Vittorio De Seta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vittorio-de-seta/ un blog di approfondimento culturale Wed, 31 Aug 2022 08:47:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Vittorio De Seta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vittorio-de-seta/ 32 32 Il meridionalista dell’immagine. Postfazione di Goffredo Fofi al volume di Ludovico Cantisani su De Seta https://minimaetmoralia.it/cinema/il-meridionalista-dellimmagine-postfazione-di-goffredo-fofi-al-volume-di-ludovico-cantisani-su-de-seta/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-meridionalista-dellimmagine-postfazione-di-goffredo-fofi-al-volume-di-ludovico-cantisani-su-de-seta/#respond Wed, 31 Aug 2022 08:47:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51052 Quella che segue è la postfazione di Goffredo Fofi al volume Il meridionalista dell’immagine. Il cinema e la televisione di Vittorio De Seta di Ludovico Cantisani, recentemente edito da Edigrafema, con un ricco apparato di interviste a collaboratori ed eredi artistici del regista. di Goffredo Fofi Posso vantare una lunga e a tratti tormentata amicizia con […]

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Quella che segue è la postfazione di Goffredo Fofi al volume Il meridionalista dell’immagine. Il cinema e la televisione di Vittorio De Seta di Ludovico Cantisani, recentemente edito da Edigrafema, con un ricco apparato di interviste a collaboratori ed eredi artistici del regista.

di Goffredo Fofi

Posso vantare una lunga e a tratti tormentata amicizia con Vittorio De Seta, la cui opera, insieme a Vincenzo Consolo, tanti anni fa, contribuii a far ritornare in auge, a far amare e stimare quanto meritava.

Ho conosciuto De Seta nel 1956 o ’57 a Partinico, quando venne a trovare Danilo Dolci per averne consigli sul film che aveva in mente, la storia del giovane sindacalista di Sciara Salvatore Carnevale, ammazzato dalla mafia un anno o due prima, nel maggio del ’55. (Il film finirono per farlo i Taviani, il loro esordio, Un uomo da bruciare; e fu certamente assai diverso da quello pensato da De Seta).

Era il primo regista che conoscevo ma, da appassionato di cinema, avevo visto un suo documentario e letto di lui su “Cinema nuovo”. Mi colpirono la sua gioventù e la sua eleganza, la sua signorilità. Invece che col film su Sciara, poté esordire nel lungometraggio solo nel 1961, con Banditi a Orgosolo. Un altro Sud, dentro un’altra isola… Molti anni dopo lo accompagnai in un suo giro in Sardegna, constatando il grandissimo affetto di cui era circondato grazie a quel film, che con rispetto e poesia era stato il primo a mostrare l’isola nel suo ambiente naturale e sociale, nella sua cultura, nelle sue difficoltà, e nella sua straordinaria bellezza… De Seta fece tempo dopo un secondo lungometraggio, che però sconcertò la critica – ferma alla sua prima immagine di lui. Era Un uomo a metà, confessione di una crisi esistenziale profonda, segnata dall’esperienza dell’analisi junghiana. Ritrovò il successo solo col Diario di un maestro, un lavoro televisivo prima che cinematografico, e di straordinaria misura nella lunga narrazione e nell’approfondimento di un ambiente – un’aula di scuola elementare nella periferia romana, il rapporto e legame pedagogico di un maestro con i suoi allievi. Cosa rara per quei tempi, per non dire dei nostri, non solo in televisione anche in cinema, con l’unica eccezione di Luigi Comencini, il Diario di un maestro fu tra i pochi film nostri in cui i bambini erano veri bambini, non bambini ideali. Fui ancora io a presentarlo insieme a lui, qualche anno dopo, nella sala del consiglio comunale in Campidoglio, quando ormai De Seta era celebrato in festival e rassegne, ed era stato infine “scoperto” da registi e da critici di mezzo mondo.

Non c’è molto di cui possa davvero inorgoglirmi: saper giudicare del talento di un autore è uno dei primi compiti di un critico, e mettersi a sua disposizione per assisterlo in iniziative che potessero favorire la conoscenza delle sue opere ne è un’ovvia conseguenza, anche se non sempre succede. Per diversi anni, De Seta è stato per me un vero amico, nel dialogo e nel confronto con la storia di appena ieri e con il presente dell’Italia, in particolare del Sud. E nel confronto con la storia, con il presente, e con l’incerto futuro di un’arte.

