Virginia Raggi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/virginia-raggi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 12 Feb 2019 13:44:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Virginia Raggi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/virginia-raggi/ 32 32 Tor di Valle. Prima Roma, poi la Roma https://minimaetmoralia.it/attualita/tor-valle-roma-la-roma/ https://minimaetmoralia.it/attualita/tor-valle-roma-la-roma/#comments Tue, 12 Feb 2019 13:42:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39441 Non ne ho voluto sapere nulla, in questi giorni. L'annuncio di Virginia Raggi, la soddisfazione di James Pallotta e di Unicredit, la felicità cieca delle migliaia e migliaia di romanisti - una felicità che dovrebbe anche essere la mia -, tutta roba che mi riempiva di disgusto. Meglio assentarsi. Leggere romanzi. Rifugiarsi in spazi protetti. Poi, ieri, sono passato sulla Roma - Fiumicino, mi sono affacciato sullo splendore di Tor di Valle, fra gli odori della primavera che verrà, immerso nella bellezza di luoghi destinati con ogni probabilità a scomparire. E così eccomi qua. Vorrei dire questo. Se non conoscete Tor di Valle e non avete idea, benché romani o residenti a Roma, di quel che sono Tor di Valle e l'ansa del Tevere e la natura incontaminata e meravigliosa, prendetevi un pomeriggio e andate. Fatelo prima che sia troppo tardi. Non è neppure granché difficile. Basta una bicicletta per pedalare sulla ciclabile che esce da Magliana in direzione mare e finisce fra i rovi del ponte di Mezzocammino.

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Non ne ho voluto sapere nulla, in questi giorni. L’annuncio di Virginia Raggi, la soddisfazione di James Pallotta e di Unicredit, la felicità cieca delle migliaia e migliaia di romanisti – una felicità che dovrebbe anche essere la mia -, tutta roba che mi riempiva di disgusto. Meglio assentarsi. Leggere romanzi. Rifugiarsi in spazi protetti. Poi, ieri, sono passato sulla Roma – Fiumicino, mi sono affacciato sullo splendore di Tor di Valle, fra gli odori della primavera che verrà, immerso nella bellezza di luoghi destinati con ogni probabilità a scomparire. E così eccomi qua. Vorrei dire questo. Se non conoscete Tor di Valle e non avete idea, benché romani o residenti a Roma, di quel che sono Tor di Valle e l’ansa del Tevere e la natura incontaminata e meravigliosa, prendetevi un pomeriggio e andate. Fatelo prima che sia troppo tardi. Non è neppure granché difficile. Basta una bicicletta per pedalare sulla ciclabile che esce da Magliana in direzione mare e finisce fra i rovi del ponte di Mezzocammino. Fu grazie a quella ciclabile e a mio cognato se dieci anni fa scoprii davvero Tor di Valle e decisi di ambientare lì un romanzo.

E fu grazie al lavoro per quel romanzo se scoprii tutto quello che significano e nascondono quei luoghi, da templi romani antichissimi nascosti nelle cantine di una taverna, al culto degli Arvali, agli uccelli migratori, alla pesca delle anguille, alla meraviglia architettonica di Julio Lafuente, fino al dominio assoluto, straripante, di quell’unico dio di Roma che è il fiume. Il Tevere su cui tutto ebbe inizio e intorno a cui tutto crebbe e che qui è ancora seriamente un dio, visto che, per il resto, nel 1870 i Piemontesi decisero di separarlo per sempre dalla sua città costruendo muraglioni di civiltà e distruzione. Prendetevi un pomeriggio e andate. Se non avete che un’ora (visto che spesso crediamo che il tempo ci manchi per conoscere ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi e non abbiamo visto mai) guidate su via della Magliana, voltate a destra su via delle Vigne, parcheggiate dove potete e osservate dall’alto questo spazio di una Roma ancora vera, potente, piena di futuro. Una Roma che l’ignoranza e gli interessi di pochissimi hanno deciso di distruggere, complice il tifo che, come da etimologia, annebbia, complice l’immobilismo di milioni di romani che già a stento possono conoscere le meraviglie cittadine, figuriamoci Tor di Valle.

