Vittorio Bodini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vittorio-bodini/ un blog di approfondimento culturale Fri, 17 Jul 2020 19:27:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Vittorio Bodini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vittorio-bodini/ 32 32 La Puglia in fase REM https://minimaetmoralia.it/altro/la-puglia-fase-rem/ Fri, 17 Jul 2020 13:10:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43814 Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo di Nicola Lagioia Per molto tempo, con gli amici, mi sono vantato di riconoscere la Puglia in fase R.E.M. Addormentato su un treno proveniente da una città del nord, mi risveglio non appena il convoglio irrompe nel Tavoliere. Succede in automatico. Posso presumere che il mio […]

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo

di Nicola Lagioia

Per molto tempo, con gli amici, mi sono vantato di riconoscere la Puglia in fase R.E.M. Addormentato su un treno proveniente da una città del nord, mi risveglio non appena il convoglio irrompe nel Tavoliere. Succede in automatico. Posso presumere che il mio orologio biologico abbia imparato a calcolare i tempi di percorrenza, se non fosse che i ritardi sulle linee ferroviarie smentiscono l’ipotesi. Il fatto è che me ne accorgo, di essere arrivato, persino quando dormo in automobile mentre qualcuno, accanto a me, guida a strappi e poi diritto verso l’Adriatico. Riconosco la pianura, apro gli occhi, e – per ciò che è concesso all’età adulta – sono felice. Sento nelle profondità la linea di confine, la riconosco come fosse il passaggio dalle tenebre alla luce, dico a me stesso ci siamo, ed è la voce interiore che parla a Tommaso Fiore e a Vittorio Bodini (“Viviamo in un incantesimo / tra palazzi di tufo / in una grande pianura”). Non penso: siamo in Puglia. Penso: siamo nel mondo. Ho l’assurda sicurezza – dal Gargano al Salento, delle grotte di Castellana ai corpi luccicanti dei ragazzi in tuffo dal Ciolo – che la Puglia non sia una regione, ma un continente, forse una galassia, e che l’Italia ne faccia parte. Lo spazio geografico è una variabile dello spazio interiore. Vorrei così mettervi a disposizione la mia inattendibilità, in modo che, per pochi minuti, vediate ciò che io vedo quando attraverso la regione.

A Margherita di Savoia ritrovo i fenicotteri. Il viaggiatore che ha la ventura di percorrere la statale delle Saline può contemplare questo spettacolo alieno: decine di specchi irregolari si tingono di rosa via via che gli uccelli dal collo lunghissimo sorvolano le acque o vi sostano a gruppi. Siamo su un pianeta lontano, dove il sole non smette mai di tramontare, lasciando chi guarda in un languore eterno. A Cerignola vedo il fantasma di Giuseppe Di Vittorio. Il suo faccione sconfinato (i capelli nerissimi, il naso curvo) si estende sulle città e sui campi, rammenta a chi dimentica per convenienza – e a chi per disperazione – che la dignità non si negozia, e che la lotta è un dovere. Qualcuno ha provato a raccoglierne l’eredità, è li che la politica dovrebbe guardare per guarire.

Guarire, oppure dannarsi. Qua hora non putatis, recita la scultura di uno scheletro messo a guardia della Chiesa del Purgatorio. Lo scheletro gemello, dall’altra parte, completa l’iscrizione: veniam et metam. “In un’ora che non conoscete, verrò e mieterò”. Siamo a Bitonto, nel barese. Il capoluogo e la sua terra rappresentano un sud a parte. Concretezza, razionalità, amore per il commercio. La solidità qui è un’abilitazione all’esistenza, la mortalità una constatazione, il senso per gli affari un consiglio. Una parola è poca, due sono troppe. L’esortazione “concludi!”, rivolta all’interlocutore, unisce l’augurio per se stessi (la trattativa è andata in porto) al bisogno universale di non perdersi in chiacchiere. La bianca severità delle chiese romaniche contro l’azzurro del cielo canonizza questa filosofia.

E tuttavia, nel vento e nella luce dello spettro levantino, si indovina un movimento di segno opposto. Per sapere di che si tratta bisogna imboccare la Statale 16 e scendere lungo la costa. Polignano, Monopoli, Specchiolla. Via via che si procede verso sud ci si sente più leggeri. I pensieri, da densi che erano, iniziano a disfarsi in virtù di un movimento circolare che si apre alla visione, al sogno. Il romanico impazzisce nel barocco, i santi consapevoli (Nicola, uomo d’azione, campione di solidità) cedono il passo ai santi che volano (Desa Da Copertino, frate Asino, che si staccava da terra dimentico di sé). Siamo in Salento, il luogo più a oriente d’Italia. Accendendo l’autoradio, tra i tornanti a strapiombo sul mare, si iniziano a sentire discorsi in lingue sconosciute. Albanese. Greco. Arabo. Russo. Tutto si mescola, la vita trova senso perdendo il proprio bandolo, a Leuca l’Adriatico si annega nello Ionio.

Comincia ora una terra misteriosa, fatta di spiagge libere dalla bellezza selvaggia, di ambulanti dal viso di cuoio e affittacamere con la calcolatrice in mano. Qualche discoteca. Ecco che andiamo verso Taranto. Già da chilometri si scorge il complesso industriale più grande d’Europa. L’occhio di Sauron. Ci avviciniamo. Polvere rossa sulle case e un’invettiva: qualcuno dovrebbe pagare per ciò che ha fatto, e nessuno, che non senta la città come una propria ferita, è degno di cittadinanza.

Così come ci eravamo tenuti sul livello del mare, sappiamo che è tempo di cambiare altitudine. Ci spingiamo verso l’interno, saliamo tra vitigni e stabilimenti di birra, poi entriamo nella terra delle gravine, le gigantesche incisioni scavate dall’acqua nel corso dei millenni, quindi tra i prodigi pietrificati di Martina Franca, di Locorotondo, di Cisternino. Se la statale 16 è la nostra Higway 61, questa è la nostra Katmandu, la nostra Lhasa. Siamo nel cuore profondo della regione, nel centro di una tempesta magnetica dove, a patto di esserne all’altezza, tutto ciò che si credeva perso torna a noi trasfigurato nella sua vera essenza, prima di perderlo per sempre.

Adesso possiamo richiudere gli occhi, meditare su ciò che è successo. La Puglia è un continente plurale: persino chi la frequenta da decenni ha l’impressione che non finisca mai, che i suoi confini siano un trucco. Al tempo stesso (come la psicanalisi, i grandi libri, le cerimonie di iniziazione, gli stati alterati di coscienza) è alla portata di chiunque abbia voglia di farne esperienza. La sua bellezza va oltre l’evidenza del mare e degli ulivi, la sua natura autentica si nasconde, nella sua profondità riecheggia quella di chi la affronta con desiderio.

