago con l’utostop e passammo una notte sulla spiaggia, a Harbert, poco lontano da St Joe, con Nails avvolto nell’accappatoio mentre Dingbat e io ci dividemmo un impermeabile. Quel giorno attraversammo Gary e Hammond, su un furgone che veniva da Flint, passando accanto ai moli e ai mucchi di zolfo e carbone, e alle fiamme che si scorgevano per il calore, non per la luce, nello spazio d’aria meridiana tra le nere, enormi vacche di Pasife e altre animalesche colonne senza testa, in una nube di fumo rugginoso, raccolti in un’enorme distesa di statuarie fornaci e stabilimenti: qua e là una vecchia caldaia o una collinetta di scorie tra i nidi di uova di rana in mezzo ai giunchi.

Se avete visto la tonante bocca aperta di un inverno londinese nei suoi ultimi orridi minuti di luce fluviale o siete entrati a Torino dalle Alpi con un freddo tintinnio nel bianco vapore decembrino, allora avete conosciuto una pari grandiosità di luoghi. Cinquanta affollati chilometri su una strada macchiata d’olio, dove i vulcani a carbone, a gas e a macchina cuocevano i princìpi di Empedocle trasformandoli in ghisa, sbarre e rotaie; altri venti chilometri di case sparse, dieci di fitte – i palazzoni popolari – e smontammo dal furgone non lontano dal Loop ed entrammo da Thompson per un pasto di stufato e spaghetti, presso il Detective Bureau e in mezzo al distretto dei distributori cinematografici, con i loro grandi manifesti.

 

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