Vincenzo Pardini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vincenzo-pardini/ un blog di approfondimento culturale Tue, 29 Nov 2016 00:49:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Vincenzo Pardini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vincenzo-pardini/ 32 32 La voce di Conrad https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-voce-conrad/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-voce-conrad/#respond Tue, 29 Nov 2016 07:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32925 Esce oggi il nuovo numero di Nuovi Argomenti, dedicato al senso di appartenenza all'Europa. Di seguito pubblichiamo un testo di Vincenzo Pardini contenuto nella rivista, che ringraziamo.

di Vincenzo Pardini

Molti anni fa, leggendo Lord Jim di Joseph Conrad, mi parve che alcune righe, verso la metà del romanzo, le avesse dedicate a me: «Era difficile, in quel momento, credere all’esistenza di Jim – partito ragazzo da una parrocchia di campagna, avvolto nella moltitudine degli uomini come in una nuvola di polvere, ammutolito dallo strepitoso contrasto della vita e della morte in un mondo tutto materiale: eppure la sua realtà indistruttibile mi si presentò davanti con una forza convincente e perentoria!».

Parole che mi agirono dentro come un risveglio, riportandomi indietro nel tempo. Ossia al giorno che, insieme a mia madre, ad appena tre anni, partii da una parrocchia, o meglio da un villaggio di montagna, per raggiungere mio padre e mio zio, emigrati in Belgio, a lavorare in miniera. Eravamo poco dopo gli anni Cinquanta e in Italia, al solito, mancava lavoro. Gli abitanti di montagna, lontani da centri urbani erano, pertanto, costretti ad andarsene nelle periferie delle città, o all’estero, in cerca di un’occupazione. Mio padre e mio zio Giuseppe, prima di partire, avevano dovuto sottoporsi a visita e mostrare documentazione di essere immuni da precedenti penali.

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Esce oggi il nuovo numero di Nuovi Argomenti, dedicato al senso di appartenenza all’Europa. Di seguito pubblichiamo un testo di Vincenzo Pardini contenuto nella rivista, che ringraziamo.

di Vincenzo Pardini

Molti anni fa, leggendo Lord Jim di Joseph Conrad, mi parve che alcune righe, verso la metà del romanzo, le avesse dedicate a me: «Era difficile, in quel momento, credere all’esistenza di Jim – partito ragazzo da una parrocchia di campagna, avvolto nella moltitudine degli uomini come in una nuvola di polvere, ammutolito dallo strepitoso contrasto della vita e della morte in un mondo tutto materiale: eppure la sua realtà indistruttibile mi si presentò davanti con una forza convincente e perentoria!».

Parole che mi agirono dentro come un risveglio, riportandomi indietro nel tempo. Ossia al giorno che, insieme a mia madre, ad appena tre anni, partii da una parrocchia, o meglio da un villaggio di montagna, per raggiungere mio padre e mio zio, emigrati in Belgio, a lavorare in miniera. Eravamo poco dopo gli anni Cinquanta e in Italia, al solito, mancava lavoro. Gli abitanti di montagna, lontani da centri urbani erano, pertanto, costretti ad andarsene nelle periferie delle città, o all’estero, in cerca di un’occupazione. Mio padre e mio zio Giuseppe, prima di partire, avevano dovuto sottoporsi a visita e mostrare documentazione di essere immuni da precedenti penali.

Pure io e mia madre fummo sottoposti a controllo sanitario. Partimmo una mattina d’autunno, il clima ancora tiepido. Per raggiungere la via carrozzabile, dovevamo percorrere un lungo tratto di mulattiera, un cammino preistorico, da dove, fra gli altri, erano passati etruschi, romani, liguri, apuani e longobardi. Una strada di sassi e di pietre, costeggiata da muri a secco o rupi. Fino a Milano ci avrebbe accompagnato zio Silvestro, fratello di mia nonna. Un veterano dei lunghi viaggi. Emigrato a Buenos Aires in giovane età, rientrato in Patria per combattere nella Prima guerra mondiale, sarebbe poi ripartito alla volta della California.

Quel giorno ci precedeva con la nostra valigia in spalla. Sennonché, a un tratto, incrociammo una carovana di muli. Il vetturino si offerse non solo di caricare la valigia, ma di far salire me in arcione al capintesta, enorme e bianco. Un’esperienza indimenticabile. Gli vedevo la criniera e i lunghi orecchi oscillarmi davanti, ed ero avvolto, alla stregua di una musica, dallo stridere del basto e lo zoccolare dei giumenti che seguivano. Costeggiati dirupi in fondo ai quali scorreva l’acqua delle cascate, giungemmo a destinazione, sotto l’arco di un antico molino. Poco più in là c’era la via maestra, da dove sarebbe passata la corriera. Sceso dal mulo, avrei voluto carezzarlo. Dovette capirlo. Abbassata la testa all’altezza del mio petto, mi dette la fronte, bagnata di sudore come quella di un uomo. Salito sulla corriera, avvertii dentro di me uno strappo, una lacerazione. E mi sembrò di aver perduto quanto, forse, non avrei più ritrovato.

Era l’inizio della nuvola di polvere che, sempre, m’avrebbe fatto sentire il contrasto della vita e della morte, in un mondo irto di ogni difficoltà. Lo zio e la mamma conversavano, la corriera avanzava, lasciandosi dietro una cortina fumogena. Mi sentii solo come non mi era mai accaduto. Stavo abbandonando il mondo delle mie immagini e consuetudini. Cambiati diversi treni, verso sera giungemmo a Milano. Mio padre era ad attenderci, ma non lo salutai. Mi sembrava un avversario, un intruso che mi aveva esautorato dal mio regno. Salutando lo zio, respirai il profumo di naftalina dei suoi abiti. Cominciava a farsi buio, e la stazione di Milano s’era illuminata; tra l’andirivieni dei passeggeri, mi echeggiava nelle orecchie la voce degli altoparlanti. Infine saliti, partimmo. Come altri, mangiammo in treno il cibo portato da casa.

Il vagone aveva sedili di legno, e non riuscivo a dormire. Allora ripensavo agli ultimi odori che avevo respirato. Oltre quello di zio Silvestro, mi parve di respirare ancora quello dei muli, un ché di fieno, miele e birra. Ma il treno, tra suoni di sirena che parevano urla, e attrito di ferro contro ferro, correva. Al di là dei finestrini era buio. Le luci comparivano al momento che il convoglio fermava nelle stazioni. Teste pendoloni, la gente del mio scomparto dormiva. Mi sentivo prigioniero e avrei voluto fuggire, evadere.

M’addormentai, credo, verso l’alba. Fui destato dalla luce del giorno e da mia madre e mio padre: discutevano. Arrivammo a Wandre che era sera. Camminammo nel buio, alla luce delle torce di mio padre e mio zio Giuseppe, arrivato nel frattempo. Finché non fummo in una baracca di legno, con vecchi mobili e scranne dal sedile di paglia. Volto teso, mia madre metteva ordine, zio Giuseppe, seduto, fumava una sigaretta, mio padre caricava la stufa di carbone. Mi subentrò un forte smarrimento, fino a sentirmi estraneo a me stesso, e proruppi in un pianto più di rabbia che di angoscia. Alla domanda di mia madre se avessi avuto fame, risposi in malo modo. Lei, irritata, avrebbe voluto percuotermi, ma venne in soccorso lo zio, che mi portò in una stanza, dov’era un letto. Spogliato, mi coricai.

I giorni seguenti furono di disagio. Non riuscivo ad ambientarmi, anche perché il cielo era basso e grigio, l’aria impregnata di umidità e avevo attorno gente sconosciuta e che parlava un linguaggio a me incomprensibile. Stetti meglio quando ebbi dei giocattoli. Poi, qualche volta, al pomeriggio, una signora anziana, dai grandi occhi celesti, madre della fidanzata di zio Giuseppe, mi portava a passeggio fino a casa sua. Sebbene non ci parlassimo, ci capivamo a sguardi. Infine cominciai a imparare la nuova lingua, il fiammingo. Mi era entrata dentro insieme ai gesti e agli atteggiamenti degli interlocutori. Adesso, la domenica, venivano da noi diversi uomini e qualche donna. Pochi quelli che parlavano italiano. Fra di loro c’erano infatti francesi, turchi, armeni, polacchi, russi e tedeschi. Venivano perché mio padre sapeva suonare la fisarmonica. Arte appresa da ragazzo, ma interrotta durante la guerra. Se era bel tempo, nello spiazzo antistante la baracca, alcune coppie ballavano, gli altri stavano seduti o in piedi ad ascoltare la musica. Mio padre, seduto in un angolo, la fisarmonica sulle gambe, suonava musiche che a me parevano molto belle, e che mi rasserenavano o mi esaltavano, facendomi sognare ad occhi aperti.

In quei giorni cominciai anche a giocare coi bambini della mia età o più grandi, quasi tutti di altra etnia. Come con la signora tedesca, ci si capiva a sguardi. Giocavamo con dei cavallucci di caucciù o di carta pesta, o piccoli veicoli di metallo pesante. Un giorno con alcuni di loro mi allontanai per raggiungere una lunga scalinata di legno, che portava in alto, molto in alto. Al solito, era una giornata nebulosa. Arrivato in cima, ammirai il paesaggio: oltre le case, si estendeva e si allungava la Mosa; le baracche in cui abitavano i minatori e le loro famiglie, si trovavano al confine di un territorio scosceso, nero di carbone, e la miniera era delineata da strutture metalliche.

Tornai a buio, e mia madre, che non perdonava distrazioni e negligenze, mi redarguì e mi percosse. Ma io avevo imparato a difendermi: andavo sotto il tavolo di cucina, dove non poteva raggiungermi. Tanto sapevo che le sue collere, dovute a eccesso di protezione, erano fuochi di paglia. Se era brutto tempo e mio padre non suonava la fisarmonica, la domenica andavano in visita da compaesani e parenti che abitavano nei paraggi, o dallo zio Giuseppe, nel frattempo sposatosi con una ragazza bionda e che parlava con un forte accento tedesco.

Dai parenti trovavamo, sempre, altre famiglie di immigrati, coi quali mio padre e mia madre si intrattenevano, mentre io giocavo coi loro figli. Fra i dipendenti delle miniere si era instaurata una tacita solidarietà. Dovuta anche al fatto dei vari aspetti di rischio che comportava per i minatori scendere metri e metri sotto terra, a lavorare tra buio e carbone, e l’apprensione in cui vivevano le loro famiglie. Apprensiva, mia madre soffriva molto. Tornato in Italia oltre un anno dopo, cominciai ad avere, nei confronti della vita e del prossimo, un concetto di fraternità che non mi sarebbe venuto meno negli anni. Essere stato a contatto con etnie diverse, mi aveva fatto capire che non esistono né le razze né tantomeno i popoli: esistono le persone, la gente, noi, ossia l’Europa e il mondo intero.

Cosa che non è tuttavia bastata a dissolvere dentro di me la voce di Conrad. Non tanto riguardo al bambino avvolto dalla polvere e dal tramestio degli uomini, ma dal persistente contrasto che ho continuato ad avvertire tra la mia vita e la mia morte. Contrasto, quest’ultimo, sempre più nitido, e che cerco di mitigare confidando in Dio.

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L’odorino del mare https://minimaetmoralia.it/libri/lodorino-del-mare/ https://minimaetmoralia.it/libri/lodorino-del-mare/#comments Tue, 04 Sep 2012 14:00:31 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9091 Pubblichiamo una recensione di Giulio Milani su «Morte dei Marmi» di Fabio Genovesi (Laterza).

di Giulio Milani

L’alta toscana è marca di confine dallo spazio antropologico polarizzato. Abbiamo già trattato l’argomento nelle note al testo di Marco Rovelli “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia”. Ritroviamo aspetti non dissimili, ma qui per così dire traslocati dalla montagna al mare – con tutto quel che ne consegue in termini di mitologia e di stile – nel libro “Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi, sempre pubblicato nella collana Contromano della Laterza (collana che si conferma, tra alti e bassi – più alti che bassi, a mio avviso – una delle migliori operazioni editoriali degli ultimi anni, specie per la valorizzazione dei nostri narratori italiani trenta/quarantenni).

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Pubblichiamo una recensione di Giulio Milani su «Morte dei Marmi» di Fabio Genovesi (Laterza).

di Giulio Milani

L’alta toscana è marca di confine dallo spazio antropologico polarizzato. Abbiamo già trattato l’argomento nelle note al testo di Marco Rovelli “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia”. Ritroviamo aspetti non dissimili, ma qui per così dire traslocati dalla montagna al mare – con tutto quel che ne consegue in termini di mitologia e di stile – nel libro “Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi, sempre pubblicato nella collana Contromano della Laterza (collana che si conferma, tra alti e bassi – più alti che bassi, a mio avviso – una delle migliori operazioni editoriali degli ultimi anni, specie per la valorizzazione dei nostri narratori italiani trenta/quarantenni).

«Perché poi siamo gente così, senza mezze misure. Ti vogliamo abbracciare o spezzare le gambe, siamo felici o incazzati, secchi come lo stoccafisso o con la pancia a cocomero, navighiamo per il mondo sulla Amerigo Vespucci oppure non sappiamo nemmeno nuotare. Le mezze misure qua non esistono, e quando qualcuno – poveraccio – invoca una via di mezzo, si sente rispondere che La via di mezzo è a Pietrasanta, riferendosi al corso che porta a piazza Duomo.»