Si dice fino alla noia che le zone attorno a quello che fu l’ippodromo sono degradate e dunque ben venga uno stadio, ben vengano tonnellate di cemento, speculazione, parcheggi per auto che imbottiglieranno arterie inesistenti eccetera. A volte (molto spesso in questi tempi) di fronte alle idiozie non si sa neppure cosa rispondere.

Mi limiterò a una considerazione abbastanza banale. Se Tor di Valle non è valorizzata, valorizzatela. Cosa farebbe un’Amministrazione minimamente lungimirante? Prendiamo Madrid. Per chi non lo sapesse a Madrid scorre un fiume. Il Manzanares. Non lo sanno in molti perché non è un gran fiume. Si tratta di un rigagnolo che nessuno considerava da anni e anni, tanto che lungo il suo letto – un micro letto – scorreva una sorta di autostrada decisiva per l’ingresso in città. Cosa ha fatto un’Amministrazione molto lungimirante in questi ultimi anni? Ha lavorato sodo per interrare l’autostrada, ridare vita al fiume aumentandone le acque, e infine creare un’immenso parco per i cittadini. Si chiama Madrid Rìo. Se passate da Madrid, visitatelo. Chilometri di ciclabile. Campi sportivi di ogni tipo. Bar. Spiagge estive. Ponti pedonali avveniristici. Spazi per l’arte, per la musica, per gli skater. Parcogiochi innumerevoli. Passeggiate.

Non so quante alternative io stia dimenticando. Chi ama il calcio osserverà come un tempio il Vicente Calderòn, amatissimo stadio dell’Atletico Madrid. O giocherà a pallone nei campi di calcio, calcetto, calciotto e tutto quel che è. Un gigantesco parco pubblico per i cittadini di ogni età, questo è Madrid Rìo. E per realizzarlo è stato necessario interrare un’autosrada e ridare vita a un fiume. A Tor di Valle non sarebbe necessario. C’è il fiume e non c’è un’autostrada. Non sono spazi giganteschi ma sono spazi divini. Basterebbe investire quattro euro e realizzare qualcosa di grande per i cittadini, qualcosa destinato a restare.

Ma bisogna fare altro, si sa. “Mattè” mi ha detto un amico informato e scaltro pochi giorni fa “nun fa’ finta di gnente. ‘O sai tutti gli interessi che ce stanno. Sennò ‘o stadio se faceva a Ostiense”. Vero. Lo stadio migliore per la Roma lo si sarebbe dovuto fare a Ostiense. Da Testaccio e Trastevere, bacino del cuore di Roma, i tifosi sarebbero arrivati a piedi. Ferrovie e metro c’erano già. Non esistevano spazi per costruire, però, e per speculare. Fatti determinanti perché i privati aprano il portafogli. Bene. Ma solo a Tor di Valle si può costruire? “Ao’ ‘o sai, ‘o sai perché, nun fa’ er cojione”.

Lo so. Ma non voglio tornare sui Parnasi, su Unicredit, su Pallotta. C’è chi indaga, ci sono i magistrati, ci sono i giornalisti con le loro inchieste, c’è tutto quel che deve esserci anche se noi romani siamo tutti stanchi, tutti annoiati, tutti a tal punto disincantati che basta, non ne possiamo più, facessero un po’ quello che gli pare. Del resto, se non c’è neanche più la voglia di incazzarsi quando ci si sente dire: “A Roma le buche ci sono. Abiutatevi a guidare con le buche”, che devi fare? Be’, però una cosa si può fare. Andare a Tor di Valle. Conoscerla. Al limite osservarla da lontano per vedere quanto è bella e quanto è assurdo solo pensare che possa essere distrutta. Lo dovrebbero fare tutti a cominciare da quei tifosi romanisti a tal punto amanti della loro squadra che se la squadra va male lasciano lo stadio. Bene, uscite dallo stadio vecchio e andate a vedere dove vogliono costruire quello nuovo. Magari si chiarirà un’idea. Che se è vero che la Roma e il tifoso romanista incarnano nel bene e nel male la natura più profonda di questa città folle e geniale, non c’è che da prendere atto di un’unica verità, una verità sacra. Viene prima Roma della Roma. Allora magari ricominceremo pure a vincere. Che non sarebbe male.

