Walter Veltroni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/walter-veltroni/ un blog di approfondimento culturale Tue, 05 Dec 2017 21:21:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Walter Veltroni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/walter-veltroni/ 32 32 La strumentalizzazione del razzismo, ovvero Veltroni in campagna elettorale https://minimaetmoralia.it/politica/la-strumentalizzazione-del-razzismo-ovvero-veltroni-campagna-elettorale/ https://minimaetmoralia.it/politica/la-strumentalizzazione-del-razzismo-ovvero-veltroni-campagna-elettorale/#comments Sun, 03 Dec 2017 07:56:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35638 Nel 2007, mentre si svolgeva la campagna elettorale per il nuovo sindaco di Roma in contemporanea a quella per le politiche: elezioni che Walter Veltroni riuscì nell'ardua impresa di perdere entrambe dimettendosi da sindaco e lasciando Alemanno vincere facile su Rutelli e con la boiata della vocazione maggioritaria e del "capo dello schieramento a noi avverso", accadde l'omicidio di Giovanna Reggiani vicino alla stazione Tor Di Quinto a Roma. Da lì in poi il tema sicurezza diventò nodale in campagna elettorale e Veltroni lo cavalcò in modo becero.

L'articolo La strumentalizzazione del razzismo, ovvero Veltroni in campagna elettorale proviene da Minima et Moralia.

]]>
Nel 2007, mentre si svolgeva la campagna elettorale per il nuovo sindaco di Roma in contemporanea a quella per le politiche: elezioni che Walter Veltroni riuscì nell’ardua impresa di perdere entrambe dimettendosi da sindaco e lasciando Alemanno vincere facile su Rutelli e con la boiata della vocazione maggioritaria e del “capo dello schieramento a noi avverso”, accadde l’omicidio di Giovanna Reggiani vicino alla stazione Tor Di Quinto a Roma. Da lì in poi il tema sicurezza diventò nodale in campagna elettorale e Veltroni lo cavalcò in modo becero. Siccome l’assassino era un muratore di origine rumena che alloggiava in un campo rom, Veltroni puntò il dito contro i rom e contro i rumeni, appiattendosi sulle posizioni della destra razzista peggiore.

Ecco cosa diceva: “E’ necessario assumere iniziative straordinarie e d’urgenza sul piano legislativo in materia di sicurezza. Non si possono aprire i boccaporti. Roma era la città più sicura del mondo prima dell’ingresso della Romania nell’Ue”. Chiamò il governo rumeno, stravolgendo qualunque principio etico nell’ambito del rapporto tra politica e diritto. “Smise da parte il buonismo”, si lesse sui giornali, e dichiarò altre cose che oggi forse nemmeno Salvini pronuncerebbe così a cuor leggero , tipo: «Ci sono tantissimi rumeni che sono persone per bene, ma ci sono anche troppi rumeni che a Roma, come a Milano, Genova, Bologna o Torino, fanno delle cose inaccettabili».

Oggi, che il tema dell’antirazzismo e quello delle fake news sembrano poter essere l’unico collante per un alleanza a sinistra, Repubblica decide di intervistare per la metti ventesima volta in pochi mesi Walter Veltroni, che invita a scendere in piazza. Ah, Repubblica è la stessa che sempre in quella campagna – del 2007 – la stessa che vedeva la nascista del Partito democratico! – pubblicava articoli vergognosi come questo questo, intitolati “Rumeni e violenza, un anno nero”, in cui si avvalorava di fatto la tesi di reati di tipo etnico. Che oggi Repubblica, che fa le campagne elettorali per il Pd sulle fake news e l’antirazzismo, non si interroghi da ha origine quel razzismo quell’ondata di fake news, è un po’ singolare.

L'articolo La strumentalizzazione del razzismo, ovvero Veltroni in campagna elettorale proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/politica/la-strumentalizzazione-del-razzismo-ovvero-veltroni-campagna-elettorale/feed/ 9
Come un romanzo scritto in modo osceno può produrre una grave mistificazione culturale e politica: su “Quando” di Walter Veltroni https://minimaetmoralia.it/libri/un-romanzo-scritto-modo-osceno-puo-produrre-grave-mistificazione-culturale-politica-walter-veltroni/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-romanzo-scritto-modo-osceno-puo-produrre-grave-mistificazione-culturale-politica-walter-veltroni/#comments Mon, 13 Nov 2017 08:47:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35496 di Christian Raimo Come tutta la produzione artistica e intellettuale di Veltroni (i suoi film, i suoi romanzi, i suoi saggi politici, le sue recensioni cinematografiche, le sue poesie, le sue infinite prefazioni, qualunque cosa abbia scritto), anche l’ultimo romanzo di Veltroni, Quando, edito da Rizzoli, è molto brutto, di una tale bruttezza che diventa […]

L'articolo Come un romanzo scritto in modo osceno può produrre una grave mistificazione culturale e politica: su “Quando” di Walter Veltroni proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Christian Raimo

Come tutta la produzione artistica e intellettuale di Veltroni (i suoi film, i suoi romanzi, i suoi saggi politici, le sue recensioni cinematografiche, le sue poesie, le sue infinite prefazioni, qualunque cosa abbia scritto), anche l’ultimo romanzo di Veltroni, Quando, edito da Rizzoli, è molto brutto, di una tale bruttezza che diventa interessante parlarne per due ragioni: primo per ragionare sul senso della narrativa pubblicata in Italia, secondo per comprendere attraverso il progetto fallimentare di un romanzo, che non è soltanto un vanity project, le ragioni ideologiche che spingono uno degli uomini politici più importanti degli ultimi venticinque anni a realizzare opere così mediocri.

Occuparsi di Veltroni è utile anche per un altro motivo, che riguarda il modo di condurre battaglie politiche. Recensire i suoi libri con cura e stroncarli, purtroppo inequivocabilmente – sono terribili in un modo difficile da credere per chi non l’ha letti – non ha il valore di un accanimento, ma di una critica culturale e – malgré soi – politica. Veltroni utilizza strumentalmente la narrativa e il cinema per occupare un ruolo pubblico, soprattutto da quando non ha più una carica politica, e fare i conti con la storia d’Italia, soprattutto della sinistra, del Pci e della sua eredità: documentari su Berlinguer, libri sul terrorismo, programmi tv per la Rai. In un modo che risulta chiaramente irritante per la disonestà intellettuale, mette in bocca ai suoi personaggi giudizi sulle vicende storiche di cui lui è stato protagonista fingendosene estraneo, spesso autogiustificando certe scelte politiche disastrose con il pretesto della finzione narrativa.

Ma partiamo dalla bruttezza. Una bruttezza dicevamo tipica dell’autoparodia involontaria, come spesso capita con i suoi libri. Nel peggiore, di una classifica difficile da stilare, Quando l’acrobata cade entrano i clown, Veltroni scriveva addirittura poesie, versi come “il dolore non è un ciao”, o “la violenza che ruba la vita e prende a bottigliate il futuro”, che sembravano uscire da un personaggio di Corrado Guzzanti, tipo Kipli e Brunello Robertetti. Il livello di antiartistico che ha per chi lo legge la funzione degli Occhi del cuore per chi vede una puntata di Boris. Il tono caricaturale: la storia di Quando è quella di Giovanni, un uomo di mezza età che è caduto in coma nel 1984 il giorno del funerale di Enrico Berlinguer e si sveglia miracolosamente trent’anni dopo, mentre è ricoverato in ospedale e si mette a cantare l’Internazionale. Già questa trama ovviamente fa ridere: non è nemmeno kitsch nel senso di Milan Kundera né trash nel senso di Tommaso Labranca, quanto una sgangheratissima ideuzza, che assomiglia poco alla discronia malinconica di Goodbye Lenin e molto al compagno Antonio, il personaggio di Antonello Fassari di Avanzi del 1993, anche lui comunista caduto in coma, eskimo e baffoni, che si risvegliava dopo aver ascoltato Contessa di Paolo Pietrangeli (“Compagni dai campi e dalle officine…”) nel mondo post-Bolognina e post-muro e non rassegnava alla fine del sol dell’avvenire.

Sembra che sia così: la storia si ripresenta tre volte, prima in tragedia poi in farsa poi in romanzo di Veltroni.

La bruttezza dello stile.

Ogni scrittore ha i suoi tic e i suoi difetti: aggettivazione pletorica, enfasi nelle metafore, punteggiatura ad effetto, difficoltà a caratterizzare i personaggi. Ci si lavora, ma non è facile emanciparsi da tutti i propri limiti. La caratteristica di Veltroni invece è che fa tutto male. E quindi si possono prendere i suoi libri come una specie di manuali di scrittura al contrario, e capire in quali errori si può incorrere facendo narrativa.

Esempi a caso presi quasi tutti solo dalle prime 30 pagine. L’incidenza di questi errori marchiani è di circa quattro a pagina.

1. Doppiette o triplette che ripetono lo stesso significato: “saliva, forte e stentoreo, un inno”, “salutare ogni giorno un corpo spento, senza soffio di vita”, “Si sentivano soltanto i passi di altri che si precipitavano correndo”, “un gesto lento che serviva a effondere sicurezza e fiducia”, “Come un giorno che non scorre, resta fermo, rifiuta il tempo”, “si beava della luce sbarazzina e irriverente” (luce sbarazzina sì),

2. Didascalismi: “la mano sulla testa per trattenere la cuffia che nel suo ordine chiamavano “cornetta””.

  1. Virgole incidentali pleonastiche che rompono il ritmo: “Non voleva credere a quello che, mentre si avvicinava, le veniva da pensare”. “E quella [voce], stranamente adulta, di un compagno di banco che lo cercava e gli ricordava – a Giovanni sembrava lo facesse sorridendo – la maestra che, sciagurata, li bacchettava sulle dita quando…”
  2. Virgole incidentali assolutamente inutili: “Lì, infatti, giaceva come corpo inerte…”, “Giovanni sognava e il suo universo onirico, ora, non era più quello…”, “Lui, al contrario, si beava della luce…”, “Quell’estate, in spiaggia, Flavia non l’aveva mai degnato di un’occhiata”.
  1. Registri incompatibili accostati: “Tutti questi pensieri, insieme a una specie di time lapse del volto di Giovanni che invecchiava” (tutta la scena è scritta con uno stile vagamente anni cinquanta)
  2. Metafore scontate: “la piccola folla che si era accalcata si aprì come le acque che si dividono”.
  3. Parafrasi per evitare le ripetizioni: “Giovanni sognava e il suo universo onirico”,
  4. Narratore che commenta: “Lui, al contrario, si beava della luce sbarazzina e irriverente, che lo rendeva, non sembri assurdo, felice”, “L’unica concessione, ma era un segno di libertà, era il rifiuto del reggiseno, considerato, giustamente, un’inutile gabbia alla natura delle proprie forme”, “avrebbe dovuto salutarla, al mattino, quando arrivava in spiaggia. Ma era sicuro, non raccontiamoci storie, che non ne avrebbe mai avuto il coraggio”, “Era cosciente, queste cose si sanno e danno sicurezza, di essere considerato uno dei “belli” della spiaggia”
  5. Ripetizioni: “la meravigliosa confusione di quella soffitta”, “era di una bellezza meravigliosa e mascherata”, “provò la meravigliosa sensazione…”, “decidere nelle interminabili e meravigliose assemblee…”, “rivivere l’incanto e la meraviglia della Festa dell’Unità…”
  6. Registri antinarrativi: “In macchina erano in sei, uno in eccesso ai posti di norma” (da verbale di polizia), “All’ultimo rigore Graziani spedì il pallone sulla traversa, invece che nella porta di quel fanfarone di Grobelaar”, “Aprì gli occhi, vide una suora, neanche male, che lo guardava allibito” (colloquialismi)
  7. Dialoghi spiegoni: “«Mi viene da piangere. Giovanni, se muore Berlinguer, finisce tutto»”, “Carmela [una suora] diventò una furia la fulminò sibilando: «Te ne accorgerai ora che non c’è più la Democrazia Cristiana. Vedrai quello che accadrà ai nostri valori…»”
  8. Virgolette usate come nei temi liceali: “Dall’altra parte Pier Paolo Pasolini, per le cui idee “irregolari” Giovanni e Flavia litigavano spesso”, “Era cosciente, queste cose si sanno e danno sicurezza, di essere considerato uno dei “belli” della spiaggia”
  9. Brutte metafore: “Era stato il dubbio, proprio il dubbio, la prima fermata d’autobus del suo viaggio verso Gesù” (per una vocazione di una suora)