Nel libro di Genovesi, infatti, ci muoviamo (apparentemente) tra le spiagge dorate della Versilia, ma dietro le quinte ribolle un sangue indomito, di cui abbiamo avuto notizia anche nelle pagine di Rovelli: «Qua ci potevano campare giusto i liguri apuani, popolo gretto e primitivo che mangiava i sassi e beveva i cazzotti, che quando Roma aveva le terme e il teatro qua nemmeno era arrivata la scrittura. “Le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini”, dice Diodoro Siculo, “e gli uomini sono forti come bestie”. Per toglierli di mezzo e liberare la via che da Pisa porta a Marsiglia, i romani si sono dovuti buttare in decenni di massacri reciproci, e siccome non c’era verso di adattare i liguri apuani alla civiltà romana (o alla civiltà in generale), alla fine li hanno deportati in massa nel Sannio. […] Ma qualcuno, rintanato tra i rovi e le spelonche e le dune spinose vicino al mare, deve essere rimasto da queste parti, perché il sangue acido e bestiale dei liguri apuani gira ancora nelle vene dei versiliesi. Gente riottosa e greve, astiosa e maldisposta, un popolo che vive di turismo e insieme è il meno ospitale del pianeta. Questa è la Versilia, questa è Forte dei Marmi.»

Molti autori, specie nel Settecento francese, si sono confrontati con l’influenza dell’ambiente sulla costruzione dei caratteri – pensati qui come li pensa la psicologia, ossia la copertura delle nostre strategie di sopravvivenza – e forse non per caso il Settecento (secolo letterario per eccellenza, a noi vicino non foss’altro che per la circostanza che mai si scrisse e ci si scrisse tanto) è anche l’epoca in cui gli abitanti di questa marca rivolsero gli occhi verso sé stessi e si scoprirono civili.

Ancora all’alba del Seicento, infatti, un visitatore di passaggio come Montaigne poteva annotare, nel suo Viaggio in Italia: «Da Lerici a Lucca ci sono 42 miglia. Si passa per gli Stati del Principe di Massa e Carrara. È il sovrano più piccolo di tutti, e i suoi sudditi i più rozzi e i più maleducati che esistano. Vi ho dormito una sola notte, e non ho visto nessuno, uomini, donne e bambini, che non fosse di una volgarità senza pari.» (Rovelli, “Il contro in testa”, p. 47).

Rivolgere oggi lo sguardo a questi abitanti, a questi non-luoghi frontalieri di recente fondazione, ci offre quindi lo straordinario privilegio di assistere alla “mutazione antropologica” di un popolo relativamente giovane, che da uno stadio di vita a tutti gli effetti premoderno, si trova catapultato mani e piedi nell’epoca dell’immagine del mondo.

Per chi credeva di poter restare sé stesso rimanendo immobile, mettendo improbabili “radici” di sangue e terra, non è meno di un’apocalisse accorgersi che tutto intorno a noi è cambiato, e ritrovarsi migranti nel nostro stesso paese, ormai stranieri in casa propria.

«Incapace di accogliere il turista, ospitandolo e condividendo gli stessi spazi, il popolo di Forte dei Marmi ha sempre preferito consegnargli il paese, inginocchiandosi e servendolo a testa bassa. […] Asservendosi, è più facile lamentarsi e maledire alle spalle. E a fine estate ci si può rialzare, pulirsi i pantaloni dalla polvere e dire, come a padre Patrizio la voce misteriosa dal cesso, Amen, ora però fuori dalle palle. […] È un’idea di turismo che ha funzionato alla grande per più di un secolo, e anche quando sono arrivati i russi noi li abbiamo accolti allo stesso modo. Cosa potevamo fare? […] I russi pagavano di più, ma per un motivo semplice: non volevano mica affittare, loro compravano proprio. E quando vendi, poi hai venduto per sempre. Non è che a settembre puoi tornare tutto allegro con un giacchetto sulle spalle e dire vabbè, abbiamo scherzato, ci si vede il prossimo anno. Questa era casa tua, ma adesso non lo è più. E allora sei tu che devi andartene.»

D’altra parte era stata evocata a lungo, la globalizzazione, a destra come a sinistra (dalla Terza Internazionale in avanti, per restare ai riferimenti testuali), e se adesso prende forme che non ci aspettavamo è solo perché tendiamo a dimenticarci che il futuro non accade nelle forme conservative della prefigurazione, ma nelle modalità fuori controllo e inaspettate dell’adempimento.

«Lo zio Aldo ripeteva quella sua frase profetica che diceva sempre. E cioè: Ma tanto un giorno arriveranno i russi, e allora stai sicuro che da queste parti cambia tutto. […] E poi, quando avevo sei anni, lo zio Aldo è morto. Molto prima di poter sapere quanto ci aveva azzeccato con la sua profezia. Perché c’è voluta una trentina d’anni, ma alla fine è andata proprio come diceva lui. Sono arrivati i russi e tutto è cambiato. Anche se non sono i russi che pensava lui, e il cambiamento non gli sarebbe garbato per nulla.»

Il denaro si prende tutto «come uno tsunami», e produce un bovarismo di ritorno negli ammirati autoctoni, «esclusi dall’esclusivo», e insieme servi proattivi dello spettacolo che va in scena tutte le estati.

«Potevamo non considerarli un po’ divini? E quindi è ovvio che d’estate tentavamo disperatamente di essere come loro, rinnegando i nostri familiari, la nostra origine, e soprattutto il dialetto versiliese che ci dichiarava subito zotici e straccioni.»

Forte dei Marmi diventa così una quinta onirica tra Dark city (guarda caso l’altro nome di una città costiera chiamata Shell Beach!) e La palla numero 13, in cui il culto dell’“avere per essere” ha ormai prodotto un scenario (psichico) intercambiabile: «Le boutique non ci sono utili nemmeno come punti di riferimento, per dire magari ci troviamo alle nove davanti a Prada, oppure Mario ha parcheggiato nella via che c’è Ferragamo. Questo non si può fare, perché i negozi del centro di Forte dei Marmi sono creature migranti, in continuo spostamento tra gli angoli e le strade, e molti soccombono dopo breve vita per lasciare spazio a griffe più prestigiose. Quindi, solo perché una boutique stava in un certo punto la settimana scorsa, non è per niente sicuro che oggi sia ancora lì.»

Un bandolo non si trova. La benevolenza del dio ha l’occhio mobile. L’idolatria per le merci, e attraverso le merci per le divinità che se le possono permettere, diventa così l’altra faccia di un culto per l’originalità standardizzata che genera comportamenti (e sacrifici) patologici.

«Quella che va in scena ogni domenica è una colossale sfilata di moda, in cui devono essere modelli e insieme spettatori, un tutti contro tutti tremendamente impegnativo che ha ormai raggiunto livelli impossibili di sofisticazione. E come non possono permettersi di comprare nei negozi, gli appassionati di shop-watching non possono nemmeno dormire negli alberghi o affittare una casa, quindi la loro presenza è una toccata e fuga, una stressante gita di un giorno con pranzo al sacco.»

Solo nel finale, quando il punto di percezione passa dalla vista (ormai perduta) all’olfatto, cade uno scarto, e tondellianamente – ricordate “l’odorino del Nord” (e della libertà) sull’autobrennero in Altri libertini? – il narratore intercetta un momento di agnizione, un satori che promana dal buio (come in Cattedrale di Carver), e annuncia la possibilità di una svolta proprio con l’imbocco “alchemico” della via di mezzo.

«Il fatto è che si trattava di una di quelle notti che monta il nebbione, una specie di bruma pastosa che è tipica nostra, e certe sere sale su dal mare e si mischia con l’umido dei monti per coprire tutto. Gli ingredienti perché venga bene sono guazza, salmastro e un goccio di resina di pino, e si tratta di una miscela perfetta per devastare qualsiasi creazione dell’uomo, dal legno verniciato delle persiane alle cromature delle auto. […] E quella sera ci guidavo in mezzo, potevo sentirlo che si appiccicava alla macchina e rosicchiava la carrozzeria e la gomma delle guarnizioni. E forse è proprio questo il trucco della famosa nostalgia fortemarmìna, il segreto di questo paese che vive del tuo passato: l’umido assassino sgranocchia ogni cosa, la gratta via e poi ne mantiene l’essenza, se la porta dentro per secoli, e quando di notte torna a spandersi sul paese te ne riporta l’odore.»

Lo stile è qui un tutt’uno col mondo che descrive, coi temi (ossessivi) che sono cari all’autore, e infatti è come scaturisse da un unico “accordo power” che riprende e ripete il rumore del nostro tempo con mille variazioni di tonalità e di effetto, fino a produrre un suono (e una voce) inconfondibile.

Fabio Genovesi è insomma un punk rock della scrittura, uno che ha imparato a scrivere ascoltando i Clash e i Dead Kennedys (amando probabilmente più i secondi), tra un film di Bud Spencer e l’ultimo Fantozzi – come tanti noi t/q, del resto, ma con la marcia in più di una memoria (specie dell’infanzia) prodigiosa e soprattutto di una sincerità fuori dal comune, che mescolate insieme ne fanno il più proustiano dei nostri narratori under 40; vicino allo spirito di maestri appartati come il suo concittadino – di montagna – il bardo Vincenzo Pardini – stessa capacità (mimetica) di cogliere, in un giro di frase, presente passato e futuro di un luogo come di un personaggio, stessa perseveranza etica e tematica, stesso andirivieni “salvatico” (Rigoni Stern) prima che salvifico.

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Il viaggio dell’orsa https://minimaetmoralia.it/libri/il-viaggio-dell%e2%80%99orsa/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-viaggio-dell%e2%80%99orsa/#comments Tue, 04 Oct 2011 09:10:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5295 Questa recensione di Carlo Mazza Galanti al nuovo libro di Vincenzo Pardini (Il viaggio dell’orsa – Fandango) è uscita su Alias.

Per cominciare, ci si potrebbe concentrare sulla qualità dello stile: le scelte lessicali, i preziosi toscanismi, la carica evocativa di parole semi-dimenticate e recuperate da Pardini con la precisione del collezionista; potremmo stupire della scelta dei nomi di persona, pesanti concentrati di destino prelevati da una onomastica antiquaria, ma ancora viva in certi lembi di provincia italiana

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Questa recensione di Carlo Mazza Galanti al nuovo libro di Vincenzo Pardini (Il viaggio dell’orsa – Fandango) è uscita su Alias.

Per cominciare, ci si potrebbe concentrare sulla qualità dello stile: le scelte lessicali, i preziosi toscanismi, la carica evocativa di parole semi-dimenticate e recuperate da Pardini con la precisione del collezionista; potremmo stupire della scelta dei nomi di persona, pesanti concentrati di destino prelevati da una onomastica antiquaria, ma ancora viva in certi lembi di provincia italiana; alcuni lettori potrebbero poi dimostrarsi particolarmente sensibili al ritmo ipnotico della sintassi, quasi latineggiante: frasi incise nel bianco della pagina, brevi e modeste nel loro respiro ma capaci di una certa, nascosta, solennità; tanto dense e calibrate quanto lontane da quella ricerca dell’effetto poetico che altri scrittori amanti del laconismo ostentano così spesso come garanzia di letterarietà.
In passato, mi sono personalmente appassionato al localismo spinto di questo autore così schivo e riservato: perché in tempi di globalizzazione mi pareva (e mi pare ancora) ammirevole la scelta di orientare la propria esistenza e le proprie scelte letterarie all’interno di coordinate spaziali a portata di mano, o di piede, per così dire. Raccolte nel circuito limitato di qualche vallata, di un preciso distretto geografico (la Garfagnana, l’Appennino tosco-emiliano), non perciò segnate dal terrore claustrofobico di chi deve sempre e comunque evadere: perché una ricerca “intensiva” nello spazio di un territorio famigliarizzato da anni di frequentazione e perciò intimamente conosciuto (e conosciuto, anche, nel suo divenire secolare) è esattamente il contrario dell’espansione azzardata, effimera e scivolosa di noi tutti consumatori di trasvolate low-cost e di scenari cosmopoliti. Anche per ragioni apparentemente così poco letterarie possiamo amare Pardini. E per molte altre che le dimensioni di questo articolo non permettono di formulare.
Ce n’è una però, che è in qualche modo la matrice di tutte; c’è una qualità specifica che lo colloca in una posizione assolutamente originale, in uno spazio culturalmente marginale perché troppo decisamente segnato dal rispetto delle proprie regole idiosincratiche. C’è una peculiarità che presiede alla scrittura di Pardini e che mi sembra unirlo sotterraneamente a personalità oscure e certosine, a creativi monomaniaci e “fous littéraires” di varie epoche e nazioni, a individui, in ogni caso, profondamente persuasi. Questa particolare dimensione dello spirito si manifesta anzitutto, nei suoi libri, come zoofilia. Dall’inizio degli anni ottanta Pardini ha scritto costantemente, instancabilmente, racconti più o meno brevi. Sono più di un centinaio, credo: molti di questi sono oggettivamente memorabili (e trovo del tutto condivisibile la scelta di Enzo Siciliano di inserirne uno, a suo tempo, nel Meridiano dedicato ai racconti italiani del ‘900: Pardini è senz’altro uno dei nostri maggiori novellieri); ognuno di essi vede al centro della propria trama la presenza emblematica di un animale, a volte di molti animali.
Visto dall’alto, si profila un corpus testuale del tutto unico nel suo genere, un bestiario narrativo credo senza uguali nella storia della letteratura occidentale. E se non fosse il carattere quasi monumentale di una simile opera di esplorazione sistematica del mondo animale; se non fosse la quantità abbastanza impressionante di storie di bestie (che sono sempre anche, anzi soprattutto, storie di uomini) che Pardini continua ininterrottamente a produrre nei ritagli di tempo concessigli dal suo lavoro notturno (come notturni sono molti dei recessi del suo immaginario, e molti dei suoi animali); sarebbe ancora l’intensità di questo dialogo, di questo confronto con l’animalità che ci dovrebbe convincere di avere a che fare con uno scrittore, e con un’opera, di grande valore.

