Wallace Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wallace/ un blog di approfondimento culturale Mon, 12 Jun 2017 00:05:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Wallace Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wallace/ 32 32 Albedo – Intervista a Sergio Nelli https://minimaetmoralia.it/letteratura/albedo-intervista-sergio-nelli/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/albedo-intervista-sergio-nelli/#comments Mon, 12 Jun 2017 06:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34492 È da poco uscito per Castelvecchi Albedo, nuovo romanzo di Sergio Nelli. Lo abbiamo intervistato.

"Albedo viene da lontano, si origina in un racconto scritto molto tempo fa, così come l’idea di una comunità di recupero era qualcosa intorno a cui avevo cominciato a ragionare per un’altra storia anni fa: c’erano, insomma, una serie di temi e figure che avevo contemplato in passato senza poi aver dato forma a qualcosa di preciso.  Anche sulla questione dell’alcolismo, che è cruciale per l’innesco del romanzo, avevo fatto una ricerca specifica abbastanza vasta nel 2000. Mi interessava la psicologia dell’alcolista, così andai in una comunità di disintossicazione a fare interviste, registrai una quindicina di audiocassette, mi sembra per quasi tutto il mese di luglio, e in una seconda tornata autunnale, quindi uno studio abbastanza impegnativo, le ho ancora con me e sebbene non abbia sentito poi il bisogno di riascoltarle hanno costituito una base importante per lo sviluppo del romanzo. Ho sempre pensato che leggere e interessarsi a cose le più diverse, impicciarsi in qualche modo, rappresentasse un capitale invisibile. Quando ero studente di filosofia, un pomeriggio al Pellegrino (la facoltà in via Bolognese), Eugenio Garin,  a cui rompevo le scatole dopo le lezioni, mi disse: Caro Nelli, sa cosa bisognerebbe scrivere qui all’ingresso? Chi vive di sola filosofia muore di fame. Questa cosa mi è rimasta in testa sempre anche quando ho intrapreso una diversa ricerca.

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È da poco uscito per Castelvecchi Albedo, nuovo romanzo di Sergio Nelli. Lo abbiamo intervistato.

“Albedo viene da lontano, si origina in un racconto scritto molto tempo fa, così come l’idea di una comunità di recupero era qualcosa intorno a cui avevo cominciato a ragionare per un’altra storia anni fa: c’erano, insomma, una serie di temi e figure che avevo contemplato in passato senza poi aver dato forma a qualcosa di preciso.  Anche sulla questione dell’alcolismo, che è cruciale per l’innesco del romanzo, avevo fatto una ricerca specifica abbastanza vasta nel 2000. Mi interessava la psicologia dell’alcolista, così andai in una comunità di disintossicazione a fare interviste, registrai una quindicina di audiocassette, mi sembra per quasi tutto il mese di luglio, e in una seconda tornata autunnale, quindi uno studio abbastanza impegnativo, le ho ancora con me e sebbene non abbia sentito poi il bisogno di riascoltarle hanno costituito una base importante per lo sviluppo del romanzo. Ho sempre pensato che leggere e interessarsi a cose le più diverse, impicciarsi in qualche modo, rappresentasse un capitale invisibile. Quando ero studente di filosofia, un pomeriggio al Pellegrino (la facoltà in via Bolognese), Eugenio Garin,  a cui rompevo le scatole dopo le lezioni, mi disse: Caro Nelli, sa cosa bisognerebbe scrivere qui all’ingresso? Chi vive di sola filosofia muore di fame. Questa cosa mi è rimasta in testa sempre anche quando ho intrapreso una diversa ricerca.

“La gioventù del protagonista di Albedo, i suoi interessi artistici e l’ambientazione contemporanea mi hanno portato a immaginarlo in contatto con una “scena letteraria fiorentina” che può ricordare quella che abbiamo oggi, e con la quale, nonostante la differenza di età, mi sono trovato. Quando mi sono trasferito definitivamente a Firenze, fine anni ’70 inizio ’80, ho scritto da solo, quasi sempre chiuso in casa, per molto tempo, e i primi sodali li ho trovati a Milano, se si eccettuano Mariella Bettarini e Roberto Carifi. Per questo mi ha colpito molto trovare, a un certo punto, un gruppo di giovani così impegnati sul fronte della letteratura, così presi dal leggere, dallo scrivere, dal presentare i libri degli altri;  l’empatia con voi tutti è stata immediata, come del resto sai. 167155-thumb-full-torinounasega3

Credo sia utile in assoluto cercare di far parte di una scena letteraria, scrivere, leggere in pubblico, fare recensioni o interviste ai colleghi, scrivere su riviste o fondarne, organizzare presentazioni di autori che ci piacciono: al di là della soddisfazione in sé che tutto questo dà, e del bene che fa alla comunità in cui si vive, credo sia qualcosa che torna anche nel lavoro di scrittura, magari gli effetti non sono diretti quanto quelli che hanno la lettura e lo studio, ma aiuta, aiuta molto, e per questo mi rallegro della vivacità letteraria che si respira oggi a Firenze, della scena che tu e gli altri avete creato dal nulla (e nel silenzio imbarazzante delle istituzioni) in questi anni: è un elemento di arricchimento per chiunque, qui, scriva, e lo posso dire con cognizione di causa avendo fatto esperienza della città quando la scena non ce l’aveva.

“Quando sono venuto a Firenze, come giovane pieno di ambizioni e di voglia di fare, e quindi in una condizione esistenziale simile a quella che ha animato, in questi anni, il gruppo di scrittori, critici, poeti e agitatori culturali che a vario titolo fa capo a “FiLett”, le persone come me erano poche. Credo che noi vivessimo un’idea castrante di terminalità: meglio non cimentarsi con il poien visto che tutto è stato detto e scritto. La strada praticabile? Un discorso sul discorso, sui discorsi, ecc. Mi sembra che oggi questa posizione ideologica abbia significativamente perso verve e siano molti di più quelli per cui è importante il coinvolgimento attivo nelle arti. Tutti “devono” provare a produrre qualcosa, e lo trovo un fatto interessante di per sé, intorno al quale vale la pena costruire una storia. nelli

“Così David, il protagonista di Albedo, vive in mezzo a una congrega di artisti nella quale è il più giovane – ho voluto ribaltare la mia posizione anagrafica rispetto al gruppo che esiste nella realtà; nel tratteggiarlo, però, dato che volevo accompagnare il disagio esistenziale del protagonista con un problema oggettivo, che in qualche modo lo radicasse, ho ritrovato il mio vecchio interesse per  gli alcolisti e ho unito le due cose.
Abbiamo quindi al centro del romanzo un alcolista, ma relativamente poco problematizzato rispetto alla dipendenza in questione: con Albedo non intendevo fare un discorso sulle comunità, sulla disintossicazione dall’alcol e neanche sulle ragioni che possono portare una persona a bere troppo: mi interessava la postura dell’alcolista come posizione di intrinseca e per certi versi volontaria debolezza esistenziale.