Questi errori, e sarebbe complesso elencare con precisione tutta la non letterarietà di certe scelte stilistiche, mostrano un grado abissale di insipienza artistica che si riflette anche sulla costruzione narrativa nell’insieme. Di fatto Veltroni non riesce a distinguere per esempio tra un narratore focalizzato e uno onnisciente, per esempio: ossia scrive, senza soluzione di continuità pagine in cui non si capisce se siamo nella testa di Giovanni o della suora Giulia o è il narratore che commenta gli eventi. Oppure immagina soluzioni narrative non credibili, scontate, involontariamente ridicole o da soap-opera da Chiquito e Paquito.

Ci sono dei controesempi? In tutto il libro un paio che si possono notare. Pagina 44 è buona, e a pagina 99 c’è una similitudine molto bella: “Giulia […] prese la mano di Giovanni tra le sue e la tenne come un’ostrica che protegge la sua perla”.

Purtroppo c’è anche da dire che la stessa similitudine – che in rete si trova identica in alcune fanfiction di Harry Potter – viene estenuata per quattro pagine, spiegandola fino a farla diventare trash: “Per questo non si sottrasse neanche quando l’uomo, all’interno di quel giaciglio di pelle calda, scelse la mano destra di Giulia e scansò la sinistra. Lei dischiuse la conchiglia, e Giovanni, audace o afflitto, intrecciò le dita con quelle ormai aperte e indifese della suora”, “Come marziani, erano figli consapevoli di due millenni diversi. Li univa il calore di un gesto, che li faceva umani. In quella stanza, in quel giorno d’estate, con il sole che, crescendo, illuminava il loro gesto. Il gesto di un amore”.

La mediocrità stilistica però non è il peggior disvalore di quest’opera; nonostante, forse è opportuno ricordarlo, Veltroni sia stato anche ministro della cultura. Quando non parla solo di vicende private. Prendiamo pagina 298, quasi alla fine del libro, per spiegarci. A questo punto Giovanni ha già ripreso le sue relazioni famigliari, amicali e affettive importanti che erano state interrotte dall’incidente di trent’anni prima. Andrea, un suo vecchio amico con cui la famiglia, il padre soprattutto, condivideva la passione e la militanza politica, gli prova a spiegare le trasformazioni degli ultimi decenni dal Pci in avanti.

“Proseguì Andrea: «Vedi Giovanni, per quanto tu possa essere stato informato, non potrai mai comprendere davvero la profondità sconvolgente di quello che è accaduto alle nostre coscienze. Avevamo una casa, qualcosa di grande e confortevole, in cui ci sentivamo come una famiglia. Eravamo coscienti che dovevamo ammodernarla in fretta, e credevamo di avere gli utensili giusti per riuscirci. Ma a un certo punto è venuta giù una frana enorme dalla montagna […] Invece i detriti della montagna fecero un deserto. Bisognava risorgere come un fiore nella pietra. Sai, Giovanni, chi usò quella metafora nella più infuocata delle assemblee della svolta? Tuo padre. Aveva le lacrime agli occhi ma esortò tutti a continuare. Ci diceva: “Ora che non abbiamo più montagne da cui doverci difendere. Ora dobbiamo riempire la nuova terra dei semi. Dei nostri fiori avranno bisogno. Sempre, tutti”. Per lui i fiori erano i valori profondi della sinistra. “Ora siamo più liberi di lasciarli vivere, è proprio questo il nostro momento”. Così Ettore convinse i più anziani e diede una speranza ai più giovani. E quando in tutte le maggiori città furono eletti sindaci di sinistra, quando l’Ulivo vinse le elezioni, quando Ciampi e Napolitano diventarono presidenti della Repubblica, quando nacque il Partito democratico tuo padre ci ricordava sempre quelle parole. […] Era convinto, o si augurava, che tu saresti stato d’accordo con lui».

È incredibile come Veltroni possa aver scritto questa pagina in cui – nel momento chiave del libro – un personaggio legittima, anzi esalta non solo le idee del Veltroni politico, ma anche le sue gesta: la fondazione del partito democratico, o anche l’elezione di Napolitano (la cui scelta come presidente della repubblica Veltroni si intestò pubblicamente davanti a Napolitano stesso in una presentazione del suo precedente libro).

Ecco che un’opera semplicemente disprezzabile per la sua sciatteria, diventa qualcosa d’altro: un’operazione politica di autolegittimazione, all’inizio di una campagna elettorale. Non a caso ieri la sua intervista, che partiva dal libro, campeggiava come prima notizia in homepage di Repubblica.

Ma c’è di più. Non basta criticare la disonestà intellettuale di un uomo che usa la narrativa in modo propagandistico. Occorre anche notare quello che manca, in questo libro, e nell’intera produzione del Veltroni intellettuale, artista e regista. Veltroni non parla mai delle sue esperienze più discutibili, non fa mai autocritica. A distanza di dieci anni dalle sue dimissioni di sindaco di Roma che provocarono la caduta del governo Prodi, il ritorno di Berlusconi e la vittoria di Alemanno in città, non c’è stata una sola occasione pubblica in cui Veltroni abbia parlato della fallimentare “vocazione maggioritaria”, o abbia discusso delle pesanti eredità che la sua amministrazione ha lasciato a questa città: dalla follia urbanistica della nuove centralità alla segregazione dei campi rom. Anche in Quando la Roma che Veltroni descrive è quella vicino dove vive, tra Nomentano e Salario. Già in Ciao per esempio Veltroni esaltava la manutenzione che la sua giunta aveva fatto di villa Borghese – a pochi metri dalla sua abitazione – e in un’intervista nel 2009, a dimissioni fresche, al settimanale Sette raccontava che l’atto di cui andava più fiero della sua esperienza da sindaco era aver riqualificato villa Borghese. Il declino di Roma e i disastri che a distanza di dieci anni si vedono nei partiti di sinistra sono – per usare le brutte metafore di Quando – macerie e detriti giganteschi che Veltroni fa finta di non vedere, in uno sguardo scotomizzato.

Non ci vuole nemmeno un analista raffinato infatti per rubricare anche questo romanzo di Veltroni in una specie di ossessione personale, a cui milioni di persone a sinistra hanno dato credito come fosse un’idea politica. Tutti i libri e i film di Veltroni parlano di morte, di un mondo che non c’è più e non ritornerà mai più, fantasmi che dopo anni ci chiamano al telefono come nella Scoperta dell’alba o fantasmi che si ripresentano direttamente a casa come in Ciao, lutti strazianti che nessuna elaborazione potrà mai contestualizzare storicamente (Alfredino Rampi nell’Inizio del buio, i desaparecidos in Senza patricio, tutti i terroristi).

Veltroni è una vestale della memoria (uno dei suoi romanzi preferiti che non smette di citare nelle interviste è Io non ricordo di Stefan Merrill Block, e anche qui c’è un personaggio malato di Alzheimer), e per tre quarti Quando è dedicato a spiegare a uno appena uscito dal come cosa è successo. Ma la distinzione che non opera Veltroni è quella tra memoria privata – la sua, o quella dei suoi personaggi – e memoria collettiva, o meglio storia. Quello che esce fuori dai suoi lavori è allora un’oscena revisione della storia recente, spesso agiografica o autoagiografica, in cui Enrico Berlinguer per esempio – nel suo documentario o in questo romanzo – è una specie di re taumaturgo, un dio luminoso: questa trasfigurazione che ci blandisce e ci evita qualunque tipo di seria analisi critica (e autocritica) sul nostro passato e sul nostro presente, è buona per qualunque mistificazione.

L'articolo Come un romanzo scritto in modo osceno può produrre una grave mistificazione culturale e politica: su “Quando” di Walter Veltroni proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/un-romanzo-scritto-modo-osceno-puo-produrre-grave-mistificazione-culturale-politica-walter-veltroni/feed/ 90
“Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/#comments Wed, 22 Mar 2017 13:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29237 (fonte immagine)

È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

L'articolo “Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin proviene da Minima et Moralia.

]]>
alfredo

(fonte immagine)

È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?

«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.

«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?

«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.

«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».

La soddisfa la politica in materia del governo Renzi?

«Nella legge di stabilità non c’è nulla per il Mezzogiorno. L’assenza di centralità della questione è la critica. Critico, sono polemico anche con il Partito Democratico che l’ha trascurata in questi anni. Abbiamo subito la falsa teoria delle forze di destra italiane, l’asse del nord Bossi-Berlusconi secondo cui il problema era la famosa questione settentrionale. Liberalizzare, diminuire i poteri dello Stato, affidare lo sviluppo italiano alla spontaneità dei mercati e dunque il Mezzogiorno è stato totalmente sacrificato. Oggi siamo arrivati a un punto di quasi non ritorno. È grave che si sia accentuato lo sviluppo dualistico del Paese in un contesto di  Mezzogiornificazione dell’Europa, di frattura crescente tra Nord e Sud. La questione del Mezzogiorno è la questione centrale, molto più importante dello spread o di cose con cui ci hanno dilaniato, perché è il limite della nazione italiana. Le impedisce di compiere il salto, perché il Sud non è una regione, è un terzo del paese, è storia, regni, monarchie, ed è lì ancora il nodo che tuttora resiste: l’arretratezza del blocco storico italiano. Se mi si chiedesse qual è il vero difetto anche della politica economica del governo Renzi, direi è questo».