Non sempre, come ben sanno i collaboratori che ha avuto più vicini, il rapporto con lui era dei più facili. De Seta era un grande nevrotico e un amico esigente. Ma quanto era possibile imparare da lui, dalla sua idea del cinema come strumento artistico e culturale fondamentale alla comprensione della realtà, dal suo modo di intendere l’esplorazione del mondo e la possibilità di raccontarlo in immagini. Allievo a distanza del grande Flaherty, anche se in sostanza autodidatta, De Seta era soprattutto un poeta, della qualità e profondità di uno Scotellaro e più tardi di un Sinisgalli, di Dolci e di Montaldi, e segnato più o meno direttamente dal magistero di Antonio Gramsci (ancora un sardo!) e di Carlo Levi… La costruzione stessa dei suoi film, quale che ne fosse la lunghezza, era da poesia e non da prosa, e da poesia antica, di un mondo non ancora dominato dalla macchina.

Vittorio De Seta ha avuto in sorte di vivere un tempo di enormi cambiamenti, quando il “mondo di ieri” scompariva anche nel nostro Mezzogiorno e la tecnica prendeva il sopravvento. Dando pane, ma uccidendo spesso ogni poesia. Per questo i suoi film sono un documento unico nella storia del nostro paese, anche se – tra gli storici – pochi se ne sono accorti e sono disposti a riconoscerlo…

È nato in un mondo in cui Omero era ancora di casa, e ne ha visto, soffrendone, la fine. Ma anche per questo la sua opera è inestimabile, forse unica. Forse anche più di quella di un Rossellini o di un Visconti, e pari soltanto, forse, a quella di Pasolini, che come lui ha sofferto la violenza di una mutazione che non ha riguardato solo le tecniche, ma le qualità stesse dell’umano.

Sono, e dobbiamo esserlo in tanti, grato a Ludovico Cantisani per aver raccolto tante testimonianze e riflessioni sull’arte, più unica che rara, di Vittorio De Seta.

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Quando il cinema racconta il Sud https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/#comments Wed, 09 Jul 2014 13:41:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21986 Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

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Il-Postino

Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Immagine: una scena del film Il postino)

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

D’altro canto, Ernesto Galli della Loggia scrive che, nel disastro culturale italiano, il cinema, «escluso qualche raro bagliore, è sempre più una commediaccia senz’anima che non sa raccontare il Paese profondo» («Corriere della Sera», 29 giugno). Pessimista o realista? Certo continuiamo a vivere di rendita. Dappertutto a molti sarà capitato di sentirsi definire italiani – o di definirli – con poche, icastiche parole, che non di rado sono cinematografiche. Italia? «Dolce vita, Fellini». Italia? «Neorealismo». Italia? «Sophia Loren». Sono icone che vanno ben oltre lo schermo, definendo un paese nel segno della fantasia e della vitalità, o del riscatto da stagioni avverse (la Loren «ciociara»).

Il cinema, la moda, il cibo, e da sempre l’opera, agiscono con efficacia ben di là dal consumo del singolo prodotto, fino a delineare un «sogno italiano» impastato di arcaismi e futuro. È una dimensione collegata alla (presunta) piacevolezza del vivere, alla sapienza artigianale, a un orizzonte poetico, a una melodia dell’esistenza, a una contemplazione estetica ed estatica del mondo. Ripensiamo al successo internazionale di Il postino, film del/dei Sud, ovvero film del cileno Pablo Neruda e del suo esegeta e connazionale Antonio Skàrmeta. Ma soprattutto film del napoletano Massimo Troisi scomparso vent’anni fa, più che dello stesso regista scozzese Michael Radford, il quale lo diresse nel 1994 (premio Oscar nel ’96 per le musiche di Luis Bacalov). Girato tra Procida e Salina che l’altro giorno ha intitolato una via a Troisi, Il postino, rovescia la nozione insulare nel suo contrario. Un’isola del Sud consente ai personaggi – un celebre scrittore e un portalettere – nonché agli spettatori, di non essere soli o isolati, quindi di stringere legami di affetto e di amicizia impensabili altrove.

Il sogno italiano della «dolce vita», per uno dei ricorrenti paradossi della storia, ha assunto contorni evidenti in una temperie segnata dal dolore e dalla speranza di affrancarsene. È storia sia del dopoguerra sia degli ultimi lustri quando il Sud dell’Italia diventa chimerico nello sguardo dell’Altro, che per il filosofo Emmanuel Lévinas è l’unico passaporto sempre valido. Centinaia di migliaia di migranti asiatici e africani hanno «eletto» le spiagge siciliane o pugliesi ad approdo occidentale, a novella terra promessa, a frontiera decisiva. Dalla caduta del Muro di Berlino (1989) in poi, l’esodo è passato dal Mezzogiorno d’Italia. E l’esodo è tout court la storia del XX secolo, ricordava la scrittrice americana Susan Sontag negli ultimi anni «di casa» a Bari. Il flusso continua ancora in queste settimane e ogni illusione di «governarlo» per legge è inevitabilmente naufragata.