“Al di là del dato anagrafico ribaltato, credo ci siano due cose che mi rendono simile al protagonista di Albedo: una forte volontà di ricerca in ambito artistico, che può magari essere anche velleitaria o fallimentare ma è vissuta con grande impegno e empatia, e una parimenti decisiva ricerca di spessore nella dimensione sentimentale e sessuale (che non significa, per carità, raggiungere dei traguardi). Si tratta di due aspetti dell’esistenza che per me vanno di pari passo, e infatti è immediata la mia simpatia per chi condivide questo approccio rispetto al mondo – simpatia che però non va solo ai romantici ma anche ai più sganasciati dei nichilisti, come per alcuni versi ero io alla vostra età.

“In effetti non sono troppo contento della mia giovinezza, credo di aver dato il meglio dopo i trent’anni. Fino a quel momento mi hanno condizionato molto degli ingombri che mi portavo dietro, un eccesso di scetticismo, un’autostima sempre pronta a collassare, lo spirito del tempo… In realtà dopo l’università ho anche prodotto qualcosa che era, forse, decoroso, ma non mi ha dato sicurezza, anzi a volte ha avuto un effetto addirittura opposto. Nonostante avessi scritto, per un po’, anche da ragazzino, l’accesso alla scrittura letteraria per me non è stato semplice: solo molto tardi sono arrivato a una scrittura che ha cominciato a sembrarmi accettabile.
Sono di formazione filosofica e il primo libro che ho pubblicato è un testo antologico che  si intitola Determinismo e libero arbitrio da Cartesio a Kant (uscì per Loescher nel 1982) e poi un saggio sulla questione della teodicea ai tempi di Bayle e di Leibniz.  All’inizio il passaggio dalla teoresi alla narrativa, per quanto ardentemente lo cercassi, è stato fallimentare: non riuscivo a scrivere quello che avrei voluto, dato che mi rifiutavo categoricamente di redigere libri da scrittore medio, finendo però per scrivere cose da scrittore scarso.ricrescite nelli

“Il mio primo vero libro è Ricrescite, uscito per Bollati Boringhieri nel 2004 (ma scritto nel 2000), e che è di fatto oltre che un diario a tutto campo, la storia di un lungo apprendistato in ambito poetico-letterario; prima avevo provato, con scarsi risultati, a scrivere anche dei racconti. Mi ha stupito scoprire che mio padre avesse coltivato con costanza la stessa volontà. Dopo la sua morte (recente, all’età di 98 anni e tre mesi) ha lasciato a me a mia sorella e ai nipoti oltre a articoli e racconti che aveva scritto per il Tirreno, un manoscritto, intitolato Un uomo e due donne: era convinto di aver scritto (non son riuscito a capire quando) un libro dotato di un qualche potenziale e voleva lasciarlo a noi, pensando che potessi e volessi pubblicarlo a nome mio, trovando così, finalmente, una svolta bestselleristica… Un atteggiamento oltremodo presuntuoso, ingenuo, risibile, ma, conoscendolo, anche generoso, dato che era convinto, con qualche perplessità intermittente (inevitabile se non si è sciocchi), del valore di ciò che aveva fatto. Era come se intendesse: ho cercato di lasciarvi dei beni materiali, ora provo anche con questa cosa.

“Albedo ha importanti elementi di continuità con ciò che ho scritto, anche se credo che segni il primo movimento di uno scarto che la mia scrittura sta vivendo. Rispetto ai miei esordi sono forse ancora impregnato di tremore, di scetticismo, di non piena adesione all’operare e al determinarsi (nel senso di Goethe e di Hegel). Ma  non mi va, anzi, combatto ogni giorno con tutto questo e la scrittura per me è sempre un campo di battaglia, il luogo stesso in cui si svolge questo combattimento, che non ha fine e coinvolge anche tutto ciò che leggo, tant’è che non ti saprei indicare dei riferimenti precisi, degli ascendenti per la mia scrittura, te ne direi troppi o troppo pochi, e sì che sono un buon lettore, sono fresco reduce dalle milleseicento pagine di Abbacinante di Mircea Cărtărescu… Ma non posso identificare con chiarezza dei libri più o meno influenti perché per me il rapporto con la letteratura è interamente legato alle parole, e quindi anche con un flusso che si articola con continuità attraverso una molteplicità di libri, tanto in verticale quanto in orizzontale. Quando si parla di narrazione, narratività, narratori, si pensa prima di tutto alla trama, ma per me la narrazione è anzitutto il flusso delle parole, il loro uso, la loro composizione, l’armonia che generano – anche per questo ho apprezzato moltissimo Abbacinante, (anch’io ho detto o scritto che è illeggibile, ma per “illeggibile” intendevo: con quel libro in mano si gode di più) così come ho ammirato i romanzi di autori di culto come Wallace o Bolaño: spesso i libri cosiddetti “di trama” mi deludono perché manle-vergini-suicideca un vero impegno della scrittura, cioè invenzione, visione, autenticità, slancio antiepigonale. Questo non significa avere delle preclusioni per un ventre generoso e prodigo nel racconto:  penso, per fare un solo esempio, al meraviglioso Le vergini suicide di Eugenides. Credo che la finalità dell’attività letteraria sia arrivare a una scrittura capace di riflettere, riverberare e riprodurre la complessità del mondo (e di sé), e difficilmente ciò è qualcosa che dipende (soltanto) dalla trama che si sceglie di raccontare: dipende, piuttosto, da come la si racconta.
L’albedo, da cui prende il titolo il libro, che poi, nella finzione romanzesca, è anche il nome della comunità in cui il nostro protagonista va a disintossicarsi, è in effetti un fenomeno di rifrazione. A quello pensavo, più che a altri usi, alchemici e quindi iniziatici, del termine, quando l’ho scelto. Anche la copertina in qualche modo lo può ricordare, benché rappresenti pioggia ed erba: essa riproduce un quadro intitolato Copula, di un amico di lunga data, il pittore fucecchiese Luigi Fatichi.
Albedo, questo non l’ho ancora detto, è anche e soprattutto una storia d’amore.”

