Von Rezzori Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/von-rezzori/ un blog di approfondimento culturale Mon, 16 Sep 2019 22:29:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Von Rezzori Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/von-rezzori/ 32 32 Discorsi sul metodo – 15: Andrew Miller https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-15-andrew-miller/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-15-andrew-miller/#comments Wed, 18 Nov 2015 13:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29084
Andrew Miller
è nato a Bristol nel 1960. Il suo ultimo libro edito in Italia è
Pura (Bompiani 2014)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un numero fisso di battute perché se pensassi che devo farne cinque, dieci o quindicimila penserei a quello invece che al romanzo. Però cerco di stare più ore possibile al giorno sul libro, quello sì.
Va detto che nel corso del lavoro di un libro ci sono momenti molto diversi. All'inizio, quando accumulo materiale, sono pieno di energia e posso lavorarci anche tutto il giorno. Alla fine, quando sento che il libro sta avviandosi alla conclusione, accade la stessa cosa ma perché sento che il traguardo è vicino e voglio correre. I problemi emergono quando sono a metà del lavoro, o poco prima di metà. Lì la mia natura indisciplinata viene fuori e mi capita anche di accontentarmi di aver scritto per una quarantina di minuti.

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Andrew Miller
è nato a Bristol nel 1960. Il suo ultimo libro edito in Italia è
Pura (Bompiani 2014)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un numero fisso di battute perché se pensassi che devo farne cinque, dieci o quindicimila penserei a quello invece che al romanzo. Però cerco di stare più ore possibile al giorno sul libro, quello sì.
Va detto che nel corso del lavoro di un libro ci sono momenti molto diversi. All’inizio, quando accumulo materiale, sono pieno di energia e posso lavorarci anche tutto il giorno. Alla fine, quando sento che il libro sta avviandosi alla conclusione, accade la stessa cosa ma perché sento che il traguardo è vicino e voglio correre. I problemi emergono quando sono a metà del lavoro, o poco prima di metà. Lì la mia natura indisciplinata viene fuori e mi capita anche di accontentarmi di aver scritto per una quarantina di minuti.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Abito in questo piccolo villaggio del Somerset, Witham Friary, e scrivo a casa. D’estate vado in mansarda, c’è una buona luce che arriva dal tetto. D’inverno però lì fa troppo freddo e allora vado giù, davanti al caminetto. Una volta avevo una routine precisa, piena di rituali ed esigenze, ma da quando ho dei bambini piccoli è saltato tutto e ho dovuto imparare a scrivere dove capita e quando capita, tant’è che oggi riesco a scrivere anche in aereo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Qualcosa a mezzo tra le due cose. Faccio un numero considerevole di piani e schemi del romanzo a venire per permettermi di cominciare. Poi quando parto veramente non li seguo più, la scrittura prende vita va da sola fregandosene degli schemi. Ma ciò non significa che siano inutili, o ridondanti: senza di essi non riuscirei a fissare i parametri necessari a cominciare il lavoro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Mi piace finire velocemente la prima bozza. Deve muoversi, così la tiro giù come viene, seguo l’energia e la linea d’interesse. Se vedo che non funziona ricomincio da zero, piuttosto che correggere o aggiustare. All’inizio dei lavori un romanzo deve galoppare – e farti galoppare – altrimenti vuol dire che hai un problema.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sarebbe bellissimo ma non ci riesco. Anche solo un libro prende così tanto tempo… Ci vorrebbero giorni con quaranta, cinquanta ore.

Carta o computer?

Comincio sempre con la carta, sia per gli schemi che per il testo. Non riuscirei a cominciare su schermo, nelle prime bozze devo avere la sensazione dell’azione fisica: la postura è diversa, il corpo e la mente agiscono in modo diverso. In effetti anche nelle stesure successive, quando ormai sono passato al computer, se mi blocco su qualche passaggio torno nuovamente sulla carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Sì, medito. Negli ultimi anni è diventato sempre più importante. Di solito medito per un periodo che va da quaranta minuti a un’ora, subito prima di lavorare. Mi permette di andare subito oltre la linea. Intendiamoci, questa barriera puoi tranquillamente romperla anche scrivendo, ma se la rompi prima risparmi tempo, e il tempo è tutto.

Come hai esordito?

