Walt Whitman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/walt-whitman/ un blog di approfondimento culturale Mon, 11 May 2026 09:13:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Walt Whitman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/walt-whitman/ 32 32 “I cani romantici”, le poesie di Roberto Bolaño https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-cani-romantici-le-poesie-di-roberto-bolano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-cani-romantici-le-poesie-di-roberto-bolano/#comments Thu, 28 Apr 2016 12:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30736 Oggi Roberto Bolaño avrebbe compiuto 63 anni. Lo ricordiamo con questo pezzo che affronta un tema meno battuto ma non meno importante per la sua vita artistica: la sua produzione poetica (fonte immagine).

di Giorgia Esposito

Los perros románticos (I cani romantici) è il primo libro di poesie pubblicato in Spagna da Roberto Bolaño. La prima edizione, Zarautz, Fundación Social y Cultural Kutxa, 1993, che gli vale il “Premio Literario Ciudad de Irún 1994”, contiene quarantacinque poesie, scritte fra il 1977, anno in cui Bolaño arriva in Europa, a Barcellona, e il 1990.

Le poesie sono raggruppate in cinque capitoli tematici: Poetas, Detectives, Amores, Hospitales, Crepúsculos. Soltanto ventitré componimenti confluiranno, insieme ad altri venti testi inediti, nelle due edizioni successive: Barcellona, Lumen, 2000 e Barcellona, Acantilado, 2006.

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Oggi Roberto Bolaño avrebbe compiuto 63 anni. Lo ricordiamo con questo pezzo che affronta un tema meno battuto ma non meno importante per la sua vita artistica: la sua produzione poetica (fonte immagine).

di Giorgia Esposito

Los perros románticos (I cani romantici) è il primo libro di poesie pubblicato in Spagna da Roberto Bolaño. La prima edizione, Zarautz, Fundación Social y Cultural Kutxa, 1993, che gli vale il “Premio Literario Ciudad de Irún 1994”, contiene quarantacinque poesie, scritte fra il 1977, anno in cui Bolaño arriva in Europa, a Barcellona, e il 1990.

Le poesie sono raggruppate in cinque capitoli tematici: Poetas, Detectives, Amores, Hospitales, Crepúsculos. Soltanto ventitré componimenti confluiranno, insieme ad altri venti testi inediti, nelle due edizioni successive: Barcellona, Lumen, 2000 e Barcellona, Acantilado, 2006.

A partire dalla seconda edizione, Los perros románticos, non più suddiviso in capitoli tematici e accompagnato dalla prefazione del poeta e critico letterario Pere Gimferrer, contiene le poesie scritte fra il 1980, anno in cui Bolaño lascia Barcellona per trasferirsi a Girona, e il 1998, anno di pubblicazione de Los detectives salvajes.

In un’intervista, rilasciata il 20 luglio 2003, al quotidiano cileno “El Mercurio”, Bolaño dice: «La mia poesia e la mia prosa sono due cugine che vanno d’accordo. La mia poesia è platonica, la mia prosa è aristotelica. Entrambe abominano il dionisiaco, entrambe sanno che il dionisiaco ha trionfato».

Tutta l’opera di Bolaño – entrambe le cugine che vanno d’accordo – canta la sconfitta dell’apollineo, attraverso una molteplicità di voci: da quella del calzolaio che, in Notturno Cileno, non vede realizzata la sua Collina degli Eroi, alla voce della madre della poesia messicana, Auxilio Lacouture, che, in Amuleto, si trova faccia a faccia con l’ombra dei suoi figli – una massa di bambini, unita solo dalla generosità e dal coraggio – che cammina inevitabilmente verso l’abisso.

Ma l’abisso, ricorda Bolaño in Tra Parentesi, è anche l’unico posto dove si può trovare l’antidoto alla malattia che affligge Apollo. Per essere poeti occorre scandagliare il fondo inesistente del portafiori di Poe, quello che contiene tutti i crepuscoli e le porte segrete dell’inferno, che il poeta può contemplare, ma giammai varcare: più in là c’è solo la morte, e con essa innumerevoli storie di «generazioni sacrificate sotto la ruota e non raccontate» («I passi di Parra», I cani romantici).

Bolaño era un sopravvissuto, un testimone, impegnato in una lotta contro il tempo, contro la malattia, che ha voluto dare voce ai poeti morti bambini, a quelli che non hanno potuto raccontare, ai cani romantici che hanno attraversato, con lui, le strade polverose del Messico, inseguendo assassini, puttane e poetesse.

Nelle poesie de I cani romantici il lettore trova il canto dei personaggi che costellano la produzione in prosa dell’autore: dalla prostituta adolescente, Lupe, all’abitante della città degli assassini, il Verme, fino ai poeti troiani, i figli dimenticati di Walt Whitman, Violeta Parra e José Martí. Ai sopravvissuti spetta l’ufficio della memoria, sebbene si tratti di memoria della sconfitta.

La raccolta, la cui stesura precede il breve periodo di fama di cui ha goduto Bolaño in vita, è un gesto d’amore nei confronti della letteratura e della possibilità di riscatto che l’atto di scrivere comporta. «La tua amicizia mi raccoglierà / dalla terra incolta dell’oblio», scrive nella poesia Musa, «Perché con te posso attraversare / i grandi spazi desolati / e sempre troverò la porta che mi ricondurrà / alla Chimera».

Bolaño tratteggia, nel genere a lui più congeniale, la poesia, il proprio percorso d’iniziazione poetica e le immagini che lo hanno definito, a cominciare dai «detective perduti nella città oscura / Ho sentito i loro gemiti, la nausea, la discrezione / Delle loro fughe», il detective che, come il poeta, attraversa e contempla l’orrore, tornando «sulla scena del crimine / Da solo, tranquillo / Come nei peggiori incubi, / L’ho visto sedersi per terra e fumare / In una stanza piena di sangue secco / Mentre le lancette dell’orologio / Viaggiavano rattrappite nella notte / Interminabile» (Detective).

Per attraversare invitti il «breve racconto del terrore», che è la storia, occorre una grande dose di coraggio: «Un coraggio innominabile e inutile, è vero, / Ma ritrovato ai margini / Del sogno più remoto, / Nei reparti del sogno finale, / Sul sentiero confuso e magnetico / Degli asini e dei poeti» (L’asino). Affinché il detective torni sulla scena del crimine e il poeta canti la bellezza nascosta oltre l’orrore, per riscattare, alfine, la storia dall’oblio, serve la maggiore delle virtù, il coraggio: «La virtù maggiore della mia specie traditrice / È il coraggio, forse l’unica reale, palpabile fino alle lacrime, / Fino agli addii» (La mia vita nei condotti di sopravvivenza).

In continua oscillazione fra il romantico «cammino dei cani» e il sinistro, ma inevitabile, «sentiero dei serpenti», il poeta si trova smarrito: «Mi trovo nel posto dove si vede solo con la punta delle dita, pensai. Qui non c’è nessuno.», cosciente di aver intrapreso una strada che lo condurrà verso una meta ineludibile: «la moto nera mi portava / direttamente verso la distruzione. Non più lune tremanti / sulle vetrine, non più camion della spazzatura, non più / desaparecidos. Avevo visto la morte copulare con il sogno / e ormai ero avvizzito» (L’ultimo selvaggio).

Viaggiano i poeti Mario Santiago (Ulises Lima ne I detective selvaggi) e Roberto Bolaño, a bordo di una moto, che è “un asino nero che viaggia senza fretta / Nelle terre della Curiosità”, ai confini del sogno, dove risuona un motivo: «Un’allegra canzone d’addio. / E può darsi siano gli atti di coraggio / A dirci addio, senza rancore né amarezza, / In pace con la loro assoluta gratuità e con noi stessi. / Sono le piccole sfide inutili – o che / Gli anni e l’abitudine hanno fatto sì / Che credessimo inutili –  A salutarci, / A farci segnali enigmatici con le mani, / A notte fonda, su un lato della strada, / Come nostri figli amati e abbandonati, / Cresciuti soli in questi deserti calcarei, / Come lo splendore che un giorno ci attraversò / E che avevamo scordato» (L’asino).

Se il riscatto collettivo avviene con l’esercizio della memoria, è l’amore a salvare l’individuo: «sei come lo zoppo che l’amore ha reso eroe: / non tornerai mai nella tua terra (ma qual è la tua terra?), / non sarai mai un uomo saggio, anzi, neanche un uomo / ragionevolmente intelligente, ma l’amore e il tuo sangue / ti hanno fatto fare un passo, incerto però necessario, in mezzo / alla notte, e l’amore che ha guidato quel passo ti salva.» (Il signor Wiltshire).

Di seguito, I cani romantici e Pioggia, tratte dalla mia tesi di laurea magistrale in traduzione conseguita presso l’Università di Torino.

I cani romantici

A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma mi ero guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non contava.
Né lavorare né pregare
né studiare all’alba
assieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una stanza di legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E a volte guardavo dentro me stesso
e visitavo il sogno: statua resa eterna
da pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorceva
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui resterò.

Pioggia

Piove e tu dici è come se le nuvole
piangessero. Poi ti copri la bocca e affretti
il passo. Come se quelle squallide nuvole piangessero?
Impossibile. Ma allora, da dove questa rabbia,
questa disperazione che ci condurrà tutti all’inferno?
La Natura cela alcuni dei suoi processi
nel Mistero, suo fratellastro. Così questa sera
che reputi simile a una sera da fine del mondo
prima di quanto immagini ti sembrerà soltanto
una sera malinconica, una sera di solitudine smarrita
nella memoria: lo specchio della Natura. O forse
la dimenticherai. Né la pioggia, né il pianto, né i tuoi passi
che riecheggiano sul cammino della scogliera hanno importanza.
Adesso puoi piangere e lasciare che la tua immagine si dissolva
sui parabrezza delle auto ferme lungo
il Paseo Marítimo. Ma non puoi perderti.

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Il canone (americano) di Harold Bloom https://minimaetmoralia.it/interviste/il-canone-americano-di-harold-bloom/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-canone-americano-di-harold-bloom/#comments Sat, 09 Apr 2016 05:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30489 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).

Due giorni dopo su Book Riot, sito letterario molto popolare e antiaccademico, si è scatenata la blogger Rachel Cordasco che, dichiarando candidamente di non aver letto il libro di Bloom, ha comunque stracciato la Lista dei Dodici proponendone una sua, più contemporanea, multiculturale e bazzicata dalle donne. Inutile dire che si sono presto aggiunte molte altre controliste politicamente correttissime. Quasi in tutte ricorreva il nome di Toni Morrison, autrice che, secondo Bloom, scrive roba da supermercato e ha ricevuto il Nobel senza meritarlo. D’altra parte, con la giuria del Nobel il critico è in frequente disaccordo: è arrivato a dire che premia idioti di quinta categoria.

Quando gli ricordi queste cose Bloom, che va per gli 86 e combatte con parecchi acciacchi, non spreca il fiato. Sussurra: garbage, cioè spazzatura. In questa intervista, la parola – riferita a libri inutili, autori esangui, accademici in declino, critici infedeli alla loro missione e recensori incapaci – ricorre con la stessa frequenza di Toni Morrison nelle liste di Book Riot. L’hanno definito sprezzante e certo lo era, ma adesso è dimagrito troppo, la baldanza sembra affievolita e garbage assume quasi un significato di autodifesa, la formula per liquidare gli assalti della bruttura: «Sono forse l’ultimo critico barricato sul fronte del Sublime letterario».

Seduto più modestamente al tavolo del soggiorno con un gilet di piumino bordeaux e la cuffia di lana in tinta, ha piuttosto l’aspetto di un bambino montanaro. Soprattutto quando le guance gli si accendono mentre recita (inaspettatamente) La figlia che piange del poco amato T. S. Eliot. «Tutta la mia avversione per la misoginia, l’antisemitismo e la sessuofobia di Eliot si sgretola davanti a questa poesia». Questo per dire che ideologia e letteratura non andrebbero mescolate, anche se per Bloom con Eliot non è facile.

Oggi The Daemon Knows esce in Italia per Rizzoli con il titolo Il canone americano, che lascia perdere il daimon, ovvero il genio creativo, per strizzare l’occhio a Il canone occidentale, l’opera di Bloom più conosciuta (non necessariamente più letta), che alla sua uscita nel 1994 suscitò parecchi disaccordi. Li suscitò perché nella selezione dei 26 autori che hanno edificato la grande tradizione letteraria dell’Occidente (da Dante a Shakespeare, da Montaigne a Milton, da Cervantes a Borges, da Molière a Proust, da Freud a Virginia Woolf, fino a Beckett) non c’era un vivente.

Non che Bloom detestasse tutti gli scrittori vivi o quelli morti da poco, ma a suo parere nuotavano, alcuni molto bene, in acque già solcate dagli augusti precursori. (Lui poi sostiene che la profezia canonica va messa alla prova per due generazioni dopo la morte di uno scrittore).

Nelle intenzioni di Bloom Il canone americano non è un canone, ma non ha fatto tante storie con la Rizzoli su quel titolo furbetto. Per scoraggiare fraintendimenti, polemiche e giochi della torre anche in Italia, conviene dargli spazio, molto spazio, per raccontare come è nato e che cosa è il suo nuovo libro.

«Sei anni fa provo a fare uno spettacolo su Walt Whitman, ma dopo un po’ mi arrendo: più lo conosco come poeta, più lo perdo come persona. Credo che Whitman si sia cancellato deliberatamente. Allora decido di scrivere un libro sulla sua poesia e, di lì a poco, mi chiedo: cosa c’è di altrettanto titanico nella letteratura americana? Moby Dick. Ecco quindi la prima sezione Whitman-Melville. Ma Whitman deriva da Ralph Waldo Emerson che, mezzo secolo fa, mi ha folgorato e mi è stato di grande aiuto in un periodo di profonda crisi. Nella seconda sezione metto quindi Emerson e con lui Emily Dickinson, perché è la più importante poetessa americana dopo Whitman. Passo alla narrativa, declinata dai nostri grandi sul romance: il maestro del genere è Nathaniel Hawthorne, che ha avuto una potente influenza sull’ottimo Henry James. E siamo alla terza.

Nella quarta decido di inserire due autori che, a differenza dei precedenti, hanno avuto un grande pubblico e un considerevole potere letterario in vita: Mark Twain e il poeta Robert Frost. Quindi comincio a pensare ai poeti che mi sono piaciuti di più: Wallace Stevens e Hart Crane. Stevens ha vissuto un agone continuo con Eliot, così ai duellanti spetta la quinta sezione. Nella sesta mi concentro sugli autori americani più ambiziosi, William Faulkner e Crane, che è la mia passione da quando avevo dieci anni. È libro complesso, una sfida forse troppo difficile, ma penso sia migliore del Canone occidentale».

Nota a margine. A dieci anni, il piccolo Harold figlio di immigrati ebrei che parlano solo yiddish, si innamora di un poeta ostico come Crane e si interroga sul perché Melville non abbia inserito in Moby Dick alcune citazioni del Libro di Giona: ma che bambino era? «Molto sensibile, la poesia mi consolava, forse per questo ne ho imparate così tante che recito ancora, di notte, bisbigliando per non svegliare mia moglie. La scuola ebraica ha sviluppato la predisposizione per l’esegesi. E forse i geni di un bisnonno rabbino influiscono».

Bloom ammette di essere «un critico empirico e personalizzante»; nel libro, che è impegnativo quanto fascinoso, ci si può interrogare sull’attendibilità delle visioni o di qualche elucubrazione. Prendiamo pagina 279, dove si parla di La lettera scarlatta e in particolare dell’eroina: «Hester costringe Hawthorne a uscire dall’ambito del romance per entrare in quello del romanzo psicologico, il che è un segno della sua relativa libertà e della curiosa schiavitù del suo autore, della incapacità di quest’ultimo di rendere conforme alle proprie aspettative morali il suo personaggio più poderoso. Hester inganna gli altri, e per un po’ anche se stessa, ma non permette a Hawthorne di illudersi. Lui forse avrebbe preferito vederla come una dark woman».

Una protagonista che spadroneggia sulla trama è una bella invenzione, ma quanto dimostrabile? Insomma, il più autorevole critico vivente si è mai accorto, a posteriori, di averla sparata grossa? «Certo: bisogna sbagliare. Nietzsche diceva che gli errori nella vita sono necessari alla vita e, nella lettura, alla lettura. Hai visto cosa hai fatto e fai meglio. E Beckett suggeriva di sbagliare, sbagliare di nuovo e sbagliare meglio».

È a Yale dal 1951 Harold Bloom. Ha insegnato in molte altre università, anche italiane, ma questa è la sua casa madre, non senza contrasti. Nel 1976 ha mollato il Dipartimento di Inglese: «Quando ho visto che prendeva il sopravvento la School of Resentment». La definizione, coniata da lui stesso, si riferisce a quegli accademici risentiti che nella critica letteraria antepongono, o accompagnano, ai valori estetici quelli ideologici: marxismo, multiculturalismo, femminismo, poststrutturalismo eccetera.

Continua a insegnare, è Sterling professor – la carica più prestigiosa conferita a Yale – di Studi umanistici. Tiene lezione nel suo soggiorno a una dozzina di giovani studenti: quelli della specializzazione o dei master non li vuole «perché li hanno già rovinati». Le materie sono due suoi cavalli di battaglia: Shakespeare il martedì e influenza poetica (ovvero il conflittuale debito d’ispirazione che gli autori hanno con i loro precursori) il giovedì.

A questi studenti, che cita spesso nel libro, il professor Bloom non teme di insegnare cose sbagliate? «Quello che insegno non è sbagliato, alla mia età è come acciaio temperato. Insegno dal dentro al fuori, non al contrario. Parlo da dove è la poesia, dal cuore della visione. Questa conoscenza è stata raggiunta in una lunga vita trascorsa leggendo bene e profondamente, meditando su cos’è la scrittura e restando in contatto con una manciata di critici occidentali che fanno la differenza».

I critici, appunto. Una volta ho chiesto a Philip Roth notizie su Michiko Kakutani, la critica del New York Times che lo stroncava sempre: mi ha risposto che non era importante. Era solo una giornalista che redigeva recensioni, mentre i veri critici come il suo amico Harold Bloom non perdono tempo con le recensioni: pensano ai libri, ci scrivono i saggi. In realtà il caro amico Harold prima le scriveva anche, le recensioni, e proprio sulla Book Review del NYT, poi un articolo pubblicato dal giornale per il ventennale del Canone occidentale l’ha così irritato da fargli troncare ogni rapporto di lettura o collaborazione con la testata. Ma se il vero critico non si abbassa a recensire la produzione corrente il povero lettore a chi si rivolge?