L’Italia e in particolare il Mezzogiorno sono agli antipodi di chi vagheggia uno «schermo buio» globale; ne costituiscono un possibile antidoto. Il Sud è visionario, è luce ma conosce la saggezza dell’ombra, della pausa, della preghiera da Tommaso d’Aquino a Giordano Bruno, fino a Giambattista Vico e Benedetto Croce. Il Sud è alieno dal teorema del «dimostrare», cui preferisce di gran lunga il «mostrare». Perciò sugli schermi lontani l’Italia è il Sud, ovvero spesso coincide con le sue visioni luminose, ardenti, incantate, ma anche dure, laconiche, dignitosamente povere. «Mischia di luce e lutto», per dirla con lo scrittore Gesualdo Bufalino.

Tale percezione dell’immaginario collettivo è confermata, appunto, da non pochi fra i premi Oscar andati ai film italiani prima di La grande bellezza, che pure riserva il suo segreto primo e ultimo nell’isola dove il protagonista Toni Servillo, adolescente, scoprì l’amore. Se si esclude lo straordinario corpus artistico di Federico Fellini (cinque statuette a film scanditi dalle marcette delle bande del Sud amate da Nino Rota, per vent’anni al Conservatorio di Bari), nel corso del tempo molti dei vincitori italiani degli Academy Awards riservano una pregnanza meridionale o proiettata verso un Sud più largo dei suoi confini.

Citiamo Sciuscià (Oscar nel 1947) e Ladri di biciclette (1949) di Vittorio De Sica, Anna Magnani (1955), Divorzio all’italiana di Pietro Germi (1961), Sophia Loren (1961), Ieri, oggi e domani (1964) ancora di De Sica, Nuovo cinema Paradiso (1989) di Giuseppe Tornatore, Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. Sono titoli e nomi che danno ragione, nel più ampio contesto meridionale, a un’intuizione di Leonardo Sciascia sui temi siciliani ricorrenti al cinema: «Il mondo offeso; il teatro della commedia erotica; il luogo della bellezza e della verità» (La corda pazza, 1963).

Non valgono soltanto gli Oscar, ovviamente. Così fu in L’oro di Napoli con i suoi ingegni di pizzaiole e pazzarielli scandagliati da Giuseppe Marotta e portati sullo schermo da De Sica nel 1954. Così, nella Sicilia dei documentari anni Cinquanta di Vittorio De Seta. Così, per la sobrietà/sacertà del pasoliniano Vangelo secondo Matteo (1964) che giusto cinquant’anni fa iscrisse la Passione di Cristo nei Sassi di Matera (il film ottenne comunque tre nomination nel 1967 per scenografia, costumi e colonna sonora).Un passato da tradurre nel futuro è anche il Salento di Edoardo Winspeare, da Pizzicata (1996) a Sangue vivo (2000), da Il miracolo (2003) all’essenziale e prezioso In grazia di Dio (2014). Da ultimo, il regista che «balla coi ragni» ha testimoniato la fine dell’energia espansiva della pizzica o taranta, incanalata in un fenomeno pop e in una «narrazione» politica per edulcorare i conflitti dello stesso Sud da cui sgorgò (in primis il dramma dell’Ilva di Taranto).

Segnate da una forte impronta morale sono le regie del foggiano Michele Placido, in questi giorni impegnato a Bisceglie sul set di La scelta da Pirandello. Placido esplora le zone d’ombra della realtà in film come Pummarò (1990) sull’Italia dei migranti clandestini o Del perduto amore (1998) nei «suoi» paesini del Subappenino. Sono i borghi dove L’amore ritorna, per dirla con Sergio Rubini (2004), anche grazie a una buona dose di anima e di prodigio. È il Sud della «permanenza del tempo» che Carlo Levi, in una pagina di Un volto che ci somiglia, attribuiva all’Italia contadina, alla familiarità con l’arcaico e all’«uso non interrotto delle generazioni». E nel Sud «magico» di Castel del Monte sta girando Matteo Garrone, il quale si misura con le fiabe secentesche di Lo Cunto de li Cunti, capolavoro postumo di Giambattista Basile.