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Pink Floyd: la grande esibizione https://minimaetmoralia.it/arte/pink-floyd-their-mortal-remains/ https://minimaetmoralia.it/arte/pink-floyd-their-mortal-remains/#respond Wed, 17 Jan 2018 06:45:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35963 Ieri mattina sono andato in via Nizza, una strada ben asfaltata tra viale Regina Margherita e piazza Fiume, a Roma. Al civico 138 c’è il Macro, il Museo di Arte Contemporanea, e si dà il caso che era in programma la conferenza stampa di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, la mostra sulla più interstellare tra le band inglesi. A Londra, dove ha esordito, è stata un successone. A officiare l’evento sono annunciati Roger Waters e Nick Mason, che non hanno bisogno di presentazioni.

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Ieri mattina sono andato in via Nizza, una strada ben asfaltata tra viale Regina Margherita e piazza Fiume, a Roma. Al civico 138 c’è il Macro, il Museo di Arte Contemporanea, e si dà il caso che era in programma la conferenza stampa di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, la mostra sulla più interstellare tra le band inglesi. A Londra, dove ha esordito, è stata un successone. A officiare l’evento sono annunciati Roger Waters e Nick Mason, che non hanno bisogno di presentazioni.

Grande ressa di fotografi e cronisti e videocamere e telefonini, con inevitabili dialoghi e battute che se non altro hanno il merito di ricalibrare l’evento in una dimensione più human. O caciarona, se preferite. In fondo a Roma da un bel po’ c’è penuria di Grandi Eventi, è una città in cui ultimamente si sogna poco, e come spiega con un pizzico di orgoglio provinciale il vicesindaco Luca Bergamo “Roma è la prima città fuori dal Regno Unito a ospitare Their Mortal Remains. Segno che non siamo proprio alla periferia del mondo”. Accanto a Bergamo c’è la sindaca Virginia Raggi – ci sono dei cronisti che sono lì per “coprire la Raggi”, che non hanno idea neanche di “come siano fatti i Pink Floyd”, ma che non possono perdersi una fotina di Virginia Raggi –, lieta di accogliere in città dei “veri e propri miti, c’era questo mio amico che tanti anni fa mi fece una cassetta con le canzoni dei Pink Floyd chiedendomi cosa ne pensassi”. Waters e Mason entrano in sala dopo la breve introduzione istituzionale, forse avevano altro da fare o forse non gli va di confondersi con la politica locale o vattelapesca: durante le foto Roger esibisce un pugno chiuso, fine dei giochi.

La conferenza. Un giornalista chiede a Waters se non ha pensato di riconsiderare il suo giudizio su Meddle: Waters risponde che non è qui per parlare “di quella roba”. Un altro gli chiede se ha idea di quale sia ad oggi la loro influenza/eredità/lascito, e Waters risponde che non gli importa, che non gli importa, che non gli importa. Un’altra gli chiede del loro “rapporto con l’Italia”, e così via.

Poi c’è l’Esibizione, la mostra. Strutturata in una rigida progressione temporale, è esattamente come vi aspettereste una Grande Mostra sui Pink Floyd: se mai avete pensato che i Pink Floyd sarebbero finiti in mostra. E quindi atmosfere psichedeliche con schermi che proiettano Alice e Madcap in loop, su soffitti che esplodono di bolle e palloncini multicolori e suoni cosmici che riempiono le cuffie – già, perché l’esperienza dell’Esibizione va necessariamente accompagnata con l’ascolto in cuffia, e non ci sono tutti quei bottoni da spingere; a seconda del luogo in cui vi trovate, l’audio si sincronizza: devo dire che uno dei miei divertimenti principi è stato quello di trovare i punti di confine, sapete, quelle postazioni dove si sovrapponevano i brani di A piper at the Gates of Dawn con gli echi di One of These Days o cose del genere, fare un passo avanti e uno indietro per cambiare scenario – e miriadi di poster caleidoscopici (avrete capito che questa è l’area del percorso dedicata alla brevissima e irripetibile era Pink Floyd costellata da Syd Barrett).