Ci è voluto moltissimo, anzitutto a scrivere il libro. Sette anni solo per la prima bozza, e non avevo idea di quale fosse il mio percorso. Ero completamente perduto. Una cosa che ho imparato solo successivamente è che perdersi è parte dello scrivere e non devi spaventarti, ma quando non lo sai ancora, può essere forte la sensazione di star sbagliando tutto. Quando il libro finalmente fu finito però fui fortunato e trovai velocemente un editore – da lì la mia vita cambiò per sempre, dato che ebbi la conferma che quel che scrivevo aveva un senso e un valore.andrewmiller-large

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Ogni volta che comincio un libro cerco di reinventare il modo in cui lo scrivo. Credo che ci sia una unità non solo tra forma e contenuto ma anche tra metodo, forma e contenuto. Se il metodo è nuovo, un po’ diventa nuovo anche il libro. Al di là di ciò, oggi penso anche di avere un senso molto chiaro delle fasi del lavoro, non brancolo più nel buio e addirittura mi rendo conto del punto in cui sono rispetto al potenziale completamento dei lavori, una cosa che prima era impensabile.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Prima di tutto direi tutti i libri che ho letto da bambino. Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei primi libri che si leggono. Per me ad esempio furono cruciali quelli di Rosemary Sutcliff. Successivamente, durante la prima adolescenza, mi fissai con D.H. Lawrence e Thomas Hardy. Poi a diciotto anni scoprii la letteratura europea, in particolare Franz Kafka, Italo Calvino, Milan Kundera. Infine, dopo la fine dell’adolescenza, i grandi romanzieri americani come Bellow e Updike. Ecco la mia formazione in estrema sintesi.

“Esisti” online?

No. Gli editori devono occuparsi della presenza online dello scrittore, visto che è un aspetto del marketing. Magari se fossi più giovane avrei un Twitter o un Facebook per stare in contatto con gli amici, e lo utilizzerei, ma se lo mettessi su oggi sarebbe solo uno strumento promozionale e non mi sentirei a mio agio a stare lì a ”vendere” la mia roba, a quello ci devono pensare altri.

[15 – continua; le precedenti interviste: Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Discorsi sul metodo – 8: Tom McCarthy https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-8-tom-mccarthy/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-8-tom-mccarthy/#comments Sun, 02 Nov 2014 14:33:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24107 Tom McCarthy è nato a Londra nel 1969; il suo ultimo libro edito in Italia è C (Bompiani 2013)
Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende dai periodi, la giornata di lavoro può andare da zero a dieci ore, senza particolari costrizioni. La maggior parte del tempo non scrivo, o scrivo frasi sparse. Quando scrivo per così dire "normalmente", senza mettermi sotto pressione, mi sa che faccio sulle mille parole in un giorno, ma la verità è che non ho questo tipo di approccio, tendo più ad alternare periodi di non scrittura a periodi di lavoro molto, molto intenso.

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Tom McCarthy è nato a Londra nel 1969; il suo ultimo libro edito in Italia è C (Bompiani 2013)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende dai periodi, la giornata di lavoro può andare da zero a dieci ore, senza particolari costrizioni. La maggior parte del tempo non scrivo, o scrivo frasi sparse. Quando scrivo per così dire “normalmente”, senza mettermi sotto pressione, mi sa che faccio sulle mille parole in un giorno, ma la verità è che non ho questo tipo di approccio, tendo più ad alternare periodi di non scrittura a periodi di lavoro molto, molto intenso.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Lavoro sempre e solo alla British Library, è un luogo eccellente per scrivere. Ho uno studio a metà con mia moglie e a volte lo uso, ma preferisco di molto la British Library. Da quando ho figli, poi, sono loro a dettare i tempi, anzitutto con la scuola, dunque mi sono adattato a orari borghesi, 10-17, senza stare sveglio la notte e addirittura senza bere e usare droghe mentre scrivo. La vita è curiosa.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Sì, certo, faccio diagrammi enormi al muro, grafici e schemi e pittogrammi, ho un approccio estremamente visivo e strutturalista. Prima di scrivere, e poi mentre lavoro, faccio continui diagrammi della trama, delle sottotrame, dei collegamenti narrativi e simbolici, e di tutti i livelli di significato del romanzo.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Cerco di lavorare anche cento volte per pagina, riscrivo e riscrivo ogni passaggio. Quando lavoro seriamente devo ottenere pagine che mi sembrano belle o mi sento un coglione che sta dicendo assurdità e cose inutili. mccarthy-tom

Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, lo faccio; non due romanzi insieme, in genere un romanzo e un saggio, o un romanzo e un testo ibrido, cose così. Ad esempio C e Tin Tin e il segreto della letteratura li ho scritti in contemporanea, avevano forti affinità nascoste e si alimentavano a vicenda. Lavoro sempre a molti progetti in contemporanea, inoltre anche i miei progetti artistici sono per me né più né meno progetti letterari, anche quando li attuo interamente nel mondo dell’arte.

Carta o computer?

Computer, sempre. Nel ’93 avevo una macchina da scrivere della Stasi che avevo preso a un mercatino e la usavo pure, ma in generale utilizzo solo il computer, da quando c’è Internet poi il computer è diventato un oggetto davvero affascinante, imprevedibile, anche se ci sono gli sbirri dentro – dico Google, Facebook e gente del genere – e ciò ovviamente mi fa orrore.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Il totale e più assoluto silenzio. Quando scrivevo Déjà-vu ascoltavo molta musica piena di loop per trovare un certo tipo di passo, ma non mi è più ricapitato.