A più riprese lei segnala, quale tratto distintivo del divorzio dal Novecento, il tramonto della civiltà del lavoro, di quell’insieme di diritti conquistati con lotte dure. Frullano i numeri, prematuri, sugli effetti del Jobs act. La convincono i principi che l’hanno ispirato?

«Il Jobs act è incompatibile con la civiltà del lavoro novecentesca, però va contestualizzato in un dato internazionale. Abbiamo subito la svolta di destra, che c’è stata a livello mondiale, quando si è rotto il compromesso democratico tra il capitalismo e la democrazia. In cui certo il capitalismo manteneva il proprio dominio, il suo potere in ultima istanza di essere, decidere dello sviluppo, ma c’era il potere dello Stato e delle economie locali, dei diritti nazionali. Veniva meno la base stessa dell’impianto riformista che era riuscito a contemperare gli squilibri del mercato con la funzione redistributiva dello Stato sociale. Il capitalismo finanziario assoggettava la realtà a una logica che confliggeva in modo radicale con la soggettività e l’autonomia dell’uomo. Ricordiamoci che il socialismo è stato protagonista del secolo scorso, non solo perché difendeva gli ultimi, ma perché aveva creato degli strumenti di lotta straordinari dal sindacato al suffragio universale, dal partito politico di massa allo Stato sociale. Con la globalizzazione sono venuti meno i vecchi strumenti dell’agire politico della sinistra. Che cosa inventiamo? Bisogna inventare. I miei occhi hanno visto rompersi la grande conquista avvenuta negli anni in cui mi impegnavo, diventavo adulto, entravo nella lotta politica».

Lei, ricordando la fase costituente della Repubblica italiana, sottolinea come la Carta sia stata scritta con la consapevolezza degli ultimi, in rappresentanza degli esclusi. La bellezza dell’articolo tre. Oggi si riforma in nome di chi e che cosa?

«La Costituzione nasce da questa nuova idea che il lavoro poi è in definitiva il fattore fondamentale dello sviluppo e della civiltà di un paese. È l’uomo alla base di tutto. Invece abbiamo assistito a una reazione culturale, diffusione di senso comune spaventoso che la legge costitutiva del consorzio umano è il mercato, è a questo che bisogna sottoporsi, non solo lo scambio economico materiale ma anche i destini. Ho voluto dire e lo ripeto che la Costituzione non è mai stata molto amata dalla vecchia classe dirigente per una ragione molto semplice: non l’hanno fatta loro. Questa è stata la peculiarità di cui non vedo molti paragoni nella storia dell’Italia. La Costituzione italiana è stata fatta dai fuoriusciti; sia Togliatti sia De Gasperi e dalle masse da loro dirette, operai, contadini e cattolici che furono tenuti ai margini della vita dello Stato unitario. La borghesia è stata travolta in quella fase dalla caduta del fascismo. È stata zitta e si è nascosta dietro le tonache dei preti. Prese la testa quella pattuglia di cattolici democratici. Questi hanno scritto la Costituzione, non c’è dubbio. Dunque non è molto amata. Dopo l’espianto dei grandi partiti storici andava in scena una idea molto vaga del nuovismo, transizione verso non si sa bene quale Seconda Repubblica. Un riformismo subalterno e senza popolo. Il vuoto non è stato riempito e non può essere riempito dal riformismo debole di questi anni. Non siamo stati in grado di esprimere un’egemonia».

La sovranità appartiene al popolo, è scritto nell’articolo uno della Costituzione italiana.

«Occorre rovesciare la logica secondo cui all’inizio ci sono i mercati, le loro esigenze, e poi gli altri si devono adeguare. I mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione nel senso che governano il simbolico che è pur necessario. Le grandi decisioni vengono prese altrove, il tema di fondo è la crisi della democrazia. Chi comanda? L’oligarchia finanziaria dominante, la libera circolazione dei capitali, il capitale va dove vuole che vada questo potere difficilmente definibile. La crisi radicale della democrazia sta portando il mondo a dei rischi gravi, perché il mondo più si connette, unifica più ha bisogno di un potere indipendente che pensi i bisogni, le necessità del governo del mondo, un governo del mondo affidato alla spontaneità degli interessi sempre più sofisticati dei grandi mercati finanziari è un mondo veramente a rischio. Significa la perdita di identità. Che cosa tiene insieme i popoli? I fatti di questi giorni pongono il quesito. È questo vuoto di legittimità del potere, che fonda il rischio di nuove guerre. Ecco a cosa penso quando parlo della rottura di un ordine. Penso a qualcosa che non è una forma del capitalismo che si sono succedute».

Molti invocano una nuova Bretton Woods, Cina inclusa che ambisce al riconoscimento ufficiale della seconda economia mondiale in un mondo multipolare. Il 30 novembre il Fondo Monetario Internazionale aggiungerà la moneta cinese a quelle che determinano il valore dei Diritti Speciali di prelievo. Tradotto: lo yuan acquista un ruolo di moneta di riserva. Una Bretton alla quale la Cina è interessata per regolare il dominio del dollaro. Lo ritiene un rimedio al caos?

«Nel ventennio ‘50-’70 l’ordine, il sistema uscito da Bretton Woods, seppur non abbia prodotto politiche redistributive, di livellamento delle diseguaglianze, ha garantito un progresso del benessere materiale mondiale mai così rapido. Nel ‘71 Nixon ne ha decretato il tramonto.

Decisione fatale presa nei Settanta dall’oligarchia dominante angloamericana che dette ai conglomerati finanziari il potere di circolare senza alcun vincolo con effetti disastrosi di spiazzamento delle strutture sociali e della produzione reale. La globalizzazione formidabile espansione che ha incrinato gli assetti politici e culturali faticosamente stabilizzati dopo la seconda guerra mondiale. Il mondo inondato di debiti e di rendite. Certamente Bretton Woods fa del dollaro la moneta di riserva, però accetta anche di sottomettere il dollaro a dei vincoli, i cambi fissi e l’obbligo che al dollaro corrisponda l’oro. Nuova Bretton: la Cina sta ponendo questo problema.

Io credo si vada verso uno scontro. L’America non è più la superpotenza di una volta, però il declino del dollaro non è dietro l’angolo ed è Wall Street il cuore del potere finanziario mondiale, nonostante tutto. Dai documenti che ho avuto modo di studiare la Cina pone il problema del privilegio esorbitante della valuta americana, superare il fatto che il dollaro sia la moneta di riserva, sostituendolo con una moneta globale atta a garantire una stabilità generale. Il dollaro consente all’America di indebitarsi come vuole, mentre tutto il nostro guaio è che dobbiamo sottoporci alle leggi di questa economia del debito. I debiti sia dei privati sia pubblici, visti gli ultimi dati, superano di quattro volte il prodotto reale. I debitori per sostenere la massa di debito sempre maggiore devono sempre più incidere sulla ricchezza reale a cominciare dai diritti sociali, dallo stato sociale, i servizi pubblici. È un gioco che non può durare all’infinito».

In un brillante articolo, d’inizio secolo, lei qualificava come endemica una guerra di dimensioni mondiali, allora già cominciata. Il ritorno alla guerra come crollo di un ordine. È inevitabile la riduzione delle forme e dei contenuti della politica moderna a scelte di guerra?

«Guerra chiama guerra. Stiamo constatando che poco si risolve. I massacri del terrorismo islamico ci dicono quanto i valori della civiltà umanistica siano a rischio. Esso rivela problemi inediti e molto complessi come quelli di una frattura molto profonda che dilania il mondo islamico. Il fatto stesso che un così radicale estremismo si incarni in giovani arabi di seconda generazione, che in Europa sono nati e hanno fatto le nostre scuole, dice che ci troviamo di fronte a qualcosa di più e diverso da un antico contrasto religioso.

È significativo che detestino anche i costumi e le tradizioni di una parte del loro mondo e si sentano estranei alle stesse comunità musulmane d’Europa: una degenerazione che nasce da una crisi estrema di identità. La Jihad dà loro un senso di appartenenza, un’identità sia pure spaventosamente irrazionale. Forse non ci rendiamo conto dei disastri che stanno sconvolgendo l’area del Medio Oriente e l’insieme del mondo arabo. I massacri tra le stesse fazioni musulmane, ai quali si aggiungono le rovine e gli odi seminati dallo scorrazzare degli eserciti stranieri. Pensiamo al cinismo e al tempo stesso alla stupidità delle operazioni militari americane oppure all’iniziativa francese, la quale per eliminare Gheddafi ha ottenuto il risultato di distruggere in Libia ogni parvenza di Stato. Si aggiungano la massa di donne e bambini che vagano tra un campo profughi e un altro. E qui mi fermo. I musulmani che vivono permanentemente in Europa sono ormai decine di milioni. Il funzionamento dell’economia francese come di quella italiana si bloccherebbe senza di loro. La scuola raffigura questo cosmo. Il futuro nostro e dell’Europa non dipende dalla stupidità delle spedizioni militari ma dalla capacità di elaborare un nuovo modo di stare insieme».

Come valuta la reazione del socialista François Hollande?

«Ovviamente all’inizio prevale il “sentire”. La paura che genera l’aggressione. Prima di tutto la Francia si sente colpita, li ha in casa. Poi però bisogna capire le ragioni interne ed esterne. Capire affinché non si ripetano mattanze. Lo stile di vita che sentiamo attaccato: ricordiamo che non è per tutti. Interroghiamoci sulla scuola. La situazione della banlieue credo sia spaventosa, lì non entra neanche la polizia. Quanta disperazione e quanto incitamento al terrorismo viene alimentato non dal Corano, ma da certe periferie parigine e di molte altre città europee? In Italia ancora non siamo a questo punto, seppure esistano dei quartieri orribili, prevale ancora un miscuglio di sentimenti. La differenza è culturale, più che urbanistica. La questione coloniale nella banlieue è irrisolta. Poi, senza voler ridurre a dinamiche di politica interna, lui è incalzato da Le Pen e Sarkozy, dal clima generale nazionalista. Se non si erge come il grande presidente, teme di essere spazzato via. La Francia ha una vecchia partita con la Siria, nella grande spartizione attuata nel Medio Oriente. Non dimentichiamo tutta la turbolenza che ha segnato il processo di indipendenza. C’è un dato più di fondo secondo me. Per tante ragioni, fra le quali fondamentalmente la diffusione capillare delle informazioni, i popoli non sono più ignari. Percepiscono come si vive bene, come si vive male. Che cos’è la ricchezza. Diventa molto difficile impedire che masse arretrate da un punto di vista economico, ma già consapevoli della compressione propria della marginalità, vogliano accedere. Siamo dentro a una crisi di civiltà. Tutto questo purtroppo avviene nel silenzio della sinistra battuta, perché rimasta all’Ottocento, al Novecento, perché non ha pensiero su queste cose».

Il terrorismo e lo stato di guerra dichiarato (La France est en guerre, ha detto Hollande, ndr) paradossalmente riposizionano l’Europa al centro del mondo?