Quindi ecco la locandina di Zabrieskie Point e dei film di Barbet Schroeder, per cui i Pink Floyd curarono la colonna sonora. Il bellissimo-antro-Ummagumma, piccolo e libertario spazio di specchi che replica all’infinito la copertina del disco, a sua volta un gioco di specchi che si riproduce all’infinito, con Grandchester Meadows che risuona in cuffia come un’eco pastorale, lontana. Gli strumenti dei Pink Floyd, la cui ricerca sonora è parte integrante del mito. Sintetizzatori, mixer, bassi, un tripudio di chitarre che per gli appassionati deve rappresentare una pacchia; e la camicia che Nick Mason indossava all’epoca, e i biglietti dei primi concerti, le locandine dei concerti, le lettere della BBC e delle case discografiche, scalette, memorabilia, appunti, pagine di diario, mentre ai lati diversi schermi propongono digressioni sulle differenti fasi storiche della band. E dunque strada facendo ci si può trastullare con le cuffie alla ricerca degli interstizi sonori oppure fermarsi e ascoltare Waters e Gilmour che raccontano la nascita di Wish You Were Here. A un certo punto della mostra c’è un’ironica foto di John Lydon, Johnny Rotten dei Sex Pistols, che indossa una t-shirt I HATE PINK FLOYD; in seguito lo stesso Lydon ha dovuto ammettere che i Pink Floyd, in fondo, gli piacevano.

La primissima frase di Simon Reynolds in Retromania è una di quelle perentorie: “Per cominciare, una confessione: la mia sensazione viscerale è che pop e museo non vadano d’accordo”. E infatti, se è vero che alla cultura rock-pop è strettamente connaturata una certa dose di immediatezza, una pretesa di sincerità, quell’intima sensazione di ora e adesso, che sia legata all’ascolto in cameretta o a un concerto più o meno grande… insomma, voglio dire: l’enorme dimensione vitale/empatica che è parte essenziale della musica non può che scontrarsi con una sequenza di oggetti messi in fila e con una serie di monitor inevitabilmente asettici. Ma è pure vero, mi dico, che ci sono band o cantanti per cui la dimensione creativa/artistica è stata così spiccata, fin dall’inizio – penso ai Pink Floyd, ma anche a David Bowie – che se a un certo punto sono diventati, diciamo, museali, non è così improbabile o difficile da digerire. Soprattutto se lo spettacolo è così seducente.

E Their Mortal Remains è uno spettacolo seducente.
Eppure, man mano che si scavallano gli anni Settanta, e arriva la magniloquenza di The Wall, con le coreografie che si fanno sempre più giganti e i pupazzoni che pendono dal soffitto – il “Teacher” di The Wall, o l’enorme Maiale di Animals, due gonfiabili che hanno sì conservato la propria aura sinistra, ma sembrano ormai fuori tempo massimo: in questo decisamente pronti per il Museo – o i progetti di fatto solisti firmati da Waters e Gilmour (The Final Cut e A Momentary Lapse of Reason), si presenta, perlomeno in me, un senso di inquietudine. Una sorta di ribellione al percorso museale, alla concezione progressiva dell’Esibizione.

Qualcosa che mi spinge, arrivato alla penultima sala, a ritornare indietro, ripercorrendo tutti gli interstizi sonori e le immagini che scorrono e Wish You Where Here e Meddle e l’antro-Ummagumma, fino a risalire a lui, a Syd Barrett, l’artista ispirato da libri per l’infanzia, il matto, dove la musica era colorata e gioiosa, non incombente, maestosa, con lo sfarzo rivendicato dei grandi tour degli anni Ottanta e Novanta. Alla purezza: è lì che si torna.

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La segregazione a Roma. Un modello che dura da vent’anni paro paro dall’amministrazione Veltroni a quella Raggi https://minimaetmoralia.it/politica/la-segregazione-roma-un-modello-dura-ventanni-paro-paro-dallamministrazione-veltroni-quella-raggi/ https://minimaetmoralia.it/politica/la-segregazione-roma-un-modello-dura-ventanni-paro-paro-dallamministrazione-veltroni-quella-raggi/#comments Tue, 05 Dec 2017 18:30:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35659 di Federico Bonadonna