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Il giovanissimo Holden https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-giovane-holden-matteo-colombo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-giovane-holden-matteo-colombo/#comments Mon, 26 May 2014 09:14:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20552 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Vi segnaliamo che venerdì 31 maggio Matteo Colombo racconterà il "suo" Giovane Holden al seminario di traduzione del festival La grande invasione di Ivrea.

Non ci si crede: Il giovane Holden è diventato vecchio. Non esattamente quello che parla inglese, ma il suo alter ego italiano. La gloriosa traduzione di Adriana Motti, con i suoi infanzia schifa, e compagnia bella, palloni gonfiati e bastardi che stanno sul gozzo al protagonista Holden Caulfield e col fischio che gli fanno un favore, risulta un po' datata. Un bel po' datata: 1961. E ai ragazzi non fa più l'effetto di una volta.

Le vendite di questo long seller Einaudi (1,3 milioni in 53 anni) sono in calo; le 38-39 mila copie l'anno del recente passato sono diventate 30 mila. Bisognava fare qualcosa: ritradurre.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Vi segnaliamo che venerdì 31 maggio Matteo Colombo racconterà il “suo” Giovane Holden al seminario di traduzione del festival La grande invasione di Ivrea. (Nella foto: J.D. Salinger. Fonte.)

Non ci si crede: Il giovane Holden è diventato vecchio. Non esattamente quello che parla inglese, ma il suo alter ego italiano. La gloriosa traduzione di Adriana Motti, con i suoi infanzia schifa, e compagnia bella, palloni gonfiati e bastardi che stanno sul gozzo al protagonista Holden Caulfield e col fischio che gli fanno un favore, risulta un po’ datata. Un bel po’ datata: 1961. E ai ragazzi non fa più l’effetto di una volta.

Le vendite di questo long seller Einaudi (1,3 milioni in 53 anni) sono in calo; le 38-39 mila copie l’anno del recente passato sono diventate 30 mila. Bisognava fare qualcosa: ritradurre.

La notizia che Einaudi ha ritradotto Il giovane Holden è uno shock per generazioni di ex adolescenti ingrigiti nel ricordo inviolabile del loro romanzo di culto, ma basta riaprirlo, sebbene con tutta la deferenza e la tenerezza del caso, per constatare (amaramente, molto amaramente) che non regge più. Niente invecchia velocemente come lo slang giovanile e oggi il resoconto in italiano dei tre giorni di fuga, sbronze e straniamento del perturbato sedicenne newyorkese slitta nel lessico da centro anziani. D’alta parte Motti, defunta nel 2009, oggi avrebbe novant’anni.

Così al trentasettenne Matteo Colombo, già traduttore di De Lillo, Eggers, Wallace, Chabon, Palahniuk, Sedaris, Egan, Bukowski e compagnia bella, è stato affidato il delicatissimo compito di restituire al romanzo un tono e un linguaggio che non sia stantio, ma neanche impigliato in giovanilismi iperattuali e caduchi per definizione. Insomma: gli hanno chiesto una traduzione capace di durare vent’anni. Con due anni di lavoro, una buona dose di stress finale, ma anche di divertimento, Colombo ha eseguito brillantemente l’incarico più importante della sua carriera, restituendo a Holden la sua giovinezza e una voce pulita che parla a questo tempo. Ma non a questi minuti.

La prima cosa che Colombo ha scoperto leggendo il testo originale (elusivo fin dal titolo The Catcher in the Rye che, letteralmente, suona L’acchiappatore nella segale: da qui, la decisione di chiamarlo Il giovane Holden) è la modernità: «Sembra scritto l’altro ieri e ti fa riflettere su quanto fu dirompente quando uscì in America, nel 1951. Adriana Motti ha fatto un lavoro straordinario per restituire quello shock linguistico: non disponendo degli strumenti che hanno i traduttori di oggi per appurare quanto questo shock corrispondesse alla realtà linguistica quotidiana degli adolescenti, ha inventato una lingua. La differenza più rilevante fra le due traduzioni sta nel fatto che, oltre mezzo secolo dopo, io mi sono potuto permettere una maggiore fedeltà».

Tradurre, tradire: nell’antico dissidio, Colombo si schiera dalla parte della fedeltà e della sparizione totale del traduttore che, secondo lui, meno si vede meglio è. Ma, nella prima rapida stesura, stavolta si è preso più libertà del solito, salvo poi restiturle per ripensamenti suoi o in seguito alle numerose riunioni con lo staff di editor e traduttori Einaudi (coinvolti nell’operazione: Maria Teresa Polidoro, Anna Nadotti, Susanna Basso, Andrea Canobbio e Grazia Giua). «Ma, se non fossi andato così libero e veloce all’inizio, dopo avrei faticato molto di più, perché quella prima stesura ha costituito le basi del lavoro». In quella fase è stata presa una decisione drastica: il past simple inglese è stato tradotto col passato prossimo, via tutti gli andai, finii, dissi, della precedente traduzione, ed è già una boccata di aria fresca.

Hanno resistito due e compagnia bella, marchio di fabbrica della versione Motti che traducevano gli ossessivi and all (ricorrono 222 volte), ma poi sono stati cassati e sostituiti con e via dicendo o e tutto quanto. Poi c’era il problema delle parolacce: Holden impreca parecchio: 156 goddam che non potevano diventare i dannazione o i dannato di un ammiraglio in ritiro. «Ho interpellato Mario Corona, il traduttore di Whitman, per avere il parere di una persona più anziana: mi ha confermato che all’epoca goddam era più forte di come lo percepiamo oggi, quindi abbiamo introdotto un bel po’ di cazzo, che nel linguaggio contemporaneo ha lo stesso peso. Poi, nelle stesure successive, qualcuno lo abbiamo levato».