Fedele alla memoria ma con lo sguardo al domani… Magari Il Sud è niente (Fabio Mollo, 2013), eppure può ben essere salvifico. Purché non si adagi nei luoghi comuni. Ricordate Ricomincio da tre? Il film è del 1981 e dopo i successi teatrali e televisivi della «Smorfia», segnò l’esordio da regista di Massimo Troisi, giovane protagonista in viaggio da Napoli a Firenze. Il simpatico automobilista depresso Michele Mirabella e altri gli chiedono se sia un emigrante e lui risponde: «Perché, u’ napoletano nun pò viaggià, pò sulamente emigra’?». Ironia amara da non dimenticare, tanto più alla luce di una disoccupazione dei giovani meridionali che oggi è al 61 per cento.

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Shall we doc? https://minimaetmoralia.it/interventi/shall-we-doc/ https://minimaetmoralia.it/interventi/shall-we-doc/#comments Tue, 10 Jan 2012 09:36:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6169 Sul blog Le parole e le cose abbiamo pescato questo interessante articolo di Daniela Brogi dove vengono elencate cinque semplici mosse per fare più spazio al cinema documentario in Italia. Ve lo riproponiamo perché ci è sembrato molto interessante e completo, e ringraziamo l’autrice e il blog per la condivisione.

di Daniela Brogi

1.

Uscire dall’abbraccio dello specialismo.

Assumere che l’arte contemporanea vive, oltre che attraverso i generi più tradizionalmente frequentati (letteratura, musica, pittura, teatro, danza, architettura, cinema…)

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Sul blog Le parole e le cose abbiamo pescato questo interessante articolo di Daniela Brogi dove vengono elencate cinque semplici mosse per fare più spazio al cinema documentario in Italia. Ve lo riproponiamo perché ci è sembrato molto interessante e completo, e ringraziamo l’autrice e il blog per la condivisione.

di Daniela Brogi

1.

Uscire dall’abbraccio dello specialismo.

Assumere che l’arte contemporanea vive, oltre che attraverso i generi più tradizionalmente frequentati (letteratura, musica, pittura, teatro, danza, architettura, cinema…), dentro forme spurie e diverse come la musica pop, la fotografia, la videoarte, il graphic novel, le serie tv, il documentario d’autore. Pur trattandosi di una situazione familiare a tutti, questa pluralità rimane spesso frammentaria, schiacciata sulla dimensione empirica e contingente.
Ragionare di più allora sulla trasversalità: farsene spaventare meno, smettere di appiattirla sulla temporalità casuale dell’intrattenimento di sottofondo; trasformarla in possibilità di confronto con linguaggi che, anche a causa di queste divisioni, faticano a oltrepassare la cerchia degli addetti, degli esperti, dei cultori. Considerare che i problemi, gli aspetti affrontati dal cinema documentario valgono non solo di per sé, ma riguardano, per esempio, anche chi arriva da altre discipline, come la letteratura.
Uscire dalla sindrome dell’incoerenza, dalla randomness. Provare a pensare che tra l’eclettismo selvaggio e lo sprofondamento autoreferenziale in uno specifico campo di interessi possa esistere una via di mezzo, capace di mettere in dialogo mondi che solo le pratiche discorsive più conformiste (autoritarismo e ribellismo fanno lo stesso gioco) tengono separati.
Provare a farlo con serietà – perché la vita è seria, come raccontano i documentari.

2.

Il punto è che non esistono soltanto i lavori di Michael Moore.