La giunta Raggi si prepara agli sgomberi prescritti dalla circolare Minniti con nuovi campi e nuovi residence. L’amministrazione a Cinquestelle di Roma ha infatti indetto una procedura negoziata per accogliere «nuclei familiari in gravissime condizioni di fragilità e singoli in condizioni di grave vulnerabilità sociale e/o sottoposti a sgomberi; migranti in transito, rifugiati, richiedenti asilo e/o titolari di protezione umanitaria con gravi problematiche psicosociali; stranieri e apolidi, residenti e non residenti». Con questo bando che è scaduto il 1 dicembre, il Comune cerca «strutture di accoglienza temporanea, articolata in moduli abitativi, anche prefabbricati, preferibilmente in contesti "diffusi" nel territorio cittadino per ospitare massimo 100 persone» per un costo complessivo annuo di 890.600 (iva inclusa). Dunque 24,4 euro pro die pro capite per ospitare persone in un container.

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di Federico Bonadonna

La giunta Raggi si prepara agli sgomberi prescritti dalla circolare Minniti con nuovi campi e nuovi residence. L’amministrazione a Cinquestelle di Roma ha infatti indetto una procedura negoziata per accogliere «nuclei familiari in gravissime condizioni di fragilità e singoli in condizioni di grave vulnerabilità sociale e/o sottoposti a sgomberi; migranti in transito, rifugiati, richiedenti asilo e/o titolari di protezione umanitaria con gravi problematiche psicosociali; stranieri e apolidi, residenti e non residenti». Con questo bando che è scaduto il 1 dicembre, il Comune cerca «strutture di accoglienza temporanea, articolata in moduli abitativi, anche prefabbricati, preferibilmente in contesti “diffusi” nel territorio cittadino per ospitare massimo 100 persone» per un costo complessivo annuo di 890.600 (iva inclusa). Dunque 24,4 euro pro die pro capite per ospitare persone in un container.

Questo modello di accoglienza che ha dissestato le casse comunali con dannosi provvedimenti emergenziali, riservato quasi esclusivamente alla segregazione di rom e sinti in epoca Rutelli con il sistema dei campi e delle roulotte e perfezionato poi sotto Veltroni con i moduli prefabbricati dei «villaggi della solidarietà», sarà quindi esteso anche alle altre categorie «fragili», come sono definiti nel bando i migranti e più in generale gli occupanti. Sì perché a Roma ci sono più di cento occupazioni organizzate in cui vivono circa 10.000 persone. Sulla strada invece si contano circa 8.000 senza dimora e nei campi abitano circa 10.000 rom e sinti.

L’assessore Baldassarre annuncia che «saranno assicurati servizio di accoglienza, fornitura pasti, lavanderia, utenze, pulizia, cambio biancheria». Dato che occorre almeno un operatore ogni dieci utenti durante il turno diurno, per accogliere 100 persone servono 10 operatori (la metà durante la fascia notturna), cioè circa 600.000 euro solo di personale (la tariffa oraria per operatore è di 9,12 euro lordi). Tre pasti al giorno costano poi circa 500 mila euro. Come si sostiene un simile progetto con “soli” 890 mila euro?

C’è poi un problema politico. Il M5S ha vinto le elezioni con un programma che prevedeva la chiusura dei campi rom e degli altri luoghi di segregazione, ora invece vuole estendere questa tipologia a tutte le persone in condizione di «fragilità». La giunta Raggi sta dunque proseguendo sul solco del «modello Roma» che prevedeva sgomberi a tappeto, ricollocazione di una parte degli sfollati in nuovi servizi e dispersione spontanea degli altri negli interstizi della metropoli. Invece di investire queste centinaia di milioni di euro in case popolari e nella riqualificazione dei quartieri abbandonati, da 25 anni continua questa pratica emergenziale. Sì perché nel 2005, tra gli altri servizi, con la giunta Veltroni aprimmo un centro di accoglienza sperimentale per “barboni cronici”, cioè persone “multiproblematiche” che vivevano sulla strada da moltissimo tempo e che avevano sempre rifiutato l’accoglienza. All’epoca dirigevo l’ufficio “Emergenza sociale e Accoglienza” e questo era rifugio di bassa soglia composto da prefabbricati che potevano ospitare un massimo di quattro persone.