Si potrà dunque cominciare dalla fine, e leggersi questo Viaggio dell’orsa recentemente pubblicato da Fandango (ultima ad avere accolto un autore che probabilmente ha scontato anche in termini di visibiltà certa dispersione editoriale: esordisce con Mondadori, poi Bompiani, quindi Quiritta, Giunti, Laterza, Pequod, Transeuropa): dove tre lunghi racconti e cinque più brevi ci presentano altrettanti animali intenti a rimettere l’umano nel posto che da sempre gli spetta e che troppo spesso ha dimenticato di abitare, intento com’era ad architettare sofisticate “macchine antropologiche” (per dirla con Agamben): arrovellandosi sulla propria presunta, e per lo più nociva, unicità nell’ordine del “creato”.
La vendetta occupa forse perciò, in questa pagine, una posizione centrale: vendetta dell’orsa che dà il titolo al libro, cui viene sottratto un cucciolo per onorare un accordo stipulato tra il Duca di Ferrara (siamo nel XV secolo) e certi pastori garfagnini; o vendetta di un lupo braccato da un tetro e sanguinario cacciatore, sotto lo sguardo dubbioso dell’allora commissario ducale di Castelnuovo Garfagnana, messer Ludovico Ariosto. L’immersione storica, preponderante nell’ultima raccolta, si spinge fino a passati remotissimi: un racconto sorprendente ci mostra il rapporto tra un aruspice etrusco capace di misteriose “bilocazioni” e un piccione viaggiatore, al tempo delle prime invasioni romane nel centro Italia. Parzialmente, ma solo parzialmente, esterno ai confini abituali dello scrittore, è lo splendido racconto dedicato alla pantera nera che tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta si aggirava tra Lazio e Toscana, abitando volentieri gli anfratti della periferia urbana della capitale. Fu lei che diede il nome al movimento di protesta studentesca nato allora. La lunga caccia alla fiera è occasione per un’avvincente e visionaria rappresentazione dell’Italia di quegli anni, tra servizi segreti deviati, bande criminali e sotterranei del Vaticano pieni di macabre sorprese (bellissima, di una bellezza che non saprei definire, la scena dell’incontro della pantera con il papa, nei giardini vaticani).
Ancora le violenze umane sugli animali sono al centro del racconto dedicato alla mula bianca Serague, o dell’ultimo, lungo e aggrovigliato, dove un gufo reale viene preso di mira da un bracconiere psicopatico: quasi un piccolo romanzo noir, à la Pardini ovviamente.
Un appunto aneddotico, per concludere: ho conosciuto personalmente questo scrittore pranzando in un ristorante vicino casa sua, nell’Oltreserchio. Visto che non sceglieva carni gli ho domandato se fosse vegetariano. “No”, mi ha risposto senza esitazioni “non mangio gli animali. Farlo sarebbe assurdo, visto che li considero miei pari”. Rifiutando l’etichetta, io credo senza nessun genere di snobismo, Pardini rivendicava all’origine del suo comportamento alimentare motivazioni di ordine privato, per lo più ineffabili. Quello compreso nei suoi libri è certo un mondo che riguarda da vicino la sensibilità animalista, anti-specista, contiguo all’etica del vegetarianismo, ma che precede tutto questo: è pre-categoriale, o pre-giuridico, per così dire. La letteratura è da sempre un luogo deputato a esprimere pulsioni che non tollerano il controllo delle dottrine e delle formulazioni teoriche. Anche perciò, forse, molti dei racconti di Pardini sono così precisi, e così belli: perché emanano direttamente dal centro incandescente di una motivazione informe, indomita; perché seguono uno slancio fortissimo che si avvicina, immagino, a quello di chi abbraccia una religione, di chi cerca salvezza. Che la salvezza dell’uomo possa essere custodita dagli animali, non è soltanto lo scrittore della Garfagnana a pensarlo: “Salvatico” ha scritto ad esempio Leonardo da Vinci “è quel che si salva”.

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Vincenzo Pardini https://minimaetmoralia.it/libri/vincenzo-pardini/ https://minimaetmoralia.it/libri/vincenzo-pardini/#respond Mon, 26 Jul 2010 12:44:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2753 Qui di seguito il mio “peana a Pardini”, come l’ha definito Christian Raimo. È stato pubblicato su Alias di sabato scorso e se avessi avuto ancora meno spazio a disposizione temo che il tono elogiativo della mia recensione avrebbe davvero rasentato il ridicolo. Sono un fan sfegatato di questo scrittore.

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Qui di seguito il mio “peana a Pardini”, come l’ha definito Christian Raimo. È stato pubblicato su Alias di sabato scorso e se avessi avuto ancora meno spazio a disposizione temo che il tono elogiativo della mia recensione avrebbe davvero rasentato il ridicolo. Sono un fan sfegatato di questo scrittore. Tuttavia, per dimostrare che la mia enfasi non è per nulla, faccio seguire il racconto «La segregazione», di cui parlo nell’articolo. Chi non avesse voglia di leggere sullo schermo un testo così lungo dia almeno un’occhiata alle prime pagine. Se le troverà irresistibili si vada a cercare il racconto in libreria: il libro è Rasoio di guerra (Pequod). Ringrazio l’autore e l’editore Marco Monina per averlo messo a nostra disposizione.

Chi non ha mai letto Vincenzo Pardini ha ben due occasioni, oggi, per porre rimedio. Sono state pubblicate, quasi contemporaneamente, due raccolte di racconti dello scrittore toscano: Banda randagia (Fandango, pp. 209, E. 15) e Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa, pp. 168, E. 14,50, dove due lunghi racconti suoi accompagnano altri due dell’ottimo Marino Magliani, e una splendida postfazione di Arnaldo Colasanti). Entrambe le raccolte confermano l’importanza di questo autore ignorato dai più ma capace di intercettare, nel corso della sua ormai lunga carriera, l’interesse e la stima di lettori come Enzo Siciliano, Attilio Bertolucci, Italo Calvino, Giovanni Raboni, Natalia Ginzburg, Geno Pampaloni, Ottiero Ottieri, per dirne soltanto alcuni. Molti dei suoi ammiratori tendono a considerarlo uno dei più significativi scrittori di racconti della nostra letteratura recente, e personalmente non avrei nulla da obiettare a chi volesse (come ha fatto Siciliano, che ha inserito un suo testo nel Meridiano dedicato ai “Racconti italiani del novecento”) sottolineare il valore assoluto di Pardini riservandogli uno spazio all’interno del canone (almeno) novellistico italiano. Quando i suoi primi libri furono pubblicati da Mondadori e Bompiani (negli anni ’80 e nei primi ‘90) suscitarono un interesse critico inversamente proporzionale al loro successo di pubblico. Passato in seguito a Giunti, Quiritta, Laterza, Pequod e infine Fandango e Transeuropa, Pardini non si è lasciato scoraggiare: ha continuato a narrare le sue storie di campagna e di montagna, le sue epifanie animalesche, le sue dure, urgenti e misteriose visioni con la stessa motivazione, la stessa palpabile ispirazione. Autore schivo e concentrato, lontano dai salotti e dal mercato, se ha dovuto fare altro per vivere, l’isolamento e il lavoro “alimentare” di Pardini sono diventati occasione per approfondire un immaginario già di per sé straordinariamente potente e originale (per farsene un’idea definitiva leggere anzitutto «La segregazione», il primo sconcertante racconto di Rasoio di guerra – Pequod). In Banda Randagia l’esperienza di metronotte dello scrittore è servita a declinare alcune delle sue più insistenti ossessioni: la violenza, le armi, la devianza, la sessualità, la criminalità, lo straniero. Più urbano, più grigio e notturno dei suoi lavori passati (compreso Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo) anche qui gli animali, come sempre nelle storie di Pardini, vengono a scuotere l’ottusità umana con la loro presenza attiva e affascinante. «Broggi», la storia un toro deforme (nel libro edito da Transeuropa) è invece un piccolo capolavoro nello stile di sempre, una favola realistica dotata di una bellezza enigmatica e sanguinosa. Pardini è davvero un unicum, un isolato ruminatore di parabole e di sogni rivelatori. Le sue bestie, la visionarietà e la precisione quasi rituale della sua scrittura ne fanno una sorta di sciamano letterario: il mistagogo sconosciuto del racconto italiano.

Vincenzo Pardini
«La segregazione»

Io non sono uno di voi, ma sento e vedo tutto. Posso dunque dire d’aver vissuto in acque di volta in volta tiepide o torride, tra sapori aspri o dolci, e schifosi umori. Il peggio era quando tutto fletteva e pigliava a vorticare: e il sangue, i visceri, ogni sensazione pareva abbandonarmi. Subentrava allora un gran rumore, lo stesso che in seguito avrei avvertito nelle piogge dell’estate. Un mozzicone duro e dischiuso mi premeva il capo, asfissiava col suo sgorgo granuloso e rovente. Finché cominciai a vedere quanto, pur rimanendomi precluso, era il mondo che mi circondava.
Qualcuno m’accudiva, m’adagiava nelle posizioni che credeva migliori, mentr’io avrei voluto stare in ben altra maniera. Ma era volere troppo: i pensieri affondavano nelle emozioni, le emozioni nella disperazione.
Alla solita ora, una o l’altra di quelle donne accendeva il fuoco, e in un pentolino cucinava per me. Presomi in braccio m’avrebbe imboccato. Lentamente, perché io ingoiavo a fatica, digerivo peggio. Accostatomi infine un bicchiere alla bocca, diceva in un sospiro: “Anche per oggi è fatta”. Talvolta, ignorando la mia capacità di comprendere, non mancava si lasciasse andare a frasi quali: “Tanto, prima o dopo dovrai crepare”.
Ma più il tempo passava, più sentivo che avrei vissuto. Con gli occhi e la memoria m’impossessavo di tutto: dal pavimento sul quale giacevo, ai mobili alle suppellettili. Scorta una cosa nuova era come se fosse mia, arrivando persino a individuarne il nome. Tanto che soffrivo se qualcuno si fosse fermato davanti alle “mie robe” che, dal basso in alto come le vedevo, parevano in bilico. Per il resto non avevo reazioni. Anche perché nel bel mezzo di un pensiero o una “scoperta” venivo preso e adagiato sul letto. Mi addormentavo tra strisce bianche, rettangoli bui e rumori indefiniti. Quando non sentivo più niente mi rimettevano sul pavimento. “Non deve dormire. Altrimenti non riuscirà a muoversi nemmeno in seguito”.
“Dio mio!”, rispondeva la mamma con tono che sembrava pietoso, mentre era di vergogna e di sdegno. Poi sedeva al tavolo insieme al medico. Discorrevano. Argomenti che non saprei riferire; ella rideva e il dottore si alzava in piedi rosso e impettito.
Allora, lei: “Guardi che grido, lo svergogno davanti al paese”.
Il medico, piccolo e grassottello e la borsa a bauletto, stava zitto. Aria irata e triste guardava verso di me; le sue scarpe mi passavano così vicine che sembravano calpestarmi.