È il motivo per cui esiste il mal di Puglia: chi l’ha vista poco ma l’ha capita, chi l’ha dovuta abbandonare, persino chi ci vive da sempre e non se ne è mai staccato, guarda alla regione come una terra promessa, un progetto futuro, un sogno da realizzare. È il motivo per cui ne ha spesso nostalgia.

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Tu non conosci il sud: la rassegna https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/#comments Tue, 24 Nov 2015 16:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29215 Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna.

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania.

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carlo

Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna (fonte immagine). 

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania. Oggi l’Europa vive soprattutto lungo le frontiere, là dove i fuggitivi da altri Sud agognano una nuova patria e l’affabulano, rischiando la vita. Ma la “terra promessa” si sottrae ai racconti e si rinserra nei conti delle ”quote immigrati”, sulle quali i governi europei ingaggiano scaramucce come un tempo sulle “quote latte”. Intanto gli esuli, i profughi, i naufraghi, cioè i sopravvissuti dell’esodo, continuano a saltare muri in cerca di rifugio. D’altronde, innalzare quei muri non mette l’Europa al riparo dal terrorismo, mentre ne snatura la qualità morale e forse il futuro.

Una storia di nomadi e clandestini dall’Africa alla Calabria palpita nel film Mediterranea del trentenne Jonas Carpignano, negli ultimi mesi invitato da numerosi festival internazionali e finalista al Premio Lux del Parlamento europeo. A riprese concluse, Carpignano ha deciso di stabilirsi a Gioia Tauro per lavorare ad altri progetti, lasciando New York dove è cresciuto. Una scelta non sbandierata, al pari di molte esperienze in vari campi, ignorate o sottostimate.

“Tu non conosci il Sud”, appunto. L’incipit folgorante di una lirica di Vittorio Bodini offre spunto e nome a questa rassegna che fa tappa a Matera per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Perché Matera? Per il valore dei Sassi arcaici e rigenerati che, ricordiamolo, sta alla radice della sfida vinta per il titolo di Capitale europea della cultura 2019. Eppure Matera è irriducibile a qualsiasi omologazione, fosse anche virtuosa, restando fedele – echeggiamo Pasolini – alla diversità che la fece stupenda. Qui le pietre sono parole e dicono di una sobrietà abbastanza estranea all’estetismo di massa, al bric-à-brac postmoderno e allo stupidario mediatico. La relativa marginalità nella Storia politica post-unitaria ha preservato questa terra dagli eccessi di disincanto che paralizzano e impediscono di produrre nuovo senso.

Perciò la forza di Matera sta giusto nella sua debolezza rispetto ai canoni correnti, la sua centralità simbolica si nutre nel perenne esilio da tutti e da tutto, e non di rado da se stessa. Tale prospettiva di presenza/assenza, una paradossale ostinazione zen, la rende interessante per ricominciare dal Sud, senza la zavorra dei fallimenti meridionalistici. Per non parlare della messa al bando del Mezzogiorno dall’agenda della politica, mai così indifferente – a Roma e in molte regioni – ai temi concreti o alle dinamiche che esulano dalla mera perpetuazione del potere.

Manlio Rossi-Doria, maestro di Scotellaro a Portici, distingueva la “polpa” costiera e l’“osso” appenninico nell’economia agricola meridionale del dopoguerra. E se invece coltivassimo l’ipotesi che la polpa è l’osso? Se l’apparente retroguardia fosse l’avanguardia di un’inversione di marcia che non tutti ancora colgono? Sia chiaro, non si tratta di favoleggiare una regressione o la cosiddetta “decrescita felice” né di innalzare lodi alla lentezza meridiana o di contemplare i paesi perduti, le nostalgiche rovine, le alternative possibili nel… passato (“Ah, se soltanto i Borbone avessero sconfitto i Piemontesi!”). Piuttosto, strada facendo, vorremmo provare a riconoscere e a conoscere le esperienze, le qualità e le novità del Sud di oggi. Perciò abbiamo scelto “Qui e ora” come titolo del dialogo inaugurale della rassegna con Salvatore Giannella, giornalista, scrittore ed esploratore di mondi lontani o talora insospettabili dietro l’angolo, e con Giampaolo D’Andrea, storico contemporaneista dell’Università della Basilicata e capo di Gabinetto del Mibact.

A Matera vengo a piedi, parto da Roma due settimane prima”, dice al telefono con naturalezza il regista Guido Morandini. Il suo itinerario, aggiunge, si chiamerà “Io non conosco il Sud”. All’arrivo ne parlerà con Alessandra Bocchino, autrice di un recente viaggio per parole e immagini nella Basilicata dei nostri giorni che, memore di Camus, ha intitolato Ci riguarda, e con Andrea Rolando del Politecnico di Milano, esperto di rappresentazioni urbane e territoriali e di Architettura e Turismo.

A proposito, Casa Netural e l’associazione “Bicilona” propongono alcuni tragitti insoliti, a piedi o in bicicletta, nel quartiere materano di Adriano Olivetti e nei dintorni della città. Matera è “la terra vista dalla luna” nell’installazione sperimentale in 3D di Giacomo Giannella e Giuliana Geronimo (Streamcolors). È promossa dalla Fondazione con il Sud ed è ispirata alla vita di Rocco Petrone, ingegnere della Nasa e direttore del leggendario Programma Apollo, figlio di emigranti lucani negli Usa.

Ma nel cielo sopra Matera e lungo i sentieri del tempo, Carlo Levi è ancora una stella polare? “Eboli, addio!” notifica l’italianista e narratore Giuseppe Lupo nella sua ricognizione della letteratura meridionale. “Cristo si è fermato a Sondrio”, rincara la dose Gaetano Cappelli, i cui libri dai titoli belli e impossibili hanno tolto la coppola ai terroni e mostrato quanta… Potenza vi sia nel mondo d’oggi (e viceversa). “Nessun mondo nuovo senza un nuovo linguaggio”, ammonisce Ingeborg Bachmann, la poetessa austriaca che scandagliò la Lucania e il Mezzogiorno per restituirne la sotterranea utopia. Quella sua citazione appare in epigrafe al nuovo saggio di Gianrico Carofiglio, Con parole precise. Breviario di scrittura civile. Un tema cruciale a ogni latitudine.

Dalle Ande agli Appennini. Non è solo una questione meridionale: si annuncia così la serata a Casa Cava. Non sarà il tipico spettacolo fra lamento e denuncia, anzi, non sarà uno spettacolo, bensì un modo di dare forma teatrale e musicale alle idee in gioco, concepito e allestito da Gianpiero Borgia, Raffaello Fusaro, Elena Cotugno, Antonella Rondinone e altri.