«Si riaprono terreni importanti. Vogliamo riunire le forze? Allora tutto il sistema di Bruxelles, come è stato concepito, va cambiato. Qui cambia veramente lo scenario. L’Europa è tante cose, è il papato, è l’impero, l’illuminismo come l’olocausto. In definitiva però l’Europa è la patria dei diritti dell’uomo. I diritti dell’uomo e l’idea di progresso li ha inventati l’Europa. Tutto richiede un’Europa nuova, impone la ridefinizione del suo ruolo nel mondo. Può l’Europa proporsi come faro di civiltà e progresso, come garante dei diritti dell’uomo, se perdura un ordine economico che riduce tutto a un contrasto sempre più profondo tra creditori e debitori? Era ed è giusto contestare un modello che ha provocato una inaccettabile perdita di sovranità e diritti sociali come ci dice il caso greco. Mi rivolgo anche alla sinistra per dire: l’europeismo non è un cane morto. È anzi ancora un terreno inevitabile sul quale la sinistra può pensare ancora a una sua funzione. In un mondo del genere senza un’unione salda, l’Europa sparisce. I problemi, come qualcuno s’illude a sinistra, non si risolvono uscendo dall’euro, dall’Europa. Tutte le società anche le più avanzate vengono messe in discussione. C’è l’esaurirsi dell’illusione che il mondo possa essere governato senza il potere politico, senza grandi idee che si traducano in un potere di direzione».

C’è vita a sinistra?

«La sinistra è destinata a scomparire se non si ricolloca all’altezza dei conflitti reali, più radicali. Tocca ai figli sconfiggere lo scetticismo dei padri, che si frappone all’avvento di una società più inclusiva e di un nuovo pensiero umanistico. Occorre definire un altro modello di sviluppo. La riduzione della società a società di mercato infila l’esistenza umana in un processo autodistruttivo».

Si è pentito di aver coniato, rilanciato nei suoi scritti, l’idea di partito della nazione in riferimento al Pd?

«No, per nulla. Ribadisco l’idea che un partito, se vuole contare, anche da sinistra deve uscire dai vecchi confini della cultura di classe e porsi i problemi di essere un partito in grado di dirigere una nazione. Il compito della politica è capire dentro quale idea nazionale, coerente con la mondializzazione, si possa ridefinire il nostro stare insieme. È in questo senso che ho parlato di un partito della nazione. A proposito del partito dobbiamo parlare delle ragioni di una nuova unità del popolo italiano. Mi sembra l’abc, oltretutto è ciò che ci avevano detto i nostri padri. Poi Renzi usa l’espressione partito della nazione in un altro senso, un partito in cui non importa essere di sinistra o destra. Alt, no. Finisce il partito, come è già finito il partito, espressione di disegni conflittuali. Ho smesso di usare questo argomento, perché me l’ha rubato Renzi. Sento di non dover accettare la riduzione della politica alla gestione di un eterno presente. Il ripiegamento rassegnato verso una forza moderata.».

Il Pd è un partito a misura di militante?

«“Alfrè, sto partito è inagibile”, mi ha detto una volta un caro amico, un proletario di Albano Laziale. Nelle nostre sezioni domina l’impressione dell’uomo senza potere, che è alla base, di non contare più niente, perché il gioco politico è dominato dalle cosche, dai capibastone. Mi diceva vado in sezione e non conto più niente: “Stanno sempre a parlà di chi devono fare assessore o altri incarichi”. Ha ragione. Che fa lui? Si candida? A che cosa? Non ha una clientela, non ha i soldi per fare le elezioni, perché ci vogliono pure un sacco di soldi. Dunque non è un partito per gli ultimi, ma dei notabili. In questo senso dice che è inagibile».

Quale cultura politica esprime la leadership del Premier Matteo Renzi?

«Eh, non lo so. Questa è la domanda. Non è un uomo della sinistra e non lo nasconde. Non è neanche un uomo della sinistra democristiana. Ignoro quale sia la sua base culturale. È un uomo di grandissima qualità, energia, intelligenza, ma ritengo questo sia il suo vero punto debole: una cultura di base e un’idea di fondo di dove portare il paese; sono l’immediato, il successo, la propaganda e c’è una bella differenza. Non vedo che cosa c’è dietro Renzi, perché tra l’altro sente che per governare in questo modo deve disintermediare, distanziare tutte le forze intermedie. Si chiamino sindacato, Chiesa cattolica, laicato, Confindustria. Questo è il punto, dove però fallirà, come si è visto anche nei fatti accaduti a Roma. Lo sfarinamento dei gruppi dirigenti».

Le chiedo un ricordo del segretario Enrico Berlinguer. E aggiungo: davvero nella fase finale la sua alterità costituiva un chiudersi nella propria “purezza”, rinunciando a rivolgersi al Paese?

«La diversità è il segreto di Berlinguer. Enrico è stato l’ultimo comunista. Il comunista te lo dico così: sì, certo, l’uomo che sta in questo mondo, ma non è di questo mondo. Il comunismo è fallito per tante ragioni come disegno politico, però io l’ho vissuto e Berlinguer questo era, come una parte del gruppo dirigente, non un’altra. Era sì l’oggi, le lotte, i contadini, i patti agrari, ma era anche l’idea di una rivoluzione italiana nel senso di un cambiamento profondo del rapporto fra dirigenti e diretti. Era il compimento del Risorgimento, era la trasformazione della plebe in popolo. Era l’unificazione del popolo italiano. L’Unità si vendeva ad Aosta come a Caltanissetta, cosa che allora non faceva nessuno. Berlinguer è stato l’ultimo che ha diretto in nome di questo. Tu sei un sognatore? No, io penso che il mondo attuale possa essere cambiato radicalmente. Non sto facendo l’assalto al palazzo però sono questo, è questa la mia diversità. Non mi vergogno affatto. Anzi sento che oggi ritorna il bisogno di una forza che ridia la parola all’impossibile, però per ottenere il possibile».

Non avete salvaguardato il nesso vitale, profondo, tra passato e presente?

«L’impossibile, a cui ti accennavo, noi per tante ragioni, errori, non siamo riusciti a trasmetterlo alla nuova generazione. La mia generazione – poi chi siamo ormai, che ancora conserva… – ma la generazione dei vostri padri, dei D’Alema, dei Veltroni. Si sono ubriacati con l’idea di essere uguali agli altri. Sono diventati liberisti. La politica cos’è se non il destino dell’uomo, la libertà dell’uomo di decidere il proprio destino alla faccia dei meccanismi di mercato. No, io decido che l’Italia è una Repubblica fatta in questo modo. Non interpello Wall Street in proposito. Se tu non riconquisti questo. Se tutto sta nelle compatibilità…».

 A proposito di Aldo Moro afferma: «Più passa il tempo, più emerge la gravità di quel delitto».

«C’era un’eresia profonda nel pensiero di Moro, per la quale siamo arrivati a un delitto politico. Non era una questione di governo, per quella avrebbero magari sequestrato Andreotti. Naturalmente non eravamo tutti d’accordo. Non è che Berlinguer non concedesse chissà che cosa rispetto ai socialisti, e dunque bisognava scegliere loro. I socialisti erano andati nell’altra direzione. Berlinguer non è che fosse moroteo. Pensava – e in questo s’incontrò con un pensiero analogo di Moro, come diceva Moro ai suoi – il destino non è più nelle nostre mani. Se volevamo portare a compimento una trasformazione dell’Italia dovevamo ripartire dal basso. Ridare la parola alle grandi masse, quindi a un grande incontro fra le masse di sinistra e quelle cattoliche. Non bastava cambiare governo, ma risuscitare lo spirito che c’era stato nella resistenza. La penso così, io sono diverso da altri. Rispetto moltissimo Giorgio Napolitano, che non la penserà così».

All’epoca aveva già compreso Pier Paolo Pasolini? Si riconosceva nell’ossessione pasoliniana per un potere che non ha più antidoti che lo possano contenere, per la penetrazione della società dei consumi là dove non era riuscito neanche il paleofascismo?

«Ho conosciuto poco Pasolini, ma non l’ho mai considerato arretrato o banalmente nostalgico delle lucciole. Coglieva una cosa che coglievo anch’io. La società di massa, che è la società della comunicazione, che cambiava in profondità la cultura. Lui era Pasolini, molto apprezzato. Quando è stato assassinato sono stato alle notizie di allora. Poi non è così, questo è un paese strano, possibile che non c’è mai un delitto di cui si sa, in cui si arriva. Non so».

Lei scrive: «Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso». Un debito, aggiungeremmo, che nessun uomo onesto può ripagare. In quanto parte della classe dirigente ha mai avvertito una quota di corresponsabilità?

«Sì, avverto il peso di questa eredità. Quella del debito è una tragedia di cui la classe dirigente che ha governato dovrebbe assumersi tutte le responsabilità. A cominciare da Craxi. All’epoca ero responsabile economico ed ero amico del governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. L’Italia fino a Craxi non ha avuto un grande debito. So benissimo come è stato formato il debito, facendo pagare le tasse a pochi, aumentando le spese e costruendo su questo delle fortune politiche. Il salto del debito dal 30-40% a superare il 100% è avvenuto negli anni Ottanta. Dopodiché ha continuato ad accumularsi un debito così alto, perché la nostra crescita è ferma da trent’anni».

Parri definì la lettera di Giaime Pintor al fratello il documento più alto e nobile della Resistenza. C’è un passaggio molto intenso nel libro, quando lei rievoca quella lettera e l’incontro con Luigi Pintor, che venne a casa sua con l’animo stravolto. «(…) Quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo».

«La politica non come manovra, ma come consapevolezza di una missione, un compito che va oltre l’immediato. La politica non riducibile soltanto al qui e ora, che ha bisogno anche di una sua componente utopica. Decidemmo di vendicarlo. Chiedemmo al Pci, attraverso un canale clandestino, di essere arruolati nei Gap, il ristrettissimo gruppo di combattenti che sotto la guida di Giorgio Amendola organizzavano a Roma gli attentati, le sparatorie e i sabotaggi che tutti sanno, per esempio via Rasella. Ma di questo non voglio parlare. Ridefinire poi il comunismo italiano come lo strumento originale capace di far leva sulle masse profonde per rendere inscindibile il nesso tra società e politica, tra la cultura, la democrazia e il socialismo».

Mi racconta la bellezza della politica?

