Vivienne Westwood Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vivienne-westwood/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:32:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Vivienne Westwood Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vivienne-westwood/ 32 32 Vivienne Westwood, regina del punk https://minimaetmoralia.it/libri/vivienne-westwood-regina-del-punk/ https://minimaetmoralia.it/libri/vivienne-westwood-regina-del-punk/#respond Sun, 10 Apr 2016 05:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30493 Questo articolo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

«Disegnare modelli vuol dire raccontare una storia»: è una dichiarazione di intenti quella di Vivienne Westwood, all'interno della sua autobiografia scritta insieme all'attore e drammaturgo inglese Ian Kelly e pubblicata ora anche in Italia da Odoya (Vivienne Westwood, traduzione di Marilisa Pollastro, pp. 416, euro 20).

Ex enfant terrible della Swingin' London, famosa per le sue creazioni in Estremo Oriente più della regina Elisabetta o di Madonna, oggi attivista impegnata nella rivoluzione climatica, Westwood spiega il proprio obiettivo con chiarezza fin dalle prime pagine: «Non è una copia. Non può starci tutto quello che sono».

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Questo articolo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

«Disegnare modelli vuol dire raccontare una storia»: è una dichiarazione di intenti quella di Vivienne Westwood, all’interno della sua autobiografia scritta insieme all’attore e drammaturgo inglese Ian Kelly e pubblicata ora anche in Italia da Odoya (Vivienne Westwood, traduzione di Marilisa Pollastro, pp. 416, euro 20).

Ex enfant terrible della Swingin’ London, famosa per le sue creazioni in Estremo Oriente più della regina Elisabetta o di Madonna, oggi attivista impegnata nella rivoluzione climatica, Westwood spiega il proprio obiettivo con chiarezza fin dalle prime pagine: «Non è una copia. Non può starci tutto quello che sono».

Più avanti: «Crei qualcosa quando sei ispirato». Quanto al racconto di una storia, la sua e quella dei modelli che disegna, viene in mente Rudolf Nureyev quando diceva: «Mai danzare senza una storia in testa». Non a caso Westwood ha sempre paragonato la moda alla danza classica, per farla bisogna avere in primo luogo molta disciplina e bravi maestri.

La molta disciplina e i bravi maestri di Westwood, la stilista li ricorda uno dopo l’altro, seguendo nel libro la rigorosa cronologia dei fatti della sua vita, in una pausa di lavoro nei suoi attuali showroom parigini, al numero 13 di rue du Mail, in un vecchio edificio che un tempo è stato casa del compositore Liszt e poi sede della Gestapo.

Lì oggi Westwood si racconta, rivisitando l’infanzia faticosa ma felice durante e dopo la guerra (la seconda mondiale), una giovinezza ai tempi in cui insieme al rock’n’roll nasceva la parola “teenager” e la cultura giovanile, la prima vita adulta nelle periferie di Manchester e nei sobborghi di Londra, un matrimonio (con Derek Westwood, da cui ha preso il cognome), un figlio e un divorzio, l’incontro con Malcolm McLaren che le avrebbe cambiato la vita, la loro burrascosa ma produttiva storia d’amore. All’irrompere di McLaren nella sua vita segue a ruota l’avvento punk rock, che trova il proprio epicentro nella coppia Vivienne-Malcolm. Se i due non hanno inventato il punk, di sicuro hanno fatto in modo che non passasse inosservato.

Nel 1971 Westwood e McLaren aprono una boutique al 430 di King’s Road, a Londra, lui in cerca di un’estetica situazionista e di band da promuovere (prima i New York Dolls, poi i Sex Pistols), lei in cerca di un sound per i vestiti che realizzava. Lavoro e amore si mescolano in modo creativo generando un’infilata di boutique di successo (stesso indirizzo, nomi diversi), un figlio (il secondo per Vivienne), un look che viene sposato da una bizzarra popolazione di freak e varia celebrità. L’amore non dura, la coppia si separa (e anche malamente), Vivienne rischia di chiudere bottega, ma poi risorge più determinata di prima.