 

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Tu non conosci il Sud: le foto di Ferdinando Scianna a Otranto https://minimaetmoralia.it/fotografia/tu-non-conosci-il-sud-le-foto-di-ferdinando-scianna-a-otranto/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/tu-non-conosci-il-sud-le-foto-di-ferdinando-scianna-a-otranto/#comments Tue, 23 Jun 2015 15:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27483 “Il Sud e le Donne” è la mostra fotografica di Ferdinando Scianna che sarà allestita nel Castello Aragonese di Otranto dal 23 giugno al 30 settembre 2015. La mostra è prodotta dall’associazione “Veluvre – Visioni culturali” ed è una delle iniziative della rassegna culturale itinerante “Tu non conosci il Sud”, a cura di Oscar Iarussi. Le immagini sono state scelte personalmente da Scianna e sono introdotte da testi critici dell’anglista Vito Amoruso e dello stesso Iarussi.

“Tu non conosci il Sud” prende il nome da un verso dello scrittore Vittorio Bodini (1914-1970) che fu sodale di Leonardo Sciascia, l’autore decisivo nella formazione di Scianna. La rassegna sinora ha fatto tappa a Bari e a Matera designata capitale europea della cultura 2019.

Info: www.comune.otranto.le.it www.tunonconoscilsud.it

di Oscar Iarussi

“Tu non conosci il Sud” è un lampo del poeta pugliese Vittorio Bodini (1914-1970). La sua luce orienta il cammino di un’iniziativa culturale che sta provando a stimolare incontri, a smuovere pensieri e a sprigionare emozioni. Ve n’è bisogno nel Mezzogiorno spesso rappresentato come una galleria di macchiette grottesche o criminali, che non mancano, ma attengono all’Italia tutta. Immagini stereotipate da fiction televisiva non di prim’ordine sminuiscono e mortificano la complessità e le potenzialità di intere regioni.

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Scianna Bellucci

“Il Sud e le Donne” è la mostra fotografica di Ferdinando Scianna che sarà allestita nel Castello Aragonese di Otranto dal 23 giugno al 30 settembre 2015. La mostra è prodotta dall’associazione “Veluvre – Visioni culturali” ed è una delle iniziative della rassegna culturale itinerante “Tu non conosci il Sud”, a cura di Oscar Iarussi. Le immagini sono state scelte personalmente da Scianna e sono introdotte da testi critici dell’anglista Vito Amoruso e dello stesso Iarussi.

“Tu non conosci il Sud” prende il nome da un verso dello scrittore Vittorio Bodini (1914-1970) che fu sodale di Leonardo Sciascia, l’autore decisivo nella formazione di Scianna. La rassegna sinora ha fatto tappa a Bari e a Matera designata capitale europea della cultura 2019.

Info: www.comune.otranto.le.it www.tunonconoscilsud.it

di Oscar Iarussi

“Tu non conosci il Sud” è un lampo del poeta pugliese Vittorio Bodini (1914-1970). La sua luce orienta il cammino di un’iniziativa culturale che sta provando a stimolare incontri, a smuovere pensieri e a sprigionare emozioni. Ve n’è bisogno nel Mezzogiorno spesso rappresentato come una galleria di macchiette grottesche o criminali, che non mancano, ma attengono all’Italia tutta. Immagini stereotipate da fiction televisiva non di prim’ordine sminuiscono e mortificano la complessità e le potenzialità di intere regioni.

La politica in primis appare da tempo indifferente al Sud o talora punta a trasformarlo in un brand. Come se la terra – l’avete toccata questa terra? – potesse mai essere questione di marketing e non di scelte e di cuore e di coraggio. “Tu non conosci il Sud”, appunto, perché qui non c’è Gomorra a ogni angolo né si balla la pizzica tutto l’anno. “Tu non conosci il Sud” perché non è “un paradiso abitato da diavoli”, il luogo comune – nonché l’alibi – che maggiormente appaga e tranquillizza l’opinione pubblica, persino quella meridionale.

Di tale iniziativa culturale, nata a Bari qualche mese fa, la mostra fotografica “Il Sud e le donne” di Ferdinando Scianna è parte integrante e finora ne è stata anche il generoso “messaggero”. Dopo il foyer del teatro Petruzzelli nel capoluogo pugliese e la Casa Cava nei Sassi di Matera nominata Capitale europea della cultura per il 2019, è adesso il Castello Aragonese di Otranto a ospitare le magnifiche immagini di un fotografo italiano tra i più apprezzati in ogni dove, un maestro anticonvenzionale e molto amato. I volti femminili in mostra non sono icone, ma esercizi di realtà, della sua rapinosa bellezza.

D’altronde, la formula di “Tu non conosci il Sud” chiama a raccolta discipline e linguaggi diversi fra loro che fraternizzano in un proposito comune: contribuire all’onore e alla concretezza simbolica del Mezzogiorno. Per il giovane fotoreporter siciliano Scianna fu decisivo l’incontro con Leonardo Sciascia, lo scrittore rivelatosi grazie a Le parrocchie di Regalpetra (Bari, 1956) apparso negli innovativi “Libri del tempo” dell’editore Vito Laterza. È la medesima collana in cui trovò posto Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, poeta e intellettuale modernissimo, forse più “giovane” oggi che nel 1953 in cui scomparve trentenne e incompreso (Scotellaro è uno dei numi tutelari di Matera 2019).

Sciascia e Bodini si scambiarono lettere, idee e vagheggiarono una raccolta mediterranea di testi antichi e moderni. Voci lontane, sempre presenti che – a prestar orecchio – echeggiano nella fortezza di Otranto. La sua struttura originaria risale a quasi mille anni fa e presto ne sarà completato il restauro che potrebbe farla rinascere quale contenitore culturale. Così adocchia il futuro un’antica imago urbis che comprende la Cattedrale dei Martiri e il mare, una città davvero posta “tra l’acqua benedetta e l’acqua  salata”, per dirla con la felice definizione del regno di Napoli coniata da Ernesto de Martino.

“Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado”. Versi che suonano come un azzardo, una vertigine. C’è il segno di una condizione che conosciamo nell’essere “numeri”, per esempio precari nel lavoro. Perciò ricominciare dal Sud e nel Sud si può. L’essenza stessa di Otranto lo testimonia: frontiera dell’alba, tenace levante, mediterranea senza retorica, semplicemente destinata agli inizi.

di Vito Amoruso

Ho sempre pensato che l’inconfondibile cifra espressiva di Ferdinando Scianna risieda in una straordinaria capacità di conferire alla realtà osservata, o meglio alla sua immagine riflessa nello scatto fotografico, una qualità visionaria, ben oltre la sua natura apparente di “oggetto” da riprodurre.

Immagini e  ritratti – rappresentino essi persone, cose, paesaggi, luci, ombre, chiaroscuri, tempo e stagioni della vita che Scianna sempre raccorda fino a fonderli fra di loro – sono sottoposti alla reinvenzione di uno sguardo che individua un loro “oltre”, una essenza segreta che viene intravista, o, si potrebbe dire, leopardianamente “si finge”.

