Viola Di Grado Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/viola-di-grado/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 19:31:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Viola Di Grado Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/viola-di-grado/ 32 32 L’editoria italiana e l’anno che verrà https://minimaetmoralia.it/editoria/leditoria-italiana-e-lanno-che-verra/ https://minimaetmoralia.it/editoria/leditoria-italiana-e-lanno-che-verra/#comments Wed, 13 Jan 2016 14:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29629 di Pierfrancesco Matarazzo

Dopo crisi, proclami di disfatta, riorganizzazioni, fusioni, acquisizioni e diaspore, il 2016 si apre per l’editoria italiana e per i lettori che in essa sperano, con molte attese per l’anno che verrà.

L’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori dovrebbe ricevere il parere dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato nel primo trimestre dell’anno, ma soprattutto vedremo i primi passi del gigante italiano dell’editoria che si troverà ad integrare marchi fino a poco tempo fa in lotta fra di loro (Mondadori, Einaudi da un lato e Rizzoli e Bompiani dall’altro, solo per citare i maggiori).

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teseo

di Pierfrancesco Matarazzo

Dopo crisi, proclami di disfatta, riorganizzazioni, fusioni, acquisizioni e diaspore, il 2016 si apre per l’editoria italiana e per i lettori che in essa sperano, con molte attese per l’anno che verrà.

L’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori dovrebbe ricevere il parere dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato nel primo trimestre dell’anno, ma soprattutto vedremo i primi passi del gigante italiano dell’editoria che si troverà ad integrare marchi fino a poco tempo fa in lotta fra di loro (Mondadori, Einaudi da un lato e Rizzoli e Bompiani dall’altro, solo per citare i maggiori).

Ma il 2016 vedrà anche le prime pubblicazioni de La Nave di Teseo, nuovo soggetto editoriale di Elisabetta Sgarbi (ex direttore editoriali di Bompiani), che sembra aver riunito attorno a sé nella diaspora da «Mondazzoli» autori come Umberto Eco, Pietrangelo Buttafuoco, Mauro Covacich, Michael Cunningham, Viola di Grado, Hanif Kureishi, Nuccio Ordine, Carmen Pellegrino, Lidia Ravera e Susanna Tamaro, creando non pochi problemi alla Bompiani che dovrà capire come gestire la transizione e rinfoltire il suo parterre di autori.

Il nome della nuova casa editrice si ispira alle Vite Parallele di Plutarco. Teseo dopo aver salvato i prigionieri dal labirinto cretese e dal suo Minotauro, torna ad Atene con una triremi. Come ringraziamento gli ateniesi inviarono, ogni anno, la nave di Teseo per un viaggio rituale a Delo, Isola di Apollo. Questo viaggio durò per mille anni e gli ateniesi sostituirono, man mano che si usuravano, le parti della barca con sue copie perché apparisse sempre la stessa pur non essendo più costituita dagli elementi originali. Questo processo di continua rigenerazione ha dato luogo a un famoso paradosso (il paradosso di Teseo appunto) su cui i filosofi greci si sono a lungo interrogati: «la nave che appare la stessa che usò Teseo, poiché costituita da parti identiche a quelle originali, assemblate con la medesima perizia, capaci di lavorare all’unisono, è la nave di Teseo o è un’altra nave?» Non c’è risposta esatta al dilemma, dipende dal valore che date alla tradizione e alla sua possibilità di integrarsi con il cambiamento. Ma forse i lettori di questo nuovo marchio editoriale si porranno questa domanda. Quanto sarà diversa l’offerta delle due bande blu, simbolo prescelto per La Nave di Teseo, rispetto alla Bompiani dell’era Sgarbi?

Riuscirà a creare un proprio tratto distintivo che porterà il lettore a ‘fidarsi’ di quelle bande a forma di chiglia di nave, perché garanti di una ricerca di nuovo che non può prescindere dalla qualità del testo (binomio sempre più a rischio nei successi editoriali del 2015)?

Riuscirà questa nave a fare ciò che spesso risulta difficile agli imprenditori e quindi agli editori italiani che vogliono giustamente guadagnare sul bene libro: puntare a fidelizzare i lettori nel lungo periodo?

La sfida è quanto mai avvincente e sarà un piacere vederne gli sviluppi.