Avevo scoperto la forza della luce e chissà cos’altro ancora. Al mattino, aperte le imposte, la luce dava alla camera forma e proporzione. Poi veniva da me e sembrava abbracciarmi. Me ne innamorai al punto da odiare chiunque cercava di impossessarsene. Avrei voluto fosse mia. Che arrivasse solo per me. Rimanesse al buio il resto del mondo. Vivevo con lei e le sue variazioni; gioivo e disperavo a seconda del suo dispiegarsi e del suo ritrarsi. Mi venne un’ossessione: avrei voluto far morire tutti pur di restare con lei. L’ossessione aumentava quando mi lasciavano sul pavimento, avvolto in una coperta. I rumori della strada, o di chissà cosa, mi rimbalzavano dentro laceranti. Alla sera avvertivo l’approssimarsi di mio padre molto in anticipo. Il suo passo giungeva dal fondo del paese, nonostante lui non mancasse di dire alla moglie d’essere venuto dalla parte opposta: quella di cima. La luce andava stemperandosi sui vetri e le cornici degli avi; la grande cucina di mobili neri e tarlati cominciava a oscurarsi. Avessi almeno potuto piangere, gridare. Niente. Semmai, ero ancora più immobile.
“Come va?”, domandava mio padre carezzandomi la testa, ritraendo la mano come schifato. Era il modo per dire che venissi levato da lì. Lui voleva cenare.
Mia madre, talvolta dolce, talvolta brutale, mi prendeva in braccio e mi portava in fondo alla sala, ai piedi d’un canapè. Restavo sopra un vecchio e bisunto tappeto, finché a loro piaceva. Gelo o caldo. Fame o sete. Infine, dal rumore delle stoviglie e lo scrosciare dei cibi nel piatto, usciva la voce della nonna: “Per lui è rimasto nulla?”.
Alta, grossa e scarmigliata la vedevo entrare. Subito, le sue gambe e i suoi piedi, m’erano accanto. Presomi pei vestiti come fossero stati una pelliccia, m’adagiava sul divano. M’infilava un cucchiaio in bocca. Calda o fredda, buona o cattiva, dovevo tirar giù la minestra, bere l’acqua. Quando mangiavo controvoglia, il respiro mi diveniva grosso e sudavo. La nonna, chiamava allora la figlia: “Dai, vieni: c’è da portarlo al comodo”. Mi posavano, mi sorreggevano affinché non mi piegassi e precipitassi nella tazza. Defecavo con forti rantoli (proprio così: rantoli, tant’erano rauchi e gorgoglianti).
“Che pesta, che puzza!”, mugugnavano mentre la nonna, pulendomi con della carta da pacchi gialla: “È perfino senza culo. Pare di stringere una borsa vuota!”
“Cosa vuoi farci? È andata così ormai!”, rispondeva la mamma a voce incrinata. “Comunque sia l’ho pur fatto, è mio figlio”, aggiungeva. Poi rompeva in singhiozzi, gridava. Ma il marito la trascinava via, nonostante lei lo supplicasse di essere lasciata lì, a piangere. In quei momenti poteva accadere si dimenticassero di me. Sprofondato nell’urina e nello sterco il fetore mi mozzava il fiato, il bruciore mi rodeva ano e genitali. Invocavo la morte, come al mattino aspettavo la luce. Finché qualcuno non mi riversava addosso una brocca d’acqua. Rabbrividivo fino alle viscere.
“Sarebbe stata una fortuna troppo grossa tu fossi crepato appena nato!”. Dicendo questo la nonna mi scaraventava sul letto con una violenza tale che restavo stordito. Ma dopo, sebbene solo e al buio, ero a modo mio felice.
La mia vita trascorreva così: tra pavimento e muri; qualche topo, gli occhi lacrimosi e la pancia gonfia, mi girava attorno. Poi spariva dietro i mobili, a rodere a rodere.

La monotonia dei giorni e degli avvenimenti non scandiva il tempo. Non sapevo quanti anni avessi. Unico orientamento: la luce, il buio e le stagioni. Preferivo l’estate. Non soffrivo il freddo. D’inverno congelavo e, talvolta, perdevo conoscenza. Stavo meglio quando venivo adagiato vicino al focolare. Madre e figlia discorrevano e io, che ammiravo la fiamma guizzare tra i legni, i legni divenire braci e cenere, quasi non le udivo se non quando dicevano: “Quelli della sua età stanno per andare a scuola. Ieri ho incontrato Stefano, il figlio della Maria. Vedessi quant’è cresciuto! E quello della Marta, Dio quant’è sveglio e intelligente!”.
A proferire ciò era la nonna. La mamma stava zitta, con le dita pizzicava la veste. Scura in volto, talvolta ammetteva: “Sono state tutte fortunate, men che io. Non importa: guai a chi lo tocca!”.
Mi sollevava, mi comprimeva a sé. Baciandomi.
La nonna: “Vedi? Sembra guardarti. Potrebbe anche capire qualcosa”.
La mamma: “L’ho sempre detto che capisce: siete tu e Gerardo a diredi no”. Poi mi stringeva fino a schiacciarmi le viscere. Quanto la odiavo! Lei aveva le ossa, la forza di muoversi e camminare. Di parlare.
Sarebbe tuttavia bastato che bussassero alla porta, perché tutto cambiasse. “Chi sarà?”, chiedeva l’una all’altra.
“Non saprei”, rispondevano spesso all’unisono.
Sennonché, mi trascinavano fino alla stanza più vicina, tra odore di polvere e fastidio di pulci. Ridanciane, m’arrivavano poco dopo delle voci. Le odiavo più del freddo e della solitudine. Alcune di quelle voci, per quanto potessi capire, sparlavano di me.

L’inverno stava svanendo. Oltre la temperatura, mi sembrava fosse mutato il colore degli intonaci. Dal paese giungeva un brusìo insolito. Un tormento più spossante dei soliti mi faceva soffocare e, costante, avevo lo stimolo di defecare senza tuttavia riuscirvi. In quel torno di tempo, mentre punti oscuri sfrecciavano al di là delle finestre (di quei punti immaginavo ne fosse una nube attorno al mondo), bussarono alla porta. Felpati, i passi delle congiunte traversarono i pavimenti.
Poi: “Buongiorno, signora”.
“Buongiorno a lei, signor…”.
La voce, senza dar modo di proseguire: “Abbiamo ricevuto una segnalazione che vorremmo accertare: all’anagrafe risulta che lei abbia un figlio del quale non si sa nulla agli effetti civili. Dobbiamo effettuare un sopralluogo”.
Una delle due sentii disse qualcosa. La voce, implacabile e altera, riprese: “L’accusa è di segregazione d’incapace o, peggio, di occultamento di cadavere”.
“Certo certo”, rispondeva mia madre.
“Mostraglielo, e vedrai che discorsi a bischero ne farà di meno!” intervenne autoritaria la nonna.
“Come ha detto, scusi; vorrebbe ripetere?”.
La nonna: “Veramente ho detto così tanto per dire”.
“Non importa: lei è ugualmente incorsa nell’insulto a pubblico ufficiale. Dovrò metterla a verbale”, rispose la voce seguita da uno scricchiolar di tacchi.
Ci fu una pausa di silenzio, cui fece seguito un aprire e chiudere di porte. Poi la voce riprese: “Sapete cosa prevede la legge per segregazione di minore o occultamento di cadavere?”.
I passi risuonavano vicinissimi. Il paravento della mia stanza si spalancò e la voce: “È qui che tenete il ricercato?”.
Dietro un uomo alto, marziale e vestito di nero, le mie congiunte erano invisibili.
“Sta dormendo”, rispose la nonna.
“Dov’è? Voglio vedere dov’è”, domandava l’uomo.
“Laggiù, nell’angolo”, indicava la nonna.
“L’avete punito?”
“No, è lui che vuole stare laggiù”.
“Laggiù dove?”, ingiunse alterata la voce.
Mia madre, implorativa: “Non lo vede?”
“Sì, adesso sì. Ma quello…”.
Le suole delle sue scarpe fletterono, s’avvicinarono. Me lo vidi sopra, la faccia rasata e i baffi sul filo delle labbra contratte. Una mosca gli ronzò attorno al berretto e lui portò una mano al volto.
“Comunque sia”, proseguì già lontano da me, “non deve star qui, nel buio e nel fetore”.
Donne e bambini irruppero nella stanza. Mi venivano appresso. Ero al culmine dell’eccitazione quando, secca e perentoria, una voce gridò: “Fuori, avanti, fuori!”.

Finalmente m’avevano veduto, finalmente erano inorriditi. Adesso esistevo come gli altri, più degli altri. A distogliermi dal compiacimento fu mia madre, che isterica sbraitò: “Colpa vostra se siamo a questo, colpa vostra”.
“Non è colpa di nessuno. Dall’anagrafe non si scappa”, rispose mio padre.
“E adesso?”, chiese la nonna.
Seguirono un mugugno, dei pugni sul tavolo e un chiudersi di serrature a doppia mandata.

Un filo di luce entrava dalle persiane, strisciava sul pavimento. Avrei voluto essere a letto. Ma, a letto, mi mettevano dopo qualche ora che avevo mangiato per evitare lo sporcassi di emissioni organiche. Stavo comunque dormendo quando venni destato. Una torcia illuminava la stanza e una voce bisbigliava: “Dove sei bestia infame?”.
La luce sugli occhi m’accecava e mio padre: “Adesso t’ammazzo quanto è vero Dio”.
Afferratomi sulla schiena mi sollevava in aria; stringeva nel pugno la stoffa del mio camiciotto. Mi sollevava e, dalla forza arcuata e repressa della sua tenuta, uscivano queste parole: “Avrei dovuto buttarti nella fogna appena nascesti. Ma non valevi tanto. Ora mi garberebbe invece strangolarti”.
Di lui non avevo tuttavia paura. Esaltato dall’odio di cui sono fatto mi sembrava che fra i due il più forte dovessi essere io. Poi, nel momento che stava per scaraventarmi contro il muro, sopraggiunse mia madre con le molle in mano.
“Se non lo lasci t’ammazzo! T’ammazzo!”
Suo marito, lentamente, benché fosse scosso da un sussulto, mi pose a terra. E io vidi mia madre nuda. Un’ira irrefrenabile avrebbe voluto mi avventassi su di lei. Discostatisi da me, scoppiarono a ridere. Convulsamente. Sembrava delirassero o fossero in procinto di uccidersi. Presero invece a baciarsi, a carezzarsi. “No, qui no. No, Gerardo!”.
Gerardo respirava forte come dovesse sturarsi il naso. Nella penombra (tale il mio occhio riduceva l’oscurità) scorsi biancheggiare i loro corpi. Con desolazione e con orrore li vidi avvinghiarsi e avvoltolarsi sul piancito. Da come si lamentava, capii che mia madre era sotto tortura.
Disperazione e impotenza, gelosia e tristezza avrebbero voluto che la soccorressi.

Una volta ogni tanto la nonna m’immergeva in una tinozza d’acqua.
“Guardalo”, diceva alla figlia che si teneva pronta con l’asciugamano, “cresce dove non dovrebbe”. Corrugata la fronte, mia madre mi guardava l’inguine. “Hai ragione: comincia ad averci un bel batacchio”, rispondeva. Alzatomi a mezz’aria come uno straccio dal lavatoio, la nonna riprendeva: “Pare un cucciolo di foca”.
“O di coccodrillo”, rispondeva assente e pensosa la figlia.
“Chiuderlo in gabbia e portarlo in giro ci sarebbe da far quattrini”, concluse la nonna.
Vestito d’un nuovo camiciotto, mi sistemarono sopra il canapè.
“Viene dopo colazione, vero?”, chiese la figlia alla madre. Poi non capii altro: l’acqua calda, il bagno, m’avevano intontito. I pensieri andavano assottigliandomisi. Imboccavano vicoli ciechi, ma vicina echeggiò una domanda: “Allora, lei dice fu battezzato?”
“Sì, e appena nato”, spiegava mia madre.
“Non capisco dunque perché non abbiate il certificato”.
“Debbo averlo smarrito”, rispose ancora lei.
“Sappiate se il bambino, lui insomma, capisca qualcosa?”
“No, non voglio separarmene comunque sia”.
“Capisco. Per il suo bene non resta quindi che somministrargli i sacramenti. Estrema unzione compresa. Quest’ultima non potrà essergli che di grande aiuto”.
“Possiamo offrirle qualcosa reverendo?”
“Grazie”.
“Cosa?”
“Marsala, se ne avete”.

Madre e figlia uscirono a preparare bicchieri e vassoio. A servire gli ospiti volevano essere sempre in due.
Nella penombra vedevo un volto rubicondo, glabro e dalle labbra pendule. Muovendo queste, il prete s’accostò a me; chiusa una mano mi premè forte il pugno sulla schiena, quindi m’arrovesciò sul ventre. Frugatomi l’inguine (tra brivido e dolore fu come se m’avesse toccato le viscere) accostò la mano polputa alla faccia, lambì con la lingua le dita; toccò ancora aprendo e chiudendo le cosce. Quando il movimento divenne rapido al punto da farmi vento e un convulso gli contrasse le guance umide, s’avvicinarono i passi delle congiunte. Lui, sospingendomi con un piede, mi rimise in posizione prona.