L’affinità con i tratti distintivi della lingua della poesia è resa evidente da una qualità antirealistica dello sguardo di Scianna, che aggiunge a ciò che viene fissato nell’istante di uno scatto, una sua estrema verità o, forse, la radice ultima di una sua suprema illusione. Di qui a me pare discenda una ulteriore sua cifra distintiva, cioè la natura di scena teatrale delle sue immagini e dei suoi ritratti: il suo sguardo “espone” la scena insieme eterna e cangiante delle nostre vite, la loro strutturale recita.

Nulla lo dimostra meglio di queste foto di “donne del Sud” esposte a Bari: l’ostensione stilisticamente accentuata delle loro pose e dei gesti, sullo sfondo e nella cornice arcaica o modernamente surreale che li racchiude, non rappresenta una verità documentaria e tanto meno antropologica, ma il loro esatto contrario. Sono ritratti di donne, note o sconosciute, tutte di conturbante bellezza, colte nel loro transito, velate da una tenda o incorniciate dentro il riquadro di un rustico o fra volti di anziani a loro appaiati. Donne eccentriche nel loro abbigliarsi: il nero totale che le trasforma in steli, gli arabeschi screziati che ramificano le loro vesti o le gonne aperte a ventaglio come corolle di un fiore.

Sono, queste donne, anche volti di fanciulle che fissano l’obiettivo a viso aperto, ma non per questo meno impenetrabile, occhi bruni che osservano diritti o di sbieco, incorniciati da una ghirlanda rustica che sembra evocare un lontano oriente o completamente di spalle, oppure sullo sfondo aperto di uno sfuggente orizzonte marino al quale paiono appartenere.

Sono visionarie immagini del cuore, accarezzate ombre della propria fantasia che fissano il mistero di un universo femminile insieme familiare e straniero.

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A sessant’anni da “Quarta generazione. La giovane poesia” https://minimaetmoralia.it/poesia/quarta-generazione-la-giovane-poesia/ https://minimaetmoralia.it/poesia/quarta-generazione-la-giovane-poesia/#respond Tue, 05 May 2015 16:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26387 Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto.

di Diego Bertelli

Esistono oggi in Italia premi letterari dedicati espressamente alla poesia «giovane», così come ci sono antologie contemporanee il cui criterio selettivo non sfugge alla rigidità del dato anagrafico per sostenere selezioni di poeti che siano, prima di tutto, «giovani». Sempre in Italia, anche un recente film sulla vita e le opere di Giacomo Leopardi finisce per intitolarsi, fatalmente, Il giovane favoloso. Se a questa serie di ricorrenze si aggiunge la ristampa anastatica di Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), antologia curata nel 1954 da Pietro Chiara e Luciano Erba e riproposta nel 2014 dalla Nuova Editrice Magenta di Varese, una presenza così assidua dell’aggettivo «giovane» arriva a farsi addirittura sorprendente. La questione assume connotati ancor più interessanti se pensiamo che il titolo di Quarta generazione sarebbe dovuto essere, secondo le intenzioni iniziali, La giovane poesia.

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quartagenerazione

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di Diego Bertelli

Esistono oggi in Italia premi letterari dedicati espressamente alla poesia «giovane», così come ci sono antologie contemporanee il cui criterio selettivo non sfugge alla rigidità del dato anagrafico per sostenere selezioni di poeti che siano, prima di tutto, «giovani». Sempre in Italia, anche un recente film sulla vita e le opere di Giacomo Leopardi finisce per intitolarsi, fatalmente, Il giovane favoloso. Se a questa serie di ricorrenze si aggiunge la ristampa anastatica di Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), antologia curata nel 1954 da Pietro Chiara e Luciano Erba e riproposta nel 2014 dalla Nuova Editrice Magenta di Varese, una presenza così assidua dell’aggettivo «giovane» arriva a farsi addirittura sorprendente. La questione assume connotati ancor più interessanti se pensiamo che il titolo di Quarta generazione sarebbe dovuto essere, secondo le intenzioni iniziali, La giovane poesia.

L’operazione di Chiara ed Erba è fin dall’inizio orientata alla verifica di un’ipotesi: «Esiste la poesia dei giovani in Italia?». L’arrovellato dibattito che nasce intorno a tale domanda non si misura solo in termini editoriali, ma anche ideologici. Un supporto importante per la comprensione esatta di quello che accade è fornito oggi da Gli anni di Quarta Generazione, un corposo volume a cura di Serena Contini, con prefazione di Giorgio Luzzi, che completa l’edizione celebrativa dei sessant’anni dell’antologia di Chiara ed Erba. In esso sono riordinati i carteggi (all’incirca tutte le lettere raccolte coprono il decennio che va dal 1950 al 1960) tra i compilatori di Quarta generazione e Luciano Anceschi, allora direttore della collana che accoglie il florilegio e dove, soltanto due anni prima, erano usciti con la sua curatela i sei poeti di Linea lombarda.

Come si legge nella nota di Contini – e direttamente nell’apprensione con cui Erba scrive a Chiara – sappiamo che la rinuncia a scegliere definitivamente La giovane poesia fu il risultato di uno scontro con l’editore Schwarz, che aveva opzionato il titolo «per un’antologia in fase di pubblicazione, affidata a Salvatore Quasimodo, che però venne data alle stampe solo nel 1958 col titolo di La giovane poesia del dopoguerra». Se la questione su cosa si dovesse allora intendere per poesia “giovane” è da inserire entro il contesto di ridefinizione poetica e più generalmente culturale che caratterizza il dopoguerra, i criteri di selezione dell’antologia, in cui erano riuniti insieme trentatré poeti fra loro diversissimi – tra i quali Margherita Guidacci, Pier Paolo Pasolini, Bartolo Cattafi, David Maria Turoldo, Andrea Zanzotto, Maria Luisa Spaziani, Paolo Volponi, Giorgio Orelli, Rocco Scotellaro, Alda Merini, Nelo Risi, Elio Filippo Accrocca, Luciano Erba e Giorgio Orelli – restano l’espressione di scelte personali.

Le linee guida cui s’informa Quarta generazione sono infatti mantenute sul vago dai suoi curatori; sembra anzi che la prefazione di Chiara ed Erba eluda un indirizzo preciso: «Noi ci siamo limitati a prendere in considerazione alcuni fatti i quali possono dare ragione all’atteggiamento sospeso e dubitativo dei più anziani nei riguardi della giovane poesia. Ma siamo volutamente rimasti ai margini della questione».