Come hai esordito?

La mia storia è particolare, Déjà-vu era stato rifiutato da tutti gli editori a cui l’avevo proposto. Alla fine sono riuscito a pubblicarlo con un editore d’arte e venne distribuito, con una tiratura piuttosto esigua, solo nei suoi circuiti di riferimento, come bookshop di musei d’arte contemporanea e istituzioni artistiche. Tuttavia, molto lentamente ma anche inesorabilmente, il libro cominciò a trovare i suoi lettori e un suo seguito, fino a diventare, per così dire, un libro di culto. E giustamente, quando i grandi editori riapparvero per bussare alla porta, quell’editore non volle mai venderglielo, dicendo qualcosa tipo “eh no ragazzi, questa ormai è un’opera d’arte, mica editoria, cosa credete…”
Questo fatto mi ha portato a una riflessione, di fatto il mondo dell’arte anche se ha meccanismi diversi da quello dell’editoria, e ha anche i suoi bei difetti, è più libero, più ardito nell’esplorare forme e contenuti, voglio dire, con chi parlo di Pynchon o Burroughs? Ma con i miei amici artisti! Vado a casa loro e li becco a leggere Lautreamont e Virginia Woolf e i romanzi di Beckett – Beckett è cruciale, pensa anche ai collegamenti tra lui e Neumann… Mentre un sacco di scrittori, se li incontri e gli chiedi cosa stanno leggendo, scopri che leggono Franzen! Ti rendi conto, dove vuoi che vadano…

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

I miei interessi sono gli stessi, anche se si evolvono e mutano, i punti focali si spostano. Mentre scrivevo C mi sono interessato a Kafka, Musil, Mallarmé, che conoscevo ma non con sufficiente profondità, e ovviamente mi stanno influenzando anche adesso che C è finito, cerco di ampliare sempre il tiro, creo problemi da risolvere, li risolvo, creo altri problemi…

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Joyce sempre Joyce, l’Ulisse su tutto e tutti. Conrad, Melville, Shakespeare, ma vabbe’, questi sono ovvi, se scrivi in inglese e non ti hanno influenzato forse stai sbagliando qualcosa… Poi Hergé, l’autore di Tin Tin, ma anche David Lynch, Warhol, i confini tra discipline sono più porosi di quanto non si creda, e sempre più lo diventeranno, C ad esempio è fortemente influenzato anche da Cocteau, che questa cosa l’aveva ben capita, e prima di molti…

“Esisti” online?

La mia organizzazione, l’International Necronautical Society, ha un account twitter. Ha anche un Capo della Propaganda. Quando non ci sono eventi da annunciare o raccontare, quel twitter si mette a pubblicare brani di Moby Dick. La verità è che con un nome comune come il mio sono sovrarappresentato online, ci sono moltissimi Tom McCarthy su Internet, alcuni sono pure famosi, tu mi cerchi e vedi continuamente facce altrui, c’è una narrazione originale e finzionale, multipla e delirante che va avanti anche da sola, non potrei fare di meglio.

[8 – continua; le precedenti interviste possono essere lette qui, qui, qui, qui, quiqui e qui]

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Discorsi sul metodo – 7: Dave Eggers https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-7-dave-eggers/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-7-dave-eggers/#comments Sun, 19 Oct 2014 05:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23906 Riprendono con Dave Eggers i Discorsi sul metodo con le interviste agli ospiti del Premio Von Rezzori.

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Dave Eggers è nato a Boston nel 1970. Il suo ultimo libro è Il cerchio, in uscita per Mondadori a novembre.

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Nei giorni in cui scrivo – dico, in cui scrivo seriamente, in cui lavoro a un romanzo – lavoro esattamente otto ore e devo trascorrerle ininterrottamente nello stesso posto. Negli anni più recenti questo posto è una stanza a casa mia, e non la lascio per nessun motivo per otto ore esatte dal momento in cui mi metto al lavoro.
Una sessione quotidiana di scrittura deve portare a non meno di 800 parole, ovvero, per la lingua inglese, 4000 battute. Meno è inaccettabile.

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Dave Eggers è nato a Boston nel 1970. Il suo ultimo libro è Il cerchio, in uscita per Mondadori a novembre.

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Nei giorni in cui scrivo – dico, in cui scrivo seriamente, in cui lavoro a un romanzo – lavoro esattamente otto ore e devo trascorrerle ininterrottamente nello stesso posto. Negli anni più recenti questo posto è una stanza a casa mia, e non la lascio per nessun motivo per otto ore esatte dal momento in cui mi metto al lavoro.
Una sessione quotidiana di scrittura deve portare a non meno di 800 parole, ovvero, per la lingua inglese, 4000 battute. Meno è inaccettabile.

Dove scrivi?