La risposta di Bloom è un po’ irritante. «C’è poco tempo: perché sprecarlo con questa spazzatura invece di rileggere la Divina Commedia? Il mio compito è insegnare e scrivere i miei libri, non leggere questa spazzatura per comunicare al pubblico che è spazzatura. Il mio precursore Samuel Johnson, la figura che ho emulato, diceva che la funzione della vera critica è trasmutare le opinioni in conoscenza. Questo è il mio lavoro». Qui ci vuole un correlativo oggettivo: le note maestose e canoniche emesse dalla filodiffusione (col volume che non si riesce ad abbassare) sottolineano a dovere la gravità di Bloom.

Nel Canone americano si parla di religione americana. Una religione in cui Whitman si vede come un sole che irradia e il capitano Achab è pronto a colpirlo, il sole, se l’astro ha la malaugurata idea di offenderlo. «Dei miei Dodici solo uno è cristiano, anzi, neocristiano, Eliot; per il resto sono trascendalisti. Il nuovo americano è un dio-uomo che si è creato da solo e, se Dio o Gesù viene a lui, gli accade solo quando è in perfetta solitudine e libertà».

Ecco, la solitudine: nel Novecento americano, anche nel secondo dopoguerra, ci sono scrittori, comunque defunti, che hanno raccontato la solitudine. Snocciolo un rapido elenco: Hemingway, Fitzgerald, Salinger, Carver, Cheever («Chi? Ah, un brav’uomo, giusto uno scrittore di storie»), Richard Yates («Revolutionary Road era buono, ma niente»), Nathanael West. Responso finale: bravi o bravini, per carità, ma nessuno è canonico.

Inutile citare i viventi o i morti recenti, che parlino di solitudine o meno. Il critico promuove, e non per tutta l’opera, solo Roth, DeLillo, Pynchon, Cormac McCarthy e John Ashbery tra i poeti. Scrittrici, niente. Stephen King è il male assoluto, provo a paragonarlo a Balzac, solo in termini di iperproduttività. Nessuna risposta pervenuta, ma basta lo sguardo quasi offeso di Bloom che, nel libro, tra un Sublime e l’altro dà una stoccata pure a Franzen e Wallace: «Ci troviamo di fronte a una crisi di vasta entità quando le opere contemporanee non sono in grado di realizzare le proprie ambizioni (Infinite Jest di David Foster Wallace, Libertà di Jonathan Franzen)».

È scontato ipotizzare che a un ottantaseienne il presente faccia un po’ schifo (anche se ha in programma un nuovo libro, Possessed by Memory, excursus tra poesie e prose molto amate e immagazzinate nella sua poderosa memoria), ma è altrettanto scontato affermare che la letteratura americana non produce capolavori, al momento. Comunque il Sublime è dichiarato ufficialmente morto.

«È finito con Faulkner e Crane. È una situazione molto triste: il declino culturale, l’avvitamento della speranza, la morte della democrazia. Ormai gli Stati Uniti sono una plutocrazia, un’oligarchia. Guardi a cosa ha portato la reazione alle controculture: a questa orribile involuzione fascista dei repubblicani. La School of Resentment ha vinto nelle università, ormai in totale decadenza, è riuscita a demolire gli studi umanistici mettendo sullo stesso piano i fumetti e i sonetti, gli standard sono collassati, la scrittura cattiva passa per buona. Ho sprecato anni a denunciarli. Basta. Hanno vinto. Pace. Tanto Dante sarà sempre Dante e Shakespeare sempre Shakespeare. E magari in futuro tornerà un po’ di ragione. Intanto resiste un’élite, non riconosciuta dalla società corrotta né dall’accademia degradata. Siamo migliaia, in Cina, Perù, Australia, Slovenia, tutti in contatto. Mi scrivono, io non rispondo, ma mi commuovo: c’è ancora qualcuno che non vuole spazzatura».

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Quello che rimane di C.K. Williams https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luongo-ck-williams/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luongo-ck-williams/#respond Wed, 21 Oct 2015 16:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28806 di Mario Luongo

Wit – dal dizionario Collins
a) intelligenza
b) spirito, arguzia
c) persona arguta, bello spirito

C.K. Williams è morto poco più di un mese fa, il 15 settembre, nella sua casa di Hopewell, in New Jersey. Aveva 78 anni, era malato di mieloma multiplo. Negli USA se n'è parlato molto, anzi il giusto, mentre in Italia in pochi sembrano essersene accorti.

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di Mario Luongo

Wit – dal dizionario Collins
a) intelligenza
b) spirito, arguzia
c) persona arguta, bello spirito

C.K. Williams è morto poco più di un mese fa, il 15 settembre, nella sua casa di Hopewell, in New Jersey. Aveva 78 anni, era malato di mieloma multiplo. Negli USA se n’è parlato molto, anzi il giusto, mentre in Italia in pochi sembrano essersene accorti.

“Il giusto” perché Williams non era un personaggio o una personalità: era una persona e un poeta prima di tutto. Ha attraversato la cultura americana dagli anni ’70 ad ad oggi con estrema coerenza sia nei temi trattati che nello stile, fondendo come pochissimi prima di lui vita sociale e intimità personale, appartenenza a un momento storico o un luogo con i legami famigliari, sentimentali, personali.

Ai tempi del liceo la sua fidanzata chiese di scriverle una poesia e Williams, pur riconoscendo di non averne le basi, accettò. Ma in lui c’era anche un’altra consapevolezza, sapeva che in qualche modo quella sarebbe stata la sua strada. Dalla sua prima poesia pubblicata sul New Yorker nel 1966 ad oggi, sono passati quasi 50 anni, e leggendo Williams sembra non ne sia trascorso neanche uno.

“Thirst”: la compassione, Lester Bangs e Van Morrison

Nella raccolta di poesie Selected Later Poems ce n’è una tra le mie preferite. Si intitola “Thirst” ed è tratta dall’opera The Vigil del 1997. Racconta di “una donna che ha vissuto tutto lo scorso autunno e inverno giorno e notte su una panchina della stazione metro sulla 103esima Strada, finché un giorno svanì”.

Williams passa ogni giorno davanti quella panchina, entrambi si guardano, si scrutano: lui “timidamente, in obliquo, provando a non sembrare furtivo”, lei invece “audace, imperturbabile, addirittura pugnace e con rabbia quando la sua bottiglia era vuota”.

Si sente impaurito come un bambino dalla presenza di lei: il timore che una parte repressa di sé stesso “possa andare fuori controllo e restare intrappolata per sempre nello stordente effluvio del suo fetore”. Williams mette a nudo il senso tutto umano di muta e inespressa compassione verso l’altro, quello diverso e scomodo che andrebbe aiutato, prima o poi.

Quante volte ci siamo trovati in una situazione simile? E quante volte abbiamo proseguito per la nostra via, girando lo sguardo e trattenendo il respiro? “La danza dei nostri sguardi, lo scontro, il tirarci a vicenda attraverso i nostri trafiggimenti percettivi, e poi olocausto, olocausto. Un cumulo di presenze malate, ferite, sprecate, consumate.”Anche per Williams è stato così: “A volte pensavo di doverla portare a casa con me, lavarla, darle conforto, vestirla. Non avrebbe voluto, pensavo. Invece, salivo sul treno.” Il passo dalla compassione al fallimento è breve e passa per la consapevolezza della propria (in)umanità, in un verso che è tra i più onesti della pesia americana recente “Quanto è ricco, pensavo, il lessico del nostro autoassolverci”.

Di compassione e umanità scriveva negli stessi termini (ma con lingua molto più ruvida) Lester Bangs nel 1979. E’ interessante notare come due menti così diverse (Bangs critico musicale geniale quanto folle, maestro della scrittura gonzo, e Williams poeta intellettuale impegnato) riescano a sviscerare un concetto così spinoso in modi differenti, arrivando a conclusioni paurosamente simili.
In un articolo su Stranded il buon Lester scrive nel suo modo romanticamente svaccato dell’album Astral Weeks di Van Morrison, in particolare riflettendo sulla poetica di quel disco straordinario attraverso la canzone “Madame George”.

La parola a Bangs: “Se accettiamo anche solo per un attimo che tutte le vite umane sono preziose e delicate come un fiocco di neve e poi guardiamo un barbone avvinazzato davanti a un portone, dobbiamo soffrire fino a sentirci una spugna che assorbe i problemi di tutti quegli altri stronzi, finché non ci sentiamo noi stessi degli stronzi, e allora mettiamo i giusti paletti. Non proviamo più nulla. Ma sappiamo che a quel punto cominciamo a morire. Allora lottiamo contro noi stesi. Qual è la quantità massima di orrore a cui possiamo permetterci di pensare? (…) Abbiamo commesso il crimine della consapevolezza e quindi non ci siamo limitati a oltrepassare o scavalcare il corpo di qualcuno che sapevamo sofferente, ma abbiamo anche violato la sua intimità che è l’unica eredità rimasta ai diseredati”.

This is fresh meat, right mr Nixon?

Torniamo a Williams. Cosa resta di lui e della sua poesia ad un mese dalla morte? Restano titoli di libri magnifici: Lies (1969), I’m the Bitter Name (1972), With Ignorance (1977) Flesh and Blood (1987) Wait (2010). Restano poesie intime e sociali allo stesso tempo. Resta l’esplorazione dello stupore dell’infanzia e delle bravate dell’adolescenza, la complessità dell’invecchiare e la morte, il rapporto difficile con il padre e la dolcezza della madre. Resta l’abilità straordinaria di passare al setaccio il tempo in cui si vive attraverso le persone e i sentimenti che le animano. Restano un National Book Critics Circle Award nel 1987 con Flesh and blood, un Pulitzer per Repair nel 2000, un National Book Award nel 2003 con The Singing, per elencare solo alcuni dei premi che la critica internazionale gli ha riconosciuto durante la carriera.

Un rapporto, quello con la critica e con i “colleghi”, privo di fratture e non certo per acquiescenza, basato sul rispetto personale e professionale. Edward Hirsch lodava la “qualità etnografica” dei suoi versi sulle pagine del New York Times Book Review, mentre Paul Muldoon considera Williams “uno dei poeti più brillanti della sua generazione”. Ma forse la dichiarazione di stima più sincera e romantica appartiene ad Anne Sexton che caldeggiò il suo esordio poetico Lies definendolo “Il Fellini della parola scritta”. E pensare che Amarcord, probabilmente il film del regista più vicino alla poetica di Williams, sarebbe uscito quattro anni più tardi.

Williams riesce ancora ad arrivare dal particolare all’universale e viceversa, tramite argomenti come i cambiamenti climatici o una vecchia barbona alla stazione, la guerra in Vietnam, le marce per i diritti civili o le preoccupazioni materne, che in fondo sono quelle di ogni madre.
C’è una poesia bellissima, intitolata “In the heart of the Beast”, in cui il poeta si scaglia con durezza contro Nixon (e non solo) in seguito alla sparatoria della Kent State del 4 maggio ’70.

“E’ carne fresca, giusto mr Nixon? E’ persino più dolce di Mickey Schwerner o Fred Ampton, giusto?” inveisce nei primi versi, per poi rassegnarsi proseguendo“mi spiace, non voglio sentire più nulla (…) non voglio sapere nulla, non mi importa” e invocare uno spiraglio di redenzione verso il finale “Se potessi prendere qualcuno così tra le mie braccia lo convincerei del fatto che ognuno è solo prima della morte ma l’amore ci ha salvati dal vivere le nostre viste riflessivamente con la morte”.

È come un codice

Williams era un poeta stilisticamente molto originale. In alcune delle prime raccolte la forma verso è più contratta e il ritmo scattoso, come in “Flesh and blood” del 1987. Nella seconda fase della sua produzione, invece, i versi si sciolgono in lunghezza e in un linguaggio colloquiale, musicale che sfiora la prosa. “Per molto tempo ho scritto poesie che lasciavano molto fuori. È come un codice, in cui dici poco e lo mandi alla gente che sa come decodificarlo – raccontava in un’intervista al New York Times nel 2000 – Poi ho realizzato che scrivere versi e poesie più lunghi mi dava la possibilità di scrivere nel modo in cui pensavo e in cui mi sentivo. Volevo entrare in aree relegate agli scrittori di prosa, volevo parlare di cose come può fare un giornalista, ma in versi, non in prosa.”

Per questo, e molto altro ancora, la sua poesia è stata paragonata più volte a quella di Withman (suo grande ispiratore) e Borroughs; aggiungerei anche un po’ di Raymond Carver per il lessico pulito e cristallino, il verso slegato e le ambientazioni comuni dalla grande potenza comunicativa.

Vedere e ascoltare Williams

Oltre a leggerlo c’è la possibilità di ascoltarlo (ne vale la pena) e vederlo, grazie ad un suo reading su Ted sul tema della giovinezza e dell’età. Williams è stato anche uno dei pochissimi artisti a cui è stato dedicato un biopic mentre era ancora vivo: il film si intitola Tar ed è stato presentato in anteprima al Festival del cinema di Roma nel 2012. Diretto da ben 11 registi, ripercorre la vita di Williams attraverso i ricordi rievocati dai versi delle sue poesie, con un tono molto delicato e una narrazione volutamente frammentaria; un cast ottimo (James Franco interpreta il poeta, Mila Kunis la moglie, Jessica Chastain la madre, fino a Zach Braff e il mitico Bruce Campbell) e la fotografia quasi fiabesca (omaggio forse troppo forzato a Malick) ne fanno una buona pellicola, per chi volesse approfondire la conoscenza con questo poeta così straordinariamente umano.

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Quanto piace la guerra ai National Book Award https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/#comments Mon, 12 Oct 2015 13:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28723 di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.

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salinger

(fonte immagine)

di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.

Le mie paure si sono rivelate infondate: Fine missione non è privo di luoghi comuni sul soldato americano, sul suo ritorno alla vita civile, sull’Iraq. La differenza la fa la scrittura e la prospettiva di Klay, ex marine: ci sono molte cose che fanno di Fine missione un gran libro, riassunte bene da Davide Coppo in un articolo per Rivista Studio.

Poi, un paio di settimane fa, arriva l’annuncio delle varie longlist dei titoli candidati a diventare i finalisti dell’edizione 2015, e tra quelli della sezione fiction compare Welcome to Braggsville di T. Geronimo Johnson, pubblicato dal colosso Harper Collins. Il libro racconta con ironia di un gruppo di studenti di Berkley che si convince d’inscenare un linciaggio durante una celebrazione commemorativa della Guerra Civile(sponda Confederati) nella cittadina di Braggsville, Alabama, per dare una lezione ai suoi cittadini bigotti.

Certo, la guerra non sarà centrale come nei racconti di Klay, e nelle trame degli altri nove romanzi in longlist l’elemento militare siapraticamente nulla, ma non sono riuscito a non chiedermi quante volte il fattore bellico si sia infilato tra le righe dei romanzi di quello che è il più importante premio letterario americano

L’America e la guerra: una storia di formazione

Quella grande macchina indefinibile che chiamiamo società mediatica ha fatto sì che gli Stati Uniti nell’immaginario collettivo siano sempre e comunque affiancati alla guerra, positivamente o no è relativo: il secondo conflitto mondiale, la Guerra Fredda, il Kuwait, le Guerre del Golfo, l’Iraq, il Vietnam, l’Afghanistan. Il cinema a riguardo ci offre classici visti e rivisti come Cimino, Kubrick, Spielberg, Tarantino e la caterva di nomi e titoli che ancora seguirebbero e che hanno plasmato il subconscio di intere generazioni; nel mondo del fumetto, elemento base dell’educazione sentimentale americana moderna,il fattore-guerra è quasi onnipresente (vedi, su tutti, Watchmen). La letteratura ovviamente non è da meno e mentre leggevo Klay, continuavo a pensare a due nomi in particolare: Vollman e Pynchon, che sapevo vincitori di un’edizione di un National Book Award entrambi con un libro sulla guerra: il primo nel 2005 con Europe Central (Strade Blu, Mondadori) e il secondo nel 1974 con il capolavoro L’arcobaleno della gravità (BUR).  Continuavo a leggere e non facevo altro che pensare: Quanti altri come questi tre? Quante volte un libro sulla guerra ha vinto il primo premio letterario americano? Mi venivano altri nomi in mente – Hemingway e Salinger su tutti – ma non ero sicuro avessero mai vinto almeno un’edizione del premio. Ecco il motivo per cui ho passato quasi un bel po’ di tempo tra biblioteche varie e la scrivania di casa a scrutare rigo per rigo l’albo dei vincitori e dei partecipanti del National Book Award dalla sua fondazione, nel 1950.

Cosa dice l’albo dei vincitori

Sui sessantaquattro romanzi vincitori delle passate edizioni, ne possiamo individuare quattordici con la presenza – strettamente necessaria alla trama – dell’elemento bellico: tradotto, un’edizione su 4,57 ha come vincitore un libro che si può definire “di guerra”. La cosa curiosa è che dodici di questi quattordici romanzi sono stati pubblicati dopo il 1970: se si analizzassero solamente le ultime quarantaquattro edizioni quindi, la media scenderebbe, dicendoci che ogni 3,66 edizioni una l’ha vinta un libro sulla guerra.

La Seconda guerra mondiale domina sugli altri temi/argomenti nei plot presenti nell’albo, con interpreti come Shirley Hazzard (vincitrice nel 2003 con Il grande fuoco), Joyce Carol Oates con Quelli nel 1970, Saul Bellow e il suo sopravvissuto alla Shoah, Mr. Sammler nel 1971, e i già citati Vollmann e Pynchon; il secondo posto va (senza sorprese) alla guerra in Vietnam, con Albero di fumo di Denis Johnson, vincitore nel 2007, Paco’s Story di Larry Heinemann nel 1987 e Inseguendo Cacciato di Tim O’Brien nel 1979. Solo uno di questi “guerreschi quattordici” è ambientato nella guerra civile americana: Ritorno a Cold Mountain di Charles Frazier, da cui è stato tratto l’omonimo film nel 2003. Due invece sono le trame lontane dagli Stati Uniti e le loro guerre: i romanzi storici Notizie dal Paraguay di Lily Tuck, vincitore nel 2004, e Augustus – vincitore nel 1973 ex-aequo con Chimera di John Barth – di John Williams, autore del più noto Stoner. I due libri che hanno vinto il premio prima del 1970 sono Da qui all’eternità di James Jones, nel 1952, e Una favola di William Faulkner, vincitore nel 1955 e primo nella storia a portarsi a casa sia National Book Award che Premio Pulitzer (cosa finora successa solo sette[1] volte e che non si vede dal 1993).

