Virgilio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/virgilio/ un blog di approfondimento culturale Wed, 09 Sep 2015 14:59:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Virgilio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/virgilio/ 32 32 La Magna Grecia in Campania, prima parte https://minimaetmoralia.it/reportage/la-magna-grecia-in-campania-prima-parte/ https://minimaetmoralia.it/reportage/la-magna-grecia-in-campania-prima-parte/#respond Thu, 10 Sep 2015 05:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28325 LACCO AMENO (Ischia). Arrivarono cantando i versi di Omero. Era il 770 a.C. e avevano navigato a lungo da Eretria e Calcide, le due principali città dell’Eubea, la lunga e sottile isola a est dell’Attica, ai greci oggi nota come Evia. L’isola in cui si fermarono, il primo insediamento di quella che sarebbe stata ribattezzata Megàle Hellàs, ossia Magna Grecia, la chiamarono Pitecussa e adesso è per tutti Ischia. Il ribollire di acque, fumi e fuochi sotterranei lì per lì non li spaventò. Li spinse piuttosto a celebrare. Del resto quel che desideravano, più di ogni altra cosa, era ricreare le abitudini della madrepatria. Unirsi a sedere attorno a un tavolo, assaporando a turno da una coppa la bevanda inventata da Dioniso, il nettare che sovvertiva la memoria e apriva lo spazio dell’eros. Dell’Iliade, infatti, cantavano soprattutto i versi magnifici ambientati nella tenda del vecchio Nestore in cui Patroclo entrò trafelato a chiedere notizie di un compagno ferito: “Prima l’ancella apparecchiò loro la tavola bella, ben levigata, coi piedi di smalto, quindi sopra ci mise un cesto di bronzo, con dentro cipolla, compagna del bere, e anche miele biondo, e farina d’orzo sacro, e una coppa bellissima, che il vecchio si portò da casa, tempestata di borchie d’oro; i manici della coppa erano quattro, e intorno a ciascuno saltabeccavano due colombe d’oro, e sotto c’era un duplice sostegno. La spostavano a fatica dalla tavola gli altri, quand’era piena, ma Nestore, il vecchio, senza sforzo l’alzava”.

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Antro_della_Sibilla_cumana.1Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Nelle prossime settimane pubblicheremo la seconda e la terza puntata. (Nell’immagine, l’antro della Sibilla a Cuma)

LACCO AMENO (Ischia). Arrivarono cantando i versi di Omero. Era il 770 a.C. e avevano navigato a lungo da Eretria e Calcide, le due principali città dell’Eubea, la lunga e sottile isola a est dell’Attica, ai greci oggi nota come Evia. L’isola in cui si fermarono, il primo insediamento di quella che sarebbe stata ribattezzata Megàle Hellàs, ossia Magna Grecia, la chiamarono Pitecussa e adesso è per tutti Ischia. Il ribollire di acque, fumi e fuochi sotterranei lì per lì non li spaventò. Li spinse piuttosto a celebrare. Del resto quel che desideravano, più di ogni altra cosa, era ricreare le abitudini della madrepatria. Unirsi a sedere attorno a un tavolo, assaporando a turno da una coppa la bevanda inventata da Dioniso, il nettare che sovvertiva la memoria e apriva lo spazio dell’eros. Dell’Iliade, infatti, cantavano soprattutto i versi magnifici ambientati nella tenda del vecchio Nestore in cui Patroclo entrò trafelato a chiedere notizie di un compagno ferito: “Prima l’ancella apparecchiò loro la tavola bella, ben levigata, coi piedi di smalto, quindi sopra ci mise un cesto di bronzo, con dentro cipolla, compagna del bere, e anche miele biondo, e farina d’orzo sacro, e una coppa bellissima, che il vecchio si portò da casa, tempestata di borchie d’oro; i manici della coppa erano quattro, e intorno a ciascuno saltabeccavano due colombe d’oro, e sotto c’era un duplice sostegno. La spostavano a fatica dalla tavola gli altri, quand’era piena, ma Nestore, il vecchio, senza sforzo l’alzava”. Il simposio descritto da Omero si adattava bene alla vita e ai vigneti di Pitecussa. Così, nelle botteghe dei ceramisti che fiorirono sull’isola, i greci d’Eubea che diventavano d’Italia, commissionarono immediatamente esempi che evocassero la grandezza di quei tempi andati. Su una di queste coppe leggiamo ancora: “Sono la coppa di Nestore, è una gioia bere da me. Chiunque beva da questa coppa, costui subito il desiderio di Afrodite dalla bella corona lo prenderà”. È la più antica iscrizione greca in scrittura alfabetica (circa 740 a.C.), la più antica testimonianza di amore letterario e costituisce il gioiello del piccolo museo archeologico di Villa Arbusto, quella che fu residenza di Angelo Rizzoli, il capostipite, grande imprenditore dell’editoria e del cinema che negli anni 50 trasformò Lacco Ameno in un ritrovo di star del jet set. Oggi, di Fellini e compagnia restano le foto scattate dai paparazzi che ciondolavano fissi nei dintorni. Bagnanti annoiati li hanno sostituiti. Uomini e donne in cerca del riposo termale. Stranieri attratti dal ribollire delle acque, dai fanghi curativi, da quel rimestio sotterraneo che in un’eruzione vulcanica sbalzò fuori dal monte Epomeo la roccia conficcata in mare di fronte a Lacco che tutti conoscono come il “fungo”. Per i greci d’Italia fu infine quello il segno che li spinse all’abbandono. Immaginarono che sotto il cratere spento dell’Epomeo Zeus avesse sotterrato dopo una terribile lotta il corpo del mostruoso titano Tifeo. E che quando questi si agitava, fuoco e acque impazzite venissero fuori dalla superficie mettendo in pericolo gli abitanti. Così, dopo le eruzioni del 500 e del 474, l’emporio commerciale in cui era stata trasformata l’isola, con le sue fornaci per la lavorazione del ferro proveniente dall’isola d’Elba, cadde in rovina. E gli abitanti di Pitecussa si trasferirono in massa di là dal mare in cui Odisseo aveva respinto la tentazione delle Sirene.