Scrivo da disteso. Su un letto, quindi; su un divano, o su un materasso. Adesso ho buttato un letto in una stanza extra di casa mia, che è diventata così una specie di lurido studio. Prima usavo un materasso nel garage ma era troppo sudicio, era diventato degradante. Io sono una persona molto disordinata nel privato, lascio sporco, fogliacci e residui ovunque, rovino proprio le stanze.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Quando sento che è nata un’idea che potrebbe portare a un libro, prendo appunti e faccio schemi per qualche giorno, a volte per qualche settimana. Poi a un certo punto, se l’idea si rivela buona, arriva un momento in cui “sento” che posso cominciare: riassemblo gli appnti, riorganizzo gli schemi e da lì parto a scrivere.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Una volta che attacco, cerco di arrivare a una bozza completa, anche quando sento che alcune cose dovranno cambiare o sono proprio sbagliate. Nei casi estremi capita di revisionare alcune parti mentre procedo, ma in generale non sono un cesellatore. Voglio arrivare a una bozza, bella o brutta che sia – di solito più brutta che bella – sulla quale poi lavorare, a mente più fredda, sulla revisione.

Scrivi più libri in contemporanea?

In genere la “fase appunti” di un libro comincia mentre sono a mezzo del precedente. Quindi si può dire che scriva sempre due libri in contemporanea, ma solo in un ottica “stesura libro A”, “appunti libro B”. Non faccio mai due stesure in contemporanea

Carta o computer?

Appunti e schemi e a volte anche qualche pagina su carta, stesura al computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?100eggers

Cambiano con l’età. Di questi tempi ho preso a leggere per un’ora e mezza esatta. Mi sveglio, preparo i miei figli e li mando a scuola, poi leggo per novanta minuti prima di attaccare a scrivere. Solo romanzi di gente morta. È proprio una cosa psicologica, un po’ superficiale se vogliamo, dato che non ha troppo a che fare con l’essere o meno un classico: il fatto che il libro sia scritto da un morto mi calma, mi rassicura e mi fa entrare in un certo qual “flusso”. In realtà c’è stata un’eccezione, qualche mese fa mi sono trovato a leggere Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov, che poi ho ritrovato qui a Firenze, e lui a occhio è ancora decisamente vivo…

Come hai esordito?

Mandai il manoscritto in giro, come tutti. In realtà mandavo estratti, il libro non era neanche finito. Tra gli invii che feci ci furono dieci pagine che spedii a un tipo che avevo incontrato per caso, un editor mio coetaneo di nome Jeff Klutsky, che mi piaceva perché era gentile, al punto di sembrare molto saggio. Gli piacquero e accettò sulla fiducia, quindi fui molto fortunato rispetto ad altri scrittori che magari ci mettono anni prima di trovare un editore o anche solo un agente.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Penso che sia cambiato molto, a quei tempi andavo d’istinto, oggi ho capito che ogni storia deve avere la sua forma, e dato che tendenzialmente scrivo libri molto diversi tra loro, mi sono dovuto porre un sacco di domande sullo stile, sulla lingua e sulla struttura, domande che prima neanche mi passavano per il cervello… Inoltre, dato che forma – intesa come combinazione di prosa e struttura – in buona sostanza è tutto, il metodo di lavoro deve cambiare da libro a libro. Direi quindi che sono diventato più flessibile, il che, visto che nel frattempo uno invecchia, credo sia qualcosa di positivo.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Su tutte, Herzog di Saul Below. Poi, come per tanti altri, Moby Dick di Melville. E mi sa anche Fuoco Pallido di Nabokov. Vale la pena però dire che potevano essere anche altri libri, a patto che fossero capolavori: li lessi in un momento in cui ero magari meno flessibile operativamente, ma più influenzabile, più malleabile, da elementi esterni, pensavo ancora in modo vago alla possibilità di scrivere libri, avevo molte idee ma poco chiare, e incappai in quei tre romanzi. Magari un lettore può venire da me oggi e dire che l’influenza non è evidente, ma il fatto è che la loro qualità strutturale, innanzi tutto, mi eccitò moltissimo e mi accese un fuoco dentro: un fuoco rispetto a una certa idea di romanzo.

“Esisti” online?

No, non ho tempo. Non scriverei i libri se avessi Facebook, non sono un buon multitasker. Inoltre non metto mai testi originali online prima della pubblicazione, quindi forse sarebbe pure noioso. La mia rivista McSweeney’s ha un sito e dei social, ma non li gestisco io, c’entra anche il fatto che rispetto a Internet sono vecchiotto, c’è gente più giovane di me che lo fa meglio e più facilmente di come lo farei io.

[VII – continua; le precedenti interviste possono essere lette qui, qui, qui, quiqui e qui]

L'articolo Discorsi sul metodo – 7: Dave Eggers proviene da Minima et Moralia.