“Qui dentro, il signorino dovrebbe star comodo”, sortì mio padre posando a terra una cesta di vimini coi portelli superiori simili a quelli delle valigie.
Nella medesima, un mattino venni chiuso e condotto fuori. Rabbia e paura mi fecero defecare subito. Poi mi acquietai.
Per un tratto camminammo in mezzo a dei muri del tutto diversi da quelli di casa. L’aria brillava fino ad accecarmi. Tuttavia, essere stato condotto fuori dalle mie stanze, lontano dai giacigli e dai rumori, m’inorridiva. Temevo di venire abbandonato. L’aria cominciava a stordirmi. Non udivo niente. Mi sembrava di bruciare, d’incenerire come la carta nel fuoco. Stavo per capitolare in un vuoto senza fine, allorché venni sorretto da una sequela di ombre che piroettavano verso la luce.
“Se camminiamo accanto ai poggi non ci vede nessuno”, escogitò la vecchia.
“È inutile: tanto prima o poi lo vedranno”, sentenziò la figlia.
L’ombra, entro cui procedevamo, aveva preso a squamarsi e l’aria era un effluvio di erba e di foglie. Depositata la cesta a terra, la nonna convenne: “Finalmente possiamo star tranquille; questa è una strada morta e lui starà bene”.
Frizzanti, respirai gli odori della campagna; dentro di me sembrava germogliasse un bosco. Perché non ero una foglia? Una radice?
“Andiamo, ho sentito dei passi”, avvertì la vecchia.
Vedevo rovinarmi tutto addosso. E alla nonna dovevo pesare visto che, di tanto in tanto, posava la cesta sopra dei sassi. Tra i quali circolavano mie vecchie conoscenze: le formiche. Scure e nodose cominciarono a infiltrarsi nei vimini della cesta. Una m’entrò sotto il camiciotto, provocandomi allergia e solletico. Cominciai a respirare forte, a sussultare.
“Sarà vero, vuole andare di corpo”, disse la nonna aprendo il portello e annusandomi.
“Ha scoreggiato”, proseguì ritraendosi.
“Gli avrà fatto male l’aria”, convenne la figlia.
“Se gli succede qualcosa, denunceremo chi ha voluto che lo portassimo fuori”, arguì la nonna.
Mi guardavano, mi scrutavano.
“È l’aria, non c’è avvezzo. Vedi? Lacrima”, osservò la figlia.
Chiusero il portello, lasciandomi alla mercè della formica. La mente mi vorticava e avevo i brividi. La formica, lieve, feroce e immensa come una pioggia, m’arrivò alle labbra. Io le strinsi come quando ingoiavo la poltiglia del cibo. Ferro che incide le carni, lei mi morse.
Acidulo, ingoiai il sapore del sangue.
Adesso mi pareva d’essere a ridosso d’una sconnessa verzura. Qualche passo ancora e mi ci sarei aggrappato. Ma venni messo fuori, nell’erba. Il terrore di altre formiche mi opprimeva. Fui invece attorniato da piccoli saltellanti insetti, gli occhi sporgenti, le zampe dei burattini stampigliati sopra gli intonaci di casa. L’aria mi dava intanto una sensazione inspiegabile: come avessi conquistato il meglio del mondo e lo avessi fatto mio. Avessi avuto la favella, avrei gridato dalla felicità. Non potendolo fare mi avvilivo e mi esaltavo. Mi consolava il fatto d’essere sulla nuda terra: brulicava di esseri anonimi e aveva il tepore di una ventraia. Le due donne dovevano essersi allontanate. Non le vedevo né sentivo. Ero nel trifoglio e nella boraggine non so da quanto, allorché qualcosa di affusolato e di strisciante mi venne accanto. Cangiava i colori dell’erba. Poi, alzato il capo, spalancò la bocca rosso-gialla. Le sue pupille, grandi come due soli, mi stordirono. Persi conoscenza.

“Lei mi ricatta!”, sibilava mia madre che con una mano si ricomponeva i capelli.
“Niente affatto, io non l’ho mai ricattata. Certe cose vengon fatte da sé”, rispose il medico, allegro e autoritario.
“Gesù e Maria, se mio marito…”, proseguiva mia madre abbottonandosi stavolta il vestito.
“Suo marito cosa, se non è accaduto nulla!”, sibilava il medico annodandosi la cravatta.
Sedutosi sul bordo del letto mi si accosta col volto. Gli occhi, incassati nella fronte carnosa sprizzano un feroce compiacimento. Con due dita mi apre la bocca. Forte, mi scaracchia in bocca. Uno scaracchio acido e oleoso.
“Ha avuto un altro malessere, ma proseguite lo stesso a portarlo fuori: deve assuefarsi col sole e con l’aria”, spiega alla nonna entrata non vidi da dove.

Zaini delle provviste in spalla, e io ero nella cesta, all’indomani le due donne imboccarono un lungo e ombroso sentiero. Al solito, l’aria mi stordiva. Quando mi ripresi sembrò fosse trascorso un secolo. Tra piante alte e frondose mi mettono fuori, mi danno il biberon. Il viscido tepore dell’alimento evoca lo scaracchio del dottore. Ho un conato di vomito.

“Gli ha fatto male lo sbalzo di temperatura”, sostiene la nonna.

“Dovrà abituarcisi. Anzi, lasciamolo al sole in modo che si abbronzi. Quelli dell’assistenza non potranno così dire che lo abbiamo tenuto chiuso”, predica mia madre.

Venni adagiato sopra delle pietre, accanto alle quali scorreva il gorgoglio di un torrente; colline verdi e blu si estendevano fino ai cieli della montagna. Dolci e amari giungevano gli odori. Ero bagnato di sudore e temevo ogni fruscio. Mi sentivo oltremodo solo e abbandonato. Una memoria reclusa. L’aria era torrida e, a malapena, riuscivo a muovere le labbra. Poco distanti, le donne parlavano, discutevano, imprecavano. Più acuta del consueto mi assale l’angoscia. Vorrei farla finita. L’altura su cui mi trovo sfiora quasi il precipizio. Provo a muovermi con quanta forza è in me. Inutile. Il corpo, questo corpo, resta inerte. Tradisce le mie intenzioni. No, non riuscirò mai a precipitare. Nuovo odio, nuova cattiveria m’inducono a disprezzare i piccoli, filiformi esseri che dispongono di se stessi come meglio vogliono. Maledico ancora il mondo allorché scorgo qualcosa venirmi appresso. Cammina a zig zag, si ferma e solleva la testa. Ripreso poi a camminare esce dal mio sguardo. E finiamo faccia a faccia. Ha il muso peloso e bianchiccio, e m’annusa come dovesse aspirarmi. Non ho paura. Anzi, lo sento amico. Lui deve capirlo perché con la lingua rasposa e viscida mi lecca la testa dandomi brividi e sollievo. Sto a mio modo godendo (una sensazione di freddo e di torpore m’ha preso fino alle ossa) allorché echeggiano delle voci e lui scompare. La nonna sbraita: “Con te non si può star tranquilli un attimo!”. Afferratomi m’avvicina a quello che pare essere uno specchio: è l’acqua di un torrente nella quale mi immerge. Nudo, m’adagia sul muschio. Un brivido, il medesimo di quando dianzi sono stato leccato, mi fa accapponare la pelle.

All’indomani venni messo fuori di una porta, al centro di uno spiazzo sospeso nel vuoto, ma che non tardai a riconoscere: era la terrazza sotto cui passava una delle vie del paese. Torno torno la terrazza circondata da listelli scuri, in un angolo, era stato issato un ombrello che qualcuno spostava via via a seconda del sole. Dovevo stare all’ombra. L’intensità della luce avrebbe potuto liquefarmi. Amplificati dal silenzio del mattino giungevano voci e rumori. Provenivano dalla strada, la medesima che avrei voluto vedere ma che non potevo: avrei dovuto sporgermi al di là dei listelli. Vedevo invece uno scorcio di verde innalzato contro l’azzurro. Mi faceva bene alla vista e l’avrei guardati ininterrottamente non avessi avuto a che fare con degli insetti dalle lunghe zampe e ali nere, i quali mi si soffermavano sulla cute. Speravo che qualcuno di essi mi inoculasse il suo mortale veleno.

Intanto, altre e terribili cose avrebbero dovuto accadere.
Dalle finestre più alte delle case circostanti, le stesse da cui spiove un peso di afa e di nubi, mi giungono insulti e imprecazioni. Vorrei fosse buio per non farmi vedere. Oppure trovarmi nei recessi della casa, tra polvere e oscurità. Non è invece così: un velario semovente mi si para talvolta dinanzi. M’aggredisce. Soffoco. I pensieri vengono meno. Cupo e fosforescente mi passa da canto un sibilo. Un altro. Un altro esplode come una bottiglia che si frantuma. Immediatamente avverto ciò che più di ogni altra cosa mi è familiare: un dolore atroce, la cui cupezza e la cui fosforescenza sono una bava inestricabile. Mi risvegliai con la mente ch’era una congestione di emicranie. Avevo freddo. Capii tuttavia lo stesso che agli insulti e alle minacce subite nei giorni in cui ero sulla terrazza, s’era aggiunto quanto di più insolito si potesse immaginare. Accanto al mio giaciglio, insieme al maresciallo, c’era un individuo dall’incarnato scuro, i capelli untuosi e ricci, con appresso una grande e lucida borsa della quale ebbi paura. Fermo e impettito (ero sul divano e lo vedevo bene) domandava: “Dov’è la terrazza?”
“Pensavo volesse conoscere prima la vittima”.
“Fino a prova contraria decido io cosa fare”.
“Scusi, signor procuratore: volevo solamente…”.
“La prego: non insista. Si faccia piuttosto indicare la strada che accede in terrazza”, ingiunse l’inquisitore senza rivolgersi ad alcuno dei miei, schierati accanto al muro e a ridosso degli antichi e tarlati quadri.
“Avete capito? Eseguite quanto il pubblico ministero ha ordinato”, incalzò il maresciallo col solito scricchiolio dei tacchi.
Da quell’arrogante che è, umile e taciturno, si fece avanti mio padre. Seguito dal maresciallo, dal procuratore e da qualcun altro, scorsi le loro gambe imboccare la tromba delle scale. Giunse un certo parlottare: “Vede? È lì”.
Vestito coi medesimi abiti del maresciallo, ebbi vicino un giovane uomo. Accostatomi a un fianco qualcosa di freddo e di puntuto mi sollevò il ventre lasciandomi poi ricadere. Discostatosi, disse: “Hai visto che schifo? Non era meglio se con questo caldo restavamo in caserma?”
“Ti ha fatto veramente schifo?”, domandava chi non riuscivo a vedere.
“Puzza peggio d’una fogna, non senti?”
“È maschio o femmina?”, domandò chi non riuscivo ancora a scorgere.

Nel mentre, dal tetto o dal pianerottolo, sopraggiunsero delle grida.
“Un’omissione di soccorso equivale a un tentato omicidio, avete capito?”
“Noi…”, aveva cominciato a spiegare mio padre.
“Noi un corno! Un essere simile non lo si può abbandonare nemmeno un istante! Bene che vi vada sarete accusati d’aver fatto parte di un complotto con finalità criminose”, proseguiva il piccolo procuratore, che scese le scale e andò a sedersi al tavolo in mezzo alla sala; gli altri attorno, in piedi.
Lui, aperta la grande borsa, presi dei fogli cominciò a scrivere. Ad un tratto, alzata di scatto la testa, uscì:
“Cercatevi un avvocato. Sarete processati!”
“Signor giudice”, intervenne sussiegoso il maresciallo, “la vittima è alle sue spalle, se le interessa”.
Riposti i fogli nella borsa il procuratore s’alzò e, come indignato, andò via. Altrettanto fecero gli altri. Una volta solo, scese un tale silenzio che il soffitto parve comprimere sopra il piancito.
Comunque fosse andata non temevo alcuno dei miei familiari. Sapere che avrebbero dovuto soffrire a causa mia mi bastava. Quando dal divano fui scaraventato sul letto non provai così nessuna ira. Pacato, cominciai però a maledire chiunque avevo conosciuto.