D’altronde, anche Cuma era stata fondata da greci di Eubea. Solo da quelli di Calcide e della Cuma greca, però, perché nel frattempo in madrepatria Eretria era diventata nemica. A essi, attorno al 730, la rupe isolata di trachite era apparsa immediatamente come il luogo perfetto per un insediamento fortificato. La fertile pianura che si estendeva verso il mare e Pitecussa, la ribattezzarono con il nome dei campi in cui gli dèi dell’Olimpo avevano sconfitto i Giganti. I Campi Flegrei, infatti, sembravano adatti a suscitare contese. Le credenze più importanti però le avrebbero riservate a altro. E chiunque oggi arrivi a Cuma, senonaltro per sentito dire, la storia la conosce bene. La raccontò il poeta che Dante avrebbe scelto come suo mentore in versi che volevano competere con Omero. “L’immenso fianco della rupe euboica s’apre in un antro: / vi conducono cento ampi passaggi, cento porte; / di lì erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla”. L’arrivo di Enea al cospetto della vergine apollinea il cui volto si sfigura è raccontato da Virgilio in parole che accompagnano il visitatore, chiunque esso sia. “A lei che parla così, davanti all’ingresso, d’un tratto / non rimase lo stesso volto, il colore, la chioma composta; / ansima il petto, il cuore selvaggio si gonfia / di rabbia, sembra più alta e di voce sovrumana, / ispirata dal nume, ormai vicino, del dio”. Ma il volto, stavolta, è quello della custode di un sito archeologico che farebbe fortuna in tutto il mondo, il volto sfigurato dalla sorpresa di fronte al visitatore che ignora quanto scritto su un foglio svolazzante appuntato sul bussolotto d’ingresso: l’antro della Sibilla è chiuso. “È un anno e più, non lo sapevate? Ma voi andate, andate, andate su a vedere che è chiuso” ripete la donna. E perché andare? Sembra l’enigma tipico di Apollo. Gli stranieri che non colgono la sfumatura abbandonano prima di spendere i pochi euro d’ingresso. Gli altri, colpiti dall’ambigua sentenza, s’incamminano sullo stradino che brucia di sole. Di fronte all’ingresso dell’antro, una transenna sbilenca pretenderebbe di impedire il passaggio ma il segnale è chiaro. Si cammina nell’improvviso fresco della penombra umida spezzata da lame di luce delle aperture laterali. Un silenzio carico di mistero domina. Non si fa caso ai tubi innocenti che sostengono pareti messe in pericolo da infiltrazioni costanti. S’immagina solo la voce della Sibilla e l’enigma delle sue profezie. Soltanto sulla via del ritorno poi iniziano a rimbeccarsi voci di uomini che si domandano l’un l’altro se qualcuno abbia infranto il divieto. “Siete entrati?” domanda un custode a chi esce. Nessuno vuole ammettere l’evidenza. “E vabbuò” fa lui “Non si potrebbe” e intanto riaccosta la transenna all’ingresso. “Tanto non viene nessuno a aggiustare qui” mi dicono “Lo vedete dotto’? Ma poi è pericoloso? Se è pericoloso lo devono chiudere bene. Noi che possiamo farci?” Salendo verso l’imprendibile acropoli che nel 524 seppe resistere a una coalizione di Etruschi, Dauni e Aurunci, tra magnifiche rovine, spettacolari panorami e la quiete assoluta, l’unica idea però è ridiscendere. Scendere. Scendere giù verso quell’apertura al mondo sotterraneo che la Sibilla illustrò a Enea, mormorando: “è facile la discesa in Averno; / la porta dell’oscuro Dite è aperta notte e giorno; / ma ritrarre il passo e uscire all’aria superna, / questa è l’impresa e la fatica”.