Un’altra parola su cui si è lavorato parecchio è phony (30 ricorrenze): «Motti la traduce in modi diversi: finto, pallone gonfiato, sbruffone, ma per un ragazzo che divide il modo fra bene e male – e tutto quel che è male è phony – serviva una parola unica, quasi ipnotica. Ho pensato a finto, ma non funzionava e ci ho rinunciato, a malincuore, perché è una traduzione precisa e fedele che va bene per le persone e le cose, ma poteva risultare troppo giovanilista. Allora ho scelto ipocrita che comporta una perdita di registro – perché ha un registro più alto – ma fino a un certo punto, dato che è un termine molto usato e non serve un vocabolario tanto vasto per conoscerlo».

Oltre alla gloriosa traduzione Motti per Einaudi, ce n’era stata una del 1952 uscita quasi clandestinamente a un anno dalla pubblicazione del romanzo in America: l’aveva fatta Jacopo Darca per l’editore Casini che scelse l’infelice titolo Vita da uomo: un flop dimenticato. Ma, alla Biblioteca Sormani di Milano, Colombo si è procurato una copia sbricolata di quella traduzione per fare i suoi confronti: forse era più fedele di quella Motti. Questo per dire che avvicinandosi a un cult da 65 milioni di copie conviene prendere ogni cautela. Anche perché Il giovane Holden è comunque un caso a parte: «Presenta una gamma di difficoltà abbastanza unica. Le lingue degli scrittori su cui ho lavorato negli ultimi quindici anni sono tutte uguali e con DeLillo o Egan i problemi sono riconducibili a una serie di macrogruppi, invece Holden è un ecosistema separato. Nell’approccio a un romanzo in cui non succede quasi niente, perché è fatto tutto di lingua, abbiamo tenuto presente il suo modo di usare il linguaggio come strumento di difesa. È tutto estremamente psicologico».

Ma perché le traduzioni invecchiano e i romanzi meno? «Non è sempre vero, anche i romanzi sentono gli anni. Però le lingue sono organismi autonomi, la loro evoluzione è determinata da fattori così ampi e specifici dei Paese in cui sono parlate che i binari non viaggiano in parallelo, ma in base a quel che succede nella cultura, nella politica e storia di ogni Paese: per ogni parola le divergenze sono incontrollabili. Holden è più soggetto all’invecchiamento perché è espressionista nella lingua, la lingua specifica di una precisa età anagrafica che si evolve molto più rapidamente».

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Moravia, Roma e la Grande Indifferenza https://minimaetmoralia.it/letteratura/moravia-roma/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/moravia-roma/#comments Tue, 03 Sep 2013 13:05:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15349 Questo pezzo è uscito su Europa.

Non era il Touring Club ma Giacomo Debenedetti che nel 1937 riconosceva che “i luoghi di Moravia hanno una fisionomia e una certezza irrefutabile: dopo D’Annunzio Moravia è stato il primo a ricostruire una topografia romanzata di Roma”. Moravia però in là con gli anni aveva provato a smentire il suo primato: “Roma è un fondale, non è un altro per me, i miei problemi non sono quelli di Roma, negli Indifferenti Roma non è neanche nominata. Tutti i Racconti romani sono sbagliati topograficamente apposta, non c’è una strada che corrisponda”. Eppure questo mezzo marchigiano e mezzo veneto era diventato comunque lo scrittore di Roma per antonomasia. Oggi la sua lunga stagione, fatta di letteratura, viaggi e presenzialismo, di vitalità in eccesso e noia insopportabile, sembra preistoria. Bastano dei graffiti sulle pareti di interni romani per trovare ancora traccia di Moravia? Moravia è ancora una lettura obbligata per scrivere su Roma? Il continente Moravia si affaccia ancora sulla capitale?

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Non era il Touring Club ma Giacomo Debenedetti che nel 1937 riconosceva che “i luoghi di Moravia hanno una fisionomia e una certezza irrefutabile: dopo D’Annunzio Moravia è stato il primo a ricostruire una topografia romanzata di Roma”. Moravia però in là con gli anni aveva provato a smentire il suo primato: “Roma è un fondale, non è un altro per me, i miei problemi non sono quelli di Roma, negli Indifferenti Roma non è neanche nominata. Tutti i Racconti romani sono sbagliati topograficamente apposta, non c’è una strada che corrisponda”. Eppure questo mezzo marchigiano e mezzo veneto era diventato comunque lo scrittore di Roma per antonomasia. Oggi la sua lunga stagione, fatta di letteratura, viaggi e presenzialismo, di vitalità in eccesso e noia insopportabile, sembra preistoria. Bastano dei graffiti sulle pareti di interni romani per trovare ancora traccia di Moravia? Moravia è ancora una lettura obbligata per scrivere su Roma? Il continente Moravia si affaccia ancora sulla capitale?

Al Futura Festival di Civitanova Marche dal pubblico hanno chiesto a Paolo Sorrentino se “nella Grande Bellezza ci sia di più la noia blasé di Moravia o il vitalismo disperato di Pasolini”. Il regista ha risposto con un po’ di piccata diplomazia: “Le dico che non mi piace la domanda, per niente. Però se devo dire, insomma, ci stanno dentro tutti e due”. Nell’anno del centenario della nascita di Moravia (2007) Toni Servillo è stato scelto da Bombiani per il cofanetto audiolibro celebrativo de “gli Indifferenti”. Chissà se quell’esordio fulminante e così radicale era sullo scaffale di Jep Gambardella. L’atteggiamento di disillusione così ostentato nelle terrazze romane è autentico o da qualche parte si aspetta sul display, messianicamente, una chiamata salvifica di arruolamento?

#ombre

Tre anni fa “Il Foglio del Lunedì” diretto da Giorgio Dell’Arti uscì con un numero dedicato interamente a Moravia per i vent’anni dalla scomparsa. Si intitolava in maniera decisa “Abbiamo nostalgia di Moravia”. Varrebbe anche oggi? “Lo rifarei senz’altro, se ce ne fosse occasione- racconta Dell’Arti- quel numero era composto da uno zibaldone di piccoli episodi della vita, aneddoti, storie, commenti, chiamando amici e conoscenti, e raccogliendo oltre 80 pagine di materiale e poi dandogli un ordine cronologico. Lo usammo la prima volta per la rivista ‘Wimbledon’ nel 1990, Moravia morì il mese dopo. Venne ripreso anche da ‘Sette’ ma non divenne mai un libretto”.