Può trattarsi – pescando campioni da un territorio molto vario – di Darwin’s nightmare (Hubert Sauper2004:http://www.youtube.com/watch?v=qJhHLUbdUjg ), dove si parlava di disastri ecologici provocati dall’ottusità umana; o di Whores’Glory  di Michael Glawogger (http://www.youtube.com/watch?v=HN63eTIIY38) – premio speciale della giuria nella sezione Orizzonti dell’edizione 2011 del Festival di Venezia – che racconta la prostituzione attraverso i quartieri a luci rosse di tre luoghi del mondo; o di El Sicario – Room 164(Gianfranco Rosi, 2010: http://www.youtube.com/watch?v=Ux8rrbCn1KA), dove per ottanta minuti la telecamera imprigiona lo spettatore in una stanza di motel che rapidamente diventa una sorta di camera della tortura, via via che si ascolta un ex sicario dei narcos messicani che, con la calma fredda di un esperto professore di criminalità, ci spiega i meccanismi feroci con cui ha sequestrato, seviziato e ucciso centinaia di persone; o può trattarsi di Armand 15 ans l’été (Blaise Harrison, 2011: http://www.youtube.com/watch?v=FMxGb3DkIqM), doc sull’adolescenza, premiato come miglior documentario al Festival dei Popoli; o Catching hell (Alex Gibney, 2011:http://www.youtube.com/watch?v=mY-b45iocU0), passato dal Festival di Roma,  dove si racconta l’assurdo destino dell’uomo più odiato di  Chicago: i Chicago  Cubs erano lì lì per vincere il campionato di baseball, la National League del 2003, quando dal pubblico la mano di Steve Bartman si tende e sfiorando la palla devìa la traiettoria compromettendo la vittoria; o, ancora, c’è La bocca del lupo (Pietro Marcello, 2009: http://www.youtube.com/watch?v=Je9oRJ2PyqU), ambientato a Genova, dove tra i carrugi, il porto, la Sopraelevata, la ferrovia, si svolge l’amore di due irregolari, Enzo e Mary; e poi il pugile protagonista di Corde (Marcello Sannino, 2009: http://www.youtube.com/user/marcellosannino?blend=10&ob=5#p/a/f/0/H-JpJ2Kfljw premiato a Torino e a Salina) e che si affaccia anche in Cadenza d’inganno (Leonardo Costanzo, 2011: http://www.youtube.com/watch?v=rT_z0x91YI8, passato da Nyon e dal Festival dei popoli); In Purgatorio (Giovanni Cioni, 2009: http://www.youtube.com/watch?v=I-R8EQt0Ano) che racconta il culto napoletano dei morti scavando tra le esistenze sottotraccia delle voci in campo; Iraq: war, love, God e madness (Mohamed Al-Daradji, 2010: http://www.youtube.com/watch?v=bfXv9Q2YgWo), che mostra cosa significhi realizzare un film in Iraq;  Altra Europa (Rossella Schillaci, 2011:http://www.youtube.com/watch?v=XzMOJGB3Amw) ambientato a Torino, in un edificio di un quartiere storico operaio occupato da trecento rifugiati extracomunitari, e che racconta l’immigrazione uscendo dalle inquadrature e dalle soluzioni narrative più usate di solito per questo tema – l’emergenza, lo sbarco –, per parlarci piuttosto dei conflitti legati all’integrazione («Noi vogliamo essere come voi!» grida con rabbia una donna somala verso la fine del doc); sono vicende vicine alle storie raccontate da Simone Amendola in Alisya nel paese delle meraviglie (2010: http://www.youtube.com/watch?v=1Ge1fzPc01E) o in Ferrhotel (Mariangela Barbanente, 2011: http://www.youtube.com/watch?v=qmmi_kQ8lGk); invece Tahrir (Stefano Savona, 2011:http://www.youtube.com/watch?v=E16VQ1eJrj8) è il racconto in tempo reale della rivolta egiziana; Entrée du personnel (Manuela Fresil, 2011: http://www.youtube.com/watch?v=_rUuQnwseQ8) è l’ultimo vincitore a Marsiglia, ed è dedicato alla vita degli operai in catena di montaggio di una macelleria industriale; Marathon boy  (Gemma Atwal http://www.youtube.com/watch?v=Z2jKxThsmxQ) girato tra il 2005 e il 2010, racconta la feroce storia del bambino indiano che dai quattro anni in poi è diventato un campione di maratone; Alda, (Viera Cákanyová, 2010), passato da Visions du Réel 2010 e vincitore 2010 a Kassel, è il racconto dell’Alzheimer, dove  la trovata più  bella è l’alternanza nell’uso della macchina da presa: ora gestita dalla regista, ora dalla malata stessa che dunque, a distanza di tempo, nell’arco del doc (che dura cinquanta minuti circa), riprende magari anche oggetti che non riconosce più; Carne que recuerda (Dalia Huerta Cano, 2009: http://www.dailymotion.com/video/xb5rh3_carne-que-recuerda_creation) è un’opera ai confini tra il documentario e la videoistallazione, dove si raccontano, nell’arco di un anno, le storie di persone che hanno scelto o subito mutamenti radicali del proprio corpo; i documentari di Alina Marrazzi (Un’ora sola ti vorrei,2002: http://www.youtube.com/watch?v=md6Wb1JXZvE) e di Giovanna Taviani (Fughe e approdi, 2010:http://www.youtube.com/watch?v=CEd8Z-NrV4I) dove l’uso del doc per scavare nella memoria privata e documentaria rielaborando una vicenda di allontanamento e di perdita diventa strategia formale attraverso ilfound-footage, ovvero il riuso di girato preesistente.