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https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-7-dave-eggers/feed/ 1
Discorsi sul metodo – 4: Jonathan Lethem https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-4-jonathan-lethem/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-4-jonathan-lethem/#comments Tue, 24 Jun 2014 13:30:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21700 Continuano i Discorsi sul metodo con gli ospiti del premio Gregor Von Rezzori – e, in questo caso, anche della sede fiorentina della NYU. Le precedenti interviste possono essere lette qui, qui e qui).

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Jonathan Lethem è nato a New York nel 1957. Il suo ultimo libro edito in Italia è I giardini dei dissidenti (Bompiani 2014)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non conto più le ore né le battute, ma ho una regola semplice e inderogabile. La mia regola è: scrivi tutti i giorni. Se ogni giorno faccio qualcosa per il libro in lavorazione, che siano quarantacinque minuti o sei ore, che sia un paragrafo o due pagine, allora mi sento a posto con me stesso.

L'articolo Discorsi sul metodo – 4: Jonathan Lethem proviene da Minima et Moralia.

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(Le precedenti interviste possono essere lette qui, qui e qui).

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Jonathan Lethem è nato a New York nel 1964. Il suo ultimo libro edito in Italia è I giardini dei dissidenti (Bompiani 2014)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non conto più le ore né le battute, ma ho una regola semplice e inderogabile. La mia regola è: scrivi tutti i giorni. Se ogni giorno faccio qualcosa per il libro in lavorazione, che siano quarantacinque minuti o sei ore, che sia un paragrafo o due pagine, allora mi sento a posto con me stesso.

In genere, di solito, faccio una pagina al giorno, sulle duemila battute, ma se faccio di meno, anche per più giorni consecutivi, non mi interessa, l’unica regola è quella dello scrivere tutti i giorni, a ogni costo. Poco più di due mesi fa ho mancato un giorno e mi è dispiaciuto molto. Adesso sono sessantaquattro giorni che vado bene, spero di continuare*.


Dove scrivi? Hai orari precisi?

Le mie ore di scrittura sono di solito quelle della mattina, prendo il caffè, guardo la posta e a volte rispondo se ce ne sono di urgenti, ma poi cerco di cominciare il prima possibile. Di solito funziona, non ho una cattiva disciplina. Il luogo in cui scrivo cambia sempre, recentemente in California era una stanzina tipo monastero, ma di solito a casa ho una stanza con una finestra e una bella vista, che aiuta. Adesso che sono per un po’ qui a Firenze vado anche all’aperto, nei giardini di Villa la Pietra o della città perché è molto bello, ma a conti fatti non sono legato al luogo, posso fare il mio anche in una stanza d’albergo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

A volte è necessario fare lavoro strutturale prima di cominciare a scrivere. Una cosa che faccio sempre, ad esempio, è una lista dei capitoli che già “vedo”, ovviamente non c’è una volta in cui non si riveli clamorosamente incompleta, ma resta comunque una mappa molto utile.

In realtà se potessi vorrei evitare questa fase, sono sempre più convinto che la scrittura di getto abbia altre interessanti virtù, ma finora non sono mai riuscito ad abbandonare del tutto gli schemi. Oggi cerco di farne il meno possibile, quello sì. Li butto giù e appena mi sembrano sufficienti li appiccico al muro e cerco di attaccare a scrivere subito.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Non sono tipo da bozza scritta di getto. Tendo senz’altro e inevitabilmente a lavorare e rilavorare ogni pagina, riguardandola, rileggendola e ritoccandola centinaia di volte mentre lLethem author photo cred Mara Faye Lethema scrivo. Il computer lo permette. In effetti a causa del computer il mio processo creativo è cambiato completamente.
Seguendo questo procedimento faccio in genere due riscritture dell’intero testo, entrambe molto accurate, e poi vado per la terza che è quella definitiva.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sarebbe bello, infatti a volte ci provo ma finisco sempre per lavorare a un libro per volta.

Carta o computer?

Pur avendo cominciato su carta oggi lavoro, schemi a parte, esclusivamente al computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Cerco di limitarli perché poi finisco per esserne vittima. Ho una maglia fortunata che comprai per 25 cent nel 1983. Ecco, la maglia fortunata deve essere rigorosamente indossata.

Come hai esordito?