Per scendere al lago su cui non volavano uccelli e che per questo gli antichi chiamarono Averno (a-ornon senza uccelli) basta seguire le indicazioni stradali e non confondere l’Arco Felice antico, l’immensa porta di accesso costruita da Domiziano, con le sue reduplicazioni moderne. Tornanti spingono giù e sempre più giù, verso il lago immobile. La strada che gli gira attorno ospita parcheggi, club, ristoranti, da una parte. Dall’altra invece diventa luogo che più che a Persefone sembra dedicato a Afrodite. Il ramo d’oro da portare nell’Oltretomba è introvabile. O forse adesso non scintilla più “nelle foglie e nel flessibile vimine, / consacrato a Giunone inferna” bensì dietro i finestrini che riflettono il sole e oltre cui lampeggiano bocche, gambe, movimenti lenti o improvvisamente velocissimi e scattanti, accompagnati da mugugni e grida inconfondibili. Poco più in là, la statale spinge verso quella che fu Dicearchia, la sub colonia di Cuma, oggi Pozzuoli. Il Quartiere Terra brulica di vita e le trattorie servono spaghetti fumanti. Ci si potrebbe fermare qui. Ma Cuma non smise di fondare città, nei dintorni. Quella che finì per oscurare tutte le altre fu chiamata “Nuova Città”, “Nea Polis”, per distinguerla da quella che aveva preso il nome di una delle Sirene, Partenope, ribattezzata “Vecchia Città”, “Palaia Polis”. Ma per trovare un briciolo della Neapolis antica, non è più possibile aggirarsi tra i suoi infiniti e leggendari vicoli. Stavolta si deve scendere davvero sottoterra. Benché nessun Enea, inabissandosi nel sottosuolo dalle parti di San Lorenzo Maggiore o di piazza San Gaetano, troverà mai più il suo Anchise, l’anima sfuggente all’abbraccio del figlio “pari ai lievi venti, simile ad alato sogno”. (1 – continua)

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Il libro di Johnny: l’epica secondo Beppe Fenoglio https://minimaetmoralia.it/editoria/il-libro-di-johnny-lepica-secondo-beppe-fenoglio/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-libro-di-johnny-lepica-secondo-beppe-fenoglio/#comments Fri, 05 Jun 2015 05:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27175 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.
È una delle opere più straordinarie fra quelle prodotte dalla letteratura italiana del Novecento eppure è rimasta per quasi sessant’anni sepolta nell’oblio, perduta nella dimenticanza in cui finiscono certe grandi incompiute, obliterata da una serie di contingenze finalmente spazzate via. Oggi appare con un titolo biblico e soprattutto epico. Poiché epico fu il lungo romanzo a cui Beppe Fenoglio lavorò come alla sua opera più ambiziosa e che, per questioni editoriali, non vide mai la luce. S’intitola Il libro di Johnny (a cura di Gabriele Pedullà, Einaudi, pp. LXXXI e 791). È la pubblicazione più importante dell’anno. Ma per capirne la portata dobbiamo cominciare da lontano.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

È una delle opere più straordinarie fra quelle prodotte dalla letteratura italiana del Novecento eppure è rimasta per quasi sessant’anni sepolta nell’oblio, perduta nella dimenticanza in cui finiscono certe grandi incompiute, obliterata da una serie di contingenze finalmente spazzate via. Oggi appare con un titolo biblico e soprattutto epico. Poiché epico fu il lungo romanzo a cui Beppe Fenoglio lavorò come alla sua opera più ambiziosa e che, per questioni editoriali, non vide mai la luce. S’intitola Il libro di Johnny (a cura di Gabriele Pedullà, Einaudi, pp. LXXXI e 791). È la pubblicazione più importante dell’anno. Ma per capirne la portata dobbiamo cominciare da lontano.

Nel 1955, Fenoglio è un autore mediamente stimato. Nella città dove vive, Alba, è visto come uno strano tipo, che per le sue passioni è stato ironicamente soprannominato Beppe Fumetti. Nella società letteraria, pesano certi giudizi sferzanti, soprattutto quelli di Vittorini, che pure lo aveva pubblicato. Colpito nell’orgoglio, dopo il parziale insuccesso della Malora, lo scrittore si lancia in un progetto narrativo molto più complesso rispetto ai precedenti, ossia un “libro grosso” come lui stesso lo definisce, ispirato alle vicende vissute in prima persona come  studente, soldato e partigiano fra l’estate del 1942 e la primavera del 1945. Di fronte alla difficoltà di dare vita a un’epica del XX secolo, Fenoglio sceglie un metodo di lavoro decisamente inconsueto. Esperto e appassionato di letteratura inglese, compone prima in inglese. Non sappiamo precisamente i tempi esatti di questa scrittura, ma possiamo farci un’idea della mole del suo lavoro. Sono circa un migliaio le pagine delle prima stesura in inglese, cui segue una auto-traduzione che accorcia parzialmente la storia: ottocento pagine in una stesura piena di sigle, sgrammaticature, brani ancora da portare in italiano. È solo a questo punto che Fenoglio comincia un lavoro certosino di ripulitura per offrire ai suoi editori una versione pronta per essere giudicata. Siamo a metà del 1958 e, desideroso ormai di un confronto ma anche consapevole della difficoltà di sottoporre a un editore un dattiloscritto tanto ampio, Fenoglio invia duecento pagine a Livio Garzanti. Si tratta soltanto della prima parte della storia che ha immaginato per il suo alter ego, chiamato Johnny, e si conclude con l’8 settembre. Fenoglio pensa infatti a una pubblicazione in due volumi.