3.

Cosa si intende, dunque, quando si parla di cinema documentario?

Rispondere è difficile; soprattutto è difficile fissare costanti capaci di raccogliere una produzione così ricca. Tuttavia, trattandosi di una delle forme artistiche in questo momento più interessanti e originali nel paesaggio italiano; trattandosi di produzioni che, al contrario di quanto sta accadendo all’estero, faticano ancora a uscire dalla cerchia dei festival, vale la pena di tentare di creare discorsi condivisi sul documentario. Si proverà a farlo: indicando prima cosa di solito non è il documentario di cui si parla qui; e passando poi a tre primi aspetti che mi sembrano tre risorse forti del genere doc.
Anzitutto, il documentario d’autore – o cinema documentario, come si propone di chiamarlo – non è quello che per molto tempo si è genericamente inteso con il sostantivo “documentario” (e che per esempio il canale sky documentari continua a far credere), ovvero un filmato di argomento per lo più scientifico e geografico  usato a scopo didattico-divulgativo. Si potrebbe semmai recuperare l’espressione usata per la sezione documentari al Festival di Roma (http://www.romacinemafest.it/ecm/web/fcr/online/home/altro-cinema-extra): il documentario è cioè “Altro Cinema”: altro come modo altro di fare cinema, ma altro pure come racconto, spesso, di vite ai bordi (compreso il caso, molto ricorrente ultimamente, delle memorie dimenticate).
E neppure il doc è da intendersi semplicemente come restituzione della realtà, pur facendo grande uso dell’effetto dal vivo e dei codici di racconto dal vero – l’oralità in cima a tutti. Il linguaggio del documentario, difatti, non è un linguaggio per così dire neutro. L’autore, a titolo di intermediario, svolge, almeno nei migliori casi, la funzione di un dio tanto nascosto quanto importante, e non solo – se ne riparlerà più avanti –  perché orienta il testo secondo una precisa tensione narrativa e drammaturgica. (Da questo punto di vista, vale la pena di osservare che la grande fortuna dei reality show, che a detta di molti avrebbe avvantaggiato il genere documentario, semmai ha contribuito a sdoganare un concetto molto rozzo di cinema; detto in modo più diretto: il successo del digitale ha fatto non pochi guai, perché tante persone si sono convinte che qualsiasi materiale girato sia di per sé stesso guardabile e esteticamente fruibile; o, peggio ancora, che basta rovistare nella vita altrui per realizzare un doc).
Anche se in molti casi il documentario percorre i medesimi territori del reportage, il genere di cui si sta parlando non va inteso come l’equivalente di un’inchiesta giornalistica, o di una ricerca etnografica, perché l’intenzionalità espressiva non ha soltanto una funzione strumentale. Ed è proprio svolgendo questo punto che si entra in un campo complicato, dall’interno del quale tuttavia si possono fissare tre aspetti centrali del racconto documentario.

Primo: il rapporto tra finzione e realtà (una questione decisiva, per esempio, anche nella narrativa contemporanea). In un certo senso, si può dire che la storia che racconta un doc prima non esisteva, come nella finzione pura; d’altra parte, nel caso del documentario non si tratta mai di una pura questione di finzione, cioè non si tratta mai di intendere il racconto come puro serbatoio dei narrabili. Così, se io leggo una storia in cui un signore svegliandosi è diventato uno scarafaggio, vado dietro all’illusio del testo – attuo quella che in narratologia è chiamata sospensione del’incredulità. L’istanza di verità non è compromessa, pur passando attraverso la metafora: è trascorso quasi un secolo, ma la storia di Gregor Samsa è uno dei racconti più visionari e più realistici mai scritti. Nel cinema doc di solito la situazione è diversa: la realtà in quanto stato di cose resta una traccia più inaggirabile, non spostabile.

Secondo: il documentario porta in primo piano, cioè trasforma in prospettiva di discorso privilegiata, il fatto che tra la rappresentazione – parola/immagine – e la realtà c’è – resiste – l’esperienza di cui si rende conto. Il cinema diventa messa in scena fisica dell’esperienza («luce e contatto»: questo è il documentario secondo le parole di uno dei suoi grandi autori, Johan van der Keuken). Lo spettatore fa esperienza di quella vita di cui si racconta e di cui però si chiede di rispettare la distanza. La storia lascia che i suoi protagonisti restinopersone, ovvero esseri sociali, senza trasformarsi o ridursi in personaggi. La soggettività d’autore, in questo senso, diventa fondativa in quanto atto di disposizione consapevole: come scelta stilistica che rende possibile non l’esistenza di quella storia, ma il suo ingresso nel mondo sociale: consente infatti che altri esseri umani pensino che quegli individui esistano.