Ci sono voluti dieci anni di invii, rifiuti e riscritture: non avevo contatti di alcun tipo nel settore, né tantomeno vantaggi come, che so, l’essere già noto per qualche altro motivo, dunque è stata dura. Molto, molto dura.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Be’ direi che è cambiato tutto. Non tanto perché sono cambiato io quanto per i cambiamenti del mondo intorno. I miei primi tre romanzi li ho scritti su macchina da scrivere – sì, sono così vecchio – e a quei tempi una bozza era una cosa estremamente “fisica”, era un oggetto – e molto importante – e dunque ti ci rapportavi in modo diverso, anzi aveva proprio una funzione diversa. “Rifare la bozza” significava distuggerla e rifarla. “Fare una riscrittura” significava ribattere tutto per intero mentre cambiavi le cose che volevi cambiare. “Rifare un paragrafo” voleva dire rifare una pagina. Si capisce dunque che il rapporto col testo era molto diverso. Per lo più era peggio, intendiamoci, però era un approccio che, scopro adesso, aveva le sue cose da insegnare, tant’è che a volte, quando insegno scrittura, consiglio agli aspiranti di provare almeno una volta nella vita a scrivere a macchina o almeno a stampare e poi riscrivere ricopiando dal testo stampato, senza riaprire il file.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Senza dubbio un libro di W. Somerset Maugham, La resa dei conti: lo lessi e mi diede la prima vera idea di come pensa uno scrittore, di come “deve essere” uno scrittore. Mi sa che se lo rileggessi oggi neanche mi piacerebbe, anzi a pensarci bene sicuramente no, ma allora fu assolutamente decisivo.

“Esisti” online?

No, non pubblico testi online e non ho profili di alcun genere: ho deciso di rinunciare a Twitter e Facebook e usare quel tempo per avere, invece, dei figli.


* diciotto giorni dopo l’intervista, reincontrando Lethem, ha confermato di essere adesso a 82.

 

[IV – continua]

 

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Discorsi sul metodo – I: Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-1/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-1/#comments Thu, 27 Jun 2013 13:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14756 In questa prima parte, le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín. Nella prossima, quelle di Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. * * * Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Il suo ultimo libro edito in Italia è Al limite della notte (Bompiani […]

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In questa prima parte, le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín. Nella prossima, quelle di Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer.

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Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Il suo ultimo libro edito in Italia è Al limite della notte (Bompiani 2010).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non mi confronto con quanto scrivo ma con quante ore faccio. Scrivo minimo quattro ore al giorno e massimo sei; la quantità di pagine prodotte varia a seconda dei periodi. Capita che ci siano giorni molto improduttivi in termini di pagine scritte e non è mai bello, ma non voglio forzarmi a scrivere cose che non voglio. Dopo sei ore stacco anche se ho prodotto pochissimo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo sempre e solo la mattina, devo passare dal sonno e dai sogni alla scrittura, immediatamente, mantenere il mio mondo mentale e le mie credenze più profonde e trasferirli in un mondo inventato. La mia scrittura sta tutta lì, se mi faccio troppe ore nel mondo reale e poi scrivo, mi ritrovo corrotto, a volte pure offensivo: devo necessariamente stare nel mio mondo di fantasia.
Scrivo sempre nel mio studio a New York, è un posticino che mi sono preso, a venti minuti dal mio appartamento: ogni mattina vado lì a timbrare il cartellino e mi sento come uno che ha un vero lavoro.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

In genere parto con una singola idea, una scena, e poi la seguo, cerco di capire dove vuole andare e obbligo i personaggi a condurla. In effetti per me i personaggi sono come impiegati, il cui mestiere è portare in fondo la storia. Quindi lavoro molto su di loro e poi lascio che la storia proceda.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Tantissime riscritture, magari non nell’ordine delle centinaia, ma sicuramente delle svariate decine. Visto che invento via via che vado avanti, mi trovo sempre a dover riscrivere intere parti, ogni volta che un personaggio o una linea narrativa prendono un’altra forma. All’inizio è tutto un casino, poi via via che questa o quella cosa si coagula, porta con sé modifiche da fare anche su quanto è scritto in precedenza; allora torno indietro e riscrivo. Nonostante decida molte cose in corso d’opera, ogni tot pagine devo sentire che sto ottenendo risultati almeno decenti prima di poter andare avanti, quindi ogni tanto mi fermo, edito in modo profondo un blocco di cento o duecento pagine, rimetto tutto a posto e poi riparto con le cose nuove; se non lo facessi avrei la sensazione di costruire una baracca tutta storta.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo solo un libro alla volta. Mi piacerebbe fare diversamente, ma non ci riesco.

Carta o computer?

Sempre e solo computer. È essenziale per me scrivere sul computer, finché esistono solo su schermo, le storie e i personaggi sono come sogni che ancora non si sono solidificati. Se vanno su carta per me è come se diventassero più veri, non potrei mai fare bozze su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Quando comincio a scrivere metto della musica per muovere l’aria dello studio, altrimenti è ferma e non mi ispira. Ma appena attacco a lavorare la spengo. Poi ho questo muro, di fronte al mio computer (la finestra sta sul lato): a ogni romanzo che scrivo ci appiccico foto, appunti, oggetti… Cose che mi causano associazioni mentali, anche abbastanza distanti. In questo momento per esempio ci sono un uccello imbalsamato su un ramo, un disegnino fatto da un mio amico e delle piume colorate.

Come hai esordito?