«Qualcuno dei leader di oggi sogghignerà se dico che, dopo la Liberazione, il sentimento che mi dominava era un bisogno lancinante, una vera e propria fame di ritrovare la gente, il popolo italiano, non più quello delle adunate. Il desiderio di conoscere i luoghi dove lavorava, la fabbrica, la geografia delle città. Avevo fame dell’Italia vera. C’entrava poco il mito sovietico. La nascita dell’antifascismo come grande corrente politico-ideale europea. Rivoluzione? Una parola troppo grossa. Si parlava molto però, e con enorme passione, della lotta per cambiare il tessuto profondo, anche culturale e morale del paese. Il mio amico, Pietro Ingrao, è stato per me la scoperta della passione politica, non come professione e orizzonte irraggiungibile bensì consapevolezza della propria vita. Abbiamo cominciato che lui era capo cronista dell’Unità. Le inchieste nelle borgate romane, lo stare in mezzo alla gente. Il lavoro con le case editrici, penso a Laterza ed Einaudi. La più grande passione laica, la fusione tra politica e vita»

L'articolo “Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/feed/ 2
Perché da anni Walter Veltroni ci vuole prigionieri del suo sogno preadolescenziale, e perché noi ci facciamo ingabbiare? https://minimaetmoralia.it/libri/siamo-prigionieri-da-anni-del-sogno-adolescenziale-di-veltroni/ https://minimaetmoralia.it/libri/siamo-prigionieri-da-anni-del-sogno-adolescenziale-di-veltroni/#comments Tue, 17 Nov 2015 10:27:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29126 di Christian Raimo 1. Walter Veltroni ha pubblicato da poco per Rizzoli il suo quinto romanzo, Ciao, ed è dedicato all’elaborazione del lutto per la morte di Vittorio Veltroni, suo padre, giornalista e giovane dirigente della Rai degli anni sessanta, morto a 37 anni quando Walter ne aveva poco più di uno. In realtà non […]

L'articolo Perché da anni Walter Veltroni ci vuole prigionieri del suo sogno preadolescenziale, e perché noi ci facciamo ingabbiare? proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Christian Raimo

1.

Walter Veltroni ha pubblicato da poco per Rizzoli il suo quinto romanzo, Ciao, ed è dedicato all’elaborazione del lutto per la morte di Vittorio Veltroni, suo padre, giornalista e giovane dirigente della Rai degli anni sessanta, morto a 37 anni quando Walter ne aveva poco più di uno.

In realtà non si dovrebbe parlare di un romanzo, ma piuttosto di un testo di non-fiction – il tono è quella di una confessione, in cui si mescolano riflessioni estemporanee, aneddoti, e poi in maniera abbastanza ardita dei pezzi di invenzione, in cui il padre Vittorio – come se non fosse morto – viene a trovare il figlio: “Ciao” è appunto la prima parola che gli rivolge.

Come tutti gli altri libri di Veltroni, anche questo è scritto in maniera piuttosto sciatta, antiletteraria. Lo stile è spesso quello di una mail di una persona mediamente colta, che produce purtroppo un’aggressiva sensazione di kitsch perché continuamente aspira a essere alto, attraverso una quantità smodata di citazioni, osservazioni sociologiche abbastanza banali, metafore non azzeccate, lessico finto-aulico.

Ecco un esempio qualunque, proprio all’inizio:

Gli uomini lasciati da soli, o forse io in particolare, sono una catastrofe. Stracchino, prosciutto, dolci confezionati, meglio se facili da scartare. Al massimo una botta di alta cucina con i “Quattro salti in padella”, un primo surgelato da preparare in pochi minuti. L’occhio in queste situazioni deve sempre andare alla data di scadenza stampata sulle buste dei cibi reperiti nel frigorifero. Può capitare altrimenti di mangiare uova di quando c’era Fanfani al governo. E di trovarle buone.

Il libro va avanti così: alle volte sembrano degli appunti ricopiati e poco rivisti, alle volte una sbobinatura non editata. Come capita negli scritti amatoriali: anche in Ciao invece di descrivere, si commenta; ci sono registri lessicali che non s’integrano, (vedi sopra, l’uso di “reperiti”), colloquialismi (vedi “una botta di”), giornalese, un indicativo pervasivo, l’assenza quasi totale di ipotassi (il punto e virgola non si trova praticamente mai), l’accostamento di aggettivi sinonimi (“la morte arrivò rapida e improvvisa”), una punteggiatura usata molto spesso con eccesso – punti a spezzare e ripetere, sempre in modo enfatico – e per produrre effettacci (a distanza di poche righe, a pag. 24-25 abbiamo per esempio: “Da piccolo l’ho immaginata molte volte, questa scena” e “Oggi potrebbe essere mio figlio, mio padre”); l’assenza quasi totale di subordinate; e moltissime osservazioni che, purtroppo per l’autore che cerca l’intensità, risultano farraginose e appunto kitsch:

Il parco dei Daini è una enclave nell’incantevole sistema di Villa Borghese. Il più bel parco del mondo, con la sua forma di cuore. […] In quale frammento di mondo si può trovare, concentrata, tanta bellezza? E tanta diversità, che della bellezza è garanzia?

Un’altra costante di tutta la scrittura veltroniana è l’omaggio ai grandi artisti: quelli chiamati in causa sono magnifici, geniali, i miei preferiti, grandi – il rapporto che Veltroni ha con gli scrittori, i registi, le ballerine, i musicisti è di confidenza (“una volta Martin Scorsese mi disse…”) e al tempo stesso di sudditanza psicologica, di fandom. E in generale i personaggi che ricorda se non sono formidabili sono strepitosi.

2.

Sembrerebbe ingiusto liquidare in modo così spietato il libro di un uomo che parla della sua esperienza di orfano precocissimo, del dolore dell’essere cresciuto senza una figura paterna, e lo fa con sincerità. E infatti, va detto, ci sono dei brani in cui Walter confessa la mancanza lacerante del padre, che – se li consideriamo privi di qualunque pretesa letteraria – ovviamente non possono non commuovere.

C’è una lunga poesia, a metà libro, che in cui vengono elencate le mille forme di nostalgia filiale:

Che ti facessi una fotografia con me, che poi la conservo
Che mi mettessi in guardia da qualcosa
Che mi chiedessi se ho la febbre
Che mi guardassi la pagella…

O momenti di autoanalisi molto intima:

Non ho mai sofferto per una punizione ingiusta, non ho mai conosciuto la voglia di liberarmi di protezioni che sembrano gabbie o di gabbie che sembrano protezioni. Non ho mai vissuto la rabbia sorda per libertà non concesse, non la frustrazione per aver deluso aspettative.

Walter Veltroni del resto ha parlato in tutti gli altri suoi testi di questa mancanza, trasfigurandola, in modo inconsapevole, in altre morti.
Tutti i suoi libri sono in pratica libri di lutti: dai desaparecidos di Senza Patricio, alle vittime dell’Heysel di Quando l’acrobata cade, entrano i clown, ad Alfredino Rampi nell’Inizio del buio, al jazzista Luca Flores nel Disco del mondo… Ed è lui stesso ad ammetterlo, in questo libro, che è stato sempre attratto dalle vite interrotte (“per volerle completare”).

Ma nell’universo veltroniano c’è di più – e lo si è capito bene, per esempio alla sua presentazione-evento a Roma (all’Auditorium qualche settimana fa con Massimo Gramellini, Giorgio Napolitano, Ezio Mauro e Monica Maggioni, più di 500 persone in un pubblico che comprendeva Massimo D’Alema, Maria Elena Boschi, Pippo Baudo, Gianni Letta, Pierferdinando Casini…). Dopo aver ricevuto le lodi sperticate degli autorevoli presentatori per un libro come abbiamo detto mediocre, Veltroni ha ricordato qual è l’esigenza che stia dietro la sua ambizione letteraria: il bisogno di affetto, a compensare una “paura di perdere ciò che amo. Una paura atavica, irrazionale”.

Per contrastare questa paura in ogni suo libro, compreso Ciao, Veltroni allestisce sempre una dimensione magica – mitico-nostalgica – in cui i morti ritornano, una storia alternativa in cui le tragedie non sono avvenute, un tempo immobile in cui tutto si ferma nel momento più felice, popolato da personaggi realmente esistiti nella cui testa però Veltroni entra per affibbiargli pensieri dolci e edificanti.

Che significato ha questa dimensione magica e atemporale? È un mondo in cui ci ritroviamo tutti e ci vogliamo bene.

Nell’Inizio del buio (il romanzo su Vermicino e il terrorismo) Veltroni cita la scena di uno dei suoi film culto, L’uomo dei sogni di Kevin Costner: la storia di un uomo a cui una voce dal cielo dice di costruire un campo da baseball. Lui obbedisce alla voce, e alla fine non solo vede comparire da un passato fantastico i giocatori di baseball di una squadra mitica, ma anche la folla degli spettatori, e infine suo padre. Come scrive Veltroni a pag. 107 dell’Inizio del buio: “Quel campo diviene il luogo in cui passato e presente si toccano, in cui realtà e desiderio si conoscono”.

Realtà e desiderio nell’immaginario veltroniano non si conoscono, ma si confondono, riscritti in una versione edulcorata, in cui ciò che manca sono sempre gli elementi negativi – che però molto spesso consistono nel il principio di realtà.

Tutto questo contrasto si chiarisce, forse, confrontando questo libro con uno qualunque dei grandi testi sul padre morto: da La coscienza di Zeno di Italo Svevo alla Lettera al padre di Franz Kafka per arrivare ai contemporanei – Patrimonio di Philip Roth, Lunar Park di Bret Easton Ellis, anche italiani, come La forza del passato di Sandro Veronesi, gli ultimi memoir di Valerio Magrelli (Geografia di un padre) e Edoardo Albinati (Vita e morte di un ingegnere), l’ultimo racconto di Veronesi in Baci scagliati altrove, eccetera.

In tutti questi testi la figura del padre è complessa, amata e detestata, penosa e gloriosa. Lo schiaffo che Zeno Cosini riceve poco prima della morte del padre fa il paio con la merda che ha Philip Roth deve pulire negli ultimi giorni della malattia di Hermann Roth (“avevo capito qual era il mio patrimonio”).

In Ciao la figura di Vittorio Veltroni invece non ha ombre, convessità, angoli acuminati: giovane, splendente, generoso, un santo. Così come il rapporto impossibile che Walter decide di mettere sulla pagina è un idillio, senza il minimo attrito. Al punto che anche la scena chiave in cui riceve il giudizio del padre fantasma (pag. 92) è questo dialogo apologetico:

“Posso chiederti una cosa? Non so se puoi dirmela…”
“Sei stato orgoglioso della mia vita? Di quello che ho fatto? Un po’ mi vergogno, ma per me è importante. Se mi hai visto, se sei stato con me, vorrei che tu fossi stato contento. Quello che sono riuscito a fare lo sai. All’inizio ho corso come un matto. […] Sono diventato direttore de ‘L’Unità’ a trentasette anni, l’età che avevi tu quando dirigevi il telegiornale. E quando sei andato via. Mamma non lo ha saputo, è morta tre mesi prima che mi insediassi. Penso che sarebbe stata contenta di avere in famiglia un altro ‘direttore’”
[…]
“Mi hai chiesto se sono stato fiero di te, ma io non ho il diritto di esserlo. L’orgoglio di un padre è in fondo una forma di egoismo, di narcisismo. Si è felici per gli obiettivi che raggiunge un figlio perché sono il risultato di insegnamenti, principi, regole e consigli dispensati per una vita”.