I primi ospiti furono due signori sulla settantina, alcolizzati e malridotti soprannominati Cip e Ciop. Vivevano sulla strada da una vita e i volontari di associazioni e parrocchie li seguivano per portare loro coperte e pasti caldi.
Il nostro centro di accoglienza era situato in una località relativamente isolata, quindi l’impatto sociale era modesto. Ciononostante all’inizio ci fu qualche lamentela da parte dei residenti. Il centro si riempì presto di barboni, di marginali, di interstiziali, di quelle persone che quasi nessuno vuole avere tra gli ospiti perché se la fanno addosso, non si lavano, ruggiscono e vomitano.

Noi non parcheggiammo quelle persone in quel centro, né ci limitammo ad accoglierle. Le prendemmo in carico, le riconoscemmo come individui e non come generica umanità dolente né come carne in putrefazione. Ciò significa che gli operatori sociali, per tutto il periodo in cui ci hanno permesso di gestire quel servizio, si sono armati di guanti, tute e stivali di gomma per lavare queste persone perché per alcuni di loro il progetto sociale consisteva nel convincerli a tagliarsi le unghie e a farsi una doccia, obiettivo all’apparenza semplice su cui a volte abbiamo dovuto lavorare anche intere settimane. Lavate, ripulite e rivestite, molte di queste persone sono state accompagnate nei vari uffici dell’Inps e dell’Asl per sbrigare le pratiche sanitarie, per la pensione di invalidità o per far assegnare loro un tutore giudiziario. È emerso così che molti dei nostri ospiti non erano poveri, almeno non nel senso economico del termine. Alcuni infatti avevano diritto a una buona pensione d’invalidità e all’accompagnamento. Altri avevano maturato anche cospicui arretrati.

Dopo un anno i nostri prefabbricati da due o da quattro posti ospitavano cinquanta persone che accumulavano cicche di sigaretta e bottiglie di vino sotto il letto, proibito dai regolamenti ma gestito con intelligenza dagli operatori. A un alcolista cronico con settanta primavere sulle spalle che ha vissuto trent’anni sulla strada e beve fin dall’adolescenza, si può anche proibire di bere, ma questi abbandonerà il centro per tornare sulla strada, e l’istituzione l’avrà perso un contatto prezioso. Questo per dire anche dell’importanza di lavorare con operatori sociali qualificati.

Il nostro progetto di accoglienza è stato compromesso perché un anno dopo la sua apertura sono state inserite, contro la nostra volontà, alcuni nuclei sgomberati da un’occupazione di destra ai Parioli. La giunta Veltroni voleva dare una risposta che coniugasse fermezza e accoglienza. Così ci furono imposte una quindicina di famiglie italiane: donne, uomini, bambini e bambine. Protestai evidenziando il pericolo della promiscuità, di far convivere i minori con i “barboni”. Scrissi anche che tra gli ospiti c’era un uomo accusato di pedofilia in attesa di accertamenti giudiziari e che, fino a quando non c’erano bambini in zona, non esistevano pericoli. Fu tutto inutile.

La tensione era enorme. Adesso ricevevamo continue lamentale da parte della cittadinanza, del centro anziani e del mercato rionale. E soprattutto dalle famiglie ospitate nel centro che non volevano condividere lo spazio con i barboni, alcuni dei quali si esibivano in spogliarelli improvvisati davanti gli occhi attoniti dei bambini. Così l’ente gestore eresse una rete di separazione creando di fatto due campi e la tensione si stemperò.