Gli “sconfitti” illustri

A guardare l’albo, gli illustri della letteratura di guerra sembrano abbondare anche tra gli sconfitti. Niente premi per Hemingway o Salinger, solo un paio di candidature: in effetti il National Book Award attuale nasce nel 1950 (da una versione pre-war) e gran parte della produzione di Hemingway è antecedente a quella data, se non per Il vecchio e il mare, che fu uno dei finalisti all’edizione del 1953; Salinger invece ottenne due candidature al premio, nel 1952 con Il giovane Holden e  con Franny e Zooey nel 1962, anno in cui fu candidato (senza risultati) anche il postmoderno Comma 22 di Joseph Heller, classico della letteratura americana e mondiale sulla guerra ma soprattutto contro la guerra, che deve il suo nome al paradosso del Comma 22. Non possiamo dimenticare nemmeno Kurt Vonnegut con Mattatoio n°5, un must tra i romanzi storici moderni, candidato nel 1970 ma sconfitto dal già citato Quelli della Oates.

E quale esempio più raggiungibile di candidato illustre sconfitto se non proprio nell’ultima edizione, che ha visto Fine missione battere Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr, romanzo storico ambientato nella seconda guerra mondiale, ancora oggi nelle classifiche di vendita americane e vincitore del premio Pulitzer 2015 per la fiction?

Questione di interpretazione (?)

Come interpretare questi dati? Bella domanda. Le guerre hanno fatto la storia americana: la Seconda guerra mondiale li ha resi liberatori ed esportatori di democrazia; durante la Guerra Fredda hanno rappresentato, con l’Unione Sovietica, la prima potenziale minaccia alla sopravvivenza di gran parte dell’umanità; Iraq, Afghanistan, Kuwait e Vietnam hanno fatto sì che nuove generazioni delle società occidentali (tra cui quelle americane) vedessero con occhi diversi quella che era – ed è tutt’ora – la nazione più potente del mondo, almeno militarmente. Ma si può davvero parlare di interpretazione di dati, di data journalism in letteratura? Da un lato è inevitabile, vista la trasparenza di quello che ci dicono: la guerra nella letteratura americana degli ultimi settant’anni c’è, la sua presenza è massiccia, quasi ingombrante, non si può ignorarla. Sarebbe da idioti, d’altro canto, limitare la fortuna e la qualità letteraria degli Stati Uniti esclusivamente al fattore guerra, rischiando pure di avvicinarsi alle posizioni complottiste secondo cui: America = guerrasempreovunque = cattiva.

Forse però la questione non sta tanto sul come interpretare questi dati (o sul come non farlo) che in mano a qualche statistico col pallino per la letteratura (o qualche letterato con il pallino per la statistica) potrebbero diventare quello che sono i dati Istat sulla disoccupazione in mano a politici di opposizione e sindacati. Questi dati non rappresentano che la conferma di un gigantesco dato di fatto: la guerra è in grado – vista la sua influenza sulle società umane – di plasmare la miglior letteratura. Ovunque e da sempre, non solo in America. È sempre stato così, fin da molto prima che Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e compagnia firmassero la dichiarazione d’indipendenza: ci basta pensare alla prima grande opera della letteratura occidentale, che racconta la fine di una guerra durata dieci anni, da cui nascono moltissimi cliché della narrativa di guerra, vedi l’addio all’amata, profanazione di cadaveri, diserzione a causa di una donna, il dolore del padre per la perdita del figlio in guerra e così via.

La cultura americana non ha scoperto nulla di nuovo sulla guerra – ha creato nuove prospettive (Pynchon, Heller) –, ma forse ha intuito che premiare e così rendere alla portata di tutti ciò che il mondo occidentale era già abituato a vedere, a leggere e forse sottovalutare, la guerra, avrebbe fatto bene al suo ecosistema culturale e sociale.

Il parere del capostipite

Whitman, in un libro diventato pietra miliare della letteratura militare degli ultimi duecento anni, Giorni rappresentativi, a proposito della guerra di secessione americana – e della guerra in generale –, scrive (riferendosi alla Guerra di Secessione americana):

[…] Una grande letteratura dovrà tuttavia sorgere da quell’era di quattro anni quelle scene – un’era in cui sono compressi secoli di passione nazionale, quadri di prima grandezza, tempeste di vita e di morte – una miniera inesauribile per le storie, il dramma, il romanzo e anche la filosofia dei popoli a venire – invero la vertebra della poesia e dell’arte (e anche del carattere personale) per tutta la futura America – di molto più grandiosa, a mio parere, se affidata a mani capaci, dall’assedio di Troia per Omero o delle guerre con la Francia per Shakespeare.

La guerra di secessione americana è stato il primo (escludendo la Guerra d’indipendenza) evento violento interno a dividere quella faccio fatica a definire l’opinione pubblica di allora delpaese che sarebbe diventato gli Stati Uniti. La crisi spirituale di Whitman nasce in quegli anni proprio a partire da quella guerra e Giorni rappresentativi ne è una trasposizione nuda e cruda e allo stesso tempo poetica.

La guerra dunque rappresenta una «miniera inesauribile per le storie, il dramma, il romanzo e anche la filosofia»[2], e nel ventesimo secolo non c’è nazione che abbia combattuto su tanti fronti come l’America. Che sia anche per questo che la sua letteratura abbia aumentato esponenzialmente il suo valore da due secoli a questa parte?

 

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[1]The stories of John Cheevervinse il Pulitzer nel ’79, e il National Book Award solamente due anni dopo, nella categoria “Miglior libro tascabile”

[2]Da Morte di Abramo Lincoln; in Giorni rappresentativi e altre prose, W. Whitman, p. 700,

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di Mariarosa Mancuso

       Un censimento delle stranezze letterarie registra nel 2009 un libro di sole domande. Non un racconto, non una lista, 137 pagine fitte di interrogativi – andando a capo come si farebbe in un romanzo, quindi cercando l’effetto – sull’universo mondo. Lo aveva scritto un americano di nome Padgett Powell, per certificare la serietà dell’impresa si era messo sotto l’ala protettiva di Walt Whitman: ““Pensi che mi stupirei? Si stupisce la luce del giorno? o il codirosso mattiniero che cinguetta nel bosco? Mi stupisco io più di loro?” (i punti esclamativi di “O  Capitano! Mio Capitano!”, entrati nel pop con Robin Williams e “L’attimo fuggente” son niente al confronto).

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61b5a41d-6d61-4a0c-a056-09a24c9543e5-largeQuesto articolo è uscito su Il Foglio. Ringraziamo la testata e l’autrice. 

di Mariarosa Mancuso

       Un censimento delle stranezze letterarie registra nel 2009 un libro di sole domande. Non un racconto, non una lista, 137 pagine fitte di interrogativi – andando a capo come si farebbe in un romanzo, quindi cercando l’effetto – sull’universo mondo. Lo aveva scritto un americano di nome Padgett Powell, per certificare la serietà dell’impresa si era messo sotto l’ala protettiva di Walt Whitman: ““Pensi che mi stupirei? Si stupisce la luce del giorno? o il codirosso mattiniero che cinguetta nel bosco? Mi stupisco io più di loro?” (i punti esclamativi di “O  Capitano! Mio Capitano!”, entrati nel pop con Robin Williams e “L’attimo fuggente” son niente al confronto).

    La prima domanda – “Le tue emozioni sono pure?”, nella traduzione Guanda – faceva venire voglia di chiudere il libro e scaraventarlo lontano (come fa Becky Sharp con il dizionario di Samuel Johnson all’inizio di “La fiera delle vanità”, allontanandosi dal collegio in carrozza). “Che rapporto hai con le patate?” già risulta più interessante. “Porteresti mai pantaloni con l’elastico?” conquista.

     Sicuramente “The Interrogative Mood” (questo il titolo originale) sta tra i trentamila libri posseduti da Alberto Manguel, nel suo presbiterio-biblioteca francese. Argentino naturalizzato canadese, infanzia a Tel Aviv dove il padre era ambasciatore, a sedici anni leggeva i libri ad alta voce per Jorge Luis Borges, che era già cieco (si erano incontrati in una libreria di Buenos Aires). Manguel racconta la sua biblioteca come un animale fantastico, una specie di chimera messa insieme durante i vagabondaggi (in Italia, con Gianni Guadalupi ha scritto un “Dizionario dei luoghi fantastici”). E’ convinto che il voluminoso mostro possa rispondere a tutte le domande – sempre che uno riesca a districarsi tra molte teste. O almeno aiuti a riformulare meglio la domanda.

      L’ultimo libro di Alberto Manguel – una cinquantina, comprese le antologie e una “Storia della lettura” – si intitola “Curiosity”. I titoli dei capitoli sono altrettante domande: “Cos’è il linguaggio? Chi sono io? Cosa ci faccio qui?” e naturalmente “Perché facciamo domande?”. Per serendipity – la felice casualità che conduce verso una cosa interessante, senza che abbiamo mosso un dito per cercarla, e se l’abbiamo mosso era perché cercavamo qualcos’altro – lo abbiamo letto insieme a un articolo di Libération, sezione web, intitolato “L’internaute est devenu fainéant”.

   “L’internauta è diventato pigro”. Senza neanche il punto di domanda (ma verrebbe la tentazione di metterci i più coloriti “fancazzista” o “fanigottone”). Si parla di chi naviga in rete oggi, usando sempre meno il vecchio e caro browser. Parecchio arriva sul nostro schermo tramite app, il che vuol dire in gran parte tramite social network, il che vuol dire in grandissima parte tramite Facebook o Twitter. Il Wall Street Journal e il New York Times stanno sperimentando gli “istant articles”: si caricano senza lasciare la pagina e senza cliccare su un link (“si me regge er dito…” lamentava Franca Valeri, alias signora Cecioni, quando il telefono era a disco).

      Siamo diventati pigri perché viviamo dentro la bolla dell’algoritmo. A furia di consigliare libri simili a quelli appena comprati, a furia di suggerire amici con cui abbiamo qualche remota conoscenza in comune (o anche solo una coincidenza di gusti o di manie), a furia di stabilire se un certo contenuto ci piace oppure no (così da attirare altri contenuti che potrebbero piacere), la finestra sul mondo pare una finestra sul cortile. Lo si era detto, in precedenza, della televisione, e su Libération viene ripetuto tale e quale: “Internet si avvia a diventare – il “si avvia” lo abbiamo aggiunto noi per evitare strilli e proteste via social network – “un mezzo passivo, ombelicale, lineare”. “Lineare” nel senso che mancano gli audaci salti e gli audaci rimandi che i pionieri internettiani sognavano. Usiamo chiamarla navigazione, eppure guardiamo quel che ci mettono sotto il naso, in genere su pochi canali.

    Senza la tentazione dello zapping: gli algoritmi della raccomandazione creano una bolla superconfortevole. Rilanciamo i tweet su cui siamo d’accordo, e quelli su cui siamo d’accordo di non essere d’accordo. Mai una curiosità vera. Se non altro, per scongiurare la reazione di Steve Buscemi (il film era “Ghost World”) quando promettono di presentargli una ragazza “con i suoi gusti”: “Io li odio i miei gusti”. Per bucare la bolla, Libération propone una soluzione casalinga e una scientifica. A pari merito di demenzialità. Primo: mettere “I like” su roba che ci fa schifo, così da ingannare l’algoritmo e riprenderci l’indipendenza (sai che gioia, ricevere offerte di alberghi dove non vogliamo andare). Secondo: è ora che i programmatori progressisti mettano a punto “algoritmi di serendipità”, che appunto fanno sbattere il naso su cose che non cercavamo. Una mostruosa creatura, tra l’algoritmo doppiogiochista e l’educazione forzata delle masse popolari alla curiosità.

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Abbasso Bloom! https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/abbasso-bloom/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/abbasso-bloom/#comments Sat, 11 Jul 2015 09:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27766 Oggi il critico letterario Harold Bloom compie ottantaquattro anni. Pubblichiamo un intervento di Edoardo Pisani.

di Edoardo Pisani

Come il Sainte-Beuve combattuto dal Proust postumo a inizio Novecento, Harold Bloom è considerato da molti uno dei maggiori critici letterari del nostro tempo, forse l’unico accademico a “godere” internazionalmente dello status di Grande Vecchio, di guru della letteratura. Il suo saggio più conosciuto, Il canone occidentale, è spesso letto e invocato quale baluardo estetico contro i critici marxisti o femministi o multiculturalisti o poststrutturalisti delle università americane, da lui definiti con sprezzo critici del Risentimento – quasi che Bloom non sia, a sua volta e più di altri, un risentito! Il canone bloomiano affonda le radici in Shakespeare, “aurora boreale visibile in un luogo che la maggior parte di noi non raggiungerà mai”, in Dante e in Cervantes, per poi innalzarsi e ramificarsi nella letteratura di tutti i tempi, da Montaigne a Milton a Goethe a Kafka, da Whitman a Proust a Borges a Pessoa, delineando influenze e parentele e catalogando senza sosta, costringendo autori e opere in suddivisioni fin troppo progressive, lineari, come se gli scrittori canonizzati dipendessero o l’uno dall’altro o, e per l’autore è senz’altro così, tutti da Shakespeare e da Bloom.

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Oggi il critico letterario Harold Bloom compie ottantaquattro anni. Pubblichiamo un intervento di Edoardo Pisani.

di Edoardo Pisani

L’artista deve vivere nel soggettivo.
Witold Gombrowicz

Come il Sainte-Beuve combattuto dal Proust postumo a inizio Novecento, Harold Bloom è considerato da molti uno dei maggiori critici letterari del nostro tempo, forse l’unico accademico a “godere” internazionalmente dello status di Grande Vecchio, di guru della letteratura. Il suo saggio più conosciuto, Il canone occidentale, è spesso letto e invocato quale baluardo estetico contro i critici marxisti o femministi o multiculturalisti o poststrutturalisti delle università americane, da lui definiti con sprezzo critici del Risentimento – quasi che Bloom non sia, a sua volta e più di altri, un risentito! Il canone bloomiano affonda le radici in Shakespeare, “aurora boreale visibile in un luogo che la maggior parte di noi non raggiungerà mai”, in Dante e in Cervantes, per poi innalzarsi e ramificarsi nella letteratura di tutti i tempi, da Montaigne a Milton a Goethe a Kafka, da Whitman a Proust a Borges a Pessoa, delineando influenze e parentele e catalogando senza sosta, costringendo autori e opere in suddivisioni fin troppo progressive, lineari, come se gli scrittori canonizzati dipendessero o l’uno dall’altro o, e per l’autore è senz’altro così, tutti da Shakespeare e da Bloom.

Abusando del suo stesso metodo, potremmo dire che Harold Bloom è a sua volta un discendente di Samuel Johnson e di Sainte-Beuve, critici che peraltro non nega di amare. Ne Il canone occidentale per esempio si passa da Tolstoj a Ibsen a un divertente Freud scespirizzato – “Amleto non soffriva del complesso di Edipo, ma Freud soffriva senza dubbio del complesso di Amleto, e forse la psicoanalisi è un complesso di Shakespeare…” – a Proust a Joyce a una Woolf sempre mal sopportata e a tratti sminuita, una grande scrittrice cui i complessi da maschio medio e da viscerale (e risentito!) critico antifemminista di Harold Bloom costringono a fare letteralmente la paternale – “suo padre, Leslie Stephen, non era l’orco patriarcale dipinto dal suo risentimento”; “Virginia Stephen, una donna organizzata in maniera complessa, avrebbe subìto crolli ancora più frequenti e completi a Cambridge e a Oxford, e non avrebbe avuto l’istruzione letteraria garantitale dalla biblioteca del padre”; “come reazioni al padre, l’estetismo e il femminismo di Woolf erano così compatti che nessuno sarebbe più riuscito a dividerli…” Eccetera eccetera: come il Sainte-Beuve odiato e demolito da Proust, qui Bloom eccelle viscidamente nell’arte della riduzione del genio, manovrando la vita di Virginia Woolf, donna organizzata in maniera complessa (e a questo punto ci si chiede in che limpida maniera fossero “organizzati” gli altri autori del Canone), quale pretesto per regolare le sue beghe con il femminismo accademico.

“They shall not pass!” Questo sembra gridare, mutando talvolta il grido in lamento, Bloom contro i falsi lettori, i risentiti, facendosi scudo con Shakespeare e Dante e combattendo le femministe, i postmarxisti, i decostruzionisti, i semioticisti e via di seguito; poi però il suo stesso astio lo rende simile e forse peggiore dei suoi nemici – un risentito in più! In un mondo in cui assegnano il premio Nobel “a ogni idiota di quinta categoria” (e non al suo Philip Roth) o a scrittori francesi “illeggibili” (Le Clézio) o “che nessuno conosce” (prima del Nobel Modiano era tradotto in oltre 20 lingue, inglese compreso) o a autori turchi, cinesi, svedesi e via dicendo, Bloom ama dipingersi come l’ultimo lettore possibile, uno scespiriano elegiaco accerchiato da una massa di idealisti risentiti – di cui non si accorge di far parte!

Harold Bloom o del risentimento, dunque. Oppure Harold Bloom o del furore genealogico, catalogante. O ancora, e forse soprattutto, Harold Bloom o della riduzione del genio, come quando scrive del padre di Virginia Woolf o del fascino di Goethe – “Goethe incantava così tanto se stesso e chiunque lo circondasse che nessuno dei personaggi da lui creati reggeva il confronto con il suo creatore” – o di Edgar Allan Poe – “Poe viene accettato a un livello così universale che è impossibile escluderlo dai maggiori autori americani, sebbene la sua scrittura sia quasi sempre pessima” – o di Arthur Rimbaud – “Rimbaud fu un grande innovatore nell’ambito della lirica francese, ma sarebbe sembrato molto meno rivoluzionario se avesse scritto nella lingua di William Blake e William Wordsworth, di Robert Browning e Walt Whitman…”; al che ci viene da opporre i famigerati merde scagliati da Rimbaud all’ormai ignoto Auguste Creissels o da chiederci più educatamente per quale motivo bisogna mettere in competizione, manco la letteratura fosse una corsa campestre o un torneo di bocce, geni diversissimi quali Keats, Hugo, Baudelaire, Rimbaud, Whitman, Dickinson, Eliot e così via, tralasciando i contemporanei.