Il solo indizio che possiamo reputare certo sono le date che limitano neppure troppo saldamente la «quarta generazione» proposta: 1945-1954. Si tratta, con alcune eccezioni più o meno rilevanti – tra cui quella di Pasolini, che pubblica le Poesia a Casarsa nel 1942 – dei nove anni in cui i poeti antologizzati esordiscono; l’arco temporale prescelto non ha perciò nulla a che spartire con una generazione definita soltanto su presupposti valoriali né tanto meno anagrafici, come risulta chiaro anche dall’ordine sparso in cui gli autori si susseguono all’interno del volume: «Quanto all’elencazione dei poeti – scrive Erba nel 1952 –, non ho idee chiare, per il momento. I pro e i contro per l’ordine di valore e quello di cronologia sono tanti […]». Non sussiste neppure una scelta motivata da principi di definizione di nuove correnti poetiche («Correnti di poesia» era stato un altro dei titoli proposti in extremis da Erba a Chiara). Si deve invece guardare alla continuità con Linea lombarda, di cui Quarta generazione antologizza ben quattro poeti su sei.

A conti fatti, e sulla base di un indice selettivo quanto mai eccentrico, è significativo che ad aprire l’antologia siano poeti come Umberto Bellintani e Vittorio Bodini, nati nello stesso anno di Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Piero Bigongiari. Altrettanto significativo, sul piano dei confronti e delle eccezioni, è che Vittorio Sereni, classe 1913, non sia incluso pur avendo pubblicato Frontiera nel 1941, ossia un anno prima delle poesie friulane di Pasolini, e Diario d’Algeria nel 1947. Un discorso simile si può fare anche nel caso in cui si voglia riflettere sull’assenza di Franco Fortini, che pubblica Foglio di via nel 1946. Dev’essere stato il riferimento esplicito all’esperienza della guerra ad aver portato all’esclusione di Sereni e Fortini (pur dovendo dispensare, nel caso del primo, Frontiera, forse legata troppo alle suggestioni dell’ermetismo).

La discussione dei rapporti tra poesia e storia è senz’altro la più urgente da risolvere: «[…] il ’45 non è stato – scrivono Chiara ed Erba nella prefazione – una data letteraria: come non lo fu il ’14, come non lo fu l’89 […]». La scelta dei curatori è dunque quella di fornire esempi di una poesia il cui merito consiste nell’«istintivo, quasi inconsapevole rifiuto di una nuova retorica in fieri». A distanza di sessant’anni dalla sua prima uscita, oltre a riconfermare il valore storico di quell’operazione, la ristampa di Quarta generazione rispecchia in modo fecondo un segmento temporale caratterizzato da una serie di discontinuità evidenti sul piano ideologico-culturale. Il bisogno di una ridefinizione si accompagna in quel frangente a una rimozione del trauma che sembra farsi più che mai necessaria: «Privata, e di tutti, è la storia dei poeti che si leggeranno in queste pagine».

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In ricordo di Vittorio Bodini https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-ricordo-di-vittorio-bodini/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-ricordo-di-vittorio-bodini/#comments Wed, 21 May 2014 13:07:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20794 Quest'anno ricorre il centenario della nascita di Vittorio Bodini (6 gennaio 1914-19 dicembre 1970), poeta, scrittore, giornalista e grande traduttore della letteratura spagnola in lingua italiana (sue le traduzioni del “Chisciotte”, del teatro di Federico Garcia Lorca, di Francisco de Quevedo, dei poeti surrealisti). Ho ricordato la sua poliedrica attività intellettuale, il rapporto viscerale con il Sud salentino in cui era vissuto, in tre articoli apparsi sul “Corriere del Mezzogiorno”. (Fonte immagine) 

In Salento

Vittorio Bodini, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita, non è stato solo un grande poeta e un grande ispanista, traduttore per Einaudi del “Don Chisciotte” e delle opere teatrali di Federico Garcia Lorca. È stato anche un grande autore di reportage: prose di inchiesta e narrazione, in cui le barriere giornalistiche vengono sistematicamente decomposte per avanzare in un terreno specificamente letterario e poetico. Poetico nel senso che è poeta colui il quale guarda alla realtà con gli occhi del poeta, indipendentemente dal registro linguistico che adotterà scrivendo.

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Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Vittorio Bodini (6 gennaio 1914-19 dicembre 1970), poeta, scrittore, giornalista e grande traduttore della letteratura spagnola in lingua italiana (sue le traduzioni del “Chisciotte”, del teatro di Federico Garcia Lorca, di Francisco de Quevedo, dei poeti surrealisti). Ho ricordato la sua poliedrica attività intellettuale, il rapporto viscerale con il Sud salentino in cui era vissuto, in tre articoli apparsi sul “Corriere del Mezzogiorno”. (Fonte immagine) 

In Salento

Vittorio Bodini, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, non è stato solo un grande poeta e un grande ispanista, traduttore per Einaudi del “Don Chisciotte” e delle opere teatrali di Federico Garcia Lorca. È stato anche un grande autore di reportage: prose di inchiesta e narrazione, in cui le barriere giornalistiche vengono sistematicamente decomposte per avanzare in un terreno specificamente letterario e poetico. Poetico nel senso che è poeta colui il quale guarda alla realtà con gli occhi del poeta, indipendentemente dal registro linguistico che adotterà scrivendo.

A illuminare questo spazio meno noto della variegata attività intellettuale di Bodini, vi sono due recenti raccolte curate da Antonio Lucio Giannone per Besa: “Barocco del Sud” e “Corriere spagnolo”. Il “Corriere” raccoglie prose scritte tra il gennaio e il giugno del 1947 (all’epoca di un suo lungo soggiorno in Spagna) e, dopo il suo rientro in Italia, tra il 1950 e il 1954. Sono pezzi molto belli, in cui l’anima nera, popolare, irrazionale della Spagna profonda è svelata in piccoli dettagli di umanità non irregimentati dalla cappa del conformismo franchista. Più o meno degli stessi anni sono i racconti e i reportage contenuti in “Barocco del Sud”, a significare che è soprattutto la prima metà degli anni cinquanta (intorno cioè ai suoi quarant’anni) che Bodini ha dato il meglio di sé.

Il pezzo che dà il titolo all’intera raccolta (“Barocco del Sud”, appunto) è sicuramente una delle vette della letteratura salentina e meridionale. È un grido d’amore alla propria città, Lecce, definita come una donna “la cui memoria è così gelosamente esclusiva da farla sembrare ancora oggi una città del Seicento”. E ancora: “Basta fermarcisi a vivere pochi giorni perché a poco a poco si faccia strada in noi un sospetto stranissimo, che essa non sia un luogo della geografia ma una condizione dell’anima, a cui s’arrivi solo casualmente, scivolando per una botola ignorata della coscienza.”

Il genio leccese, espresso in un gusto artistico sopraffino, benché sorto ai margini dei grandi centri culturali europei, non si sarebbe mai e poi mai potuto sviluppare senza la locale pietra porosa che, una volta tagliata, può essere lavorata come “polpa di banana”. Un barocco dei luoghi, dell’aria e della terra (e quindi dell’anima) precede il barocco dell’arte, che raggiunge il suo massimo splendore nell’esterno molto più che nell’interno dei palazzi e delle chiese. “Santi di tufo vegliano sulle mura della città a guardia del loro secolo”: questa frase meravigliosa racchiude, in poche parole, tutto l’universo poetico di Bodini, oltre che lo spirito profondo di un’intera città.