È qui che la vicenda di questo grande libro inizia a precipitare. Garzanti e il suo collaboratore, Pietro Citati, rispondono con scetticismo. Memore di quel che era accaduto con il Pasticciaccio di Gadda, il cui secondo volume non gli sarebbe mai arrivato, Garzanti non vuole ripetere l’esperienza. Suggerisce tagli e si mostra recalcitrante rispetto all’idea del doppio volume ma non vuole nemmeno aspettare troppo. Fenoglio inizialmente esita, poi, con uno di quegli scarti improvvisi cui sono soggetti gli scrittori che ondeggiano fra consapevolezza del proprio valore e insicurezze, all’improvviso prende la sua decisione. Taglia le prime ottanta pagine e cambia il finale, aggiungendo tre capitoli supplementari in cui fa entrare Johnny nella Resistenza e lo fa subito morire. Il libro è pronto. Esce all’inizio del 1959 con il titolo che lo scrittore avrebbe probabilmente voluto dare all’intera storia: Primavera di bellezza. Buono il successo di critica e di vendite, Fenoglio accantona il resto della storia e si lancia in nuovi progetti. Durano poco, però, questi progetti. A febbraio del 1963, dopo una breve malattia, lo scrittore muore. Nei suoi cassetti, tuttavia, lascia un tesoro.

Si apre qui una lunga storia filologica che oggi trova probabilmente il suo definitivo compimento. La storia che ha dato alla luce quello che è uno dei libri più letti e amati di Fenoglio: Il partigiano Johnny. “La vicenda di Johnny dopo l’8 settembre ci è giunta in due versioni italiane distinte, solo in parte sovrapponibili perché, della stesura più recente, sono sopravvissute solo le ultime duecento pagine. E in base a come combiniamo questi materiali otteniamo romanzi diversi”, spiega Gabriele Pedullà, critico e narratore, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre. “La prima edizione, nel 1968, è di Lorenzo Mondo e incrocia disinvoltamente le due stesure italiane per offrire al pubblico un volume anzitutto  godibile. La seconda è quella di Maria Corti, che nel 1978 offre ai lettori tutte le carte così come erano state trovate senza neanche cercare di dare a esse una forma unitaria. La terza è quella di Dante Insella, che nel 1992 segue la stesura più recente soltanto dal punto in cui essa procede senza interruzioni (circa duecento pagine) e per la parte precedente si serve della versione più antica e grezza, segnalando il salto con una prudente partizione in due parti. Sono tre opzioni profondamente diverse che, con i loro meriti e i loro difetti, lasciano l’appassionato di Fenoglio con un desiderio insoddisfatto. Chiunque legga sia Primavera di bellezza sia Il partigiano, si rende infatti conto che le due storie sono state concepite per stare assieme, e viene preso dal desiderio di unire i due libri. Un’operazione del genere, tuttavia, è inconcepibile per qualsiasi filologo che si rispetti, perché significherebbe violare la volontà dell’autore. Dopo tutto, infatti, Fenoglio ha liberamente deciso di far morire Johnny alla fine della Primavera di bellezza uscita nel 1959. Fortunatamente c’è però un’altra possibilità. Dal momento che tra le carte di Fenoglio ci è pervenuta pure la primissima versione di Primavera di bellezza, che corrisponde alle circa duecento pagine che nel 1958 lessero Citati e Garzanti, possiamo unire quella stesura (dove Johnny non muore) alla redazione più antica di quello che è stato battezzato da Mondo Il partigiano Johnny e in tal modo ricostruire finalmente il continuum narrativo originariamente immaginato da Fenoglio per il suo alter ego”.