Per bisogno di un canone? Per foga genealogica, suddividendo influenze e debiti e grandezze e scrivendo frasi del tipo: “Tutti i movimenti francesi sono stranamente in ritardo rispetto alla letteratura angloamericana…”? O per i soliti complessi misuranti di Harold Bloom, che sembra valutare le prestazioni di ogni grande scrittore, da Milton a Tolstoj a Joyce a Beckett, con il righello Shakespeare?

Nei confronti di Tolstoj le pagine del Canone sono esemplificative: dopo aver dichiarato che “è doloroso parlare di limitazioni in Tolstoj, limitazioni che tuttavia esistono solo se lo si paragona a Shakespeare” e che “non sappiamo se Tolstoj avesse mai amato qualcuno, compresi i suoi figli”, Bloom confessa di essere spesso “tentato di organizzare un gioco di società in cui classificare gli scrittori più grandi in base al loro grado di solipsismo…”

E in questo caso il pensiero corre, o meglio schizza, a un lampo di Roberto Bolaño, il “concorso di masturbazione che organizzano i presidenti e le tre uniche modalità di vittoria: grossezza, vinta dall’ambasciatore dell’Ecuador, lunghezza, vinta dall’ambasciatore del Brasile, e lancio del seme, prova massima, vinta dall’ambasciatore d’Argentina.” Ecco: la prova massima onanista, il lancio del seme, contenuta ne La letteratura nazista in America, ci pare adatta tanto agli ambasciatori di Bolaño quanto agli insopportabili cataloghi di Harold Bloom, sorta di critico onnisciente che riduce e incasella e condanna ogni grande autore a una masturbazione a perpetuità, nei secoli, affibbiando prolunghe scespiriane o dantesche (o whitmaniane – “You villain touch!”) e indicando al common reader l’inimitabile foga orgasmica di Omero o Dante o del Bardo di Stratford-upon-Avon…

Bolaño aveva letto i saggi di Harold Bloom. “Credo che Bloom si sbagli, come in tante altre cose” afferma in Tra parentesi, contestando una sua lettura nerudiana, salvo poi aggiungere che “in tante altre cose Bloom è forse il miglior saggista letterario del nostro continente.” Bolaño infatti era un ammiratore di Harold Bloom, seppure con molte riserve, tanto da scrivergli delle lettere (purtroppo non ancora edite), citarlo in diversi articoli e addirittura parodiarlo, sbeffeggiandone la foga catalogante e competitiva. “Nell’immenso oceano della poesia” scrive in un celebre brano de I detective selvaggi, ripreso ne I dispiaceri del vero poliziotto, “distingueva varie correnti: finocchioni, finocchie, finocchietti, pazze, busoni, velate, ninfe e fileni…” E ancora: “Una pazza, secondo San Epifanio, era più vicina al manicomio fiorito e alle allucinazioni in carne viva, mentre i finocchioni e le finocchie vagavano sincopatamene dall’etica all’estetica o viceversa…” Oppure: “Il panorama poetico, dopotutto, era essenzialmente la lotta (sotterranea), il risultato del conflitto fra poeti finocchioni e poeti finocchie per impadronirsi della parola…”

Bloom è un grande lettore di poesia, forse l’unico americano a conoscere e amare tanto Leopardi quanto Campana, tanto Neruda quanto Nicanor Parra, e Roberto Bolaño, enfant terrible della poesia contemporanea, lo sapeva – come resistere alla tentazione di pasticciarne lo stile? Hai un grande critico, sei un grande scrittore – che altro puoi fare, se non sbeffeggiarlo? In effetti sarebbe interessante conoscere la reazione di Harold Bloom di fronte ai pastiche critici di Bolaño; un lettore attento e egocentrico come lui non può non riconoscere il proprio metodo, il proprio stile – e trasalire!

Bloom: “Come Whitman, Dickinson è la più pericolosa delle influenze dirette. I seguaci più fedeli di Whitman sono quelli più nascosti: l’Eliot della Terra desolata e Stevens. Allo stesso modo, la massima influenza di Dickinson si osserva in Elizabeth Bishop e May Swenson, che si sforzarono di non assomigliarle sulla superficie poetica. La sua affinità più ovvia è quella con la poesia di Emerson, ma i suoi immediati precursori, come quelli del filosofo, sono i tardoromantici inglesi, e le sue affiliazioni nascoste sono sorprendentemente shakespeariane…” Bolaño: “Il fatto è che un poeta frocione come Leopardi, per esempio, ricrea in qualche maniera poeti froci come Ungaretti, Montale e Quasimodo, il trio della morte. Nello stesso modo Pasolini rivernicia il frociume italiano attuale, si veda il caso del povero Sanguineti (su Pavese non metto bocca, era una checca triste, un esemplare unico nella sua specie)…”

“I suspect Bolaño is another period piece. His excess attracts but flows away…” Così risponde Bloom a chi gli chiede di Bolaño, prevedendone la scomparsa e circoscrivendolo al suo tempo, e tuttavia al riguardo sembra insolitamente evasivo, incerto, incapace di stroncarlo veramente. Negli Stati Uniti I detective selvaggi e 2666 sono stati accolti come le opere estreme di uno dei massimi scrittori degli ultimi anni, con studi approfonditi sulle maggiori riviste e clin d’oeil ovunque (Bolaño si affaccia persino in un film da blockbuster quale Now you see me, con Woody Harrelson che lo legge prima di essere arrestato dall’Fbi – e chissà se l’omaggio è opera del regista o degli sceneggiatori o dello stesso Woody Hareelson…). Possibile che Harold Bloom, giudicando la mania bolaniana another period piece, un fenomeno passeggero, non sappia stroncarlo in modo più deciso, con veemenza, come fa con altri autori? O è incapace di raccoglierne la sfida?

“Non mi sembra che nella letteratura contemporanea ci sia nulla di radicalmente nuovo. Non ci sono più grandi poeti…” ripete laconicamente Bloom (che noia!) a El país – al che l’intervistatore gli chiede di Bolaño, appunto, e la risposta è tanto ambigua quanto sfuggente, breve: “Lì dentro c’è qualcosa, vedremo. Io e lui avevamo molte differenze, anche se ha detto che l’ho influenzato…” Dopodiché Bloom passa a elogiare Parra e Vallejo e soprattutto Octavio Paz, suo “very dear friend” e arcinemico di Bolaño, a proposito del quale si guarda bene dall’aggiungere altro, limitandosi a quel we’ll see, vedremo, in tono paternalista – come se Bolaño fosse uno studentello sul banco di prova della posterità! Quanto a lui, Harold Bloom, ça va sans dire: Bloom è il dio esaminatore, il giudice dei grandi scrittori; e chi altri potrebbe esserlo? Dio è morto, il dottor Johnson e Sainte-Beuve sono morti, Harold Bloom non si sente molto bene…

Un autore che ha avuto il coraggio (e il talento!) di attaccare apertamente Bloom è Jonathan Franzen. I due si detestano: Bloom considera le opere di Franzen dei Pynchon di terz’ordine e Franzen si fa beffe continuamente delle teorie e del maschilismo bloomiani. Se Harold Bloom non sembra aver colto i pastiche e la sfida di Bolaño, Franzen ha di sicuro risposto alle critiche di Bloom – e il duello è in atto! Bloom dice, ripetendo la solita litania: “Nella nuova generazione non c’è nessuno paragonabile a Roth, Pynchon, DeLillo e McCarthy, e non riuscirò mai a capire l’entusiasmo per David Foster Wallace e Jonathan Franzen. Ho finito da poco Libertà e mi sembra Pynchon in versione annacquata…” Franzen risponde: “Bloom mi ricorda Norman Mailer: entrambi non possono ammettere che qualcosa di buono sia venuto dopo la loro generazione. I critici come Bloom tendono ad amare gli autori che essi stessi hanno aiutato a emergere. Io ho portato i miei lavori direttamente ai lettori senza bisogno del suo aiuto e non mi sorprende se ciò lo ha irritato…” A questo bisogna aggiungere che Franzen si è scagliato con estrema violenza (che coraggio!) anche contro Philip Roth, noto protegé di Bloom, affermando che “invece di pensare in modo ossessivo a vincere il Nobel, farebbe meglio a scrivere libri migliori” – e in effetti viene da chiedersi, con un filo di malizia, quali letterine di buon compleanno abbia scritto il Roth degli anni Ottanta a Harold Bloom e quali non abbiano invece mai scritto Saul Bellow, definito da Bloom “an immensely wasted talent”, o lo stesso Jonathan Franzen…

Franzen massacra la teoria delle influenze di Bloom. Tutto Il progetto Kraus può essere letto in chiave antibloomiana, e a ragione, giacché Kraus stesso derideva e massacrava Freud, uno dei capisaldi del canone bloomiano. “Nel mio ultimo semestre al college avevo letto alcuni saggi di Harold Bloom in cui si parlava molto di poeti ‘forti’ e poeti ‘deboli’” racconta Franzen. “Dato che io comunque avrei scritto romanzi, immaginavo che mi avrebbe dato molta più gioia e soddisfazione essere forte…” E più avanti: “Quando cominciai a leggere il Pynchon, nel seminterrato della casa di periferia della famiglia che mi ospitò per le prime cinque settimane a Berlino, stavo leggendo anche L’angoscia dell’influenza di Bloom, come se Pynchon fosse un virus letale e la teoria letteraria la tuta protettiva che mi avrebbe permesso di maneggiarlo senza rischi. Ma la tuta era inutile…”

Oppure, in Più lontano ancora: “Secondo Harold Bloom, che sulla distinzione tra autori ‘deboli’ e autori ‘forti’ nella sua acuta teoria dell’influenza letteraria ci ha costruito una carriera, non sarei consapevole di quanta influenza E. M. Forster eserciti tuttora su di me. L’unico a esserne pienamente consapevole sarebbe proprio Harold Bloom.” E finalmente: “Il più grande problema della domanda sulle influenze, tuttavia, è che sembra presupporre che i giovani scrittori siano blocchi di argilla morbida sui quali certi grandi scrittori, morti o viventi, lasciano un marchio indelebile. E la cosa più fastidiosa per lo scrittore che cerca di rispondere con sincerità è il fatto che quasi tutte le sue letture gli hanno lasciato una sorta di marchio…”

Per il momento l’attacco krausiano di Franzen non ha sortito alcun effetto; dall’Università di Yale non giungono reazioni, risposte. Probabilmente il guardiano del Canone è troppo impegnato a non leggere Roberto Bolaño…

Bloom continua a lamentarsi, nelle interviste e nei saggi: non ci sono più grandi scrittori, non ci sono più grandi poeti, gli ultimi premi Nobel sono perlopiù illeggibili, il tal libro di certo non è un capolavoro, la tal grande scrittrice di racconti (Alice Munro) non è all’altezza di James o Hemingway (ma perché confrontarli?), il tal grande scrittore in realtà è uno scribacchino, eccetera. In America e in Europa è considerato un maestro della letteratura occidentale, l’unico critico in grado di dare del tu ai maggiori scrittori contemporanei e ai classici, soppesandoli e suddividendoli e classificandoli senza tregua; di fatto però è talmente preso dai propri canoni e cataloghi e scuole delle età e paternalismi saccenti e attacchi ai “risentiti” da non accorgersi di appartenere a sua volta a una corrente letteraria ben più elementare, stucchevole, una scuola che proclama da tempo non la fine del romanzo o la morte dell’autore bensì l’estinzione del lettore puro, appassionato, incolpando il chiasso linguistico della modernità, i videoclip, Mtv, il rap, il pop, l’ignoranza delle masse e via di seguito, fino al cinismo o alla rassegnazione, al disincanto – forse perché le loro opere non sono abbastanza lette, amate?

“Non riesco a immaginare poeti, interpreti dell’essere, nell’eone che viene” scriveva Guido Ceronetti già nel 1996, prefaendo le sue poesie. “Anime in esilio tante, e disperate, ma non di questo tipo, non capaci di versarsi in poesia. Lo stato delle lingue stesse non lo consentirà, la vigilanza feroce del Brutto – acustico o visivo – non lo consentirà…” Dopo Ceronetti il diluvio, quindi? O dopo Ceronetti (e Bloom) il Dio Selvaggio, cioè la ribellione e il caos, il grido di Yeats e lo scempio di Ubu roi – l’Apocalisse, infine! O dopo Ceronetti (e Bloom, i cui saggi peggiori non valgono una sola poesia di Ceronetti) il linguaggio del Brutto acustico o visivo o verseggiante o romanzesco – qualunque esso sia! Recentemente, in una serie di articoli ripresi nel Tragico tascabile, lo stesso Ceronetti si è definito con ironia uno scrittore prima semifallito e poi semiriuscito – fallito perché incapace di impedire la degenerazione della lingua italiana, “spregevolmente prostituita all’angloamericano”, con “un libro di eccezionale bellezza eppure in grado di attrarre all’incirca venti milioni di lettori”; riuscito perché in possesso di “un riparo forte come la morte: la tranquillità d’animo di un dovere perfettamente compiuto, secondo la parola di Baudelaire, faro nelle tenebre, comme un parfait chimiste et comme une âme sainte…”

In Francia, varcando il faro e i fiori baudelairiani e scavalcando le Alpi, la situazione è pressoché identica, con la belle langue in preda a inglesismi di ogni tipo e gli scrittori sempre più marginali, esausti, rassegnati o a imitare goffamente i bestseller d’oltreoceano (con il beneplacito degli editor) o a morire per la lingua, con la lingua. Un esempio: “Il disincanto è quel processo per cui la letteratura sembra non soltanto volgere al termine per esaurimento dei suoi due veicoli supremi, il romanzo e la poesia, ma anche quello che raccoglie per effetto dell’ottenebramento del mondo o per il fatto di non poter più rivaleggiare con il sociologico, il cinema, l’ignoranza, il crollo sintattico…”

Qui pare davvero di leggere la chiusa elegiaca del Canone; si tratta invece de Il disincanto della letteratura di Richard Millet, malinconico custode di una lingua in declino e di un canto del cigno culturale, canto fin troppo rassegnato, come se le nuove generazioni fossero incapaci di leggere e di scrivere – e di aggredire (perché no?) i risentiti come Millet o Bloom! Per fortuna Richard Millet, a differenza di Harold Bloom, ha la lucidità di aggiungere: “Può darsi anche che non sia l’era del romanzo che vedo volgere al termine ma sono io che sono arrivato a un’età in cui il romanzo si è esaurito in me, sono io che ho smesso di interessarmi e che ho bisogno, scrivendo, di reinventarlo in me, compito sicuramente impossibile e tuttavia più che mai urgente nella sua feconda inattualità…” Ah, se soltanto Bloom scrivesse la stessa cosa, internandosi fra gli esauriti piuttosto che prendendosela con il rap e il rock e i premi Nobel e i fumetti e indicando il proprio Canone come unica via di salvezza – la salvezza del lettore autentico, scespiriano, bloomiano!

Shakespeare, appunto. Harold Bloom è innegabilmente uno migliori saggisti scespiriani del nostro tempo, benché sia Shakespeare a salvare il lettore bloomiano e non viceversa – cosa che talvolta sembra credere Bloom, ergendosi a ultima sentinella della letteratura occidentale, quasi che Otello e Iago abbiano bisogno dei suoi libri per non essere travolti e linciati e sradicati dal palco (e dalle librerie) da una massa di ideologi risentiti, dal pubblico, come le marionette di Davoli e di Totò nell’Otello di Pasolini. In ogni caso, Shakespeare, L’invenzione dell’uomo è la sua opera più riuscita; per Bloom le commedie e i drammi scespiriani compongono una vera e propria Bibbia dell’umanità, un codice linguistico e comportamentale che si tramanda fra le generazioni e che di fatto crea il pubblico, l’uomo.

Gli stessi critici del Risentimento, afferma Bloom, sono caricature di Iago e Edmund; Shakespeare non solo mette in scena la natura umana, come già scriveva il dottor Johnson, ma la incarna, la è, in tutte le sue variabili psicologiche e emotive. Shakespeare è Dio, fondamentalmente, e a leggere Harold Bloom pare che il suo attuale rappresentante in Terra sia proprio Harold Bloom, mentre Samuel Johnson potrebbe essere un valido Gesù Cristo (e a questo punto, spingendo il gioco più in là, Antonin Artaud, voce quasi assente dal Canone, un Giordano Bruno, Emily Dickinson una Giovanna d’Arco, la Recherche di Proust un’arca di Noè, eccetera eccetera – fino all’Apocalisse di Mtv?).

Lo Shakespeare di Bloom vuole essere definitivo, totale. Le maggiori opere del Bardo sono studiate e scandagliate con originalità e talento e i personaggi rivivono nel testo, accompagnando l’autore e il lettore fino a diventare opere anch’essi, ricreandosi a ogni rilettura e chiamando in causa altri lettori e critici scespiriani, personaggi a loro volta, voci, da Johnson a Wilde a Levin a Freud, da Kierkegaard a Nietzche a Pirandello a Beckett, componendo una sorta di orchestra interpretativa dei drammi, un prisma critico cui il giudizio di Harold Bloom è al tempo stesso la summa e il canone, l’ultima chiave di lettura possibile – e spesso è davvero illuminante, come quando scrive che “non riusciamo a guardare Amleto da un numero sufficiente di prospettive e ne cerchiamo sempre di nuove, perché la grandezza e l’indifferenza non fondono tanto il principe nella natura quanto confondono la natura con lui” o che “la meraviglia, la gratitudine, lo sgomento e lo stupore” sono l’unico approccio giusto a una lettura critica di Shakespeare.