E qui sorge una domanda: come definire queste prose? Saggio? Confessione? Memoir? Meditazione? Narrazione del reale? Sono insieme l’una e l’altra cosa e l’altra ancora. O meglio, si collocano in una ideale terra di mezzo in cui i confini della prosa (più propriamente quelli del saggio e del reportage) vengono tirati di qua e di là come un elastico che si fa sottilissimo. A conferma di ciò si potrebbe citare una coppia di reportage perfetti, contenuti sempre nella raccolta “Barocco del Sud”, dedicati all’occupazione delle terre dell’Arneo all’inizio degli anni cinquanta: “L’aeroplano fa la guerra ai contadini” e “L’Arneide, ultimo atto”, entrambi pubblicati all’epoca sulla rivista “Omnibus”.

Nel rievocare l’occupazione di un vastissimo feudo incolto e la dura repressione militare e poliziesca che ne seguì, il primo dei pezzi si muove lungo due poli. Uno è relativo all’“aeroplano” del titolo. Benché l’allora ministro della difesa Pacciardi lo smentisse pubblicamente, tutti i contadini incontrati da Bodini ammettono di aver visto un aereo militare coordinare e sorvegliare dall’alto le operazioni di polizia. Il secondo è relativo alle “biciclette”. In un enorme rogo, al termine di quei rivolgimenti, i carabinieri avevano bruciato le biciclette sequestrate ai braccianti. Un colpo durissimo: “Ho sentito dire a più d’uno”, scrive Bodini, “che avrebbe preferito perdere un figlio. Un figlio lo si sostituisce fin troppo presto, ma la bicicletta distrutta significherà migliaia di chilometri a piedi e notte passate nella nuda campagna, anche d’inverno.”

Ciò che colpisce del reportage non è solo il contenuto, ma il suo andamento poetico. Bodini si reca insieme a un altro giornalista nel cuore dell’Arneo selvatico e disabitato, dichiarato “zona militare” e quindi inaccessibile nei giorni successivi alla rivolta.

Come in un trasognato “Cuore di tenebra” conradiano, Bodini si introduce nelle viscere di quella landa incolta, facendocela vedere come per la prima volta. I segni della civiltà e della mano dell’uomo ben presto scompaiono, e per chilometri e chilometri il cuore della lotta contadina si dimostra essere uno spazio vuoto, di una desolazione metafisica e sovrumana, su cui viene esercitato un inutile e tragicomico controllo militare.

Le biciclette ritornano poi alla fine del secondo reportage, dedicato al processo che ne seguì e che si risolse sostanzialmente in un nulla di fatto. Venne data ragione ai contadini e le biciclette non distrutte furono riconsegnate: “Ma biciclette che non ci si può immaginare senza averle viste; biciclette con le ossa da fuori, tenute su a furia di spaghi: telai di tavole, sellini senza forma, manubri e ruote arrugginiti, pedali che cigolano come carrucole d’un pozzo. Biciclette d’uno squallore così metafisico che sembra impossibile che non abbiano un anima.”

In Spagna

Tra le molteplici attività intellettuali di Vittorio Bodini, il poeta, critico, narratore e traduttore pugliese scomparso nel 1970, quella dello scrittore di reportage e di prose di viaggio non è affatto secondaria. Il “Corriere spagnolo”, appena ripubblicato da Besa in una nuova edizione curata e introdotta da Antonio Lucio Giannone, dopo che una prima edizione (sempre a cura di Giannone) era uscita per Manni nel 1987, è un vero e proprio gioiello del reportage letterario.

Bodini, che soggiornò a lungo in Spagna nella seconda metà degli anni quaranta, scrisse le prose raccolte nel volume tra il gennaio e il giugno del 1947 e, dopo il suo rientro in Italia, tra il 1950 e il 1954, per “Risorgimento liberale”, “Fiera letteraria”, “Il Momento”, “la Gazzetta del Mezzogiorno”. Tali pezzi costituiscono un caleidoscopio di racconti vivissimi della Spagna; e per certi versi fanno da contraltare alla sua opera di poeta e di traduttore in italiano della letteratura spagnola. Tuttavia, nel leggerli, si avverte qualcosa di molto più profondo.

Innanzitutto, il Bodini scrittore di viaggio è un autore che raggiunge immediatamente una dimensione meta-giornalistica, tesa a dilatare il reportage verso forme propriamente letterarie. Non è letteraria solo la costante riflessione sulla letteratura spagnola (i suoi autori, vivi e morti) che si dipana qua e là, pagina dopo pagina. Sono letterari, in particolare, l’approccio di Bodini alla realtà che lo circonda e il suo modo di narrarla.

Tra Madrid e l’Andalusia, lo scrittore leccese si muove come un rabdomante alla ricerca della Spagna profonda, della sua essenza, della sua anima popolare e pagana, delle sue forze telluriche. Si muove tra corride e processioni religiose, taverne, viuzze, anfratti notturni, aneddoti, ricordi, digressioni… Ritrae toreri, tori eroici, osti e danzatori di flamenco. Siamo alla metà degli anni quaranta, nel pieno del regime franchista; eppure la Guerra civile e i suoi morti sembrano un’eco lontana, che solo raramente riaffiora in tutta la sua virulenza (col ricordo dei fucilati, come Lorca). Nel complesso si direbbe che c’è una Spagna, una certa Spagna popolare almeno, irriducibile al regime, alla sua furia nazionalista e alle sue censure dogmatiche. Cruciale, in “Corriere spagnolo”, è il racconto “Amici e nemici per il poeta andaluso”, in cui l’autore si scontra con dei “poetini impiegati pei ministeri” che non capiscono come Lorca possa avere tanto successo in Europa, per poi accorgersi come la memoria del poeta sia ben viva per una ballerina che conserva gelosamente una copia di un suo libro.

In questa dilatazione del racconto, Bodini coglie gli infiniti punti di contatto tra la Spagna e l’Italia meridionale, tra l’Andalusia e il Salento, e a un certo punto, riportando un dialogo avuto, scrive in uno dei pezzi raccolti (“Madrileno a Madrid”): “Io sono quasi spagnolo: sono un italiano del Sud, e questa dovrebbe essere la vera capitale del mio paese. Vi è in noi la medesima combinazione di follia e di realismo, le stesse inerzie febbrili, lo stesso bianco della calce contro il cielo.” Allo stesso modo una processione della Settimana santa, con le confraternite che seguono una statua di Cristo in croce, gli ricorda le tante processioni simili dei paesi pugliesi.

Per altri versi però, specie per l’universo delle lettere, Spagna e Italia sono molto diverse. La Spagna gli appare più innocente, meno carica di Storia alle spalle, o comunque non così schiacciata come l’Italia. “In Spagna ogni generazione deve elevare la sua protesta contro il proprio destino; ogni generazione è follemente immemore dell’esperienza di quelle che la precedettero, come se fosse la prima che appare sulla terra.”