Se non ci lascia distrarre dal fitto elenco degli avvenimenti, la biografia di Vivienne Westwood è una raccolta di utili illuminazioni. Così sulla bellezza: «Devi cercare la bellezza. In tutto. In ogni momento. E in ogni persona». Sull’età giovane: «Ho vissuto tutta la vita come se fossi giovane, ma ora che sono vecchia mi rendo conto che la giovinezza non solo è preziosa, ma è proprio un’altra cosa».

Sul punk: «Il punk partì da un sentimento». Sulla moda punk: «Erano davvero abiti per eroi». Sulla moda in generale: «Io non credo nella mediocrità. Non puoi spronare le persone a cambiare le cose facendole sentire umiliate e offese… Devi farle sentire favolose». Sul come cambiare il mondo attraverso se stessi: «Nella ricerca di nuove idee comincerai a pensare, e questo cambierà la tua vita. E se cambi la tua vita, cambi il mondo». Facile così.

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Tutto il resto è punk https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/#comments Mon, 10 Jun 2013 13:39:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14597 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL - la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL – la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

L’ultimo e tra i più attesi eventi di questa stagione è una mostra imponente e molto cool al MET, il Metropolitan Museum of Art di New York: PUNK: Chaos to Couture (dal 9 maggio al 14 agosto). Per avere un parametro della mondanità dell’evento, basta dire che a precederlo, la sera del 6 maggio, è un (decisamente poco punk) gala di beneficenza con testimonial l’attrice Rooney Mara, la giornalista di Vogue e socialite newyorkese Lauren Santo Domingo, lo stilista Riccardo Tisci e la regina della moda Anna Wintour. Indubbiamente più “couture” che “chaos”, anche se la mostra al MET è solo uno di una lunga infilata di eventi che ultimamente sembrano avere come obiettivo quello di trasformare la città in una sorta di parco a tema punk. Piacevole per certi versi, vagamente inquietante per altri.

Sono a New York da un paio di mesi e ho già presenziato, nell’ordine: 1. a un concerto sinfonico per bambini con Patti Smith a fare da voce narrante al Lincoln Center e a un suo mini live per l’inaugurazione della sede estiva del MOMA PS1 a Rockaway Beach; 2. alla proiezione di Punking Out, raro documentario del 1978 sul CBGB’s e la scena punk newyorkese, e a un incontro dibattito con Debbie Harry e Chris Stein dei Blondie e il giornalista Will Hermes (autore del bel libro sulla scena musicale newyorkese di metà anni settanta Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever, Faber & Faber), alla New York Public Library for the Performing Arts sempre al Lincoln Center; 3. a tre presentazioni, una con party annesso dentro uno degli edifici della New York University, dell’affascinante autobiografia di Richard Hell I Dreamed I Was a Very Clean Tramp(Ecco/HarperCollins).

Sempre in questi due mesi ho comprato e letto, insieme al libro di Hell, i bei volumi illustrati The Best of Punk Magazine curato da John Holstrom (It Books), Punk: An Aesthetic a cura di Johan Kugelberg e con scritti di Jon Savage, William Gibson e Linder Sterling (Rizzoli New York) e Punk Press: Rebel Rock in the Underground Press 1968-1980 di Vincent Bernière e Mariel Primois (Harry N. Abrams). Non sono una punk e nemmeno una nostalgica, solo consumo il meglio di quello che mi offre la piazza.

Per una sintesi perfetta dell’attitudine punk, del resto, è sufficiente ascoltare uno scambio di battute tra Debbie Harry e Will Hermes seduti davanti a una foto scattata a un certo punto degli anni settanta da Christ Stein. Nella foto Debbie Harry è con Joan Jett. Hermes le chiede: “Dove l’hai presa la maglietta che hai nella foto?” E Debbie Harry: “Al supermercato, mi pare”. Ecco, questo era il punk.

E se i migliori (e più glamour) della scena le magliette le compravano al supermercato, fa sorridere l’idea che il MET oggi dedichi una delle sue mostre di punta al punk, spiegando alle masse come una moda nata proprio per non essere alla moda sia stata copiata da stilisti, grandi case di moda e parrucchieri per trasformarla in qualcosa d’altro, di elegante, di estremamente costoso. Evoluzione indubbiamente vera (accadeva già in tempo reale in Inghilterra con i Sex Pistols, Malcolm McLaren e Vivienne Westwood in una piccola boutique di King Road ora riprodotta in scala all’interno del MET) testimoniata oggi e in questi ultimi quarant’anni dalle collezioni di John Galliano, Alexander McQueen, Katherine Hamnett o Moschino.