Terzo aspetto cruciale del cinema documentario: il contratto tra chi racconta e chi ascolta  guardando – e viceversa. L’aspetto performativo e poietico resiste e si rilancia, anche nel documentario: è costitutivo della sua genesi come della sua struttura. Rispetto alle opere di finzione, è diverso però il patto narrativo, perché gli spettatori accettano di guardare qualcosa che per statuto non è fiction, sanno che non è fiction: l’immagine si sottrae alla funzione che più le è stata attaccatta addosso dalla società mediatica, cessa di essere puro  espediente spettacolare, per recuperare, attraverso il cinema movimento, una dimensione riflessiva e sociale. Il cinema riconquista, anche attraverso il documentario, una prassi di sguardo sulla realtà intesa anche come atto civile.

4.

Fare spazio al documentario significa partecipare di più al nostro tempo.

Per tutto quanto si è detto sin qui, infatti, una delle pratiche di racconto più significative della contemporaneità è proprio il documentario: che, annoverando tra i nomi più noti Flaherty, Dziga Vertov, Ivens, Rossellini, Antonioni, Olmi, Kubrick, Herzog, e il grande De Seta scomparso pochi giorni fa, arriva da una lunga tradizione di cinema sperimentale che solo uno sguardo puramente contenutistico potrebbe schiacciare sul Neorealismo (e farebbe torto ad entrambi).
Genere ibrido e trasversale, il documentario fa di questa trasversalità, piuttosto che l’occasione di una contaminazione alla moda, argomento di recupero del mondo esterno e delle esperienze reali che lo abitano. Oltre che per le ragioni discusse sopra, perché proprio l’uso dell’immagine documentaria fa vedere,rende nuovamente manifesto il mondo dell’esperienza anziché visualizzarlo: ci rimette in contatto con la possibilità che quelle cose che incontriamo attraverso sguardo e ascolto riluttino alle verità già pronunciate o già sapute su quegli oggetti. Le parole, le cose e le immagini, dunque.
Viviamo nell’epoca della riproducibilità tecnica della memoria: sempre di più il passato diventa, attraverso il digitale, non tanto “memoria”, “archivio”, ma “discarica” affollata di dati. La scelta autoriale dell’oggetto di cui si racconta, scavando nella memoria sociale e individuale della vita umana, aiuta a ritrovare uno sguardo attento, rovescia l’attitudine all’accumulo indifferenziato e compulsivo che in misura minore o maggiore minaccia qualunque mente connessa alla rete.

5.

Come muoversi dunque?