Messa da parte la nostalgia, il continente Moravia si affaccia ancora su Roma? “Non credo esista una Roma moraviana oggi. Roma, l’italia e gli italiani sono molto diversi. Così come non ci sono più quei turbamenti intellettuali, erotici, mitici di Moravia. E’ tutto finito, ci si incazza in società ma non ci si turba. Quella Roma fatta di case, di salotti, di corridoi – Moravia è uno scrittore di corridoi- come negli Indifferenti, quella Roma di interni è stata persino distrutta dagli architetti, via le piastrelle largo agli open space. Della poetica borghese di Moravia è rimasto poco, l’omologazione di Pasolini ha avuto il suo compimento. Certamente le varie liberazioni hanno avuto il loro grande merito ma hanno finito per ripulire le zone d’ombra, illuminando tutto, finendo per sterilizzare qualsiasi cosa. Moravia e Pasolini vivevano in quei pomeriggi, in quei coni d’ombra”.

Perché Roma è un termine così difficile da rappresentare? “Roma è un assoluto difficile da infilzare e restituire con integrità. Tra via Paisiello ai Parioli e via dei Glicini a Centocelle non c’è neanche più un rapporto conflittuale. Poi Roma non è mai stata industriale, anzi è la prima città agraria d’italia per terreni coltivati. Ognuno qui si è ritagliato una vita, un quartiere, un’atmosfera. Roma permea di sé chiunque, gli scrittori si trovano a raccontarla da sé. Oggi non è più obbligatorio passare da Moravia e Pasolini. Però non mi strapperei i capelli se in giro non ci sono nuovi Manzoni o Faulkner. Di per sè la stragrande maggioranza dei libri e anche molti film sono votati al fallimento.

Ci è riuscita la “Grande Bellezza”? “È certamente un bel film, ha la sua forza e le sue pecche ma non faccio il dispetto di mettere Fellini accanto a Sorrentino. Sarei ingiusto. Considero Fellini come Omero e ‘la Dolce Vita’ un’Odissea. Tra le tante citazioni importanti di quel film per me la frase chiave resta quando Marcello entra nella fontana di Trevi esclamando “ha ragione lei, sto sbagliando tutto, stiamo sbagliando tutti”. Marcello è uno che gira per Roma, un Leopold Bloom che cerca il senso della vita. Il suo è un wandering romano, mentre Servillo va alle feste perché è invitato”.

#fondali

Roma era davvero soltanto un fondale per Moravia? Lo si chiede a Renzo Paris, uno dei pochi amici intimi di Moravia, critico militante e scrittore, che a settembre per Castelvecchi ripubblica “Una vita controvoglia”, biografia dedicata a Moravia. Sullo scrittore romano Paris ha pubblicato già la raccolta di saggi e interventi “L’impegno controvoglia” (Bompiani) e quella di conversazioni private “Ritratto dell’artista da vecchio” (minimum fax). “Sì certo, Moravia aveva risposto così- spiega Paris- ma poi a un convengo pieno di nomi importanti disse perentorio ‘io sono uno scrittore romano’, lo faceva per snobismo. La Roma di Prati la si riconosce nella ‘Noia’ e nei ‘Racconti romani’. Quando vedeva il contadino lo chiamava ‘il buon villico’, non sopportava la campagna, si annoiava a morte. Era urbano, un cittadino, a differenza di Ignazio Silone di caratura internazionale come Moravia ma ancora profondamente marsicano”.

Fondale inadeguato per la capitale, perfetto però per un Paese teatrale come l’Italia?: “Infatti, fu proprio Moravia a proporre a Bompiani nel 1975 ‘Contro Roma’, un’antologia di interventi a partire dal suo durissimo ‘Delusione di Roma’, chiamando altri intellettuali. Moravia sosteneva che Roma è un garage, non una vera capitale istituzionale e sociale. Diceva che ‘è davvero la città eterna, appunto perché nulla vi cambia, la città si ingrandisce sempre di più ma riproduce continuamente i difetti di quando era ancora piccola, raccolta dentro le mura’.

La sbornia del personaggio Moravia quanto pesa sulla sua eredità? “Umberto Eco disse al suo funerale: ‘adesso non parlatene più’. C’è è stato un momento che il personaggio è cresciuto sopra le opere, Sergio Saviane scrisse persino un libro contro di lui, ‘Moravia Desnudo’ (Sugarco), sgradevole e inattendibile. Ogni volta che andavo a trovarlo c’erano tv di tutto il mondo. Quindi dopo la morte ha scontato anni di debacle. Di recente sono andato in una scuola in provincia davanti a 300 studenti, nessuno sapeva chi fosse Moravia. A noi ci sembrano vivi ma per l’ultima generazione sono come dei bisnonni, come Carducci e D’Annunzio.

Eppure Moravia e Pasolini dovrebbero essere delle forche caudine ma non ce li ficca nessuno. Pasolini viene citato ogni cinque secondi, più raramente Moravia e Calvino, però trovo che alla fine i libri di Pasolini non influenzano molto, tranne la sua morte di cui si parla molto. Quelli sono i maestri, anche la Morante e Sandro Penna non li puoi saltare, anche perché saltandoli finisci in America. E non mi sembra poi che l’eccessiva produzione di Wallace sia come quella di Henry Miller”.

Ci sono ancora autori moraviani? “Perché, qualcuno si sente ‘calviniano’? Forse si dicono così per prendere qualche premio. La mancanza di maestri è tipico della generazione TQ e adesso la scontano. Molti giovani oggi amano l’immersione ma non riescono a tirare fuori la testa dall’acqua, e raccontano così Roma mentre Moravia aveva la distanza dell’autore dal personaggio, ragionava sui sentimenti, soprattutto sulla gelosia.