Ma non sarà l’unica. Un altro marchio storico dell’editoria italiana ha fatto delle scelte nel 2015 che influenzeranno non poco l’offerta editoriale del prossimo biennio. Parliamo di Giunti, casa editrice dalle radici fiorentine, fondata nel 1841 come tipografia e poi diventata il terzo gruppo editoriale italiano. Nel giro di pochi mesi Mondadori ha perso due editor storici della narrativa italiana: Antonio Franchini (responsabile per anni della narrativa italiana in Mondadori e punto di riferimento per il marchio di Segrate) e Giulia Ichino (uno degli editor di punta della narrativa italiana e ‘allieva’ di Franchini). Entrambi sono passati in Giunti, dimostrando la volontà dell’editore fiorentino di rafforzare la sua quota di mercato nella narrativa italiana, puntando sulla grande esperienza e sulla capacità di anticipare le tendenze dei lettori da parte dei due editor.

Mondadori non è rimasto a guardare, affidando la narrativa italiana a Carlo Carabba (già da tempo editor per la case editrice di Segrate oltre che poeta e responsabile della storica rivista Nuovi Argomenti) e quella straniera a Marta Treves (altro editor storico della Mondadori, responsabile per anni del segmento young adult).

Insomma l’anno che verrà ci fa sperare in molteplici cambiamenti nel panorama editoriale italiano e sono certo che non saranno tutti negativi. Ai lettori l’ardua sentenza.

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Settanta acrilico trenta letteratura: però strega! https://minimaetmoralia.it/libri/settanta-acrilico-trenta-letteratura-pero-strega/ https://minimaetmoralia.it/libri/settanta-acrilico-trenta-letteratura-pero-strega/#comments Sat, 16 Apr 2011 03:37:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4185 Il romanzo d’esordio di Viola Di Grado procede letteralmente per picchi e precipizi. Si intitola Settanta acrilico e trenta lana ed è il romanzo che la casa editrice e/o candida per il Premio Strega 2011. La proporzione tra le virtù di questo testo e le sue irrisolutezze potrebbe essere espressa con le stesse percentuali contenute nel titolo, ma va detto subito che le pur ridotte qualità di questo romanzo hanno la forza di far distogliere l’attenzione dai suoi difetti. L’assoluta freschezza irregolare della scrittura di Viola Di Grado e il suo sguardo spiazzano il lettore al punto da corromperlo, e indurlo a perdonarle moltissimo, addirittura a perdonarle tutto.
La scrittura di Settanta acrilico trenta lana è alterata, predilige colori saturi, è costruita con immagini che si accendono come flash, uno dopo l’altro, ora generando lampi fastidiosi, ora sprigionando bagliori rivelatori. Ambientato nell’oscuro paese di Leeds, in Inghilterra, il romanzo racconta un breve arco di tempo della vita di Camelia, una ragazza affamata di vita che dopo la morte traumatica del padre vive con la madre (o meglio la assiste) in una casa piena di dolore e poverissima di parole: madre e figlia comunicano per la maggior parte del tempo semplicemente attraverso gli sguardi. La madre scatta fotografie a buchi e voragini. Camelia trova lavoro come traduttrice di manuali per lavatrici e con il primo stipendio regala alla madre un pappagallo. Si innamorerà presto di Wen, un ragazzo cinese che la inizierà al mondo degli ideogrammi. Quello di Camelia sarà un amore viscerale e non corrisposto tanto che finirà per avere una storia con il fratello di Wen, un ragazzo emotivamente malconcio e psicologicamente borderline.

Come detto, però, le colonne che sostengono la trama sono le atmosfere di un’Inghilterra invernale fatta di kebab e di negozi cinesi, la cupezza sensuale dello sguardo di Camelia, e lo stile che rende i paesaggi (esteriori e interiori) universi distorti e deformi. La lingua di Viola Di Grado è del tutto snodata, come uscita da un corso di yoga. Ciò comporta a volte una tendinite del linguaggio, alcune immagini sono infatti infelici: «il cielo è soltanto un remake a basso budget dei suoi occhi», «Il sole stava tramontando con la sua solita lentezza da gentleman», oppure «Un sole carnoso come un petto di pollo sporgeva a tratti nella grotta». In altri casi invece le immagini sono gradevoli: «La neve aveva cominciato da poco il suo lavoro di annientamento, guardavo dalla finestra le case scomparire come ricordi», o almeno piacevolmente sorprendenti: «Scoprii un sole sguaiato, enorme, rigurgitato misteriosamente da qualche buco dell’inverno», «La testa rossa del sole scendeva a leccare le creste nere degli alberi».