Altrettanto spesso, tuttavia, il risentimento e il protagonismo di Bloom prendono la scena, scalzando la gratitudine e lo stupore e riducendo le opere scespiriane a mero scudo per le sue battaglie accademiche, invero più simili a beghe condominiali che a battaglie, attaccando i marxisti, le femministe e gli ideologi di ogni genere, colpevoli di contestualizzare ideologicamente Shakespeare (è il famigerato “Shakespeare francese”, per Bloom), oppure sputando en passant su grandi scrittori per lui sopravvalutati, come de Sade (un francese, guardacaso!), che oltre a scrivere “in maniera abominevole”, sarebbe soltanto un mediocre epigono dell’Angelo di Misura per misura, profanatore della commedia e sadico ante litteram…

Pur volendosi totale, esaustivo, lo Shakespeare di Harold Bloom è perciò totalizzante, totalitario, per usare un gioco di parole di Romain Gary, costringendoci nei malumori e nei pregiudizi del suo autore, nel suo assolutismo saccente, risentito. Un’opera che, pur partendo da presupposti simili, ossia la grandezza e l’universalismo biblico di Shakespeare, può essere raffrontato e a tratti perfino opposto alla lettura di Bloom è Di vita si muore di Nadia Fusini, viaggio nello “spettacolo delle passioni” delle maggiori tragedie scespiriane, a sua volta strutturato come un dramma in sé, con un prologo, cinque atti, un intermezzo (il demone della lussuria) e un congedo, cioè l’epilogo.

Di vita si muore, dunque, e l’apparente ossimoro del titolo, unito al nome dell’autrice, ci porta sia a Shakespeare che a Virginia Woolf, alla storia d’amore vissuta con Vita Sackville-West, su cui Nadia Fusini ha scritto pagine memorabili, appassionate – la stessa Virginia Woolf maltrattata ne Il canone occidentale, e anche questo contrappone le due letture, come Simone Weil, citata in epigrafe di Di vita si muore e protagonista di Hannah e le altre, una fool scespiriana (così si definiva lei stessa) del tutto ignorata da Bloom…

Bloom contro Fusini, quindi. Un punto di incontro per il duello potrebbe essere la lettura elotiana dell’Amleto, Hamlet and his problems, nella quale il dramma scespiriano viene definito senza mezzi termini an artistic failure, un fallimento artistico, disarmonico, puzzling, troppo denso di pathos e di scene superflue, inconsistenti, da tagliare o rivedere. Cosa rispondono Harold Bloom e Nadia Fusini? Per Bloom “il nostro enigma irrisolto deriva dal fatto che la maggiore personalità teatrale della produzione shakespeariana è al centro di un dramma famoso per le sue ansiose aspettative, per i suoi ritardi incessanti, che sono più della parodia di una vendetta rimandata all’infinito. Amleto è un grande attore, come Falstaff e Cleopatra, ma il suo regista, il drammaturgo, sembra punire il protagonista per essergli sfuggito di mano, per essersi trasformato nello spiritello maligno che ha rubato la ghirlanda ad Apollo e forse aver suscitato più dubbi di quanti il suo creatore ne nutrisse già” – e risponde alle critiche elotiane riprendendo una frase di William Hazlitt, it is we who are Hamlet, Amleto siamo noi, e adducendo: “Credo che Eliot, con tutte le sue ferite, abbia reagito alla malattia spirituale di Amleto, il malessere più enigmatico della letteratura occidentale.”

Nadia Fusini invece lascia perdere le “ferite” di Eliot, qualunque esse siano, affrontando le sue critiche strutturali al dramma: “Da tempo leggo Amleto, e da sempre, ancora prima di aver letto Deleuze, da sempre so che nelle anse, nelle pieghe, si nasconde il suo principio costruttivo. Il suo ritmo non è affatto ‘tutto uno sbaglio’, come sostiene Eliot. Se il testo si piega e si ripiega e si avviluppa, e l’azione ristagna, si intasa, non è perché la forma rinascimentale abbia perduto la sua magnifica misura: il fluire ordinato di atto in atto di un’azione e una materia scenica che deriva le sue leggi da un teatro, che è quello greco, nella rilettura degli umanisti. O nella riscrittura di Seneca. Shakespeare non fa questo. […] È su una piega del tempo che si incanta il principe-attore. Il tempo è, nella misura più semplice, la misura del passaggio, il calcolo del movimento; Amleto lo sa bene. E lo sa la tragedia in cui sta, che è soprattutto un dramma sulla natura del movimento. La questione del moto finito e infinito, la meraviglia, lo stupore di fronte al movimento, davanti a una differente rotazione dei pianeti, della terra, sono assolutamente centrali alla struttura logica del secolo. La trasformazione intellettuale che ne deriva è strabiliante. Vertiginosa.”

E questa vertigine rinascimentale, che Bloom taccerebbe stupidamente di “contestualizzazione”, per Nadia Fusini diventa lingua, linguaggio, fra le pieghe della volontà e dell’essere, del divenire – “Lapsed in time and passion: Shakespeare non conosceva il greco, ma conosceva bene il latino, ed è straordinaria la ricaduta del verbo latino labor, lapsum, sum, labi, che perfettamente trasporta in ‘lapsed’ il labor di Amleto, quel suo faticoso muoversi tentennando, cadendo e ricadendo, continuamente scivolando lungo il vettore del Tempo nelle sabbie mobili della sua passione…”

Il confronto – per ribaltare contro Bloom il suo stesso metodo agonistico – è impietoso: da una parte si tirano in ballo le supposte ferite di Eliot, una citazione di Hazlitt e il “malessere della letteratura occidentale”, dall’altra ci si addentra nel pathos e nel linguaggio scespiriani, scavando fra le pieghe strutturali e visionarie del testo. Più in generale, mentre Nadia Fusini vive e soffre e ama con Shakespeare, Harold Bloom sembra troppo preso a difendere il proprio status di grande critico, di censore e catalogatore, tendendo generalmente a chiudere le opere studiate, restringendone la grandezza e concentrandosi sulla psiche dei personaggi (dove le sue letture eccellono) ma non sulla lingua, sulle parole.

Di vita si muore invece è aperto, libero, traboccante di ossessioni e gelosie, di follie e amori, di ira e urla – di passione. “Com’è che il grido della creatura è così bello?” chiede Simone Weil sulla soglia del libro, e Nadia Fusini risponde con un vortice in fermento, cinque atti sequenziali, una spirale emotiva e filologica piena di sound and fury che intorno ai drammi e nei drammi si fa ritmo, lingua, perfino visioni, teatro, portando in scena tutto lo scibile del sentire umano, dall’amore alle ossessioni, dal furore alla follia, fino ad assorbire il lettore, ovvero lo spettatore, in una “recita” ormai diventata mondo, furia, bellezza, vita – e di conseguenza morte, giacché di vita, di troppa vita forse, si muore.

“Come not between the dragon and his wrath” ammonisce il re Lear nella sua furia, e Nadia Fusini, per cui la lingua è tutto, spiega: “Nel termine wrath – che è parola di origine sassone – rifulgono le spire serpentine che nella radice antica alludono a un moto del corpo e dell’animo che in sé si attorciglia e che nell’immagine della piega e dell’intrigo trasporta l’idea di malvagità. Lì, in quella radice, non a caso si intrecciano la collera rabbiosa del vecchio Lear e l’astuzia maligna (wreth) delle figlie. Il male si attorciglia. Il male è un serpente…”

E se il male è un serpente la lettura di Di vita si muore si attorciglia a sua volta, segue i moti e le serpentine del linguaggio e delle passioni umane, e sa essere addirittura politica, con buona pace di Bloom, ad esempio quando l’autrice descrive l’epidemia di peste bubbonica di inizio secolo, con i soccorritori che bussano alle porte delle case “così forte da risvegliare gli ammalati, bussano, bussano; ma se dentro sono tutti morti nessuno apre e allora sfondano la porta per raccogliere i cadaveri…” – e così in Shakespeare la morte bussa e lo spettatore trasale, sgomento, da Otello a Misura per misura al terribile Macbeth, nel secondo atto, al Whence is that knocking? e dopo il My hands are of your colour; but I shame to wear a heart so white, ripreso in Corazón tan blanco di Javier Marías, non a caso un traduttore, come Nadia Fusini. E allora: Knock. I hear a knocking. Knock. Hark! More knocking. Knock. Wake Duncan with thy knocking! Sveglia Duncan coi tuoi colpi! Knock, knock, knock! Ma Macbeth ha ucciso il re Duncan nel sonno, e la tragedia – la morte, la paura – picchia alla porta e ci pervade…

“Di paura traboccano queste tragedie. E di pietà.” Così scrive Nadia Fusini nel magnifico congedo del saggio, a proposito di Bruto, di Amleto, di Ofelia, di Otello, di Desdemona, di Lear, di Cordelia, di Macbeth e della sua Lady, che di pietà hanno bisogno, e tuttavia le due frasi possono riguardare anche i libri di Harold Bloom, seppure in senso opposto – fino a farsi grido: “Di paura difettano questi saggi! E di pietà!”

Di pietà e di paura sono privi tanto i saggi quanto le singole opinioni di Harold Bloom, scaltramente sparse fra articoli e interviste e prefazioni, la sua saccenteria mista a arroganza e il suo stesso metodo di lettura, non dissimile da quello di Sainte-Beuve. Di sciocca presunzione è invece invasa la sua foga da inventario, che lo spinge a suddividere e classificare o persino a soggiogare i grandi autori di ogni tempo, quasi competessero con lui, mentre nessuno scrittore o artista si lascerà mai incastrare in uno schema critico o impiccare a un albero genealogico, scespiriano o meno – la letteratura non è un albero, Bloom, bensì una foresta in fiamme o una selva oscura! Scrivere del disamore di Tolstoj o del risentimento antipatriarcale di Virginia Woolf non intacca in alcun modo le loro opere, al contrario, semmai svilisce e condanna e rende dimenticabili e ripetibili proprio i saggi di Harold Bloom – giacché morto un Sainte-Beuve, morto un Harold Bloom, se ne disfarà sempre un altro.

Non esitiamo quindi a dichiararci contro Bloom, con forza, pur riconoscendone l’erudizione e un certo talento critico, già lodati da Roberto Bolaño e in parte da Jonathan Franzen, nell’ambito della poesia – quanto a noi, ci basta leggere il primo paragrafo di L’arte di leggere la poesia (“La poesia è essenzialmente linguaggio figurato, condensato in modo tale che la sua forma sia espressiva e al contempo evocativa. La figuratività si distacca dal significato letterale, e la forma stessa di una grande poesia può essere un tropo o figura retorica…”) per essere sopraffatti dalla noia e dalla nausea e vomitare e preferirgli qualsiasi poesiaccia o racconto zoppicante dell’ultimo degli scribacchini, che in quanto ultimo sarebbe pure interessante. Tale reazione è forse eccessiva, violenta, oltre che poco fine, e tuttavia è proprio per eccesso e per violenza, oltre che per amore, che ci diciamo contro Bloom, e i toni a tratti urlanti e isterici di questo attacco vogliono per l’appunto opporsi allo stile compassato dei saggi bloomiani, alla loro boria pretenziosa – noi siamo contro Bloom!

Noi siamo contro Bloom. Bisogna ripeterlo, urlarlo! Noi siamo contro Bloom e sogniamo una letteratura che incanti e travolga e strazi e sgomenti, una letteratura fatta tanto di parole quanto di gesti (oggi è il compleanno di Harold Bloom), se necessario una letteratura disperata e feroce ma se possibile scevra dal risentimento e dai calcoli, dalla vigliaccheria. Noi siamo contro Bloom e vogliamo credere, vogliamo disperatamente credere nei lettori che commuovevano Roberto Bolaño un mese prima di morire, che in fin dei conti siamo noi stessi o i nostri figli, “i lettori tout court, quelli che hanno ancora il coraggio di leggere il Dizionario filosofico di Voltaire, che è una delle opere più amene e moderne che io conosca…”

Noi siamo contro Bloom e sogniamo Arturo Belano e Arthur Rimbaud; noi sogniamo l’Arthur Rimbaud sognato da Antonio Tabucchi in Sogni di sogni, la notte del ventitre giugno 1891, a Marsiglia, mentre sogna lui stesso di abbandonare l’ospedale in cui dovrà morire per fare l’amore un’ultima volta, incartando la sua gamba amputata in un poema e sdraiandosi in un granaio – “Quando si furono amati la donna disse: resta. Non posso, rispose Rimbaud, devo partire, vieni fuori con me, a vedere l’alba che sorge…” Noi sogniamo una letteratura racchiusa, come in un guscio di noce, bounded in a nutshell, in un unico verso di Pessoa, A lua começa a ser real, La luna comincia a essere reale. Noi siamo contro Bloom e sogniamo la Rachel Bespaloff di Nadia Fusini, in Hannah e le altre, e l’Omero di Simone Weil (Ne recommençons pas la guerre de Troie!) e di Rachel Bespaloff e di Nadia Fusini, giacché chi scrive e chi legge “entra in un dialogo tra ombre, tra doppi, che affiorano come fantasmi nella lingua, tanto che alla fine si fatica a capire chi parla, chi parla in chi…”

Noi sogniamo dei lettori che sappiano leggere il Danubio di Claudio Magris sulle sponde della Senna, che come il viaggiatore danubiano riescano a osservare o a immaginare il “fluire che si apre e si abbandona alle acque e agli oceani di tutto il globo”, fino alla morte di Ognuno e alle parole di un poeta, Biagio Marin, “comò ‘l scôre de un fiume in t’el mar grando” – perché non c’è narrazione che non sbocchi in poesia, e viceversa. Noi sogniamo una letteratura che non renda saggi o liberi o migliori bensì consapevoli e ribelli, una letteratura fatta di amore e urla e fiumi e ribellione, poiché “lesen macht rebellisch”, leggere rende ribelli, scriveva Heinrich Böll. E infine noi sogniamo una conclusione veramente elegiaca. Una conclusione sofferta, sbagliata, che Harold Bloom non potrebbe mai capire. Perché noi sogniamo una finestra. Noi sogniamo la notte e le luci oltre quella finestra – mentre ci chiamano alla vita! Noi sogniamo una finestra e il buio e il terrore di uno sguardo scagliato nel vuoto, e in quel vuoto, contro quel vuoto, nella letteratura, noi gridiamo abbasso Bloom – e tanti auguri!

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Twain dall’oltretomba https://minimaetmoralia.it/letteratura/mark-twain/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/mark-twain/#comments Thu, 22 May 2014 05:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20845 Questo pezzo è uscito su Il Foglio.

Oltre mezzo milione di parole, una pila di fogli alta tre metri, duecentocinquanta dettature: negli Stati Uniti è più di un secolo che provano a raddrizzare le gambe a questo cane pazzo. Il signor Samuel Langhorne Clemens ha tentato l’impresa per quasi quarant’anni, senza riuscirci del tutto: e viene difficile non arrendersi se si pensa che il suddetto signore era il più titolato a farlo, che tutto quel materiale l’aveva prodotto lui, che quella che stava scrivendo era L’autobiografia di Mark Twain e che Mark Twain era lui stesso. Ovvero l’autore di Huckleberry Finn, Le avventure di Tom Sawyer e una mole imbarazzante di altri testi; ovvero il padre della letteratura americana, secondo la celebre definizione di Ernest Hemingway. Ci provò dal 1870 fino al 1905 e fallì. Ricominciò nel 1905 e andò avanti fino al 1909 e quello che costruì fu uno dei più grandi puzze letterari di ogni tempo. Nella sua ultima incarnazione americana, un volume accademico con oltre 200 pagine di note, ha venduto più di mezzo milione di copie. Quell’edizione, sfrondata e asciugata, l’ha tradotta ora Salvatore Proietti per Donzelli.

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Fonte immagine)

Oltre mezzo milione di parole, una pila di fogli alta tre metri, duecentocinquanta dettature: negli Stati Uniti è più di un secolo che provano a raddrizzare le gambe a questo cane pazzo. Il signor Samuel Langhorne Clemens ha tentato l’impresa per quasi quarant’anni, senza riuscirci del tutto: e viene difficile non arrendersi se si pensa che il suddetto signore era il più titolato a farlo, che tutto quel materiale l’aveva prodotto lui, che quella che stava scrivendo era L’autobiografia di Mark Twain e che Mark Twain era lui stesso. Ovvero l’autore di Huckleberry Finn, Le avventure di Tom Sawyer e una mole imbarazzante di altri testi; ovvero il padre della letteratura americana, secondo la celebre definizione di Ernest Hemingway. Ci provò dal 1870 fino al 1905 e fallì. Ricominciò nel 1905 e andò avanti fino al 1909 e quello che costruì fu uno dei più grandi puzze letterari di ogni tempo. Nella sua ultima incarnazione americana, un volume accademico con oltre 200 pagine di note, ha venduto più di mezzo milione di copie. Quell’edizione, sfrondata e asciugata, l’ha tradotta ora Salvatore Proietti per Donzelli.

Uno dei motivi che ha ingarbugliato la matassa è stata la continua ricerca di un metodo da parte di Twain per raccontare la propria vita. Meglio, le proprie vite: quella iniziata il 30 novembre del 1835 nel “quasi invisibile villaggio di Florida, Monroe County, Missouri”; quella di sesto di sei figli, di cui tre morti presto; quella di orfano di padre a dodici anni; quella di fattorino e apprendista tipografo a tredici; quella di principiante pilota di battelli sul Missisippi nel 1857; quella di massone anticlericale e antimperialista; quella di cercatore d’oro, giornalista, polemista, conferenziere di successo, giramondo e bancarottiere.

Intanto, non voleva che tutto questo suonasse come una roba scritta. Di testi autobiografici ne aveva molti alle spalle. Proietti ne ricorda un bel po’: “Sin dagli inizi, racconti e sketch sull’Ovest sono sorretti da un io autobiografico, come lo sono molti scritti satirici e politici degli ultimi anni. Fra i libri, direttamente memorialistici sono sia i resoconti di viaggio di The Innocents Abroad (1869) e Following the Equator (1897) sia le rievocazioni del West di Roughing It (1872) e del mondo dei battelli a vapore di Life on the Mississippi (1883). Un fondo autobiografico hanno i romanzi della cosiddetta «materia di Hannibal», ambientati in paesini immaginari che rielaborano i luoghi della sua infanzia nel Missouri rurale: la St. Petersburg di The Adventures of Tom Sawyer (1876) e Adventures of Huckleberry Finn (1884), la Dawson’s Landing di Puddn’head Wilson (1894), la Eseldorf dell’incompiuto The Mysterious Stranger”.