È stato difficilissimo, ci sono voluti anni, mi rifutavano tutto, romanzi, racconti, ci voleva una vita a ricevere una risposta e poi era sempre negativa. Poi finalmente mi accettarono un capitolo di un romanzo come racconto per il New Yorker e da lì è cominiciato tutto.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato molto, da sempre faccio le mie ore ogni mattino, sono disciplinato di natura e non ho problemi a trovare il tempo. Vengo da una famiglia interamente composta da gente molto disciplinata.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Madame Bovary e poi ancora Madame Bovary. E tutto Denis Johnson.

“Esisti” online?

Non molto, sono su Facebook ma è una pagina gestita da altri, preferisco non guardare me stesso attraverso questi filtri – perché poi è quello che accade sempre, sono sempre rappresentazioni di te –, credo sia meglio per la mia sanità mentale.

* * *

 
Etgar Keret
è nato a Ramat Gan nel 1967. Il suo ultimo libro edito in Italia è All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli 2012).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non scrivo tutti i giorni. A volte posso non scrivere anche per due mesi consecutivi. Quando scrivo, però, faccio circa dieci ore al giorno, senza stare dietro al numero di battute, anche perché se ragionassi in termini di quantità sarei sempre depresso, essendo tutto il mio lavoro composto di testi brevi o brevissimi.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Per tutta la vita ho scritto di notte, dal dopocena alle cinque di mattina, ma da quando è nata mia figlia, sette anni fa, lei ogni mattina si alza e mi sveglia – non sveglia sua madre, sveglia solo me – e se sei andato a letto da un paio d’ore è una cosa terribile, così ho dovuto cambiare metodo e cominciare a scrivere di pomeriggio.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivendo quasi esclusivamente racconti brevi devo sapere esattamente come va la storia. La penso prima per intero, magari faccio qualche schema, dopodiché la scrivo di getto.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Faccio moltissime riscritture. Spesso scrivo una storia e poi la butto e la riscrivo per intero finché non trovo il passo e il tono giusto.

Scrivi più libri in contemporanea?

Lavoro a tantissimi racconti in parallelo, che tendono a finire in libri diversi. È fondamentale per me fare così, perché se mi pianto su una cosa mi butto subito su un’altra e non smetto di scrivere.

Carta o computer?

Computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Posso scrivere ovunque, l’importante è che non ci sia nessuno in giro. Quando scrivo parlo da solo quindi non ci deve essere nessuno o vado in imbarazzo.

Come hai esordito?

È una storia strana, e fortunata: non ho mai proposto in giro i miei testi per farne un libro, furono altri a chiedermelo. Il libro ebbe buone recensioni ma vendette pochissimo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Scrivo molto meno. Sono molto più duro con me stesso quindi sottoproduco; prima scrivevo e via, ora mi chiedo sempre di più se quello che sto scrivendo sia buono, originale, sensato, e questo mi rallenta. Vorrei smettere di pormi questi problemi ma temo sia impossibile.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Lo scrittore che mi fece credere nella scrittura fu Kafka. La tradizione letteraria israeliana presenta sempre gli scrittori come profeti o insegnanti; Kafka invece mi mostrò che si può scrivere da una posizione di debolezza.

“Esisti” online?

Sono molto molto attivo su Facebook e ho un sito, anche se è un po’ morto. A volte pubblico contenuti originali online, ma sono sempre cose che normalmente non metterei in un libro, non proprio scarti ma comunque cose che possono interessare solo chi ti segue già molto.

* * *

Jeannette Winterson è nata a Manchester nel 1959. Il suo ultimo libro edito in Italia è Perché essere felice quando puoi essere normale? (Mondadori 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non c’è una media. A volte non scrivo niente, altre non mi stacco dal tavolo neanche per dormire. Quando faccio giornalismo sono rigorosa, rispetto i tempi e le consegne e vado avanti regolare col pezzo, ma per i romanzi divento più caotica, alterno giorni di appunti a caso ad altri in cui sto al computer anche dodici ore di fila.
Non ho limiti minimi o massimi di testo da scrivere, scrivo, butto via, a volte faccio tantissime pagine e poi le butto via o le metto da parte, se vieni nel mio studio vedrai pagine in giro ovunque, questo avviene perché non scrivo in sequenza, scrivo pagine sparse e solo dopo metto tutto insieme e trovo un ordine, dunque non avrebbe troppo senso darmi limiti.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo in uno studio che è di fatto una casupola a qualche decina di metri dalla mia casa, la quale è in mezzo al bosco. Fino a qualche anno fa scrivevo tutta la notte, ora invece tendo a svegliarmi presto, alzarmi e lavorare subito, poi mangiare, dormire un po’, e al pomeriggio e alla sera stare dietro alle mail e a tutto il resto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Nello studio ho una lavagna enorme, ci faccio diagrammi e schemi, a volte scrivo frasi o parole che mi ispirano, ma è più un sistema di evocazione e guida che una vera preproduzione – se domani morissi e un tizio guardasse quella lavagna non ci capirebbe niente, sono come frammenti di un linguaggio dei segni che è completamente privato.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Cambia molto da libro a libro, a volte nessuna, a volte centinaia. Se mi sembra che un testo funzioni lo lascio stare finché non arrivo in fondo, e magari va pure bene da subito. Altre volte è da rifare completamente, o da ricomporre, o da rileggere un paio di volte. Non c’è un metodo vero e proprio con cui stabilisco il livello di intervento necessario, è più una questione di intuizione. Dopo ventisette anni che scrivo dovrei saperlo spiegare ma non è così semplice, è una cosa che si “sente” e basta.