Saviane polemicamente accusava il Moravia capace di intervenire su tutto, “polluzioni, Settembre nero, nucleare”. Il presenzialismo moraviano può essere un lascito? “La completezza per Moravia era importante ma oggi non c’è il direttore di giornale che dia quel peso in prima pagina. Sia chiaro, Moravia poteva essere ovunque perché aveva scritto ‘la Noia’, invece oggi c’è gente che sta dappertutto ma non ha scritto niente. Il lavoro intellettuale solitario non viene apprezzato, c’è sempre molto traffico letterario. La famosa corte moraviana? Un’accusa che non sta in piedi. Io per esempio non ho mai preso nessun premio. Moravia aveva un potere vero, quello dell’autorevolezza che si era costruita”.

#centro

Anche il continente Moravia ha la sua mappa. La vita romana del giovane borghese antiborghese si muove per il centro tra le case di via Sgambati al quartiere Pinciano, via dell’Oca a Ripetta e quella ultima sul Lungotevere della Vittoria. È un perimetro che tra i tanti altri si ritrova nell’ultimo grande amarcord di tre decenni di vita culturale a Roma, lo ha scritto la giornalista e scrittrice Sandra Petrignani, s’intitola “Addio a Roma” (Neri Pozza, 2012). Moravia è uno dei protagonisti assoluti.

“Moravia era Roma – racconta la Petrignani – era un pezzo della città, oggi l’unico che ti fa pensare a questo è Nanni Moretti e anche lì c’è una personalità particolare con un tragitto fuori dagli scemi. Roma non si può ereditare, la devi conquistare. ‘Senza verso’ (Laterza) di Trevi, il mio ‘E in mezzo il fiume’ (Laterza) e altri piccoli libri su Roma usciti di recente sono significativi ma per una sola parte della città, nessuno lo è totalmente. Essere una icona di Roma è diverso, significa aver fatto un monumento attraverso la tua opera alla città”.

E la Roma moraviana? “Roma è diventata un’altra città, semmai il desiderio ora è evadere, essere uno scrittore internazionale. Ammaniti, per esempio, che conti può fare con la Roma odierna? Non dico per la Roma letteraria che non esiste più, intendo la città. Noi siamo i privilegiati del centro storico, la giriamo in bicicletta. Vivendo a Trastevere puoi continuare ad avere un rapporto piccolo con la Roma di sempre. Se però vai nelle enormi periferie, ti accorgi del tradimento continuo di Roma. Sono come i gironi, ognuna di esse ti allontana dal cuore della città e con Roma finisce per non avere più nessun rapporto, anche perché nel frattempo nessuno si è preoccupato di crearlo.

La Roma a cui alludiamo in questa telefonata è la Roma del centro, dei Parioli, è sempre una Roma nobile, ma quella del degrado, che vomita al centro una gioventù che non sa rispettare il centro, è un ‘altra cosa. Gli fanno trovare il baraccume sull’Isola Tiberina, è lì come potrebbe essere altrove, sono dei richiami senza anima. Non stabiliscono un’idea per apprezzare Roma”.

E quindi Moravia e Pasolini che fine fanno? “Temo che oggi si possa evitare tutto. C’è una generazione di scrittori che è figlia di nessuno. Gli esordienti negli anni 80 non potevano non fare riferimento ai padri come Calvino, Moravia, il Pasolini polemista, Morante, Ginzburg. Noi non potevamo prescindere da loro, l’incontravamo fisicamente. Ora è diverso, chissà se darà risultati. Se li leggono, lo fanno solo per una forma di dovere”.

Il prestigio di Moravia è replicabile? “C’era una coerenza in Moravia, poteva anche parlare della bomba atomica, se l’era meritato sul campo. Noi stiamo sempre a firmare tutto, dalla vivisezione ai fori imperiali. Una volta la firma era legata anche a tanti altri gesti, ma oggi è tutto facile. C’è la moltiplicazione delle voci ma non sono prestigiosi gli scrittori. Il prestigio glielo dà l’editore, mentre in passato l’editore prendeva quell’autore x perché gli dava prestigio. Si pubblica per Mondadori e si sputa sull’editore, si contesta ferocemente lo Strega ma si vuole vincerlo, ci si scaglia contro la società letteraria ma si venderebbe pure la zia per il Campiello. Oggi quando fai delle scelte diverse non se ne accorge nessuno, vince il sistema, se non sei dentro non ti vedono. Michela Murgia invece si è veramente creata da sola, con le sue forze, dalla rete. Non a caso vuole fare la politica, ha una grande coerenza di idee”.

#isole

Teresa Ciabatti, sceneggiatrice di serie tv, scrittrice, vive a Roma in un elegante palazzo vicino al Pantheon. Nel suo nuovo romanzo “Il mio paradiso è deserto” (Rizzoli, 2013) ha deciso di allontanarsi dal centro di Roma per spingersi fino alla maxi-discarica di Malagrotta e raccontare l’impero miliardario di Manlio Cerroni, fondato sulla mondezza.

“Ho letto e amato Moravia – racconta la Ciabatti – ma non lo ho mai utilizzato, mi è più utile lo sguardo di Tom Wolfe e Truman Capote. Roma è andata sulla strada del degrado, ha perso in austerità, Moravia era anche sentimentale, faceva i conti con meno corruzione e soprattutto meno interferenze come oggi la televisione e le serie tv, anche se lui già descriveva una certa Roma dei salotti. Bisogna ripartire e aggiornarsi. La terrazza non sta più in alto, non è più un luogo di privilegio, ma è aperta a tutti, si nutre di materia umana mista, è un eterno vernissage”.

Alla domanda di un giornalista “E adesso, dove ci si incontra?” Enzo Siciliano rispondeva molti anni fa: “Da nessuna parte, i superstiti si aggrappano al telefono”. Che fine ha fatto la Roma letteraria di Moravia? “Non c’è più. Anche la capacità di rappresentare Roma per intero si è persa. Il mio tentativo è di cogliere dei punti, Manlio Cerroni e Malagrotta, la discarica e la borgata Massimina, e raccontare la città attraverso nuovi simboli. L’arcipelago Roma è impossibile da agguantare, la città la si racconta per isole, è difficile farlo per tutti. Per questo Roma va trattata come Los Angeles, non come le altre città d’Italia. Riuscire a capire la forza che muove la città è difficilissimo. Piperno e Siti sono riusciti nel raccontare Roma staccandosi completamente dall’ambiente letterario. Anche Melania Mazzucco con ‘Un giorno perfetto’ (Rizzoli) ha scritto di una città aggiornata. Molti questo nuovo accesso non ce l’hanno.