Dopo quasi un anno di convivenza forzosa ad alcune famiglie fu assegnato un alloggio popolare ad altre un residence, quindi altra emergenza. Speravamo di poter riprendere la nostra attività sperimentale, e invece furono inserite altre famiglie, questa volta provenienti dall’est Europa che da quindici anni occupavano uno stabile abbandonato. La maggior parte delle donne si prostituiva e molti uomini facevano i protettori, i ladri, gli spacciatori. L’esile rete che separava lo spazio dei barboni da quello delle nuove famiglie, sembrava non reggere alle continue sollecitazioni. L’ente gestore moltiplicò gli sforzi, tenendosi in equilibrio tra il nostro ufficio che aveva commissionato il centro e il gabinetto del sindaco che aveva inserito a forza le famiglie. Un giorno il responsabile della cooperativa, un tipo della vecchia scuola, cinico ma capace, mi disse: “Mi dispiace, ma lo sai bene, ubi maior minor cessat. Odevaine ci ha detto di metterli lì e noi eseguiamo”. Era ed è la logica che domina la pubblica amministrazione: la politica che, nonostante sia vietato dalla legge, interviene sulla gestione tecnica (ma questo discorso merita un articolo a parte). In fondo ero un semplice dirigente, come sottolineò il tipo, pagato per gestire le emergenze. E quella era appunto un’emergenza. Risposi che era stata creata dalla stessa amministrazione, che senza pianificazione si poteva al massimo nascondere la polvere sotto il tappeto spostando gli sfollati da una parte all’altra della città.

I barboni tornarono sulla strada: si era rotto quell’equilibrio precario che li aveva visti finalmente accolti in uno spazio relativamente libero e protetto dai pericoli della strada. Passai la gestione del centro al dirigente competente che si occupava di “emergenza abitativa” perché non è vero che il mio lavoro consisteva nel tamponare le emergenze, bensì nel realizzare progetti individuali per le persone in condizione di marginalità urbana estreme. È una grande (e bella) differenza che la sinistra, almeno quella sinistra, non era interessata e forse nemmeno in grado di capire.
Questa esperienza mi ha insegnato che accogliere le persone di strada con un disagio estremo è possibile. Certo, comporta un impegno notevole, anche economico. Ma non è vero che mancano i soldi: sono mal spesi. È come per la pulizia delle strade. Petroselli diceva che Roma non è sporca, viene sporcata. Lo stesso discorso vale per le risorse: non mancano, sono male impegnate.

Per questo la giunta Raggi oggi sta perdendo un grande occasione. Le casette che Ikea ha progettato per i profughi nelle zone di conflitto o di carestie, non sono adatte all’accoglienza di famiglie sgomberate. Molti diranno che queste strutture sono meglio di niente. Sarebbe vero se non ci fosse niente, se fossimo a Gibuti, dove ho visto per la prima volta queste strutture, cioè nel mezzo del deserto al confine con la Somalia, con una temperatura costante sopra i 40° gradi e una povertà indicibile. Sì, a Gibuti queste soluzioni sono meglio di niente. Ma a Roma no.

A Roma ci sono 40.000 immobili sfitti, un parco di invenduto di almeno altrettanti alloggi, un patrimonio immobiliare immenso e poi una teoria di spazi abbandonati o sottratti alle mafie. E allora perché queste strutture? Perché la logica dell’emergenza, dunque della segregazione, consente di nascondere la polvere sotto il tappeto, di ricattare chi è in stato di necessità, di garantirsi che non protesti. E poi consente di non fare accordi complessi, pianificazioni, mediazioni. La logica dell’emergenza risponde perfettamente a questa fase storica. L’emergenza è la reazione dinamica di una classe politica complice della ragione mediatica. Il modello Roma, e più in generale la nuova sinistra degli anni 90 e 2000 ha basato buona parte della sua azione politica avversando la programmazione e preferendo la logica emergenziale, securitaria, repressiva. Una sorta di deregulation giudico-sociale dopo quella economica reaganiana. I soggetti politici sono oggi così impregnati di quella cultura che nemmeno se ne rendono conto. Per questo quando si fa loro notare l’aberrazione della baraccopoli di stato, rispondono che è sempre meglio di niente.

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Senza garantismo non esiste la politica, ovvero l’infinita fase adolescenziale dei Cinquestelle https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/senza-garantismo-non-esiste-la-politica-ovvero-linfinita-fase-adolescenziale-dei-cinquestelle/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/senza-garantismo-non-esiste-la-politica-ovvero-linfinita-fase-adolescenziale-dei-cinquestelle/#comments Thu, 08 Sep 2016 14:38:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31926 di Christian Raimo La giornata romana di ieri, al contrario di quanto forse appare, è stata l’ennesima ingiustificabile giornata della crisi adolescenziale di un movimento 5stelle che non sembra in grado di entrare in una fase adulta. Di fronte alle critiche e agli attacchi dell’opposizione e della stampa, ma anche soltanto di chi ha votato […]

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di Christian Raimo

La giornata romana di ieri, al contrario di quanto forse appare, è stata l’ennesima ingiustificabile giornata della crisi adolescenziale di un movimento 5stelle che non sembra in grado di entrare in una fase adulta.