Scrivi più libri in contemporanea?

No, anche se lavoro in modo sparso e non cronologico faccio sempre e solo un libro per volta.

Carta o computer?

Uso entrambi e in modo caotico; a volte, se ho bisogno di vedere un testo in modo più “fisico”, uso anche una macchina da scrivere.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Vivo in Inghilterra e fa freddo. Quando comincio a scrivere accendo la stufa a legna. La accendo anche in estate. Poi mentre scrivo parlo ad alta voce. Dico anche cose che non c’entrano niente con quello che scrivo. E alla fine della giornata leggo ad alta voce quello che ho scritto. Credo che questo spieghi anche perché mi isolo per scrivere.

Come hai esordito?

È stato facilissimo, vendetti subito il romanzo e a partire solo da qualche pagina – a quei tempi poteva succedere.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato, è sempre sparso. Non cambia neanche a seconda di cosa scrivo: se è fiction, che siano romanzi o sceneggiature o racconti, è sempre il solito casino. Scrivo pagine sparse, pagine del finale, pagine dell’inizio, pagine centrali, e poi rimetto tutto in ordine.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

La Bibbia.

“Esisti” online?

Sono su Twitter. Ho anche un sito dove pubblico contenuti, ma solo cose già uscite altrove, con l’eccezione del Natale: ogni Natale scrivo una nuova storia di Natale e la pubblico sul sito.

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Colm Tóibín è nato a Enniscorthy nel 1955. Il suo ultimo libro edito in Italia è La famiglia vuota (Bompiani 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

A volte non lavoro. Insegno, viaggio, organizzo eventi. Poi ogni tanto mi metto sotto e scrivo. Quando lo faccio, faccio solo quello, lavoro tutto il giorno, mai e poi mai meno di dodici ore. Lavoro durissimo, soffro come un cane, finisco il libro e poi per un altro periodo, anche lungo, non scrivo niente. A livello di battute, non saprei. Quando non scrivo, sempre zero, non sono tipo da appunti. Quando scrivo, invece, davvero tantissime, pacchi di pagine ogni giorno.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho una casa sui Pirenei. Quando decido che scriverò, vado lì per un mese con una cassa di whisky e scrivo tutto il giorno, tutti i giorni.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Si può dire che faccia molta preproduzione, ma non posso provarlo dato che è solo mentale, è un lavoro mentale che prende diverse settimane, a volte anche mesi, prima di cominciare un libro.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Dato che quando scrivo vivo sempre la cosa come un’emergenza, tendo a cercare di fare subito il massimo anche a livello qualitativo, come se fosse l’ultima possibilità per farlo. Poi però mi trovo sempre a riscrivere, taglio e aggiungo moltissimo. Lo schema base è questo: scrivo sulla pagina destra di un quaderno. Quando il quaderno è finito, riscrivo tutto completamente sulla sinistra, facendo cambi anche radicali. Poi lo batto al computer e lì cambio di nuovo tutto. Dalla quarta versione passo a un editing più leggero, tutto su file, che comunque si protrae per una dozzina di riletture.

Scrivi più libri in contemporanea?

Spesso scrivo degli “inizi di qualcosa”, a volte anche lunghetti, e li mollo lì, salvo poi riprenderli – a volte anche dopo diversi anni. Quindi, sì, in qualunque momento ho molti libri “aperti”.

Carta o computer?

Carta e penna per le prime due versioni, computer dalla terza in poi.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

L’alcol aiuta moltissimo. A volte anche la musica. Per il resto non ho rituali particolari a parte le condizioni di totale isolamento da qualunque altra faccenda che mi impongo quando decido di mettermi al lavoro su un libro.

Come hai esordito?

Il mio primo romanzo non fu facile da pubblicare, gli ci vollero due anni e due mesi per trovare un editore, ma poteva andar peggio, poteva non trovarne.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Ogni libro è una specie di emergenza, se non ti metti in testa che lo devi finire disperatamente non lo finisci mai, ti ritrovi a trascinarlo. È sempre più così. Sempre più devo dirmi “ok, devi farlo”, come se fosse qualcosa di terribile che mi devo togliere di dosso, e sempre più mi forzo a finirlo prima possibile.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Fiesta di Hemingway. Ritratto di signora di Henry James. Sta tutto lì.

“Esisti” online?

Ho un sito, ma non metto mai testi lì, tengo tutto per i libri.

 

[I – continua]

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