È strano che Massimo Recalcati non abbia riscontrato in questo romanzo come in tutta la poetica veltroniana una esemplificazione da manuale di quello che ha definito il complesso di Telemaco. Come novello figlio di Ulisse, Veltroni guarda costantemente il mare in attesa del ritorno di questo padre eccezionale, con il quale non ha mai potuto confrontarsi; e nell’assenza trasfigura in un paradiso perduto il tempo in cui il padre era presente.

Leggendo le pagine più personali di Ciao, ci viene raccontato come sia stata dura non aver avuto un padre che abbia rimproverato il piccolo Walter pur volendogli bene, mostrandogli come – insomma – anche nel conflitto ci può essere senso, relazione. E che rimuovere il conflitto vuol dire disconoscere le differenze e le soggettività (ecco dove nascono il buonismo e il ma anche).

3.

A questo punto forse è chiara la ragione per cui occorreva una disamina così articolata di questa specie di romanzo e della sua ricezione. Perché è chiaro che in quella dimensione mitico-magica, infantile, nostalgica (Veltroni parla insistentemente del valore della memoria e mai del valore della storia), priva di conflitto, questo scrittore-politico non ha voluto solo trasportare tutti i personaggi dei suoi romanzi, ma anche le persone in carne e ossa: coloro che leggono i suoi libri, che seguono le sue presentazioni, quelli che hanno votato il suo partito, quelli che l’hanno sostenuto quando era sindaco di Roma… Con loro, all’Auditorium di Roma per esempio per l’ennesima volta, non ha affrontato le sue sconfitte – l’aver abbandonato il ruolo di sindaco, e poi quella bruciante contro Berlusconi, una politica urbanistica su Roma fallimentare – e ha apparecchiato ancora una grande proiezione; in cui il male non esiste, ci dovremmo stringere tutti in un grande abbraccio, e arrenderci ancora una volta a dire che “il re è vestito”.

Questa grande proiezione emotiva, aconflittuale, regressiva, memorialistica, è stata una delle narrazioni egemoni della sinistra degli ultimi vent’anni. (“Per me la parola politica più importante per la politica”, ha chiosato Veltroni alla sua presentazione, “è sogno”).

Ecco: se lui non ci riesce, almeno noi da questo lunghissimo sogno preadolescenziale potremmo finalmente affrancarci.

[Qui ci sono altre analisi dei libri di Veltroni: La scoperta dell’alba; L’isola e le rose; L’inizio del buio; Quando l’acrobata cade, entrano i clown; La nuova stagione ]

L'articolo Perché da anni Walter Veltroni ci vuole prigionieri del suo sogno preadolescenziale, e perché noi ci facciamo ingabbiare? proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/siamo-prigionieri-da-anni-del-sogno-adolescenziale-di-veltroni/feed/ 17
Tra un manifesto e lo specchio e un’altra sigaretta. Una (lunga) intervista a Francesco De Gregori https://minimaetmoralia.it/interviste/una-lunga-intarvista-a-francesco-de-gregori/ https://minimaetmoralia.it/interviste/una-lunga-intarvista-a-francesco-de-gregori/#comments Wed, 01 Apr 2015 09:21:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26089 Alla quindicesima sigaretta del pomeriggio, Gitanes senza filtro, Francesco De Gregori dice: “E’ vero, vent’anni fa, ma anche dieci anni fa, non l’avrei mai fatto”. Andare a “X Factor”, ricantare Alice con Ligabue, scherzare con Checco Zalone, scrivere una canzone per un film di Paolo Genovese, fare un audiolibro su “America” di Kafka (e prima “Cuore di tenebra” di Conrad), entrare in un video di Fedez, non leggere cinque giornali ogni giorno, non guardare otto tg e sentirsi bene lo stesso, telefonare e dire: devi ascoltare assolutamente Caparezza, è meraviglioso. E passare le ore prima del concerto (il primo del tour di “Vivavoce”, a Roma) nei cunicoli del Palalottomatica non soltanto con i fonici, la band, il giovane cantante emozionato che aprirà il concerto, le Gitanes, il caffè e Ambrogio Sparagna che suona l’organetto in due canzoni riarrangiate assieme, ma anche sopportando lì seduto, o in piedi con la chitarra a riprovare Titanic, la cronista che accende il registratore e pretende di sapere che cosa c’è di diverso, adesso, in Francesco De Gregori. “Sarà per un fatto di maturità, e perché è cambiato il mondo intorno a me in meglio, ma è vero che è un po’ cambiato anche il modo in cui io lo guardo. Sono sempre stato aperto alle distanze. Se una cosa è distante da me non solo non mi fa paura, anzi mi eccita, ed è un processo assolutamente spontaneo, ma sostenuto da un ragionamento: so che non voglio chiudermi al mondo nell’area museale che potrebbe rappresentarmi perché ho scritto cinque, sei, dieci canzoni di quelle che rimangono. Non posso restare, nella mia testa, quello di Rimmel, io sono altro, sono anche Calypsos, Finestre rotte, non voglio fare il Bufalo Bill della canzone, che rievoca i tempi gloriosi del West su un palco a Sarzana o a Torino, e forse già inconsciamente lo sapevo nel 1976 quando ho scritto Bufalo Bill”. “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi, la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere”. De Gregori parla e dentro le persone che vanno e vengono e lo salutano e un po’ ascoltano quest’intervista, parte una musica, non muovono le labbra ma si capisce che stanno cantando.

L'articolo Tra un manifesto e lo specchio e un’altra sigaretta. Una (lunga) intervista a Francesco De Gregori proviene da Minima et Moralia.

]]>
D&DG 2Questa intervista è uscita sul Foglio. (Fonte immagine)

Alla quindicesima sigaretta del pomeriggio, Gitanes senza filtro, Francesco De Gregori dice: “E’ vero, vent’anni fa, ma anche dieci anni fa, non l’avrei mai fatto”. Andare a “X Factor”, ricantare Alice con Ligabue, scherzare con Checco Zalone, scrivere una canzone per un film di Paolo Genovese, fare un audiolibro su “America” di Kafka (e prima “Cuore di tenebra” di Conrad), entrare in un video di Fedez, non leggere cinque giornali ogni giorno, non guardare otto tg e sentirsi bene lo stesso, telefonare e dire: devi ascoltare assolutamente Caparezza, è meraviglioso. E passare le ore prima del concerto (il primo del tour di “Vivavoce”, a Roma) nei cunicoli del Palalottomatica non soltanto con i fonici, la band, il giovane cantante emozionato che aprirà il concerto, le Gitanes, il caffè e Ambrogio Sparagna che suona l’organetto in due canzoni riarrangiate assieme, ma anche sopportando lì seduto, o in piedi con la chitarra a riprovare Titanic, la cronista che accende il registratore e pretende di sapere che cosa c’è di diverso, adesso, in Francesco De Gregori. “Sarà per un fatto di maturità, e perché è cambiato il mondo intorno a me in meglio, ma è vero che è un po’ cambiato anche il modo in cui io lo guardo. Sono sempre stato aperto alle distanze. Se una cosa è distante da me non solo non mi fa paura, anzi mi eccita, ed è un processo assolutamente spontaneo, ma sostenuto da un ragionamento: so che non voglio chiudermi al mondo nell’area museale che potrebbe rappresentarmi perché ho scritto cinque, sei, dieci canzoni di quelle che rimangono. Non posso restare, nella mia testa, quello di Rimmel, io sono altro, sono anche Calypsos, Finestre rotte, non voglio fare il Bufalo Bill della canzone, che rievoca i tempi gloriosi del West su un palco a Sarzana o a Torino, e forse già inconsciamente lo sapevo nel 1976 quando ho scritto Bufalo Bill”. “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi, la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere”. De Gregori parla e dentro le persone che vanno e vengono e lo salutano e un po’ ascoltano quest’intervista, parte una musica, non muovono le labbra ma si capisce che stanno cantando.

“E poi sono un uomo giovane, ho sessantaquattro anni”. Francesco De Gregori ha infatti ancora addosso le Superga bianche di quando era un ragazzino sconvolto da Fabrizio De André, “anche esteticamente. Andai dal parrucchiere con una rara foto di Fabrizio e dissi che volevo i capelli come i suoi, volevo quel ciuffo meraviglioso. Il parrucchiere disse: ma tu non ce li hai così, sei riccio. Allora me li feci stirare. Ero troppo riccio per assomigliare a De André e troppo liscio per assomigliare a Bob Dylan”. Il fratello maggiore Luigi, musicista, accompagnava Francesco le prime volte al Folkstudio a cantare e gli diceva: “Non ti demoralizzare se qualcuno si alza e se ne va, succede sempre, non ti preoccupare se sbagli qualche accordo, nessuno ci farà caso, ma cerca di ricordarti le parole delle canzoni, leggerle sul foglietto è brutto”.

Tre consigli fondamentali per l’esistenza di chiunque, non solo per un cantante, tre cose da salvare anche dentro quel verso de La ragazza e la miniera, riarrangiata e riportata meravigliosamente alla vita: “E se potessi ricominciare da capo, quello che ho fatto non lo rifarei”.

Vale per tutti, vale per le cose che a ripensarci non avremmo voluto dire, per i giudizi affrettati, i pregiudizi sbagliati, tutto quello che semplicemente si scioglie nel passare dei giorni e ci ritrova dalla stessa parte, ma diversi, più aperti, a volte migliori. “Il mio rapporto con gli altri si è sicuramente addolcito – dice Francesco De Gregori mentre aspetta che vengano a chiamarlo per il soundcheck (l’acustica imperfetta del Palalottomatica, “la peggiore d’Italia”, è oggetto di lunghe discussioni, altre sigarette e molti caffè con quelli della band, con Sparagna che è allegro lo stesso, con il capo ufficio stampa che dice: “Quasi tutti suonano con le basi già pronte, Francesco no”, e aggiunge perfino la parola “playback” riferita a qualche cantante, ma Francesco ride e lo interrompe. “Non è vero, non è vero!”).

“E’ così: qualcosa si è aperto verso il mondo fuori, e se proprio mi metti in un angolo dico che quando ho fatto il tour con Lucio Dalla ho capito molte cose. Cose del modo di vivere di Lucio Dalla, della sua musica, e ho capito con quanta leggerezza e con quanta profondità ha fatto il musicista. Vedendomi vicino a lui, lui che alla fine di un concerto si fermava a parlare con tutti, si lasciava fare le foto e io che invece me ne andavo scocciato, ho guardato questa scena da fuori e ho pensato: ma alla fine cosa ottengo io da questa ostinazione ad andarmene, a parte che vado a letto venti minuti prima di Lucio?”.