Ci troviamo fra le mani un volume assolutamente unico nel panorama della letteratura del Novecento. Non solo perché molte parti del Partigiano, alla luce di ciò che Fenoglio scrive nella prima sezione, acquistano ora un senso completamente nuovo. Ma soprattutto perché, come spiega Pedullà nella sua eccellente introduzione, possiamo infine valutare appieno la portata epica del racconto fenogliano. “Si è sempre ripetuto che dietro Fenoglio si nascondono Omero e Melville. Verissimo. Ma a me pare che in questo caso il vero modello vada cercato piuttosto nell’Eneide di Virgilio. Se infatti guardiamo alla struttura dell’opera, cosa vediamo? La prima parte racconta i viaggi di Johnny, le sue peripezie attraverso la penisola come allievo ufficiale. La seconda mette al centro la guerra partigiana. Proprio come nell’Eneide, dove i primi sei libri si rifanno alle peregrinazioni di Ulisse nell’Odissea mentre gli altri raccontano il conflitto nel Lazio sulla scia dell’Iliade. È anzitutto a questo Virgilio che Fenoglio guarda come punto di riferimento”.

Il modello virgiliano del resto non si limita soltanto all’impalcatura generale. Pedullà segue molti temi virgiliani e li svela uno per uno. “Fenoglio e Johnny sono un perfetto prodotto del liceo classico di Croce e Gentile. Ce ne rendiamo conto in maniera esplicita quando Johnny arriva con gli altri allievi ufficiali sul litorale tirrenico e tutti si mettono a gridare “Thalatta! Thalatta!”, ossia “Mare! Mare!” citando un celebre e studiatissimo passo dell’Anabasi di Senofonte. Fenoglio non perse mai il gusto del latino e del greco: leggeva moltissima letteratura inglese e americana ma tornava ossessivamente sui classici. Nel ’61, per esempio, compose epigrammi alla maniera di Marziale e nel ‘62 sappiamo che si era lanciato nella rilettura di tutto Livio. Insomma, non è solo una coincidenza se Fenoglio riutilizza l’aggettivazione virgiliana, riplasma gli epiteti classici e riscrive interi episodi dell’epica romana. È il caso per esempio della discesa agli Inferi dell’eroe che connette la prima e la seconda parte dell’Eneide. Il dialogo con le ombre dei morti per conoscere il proprio avvenire ha a tutti gli effetti il suo equivalente funzionale nella scena in cui Johnny interroga i suoi professori di liceo e indimenticati maestri di antifascismo, Chiodi e Cocito, e riceve da loro la spinta a partire partigiano, oltre che, come in ogni “discesa agli Inferi” degna di questo nome, un oracolo sul proprio futuro”.

Un grande libro epico, senza paragone in Italia e non solo, con una fortissima carica morale e politica nel senso più alto del termine. Forse anche biblico, come sembra suggerire il titolo. “Ho seguito diverse suggestioni” spiega Pedullà. “Innanzitutto la circonlocuzione che usò Fenoglio parlando del suo lavoro a Calvino come di un “libro grosso”. Poi ricordando il “libro dei libri” sulla Resistenza di cui Fenoglio sentiva l’esigenza. Ma soprattutto dando ascolto alla sua laicissima passione, tutta letteraria, per la Bibbia. Il Libro di Giona, il Libro di Giobbe. Perché Il libro di Johnny è anzitutto il romanzo epico di un partigiano che impara a resistere alle Sirene che cercano di dissuaderlo dal tenere fede alla propria scelta”.

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Appia, regina di storia e di abusi https://minimaetmoralia.it/arte/via-appia-antica-roma/ https://minimaetmoralia.it/arte/via-appia-antica-roma/#comments Thu, 31 Jul 2014 05:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22538 Questo articolo è uscito sul Fatto quotidiano.

Sulla Via Appia Antica. E da nessun'altra parte: solo camminando su questa lunga, struggente ferita – che ancora potrebbe unire, scorrendo in un verde ininterrotto, il Colosseo ai Castelli Romani – si può davvero capire cos'è il patrimonio culturale italiano. Qui tutti i frammenti della magnificenza antica – quelli che nei musei archeologici annoiano inconfessabilmente anche gli addetti ai lavori – prendono senso e vita: si animano in un contesto, in un tessuto che si fonde col verde e col cielo.

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Questo articolo è uscito sul Fatto quotidiano. (Fonte immagine)

Sulla Via Appia Antica. E da nessun’altra parte: solo camminando su questa lunga, struggente ferita – che ancora potrebbe unire, scorrendo in un verde ininterrotto, il Colosseo ai Castelli Romani – si può davvero capire cos’è il patrimonio culturale italiano. Qui tutti i frammenti della magnificenza antica – quelli che nei musei archeologici annoiano inconfessabilmente anche gli addetti ai lavori – prendono senso e vita: si animano in un contesto, in un tessuto che si fonde col verde e col cielo.