Scrive Hell nella sua autobiografia parlando di vestiti e tagli di capelli: “Era una cosa che dovevi farti da solo, e con cui esibivi il tuo essere libero dalla proprietà, e anche dall’eleganza”. Per essere liberi dell’eleganza i punk si strappavano i vestiti e si tagliavano i capelli da soli, ignari che il DIY (Do It Yourself, ovvero “fai da te”) sarebbe diventato anch’esso una moda. Detto con altre parole, e non alludendo solo alla moda, puoi provare a controllare il tuo di futuro (o deciderne di non averne) ma non puoi prevedere il futuro degli altri.

A proposito del “no future”, slogan che salta fuori ogni volta che si parla di punk, è illuminante Hell nel suo libro lì dove spiega che non c’è niente di nichilista, suicida o pessimista nel dire e nel pensare che il punk o il rock and roll non abbiano futuro. Dice: “È l’adolescenza a non avere futuro, e il rock and roll è la musica dell’adolescenza”. Ovvero, non puoi essere adolescente per tutta la vita, e quando cresci è anche il caso che molli. Ancora Hell, in un’intervista rilasciata a Lester Bangs nel 1977, esagerando per schivare gli stereotipi già all’epoca ampiamente abusati: “Una cosa che ho cercato di restituire al rock and roll è la consapevolezza che sei tu che inventi te stesso. È per questo che ho cambiato nome, che mi sono inventato look, taglio di capelli e tutto il resto. Perché è normale che se inventi te stesso, poi ti ami. L’idea di inventare te stesso consiste nel creare la tua immagine più ideale. E quindi è una cosa totalmente positiva”. In quella stessa intervista Hell riuscì a dire che alla fine anche il “blank”, lo spazio vuoto della sua canzone Blank Generation, era positivo. “È una riga che puoi riempire come ti pare. È una cosa positiva. L’idea è che puoi scegliere di fare di te tutto quello che vuoi, sei tu a riempire lo spazio vuoto”. Oggi dice che il ragionamento è verosimile, ma che era anche una forzatura dettata dal non volere essere trasformato da Bangs in simbolo di anti-vita. Di sicuro c’è che il punk, quantomeno come moda, è tutt’altro che morto.

Nel sito dell’autorevole e leggendaria rivista Punk (creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeil nel 1975, sdoganando al mondo il termine “punk rock” inventato pochi anni prima dai giornalisti di Creem), per esempio, si vendono portachiavi. Uno esibisce la scritta “Watch Out! Punk Is Coming!!” (Stai attento! Il punk sta arrivando!!), alludendo a un improbabile futuro di cui è poco chiaro quale scena musicale potrà mai farne parte.  A casa di Hell, in testa a una piccola pila di cd, svetta il primo album dei Libertines. Quel disco ha più di dieci anni, ma verrebbe da dire che a oggi resta una delle cose più punk di questo nuovo millennio.

La scorsa estate sempre a New York, ad anticipare il gran rispolvero che sarebbe avvenuto quest’anno, il CBGB’s (meglio: quel che ne resta, ovvero il logo) ha provato a riesumarsi da sé organizzando un grande festival. Quattro giorni in cui in vari locali downtown hanno suonato più di trecento band e in un paio di cinema hanno proiettato il meglio dei documentari sulla scena punk e non solo. Di quel festival ho visto qualche live e molti buoni film, ma l’unica cosa di cui ho memoria è un furgone fast-food posteggiato davanti a uno dei cinema che ospitava il festival. Sul furgone la scritta “Marky Ramone’s Brooklyn’s Own Marinara Pasta Sauce” (sugo per pasta alla marinara di Marky Ramone, Brooklyn), e in bella vista decine di barattoli di salsa di pomodoro con disegnato sull’etichetta nera, a mo’ di logo dei Ramones, Marky che suona la batteria. Una cosa così non la dimentichi. E poi però ci ripensi e dici: già, ma anche questo è punk.

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