Guardare più documentari. Aderire alle iniziative a favore della proiezione di documentari nelle sale e negli spazi televisivi. Un veloce esempio della sconcertante gravità della situazione italiana si può avere cliccando nella sezione documentari del portale cinemaitaliano.info (http://www.cinemaitaliano.info/ricercafilm.php?tipo=anno&anno=2011&sub=doc) dove appare la lista dei doc realizzati quest’anno, quasi tutti accompagnati dall’indicazione “senza distribuzione”.
Entrare più in contatto anche con le esperienze di studio e di formazione legate al doc: per esempio la Zelig, a Bolzano (http://www.zeligfilm.it/), e la Scuola di Cinema Documentario Zavattini (http://www.scuolazavattini.it/).
Gli strumenti maggiori per saperne di più arrivano dal lavoro in rete. Si può vedere: EDN European Documentary Network: http://www.edn.dk/edn/; il link http://www.documentaristi.it/index2.htmldell’Associazione Documentaristi Italiani, riconosciuta in Italia ed all’estero come l’ente di rappresentanza ufficiale dei produttori e degli autori del documentario italiano, promuove la cultura del documentario (quest’anno è alla seconda edizione, in corso, del DOC/IT PROFESSIONAL AWARD); ITALIANDOC è un network di professionisti, società e festival interamente dedicato al documentario italiano: http://www.italiandoc.it/;http://www.ildocumentario.it/ è il portale sul cinema doc e alla sezione festival aggiorna mese per mese gli appuntamenti più importanti: http://www.ildocumentario.it/festival.htm); la sezione sui doc dihttp://www.sentieriselvaggi.it/260/DOCUMENTARIO.htmhttp://www.cinemadocumentario.it/: un progetto che si propone di sostenere e promuovere la cultura documentaria. E ancora: http://www.onthedocks.it/: primo network internazionale di distribuzione di documentari on line; onlinefilm (http://www.onlinefilm.org)una piattaforma nata qualche anno fa in Germania per facilitare la circolazione e la distribuzione dei documentarid. Ogni giovedì alle 14 Federico Raponi conduce un’eroica trasmissione dedicata ai doc: “Visionari”, che si può ascoltare in streaming su radio onda rossa (http://www.ondarossa.info/).
Alcune indicazioni bibliografiche sul documentario scelte tra le pubblicazioni più recenti: M. Balsamo – G. Pannone, L’officina del reale. Fare un documentario: dalla progettazione al film, CDG – Centro Documentazione Giornalistica, Roma 2010; G.  Gauthier, Storia e pratiche del documentario, Lindau, Torino 2008; M. Bertozzi,Storia del documentario italiano. Immagini e culture dell’altro cinema, Marsilio, Venezia 2008; P. Ward,Documentary: The Margins of Reality, Wallflower, London – New York, 2005; J. Breschand, Il documentario. L’altra faccia del cinema [2002], Lindau, Torino 2005; A. Aprà, voce “Documentario”, in Enciclopedia del Cinema Treccani, vol. II, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2003; C. A. Pinelli, L’ABC del documentario, Audino Editore, Roma 2001; A. Medici, La mediazione più corta. Appunti sul video documentario italiano, inElettroshock. 30 anni di video in Italia 1971-2001, a cura di B. Di Marino e L. Nicoli, Castelvecchi, Roma 2001; R. Nepoti, Storia del documentario, Patron, Bologna 1988; Il cinema allo specchio. Appunti per una storia del documentario, a cura di G. Bernagozzi, Quaderni di documentazione cinematografica, 5, Patron, Bologna 1985; E. Barnouw, Documentary: A History of Non-fiction film, Oxford University Press, New York, 1981.

Sono riuscita a pensare meglio agli aspetti qui discussi anche grazie a Maurizio Ferraris, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Feltrinelli, Milano 2009.

Infine, si indicano di seguito alcuni dei Festival del Documentario più importanti: il Festival dei Popoli, patria storica del documentarismo internazionale:  http://www.festivaldeipopoli.org; Torino Film Festival http://www.torinofilmfest.org; Salinadocfest: http://www.salinadocfest.it/; la sezione Orizzonti della mostra internazionale cinematografica di Venezia (http://www.labiennale.org/it/cinema/index.html); Bellaria Film Festival: http://www.bellariafilmfestival.org); IDFA-International Documentary Film Festival Amsterdam:http://www.idfa.nl; FIDMarseille: http://www.fidmarseille.org/dynamic/; Cinéma du réel – Festival international de films documentaires, Paris: http://www.cinemadureel.org/; Documenta Madrid Festival internacional dedicado en exclusiva al cine documental: http://www.documentamadrid.com/; la sezione Eurodoc del Sevilla European Film Festival (http://www.festivaldesevilla.com/); Internationales Dokumentarfilmfestival München: http://www.dokfest-muenchen.de/; la selezione dei Documentari della settimana della critica al Festival di Locarno: http://www.pardo.ch/jahia/Jahia/home/lang/it;  Das Kasseler Dokumentarfilm und Videofest: http://www.filmladen.de/dokfest/; DocsBarcelona:http://www.docsbarcelona.com/; Internationales Leipziger Festival Für Dokumentar und Animationsfilm:http://www.dok-leipzig.de/; la sezione Documentary Film Award dell’Internationales Film Festival Innsbruck:http://www.iffi.at/en/; LIDF – The London International Documentary Festival in association with the London Review of Books www.lidf.co.uk; Doclisboa International film festival:http://www.doclisboa.org/2011/en/home; Zurich Film Festival (sezione: International Documentary Film):http://www.zurichfilmfestival.org/en/home/; FIDADOC Festival International de Documentaire à Agadir:http://www.fidadoc.org/index.php; Annecy Cinéma Italien (sezione Competizione Documentari):http://www.annecycinemaitalien.com/index-ital.htm; Documentary Film Festival, Vancouver, Canada:http://doxafestival.ca/; EBS – International Documentary Film Festival di Seul:http://www.eidf.org/2011/index.php; Buenos Aires: http://www.bafici.gov.ar/home/web/es/index.html; RIDM-Rencontres Internationales du Documentaire de Montreal: http://www.ridm.qc.ca/fr.

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