E non è un caso: nel 1824 fu il grande architetto Giuseppe Valadier a voler ricomporre ai lati della strada tutto ciò che giaceva a terra. Invece che «confonderli tra i moltissimi esistenti nei musei e nei loro magazzini». Valadier, e poi Luigi Canina, avevano negli occhi le incisioni visionarie con cui Piranesi aveva reinventato l’Appia, e collegando il sogno alla realtà riuscirono a lasciarci un corpo vivo. Un corpo che dobbiamo ad ogni costo tramandare a chi verrà dopo di noi. Non è un’impresa impossibile, basterebbe volerlo: proprio sull’Appia vedi perché lo Stato riesce a mettere a segno alcuni strepitosi successi, e anche perché quello stesso Stato sembra far di tutto per vanificarli. Sull’Appia incontri l’Italia: al suo peggio e al suo meglio.

La regina viarum – la più importante e famosa strada dell’antichità– fu aperta nel 312 a. C. dal console Appio Claudio: allora collegava Roma a Capua, arrivando fino a Brindisi (porta verso la Grecia) nel 191 a. C. Una strada modernissima: a due corsie, pavimentata in modo da consentire ai carri la massima velocità. Una strada presto straordinariamente bella: a causa dell’enorme quantità di tombe monumentali, sculture, epigrafi cresciute ai suoi lati. Una strada in cui puoi letteralmente mettere i piedi sulle orme della storia: qua nel 37 a. C. viaggiarono insieme Orazio, Virgilio e Mecenate, da qua Carlo V volle entrare trionfalmente a Roma nel 1536, e come lui il generale Clark, liberatore americano di Roma nel 1944.

Oggi, sulle stesse pietre, incontri radi ciclisti stranieri, gli occhi spiritati e felici di chi guarda all’Appia come ad un incredibile incrocio tra Pompei, Spoon River e il Cammino di Santiago. Varcata la turrita Porta San Sebastiano, li vedi che fissano con curiosità una camionetta dell’esercito, ferma davanti al cosiddetto Arco di Druso. Sulle fiancate grigioverdi c’è scritto «Strade sicure»: ma non vegliano sulla sicurezza dell’Appia, non fermano i Suv che sfrecciano a clacson spiegato. No, fanno la guardia alla villa di qualcuno: forse a quella, vicinissima, dell’ex ministra della Giustizia Paola Severino. Una villa famosa per esser stata dimenticata nella dichiarazione dei redditi, e per essere stata blindata a spese pubbliche durante il mandato ministeriale. Ma, soprattutto, una villa che conserva uno degli importantissimi colombari (cioè antichi loculi cimiteriali) di Vigna Codini: un monumento di proprietà dello Stato a cui di fatto non riescono ad accedere non dico i cittadini (come pure vorrebbe la legge), ma nemmeno i funzionari della soprintendenza archeologica: per «ragioni di sicurezza». Certo non la sicurezza del patrimonio, quella prescritta dall’articolo 9 della Costituzione.

Le ville private: ecco il flagello dell’Appia Antica. Poco più avanti una parte delle Mura Aureliane è a terra: un mucchio di detriti transennati ricorda quanto sia letale il peso dei terrapieni su cui poggiano lussureggianti giardini privati e improbabili piscine hollywoodiane. È proprio contro gli abusivisti, «i gangsters dell’Appia», che ha lottato per tutta la vita Antonio Cederna: «L’Appia antica – scriveva nel 1954 – è diventata il luogo geometrico di tutta la cattiva architettura romana, la palestra per gli speculatori principianti, il banco di prova di tutte le più ordinarie e impunite illegalità. I ruderi sono scaduti a miserabili comparse, hanno perduto la loro grandezza, la loro meravigliosa cornice di deserto e di silenzio, immeschiniti, corrosi, spellati. Le stupende rovine della via Appia antica vengono chiusi tra sipari male intonacati, tra muriccioli e fino spinato, come animali esotici e pidocchiosi: statue e rilievi spezzati e trafugati, le iscrizioni usate come materiali da costruzione: la via Appia antica è diventata il canale di scolo dei nuovi quartieri, tagliata, sminuzzata, sventrata».

Immagini attualissime: ancora oggi la meraviglia dell’Appia è avvelenata da feste matrimoniali con gli ombrelloni piantati in cima a mausolei monumentali, da pacchianissime location per eventi difese dal filo spinato, da monumenti ridotti a spartitraffico per residenti che vogliono un accesso a doppia corsia. E non sono solo le ville: i frati di San Sebastiano aprono un punto di ristoro nel complesso monumentale (con sedie di plastica da stazione di periferia) senza nemmeno avvertire la Soprintendenza, e di fronte al Punto Informativo del Parco dell’Appia (un’istituzione regionale nata male, e dall’efficacia purtroppo quasi nulla) una schiera di cassonetti e un’autorimessa abusiva permettono di misurare il tasso di degrado e inconsapevolezza.