Quindi anche il centro storico esplode? “Non vale più, esiste un concetto mentale di centro. Pariolini sono anche quelli che abitano in fondo sulla Cassia oppure all’Eur. A corrispondere è l’estetica più che la geografia. Idem per la periferia. Piazza Vittorio è il nuovo centro degli intellettuali, come Monti. Ma i confini sono fatti dalle persone: se il regista famoso va a piazza Vittorio anche quel posto viene inglobato nel centro storico. Ci sono quartieri trasversali, anche esteticamente trasversali: Roberto Liorni è un architetto che fa tutte le case di sinistra e le riconosci, dal centro a via Po al Pigneto. Usa molto il bianco, è minimale, bravissimo, un genio. C’è anche un suo collega che fa le case di destra in tutt’altra maniera. Raccontare tutto questo vuol dire vivere trasversalmente Roma, mentre noi ci chiudiamo dentro i nostri ambienti chiusi come davanti a uno specchio”.

Che cos’è che oggi vale un racconto su Roma? “Cafonal è un racconto esteticamente molto coerente ed è già immaginario comune. Marta Marzotto te la ritrae mentre mangia, e non quando entra a casa e vede all’ingresso le foto di famiglia con le nipoti. Cafonal è un racconto potentissimo, e non c’è ancora un corrispettivo letterario. L’intellettuale ha il dovere di vedere tutte queste cose popolari perché quelle foto sono oggetto del desiderio e di imitazione, come il salotto di Maria Angiolillo. Immagini che hanno una forza incredibile, a noi scrittori non ci si fila nessuno. Il racconto che fa Dagospia è molto più grande di quello che sembra, perché si muove sul desiderio. Il principe Giovannelli è un personaggio televisivo e si sa chi è grazie a questo racconto. Chi vuole stare a cena con noi? Nessuno. Invece c’era la fila per incontrare Moravia”.

#classici

Può infine una nostalgia perduta, come quella per Moravia e Pasolini, trasformarsi in classico e rinnovare le proprie armi? La pensa così un romanziere esordiente, Giordano Tedoldi, 42enne schivo, pariolino, collaboratore delle pagine culturali di “Libero”, e autore de “I segnalati” (Fazi, 2013) che ha sorpreso molti.

“Moravia e Pasolini sono due classici, non c’è verso di metterli in discussione. E sono due esteti: il primo sedotto da Freud e dalla filosofia del linguaggio di Wittgenstein, il secondo da Marx e dai Vangeli. Ma di quelle influenze ricavarono sopratutto visioni, profezie: storiche, politiche, erotiche, antropologiche. Moravia, a fianco di Pasolini, può sembrare un minore e credo abbia un’influenza più debole sugli scrittori contemporanei. Ma Moravia era un nevrotico di genio che, se anche non viene letto più molto, è passato nel cinema, anche indirettamente, e è così è entrato nella nostra vita. L’esistenzialismo all’italiana (Pietrangeli, Zurlini,etc) deve tantissimo a Moravia, così come il miglior cinema erotico di Tinto Brass, un eroico tentativo di far capire alla testa dura e oscurantista dell’italiano statistico che il sesso è umano. L’esistenzialismo non è un modo di narrare, queste barbe sulla ‘narrazione’ verranno molto dopo, a fini commerciali. L’esistenzialismo è un atteggiamento, uno sguardo, e non è Antonioni, perché è anche alla portata degli stupidi, dei mediocri, dei semplici, degli adolescenti”.

Quando è raccontabile ex novo questa Roma che ha fagocitato le periferie pasoliniane e il centro moraviano? La si può ancora afferrare per intero? “Non c’è nulla nella Roma contemporanea che la renda meno raccontabile di quella del passato, anche del recente passato. Le trasformazioni urbanistiche dovrebbe forse intimidire? Il punto di vista dello scrittore è forzatamente parziale, forse che Caravaggio dipingeva scene ‘romane’ in senso integrale? E che vorrebbe mai dire, dire tutto di Roma? ‘Accattone’ è un film su Roma intesa in tutta la sua pienezza o come vorrebbero i gestori del bar Necci, un film sul loro locale? E ‘Roma’ di Fellini, che era nostalgico e superato, dal punto di vista dell’attualità, già alla sua uscita? Con Roma non ti puoi legare, piuttosto entri in una simbiosi, diventi lei, ma lei, al tempo stesso, ti lascia essere te stesso. Quando Roma ti abbraccia più profondamente, tu sei più autentico e puoi anche dimenticarla. Posso criticare Roma ‘oggi’, ma Roma non è mai ‘oggi’”.

È dura per uno scrittore scansare tutti i luoghi comuni di questi due forti immaginari? “Attenzione alla battaglia sui luoghi comuni: voglio mettere in guardia, perché ogni battaglia contro il pittoresco, il folcloristico, il paesaggistico, ha dato luogo a altre espressioni pittoresche, folcloristiche, paesaggistiche. Non voglio uccidere il chiaro di luna per ritrovarmi con i cretini fosforescenti. L’arte sa come evitare i tranelli, non c’è bisogno di indicare prescrittivamente: questo è un luogo comune, questo no”.

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di Nicola Lagioia

Pubblico su minima&moralia questo pezzo su Jonathan Franzen uscito ormai parecchi mesi fa per «Il Sole 24 Ore» insieme a un pezzo sulle serie tv uscito la scorsa settimana per «Il Venerdì di Repubblica» poiché mi sembra che si affronti, da punti di vista speculari, il medesimo problema. Ho preferito postare su internet il mio contributo sul romanzo di Franzen a distanza di tempo rispetto alla sua uscita cartacea per dare a Libertà la possibilità – come non di rado accade con la letteratura – di sbocciare più felicemente nella sensibilità del detrattore. A distanza di mesi, non è sbocciato putroppo un bel niente. La distanza può forse servire non solo a me per meditare con più calma su questo tipo di romanzi. Al momento dell’uscita del mio pezzo sul «Sole» (rileggendolo, in effetti poco tenero) il libro di Franzen veniva salutato in Italia come un grandissimo capolavoro, gli animi erano forse un po’ sovraeccitati e alcuni fan dello scrittore americano si arrabbiarono molto. Addirittura una nota giornalista si convinse che la madame Bovary evocata dal mio pezzo fosse lei, e da allora mi ha tolto il saluto. Ad animi più quieti si può forse riconoscere che di peccati e non di peccatori si parla, e che a ciascuno dovrebbe essere riconosciuto il diritto di esercitare ogni tanto senza vergogna i propri bovarismi. Del resto, il primo a rivendicarlo per se stesso fu Flaubert.