Sull’impiantito della terrazza era stata sistemata una tenda; intorno erano stati issati dei cartoni: sarei in tal modo stato preservato sia dalle aggressioni sia dagli sguardi indiscreti. Cosa, quest’ultima, che mi dispiaceva assai: sapere che qualcuno vedendomi poteva star male mi dava beatitudine.
Un pomeriggio di sole sentii una voce piana e tagliente dire: “Eccomi qua, signori!”.
Dopo una serie di sdolcinati convenevoli, inveterata abitudine di casa mia, la voce piana e tagliente ebbe il sopravvento: “Per rendermi conto della situazione dovete accompagnarmi nelle carraie del paese: debbo fare una ricognizione. Tempo, del resto, ne abbiamo poco: il processo è stato fissato per la fine del mese, e il magistrato inquirente è di quelli che ambiscono alla carriera. Giocherà quindi tutte le carte pur di incastrarvi”.
“Cos’è che dobbiamo fare?”, chiese la nonna.
“Durante gli interrogatori cercherete di rispondere nella maniera più breve possibile. Una frase di troppo può indurre il giudice a porvi nuove domande. Ma veniamo al dunque: com’è che nella realtà si svolsero i fatti?”
“Non vuol vedere nostro figlio?”, chiese mia madre.
S’aperse la porta e la medesima voce: “Ah, sarebbe questo?”.
Al solito gli vedevo le gambe, i pantaloni e poi le scarpe dalle borchie dorate.
“Carino. Sì, può essere davvero carino”.
Abbassata una mano su di me la ritrasse rapido, un tremito nelle dita. Infine s’allontanarono, le suole delle loro scarpe schiacciate a terra come il mio ventre.
Mi pervennero bisbigli e mugugni; la nonna scese giù e mi portò in terrazza adagiandomi sopra una coperta. Preceduti da spostamenti d’ombra, seguirono dei brevi scatti metallici.
“Le altre dovremo farle dalla strada”, avvertì colui che mio padre chiamava “signor avvocato”. Di nuovo in braccio alla nonna potei guardarlo: aveva le gote piene e rosse come i culi di quei maiali che nelle ultime uscite avevo veduto grufolare; qualcuno non mancava peraltro d’elogiarli tanto erano “belli grassi”.
Erano usciti tutti in strada fuorché la nonna, la quale, cosa che non faceva da tempo, agucchiava intorno a un tovagliolo. I suoi occhi, neri e profondi, non mi perdevano tuttavia di vista. Come sempre mi accadeva quando c’erano degli estranei avevo perfino terrore dei miei pensieri. Avrei voluto scomparire. Mi domandavo perché non smettessero di darmi da mangiare. Sarei morto in breve tempo. Sennonché, una volta davanti al cibo, lo fiutavo goloso. Feroce, attendevo d’essere imboccato.
Carico di bagagli, mio padre gli portava la borsa e mia madre la giacca, rientrò l’avvocato. Era alto, la testa rotonda e sulle labbra aveva una smorfia di avidità, assai simile a quella che increspava il muso degli elogiati maiali.
“Adesso non resta che stilare gli itinerari della ricognizione”, spiegava togliendo dallo zaino un fascio di fogli. “Pertanto dovrei rimanere un poco da solo”.
“Desidera che porti via anche nostro figlio?”, gli chiese mia madre.
Lui chiudendole la porta dietro: “Non si preoccupi”.
Subito prese a girellare nella stanza, ad aprire i tiretti delle credenze, a muovere le cornici affisse alle pareti. Poi cominciò a fissarmi. Freddamente.
Ero sul divano e lo vedevo benissimo. Aveva acceso un sigaro. Uno di quelli, che quando mi portavano a giro nella cesta, i vecchi tenevano sull’angolo della bocca. La stanza era impregnata di tabacco e lui stava avvicinandosi. Chino, mi guardava dal mezzo d’una nuvola. Occhi accesi e sgranati. Lentamente tolse il sigaro di bocca, lo accostò alla mia faccia. Asfissiavo e, al solito, non potevo dire nulla. Lui aspirata un’altra boccata me la profuse sulla fronte. Due gettiti di nebbia infuocata. Io socchiusi le palpebre, accecato. Le riapersi; lui ghignava, i denti acuminati e anneriti. Fece l’atto di toccarmi. Si ritrasse come schifato. In piedi, mi premè sul capo con un tacco di scarpa. N’ebbi un dolore indicibile. La schiena parve comprimere i viscere. Lentamente (lui faceva tutto lentamente) ritrasse il piede. Borsa alla mano, s’avviò.
“Quanto le dobbiamo, avvocato?” gli chiese mio padre. Il paravento si chiuse e non capii alcunché. Schiena e viscere dolevano. Nei giorni seguenti stetti ancora peggio.
Avevo da poco ripreso a fantasticare quando dall’atrio echeggiò una voce.
“Deve firmare qui, per esteso e leggibile”.
“Da casa possiamo muoverci?”, chiese mia madre.
“No. Siete ancora agli arresti domiciliari. Questi che firma sono gli atti di comparizione. Soltanto a sua madre è concesso di non presentarsi; il giudice, su richiesta del vostro avvocato, l’autorizza a restare a casa per assistere l’infermo”.
L’infermo. Il termine mi giungeva nuovo. Fino ad allora m’avevano denominato il piccolo, l’essere, il bambino. Ora, mi chiamavano l’infermo. Mi suonava come inferno. Un termine insolito, torno a ripetere. Proseguiva il mio morboso e viscerale interesse verso le parole. Le inculcavo nella memoria finché non ne scoprivo il significato.

“Chi avrebbe mai detto di dover essere processati per cose di cui niente sappiamo?”, sentenziava mio padre.
“La nostra innocenza trionferà, vedrai!”, rispose sua moglie.
Queste le frasi che m’avevano destato. Era mattino presto. Un attimo, ebbi pietà di loro. Sapevo quanto non avessero nulla a che fare con quanto m’era accaduto. L’angoscia mi straziava i viscere, la disperazione la memoria. No, non potevo niente, né tantomeno dare a quel niente le parole. Prima volta nella vita avrei voluto piangere. Non avrei voluto che i miei genitori andassero al processo. Vestiti a festa entrarono dentro e s’accostarono al mio letto.
“Guarda a cosa bisogna trovarci per questo fagotto pieno di merda”, disse mio padre, la voce alterata. Sua moglie taceva. Acchinatasi mi baciò la cute. Aveva le labbra bagnate di lacrime. Scomparvero dentro un’aria che sembrava un mantello livido.

La nonna, lavatomi e vestitomi a nuovo, mi portò nello scantinato, tra i fusi e i cerchi delle antiche filande, dove ero stato altre volte, allorché meccanismi e corde scarrucolavano. Appena fui posato sopra un arcile giunse una vecchia alta, magra e coi capelli bianco-cenere sciolti sulle spalle; indossava abiti eleganti, lunghi fin sotto le ginocchia. In braccio, aveva un gatto nero.
“Fortuna sono riuscita a chiapparlo”, disse chiudendo la porta.
Libero, il gatto balzò sul davanzale d’una finestra.
“Hai portato le candele e il sangue di colomba?”, chiese mia nonna.
“Sì, ho fatto quello che mi hai detto”, rispose la vecchia.
“Lo sapevo: in paese non fanno che raccontare la sparizione delle candele dall’altare maggiore”, spiegò orgogliosa la nonna.
Accese una a una le candele le disposero intorno a me. A semicerchio.
“Guarda se il gatto beve, o almeno fiuta il sangue della colomba”, chiese la vecchia alla nonna.
Le candele, sembrava investite dal vento, allungavano la fiamma, la ritraevano, la allungavano ancora come avvampassero.
“Il gatto, il gatto ha cominciato a fiutare il sangue dell’ampolliera”, annunciò tremula la nonna.
La vecchia, con sveltezza impropria, mi cosparse la fronte d’unguento. Avvicinatami una candela al volto cominciò a recitare: “Che Dio, luce dell’universo, s’allontani da te piccolo e immondo essere; s’allontani e ceda il passo al principe della tenebra. Satana, tu che proteggi i tuoi alleati e la loro sorte, dammi un segno affinché io possa capire e vaticinare”.
Le mani della vecchia divennero gelo, e gli occhi bianco ossidrico sembravano schizzarle dalle orbite; le rughe del volto le si contrassero, le si ramificarono ovunque. Una ragnatela. Un odio incontenibile mi avvertì che lei, in quei momenti, era il mio peggior nemico. Dopo un sussulto, e come parlasse per interposta persona, aggiunse: “Il salsicciotto vede e sente. Protetto dalle forze bianche il suo futuro è secondo me imperscrutabile. Nemmeno Satana, mio sposo e mio padrone, ha potuto svelarmi più di tanto”.
Il gatto aveva preso a miagolare e a soffiare.
“Che succede? Che succede?”, sobbalzò mia nonna. La vecchia, fulminatomi coi suoi occhi appuntiti, rispose: “Nulla, nulla”. Preso il gatto, uscì.

La nonna mi trascinò su per le scale sbattendomi ora nel muro, ora negli spigoli. Ne uscii abraso e maculato. Ma, se un sospiro disperato sembrava animare l’ava, un’ira irrefrenabile sorreggeva me. Non trovai quiete nemmeno sul divano. Tormenti senza senso e senza immagine mi devastavano la mente, mi rinnegavano ai sogni.
Alla sera dimenticarono di chiudere la finestra. L’oscurità entrava dentro sospinta dalle stelle. Avevo freddo. Tremavo. Poi, trasparenza d’acqua che gela nei secchielli, occhieggiò la Luna; il suo pallore mi stordì. Un attimo, dal davanzale della finestra mi fissarono due lumi; poi disparvero in un frullare d’ali. Il firmamento andava impallidendo. Cantavano i galli e le nebbie vaganti cirrostravano il cielo che d’improvviso imporporò come il volto di mio padre quando mi minacciava. Mi giunsero delle voci. Provenivano dalle pareti. “La sentenza, dice l’avvocato, verrà mandata in Cassazione. Da qui a essere prosciolti campa cavallo che l’erba cresce. In teoria siamo ancora noi gli assassini di nostro figlio”.
“Ma che figlio: scherzo di natura e basta”, rispose il marito alla moglie.
Cominciarono a sbattere gli usci del paese, a camminare i viandanti. Un persistente dolore alla testa quasi mi soffocava. Rifiutai colazione. Toccatomi, la nonna uscì con un “Uhm”. Poi mi avvolse in un panno caldo. Massaggiandomi, mormorò: “Se almeno eri come gli altri avrei potuto sperare che qualcuno ti volesse bene”.
Avevano cominciato a riportarmi sotto la tenda, sulla terrazza, intorno alla quale erano stati tolti i cartoni. Vicino a una gronda scorsi un grumo di terra: era un nido di rondini; lo capii dal loro andirivieni. Una di esse cominciò a svolazzare dalla gronda alla ringhiera. Mi venne appresso. Le sue zampette ticchettavano sui mattoni, ma non riuscivo a vederla. Sarei forse riuscito a vederne una da vicino (ero curioso di guardare i suoi occhi) se le galline non avessero preso a starnazzare, i gatti a miagolare, i passeri a fuggire dagli alberi. Dal villaggio giungevano grida e maledizioni simili a quelle cui aveva fatto seguito la lapidazione della quale ero stato vittima. Ebbi il presentimento di essere di nuovo in pericolo, e avrei voluto urlare, chiedere aiuto. Tale la convinzione di riuscirvi, che un attimo, credei d’aver trovato movimenti e parole. Ebbi un sussulto. Sudai freddo. Il cazzo mi premeva sui mattoni. Dritto e duro pareva volermi sollevare, farmi volare con le rondini. Brividi e fremiti, gioia ed eccitazione, furore e perdizione, rendevano vero quanto avevo sognato fino ad allora.
“Oggi basta: fuori c’è stato fin troppo”, disse la donna trascinandomi dentro.
Sul medesimo divano, nella medesima stanza, tornavo a chiedermi chi ero e perché, fra quelli che conoscevo, nessuno era simile a me. Il sole scivolava dentro dalle persiane socchiuse, investiva mobili e pareti. Su una di queste mi sembrava di scorgere il gonfiore della mia ombra. Certe sere, dopo il tramonto, poteva accadere mi identificassi in ciò che vedevo o udivo: una gamba che mi passava accanto o una voce. Se m’avevano lasciato sul pavimento non mancavano d’arrivarmi grattugiamenti, squittii, lamenti. Un giorno mi giunsero perfino musiche e applausi. Fremevo. Un groppo m’occludeva la gola. Avrei voluto essere anch’io fra musiche e applausi.
Era autunno. La campagna mi sembrava fosse invasa dalle ragnatele, le stesse che vedevo brillare sopra i vetri delle finestre. Una sera ch’ero in terrazza mi giunsero queste frasi: “La regina del circo danzerà sulla groppa degli elefanti, pagliacci e saltimbanchi giocheranno per voi nelle vie e nelle piazze”. Le finestre venivano spalancate, le porte sprangate. Ero in agitazione. Avrei voluto che nessuno mi portasse via di lì, dalla terrazza. Passi salirono le scale e s’apersero e si chiusero dei paraventi. Giungevano a prelevarmi. Poi udii che la porta di casa veniva chiusa a doppia mandata. Tirai un sospiro di sollievo. Le due andavano senz’altro dalla cugina: una bassa, gli occhi lucidi e le parole impastate di catarri. La quale, in presenza di esse, fingeva d’aver premura di me. Compiangermi, addirittura. Sennonché appena una delle congiunte s’allontanava, turatasi le nari e strabuzzati gli occhi, si metteva a ridere. Adesso, solo quale ero, avrei voluto pisciare. Aveva cominciato a piacermi l’odore della mia orina. Sapeva di frutta acerba e di latte accagliato. Mi ci crogiolavo. Quello fu anche uno dei miei giorni felici; verso sera avrei vissuto un’esperienza davvero insolita.
Il vociare della folla toccava il cielo. Braccia e teste spiovevano dalle finestre. Tonante e nasale una voce incalzava: “La regina danzerà per noi, soltanto per noi!”.
Infine, boati, rulli e musiche. La musica mi faceva dimenticare chi ero. Fuggivo con lei. Lontano, sempre più lontano. Mi s’accostò un’ombra ed ebbi dinanzi un corpo sinuoso che danzava sopra una grigia piattaforma. Danzava e le lunghe, affusolate gambe svanivano nel cielo; il resto: una nube nera che ondeggiava. Delicatissimi, i suoi piedi roteavano sopra quella che adesso mi pareva un’immensa verruca di cenere. Ciò mi dette carica e il cazzo mi si protese lungo la mollezza del ventre. Ma lei, danzando ancora su quella che avevo capito essere la testa di un elefante, scomparve dietro l’angolo. Dopo il tramonto avvertii dei passi: provenivano dalla strada. Poi udii delle voci, una delle quali concluse: “Al crocicchio giri a sinistra: l’ultima casa prima della piazzetta dell’Ascensione di Venere”.
I passi s’avvicinarono, e dopo i soliti tocchi nella porta sentii dire: “Oh, finalmente!”
“Lei chi è?”, rispose la nonna.
“Mi faccia entrare, la prego”.
“S’accomodi pure”, la invitava la nonna tirando il chiavistello.
“Oggi credo d’aver intravisto vostro figlio su di una terrazza”, spiegava la stessa voce.
“Con ciò?”, intervenne irata mia madre.
“La comprendo signora e le chiedo scusa dell’intrusione. Ma, l’intento della mia visita, ha il solo scopo di proporle un affare. Il circo che presiedo è alla ricerca, come dire?, di nuovi personaggi. Vostro figlio farebbe al caso nostro. Basterebbe dichiaraste che volete affidarlo a noi come la legge del resto prevede. Insomma, non è che lo cediate: potrete vederlo e riprenderlo quando vorrete e, nel frattempo, lui guadagnerà quanto basta sia per sé sia per voi. Sono naturalmente disposta a versarvi un anticipo, un forte anticipo…”.
“Lei chiede l’impossibile: il nostro bambino non ha prezzo”, rispose tagliente mia madre.
“Tutti coloro che hanno un figlio come il suo dicono così. Salvo cambiare idea quando hanno veduto che da noi i loro congiunti stanno meglio che a casa; e hanno un avvenire…”.
“Di cosa ne fareste di un fagotto che mangia, caca e dorme?”, aggiunse la nonna.
“Dio, quanto darei pur di rivederlo, starci insieme!”, insisteva la voce.
“Se è ciò che veramente vuole la accontento subito”, rispose una delle due spalancando l’uscio del mio covo.
Accesa la luce, ebbi dinanzi due snelle caviglie dentro scarpe col tacco a spillo. Poi le gambe si mossero, s’abbassarono dischiudendo le ginocchia. Una cupa, opprimente esaltazione m’invase la mente. Carezzandomi la cute, lei si mise prona sul pavimento. Fummo occhi negli occhi. I suoi erano neri, scintillanti. Sedutasi mi sollevò e stringendomi al petto sortì: “Dio mio che sguardo hai: faresti scappare un esercito, esautoreresti il re dei mostri”. Mi discostò. Mi posò sul divano. Sentii il fruscio degli abiti sfiorarle la pelle e mi balenarono dinanzi le nudità delle sue cosce e del suo ventre. Aveva un pube grande, nero, aperto. Un’anguria accoltellata. A quello mi accostò. Io aprii la bocca come quando mi davano da mangiare e succhiai un sapore che già conoscevo: di carne cruda, di visceri al sangue. Tanta l’emozione che credei di svenire. Lei, voltatomi sulla schiena, mi abbrancò il cazzo con la mano. Fuoco e lampi mi ottusero la mente. Se n’andò senza dire parola e senza la potessi guardare in faccia. La penso ancora, e mi domando perché non m’abbia portato con lei. Adesso, il mondo intero avrebbe parlato di me.