Un’inconsapevolezza che arriva fino al Campidoglio. Cadono le braccia quando si arriva alla Villa di Massenzio – di proprietà comunale – con le rovine del palazzo imperiale, del circo e del mausoleo del figlio Romolo che coronano una serie di dolcissime collinette verdi: un posto di sogno, ma sfigurato dalla mancanza di manutenzione, di cura, di amore. Un complesso che chiude anche d’estate alle quattro del pomeriggio, lasciando fuori tutti i romani che avrebbero il diritto di terminare in quella potenziale meraviglia le loro giornate di lavoro. Come stupirsi, se lo stesso Comune sposta l’itinerario dell’autobus 660, togliendo ai lavoratori e ai turisti  l’unico mezzo pubblico per arrivare sull’Appia?

Ma poco dopo, quando ti avvicini al terzo miglio, ecco qualche timido segno di civiltà: la strada comincia ad essere discretamente scandita da bidoni dell’immondizia di ghisa, tinti di verde per mimetizzarsi nella vegetazione. Su tutti, lo stemma della Repubblica e una targhetta: «Soprintendenza archeologica speciale di Roma». Eccolo lo Stato, finalmente: nella concreta umiltà della pulizia.

E lo Stato, sull’Appia, ha il volto di Rita Paris. Se la battaglia per l’Appia è stata, nonostante tutto, vinta; se gli italiani della mia generazione possono ancora sapere cos’è la regina viarum, lo dobbiamo al destino per cui –nel 1996, proprio l’anno in cui Cederna si spense – la direzione dell’Appia toccò a questa archeologa, straordinariamente lucida e forte. Un’archeologa che – per uno stipendio che non raggiunge i 1800 euro al mese – porta ogni giorno sulle spalle il peso dell’Appia, oltre alla direzione del Museo Nazionale Romano. È lei che ci accompagna dentro una tomba degna di un imperatore: il piccolo pantheon di Cecilia Metella, cinto di marmi e ornato di un fregio con tanti teschi di bue (da cui il nome con cui generazioni di romani hanno chiamato quel posto: Capo di Bove). In pieno Medioevo questa tomba risorse a nuova vita: le spuntarono i merli, e diventò il torrione del castello di Bonifacio VIII Caetani, il papa che Dante scaraventa all’inferno.

Bonifacio vi volle anche una chiesa, e la fece costruire come quelle che aveva visto a Parigi: un incunabolo di gotico francese alle porte di Roma. Poi, un bel giorno del 1588 un altro cardinal Caetani, svenatosi per comprare la carica di Camerlengo, autorizzò due figuri a vendere a pezzi questo monumento straordinario. Se ce l’abbiamo ancora, è perché un pugno di magistrati capitolini, parlando a nome del popolo romano, ebbe il coraggio di ricordare al cardinale che «ancora eravamo obligati a farla manutenere et conservare», e che quella tomba si sarebbe potuta distruggere solo con un ordine espresso del papa: che non arrivò.

Oggi a resistere «nomine populi Romani» è proprio Rita Paris, che veglia su Capo di Bove contrastando con successo i nuovi Caetani. Nel 2002 ha fatto acquistare allo Stato una villa privata, e l’ha trasformata in un paradiso della conoscenza. Gli scavi condotti nel giardino hanno dimostrato che la villa sorge nel cuore della celebre tenuta del filosofo Erode Attico, precettore di Marco Aurelio: una scoperta eccezionale, con rinvenimenti di statue e iscrizioni che hanno destato interesse in tutto il mondo. Alla faccia di un noto archeologo accademico dei Lincei, che aveva sostenuto il contrario in un parere che si opponeva al vincolo chiesto dalla Paris: un parere commissionato e pagato dai proprietari di una villa vicina, assai proclivi all’abusivismo.

Con un simbolo potentissimo, la villa è oggi la sede dell’archivio di Antonio Cederna, donato dalla famiglia e consultabile anche online, e ospita una mostra permanente sulla storia della tutela dell’Appia, allestita con eleganza da museo svedese. Indimenticabile la grande mappa (realizzata dallo studio di Vezio De Lucia) che censisce e situa l’enorme quantità di edifici abusivi sorti sull’Appia: un milione e trecentomila metri cubi solo dopo il 1965, quando il piano regolatore di Roma decise, inutilmente, la ‘tutela integrale’ della strada.

Ma il capolavoro di Rita Paris e del suo eroico staff è l’apertura al pubblico, nel 2000, della maestosa, enorme Villa dei Quintili: un complesso poi continuamente migliorato, ora dotato di un piccolo, preziosissimo museo. Un luogo che è tornato ad essere un’oasi di verde, storia, pace e piacere, come ai tempi dell’impero romano: ma oggi a disposizione dei nuovi sovrani, i cittadini. Sempre nel 2000, usando i fondi del Giubileo, ecco un altro successo incredibile: la Soprintendenza ottiene di far interrare il tratto del Grande Raccordo Anulare che tagliava in due l’Appia, la quale così riconquista il suo tracciato. E non basta: nel 2006 lo Stato ha acquistato anche la tenuta di Santa Maria Nova, da pochi giorni inaugurata con una grande festa popolare: un luogo indimenticabile, dove sono emerse le terme in cui venivano a ricrearsi i pretoriani di Commodo, ornate di mosaici gremiti da gladiatori in combattimento. Insomma, Rita Paris ha immaginato e attuato una specie di dura e tenace bonifica, che lentamente restituisce al bene comune terra e storia strappate alla speculazione privata e all’illegalità.