In “Corriere spagnolo” Bodini va alla costante ricerca di questo intreccio tra innocenza e follia riposto nelle pieghe nascoste della società spagnola. Un mondo in bilico tra inesauribili fiumi di vita e la presenza, a ogni angolo, della morte e del tragico. Un paese “meraviglioso”, come scriverà in una lettera a Giacinto Spagnoletti contenuta in questa nuova edizione: “la mia seconda patria, forse la prima in un certo senso.”

Con Sciascia

Vittorio Bodini e Leonardo Sciascia erano fatti per incontrarsi. Entrambi appartenenti a un proprio, personale “sud del sud”, ma allo stesso tempo capaci di aprire la propria esperienza umana, letteraria, intellettuale alle più interessanti commistioni europee, intrecciarono un fitto epistolario tra il 1954 e il 1960. La vicenda è stata ricostruita da Fabio Moliterni nel saggio “Sciascia, Bodini e l’unità culturale mediterranea” apparso sulla rivista di studi sciasciani “Todomodo”. Ma Moliterni è anche il curatore dell’intero carteggio tra i due scrittori (“Sud come Europa”) pubblicato per la prima volta da Besa, all’interno della collana Bodiniana.

Di cosa scrivevano Bodini e Sciascia nelle loro lettere? Innanzitutto di articoli e saggi da pubblicare sulle loro rispettive riviste. Bodini era in quegli anni direttore di “L’esperienza poetica” (cui anche Sciascia collaborò), mentre lo scrittore siciliano curava la rivista “Galleria”, ai cui lavori il poeta e traduttore pugliese partecipò organizzando un fascicolo sulla cultura letteraria spagnola. In filigrana, nelle loro lettere, emerge la geografia letteraria e intellettuale dell’Italia dell’epoca. Entrambi si muovevano tra le riviste di area liberal-socialista e post-azionista (in particolare, “Nuovi argomenti” e “Tempo presente” di Silone e Chiaromonte), e una nuova leva di autori emersi dopo la fine della guerra e la crisi del neorealismo: da Caproni a Volponi, da Pasolini a Roversi, da Erba a Zanzotto… Proprio in quegli anni (precisamente nel 1956) Sciascia pubblica “Le parrocchie di Regalpetra” nella collana Libri del tempo di Laterza. Bodini traduce invece il “Chisciotte” per Einaudi, mentre la sua seconda raccolta di poesia, “Dopo la luna”, appare in una collana di Quaderni diretta dallo stesso Sciascia. La collaborazione era quindi piuttosto intensa. Ma soprattutto – nelle loro lettere – i due scrittori sembrano riflettere, direttamente o indirettamente, su un enigma che pare ruotare intorno ai celebri versi di Bodini: “Il Sud ci fu padre / e nostra madre l’Europa”.

Per entrambi, è forte l’idea di vivere in bilico tra tre poli non facilmente riconducibili a unità: una provincia meridionale percepita come frontiera (rispettivamente, Racalmuto e il Salento), la cultura nazionale (che ruota intorno alla capitale, Roma) e gli influssi, correnti, modelli o anti-modelli europei. Questa pluralità, questo eclettismo, questo guardare di sbieco alle cose, rovesciando il Sud in alterità ma sentendosi parte allo stesso tempo della grande tradizione euro-mediterranea, appartiene a tutti e due. Sciascia e Bodini sono solo apparentemente degli illuministi. In entrambi emergono (per usare una felice espressione di Calvino) “polveri tragico-barocche-grottesche”. Come dar fuoco a queste polveri? Quali luci accendere?

Lo Sciascia “arabo” e il Bodini “spagnolo” sembrano intuire immediatamente che nelle vene del Sud scorre un sangue antico, meticcio, internazionale che rimanda a una storia millenaria, frutto di scambi-scontri-incontri-osmosi con l’Europa continentale. Nei secoli, la mediazione tra Meridione e altrove è stata realizzata da un potere gattopardesco, dai viceré, dai signori sempiterni del sottogoverno; ma, tra le viscere degli eventi, si è prodotta anche un altro genere di interrelazione, quella offerta da una  culturale ereticale, “pazza”, non ufficiale, chiaramente cosmopolita. La lotta tra il sottogoverno e l’eresia, tra il tragico e l’ordinario, la storia e il sogno, ha prodotto non pochi fuochi. Proprio in una poesia contenuta in “Dopo la luna”, intitolata “Col tramonto su una spalla”, Bodini scriveva questi bellissimi versi: “Questa è la mia città, / le mura le avete viste: / sono grige, grige. / Di lassù cantavano / gli angeli del Seicento, / tenendo lontana la peste / che infuriava sul Reame. / Ora c’è fichi d’India, un aquilone, / un ragazzo che tende / il suo elastico rosso / contro qualche lucertola / troppo spaurita e minima / per presentarsi a quel sogno / d’inaudite avventure / di cui s’inorgoglisca il cuore umano.”

Perciò non sorprende che buona parte del carteggio, sul finire degli anni cinquanta, sia dedicata all’ideazione di una collana per l’editore siciliano Sciascia (omonimo dello scrittore), che Bodini e l’autore delle “Parrocchie di Regalpetra” avrebbero dovuto dirigere insieme. Il progetto era ambizioso: mappare l’attività letteraria dell’intera area mediterranea, far emergere la sua anima arabo-ispanica.

Il 20 settembre del 1956 Bodini scrive a Leonardo Sciascia: “Mi pare che ci sia una tentazione molto intelligente da parte tua in quest’accostamento alla Spagna. Non invano la Sicilia e il Reame… Dovremmo estendere il lavoro al mondo arabo. Fare una collana (che potremmo dirigere assieme) di testi antichi e moderni, arabi, spagnoli, portoghesi, catalani e magari provenzali. Muoverci nell’unità culturale meridionale. Sopra tutto però il mondo arabo-ispanico dovrebbe essere il nostro obiettivo.”

Alla fine la collana non si farà mai. O meglio, prenderà il via molti anni dopo, ma senza la partecipazione di Bodini. Eppure, come sottolinea Moliterni, quel tentativo, appena abbozzato, risulta un passaggio cruciale non solo per capire la formazione intellettuale di Sciascia, o una parte del lavoro editoriale dell’epoca. Ciò che emerge è “la contaminazione e l’incontro di tradizioni e mediazioni diversificate, in una dialettica mobile e problematica tra centri e periferie, cultura nazionale e regione, Europa e civiltà mediterranea”. Di questa contaminazione, presente e passata, Bodini e Sciascia si fecero antenne sensibili.