“Per te, comunque vada, non vi sarà galera”.
“Ma se nascesse uguale all’altro?”
Da qualche tempo mio padre e mia madre non parlavano che di questo. Una sera che lei portandomi in camera m’accostò alla pancia, il battito del mio cuore fu portato via, fatto tacere da qualcuno che pur essendoci continuava a restare invisibile. Chiuso nella mia stanza, i momenti migliori erano quando avevo vicino lo scaldino delle braci. Dopo cominciavano freddo e assideramento. Impegnata con la figlia, la nonna s’occupava poco di me. Orina e feci mi ghiacciavano addosso. Durante questo periodo arrivò il messo didattico. Che, senza pause né mutamenti di tono, recitò: “Su incarico della scuola sono tenuto a informarvi che una commissione di esperti ha demandato il sottoscritto, Indaginini Fulco, a far visita a vostro figlio per decidere un eventuale inserimento nell’ambito scolastico, anche su ordinanza ministeriale”.
Mia madre piagnucolando: “Per favore, per favore lasciatemi in pace. Son in attesa di un bambino!”
“Un bambino?”, rispose stridulo e ironico il messo. “Non la prenda con me. Debbo stilare un documento”, proseguiva il messo, “in cui rilevare se suo figlio sia idoneo o meno a frequentare la scuola!”
Era arrivato in camera mia. Al solito, non gli vedevo la faccia. Accostatomisi, la voce di chi si è turato il naso, sortì: “Uno poco più d’igiene credo non guasterebbe alla salute di questo povero Cristo”.
La nonna: “Libero di non credermi, ma l’ho lavato e incipriato dianzi, solo che torna a farsela addosso”.
“Questo il motivo per cui lo lasciate per terra?”
“Il medico non vuole che rimanga troppo a letto: il sonno eccessivo lo indebolisce”.
“Restare all’addiaccio non gli nuoce?”
“Quando è arrivato lei m’accingevo giustappunto a portarlo di là, al focolare”.

Nei giorni seguenti continuarono a lasciarmi al freddo. Congelavo e cadevo in deliquio. Mi risvegliavo e stavo ancora peggio. Vivevo ormai fuori dalla cognizione del tempo. Nessun pensiero mi apparteneva più. La mia mente e la mia esistenza erano appena barlume. Dovetti riprendere coscienza molto lentamente, visto che quanto sentivo era appena mormorio. Il risveglio avvenne quando distinsi questa frase: “Ci vuole subito dell’olio caldo”. Poi seguirono i lamenti e le urla di chi viene squartato. Dopo un attimo di assoluto silenzio proruppe un pianto ora flebile come una preghiera, ora cupo come un insulto. Io non provavo né emozione né rammarico. Senza accorgermene, gioivo. C’è di più: non avrei voluto che mia madre piangesse, avrei voluto rantolasse. L’emozione di saperla morta me la prefiguravo come il culmine di un’allegria. Ammarcivo nelle feci e nell’orina, io stesso ero stato sul punto di morire; non intendevo tuttavia appellarmi alla pietà e al perdono. Anzi: avrei voluto morissero quanti avevo conosciuto, veduto, immaginato.
Un ultimo, lacerante urlo e mia madre s’acquietò. Immediato, proruppe un guaito. Tale il mio furore che per poco non riuscii a muovermi. Intravidi passare una donna: con cura, con molta cura, reggeva tra le mani un guizzo di sangue. Caddi nella disperazione. Tutto, di quanto vedevo e di quanto pensavo, sentii m’avrebbe asfissiato. Forse, mi dissi, era giunto il momento d’inventare qualcosa: uccidere, annientare i pensieri sul nascere, ad esempio.
Il guizzo rosso si muoveva, aveva dunque braccia e gambe. Perché non era nato uguale a me? In uno scoppio di risa e di esclamazioni: “È un maschietto, e quanto è vispo!”.
Mi giunse alle nari odore di unguento e di sangue allungato nell’acqua calda. Poi la voce della puerpera:
“Che fa il bambino?”
“Quale bambino vuoi dire?”, le risposero.

Da quel pomeriggio, che livido e protervo inceneriva il piancito, non sentii che grida e pianti. E venni ancor più trascurato. Ma, se un tempo la sofferenza mi annichiliva, adesso le cose andavano in ben altro modo: traevo infatti da essa una malvagità e un disprezzo tali che in me, disgrazia e umiliazione, divenivano sollievo. I pasti li avevano ridotti a uno. Lo serviva la nonna: una scodella di brodaglia e un po’ di pane che avanti di dare a me biascicava prima lei coi denti, altrimenti non sarei riuscito a ingoiarlo. Da mesi indossavo il medesimo camiciotto; la stoffa mi s’appiccicava alla pelle, dava prurito. Cominciava il decubito. Tutto sembrava decomporsi, frantumarsi; talvolta non capivo cosa stesse accadendo. S’aggiunsero i pianti e silenzi del “bimbino”, lo chiamavano loro. Io, che mai sarei riuscito a piangere tanto, avrei voluto morisse. Un giorno venni stordito da urla, quali: “Maledetti figli di cagna, farabutti!”
“Cosa c’è?”, rispose mio padre correndo.
“Non ho potuto muovermi dal letto, e guarda in quali condizioni l’avete ridotto: lo mangiano i vermi!”, pontificava mia madre.
Sentii spostare l’aria, sentii qualcosa comprimere sul pavimento. Erano i passi di mio padre. S’allontanavano. Sollevatomi dal pavimento, la mamma m’aveva adagiato sul canapè. Non gliene fui affatto grato: aveva figliato un essere con voce, gambe, braccia. Quando spogliandomi e baciandomi m’ebbe tuffato nella tinozza, provai rabbia e disagio. Avrei voluto rimanere nella sporcizia e nel decubito. Nonostante ella, volto sparuto e dita scheletriche, insaponandomi e risciacquandomi provocasse un’oscura, odiosa eccitazione. Il cazzo mi s’era drizzato; cintolo col pollice e l’indice lei lo baciò. Avrei voluto vederla nuda come la regina del circo. Poi precipitai non so in quale disgusto. Quasi lei m’avesse buttato negli occhi la sua orina, le sue feci e i lamenti di quando l’avevo sentita chiavare col marito. Strettomi infine a sé, sortì: “Sei cresciuto in questi giorni!”
“È vero: ha la schiena e il ventre d’una foca appena nata”, rispose la nonna che vidi pararmisi davanti con in braccio un batuffolo rosa, avvolto nel cotone.

Curato, e perfino coccolato dalla mamma, nei giorni seguenti venni messo vicino al fuoco. Accasciato sopra degli stracci, ammiravo la fiamma e ascoltavo il crepitio della legna.
Tornarono a lasciarmi di nuovo solo. “Il bimbino” aveva cominciato a guardarmi fisso, a piangere. Dovevo mettergli paura. Cosa che a me non dispiaceva affatto.

In casa si parlava molto di come si sarebbe risolta la sentenza in Cassazione riguardo al tentato omicidio di cui erano imputati i miei familiari dal giorno che ignoti m’avevano lapidato. Capito il significato della parola galera avrei voluto che nei loro confronti venisse emessa la peggiore delle condanne, nonostante li sapessi innocenti.
Di primavera la nonna tornò a portarmi sulla terrazza, oppure a passeggio, chiuso dentro la gabbia: che tramite due cinghie assicurava intorno alle spalle. Ciò che vedevo, sassi, piante, terra, sentivo non mi sarebbero appartenuti mai; non avrei potuto toccarli né calpestarli. Loro non avrebbero conosciuto me.
I poderi che attraversavamo brillavano e risuonavano di voci: se la nonna incontrava qualcuna delle sue amiche posata la cesta a terra l’apriva. Vecchie grifagne e incuriosite s’affacciavano e mi scrutavano. Come avessero voluto negare a se stesse d’avermi veduto, rivoltesi alla nonna: “L’altro che fa: cresce?”
“Eccome! Ed è sveglio che non vi dico”, spiegava lei.
Voce di chi trattiene il pianto, aggiungeva: “Non ci fosse stato questo fagotto sarebbe stata una famiglia campione. Gerardo e la mia ragazza si vogliono un bene che non vi dico”.
“Non è detto sia sempre così: un giorno può darsi riesca almeno a parlare”. Quella che spesso diceva “non è detto”, aggiunse: “Guardate: ha gli occhi uguali a quelli di un tasso. Avesse le gambe piglierebbe le vie del bosco”.
“No, resterebbe dov’è: sotto, è armato come gli altri”, spiegava la nonna.
“Non ci posso credere”, insistevano in coro le sue amiche. Per tutta risposta, messomi supino sull’erba, la nonna mi sbottonerà il camiciotto. Il mio cazzo fu al sole; un brivido di ripulsa verso la luce e verso gli sguardi mi si tramutò in orgoglio.
“Ci ha perfino il pelo. Se gli si drizza è fatta: potrebbe anche impregnare!”
“Chi vuoi ci si confonda”, interloquì la nonna con tono mi pareva soddisfatto.
Una delle compari: “I discorsi vanno in poco posto: un cazzo dritto è un cazzo dritto: sempre meglio, voglio dire, di un ditalino, anche se chi te lo ficca dentro è una bestia”.
Una voce rauca come quella della nonna: “Può trovare potta quanta ne vuole, e quelle che gliela danno possono stare tranquille; lui non andrà mai a parlare”.
“Proprio così: da noi i più che fottono sono mutoli e preti. Con essi le cagne delle donne sanno di farla franca”.
In quei momenti, che mi parevano inverosimili, mi sentivo uguale agli altri maschi: pure io avevo il cazzo, il mio cazzo, che nonostante gli sforzi non riuscivo a vedere. Lo vivevo e basta. Uno sconosciuto che mi era amico e complice. Grazie a lui non ero mai solo.

Se il tempo passava per me altrettanto avveniva per Avriolino, il fratello. Camminava e chiamava “babbo e mamma”. Loro gli rispondevano premurosi. Una musica di parole. Talvolta, piccolo e autoritario, lo intravedevo sospingere il paravento della mia stanza. Sebbene barcollasse avrebbe voluto oltrepassare la soglia. Subito, una delle due lo ritraeva, lo portava lontano. Chiudeva a chiave il paravento. Per lui, io manco esistevo. Ascoltavo i suoi gridolini, i suoi balbettii. I suoi pianti allorché cadeva sul pavimento. Un giorno (inutile aggiunga ch’erano trascorsi qualche inverno e qualche primavera) la maniglia del paravento girò a tutto raggio. Trepidavo, eccitato come quando avevo le erezioni e non riuscivo a toccarmi. Avessi avuto le mani non so cosa avrei fatto, oltre a toccarmi il cazzo. Probabilmente avrei ucciso con la stessa voglia, lo stesso desiderio con cui sognavo masturbarmi. Ritrovata la calma, cercavo scampo altrove. Avevo scoperto di poter guardare il volo d’una falena, cosa che non riusciva nel passato. A cosa andavo incontro? La mia vita restava irregolare. Venivo accudito mentre Avriolino dormiva o usciva con la nonna. In quel tempo (finiva un altro inverno) cominciarono a dolermi collo e schiena. Crampi e fremiti. La testa mi pareva si fosse allontanata dal corpo; vi s’era frapposto qualcosa di nuovo. Scottavo e avevo sete. Come mi accadeva nei sogni alzai il mento dal piancito e sentii che avrei potuto strisciare. Ma, di fatto, niente avvenne. Mossi il collo e basta. Mia madre, scoperto il cambiamento che avevo fatto, chiamò il medico. Issato su di un tavolo, fui visitato e auscultato.
“È in corso un metabolismo nuovo, insomma: crescerà. Ne sono conferma la formazione del collo e l’intensificarsi della peluria attorno all’organo genitale, peraltro notevole”.
“Poi?”, chiese mia madre.
“Non posso diagnosticare nulla: bisognerebbe trasferirlo in clinica e sottoporlo all’esame di una équipe di esperti”.
“Credo non s’approderebbe a niente. Se deve crepare è meglio crepi in casa. Siamo stanchi di dare spettacolo!”, chiuse tagliente mio padre.
“Affari vostri”, concluse il medico, riponendo non vedevo bene cosa nella borsa, mentre mia madre abbassava lo sguardo.