All’incrocio con Via di Fioranello, un bel cartello ricorda a chi la imbocca da qua, che «la Via Appia Antica rappresenta in tutta la sua estensione un monumento storico, patrimonio di tutti. Hai l’obbligo di rispettarla e conservarla integra per le generazioni future». Di là dalla strada, finisce il tratto recuperato dalla Soprintendenza e inizia quello che corre verso Marino, che ancora aspetta di vedere riesumato il selciato e restaurati i monumenti. Per ora mancano i soldi, e così rimane un malinconico teatro di droga e prostituzione anche a mezzogiorno, in mezzo ai rifiuti abbandonati a terra. Bisognerebbe trovarli, quei soldi: ci vorrebbe un ministro per i Beni culturali degno di questo nome. O un mecenate illuminato: come il giapponese Yuzo Yagi, che proprio Rita Paris ha convinto a donare due milioni per il restauro della Piramide di Cestio.

Ma se i ministri e i mecenati veri sono rari, non manca chi vorrebbe mettere un cappello sulla bonifica ventennale attuata dalla Soprintendenza: una storia di successo che comincia  a far gola. Autostrade per l’Italia ha appena presentato un progetto (dall’originale titolo «Operazione Grand Tour») che, in cambio di un’erogazione liberale non ancora precisata, vorrebbe imporre all’Appia «un nuovo modello di gestione» diverso da quello pubblico, istituendo una «cabina di regia» che esautorerebbe lo staff che ha fatto del recupero dell’Appia una best practice internazionale. Un’operazione che, invece di finanziare i progetti pubblici che funzionano, mira ad azzerarli e a sostituirli con altri ben più commerciali, privi di una qualunque visione culturale. Insomma, si scrive ‘mecenatismo’, si legge ‘privatizzazione’.

Il ministro Dario Franceschini ha immediatamente sposato l’Operazione Grand Tour: forse per dimostrare di essere sufficientemente renziano, forse perché non è mai andato sull’Appia, forse perché nessuno gli ha raccontato che i suoi funzionari stanno facendo molto, ma molto meglio. E al mio amico Gian Antonio Stella, che sul «Corriere» ha difeso il progetto dalle critiche dei comitati e delle associazioni, vorrei dire che quando Cederna fu eletto deputato della Repubblica, la Società Autostrade gli fece recapitare una bicicletta, una delle prime mountain bike. Cederna la regalò immediatamente a Don Guanella, rispedendone la ricevuta di consegna ad Autostrade perché non voleva avere niente a che fare con quella società, che aveva combattuto molto spesso, difendendo il paesaggio italiano. Ecco, penso che il Mibact dovrebbe comportarsi come Cederna: già, perché qualche volta «pecunia olet».

Banca d’Italia scrive che «le autostrade costituiscono un monopolio naturale, e non subiscono una reale concorrenza da parte delle altre modalità di trasporto. Il settore non è stato adeguatamente liberalizzato, prima della privatizzazione, creando così un gestore privato dominante». Il che significa non solo che consentiamo ai concessionari di non investire nella manutenzione e nell’ammodernamento delle autostrade esistenti, ma anche che abbiamo affidato agli stessi concessionari le scelte infrastrutturali strategiche del Paese: una vera cessione di sovranità. Siamo proprio sicuri che sia opportuno permettere ad Autostrade di sommare a questo monopolio anche il governo dell’Appia? Ed è giusto che chi mangia (per esempio) il prezioso territorio del Parco Agricolo di Milano Sud con la costruzione della Tangenziale Esterna, voluta da Maurizio Lupi e legata all’Expo, possa poi presentarsi ai cittadini come il generoso paladino del verde dell’Appia?

Il motto fatto scrivere da Rita Paris sulle pareti della villa diventata simbolo del riscatto dice che l’Appia è un «Laboratorio di mondi possibili, tra ferite ancora aperte». Il progetto delle Autostrade allargherebbe quelle ferite, le renderebbe più profonde. Quasi distrutta dalla prepotenza privata, l’Appia ha invece bisogno di scelte trasparenti ispirate esclusivamente al pubblico interesse. E proprio sull’Appia, negli ultimi vent’anni lo Stato ha dimostrato con i fatti di saper tutelare il bene comune. Il fondatore della strada, Appio Claudio Cieco, è famoso per aver detto «fabrum esse suae quemque fortunae», che ciascuno è responsabile del proprio destino. Lo Stato siamo noi: l’Appia dimostra che, nonostante tutto, possiamo farcela. Che un altro mondo è possibile.

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