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Il romanzo d’esordio di Viola Di Grado procede letteralmente per picchi e precipizi. Si intitola Settanta acrilico e trenta lana ed è il romanzo che la casa editrice e/o candida per il Premio Strega 2011. La proporzione tra le virtù di questo testo e le sue irrisolutezze potrebbe essere espressa con le stesse percentuali contenute nel titolo, ma va detto subito che le pur ridotte qualità di questo romanzo hanno la forza di far distogliere l’attenzione dai suoi difetti. L’assoluta freschezza irregolare della scrittura di Viola Di Grado e il suo sguardo spiazzano il lettore al punto da corromperlo, e indurlo a perdonarle moltissimo, addirittura a perdonarle tutto.
La scrittura di Settanta acrilico trenta lana è alterata, predilige colori saturi, è costruita con immagini che si accendono come flash, uno dopo l’altro, ora generando lampi fastidiosi, ora sprigionando bagliori rivelatori. Ambientato nell’oscuro paese di Leeds, in Inghilterra, il romanzo racconta un breve arco di tempo della vita di Camelia, una ragazza affamata di vita che dopo la morte traumatica del padre vive con la madre (o meglio la assiste) in una casa piena di dolore e poverissima di parole: madre e figlia comunicano per la maggior parte del tempo semplicemente attraverso gli sguardi. La madre scatta fotografie a buchi e voragini. Camelia trova lavoro come traduttrice di manuali per lavatrici e con il primo stipendio regala alla madre un pappagallo. Si innamorerà presto di Wen, un ragazzo cinese che la inizierà al mondo degli ideogrammi. Quello di Camelia sarà un amore viscerale e non corrisposto tanto che finirà per avere una storia con il fratello di Wen, un ragazzo emotivamente malconcio e psicologicamente borderline.

Come detto, però, le colonne che sostengono la trama sono le atmosfere di un’Inghilterra invernale fatta di kebab e di negozi cinesi, la cupezza sensuale dello sguardo di Camelia, e lo stile che rende i paesaggi (esteriori e interiori) universi distorti e deformi. La lingua di Viola Di Grado è del tutto snodata, come uscita da un corso di yoga. Ciò comporta a volte una tendinite del linguaggio, alcune immagini sono infatti infelici: «il cielo è soltanto un remake a basso budget dei suoi occhi», «Il sole stava tramontando con la sua solita lentezza da gentleman», oppure «Un sole carnoso come un petto di pollo sporgeva a tratti nella grotta». In altri casi invece le immagini sono gradevoli: «La neve aveva cominciato da poco il suo lavoro di annientamento, guardavo dalla finestra le case scomparire come ricordi», o almeno piacevolmente sorprendenti: «Scoprii un sole sguaiato, enorme, rigurgitato misteriosamente da qualche buco dell’inverno», «La testa rossa del sole scendeva a leccare le creste nere degli alberi».

La libertà linguistica di Viola Di Grado è il frutto di un’estrema sensibilità, venata certamente di ingenuità. Quali scrittori in Italia avrebbero il coraggio di scrivere «bianchissimissimo»? Nessuno, e si dirà che se ciò non avviene è solo un bene. Tuttavia, quel preciso coraggio di scrivere «bianchissimissimo» permette alla Di Grado di affrontare la scrittura letteraria esplorando zone che altri scrittori evitano (per saggezza ma soprattutto per pigrizia). Chi infatti arriverebbe a pensare questa frase: «Passarono due anatre blu e il fiume divenne schiumoso come la pellicola del latte quando cuoce troppo»?

Settanta acrilico trenta lana è una versione italiana di quelle favole nere che scrivevano Angela Carter o Rikki Ducornet. È una fiaba piena di ombre e di sangue, di abbandoni e di incomprensioni. Racconta di una Alice cacciata dal paese delle meraviglie, che cerca di colmare l’infelicità con le parole, coi caratteri, con gli alfabeti, e con la scoperta di lingue che possano esprimere il dolore di vivere e insieme un rovente desiderio di felicità. Il Premio Strega non lo vincerà. Ma tra mille esordi tutti simili tra loro, mille esordienti che scrivono tutti lo stesso romanzo, la scrittura della Di Grado brilla ambiguamente, fa come i pappagalli disegnati sulle cravatte: «I pappagalli della cravatta mandavano i bagliori spietati della seta».

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