Non voleva che l’inchiostro della pagina imbrigliasse con le buone maniere i suoi giorni così storti densi e poco educati. Al contrario, voleva che l’Autobiografia di Mark Twain fosse disordinata controcorrente e sporcata dalla lingua parlata (la cosa che immaginava più vicina al suono della vita). E naturalmente ambiziosa e vanagloriosa: “Vorrei che quest’autobiografia, quando sarà pubblicata, dopo la mia morte, diventi un modello per tutte le autobiografie future. Ed è anche mia intenzione che sia letta e ammirata per molti secoli grazie alla sua forma e al suo metodo”. Forma e metodo che funzionano così: “Cominciala in un momento qualsiasi; vaga a piacimento attraverso la tua vita; parla solo delle cose che ti interessano al momento; lasciale perdere quando l’interesse minaccia di impallidire e rivolgi la conversazione alla nuova, più interessante cosa che nel frattempo ti si è intrufolata nella mente. In questo modo porti le vivide cose del presente a creare un contrasto con i ricordi di cose simili del passato, e questi contrasti hanno un fascino tutto loro”. E giusto per precisare come stanno le cose: “È la prima volta nella storia che si azzecca il progetto giusto”.

E in effetti, una volta ammesso a se stessi e al mondo, con modestia, che si è gli inventori del genere autobiografico, si può iniziare a dettarne una, per non concedere niente alle catene della scrittura e non frenare il flusso di pensieri. Né tantomeno privarsi del gusto di metterla in scena davanti al suo piccolo pubblico, la stenografa e dattilografa Josephine S. Hobby e il biografo ufficiale e primo esecutore letterario Albert Bigelow Paine – e farlo dall’immacolato palcoscenico del suo letto newyorkese, con indosso solo “un’elegante vestaglia di seta a ricchi motivi persiani, sorretto da grossi cuscini bianchi come neve” (parole di Paine).

Il risultato è qualcosa che anticipa il lavoro sulla memoria di Marcel Proust; i flussi di coscienza di James Joyce e Virginia Woolf; il gusto dell’oralità (sulla scorta di Walt Whitman) di William Faulkner e Ernest Hemingway; e buona parte delle idee sull’esplosione della trama degli avanguardisti di ogni tempo. Tradotto, significa un piccolo mostro letterario che se ne infischia dell’ordine cronologico, va continuamente avanti e indietro nel tempo, si concede lunghissime parentesi e divagazioni, divora la vita di Twain, la mastica e la restituisce a brandelli. Ma solo un secolo dopo la sua morte. Questo vincolo è un altro dei tasselli che complica il puzzle. Sta scritto sul frontespizio dell’Autobiografia: “Da pubblicare cent’anni dopo la morte secondo la volontà dell’autore”. E poco dopo, nel primo paragrafo della prefazione, scrive: “In questa Autobiografia terrò in mente il fatto che sto parlando dalla tomba. Sto letteralmente parlando dalla tomba, perché quando il libro sarà uscito dalla tipografia sarò morto. In ogni caso – per essere preciso – diciannove ventesimi del libro non vedranno la stampa prima della mia morte”.

Quel ventesimo che resta fuori sono dei brevi estratti che pubblicò sulla North American Review nel 1906, con l’ammonimento che “nessuna parte dell’autobiografia sarà pubblicata in forma di libro fintanto che l’autore sarà in vita”. Ma siccome il destino a volte è traditore, e figurarsi il destino delle cose editoriali, pieno di pirati com’è, “poco dopo la sua morte, il mandato di  ritardare di cent’anni la pubblicazione cominciò a essere ignorato – come ricostruisce nell’introduzione Harriet Elinor Smith – prima nel 1924 da Albert Bigelow Paine, poi nel 1940 dal successore di Paine, Bernard DeVoto, e più di recente da Charles Neider nel 1959”. Quello che è successo è che ciascun curatore ha scritto la sua versione dell’Autobiografia di Twain, trascurando l’impostazione del suo lavoro, spesso infischiandosene. Qualcuno dando un ordine cronologico al tutto, qualcun altro inserendo parti che andavano lasciate fuori, e all’incontrario: come se si fosse venuti al mondo per insegnare a Twain come raccontare la vita di Twain.

Uno dei motivi per cui Franz Kafka chiese all’amico e biografo Max Brod di distruggere tutte le sue opere incompiute era che temeva finissero nelle mani sbagliate – non sospettando che lo fossero quelle dello stesso Brod, che conservò e pubblicò tutto. Clemens fu più fiducioso nei confronti dei suoi simili, e decisamente sopravvalutò il limite dei cento anni. Ma ne aveva bisogno, o perlomeno aveva bisogno di crederci: “Parlo dalla tomba, piuttosto che a viva voce, per una buona ragione: da lì posso parlare liberamente. Quando un uomo scrive un libro che si occupa del suo privato – un libro che sarà letto mentre lui è ancora vivo – è restio a parlare con totale franchezza; tutti i tentativi di farlo falliscono, e lui riconosce che sta cercando di fare una cosa che è completamente impossibile per un essere umano (…) A me è sembrato di poter essere franco, libero e disinvolto  come in una lettera d’amore sapendo che quanto scrivevo non sarebbe stato esposto ad alcun occhio finché non fossi morto, inconsapevole, e indifferente”.

Vastissimo programma, frustissima illusione. A essere sincero non ci riuscì mai, non del tutto, almeno, come lui stesso ricorda in una dettatura del 1906: “Ho ripensato a millecinquecento o duemila eventi della mia vita di cui mi vergogno, ma neppure uno ha ancora accettato di finire nero su bianco”. Aveva paura, Twain, che qualcuna di queste vergogne potesse ritorcersi contro la sua amata famiglia, più che contro se stesso. Anche se questo non gli impedì di accanirsi contro le vergogne (a suo dire) degli altri. Le pagine di questa autobiografia sono piene di giudizi feroci, iniettate di quel veleno letterario che attraversa tutta la storia della letteratura stessa. Non c’è scrittore, per dire, a cui basti il successo: un autore vuole che gli altri suoi simili falliscano. Già in vita Twain non era stato morbido nei confronti di alcuni colleghi. Disprezzava con precisione Jane Austen, e il disprezzo aveva questo suono: “Tutte le volte che leggo Orgoglio e pregiudizio mi viene voglia di disseppellirla e colpirla sul cranio con la sua stessa tibia”.

Nell’autobiografia alza il tiro e prende di mira il presidente americano: “È uno degli uomini più impulsivi al mondo. Per questo ha segretari impulsivi. Probabilmente il presidente Roosevelt non pensa mai al modo giusto di fare una cosa. Per questo ha segretari privati che non sono in grado di  pensare al modo giusto di fare alcunché”. Attacca il predicatore John D. Rockefeller: “Neanche Satana, se blaterasse sciocchezze sentimentali in una scuola domenicale, riuscirebbe a fare la parodia di John D. Rockefeller e i suoi numeri alla sua scuola domenicale di Cleveland. Quando John D. si impegna in questo senso, raggiunge l’apice del grottesco. Nessuno potrebbe farne una parodia: è lui stesso una parodia”. Se la prende con l’editore delle sue prime opere, Elisha Bliss, reo di avergli fregato (secondo i suoi calcoli) una somma tra i 30 e i 60 mila dollari: “È mia convinzione che Bliss non abbia mai fatto una cosa onesta in vita sua, se poteva farne una disonesta. Ha avuto contatti con parecchi uomini vistosamente meschini, ma erano dei nobili a paragone di quella scimmia bastarda”. Massacra James W. Paige, inventore della macchina tipografica in cui credette così tanto da investirci 160 mila dollari in 7 anni (soldi suoi e della moglie Olivia), e che alla fine gli valsero la bancarotta.

Fa di conto spesso, nella sua autobiografia, Clemens. Come ogni grande scrittore sa che il denaro conferisce elettricità alla pagina e alle storie, dà capogiri e sostanza ai personaggi. Per questo spesso lo si ritrova nelle sue opere come fattore scatenante della narrazione. Succede per esempio nel racconto La banconota da un milione di sterline, dove due riccastri danno a un mischinazzo la suddetta banconota con l’intento di divertirsi: come diavolo farà a usare tanta ricchezza se nessuno gliela cambierà? O nel delizioso romanzo Il pretendente americano, uscito da poco per Mattioli 1885, dove tutto gira attorno a un’eredità contesa e al valore dei piccioli: “Quando il giovane Berkeley, figlio del conte attuale, rinuncia temporaneamente alla propria eredità, al titolo e all’aristocrazia in favore di Sellers in nome dell’egualitarismo che pensa regni in America, rimane deluso nello scoprire che la ricchezza, la posizione, e anche il peso dell’influenza politica contino molto di più del merito e delle capacità individuali”.

Ma nell’autobiografia non c’è posto solo per i danari e la rabbia (sociale e personale, risentita e divertita). Tra le pagine, molti sono i ritratti affettuosi e i ricordi allegri. Come quello nei confronti della madre: “Non usava mai parole difficili, ma aveva il dono naturale di far compiere il lavoro a quelle facili. Visse fin quasi a novant’anni, in grado di usare la lingua fino alla fine – specialmente quando una meschinità o un’ingiustizia le accendeva lo spirito. Mi è capitata sotto mano parecchie volte nei miei libri, dove figura come la Zia Polly di Tom Sawyer”. Racconta della sua infanzia complicata: “Mi è stato sempre detto che ero un bambino malaticcio, precario, stancante e malfermo, e che nei primi sette anni sono vissuto soprattutto di medicine allopatiche. Lo chiesi a mia madre, quando era vecchia – aveva ottantott’anni – e dissi: “Immagino che per tutto quel tempo ti preoccupavi per me”. “Sì, sempre”. “Avevi paura che non sarei vissuto?” Dopo una pausa di riflessione – in apparenza per rivedere i fatti: “No, avevo paura che ce l’avresti fatta”.

Ride per la messa al bando delle Avventure di Huckleberry Finn, argomentando che per i lettori, e sopra tutto per i più giovani, è un libro più adatto della Bibbia. Ne racconta l’inaspettato successo: “Era un piccolo libro, non c’erano grosse aspettative pecuniarie – ma a tre mesi dalla pubblicazione Webster mi consegnò un rendiconto e un assegno per cinquantaquattromila dollari. Questo mi convinse che come editore non ero un completo fallimento”. A chi lo mascariava con l’accusa di razzismo (per l’uso di parole indicibili come “negro”, e frasi come ““non puoi insegnare a un negro a pensare”) ricordava: “Quando andavo a scuola non provavo avversione per la schiavitù. Non sapevo che c’era qualcosa di male. Nessuno la biasimava in mia presenza; i giornali locali non dicevano niente contro di essa; il pulpito ci insegnava che Dio l’approvava, che era una cosa santa, e chi dubitava doveva solo guardare la Bibbia per dargli ragione – e ci leggevano a voce alta i testi per chiudere la questione; se gli schiavi provavano avversione per la schiavitù, erano saggi e non dicevano niente”.

Più si prosegue nella lettura, più si va avanti nella vita di Twain, più i toni si fanno cupi. Nella sua biografia, Laura Trombley descrive così i suoi ultimi anni: “Fumava una media di 300 sigari al mese, beveva ogni giorno. Ed era ossessionato dal sesso”. Ma la verità era che il dolore si stava pigliando i suoi giorni, a ondate sempre più devastanti. Nel 1896 era morta per meningite l’amatissima figlia Susy: “Morì al momento giusto, fortunato della vita, all’età della felicità: ventiquattro anni. A ventiquattro anni, una ragazza come lei ha visto il meglio della vita, la vita come sogno felice”. Un anno dopo s’era sparsa la voce che fosse morto lui, fatto che commentò così: “La notizia della mia morte è fortemente esagerata”. Nel 1904 perse la moglie per una crisi cardiaca: “Aveva sopportato le economie di quel lungo periodo senza un singolo mormorio, e ora, quando la fortuna andava in nostro favore, era troppo tardi. Si ammalò, e dopo ventidue mesi di sofferenze, morì. A Firenze, in Italia, il 5 giugno”. La vigilia di Natale del 1909 si portò via l’ultimogenita Jean, annegata nella vasca da bagno dopo una crisi epilettica. “Quest’Autobiografia si conclude qui”, scrisse. Morì pochi mesi dopo, il 21 aprile 1910.

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Cento anni di Malamud! https://minimaetmoralia.it/estratti/luomo-di-kiev-bernard-malamud/ https://minimaetmoralia.it/estratti/luomo-di-kiev-bernard-malamud/#comments Sat, 26 Apr 2014 07:45:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20257 Il 26 aprile 1914 nasceva Bernard Malamud. Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Piperno a L'uomo di Kiev.

di Alessandro Piperno

Non avevo ancora compiuto nove anni quando mio fratello mi mise al corrente di ciò che Hitler, una trentina d’anni prima della nostra nascita, aveva fatto agli ebrei. Il dato strano è che quella spaventosa rivelazione non mi indignò. Forse perché l’indignazione è preclusa ai bambini. Ciò che provai fu soprattutto terrore. Un terrore vago che non aveva niente a che vedere con la paura della morte. A nove anni, la morte, tanto più se non ha ancora lambito il piccolo confortevole mondo che ti protegge, è un evento astratto e implausibile. A terrificarmi, almeno stando alla dettagliata relazione di mio fratello, era il calvario di cui la morte rappresentava l’epilogo. Un crescendo ineluttabile: la diffidenza degli altri, la delazione, la discriminazione, le confische, la perdita dei diritti civili, l’isolamento sociale, la clandestinità, la deportazione, l’esclusione dagli affetti indispensabili (mamma e papà), la nostalgia straziante per tutto quello che hai perduto, le privazioni materiali, le torture fisiche, il sacrificio dei capelli e della dignità, la fame, la sete, il freddo, l’emorragia di fluidi corporei.

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Il 26 aprile 1914 nasceva Bernard Malamud. Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Piperno a L’uomo di Kiev. (Fonte immagine)

di Alessandro Piperno

Non avevo ancora compiuto nove anni quando mio fratello mi mise al corrente di ciò che Hitler, una trentina d’anni prima della nostra nascita, aveva fatto agli ebrei. Il dato strano è che quella spaventosa rivelazione non mi indignò. Forse perché l’indignazione è preclusa ai bambini. Ciò che provai fu soprattutto terrore. Un terrore vago che non aveva niente a che vedere con la paura della morte. A nove anni, la morte, tanto più se non ha ancora lambito il piccolo confortevole mondo che ti protegge, è un evento astratto e implausibile. A terrificarmi, almeno stando alla dettagliata relazione di mio fratello, era il calvario di cui la morte rappresentava l’epilogo. Un crescendo ineluttabile: la diffidenza degli altri, la delazione, la discriminazione, le confische, la perdita dei diritti civili, l’isolamento sociale, la clandestinità, la deportazione, l’esclusione dagli affetti indispensabili (mamma e papà), la nostalgia straziante per tutto quello che hai perduto, le privazioni materiali, le torture fisiche, il sacrificio dei capelli e della dignità, la fame, la sete, il freddo, l’emorragia di fluidi corporei.

I grandi storici della Shoah (penso soprattutto a George L. Mosse) sono soliti ripetere che il dato distintivo del genocidio ebraico non può, e non deve, esaurirsi nella sconvolgente quantità di morti inflitte: il dato caratteristico è il contesto teatrale in cui tali stragi furono messe in scena. Come a dire che la morte, date le circostanze, era l’ultimo dei problemi. E, in alcuni casi, e da un certo momento in poi, era la cosa migliore che potesse capitarti. Non sorprende che, per alcuni decenni, gli ebrei, sia quelli che avevano subito personalmente la persecuzione, sia quelli che ne avevano solo sentito parlare, preferirono calare un sipario nero di omertà sullo spettacolo dell’orrore di cui erano stati i coprotagonisti. Anche qui potrei chiamare sul banco dei testimoni i miei nonni: loro non amavano parlare di questa storia, sebbene come altri ebrei romani fossero stati sfiorati dallo sterminio più o meno direttamente. Ricordo che ogni tanto a mia nonna capitava di commuoversi sulla sorte tragica delle sue cuginette.

Anni fa, durante un convegno a Gerusalemme tra scrittori israeliani e scrittori della diaspora, Aharon Appelfeld mi raccontò le straordinarie peripezie editoriali che portarono alla tarda pubblicazione delle sue opere dedicate all’esperienza di fuggiasco e di perseguitato nell’Europa centrale dominata dai nazisti. In Israele in quegli anni, mi spiegò Appelfeld, nessuno voleva sentir parlare di Hitler e dei suoi scagnozzi. E non solo in Israele.

La vergogna retrospettiva (la tortura postuma che i nazisti inflissero agli ebrei sopravvissuti) favorì la discrezione, se non addirittura l’omertà.
 Chi meglio di Primo Levi ha indagato i subdoli meccanismi della vergogna? Ma lui si è soffermato, per l’appunto, sulla vergogna dello scampato al campo di sterminio nei confronti della miriade di compagni di prigionia (non meno incolpevoli di lui) che non ce l’hanno fatta: i cosiddetti musulmani. Ma esiste un altro tipo di vergogna, molto meno terribile naturalmente, ma altrettanto subdola e velenosa. Quella che investì coloro che non avevano vissuto in prima persona l’esperienza concentrazionaria. Tutti gli ebrei che erano riusciti a nascondersi, o che a quel tempo vivevano in paesi e continenti più sicuri.

Su tutti naturalmente spiccano gli ebrei americani. Una comunità tanto numericamente vasta quanto culturalmente influente. L’alveo su cui, dalla dissoluzione dell’Impero austroungarico e dalla Rivoluzione di Ottobre in poi, prese a scorrere il fiume impetuoso della nuova intellighenzia ebraica. Il laboratorio che ha prodotto un numero di scrittori, di artisti, di scienziati, di cineasti ormai tanto universalmente noti che è persino pleonastico citarli alla rinfusa. Be’, non mi pare così stupefacente che la maggior parte di loro abbia sentito l’esigenza di dare il proprio contributo personale alla definizione di un concetto odioso come quello di persecuzione. Né mi sorprende che molti di essi, per farlo, abbiano aspettato un po’ di tempo, se la siano presa comoda, lasciando che gli eventi incriminati decantassero.

Film come Il pianista di Polanski o Schindler’s List di Spielberg sono opere di artisti maturi. E altrettanto si può dire a proposito di libri come Il pianeta di Mr. Sammler e Il circolo Bellarosa di Bellow, o del Complotto contro l’America di Philip Roth.
 Solo scrittori appartenenti alla generazione successiva, a me più o meno coetanei, non si sono fatti scrupoli a inaugurare spavaldamente la loro carriera con libri in cui la persecuzione a danno degli ebrei veniva audacemente tematizzata, talvolta persino in forme surreali o parodistiche. Penso a Michael Chabon, a Nathan Englander, a Jonathan Safran Foer, Daniel Mendelsohn e a Nicole Krauss, solo per citare i più noti.