Che Libertà, il nuovo romanzo di Jonathan Franzen, sia una leggibilissima soap opera capace di banalizzare con successo le grandi intuizioni letterarie degli ultimi due secoli non è colpa del suo autore – il talento uno se lo può dare fino alle colonne d’Ercole dei propri ferri del mestiere, e la furbizia è da prescrizione medica per un Salieri alle prese con i fantasmi di due Mozart, specie se uno è un fratello maggiore inghiottito dal proprio stesso genio (David Foster Wallace) e l’altro un mai riconosciuto padre putativo con le sembianze di Philip Roth. Se la soap in veste di pastorale viene però annunciata e quindi accolta come un capolavoro da quell’eterogenea élite che va dalle grandi firme (su tutte Michiko Kakutani del «NYT») ai cavalieri senza nome della blogosfera, allora l’abbaglio ha delle responsabilità filologiche più gravi. Madame Bovary c’est nous ogni volta che, maneggiando un libro, scambiamo la perfetta aderenza tra aspettative e esito della lettura per un sicuro segno di grandezza. È quanto accaduto a Libertà: un bovaristico bisogno di sublime l’ha trasformato in ciò che non potrà mai essere. Perché non limitarsi a definirlo un buon romanzo da compagnia?

Un grande libro vive sempre al di là delle nostre aspettative. Se fosse già compreso nell’idea che ce ne siamo fatta avrebbe poco da trascendere: ci appare ogni volta più bello e più brutto, più alato e più bizzarro, più pesante e più ineffabile di ciò che le nostre abitudini avrebbero desiderato, salvo poi agire in noi a tradimento, trasformando nel tempo la nostra percezione del mondo e di noi stessi. Il romanzo di Franzen, lodato per i suoi rapporti con la grande tradizione, è in realtà una continua traslazione di salme estetiche – prende a prestito da Guerra e pace e dai Buddenbrook e da Madame Bovary e da Pastorale americana, con la differenza che mentre tra le pagine di un Tolstoj o di un Roth si sente l’avventurosa bellezza e la palpitazione della scoperta (persino della riscoperta!), qui c’è solo il piacere del gioco a incastri. Il problema non è che non fa qualcosa di nuovo, ma che non fa qualcosa di vivo. Possibile dunque che la vita, ancor prima della letteratura, ci spaventi a tal punto da farci preferire il bello inerte a una salvifica perturbazione sui nostri panorami interiori?

Il triangolo amoroso che muove Libertà (tutto giocato sul principio che il nostro oggetto del desiderio diventa tale perché lo è già di un altro) è stato brevettato dai grandi scrittori ottocenteschi e ha avuto la sua definitiva teorizzazione in Menzogna romantica e verità romanzesca di René Girard. Non voglio insinuare che Franzen abbia letto Girard. Piuttosto, il suo libro sembra la messa in pagina dei tanti film e serie tv che sfruttano quello e altri grandi meccanismi letterari neutralizzandoli sull’altare dell’intrattenimento intelligente. È esattamente questo che ci rassicura facendoci scambiare per un miracolo il gioco di prestigio. L’Humbert Humbert di Nabokov ci lascia sgomenti ogni volta che, tra le tante sfumature del suo sentimento amoroso per Lolita, ritroviamo qualcosa di nostro. L’Humbert Humbert del film di Adrian Lyne è troppo bidimensionale per appartenerci. Il dramma della borghesia allestito da Franzen mutua a propria volta così tanto dalle buone e oneste fiction tv da portarci istintivamente a credere che: sì, è vero, quella storia potrebbe appartenerci, ma in fondo è a un’altra famiglia che accade. Troppo poco complessi per essere davvero noi. Il che non solo ci consola, ma soddisfa pienamente le nostre più immediate aspettative (non essere messi in discussione) lasciando il nostro più segreto e affascinante desiderio (empatizzare con i Raskolnikov e gli Humbert Humbert e le Bovary e le Karenina che sono sin troppo umanamente dentro di noi) fuori dalla porta. Se qualcuno arriva poi a dirci che su un simile meccanismo poggiano oggi i capolavori letterari, ecco che il nostro bisogno di rimozione è pienamente legittimato. Il bisogno di celebrare Libertà temo nasca insomma dalla vana speranza di poter superare il conformismo di noi umani del XXI secolo (di questo scrive Franzen) con poco spirito del rischio, lasciando il nostro più indigeribile profilo a specchiarsi in un libro che lo biasima utilizzandone i codici, e dunque lo nasconde.

Ma forse, perlomeno da noi, il successo di Libertà è anche dovuto a un gioco di provincialismi incrociati. La più allegra esterofilia italiana, il più grigio isolazionismo a stelle e strisce. L’autore de Le Correzioni è stato accolto nella realtà nostrana di queste settimane un po’ come la Egberg nella finzione di Fellini. A propria volta Franzen ha confermato fuori dalla pagina un’apertura d’ali striminzita, il che ovviamente ci ha portati a celebrare in lui ciò che non avremmo perdonato a noi stessi: interrogato sui propri consumi culturali a prescindere da ciò che accade negli States non ha saputo bene che rispondere. Anche questo è segno di una partita giocata tutta in difesa, specie se si pensa agli scrittori americani – da Hemingway in giro per il mondo, a Roth con Primo Levi, a Faulkner che apprende a distanza i segreti di Joyce – fatti grandi anche dal rapporto con le altre culture. Feticizzare gli Stati Uniti non supplisce alla mancanza di coraggio, abbandonare Europa e resto del mondo non riscatta una centralità di cui non si ricevono conferme da un decennio. Ritrovare un certo spirito d’avventura non farà male invece a nessuno, compresi Franzen e i suoi tanti estimatori. Ecco allora che i capolavori, magari, torneranno a coglierci alle spalle.

 

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