Di fronte alle critiche e agli attacchi dell’opposizione e della stampa, ma anche soltanto di chi ha votato questa giunta semplicemente convinto di avere finalmente dei referenti politici credibili, i pentastellati hanno deciso di rispondere con un comizio a Nettuno, con una serie di dichiarazioni laconiche ai giornali e sui social, con un video di Virginia Raggi postato sul blog beppegrillo.it, intitolato “Facciamo chiarezza”.

Guardare questo video è impressionante, mette i brividi metterlo a confronto con gli standard che pensavamo fossero condivisi dal M5s su una comunicazione democratica e trasparente.

È uno spot autoreferenziale, livido, mortifero: girato con luci glaciali, un montaggio sincopato, inutilmente compulsivo. Virginia Raggi, una sindaca eletta con un consenso schiacciante che le dovrebbe dare un’autorevolezza indiscussa, si presenta come una vittima sacrificale: emaciata, tenebrosa, falsa come un’attrice impacciata all’ennesimo ciak di un trailer horror o di una parodia dei Visitors.

L’unico elemento di novità che sembra portare è che finalmente, invece di gettare i politici sulla graticola pubblica, si deciderà – è il caso delle indagini in corso sull’assessora Paola Muraro – di aspettare le carte dei giudici, di leggerle, e poi di decidere.

La cosa assurda è che per chi è garantista – come per esempio dovrebbe essere qualunque cittadino consapevole – non ci sarebbe assolutamente bisogno che un politico lasci il suo ruolo se c’è un’indagine a suo carico.
E questo vale nonostante il giustizialismo dei 5Stelle, i due pesi e due misure, eccetera… A chi è garantista non importa nulla che fin adesso i grillini hanno urlato in galera in galera! dimissioni dimissioni! onestà onestà! al primo accenno di interesse giudiziario, e quindi ora tocca agli altri prendersi la loro rivincita. A chi è garantista, come chi scrive per esempio, non viene nemmeno in mente di farlo. La presunzione di innocenza è una premessa irrinunciabile – al contrario di quanto nel 2015 dichiarava Luigi De Maio (“I politici hanno solo la presunzione d’indecenza”)

Le questioni sono altre e sono evidentemente politiche. La debolezza della progettualità politica di questa giunta (sono passati solo tre mesi si dice, ma per esporre delle idee non servono anni), la lampante difficoltà di scegliersi i collaboratori (che causa dimissioni a raffica e incarichi che durano nemmeno un mese), ma soprattutto la pervicacia detestabile nel dire che si è onesti, trasparenti, puri, quando si dicono bugie.

Virginia Raggi in un’agenzia del 10 agosto affermava che era “irreale” che Muraro fosse sotto indagine, e l’ha ripetuto fino all’altro giorno quando, sentita della commissione ecomafie ha dichiarato che l’aveva saputo a fine luglio.

Per chi è garantista non è un problema se un politico è indagato, e non è un problema nemmeno se un politico dice una bugia. La questione diventa seria quando non si riconosce di aver detto una bugia, che è quello che fanno i bambini.
Abbiamo già passato una lunga fase di infantilismo politico: il berlusconismo questo è stato, con i suoi video da imbonitore alla scrivania, l’ostilità al confronto con la stampa, e le dichiarazioni che venivano smentite e controsmentite ogni giorno come se niente fosse. Non abbiamo bisogno di una cupa replica apocalittica, che parta da premesse ancora peggiori – ossia la mancata educazione garantista, un’insofferenza alle premesse democratiche come la divisione dei poteri.

Virginia Raggi ha una grande responsabilità: rendere adulto il movimento 5stelle, dimostrare non di avere le spalle larghe – come dichiara melodrammatica nel video –, ma semplicemente di saper elaborare i momenti di crisi senza rifugiarsi nel vittimismo, passare l’età in cui se facevi un errore dicevi che non era colpa tua.

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