In questa odiosa storia, un ruolo esemplare (vorrei dire centrale, se l’aggettivo non risultasse incongruo al soggetto in questione) occupa Bernard Malamud. Mi pare che l’isolamento logistico cui si sottopose nel corso della sua esistenza discreta (un isolamento non patologico come quello di Salinger o di Pynchon, o della nostra Ferrante, e ciononostante un isolamento a tutti gli effetti) trovi un correlativo oggettivo nella sua opera, dotata di una coerenza implacabile e di un encomiabile understatement. Lui è diverso dagli altri scrittori ebrei americani della sua generazione. Per il fatto di aver conservato un legame con quello che Stefan Zweig avrebbe chiamato il «mondo di ieri». Forse perché figlio di due emigrati russi, ancora non abbastanza americanizzati, forse perché nato in una Brooklyn iper-ebraica, forse per ragioni di temperamento, fatto sta che nei romanzi di Malamud l’America non appare mai un’opportunità di riscatto. Uno dei suoi temi più frequenti è la marginalità. Gli eroi di Malamud sono l’incarnazione stessa del «loser». Nessuna fitzgeraldiana corsa all’oro. Solo grandi cadute nel fango.

«Sono americano, nato a Chicago – Chicago, quella tetra città – affronto le cose come ho imparato a fare, senza peli sulla lingua, e racconterò la storia a modo mio». Ecco il memorabile incipit delle Avventure di Augie March di Saul Bellow: un attacco spavaldo, leggero, tracotante. Dubito che Malamud avrebbe mai potuto iniziare un romanzo con altrettanta insolenza. È chiaro che Bellow (nonostante fosse anch’egli figlio di emigrati) guardi a Mark Twain e a Walt Whitman, molto più che a Martin Buber o a Franz Kafka. L’assimilazione completa con la patria delle opportunità e delle ambizioni forsennate è tipica dell’ebreo bellowiano. Poco importa che molto spesso tale ambizione venga delusa. L’importante è che essa sia posta, sin dal principio, al centro della scena.

Per Malamud le cose stanno in modo diverso. La sua fedeltà alla sfiga giudaico-europea è decisamente più salda, sia da un punto di vista emotivo sia da un punto di vista stilistico. Gli eroi dei suoi romanzi e dei suoi racconti migliori (alcuni di stupefacente bellezza) sanno fare soprattutto una cosa: soffrire. La storia che Malamud racconta è sempre la stessa: quella di Giobbe. Ovvero la vicenda di un uomo su cui si abbattono mille calamità, che lui accoglie con stoicismo (mi chiedo quale debito enorme abbiano nei suoi confronti i fratelli Coen e Nathan Englander). Emblematico da questo punto di vista il mirabile incipit del racconto «L’angelo Levine»:

“Manischevitz, un sarto, nel suo cinquantunesimo anno di età ebbe a patire molte disgrazie e molte offese. Uomo agiato, nel giro di una notte perse tutto quello che aveva quando il suo laboratorio prese fuoco e, dopo l’esplosione d’un recipiente metallico pieno di smacchiatore, bruciò fino alle fondamenta. Sebbene Manischevitz fosse assicurato contro gli incendi, le cause per danni intentategli da due clienti rimasti feriti tra le fiamme lo spogliarono fino all’ultimo centesimo di tutto ciò che aveva riscosso. Quasi contemporaneamente suo figlio, un ragazzo molto promettente, fu ucciso in guerra, e sua figlia, senza neppure una parola di preavviso, sposò un tanghero e sparì con lui come cancellata dalla faccia della terra.”

Come vedete, non basta l’America a cambiare il destino degli ebrei. Del resto, malgrado Malamud, come molti altri suoi illustri correligionari, detesti essere considerato uno scrittore ebreo-americano, è indubbio che il destino dell’ebreo nel mondo dei gentili è ciò che più lo interessa e commuove. A un intervistatore del New York Post che gli chiedeva per quale ragione scegliesse sempre personaggi ebrei, Malamud rispose: «Perché li conosco. Ma soprattutto, ne parlo perché gli ebrei sono l’incarnazione perfetta del melodramma». Una risposta che, in contesti diversi, avrebbero potuto dare sia Kafka, sia Joyce, sia Svevo, e mille altri ancora da questa parte dell’oceano. Si pensi alla fine del romanzo Il commesso (per molti il suo capolavoro), quando Frank Alpine decide di convertirsi all’ebraismo:

“Un giorno d’aprile, Frank andò all’ospedale e si fece circoncidere. Per un paio di giorni se ne andò in giro faticosamente con un dolore tra le gambe. Il dolore lo esasperò e lo ispirò. Dopo la Pasqua divenne ebreo.”

Diventare ebrei significa imparare a soffrire. Imparare a soffrire significa trarre dal dolore una voluttà inimmaginabile. Benvenuti nel mondo di Bernard Malamud!

Eppure anche uno scrittore del genere, così impegnato sul fronte della sofferenza ebraica, dovette attendere la sua maturità artistica, e, per così dire, tempi migliori, per affrontare un romanzo interamente dedicato alla tragedia degli ebrei in Europa. Questo romanzo s’intitola L’uomo di Kiev.

Quando si pensa alla persecuzione antiebraica viene subito in mente il campo di concentramento. La verità è che, soprattutto in alcuni paesi dell’Est Europa, tale persecuzione ha avuto inizio molto prima che gli sgherri di Hitler concepissero l’Inferno in terra. Il pogrom era una pratica ampiamente diffusa nella Russia da cui provenivano i genitori di Malamud. E, del resto, gli stessi nazisti, solertemente coadiuvati da popolazioni autoctone, ammazzarono un sacco di ebrei sul posto – in Polonia, in Galizia, nella ex Cecoslovacchia – senza preoccuparsi di trasferirli in campi appositi (si veda Gli scomparsi, il capolavoro di Daniel Mendelsohn). I pogrom che gli ebrei subirono nel corso dei secoli non furono che una sorta di cruento antipasto rispetto al banchetto della Shoah. E visto che gli scrittori veri non amano prendere di petto i grandi eventi storici, preferendo evocarli attraverso piccole vicende individuali, Malamud, per scrivere il suo romanzo sulla persecuzione, sceglie un piccolo fatto di cronaca avvenuto nei pressi di Kiev all’inizio del secolo scorso, e lo trasfigura alla sua maniera.

Si tratta del caso di Mendel Beilis, ebreo ucraino ingiustamente accusato dalle autorità zariste di assassinio rituale a danno di un bambino. Nell’Uomo di Kiev, il povero Mendel prende le fattezze di Yakov Bok, un miserabile tuttofare che un giorno, dopo l’ennesimo tradimento subito dalla moglie, e devastato dall’indigenza, decide di abbandonare il suo shtetl e di avventurarsi verso il mondo ostile dei gentili. Da questa decisione incauta e inconsulta discenderanno tutte le sue atroci disgrazie: l’accusa di omicidio, la lunga detenzione in carcere, un processo burla, le torture.

La scrittura dell’Uomo di Kiev fu per Malamud un autentico calvario. Lui stesso confessò a più riprese di sentire sulla propria pelle i soprusi subiti dal suo protagonista. Del resto, mai la sua prosa aveva raggiunto un tale grado di brutalità. Come spesso avviene agli scrittori, il libro più difficile da scrivere alla sua uscita si rivelò anche il più controverso. Inoltre fu un grande successo, suggellato dal National Book Award e dal Pulitzer. Ma di questo chi se ne importa.

In uno dei suoi saggi più famosi, a un certo punto, René Girard scrive:

“Le minoranze etniche e religiose tendono a polarizzare contro di sé le maggioranze. Vi è in questo un criterio di selezione vittimaria certamente proprio ad ogni società, ma transculturale nel suo principio. Non c’è, quasi, società che non sottometta le proprie minoranze, i propri gruppi mal integrati o anche semplicemente distinti, a certe forme di discriminazione se non di persecuzione.”

È un peccato che il povero Yakov Bok non conoscesse queste parole (come avrebbe potuto visto che ai suoi tempi Girard non era ancora nato?). Se le avesse conosciute forse si sarebbe risparmiato quel disperato viaggio della speranza. Se solo avesse capito che non bisogna essere colpevoli per essere puniti ma che basta appartenere a una minoranza, probabilmente non sarebbe andato nella tana del lupo. Infatti, la sola verità cui giunge dopo aver a lungo riflettuto sull’accaduto non è molto lontana da quella di Girard. Yakov, ormai in galera da anni, in attesa di giudizio, non fa che chiedersi quale sia la ragione di tanta sofferenza immeritata. Finché a un certo punto non capisce tutto:

“Non c’era una «ragione», c’era soltanto un complotto contro un ebreo, un ebreo qualsiasi, e lui era l’uomo scelto casualmente come capro espiatorio. L’avrebbero processato perché era stata formulata un’accusa, non c’era bisogno di altre ragioni. Nascere ebreo significava essere vulnerabili alla storia e ai suoi errori più spaventosi. Il caso e la storia avevano coinvolto Yakov Bok come non avrebbe mai creduto possibile. Il coinvolgimento, in un certo senso, era impersonale, ma le conseguenze, il suo dolore e la sua sofferenza, non lo erano. La sofferenza era personale, acuta e, a quanto ne sapeva Yakov, senza fine.”

Essere ebreo. Questa è la sola ragione. Questa è la colpa tra le colpe. Non ne esistono altre. Quando Yakov grida la sua innocenza di fronte al più ottuso dei suoi accusatori, si sente rispondere candidamente: «Nessun ebreo è innocente». Lo stesso Yakov finisce per capire la verità tragica di quelle parole. Già, la capisce e s’infuria:

“Il suo destino lo riempiva di nausea. Scappando dalla Zona di residenza era finito dritto in prigione. Dalla nascita lo aveva seguito un cavallo nero, un incubo ebraico. Che cosa significava essere ebreo se non una maledizione eterna? Yakov era stufo marcio della storia degli ebrei, del loro destino, della loro colpa di sangue.”

Lo struggimento di Malamud di fronte all’ingiustizia della persecuzione – pur non raggiungendo le vette universali di Kafka (Kafka è irraggiungibile!) – è comparabile a quello di cui diede prova Danilo Kiš nello splendido Una tomba per Boris Davidoviï. E, a pensarci, c’è anche un po’ del Koestler di Buio a mezzogiorno e del Nabokov di Invito a una decapitazione. Del resto, che il modello (ripeto: inarrivabile!) sia Kafka è talmente esplicito che Malamud lo cita senza pudore. Quando Yakov viene tratto in catene, trascinato per strada di fronte a tutti, pensa: «Come un cane». Lo stesso pensiero di Joseph K. prima di essere sgozzato. Kafkiana è la metafisica ineluttabilità del destino di Yakov, e per così dire, la responsabilità storica che gli grava addosso.

Detto questo, Malamud ha una sensibilità del tutto peculiare nel descrivere l’azione del veleno della discriminazione. Conosce l’orrida capziosità di chi non fa altro che sospettare il prossimo. Di chi vuole trovare negli altri le colpe della propria infelicità. Per questo è così efficace nel mettere in scena lo spaventoso calvario di Yakov.

Da ultimo, prima di togliermi di mezzo e lasciarvi nelle abili mani di Malamud, mi siano consentite due notazioni tecniche.

1) I romanzi di Malamud (non solo questo ma tutti gli altri) appartengono a quel genere di 
libri assai rari che amano partire in sordina per diventare splendidi strada facendo, come se lui non lavorasse con le singole parole o le singole frasi, ma semmai con le pagine, con il loro implacabile ammonticchiarsi l’una sull’altra. È come quei seduttori che la prima volta che li vedi ti sembrano perfettamente insipidi e già la terza volta senti che non potrai mai liberarti di loro. Malamud elude programmaticamente qualsiasi piacioneria, non concede niente allo spettatore. E questo è un rischio immenso per uno scrittore. Devi avere fegato, carattere e una straordinaria fiducia nella storia che ti accingi a raccontare per non blandire il lettore sin dalla prima riga.

2) C’è chi ha accusato L’uomo di Kiev di essere un libro non sufficientemente realista. In effetti, è come se qui i dettagli ambientali, cui Malamud ci ha abituato nei primi romanzi e nei racconti più riusciti, venissero, chissà quanto deliberatamente, elusi. Come se l’intera avventura di Yakov avvenisse in un mondo astratto e remoto. Tutto questo ha un motivo preciso. Stavolta Malamud è costretto a lavorare con materiale di seconda mano, se non addirittura di terza. È evidente che, come narratore, si trova più a suo agio nell’America della sua epoca che nella Russia dei suoi nonni: l’odore degli scappamenti dei taxi o dei vapori della metropolitana gli è più familiare del lezzo di sterco. Il che spiega perché lavori per sottrazione. Eppure, proprio in virtù di quanto ho appena detto, Malamud dà prova in questo romanzo (più che da qualsiasi altra parte) delle sue capacità tecniche. Di più: del suo virtuosismo. Yakov, almeno per tre quarti del libro, è chiuso in una fetida gattabuia. È come se, da un certo punto del romanzo in poi, l’azione si spostasse nel suo cervello e nelle sue membra martoriate. La squallida biografia di Yakov diventa una specie di biografia morale. La sua povera prosaica esistenza si popola di ricordi, di fantasmi, di teoremi filosofici. Tutto questo, ben lungi dall’allontanarci dal cuore del dramma, ci rende partecipi, ci commuove. Più Malamud toglie più noi acquistiamo. Questo significa scrivere.

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Uomini che copiano le donne https://minimaetmoralia.it/libri/uomini-che-copiano-le-donne/ https://minimaetmoralia.it/libri/uomini-che-copiano-le-donne/#comments Wed, 12 Mar 2014 16:54:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19003 di Giacomo Buratti

Bimbo negro, / guarda le stelle, guarda la luna, / guardale e le vedrai / come ogni bimbo bianco le vede. / Però noi, uomini bianchi, / uomini bianchi cattivi e crudeli, / non crediamo / che tu veda le  stelle e la luna / come le vediamo noi; / solamente perché tu, / fratello negro, / solamente perché tu sei negro / e noi siamo bianchi.

(E. Mozzicone, Bimbo negro, in Topolino, n. 937, 1971)

Nico Muhly, il compositore, non si capacita del fatto che un’artista da mezzo milione di dollari come Beyoncé non ne sborsi quattromila per una vera sezione d’archi. Una taccagneria che considera «un insulto» in relazione al talento coinvolto nella registrazione di Superpower, la dodicesima traccia di BEYONCÉ.

La canzone porta la firma di Pharrell Williams, Frank Ocean e Beyoncé ed è stata descritta come il tentativo di questi ultimi due di scrivere la loro versione di Man in the Mirror, il singolo estratto da Bad nel 1988 che racconta la trasformazione di Michael Jackson in Lady Diana.

Prima del martirio autoindotto che gli ha garantito la glorificazione post mortem di rigore per le principesse del popolo, Jackson, cresciuto nella comunità afroamericana infusa di cristianesimo che vedeva e in certi casi ancora vede l’omosessualità come «a kind of whiteness» (H. Als, Michael), aveva scritto nel 1981 la hit di Diana Ross Muscles, che faceva «(just make him beatiful)... I want muscles / all over his body».

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worlds-fair_1964

(La foto è di Garry Winogrand)

di Giacomo Buratti

Bimbo negro, / guarda le stelle, guarda la luna, / guardale e le vedrai / come ogni bimbo bianco le vede. / Però noi, uomini bianchi, / uomini bianchi cattivi e crudeli, / non crediamo / che tu veda le  stelle e la luna / come le vediamo noi; / solamente perché tu, / fratello negro, / solamente perché tu sei negro / e noi siamo bianchi.

(E. Mozzicone, Bimbo negro, in Topolino, n. 937, 1971)

Nico Muhly, il compositore, non si capacita del fatto che un’artista da mezzo milione di dollari come Beyoncé non ne sborsi quattromila per una vera sezione d’archi. Una taccagneria che considera «un insulto» in relazione al talento coinvolto nella registrazione di Superpower, la dodicesima traccia di BEYONCÉ.

La canzone porta la firma di Pharrell Williams, Frank Ocean e Beyoncé ed è stata descritta come il tentativo di questi ultimi due di scrivere la loro versione di Man in the Mirror, il singolo estratto da Bad nel 1988 che racconta la trasformazione di Michael Jackson in Lady Diana.

Prima del martirio autoindotto che gli ha garantito la glorificazione post mortem di rigore per le principesse del popolo, Jackson, cresciuto nella comunità afroamericana infusa di cristianesimo che vedeva e in certi casi ancora vede l’omosessualità come «a kind of whiteness» (H. Als, Michael), aveva scritto nel 1981 la hit di Diana Ross Muscles, che faceva «(just make him beatiful)… I want muscles / all over his body».

Frank Ocean, che alla vigilia della pubblicazione del suo album di debutto rivelava di essere bisessuale evidentemente per evitare che versi quali «You run my mind, boy» venissero fraintesi, certo non ha bisogno di scrivere per una donna per parlare liberamente dei suoi desideri. Tuttavia le atmosfere di Superpower allontanano la canzone da inni LGBT in cui rapper bianchi eterosessuali prima raccontano di aver pensato di essere gay perché lo era suo zio e da piccoli sapevano disegnare, poi vengono rassicurati da madri che spiegano loro, nel giro della stessa strofa, che vanno dietro alle ragazze da quando erano all’asilo nido.

Il senso qui è rifratto in una serie di immagini che ritrovo nel saggio (che non è veramente un saggio) che apre White Girls, intitolato Tristes Tropiques, in cui Hilton Als dettaglia la sua relazione con un uomo che chiama SL, cioè «Sir or Lady», perché è tutt’e due pur essendo un maschio che ama le femmine, oltre che lui.

Lo specchio che mostra un’immagine uguale e diversa da te stesso, come quando ti vedi riflesso in un altro, come Adèle della Vita di che del ritratto che le ha fatto Emma dice che è strano perché è lei e non è lei – questa è la metafora che sostiene la prima strofa della canzone, e che torna più volte in Als come sintesi del suo rapporto di gemellaggio (twinship) con SL.