Mantengo la promessa che avevo fatto al telefono, non faccio domande su Lucio Dalla, perché parlare di un amico così grande lo fa soffrire, perché non vuole partecipare a celebrazioni e parlare di sé parlando di lui, perché è un dolore privato. Però adesso De Gregori accende un’altra sigaretta e continua, c’è anche Ambrogio Sparagna che lo guarda e annuisce, seduto contro il muro del camerino dove fa molto freddo e dove attende, appeso, il vestito del concerto (e un paio di stivaletti luccicanti). “La gente lo definiva istrionico ma non era vero: Lucio viveva la musica con così tanta compenetrazione che assumeva atteggiamenti spettacolari, ma perché era totalmente dentro la sua parte musicale. E’ come quando vedi un grande jazzista: non fa scena, la scena viene fuori perché sta soffiando dentro il sassofono. E Lucio quando cantava era impressionante. Lui si approcciava al canto in modo mai protocollare, mai diligente, era un eversore: Dalla se ne sbatteva tranquillamente i coglioni del protocollo musicale, del rullante, e mi sconvolgeva perché gli veniva tutto bellissimo lo stesso. Capire questa cosa per un musicista è molto importante”. E’ l’unica volta, adesso, che De Gregori accetta un complimento, non lo ridimensiona, non tenta di convincermi che il suo mestiere non è poi così diverso da quello di un bravo dentista: “Lucio mi diceva sempre che cantavo bene”. Lo dice con malinconia, si rimette gli occhiali scuri. “Ho cominciato a lavorare con lui molto prima di “Banana Republic”, molto prima del 1979: ci frequentavamo, ci incontravamo agli studi di registrazione. Lui era già Lucio Dalla, aveva fatto 4/3/1943 – a Sanremo 1971, dove Francesco De Gregori non è mai andato e dove non andrà mai, a meno che la regia diventi bella come quella di “X Factor” –, stava passando un periodo di leggera flessione commerciale ma non gliene fregava niente, non gli mancava di certo la serenità artistica per fare ciò che gli piaceva. E noi due facemmo amicizia. Mi diceva: domani sera ho un concerto a Viterbo, tu che cazzo fai? Io: niente. Lui: Allora vieni! E facevamo dei pezzi insieme sul palco. Funzionava così, nessuno lo sapeva che sarei arrivato io. Succedeva anche il contrario. Lucio, vado a Bari al Festival del Mediterraneo, tu che cazzo fai? Ah, Bari, bello c’è il mare, vengo, veniva e faceva un pezzo con me. Era bellissimo. A lui piaceva molto questa differenza estetica tra noi, mi diceva: siamo Pippo e Topolino, la gente si diverte, e aveva ragione: durante “Banana Republic” giocava molto su questa storia che io ero alto alto e lui piccolo piccolo. C’era un momento dello spettacolo in cui lui suonava la fisarmonica, poi la metteva a terra e ci saliva sopra per far vedere che si metteva un po’ al mio livello: la gente impazziva per questa stronzata, che era una stronzata però era bella”.

Le persone si entusiasmano per le cose matte, ma poi si dividono in quelli che amano Alice cantata con Ligabue e quelli che dicono no, De Gregori è diventato troppo alla mano, era meglio quando era snob, quando diceva che da Pippo Baudo mai. De Gregori mi guarda e disapprova, ma in quell’istante suona il telefono ed è Nicola Piovani (che ha arrangiato la nuova versione de La donna cannone) e parlare con qualcuno del suo mondo musicale lo mette al riparo, sul divanetto brullo di una stanza spoglia, dalle domande noiose (la ragazza che mi accompagna, alla fine del concerto, alla fermata della metropolitana “perché per una donna è troppo pericoloso andare in giro da sola”, dice che “De Gregori non è come gli altri, intanto è gentile e saluta, e poi non ha voluto nemmeno una candela profumata, e abbiamo dovuto insistere per mettere almeno una tenda che separasse il salottino dal bagno).

“L’atteggiamento talebano però – dice De Gregori alla fine della telefonata – è molto più del pubblico che dell’artista. E’ come se Nanni Moretti domani facesse un cinepattone, io correrei a vederlo e sarebbe un capolavoro, ma il pubblico si arrabbierebbe. Però mettiti nei panni di chi vuole raccontare quello che sente, quello che gli piace nelle canzoni e la gente lo obbliga a raccontare solo le cose che loro vogliono sentire. Io da sempre cerco di fare quello che voglio, ma senza nessuno sforzo, e se mi viene in mente una canzone che a occhio non piacerà alla gente, ma che io devo assolutamente fare, la faccio lo stesso, perché è la mia vita”. Così adesso che sta leggendo “La tempesta” di Roger Vercel, il libro che Primo Levi lesse durante la sua ultima notte a Auschwitz, De Gregori sa che questo romanzo entrerà, in qualche modo, fra mesi o settimane o anni, in una canzone, ma non sarà sfoggio culturale, non sarà un’operazione intellettuale. Lui non vuole essere chiamato cantautore, preferisce cantante, e ha anche molta paura che qualcuno lo definisca un intellettuale. “Perché è una parola ambigua: può avere una valenza negativa se si intende chi semplicemente coltiva le belle lettere, il pensiero, parla dall’alto, esprime pareri, se ne tira fuori sempre con le mani intatte, l’intellettuale che analizza e non produce. Non voglio essere quel tipo lì, che critica e non combina niente. Però c’è anche un altro tipo di intellettuale che si sporca un po’ le mani, che sta dentro la realtà, penso a Pietrangelo Buttafuoco, o a Pier Paolo Pasolini, uno che assume su di sé i rischi della vita intellettuale. Io poi non sono rigoroso, non sono uno studioso, non sono Battiato, ecco”. De Gregori assicura che Battiato è simpaticissimo, allegro, spiritoso, pieno di ironia oltre che immensamente colto, e racconta di quella volta, durante il tour con Lucio Dalla, in cui andarono insieme a casa di Lucio, in Sicilia: “Parlavamo di politica e Battiato cominciò a difendere il mondo dell’islam e ad attaccare Berlusconi perché trattava male le donne, le pagava, e io dissi vabbè cazzo, però voi le lapidate, non le fate uscire, non possono guidare l’automobile, allora meglio Berlusconi, e lui si infuriò, mi disse che ero berlusconiano”. De Gregori lo racconta ridendo, con affetto per Battiato, e con un sempre maggiore disinteresse per le cose della politica. “Per quanto mi riguarda la politica ha fallito, posso solo dire che la subisco”. Anche in questo De Gregori è cambiato, da quando improvvisava concerti con Antonello Venditti per Walter Veltroni, da quando riempiva l’automobile di giornali, si impegnava per Alleanza democratica, discuteva con tutti. “Oggi ho visto i titoli su Lupi, non ho idea di che cosa sia successo, so già tutto prima di leggere, non so nemmeno se questa cosa appartenga alla politica però il mio interesse per tutto questo è precipitato e sta continuando a precipitare, come se nella vita avessi cose che mi toccano molto più da vicino: l’arte, i film, gli amici, la mia famiglia, mia moglie che quando non c’è mi annoio. Da due o tre anni mi arriva il fastidio, non voglio nemmeno dire che cosa provo quando scanalando sul televisore mi imbatto in qualche talk-show politico: mi crea un’ansia, un fastidio enorme, una noia mortale”. (Al posto dei talk-show, “True detective” e “Fargo”).

Manca poco all’inizio del concerto, ceniamo insieme ai musicisti e agli attrezzisti, De Gregori non mangia ma fuma (“Quello non mangia mai”, dice Chips scuotendo la testa. Chips che lavora con lui da trentacinque anni, non dice niente e sa tutto e durante i concerti teneva in braccio i suoi figli, gemelli, che adesso sono alti due metri e non hanno smesso di battere le mani al padre) e spiega che questo è il momento perfetto: “E’ in questi posti gelidi, con la scaletta da cambiare, le persone che provano gli strumenti, che si sente che c’è una creazione, non nelle interviste”. E’ la vita vera di una canzone, di un concerto, De Gregori la chiama “la parte viva”, è come quando suo padre lo portava in giro per le biblioteche dell’Abruzzo e del Molise, che dirigeva, a controllare gli scaffali, a scartabellare fra i libri, controllare in che stato fossero, come erano messi. “Non lo ricordo assorto nella lettura in poltrona, non ne aveva il tempo, ma sapeva esattamente dove si trovavano i libri, sapeva come erano fatti. E quando molti anni fa ha perso la vista ho cominciato a cercare per lui le audiocassette con i libri raccontati. Era così felice quando ne trovavo qualcuna. Anche per lui ho deciso di registrare “Cuore di tenebra” e poi “America”, che tutti dicevano essere un romanzo minore di Kafka, e invece io l’ho amato moltissimo, ho amato quell’idea di onestà personale che guida il ragazzino di Praga, costretto a emigrare in America”. Ecco, l’America. Francesco De Gregori dice che Bob Dylan, il musicista che l’ha maggiormente influenzato e di cui aprirà il concerto a Lucca il primo luglio prossimo, “testimonia la cultura del suo paese”. E tu Francesco, tu che adesso prendi in mano la chitarra, saluti gli amici, sorridi ai tuoi figli e accendi un’altra sigaretta prima di salire sul palco e cantare Sotto le stelle del Messico “senza mai fare la stessa canzone”, come dice Sparagna commosso, tu che cosa sei? “Io sono profondamente italiano”.

L'articolo Tra un manifesto e lo specchio e un’altra sigaretta. Una (lunga) intervista a Francesco De Gregori proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/una-lunga-intarvista-a-francesco-de-gregori/feed/ 6
Sulla vittoria di Renzi https://minimaetmoralia.it/interventi/vittoria-renzi-elezioni-europee/ https://minimaetmoralia.it/interventi/vittoria-renzi-elezioni-europee/#comments Mon, 02 Jun 2014 13:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21152 «Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po' anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all'indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent'anni a lamentarci che, per colpa dell'anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

L'articolo Sulla vittoria di Renzi proviene da Minima et Moralia.

]]>
Italy's PM Renzi holds a news conference at an European Union leaders summit in Brussels

(Fonte immagine)

«Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po’ anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all’indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent’anni a lamentarci che, per colpa dell’anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

È, in fondo, quello che ha detto Mario Monti, dichiarando di voler entrare subito nel Pd: e anzi dicendo che se Renzi avesse vinto le primarie contro Bersani, Scelta Civica non sarebbe mai nata. Uno come Tullio, uno come me, non avrebbe mai pensato di poter stare dalla stessa parte di Monti: perché Monti rappresenta la destra, cioè chi vuole che il mondo continui a girare così, magari oliandone i binari.