Adesso bastava la vista di una gamba o di un piede nudi, non importava di chi, perché avessi l’erezione. Cazzo gonfio e premuto a terra, m’abbandonavo al piacere. Dopo, sfibrato e affamato m’afflosciavo sulla vischiosità dello sperma.
Un giorno la mamma mi portò nella camera matrimoniale. Posto sul canterano di fronte allo specchio potei finalmente guardarmi. Per pietà verso me stesso e per rispetto vostro, non aggiungo altro. Livido e foruncoloso mi pendolava dal ventre un corpo a se stante. Ne ebbi gioia e scoramento; lo pregai di darmi la forza di farmi camminare, marciare contro il mondo. Lavato e incipriato, passai in terrazza. Il sole di primavera faceva brillare tetti di case, scorci di strade, promontori e declivi. La luce mi eccitava e mi salivano le lacrime agli occhi.
Avriolino s’era affacciato alla porta di camera mia. Lo vedevo, finalmente. Camminava disinvolto e aveva i capelli neri e ricciuti.
“Chi è di là?”, disse scandendo le sillabe. La nonna, accorsa subito: “Dove vai? Dove vai?”.
Lui: “Dal Bau Bau”.
Trascinatolo via, la nonna chiuse la porta a chiave.

Il mio collo era forte, la bocca pure. Eseguivano ciò che volevo. Dure e gonfie, le gengive mi inducevano a mordere ogni cosa: pioli di sedie e gambe di tavolo li biascicavo a sangue. Poi riuscii a spostare ciò che avevo addentato. E osservavo quanto sino ad allora avevo appena intravisto. Gran piacere fu poter guardare dalla terrazza il volo degli uccelli. Finché non accadde qualcosa di cui ebbi gran paura: un’ombra nera e lanceolata aveva fenduto l’aria, aveva sfiorato le case. Tanta l’intensità con la quale immaginai di muovermi che per poco non vi riuscii. Due esplosioni sparate in rapida successione mi fecero sobbalzare. Dalla strada si sollevarono grida e imprecazioni: la nonna corse a prendermi. Portatomi nello scantinato, mi posò sopra l’arcile. Tra lo scorrere delle filande, lei e le altre vecchie, tra cui sua sorella, dicevano: “Se non lo terrete al sicuro, prima o poi qualche bestia finirà col fargli del male. Suo padre e sua madre saranno considerati recidivi per maltrattamento di…”.
Il discorso s’interruppe. Sulla soglia c’era qualcuno.
“Olimpio, come va? Entrate, entrate”, lo invitava una delle vecchie.
Giacca alla cacciatora, fucile in spalla e toscano in bocca, Olimpio chiese: “Chi avevate in terrazza?”.
La nonna, indicando me: “Chi volevi ci fosse?”
“Ora capisco perché l’aquila ha fatto la picchiata. Fortuna le ho sparato in tempo”.
“Grazie, grazie mille Olimpio”, rispose la nonna, che dopo essersi guardata con la zia e le altre, uscì. Una altra volta, come quando si genuflettevano davanti all’altare, andarono via tutte. Soli, la zia e Olimpio si guardarono; lui aveva l’aria imbronciata, la zia sorrideva. Toltosi di spalla il fucile e spento il sigaro, ammiccato verso di me chiese: “E quello lì?”
“Vai tranquillo: da lui non esce parola: è come un sasso”, spiegò la zia.
“Oh, quanto è che…”, aggiunse Olimpio con voce impropria.
“Che vuoi? Ho sempre intorno qualcuno”.
“Dai, buttati su la sottana”.
“No, la potta non te la do: è vecchia e spelacchiata come me; e puzza, puzza di cadavere che non ti dico, nonostante la lavi e la profumi”.
“Io…”.
“Lo so lo so, Olimpio: tu ci metteresti la lingua come niente fosse. Buttati piuttosto giù i calzoni: ti faccio quello che non ho mai fatto neppure a mio marito”.
Suo marito era piccolo e obeso; succhiava tabacco e sternutiva. Lei lo sgridava, lo insultava per ragioni che non capivo. Lui rispondeva sottovoce e taceva. Olimpio s’era slacciato la cintola e, dalla costrizione del pelo, lungo e arcuato gli si era innalzato il bischero. Ebbi un moto d’invidia e di rabbia: Olimpio sbandierava il suo arnese, io no. Dovevo accontentarmi di sentirmelo ingrossare e basta. La zia si acchinò, e con la sua mano deformata dall’artrosi, abbrancato il cazzo di Olimpio prese a menarglielo, a far su e giù; nocchiuto e livido, il glande sembrava schizzare via. La zia glielo prese in bocca; Olimpio, poggiata la schiena all’arcile, respirava rauco e lamentoso. Chiudeva gli occhi, la fronte rivolta al soffitto. La zia biascicava: lo stesso rumore quando la nonna masticava il pane avanti di darlo a me. Forte, nella stanza, l’olezzo di uova marce.

Avriolino aveva cominciato a frequentare la scuola. Allegro e vociante, al mattino veniva accompagnato fuori. I suoi passi s’allontanavano nella via, insieme a quelli degli adulti. Allora mi davano la colazione, mi pulivano. Una volta solo smuovevo il collo più che potevo, respiravo a fondo per comprimere il cazzo a terra, inspiravo per risollevarmi. L’accrescere e il decrescere dell’ossigenazione poteva accadere mi dessero una sensazione lancinante; dopodiché un chiarore surreale mi traversava la mente: era l’orgasmo.

Un giorno, Avriolino, appena rientrato da scuola, venne nella mia stanza. Sotto il chiarore delle finestre aperte, avanzava verso di me, con la circospezione di chi cerca qualcosa. Vidi era pallido, aveva i capelli neri e gli occhi blu. Io, naturalmente, ero accucciato sul pavimento. Lui, incappatomi, emise un urlo. Cercai di calmarlo alzando il collo, roteando la testa. Incapace di muoversi mi fissava e singhiozzava, senza peraltro lasciar cadere una lacrima. Finché non fuggì in uno svolazzo di abiti, alla stregua di un uccello che si libra dalla prigione. L’orrore delle sue urla, echeggiò nella casa.
La nonna, con quel suo incedere marziale, e seguita da altre vecchie, si catapultò nella mia stanza. Qualcosa di duro, forse una pedata, mi si abbatté sulla faccia. Mi mancò il respiro e apersi la bocca. Cercai di guardarmi intorno. Avrei voluto chiedere alla nonna perché mi aveva percosso. Una delle vecchie sortì: “Intorpidisce gli occhi come fanno i cani prima di avventarsi. Gli andrebbe schiacciata la chiorba”.
“Gliela faccio passare io, la voglia di fare gli occhiacci”, riprese la nonna con quel fare che ben le conoscevo.
Acchinatasi mi sollevò, tenendomi sospeso per aria.
Con tutto il furore di cui sono capace, le addentai la mano fino alle ossa. Non gliela avrei mollata, se le sue compari non fossero intervenute con pugni e percosse varie. Nonostante il dolore ero però soddisfatto: avevo finalmente assaggiato il sangue di un essere umano, mio unico e vero nemico. Inutile aggiunga le grida e le minacce di cui venni fatto bersaglio. Qualcuno, forse mio padre, mi sferrò il colpo definitivo: una bastonata. Dico definitivo per il fatto, che una volta tornato in me, ero al buio e al fresco, nel bel mezzo di un odore secco e pungente. Indolenzito, muovevo appena il collo. Ma, da una commessura, scorsi una stella. Rifulgeva, cangiava. Voleva farmi compagnia. Dov’è che m’avevano trascinato? Cantavano i galli, urlavano i rapaci. Ebbi voglia di morire. Una voglia che era disperazione e insieme gioia. Se passato e presente m’avevano condannato a vivere, speravo che almeno il futuro avesse pietà di me, e mi uccidesse. Qualcuno parve incappare nella porta dietro cui giacevo. Preceduto da un grattugio, un soffio fortissimo fece tremare il basamento di tavole. Mossi il collo, aprii la bocca pronto a ogni evenienza. Il soffio s’allontanò, scarpinando sul terreno. Nell’eccitazione, il mio cazzo s’era indurito e, il ventre, non gravava per intero sul piancito. Ebbi un attimo di felicità. Solo, avrei potuto finalmente cercare gli orgasmi che volevo. Il cazzo non si fece pregare: il glande cominciò a dischiudersi, a muoversi come un becco alla ricerca degli insetti. Ancora una volta, non so cosa avrei dato pur di guardarmelo. Nuovo furore, avrebbe voluto farmi alzare e correre. Respiravo l’odore del cazzo, che crudo e frizzante mi riportava a quello dolce e oleoso della fica della regina dei circhi. Il suo profumo di fica m’era rimasto nel naso come il mosto dell’uva dopo la vendemmia. Una disperata allegria, voleva allora che sperassi e vivessi. La porta tornò ad essere urtata. Da una commessura, scorsi un ciuffo di setole fermarsi e ripartire nell’aria viola. Sorto il sole, scopersi dov’ero: in un piccolo, oscuro capannello. Il porcile, mi sovvenni. Il medesimo nei cui pressi la nonna m’aveva portato dentro la cesta, in giorni che adesso sembravano felici. Con una mano, la nonna, reggeva il paiolo di brodaglia che riversava nel trogo. Il maiale, tuffatoci il muso, grugniva. Sebbene non lontanissimo, ero tuttavia assai distante da casa. Un luogo pressoché inaccessibile, in mezzo ai rovi e ai fili spinati.
I giorni si succedevano alle notti. Strillavano i galli, starnazzavano le galline. Il tempo non passava. Ogni minima cosa costituiva un avvenimento, fosse una mosca, una lucertola, un rumore desueto. L’uscio, chissà perché, veniva sempre schiavicciato mentre ero in dormiveglia. Coi lunghi stivali di cuoio neri, appariva mio padre. Io fingevo di dormire, o d’essere morto. Lui mi batteva sulla faccia con un piede. Inferocito, allungavo il collo e tentavo di morderlo.
“Caspita, hai ancora del coraggio!”, diceva lui, il tono di chi mal si trattiene da non consumare un delitto.
Richiusosi l’uscio, restavo davanti a una ciotola di cibi freddi. Pezzi di pane, brodo e avanzi vari. In un’altra ciotola, ristagnava l’acqua. Tra gelo e torpori, lordure e orgasmi, passavano i mesi. Dai soffi del vento, imparai a conoscere il mutare delle stagioni. Vivevano con me, puzzole, donnole, gatti. Se fuggivano, significava che stava per avvicinarsi mio padre. Debbo a loro se sono vivo. Mi portano uccelli appena uccisi, piccole uova di cui sono ghiotto. Sono nudo: il camiciotto me l’hanno tolto da tempo. Il corpo ha cominciato a cospargermisi di pelo. Lo stesso che ho intorno al cazzo. Attiro mosche e pulci. Fortuna c’è una gatta mammona, che con la lingua di quando in quando mi ripulisce. Ha gli occhi verdi: i suoi denti teneri e acuminati ogni volta che mi sfiorano danno i brividi. Mi domando se le voglio bene, se la amo. Credo di sì; se passa qualche giorno e non la vedo, mi subentrano angoscia e apprensione. Tendo l’udito a ogni rumore, a ogni fruscio. Dove sarà la regina dei circhi? Dio sa quanto darei per sentire la sua voce, e l’umido del suo grande pube. Ieri mi è giunto un tramestìo. Non capivo chi potesse essere, finché mia madre non ha detto: “Mica avrai ancora paura, vero?”
“Se è per questo potresti riportarlo anche a casa”, rispose Avriolino.
“Non sia mai detto, specie ora che non ne parla più nessuno”, intervenne mio padre.
Dovevano spiarmi, poiché quasi in coro convennero:
“Lo vedi? Più ingrossa e più fa schifo”.
Avriolino: “È tutto pelo, proprio come un maiale”.
“Lo dicevo, io. La meglio cosa è lasciarlo qui. Dove natura manca, Dio provvede!”, spiegava convinto di ciò che asseriva mio padre.
“Se prendessimo a pungolarlo con questo ferro?”, interruppe minaccioso e felice Avriolino.
“Un’altra volta. Ora andiamo. È il giorno della nostra festa”, li invitò mia madre.

Cos’è che vollero dire? Non l’ho ancora saputo né lo saprò mai. So invece che se riuscirò a camminare gli uomini, tutti gli uomini, non avranno nemmeno il tempo di raccomandarsi al loro Dio. Rimpiangeranno di essere nati. Questa è la mia fede e la mia speranza.

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