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La “pizzica” è finita. Il Sud è in grazia di Dio https://minimaetmoralia.it/cinema/in-grazia-di-dio-edoardo-winspeare/ https://minimaetmoralia.it/cinema/in-grazia-di-dio-edoardo-winspeare/#comments Sat, 22 Mar 2014 08:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19447 Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (La foto è di Cosimo Cortese)

La pizzica è finita, gli amici se ne vanno... Per il nuovo film di Edoardo Winspeare, In grazia di Dio, si potrebbe parafrasare il celebre brano di Umberto Bindi. Non sono da meno, anzi, i versi di Vittorio Bodini: «Qui non vorrei vivere dove vivere / mi tocca, mio paese / così sgradito da doverti amare» (da La luna dei Borboni, 1952). Risuonano sullo schermo come una spina nel cuore della trama, recitati dal personaggio di un’aspirante attrice. Siamo ancora una volta nel Salento terragno e metafisico caro al nostro regista. E ancora una volta, a dispetto dei cantori dell’«attrattività territoriale», non si tratta di una piccola patria sottratta al mondo e consegnata alla nostalgia. Macché! Nel cinema di Winspeare la Puglia del Tacco è una concrezione/rarefazione della Storia, pervasa puntualmente dai fattacci della cronaca (il crimine, i migranti), sebbene sia sospesa fra il verde degli ulivi e un’«azzurra lontananza» alla Hesse.

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (La foto è di Cosimo Cortese)

La pizzica è finita, gli amici se ne vanno… Per il nuovo film di Edoardo Winspeare, In grazia di Dio, si potrebbe parafrasare il celebre brano di Umberto Bindi. Non sono da meno, anzi, i versi di Vittorio Bodini: «Qui non vorrei vivere dove vivere / mi tocca, mio paese / così sgradito da doverti amare» (da La luna dei Borboni, 1952). Risuonano sullo schermo come una spina nel cuore della trama, recitati dal personaggio di un’aspirante attrice. Siamo ancora una volta nel Salento terragno e metafisico caro al nostro regista. E ancora una volta, a dispetto dei cantori dell’«attrattività territoriale», non si tratta di una piccola patria sottratta al mondo e consegnata alla nostalgia. Macché! Nel cinema di Winspeare la Puglia del Tacco è una concrezione/rarefazione della Storia, pervasa puntualmente dai fattacci della cronaca (il crimine, i migranti), sebbene sia sospesa fra il verde degli ulivi e un’«azzurra lontananza» alla Hesse.

Stavolta gli orti sul mare della perduta civiltà contadina tornano a essere una promessa contro la miseria. La terra scongiura la recessione in atto. Addirittura si rivede il baratto: frutta e verdura in cambio di benzina, galline e uova per ottenere altri generi alimentari, lezioni private offerte per simpatia o per amore.

La stessa realizzazione «a chilometro zero» del film – girato tra Giuliano, Castrignano del Capo e Tricase – si è avvalsa di sponsor locali che vi hanno contribuito «in natura». In grazia di Dio è una produzione di Rai Cinema e della «Saietta Film» allestita dal regista con Alessandro Contessa e Gustavo Caputo (quest’ultimo anche attore nel ruolo dell’impiegato buono di Equitalia), con il sostegno della Apulia Film Commission e dell’assessorato regionale alle Politiche agricole. Il film arriverà nelle sale il 27 marzo  forte dei consensi ricevuti all’anteprima nel «Panorama» del festival di Berlino, distribuito dalla «Good Films» dei fratelli Ginevra e Lapo Elkann.

L’antropologia culturale meridiana cara a Ernesto De Martino, Franco Pinna, Diego Carpitella, poi rinnovellata nel corso del tempo dai Barbano, Durante, Spedicato, Rosaleva e da Winspeare medesimo, resta l’orizzonte delle elegie di questo autore alle soglie dei cinquanta. Nato a Klagenfurt nel 1965, rampollo di una famiglia nobile per metà inglese e per metà austroungarica, Edoardo lu figghiu te lu barone è cresciuto e continua a vivere nel castello di famiglia in quel di Depressa (Tricase). È un esempio di artista che più glocal non si potrebbe: ispirazione locale, afflato globale, in opere  come Sangue vivoIl miracolo e Galantuomini. Stavolta di scena ci sono le storie quotidiane di  quattro donne di tre generazioni differenti. In grazia di Dio è quasi del tutto  recitato in dialetto leccese, con sottotitoli in italiano. I possibili modelli? Diremmo Ermanno Olmi e Abbas Kiarostami, ovvero il cinema delle pause, degli sguardi, delle immagini nitide e delle parole autentiche.

Ma la vera «notizia» è la fine dell’energia espansiva della pizzica o taranta che proprio Winspeare – una sorta di giovane Zorba il Salentino – contribuì a lanciare quasi vent’anni fa con il film d’esordio, Pizzicata (autocitato in In grazia di Dio), e fondando l’Officina Zoè. Rito ancestrale e danza bellicosa o erotica,trance ed esorcismo, la pizzica è ormai un ramo dionisiaco della World Music all’apice ogni agosto nella «Notte della taranta» di Melpignano. Il fenomeno, come sappiamo, si presta a incarnare extra moenia una Puglia «mitica» che nella musica nasconde o edulcora i suoi conflitti e le sue ferite. Per esempio il dramma dell’Ilva di Taranto, dove l’estate scorsa si tenne una fallimentare anteprima della «Notte della Taranta». Ebbene, di tale «narrazione» o  ideologia della pizzica non v’è traccia nel nuovo Winspeare: i personaggi magari cantano, però non ballano. Niente tamburelli scatenati e catarsi sudaticcia. Quando si affaccia, l’allegria è intima, non esibita, assai pudica.

Così il profondo Sud prova di nuovo a essere un Sud profondo, pensoso e amareggiato fino all’ira come la corrusca protagonista Adele (Celeste Casciaro, nella vita moglie di Edoardo). C’è lei al centro della trama matriarcale: separata da un uomo simpatico e canagliesco di nome Crocifisso, abita con la madre vedova sessantacinquenne innamorata di un fattore (le sequenze più intense e sobrie nelle due ore e passa della storia), con la sorella aspirante attrice che – appunto – declama Bodini e manca a un provino leccese per Ozpetek, con la figlia adolescente ribelle e ignorante destinata a un bel guaio…

Adele era titolare di una minuscolo laboratorio tessile chiuso per colpa della concorrenza cinese, insieme al fratello che perciò è emigrato in Svizzera. Costretta a svendere la casa pur di ripianare parte dei debiti verso Equitalia, con le altre si trasferisce in campagna, in un pezzo di terra di residua proprietà. Vanno avanti fra molti problemi e qualche aiuto in un tugurio senza elettricità, che tuttavia presto emana e riflette una vaga luminosa speranza, più poetica che politica, senza traccia retorica – per fortuna – della «decrescita felice» di Latouche e compagni. Magari ricominciare è possibile «nel sud del sud dei santi» (Carmelo Bene) mai in grazia di Dio. Magari.

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