Beyoncé/Ocean:

«And when I’m standing in this mirror / after all these years / what I’m viewing is a little different / from what your eyes show you. / I guess I didn’t see myself before you».

Als:

«SL e io eravamo la sala degli specchi l’uno dell’altro».

«Non posso guardare me in quanto me stesso senza vedere lui».

«Come ballerini, nessuno di noi dimentica la figura che vede nello specchio della sala prove: se stesso. Scegliere il tuo gemello ti dà quel riflesso per sempre – o finché dura. Forse SL mi lascerà, per un motivo o per un altro, ma non se ne andrà mai: vedo me stesso in lui e lui in me» (le traduzioni sono mie, abbiate pietà).

Liberace (Michael Douglas) costringe il suo amante (Matt Damon) a ricostruirsi la faccia a sua immagine e somiglianza. Prima di ridefinire il suo volto come quello di una donna bianca (che aiuta i bambini negri che muoiono di fame), guardandosi allo specchio Michael Jackson realizzava di essere stato vittima «of a selfish kind of love», uguale e opposto al «tough love» che è il superpotere che permette a Beyoncé e Ocean di piegare la legge.

Nel video di Superpower i violini sintetici, uguali e diversi da quelli veri, accompagnano la marcia della cantante, che fa coppia con una persona di cui sono visibili solo gli occhi (da donna) e le mani (da uomo), mentre alla sua destra e alla sua sinistra Kelly e Michelle riflettono la sua immagine senza essere lei – un’immagine, già che c’era, di una Beyoncé più giovane, ché dai tempi delle Destiny’s Child sono passati più di diec’anni.

Rise, rise, Ludovico XIII comprendendo il suo terrore. «Ma che! ma che! grulla! ah! che grulla! ma che! stupida! Non ci credi? Vedrai, vedrai, poi, ti farò vedere. Ora quando ci spogliamo, vedrai, vedi, se mi tolgo questa corazza che mi serra sono come te, ce l’ho anch’io il seno, guarda, come il tuo, tutto come te, sì, le poppe, come te, più belle delle tue, vedrai, grulla!»

(A. Palazzeschi, Il Re bello)

Della stessa generazione di Michael Jackson, Hilton Als ha sette anni quando gli occhi di Katharine Hepburn si riempiono di lacrime scoprendo che sua figlia vuole sposare un negro che deve essere un luminare della medicina bello e vedovo per permettersi una ragazza bianca. Ne ha venti quando essere gay a New York significa, come la mette lui stesso, finire in un sacco nero del coroner. Si capisce come verbalizzare il proprio desiderio, il problema al centro del primo saggio e veramente di tutto il libro, sia una questione di vita o di morte.

Sia lui che SL venerano ragazze bianche come Diane Keaton in Io e Annie, che esprimono goffamente i loro sentimenti ma alle quali, in virtù del loro statuto, non viene negato nulla. La rottura, o almeno una delle cause della fine della twinship, sta nel fatto che SL agisce i suoi desideri, mentre Als li vive nelle trame dei film che SL gli racconta: «the movie guy kisses the movie girl and they are one».

«Sono convinto che le storie dei film di Sir or Lady siano il suo modo di dirmi che lui e io siamo uno». Parlare del proprio desiderio attraverso prodotti culturali è quello che Als, cultural critic, fa di mestiere. Il passo successivo consiste nel parlare di se stesso come individuo più grande della somma di libri film arte musica che sono parte di lui. E questa è il processo che vediamo svolgersi in White Girls. Processo che non può non avere come base la (ri)appropriazione di una lingua.

Già in Tristes Tropiques si legge: «SL e io siamo entrambi cresciuti sentendo che la lingua che parlavamo era in qualche modo incomprensibile o confusa [fuzzy] per le persone attorno a noi». Ma è nel confronto con le due parti del dittico su Richard Pryor che si sente tutto il peso che Als attribuisce a “significare”. Il primo saggio, A Pryor Love – originariamente pubblicato nel 1999 –, che ha tutte le osservazioni penetranti e insieme quell’autorevolezza dei profili del New Yorker che distanzia l’autore dal suo soggetto, si conclude sulla constatazione più o meno amara del fatto che il carisma iconoclasta del comico Richard Pryor è rientrato nello status quo diventando a sua volta l’icona Richard Pryor.

Il secondo è tanto difficile definirlo saggio che è stato chiamato direttamente novella, alla sua prima apparizione. You and Whose Army? è il racconto in prima persona della sorella senza nome di Pryor (inventata o no ancora non l’ho capito, ma davvero non importa), che parla, tra le altre cose, di Richard, dell’autore e attivista James Baldwin e del suo rapporto con l’attrice Diana Sands (definita «Cancer Bitch»), di Virginia Woolf (definita «Suicide Bitch»), della Metamorfosi di Kafka e di Fran e Gary, una coppia creata o no dalla narratrice («La conosco così bene», dice di Fran, «che me la potrei inventare e sarebbe lo stesso non-fiction») protagonista di una versione black della Prigioniera di Proust.

Questa sorella di Pryor, che voglio chiamare Negress perché è così che si identifica lei, di lavoro fa, quasi dimenticavo, la doppiatrice di film porno. Il che non le impedisce di candidarsi come miglior interprete della lettura di Gertrude Stein e di definire l’inglese la sua seconda lingua: «o, per metterla in un altro modo, ho fatto dell’inglese una forma di americano che gli altri americani non parlano, perché per loro la storia e la genetica non si incontrano nel punto in cui confluiscono per me».

Il rapporto tra chi siamo e chi diciamo di essere, al contrario di quello tra qualunque altro significato con qualunque altro significante, non è (volendo) arbitrario. Ma per essere in grado di dire chi siamo dobbiamo conoscere le parole a nostra disposizione, altrimenti rischiamo di scomparire o di vederci affibbiata un’identità che non è la nostra. Il primo caso è quello di Fran: «Parole e segni per noi incomprensibili annientano noi stessi, perché non possiamo provare di esistere in una lingua che non capiamo». Il secondo caso è quello del fratello di Negress: «Se la vita di Richard dimostra qualcosa, è come i bianchi possano farti impazzire dicendoti cosa sei: troppo grasso, troppo pigro, troppo amorevole, troppo pericoloso, troppo vicino, troppo politico, troppo silenzioso, troppo drogato, troppo loquace, troppo generoso, troppo rumoroso, troppo ubriaco, troppo forte, troppo sensibile, troppo crudele».

Il secondo caso è anche quello, emblematico, della madre di Malcom X, che nell’Autobiografia di Malcom X si chiama Luise e in Malcom: The Life of a Man Who Changed Black America si chiama Luisa. Che poi è il caso di molte delle madri e di qualcuno dei padri dei personaggi ritratti nel libro (Eminem, Michael Jackson, Flannery O’Connor), ai quali i figli (quindi Als) sembrano sempre rimproverare l’accettazione passiva di un ruolo (quindi di un nome). Il rapporto coi genitori, il primo specchio che ci troviamo davanti, non è facile se è fatto di parole in cui non vogliamo o non possiamo riconoscerci, se la lingua madre non riflette i figli. «Il momento più spaventoso di Psyco», dice Negress, «[è] quando Vera Miles, cercando la sorella che non trova più, entra in una camera da letto e è presa alla sprovvista dal proprio riflesso nello specchio».

Non riconoscere la propria immagine riflessa nella lingua è la parte più spaventosa. Del resto, come si fa a parlare di sé con parole che codificano un mondo a cui si sente di non appartenere? Leggere, scrivere, andare al cinema sono tutte risposte, ma non posso essere La risposta. In Tristes Tropiques (un titolo rubato a un altro libro) Als si rende conto che vive la vita a metà solo per vivere davvero scrivendone. In You and Whose Army? la biblioteca diventa il luogo in cui James Baldwin trova se stesso ma perde il colore della sua pelle: «Sembri bianco – è così che Papà e i miei fratelli dicevano dopo che avevo scoperto un edificio di bugie: la biblioteca. Sono andato in biblioteca e ne sono uscito bianco».

La letteratura come menzogna. La propria vita costruita sulle biografie altrui. «Se esistevo era ricordandomi il testo della vita di qualcun altro», dice di sé Als nel pezzo che chiude la raccolta, It Will Soon Be Here, in cui finalmente La risposta sembra venire alla luce, da dietro il muro dei ricordi confusi (memory misremembered): accettare il lessico famigliare, rivendicare un proprio spazio al suo interno. Venire a patti con quella volta in cui insieme a tua madre sulla metro avete visto un bambino uguale a te ma vestito da donna e lei ha bisbigliato «Frocio».

Secondo me la diversità è la parola più bella del mondo.

(Margaret Mazzantini a Fabio Fazio che le chiedeva perché avesse raccontato nel suo ultimo romanzo la storia «di un amore omosessuale», Che tempo che fa, 21 dicembre 2013)

All’inizio di Philosopher or Dog?, Als scrive: «Alcune parole trovano la loro definizione nelle esigenze del tempo, giusto? E di solito le parole definite dalla loro epoca diventano parole molto stupide. Le parole che oggi definiscono la nostra epoca sono diversità e differenza. Definizioni appropriate di queste parole sono “irrilevante” e “chissenefrega”».

Quando a scuola gli facevano leggere i poeti del canone, da quale idea di differenza sarà stato affascinato Als? Da quella onnicomprensiva e onnivora, Americana (ovvero bianca), di Walt Whitman, Lady Liberty con la barba? Da quella, fatta di trattini, di una ragazza bianca che parla con la sua vicina via posta pur di non uscire di casa e poi scrive: «My Life had stood – a Loaded Gun»?

Due volte, quasi alla fine e quasi all’inizio del libro, torna la stessa frase: «Le metafore ci sostengono». Il linguaggio è lo specchio, il gemello uguale e diverso – avremmo avuto Jekyll e Hyde se R.L. Stevenson non avesse saputo che c’è un tipo di specchio che in francese si chiama psyché?

A un intervistatore che gli chiedeva se adesso non fosse la scrittura il suo gemello, Als ha risposto di sì. Quando poi gli ha chiesto una volta per tutte come chiamare la sua raccolta di essays, ha risposto: «Facciamo romanzo. È più facile».

Nonostante parli, tra gli altri, di Truman Capote, Luise Brooks e André Leon Talley, White Girls è veramente un Bildungsroman. Dopo tutto, per coming out e coming of age si usa lo stesso verbo.

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Il Monumento https://minimaetmoralia.it/poesia/il-monumento/ https://minimaetmoralia.it/poesia/il-monumento/#respond Wed, 02 Jun 2010 10:39:35 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2515 Stasera nell’aula magna della John Cabot University il poeta Premio Pulitzer Mark Strand incontra il pubblico italiano in un reading di poesie tratte dalla sua opera. Qui sotto vi riportiamo l’introduzione che Carlo Carabba ha scritto per la raccolta pubblicata in questi giorni da Fandango, Il Monumento evita ad arte ogni riferimento alla biografia e […]

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Stasera nell’aula magna della John Cabot University il poeta Premio Pulitzer Mark Strand incontra il pubblico italiano in un reading di poesie tratte dalla sua opera. Qui sotto vi riportiamo l’introduzione che Carlo Carabba ha scritto per la raccolta pubblicata in questi giorni da Fandango,
Il Monumento evita ad arte ogni riferimento alla biografia e all’identità dell’autore, e più volte ribadisce la necessità dell’anonimato. Dal testo apprendiamo soltanto che l’autore è vissuto, è morto e in qualche momento della sua vita ha scritto poesie. Eppure Il Monumento è un libro edito, che si trova in libreria a firma Mark Strand. Così, all’aforisma 39 un riferimento intraducibile a un «single strand» (letteralmente ‘unico filo’), ha l’apparenza di un indizio nascosto, che permetta al futuro traduttore di risalire all’identità dell’autore, ma, ribaltando il punto di vista, è un ammiccamento al lettore, ben facile da cogliere.
Lo stesso destinatario del Monumento è in prima istanza un ipotetico traduttore di un «futuro remoto», di una civiltà che ha fatto seguito alla nostra e parla un’altra lingua, ha differenti strutture di pensiero. Ma, di nuovo, sappiamo che Il Monumento è in commercio, accessibile a qualsiasi lettore contemporaneo. Lo stesso Strand gioca con questa ambiguità all’aforisma 25,

immaginiamo che accada il peggio e io sia ancora in giro mentre tu leggi questa cosa. Immaginiamo che in giro ci siano tutti,

per chiudere scrollando le spalle

beh, c’è sempre la scatola di cristallo!

crystal box che allude a un acquario o a una teca funeraria che lasci in vista luminoso il suo contenuto, il corpo di Biancaneve che splende sui sette nani. Eppure, sembra sorridere Strand, può essere che Il Monumento sia entrambe le cose, un sarcofago sepolto e misterioso per i posteri, e, per i contemporanei, una teca trasparente.
Lo stesso traduttore immaginario si fa autore, scrivendo due note, agli aforismi 26 e 31. All’aforisma 26 l’autore chiede al traduttore di inserire una falsa profezia dal futuro, di modo che di lui si possa dire «Lo sapeva! Lo sapeva!» Il traduttore però risponde che no, non ha potuto:

Per quanto volessi ottemperare alla richiesta dell’autore, non avrei potuto farlo se non violando quello che mi pareva essere il suo desiderio di sincerità.

e aggiunge

Credo che non solo avrebbe voluto che così fosse, ma che avrebbe potuto predirlo.

Il movimento stordisce. Una finta nota dal futuro, scritta dal presente, che rifiuta di pronunciare una finta profezia che comunque, evidentemente, non avrebbe potuto essere pronunciata, chiosando sulla possibilità di predire il rifiuto che però è arrivato dalla stessa persona che ha fatto la richiesta, Mark Strand, l’unico autore del Monumento. Eppure, in tutta questa finzione, il «desiderio di sincerità» sembra, in un certo senso autentico.
Perché questo è l’ultimo inganno, il padre di ogni inganno: che Il Monumento sia un metatesto cinico e distaccato. Il vero bersaglio di Strand non è il lettore più o meno sprovveduto. Il Monumento è una sofferta e appassionata partita a scacchi, un tentativo di ingannare morte e oblio partendo dalla consapevolezza che morte e oblio non possono essere ingannati.
All’aforisma 17:

Quanto [Il Monumento] vorrebbe essere qualcosa che non può essere – la propria nascita perpetua invece della propria morte reiterata di continuo, ogni frase un monumento funebre.

Il presagio consapevole della fine attraversa sotterraneo ogni aforisma del Monumento, prendendo forme differenti e sarebbe possibile stilare, simmetrico all’elenco degli inganni, un elenco di consapevolezze dolorose.
Il traduttore vive in un futuro in cui la terra è semideserta e le poche persone che ci sono «non visitano mai le rovine della metropoli», gli abiti del nostro tempo gli sembrano «assurdi» e l’inglese è una lingua morta e strana. Non c’è dubbio, la storia è ciclica e la civiltà occidentale scomparirà[3]. Lo stesso oblio, l’autore è chiaro, attende le nostre vite:

Nulla è il destino di chiunque[4]

e la positività della vita, si sa, andrà perduta, né la pagina la può salvare,

non è la mia immagine che voglio tu possieda, né la vita, né la vita attorno a me[5]

La debolezza dell’uomo di fronte alla natura è espressa nell’aforisma 35, una sorta di controcanto a Walt Whitman e a ogni tipo di entusiasmo panico.
Perfino l’identità, l’io come centro unificatore, è messa in dubbio e il sé diviene «un altro, un altro del tutto simile», «dissimile somiglianza»[6], nel gioco di riflessi tra l’autore e il traduttore immaginato, specchio ineguale del primo.
Ma se non siamo individui forse non siamo nemmeno destinati a disgregarci. Così l’autore del Monumento, per sottrarsi all’inevitabile sorte degli uomini, decide strategicamente di astenersi da ogni riferimento biografico, verso un annichilamento del sé. Secondo una formula quasi scaramantica più volte l’autore chiede di esser fatto nulla, per evitare il nulla, così come l’evitare di pronunciare il proprio nome è un modo magico di evitare di essere posto di fronte alla morte.
Ma ogni tentativo fallisce, la morte e l’oblio restano all’orizzonte. Di nuovo gli ultimi due aforismi usano l’inganno e il paradosso. L’aforisma 51, l’ultimo scritto dall’autore, comincia

Morissi adesso senza Il Monumento…

Il libro finisce e l’autore lamenta di non averlo scritto, come se Il Monumento che noi leggiamo non sia il monumento che scongiura la morte che lui avrebbe voluto scrivere.
E all’aforisma successivo, l’ultimo, l’autore chiude ricorrendo, come in larga parte del Monumento, alle parole altrui, brani di autori amati, che solo l’uso del corsivo e una nota finale rivelano essere frasi tratte d’altri e non di pugno di Strand (ma ancora ci si può chiedere, conta la priorità o conta l’uso? Sono forse meno di Strand le parole solo perché non fu lui il primo a utilizzarle?). L’autore conclude con Nietzsche

Oh, come tollero di continuare a vivere? E come potrei tollerare di morire ora?

e (con poetica ironia) proprio con Whitman

O vivere sempre, sempre morire!

In questo modo, fino all’ultima parola, l’ironia che percorre Il Monumento è ancipite, l’ironia buona e dolente di chi sa che in prospettiva cosmica ogni cosa è vana eppure al tempo stesso ogni sciocchezza della vita è fondamentale.
Come in una vecchia barzelletta americana.
«Un tale, trovandosi depresso, prenota una visita da uno psicologo.
– Dottore, ultimamente sono molto giù di morale. Non faccio che pensare alla mia morte e al fatto che un giorno il sole smetterà di bruciare e la vita cesserà di esistere. Mi potrebbe prescrivere qualcosa?
– Guardi, sono pensieri umani, non le prescrivo niente. Piuttosto pensi a distrarsi. Ho sentito che è in città Pagliacci, il grande clown. Lo vada a vedere, la tirerà su.
– Dottore.
– Sì?
– Pagliacci sono io».

Note
[1] Quinto Flacco Orazio, Odi, III, 30, vv. 1-2 (in Odi e Epodi, Garzanti, 1985, p. 230, traduzione italiana di Mario Ramos).
[2] Cfr. sezioni 15 e 16, pp. 37-45.
[3] Cfr. aforismi 4, 5, 6, 14, 22.
[4] Aforisma 9.
[5] Aforisma 3, cfr. anche aforisma 44.
[6] Aforismi 2 e 11.

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