Renzi, d’altra parte, ha sempre sostenuto che la distinzione tra destra e sinistra appartiene al passato. È su questa linea che ha vinto le elezioni: i flussi dei voti dimostrano che la sua vittoria è dovuta quasi esclusivamente alla cattura di due terzi dei voti perduti da Scelta Civica di Monti (che sono stati oltre tre milioni). E, dal suo punto di vista, forse Renzi ha ragione: il suo Pd contiene in un certo senso destra e sinistra. Perché – come ha detto a caldo Barbara Spinelli, e molti altri con e dopo di lei – questo Pd assomiglia ad una nuova Democrazia Cristiana. Per molti versi non si limita ad assomigliarle: ne è l’erede diretto. Renzi stesso è geneticamente democristiano: le fotografie che lo ritraggono accanto a Ciriaco De Mita, scattate quando era il presidente della provincia di Firenze eletto nelle file della Margherita, documentano l’albero genealogico del leader del Pd. Ed è innegabile che la fusione voluta da Walter Veltroni vada letta, col senno di oggi, piuttosto come un’annessione, o una digestione, di ciò che restava del Pci da parte di una rinnovata Dc.

Le analogie con la Democrazia Cristiana d’antan sono numerose: i famosi 80 euro (decisivi per la vittoria elettorale) appartengono ad una tradizione dove una genuina attenzione verso i lavoratori assume le forme di un’altrettanto  genuina  propensione al voto di scambio. E se mai la procura della Repubblica di Firenze riprenderà a funzionare, gli italiani sapranno cosa sono stati gli anni del Renzi sindaco: anni in cui il sostanziale non-governo della città (un giudizio, questo, che nemmeno i fans più sfegatati riescono a smentire con qualche fatto) si è accompagnato alla crescita del pervasivo strapotere di un comitato di affari legato a doppio filo al cerchio magico renziano. D’altra parte, basta guardare cosa succede in Campania, o in Sicilia: dove i gruppi dirigenti ex democristiani agitano ora le bandiere del Pd dimenandosi sul carro del vincitore.

Ma il punto non è (per ora) la corruzione:  il punto è quale mai sia la visione del Pd di Renzi. Per ricondursi a qualunque titolo alla famiglia della Sinistra europea, anche nelle versioni più annacquate, il Pd dovrebbe avere una qualunque idea di cambiamento del sistema economico e politico europeo. Di tutto questo non si è visto traccia: perché le uniche posizioni sono semmai di tipo nazionalista, quelle per cui «l’Italia batterà il pugno sul tavolo». E infatti si parla già del Pd come di un ‘partito della Nazione’: un partito-stato che serva a governare meglio l’esistente, non a cambiarlo. Sappiamo che Renzi è contrario ai mostruosi stipendi dei manager pubblici (benissimo!), ma non sappiamo cosa pensi – per dire – del rapporto tra cessione della sovranità statale e genesi della crisi. Al posto di una riflessione politica c’è una serie di trovate. E laddove il premier si è invece espresso con chiarezza – è il caso delle privatizzazioni, o delle mani libere per i costruttori – le sue posizioni sono semmai tipicamente di destra: cioè ultra-mercatiste.

D’altra parte, l’esplicito riferimento al modello di Tony Blair (che oggi possiamo giudicare in sostanziale continuità con l’operato di Margaret Thatcher) chiarisce che la parola «sinistra» non ha davvero più alcun significato, per il Pd: o almeno non ha quello che ha oggi in Grecia, Spagna o Francia. E se guardiamo agli Stati Uniti, il Pd renziano non assomiglia al Partito Democratico, ma semmai ad un partito che assommi il centro dei Democratici a quello dei Repubblicani.

Se a tutto ciò aggiungiamo la dichiarata volontà di riformare la Costituzione in senso anti-rappresentativo e presidenzialista: ebbene, comprendiamo che è insensato accostare la parola ‘sinistra’ al partito di (e questo «di» ha un significato sempre più personalistico) Renzi.

Grande dovrebbe dunque essere lo spazio per una vera sinistra italiana: certo più grande del pur miracoloso risultato della Lista Tsipras. E qui è bene sottolineare che se Renzi ha stravinto in termini relativi (cioè ha stravinto queste elezioni europee), egli non lo ha fatto in termini assoluti: perché il ben più progressista Pd di Veltroni nel 2008 prese quasi un milione di voti in più: 12.095.306 contro 11.203.231. È stata l’astensione massiccia la grande alleata di Renzi, e bisogna comunque notare che circa 1.400.000 cittadini che alle ultime elezioni avevano votato Pd, stavolta non sono andati a votare.

Ecco, è in questi numeri la prospettiva per una sinistra nuova: una sinistra che costruisca la propria agenda sui temi che non possono appartenere alla gigantesca Neo Democrazia Cristiana renzian-montiana che esce da queste elezioni. Penso al grande tema dei beni comuni, all’obiettivo strategico di un’economia civile fondata sulla sostenibilità ambientale e sull’equità sociale, sui volumi zero e sulla redistribuzione degli spazi pubblici (da non alienare). Ad una politica europea che assegni alla Banca Centrale il fine di creare occupazione. All’obiettivo fondamentale dell’uguaglianza sostanziale e dell’integrazione. O ad un uso del patrimonio culturale, e in generale della cultura, che abbia come fine la liberazione dal totalitarismo della mercificazione e la formazione di cittadini: tutto il contrario del marketing televisivo di Matteo Renzi, antropologicamente allergico ad ogni forma di sapere critico, e convinto che la cultura coincida con l’intrattenimento. In questo, davvero, un berlusconiano nativo.

Una sinistra capace di parlare questa lingua potrebbe contendere i voti al Pd (attraendone anche la minoranza civatiana) e al Movimento Cinque Stelle, che appare sempre più prigioniero della follia suicida dei suoi due guru. Una sinistra che sappia tracciare un cammino realistico e attrattivo: una sinistra che renda falso ciò che ha detto Francesco Tullio Altan (e che purtroppo oggi è vero), e cioè che Renzi è sembrato la cosa più vicina alla possibilità che qualcosa si muovesse. Milioni di italiani hanno votato Renzi per questo motivo, pur tappandosi il naso: e per lo stesso motivo altri milioni non hanno votato. Ora occorre rimboccarsi le maniche e riaprire il cantiere della sinistra italiana: non solo come forza di opposizione, ma come laboratorio per costruire un futuro non più furbo (come prospetta Renzi), ma più giusto. La mail del mio amico Tullio finiva così: «La sfida non è opporsi al modesto cambiamento che ci stanno propinando come epocale, ma rilanciare nel merito per smascherarne i limiti e per proporne uno vero. Ci si può lavorare». Non solo si può: si deve.

L'articolo Sulla vittoria di Renzi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/vittoria-renzi-elezioni-europee/feed/ 16
Il Berlinguer di Veltroni. Ovvero come l’ossessione della memoria ci rende prigionieri del passato. https://minimaetmoralia.it/interventi/il-berlinguer-di-veltroni-ovvero-come-lossessione-della-memoria-ci-rende-prigionieri-del-passato/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-berlinguer-di-veltroni-ovvero-come-lossessione-della-memoria-ci-rende-prigionieri-del-passato/#comments Sat, 19 Apr 2014 07:26:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20112 Questo articolo è uscito su Europa.

Credo di essere, senza tema di smentita, la persona che più conosce e più si è occupata della produzione di Veltroni come intellettuale e artista. Lo seguo da quando faceva il direttore dell’Unità e scriveva recensioni cinematografiche per il Venerdì. Ho letto quasi tutti i suoi libri di narrativa e di poesia, ne ho parlato in modo molto diffuso e molto critico – l’ho fatto l’ultima volta qui e prima qui, e qui, e ancora qui, e ne ho fatto anche un bilancio, di questo rapporto critico.

L'articolo Il Berlinguer di Veltroni. Ovvero come l’ossessione della memoria ci rende prigionieri del passato. proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo articolo è uscito su Europa.

Credo di essere, senza tema di smentita, la persona che più conosce e più si è occupata della produzione di Veltroni come intellettuale e artista. Lo seguo da quando faceva il direttore dell’Unità e scriveva recensioni cinematografiche per il Venerdì. Ho letto quasi tutti i suoi libri di narrativa e di poesia, ne ho parlato in modo molto diffuso e molto critico – l’ho fatto l’ultima volta qui e prima qui, e qui, e ancora qui, e ne ho fatto anche un bilancio, di questo rapporto critico. Ne ho parlato sempre abbastanza se non molto male, ma quest’attenzione non è stata determinata da un capriccioso desiderio di inanellare stroncature contro un politico di nome, ma da una ragione spero più utile: cercare di riconoscere in controluce nella produzione artistica una filigrana esplicitamente politica, più nitida delle sue stesse dichiarazioni reperibili in un’intervista, in un discorso o in una campagna elettorale. Quando si è saputo che usciva il primo film di Veltroni regista, mi sono sentito in dovere di vederlo e di analizzarlo; lo faccio ora con un mese di ritardo.

Il primo film di Veltroni, lo sapete bene, è un documentario su Berlinguer. Inizia con una carrellata di interviste a persone (soprattutto ragazzi) di varia provenienza sociale, politica, che abitano i luoghi che furono significativi nella vita dell’ex-segretario Pci (da Sassari a Roma), a cui viene chiesto semplicemente: Chi era Enrico Berlinguer? Dalle risposte scomposte si ricava 1) la rappresentazione di un Paese Reale polarizzato tra la schizofrenia e l’ignoranza, e – implicitamente dunque – 2 ) la necessità di raccontare la vicenda biografica e politica di un uomo che uno potrebbe presumere sia stato talmente centrale nella storia italiana – il suo funerale con milioni di persone in piazza – da essere indimenticabile, e che invece pare appartenere a un pantheon di eroi dall’identità smarrita. Il documentario è composto di molto archivio, interviste a una dozzina di personaggi (Giorgio Napolitano, Eugenio Scalfari, Aldo Tortorella, Jovanotti, Bianca Berlinguer, Pietro Ingrao, Sergio Segre, Michail Gorbacev, Emanuele Macaluso, Claudio Signorile, Alberto Franceschini, l’ambasciatore Usa in Italia negli anni ’70-’80, l’autista Alberto Menichelli, e un operaio che lo vide agonizzare), il tutto è contrappuntato da notazioni personali di Veltroni.

Molte delle cose che avevo pensato sulla poetica veltroniana – e sulla sua assoluta rilevanza nei termini dell’immaginario collettivo della sinistra italiana – mi si sono confermate, mentre altre mi si sono chiarite. Dal punto vista tecnico e quindi estetico, il documentario Quando c’era Berlinguer è decisamente migliore di qualunque libro che Veltroni abbia scritto. Ci sono dei momenti molto belli – il montaggio di documenti video la cui la semplice visione al cinema è un’esperienza toccante (i tre minuti dell’ultimo discorso di Berlinguer a Padova: il suo volto in primissimo piano mentre si toglie e si rinfila gli occhiali, ha conati di vomito, suda, si ingobbisce, continua a parlare cercando di non interrompersi); la scelta di intervistare a lungo due non-politici (l’autista che lo accompagnò per gli ultimi quindi anni e il capo del consiglio operaio padovano che vide la scena dell’agonia durante il comizio); i titoli di coda con le immagini senza sonoro del dibattito dei registi (Scola, Lizzani, Gregoretti, Maselli…) che girarono il documentario del funerale… – e ci sono dei momenti molto brutti: la scena collocata all’inizio in cui dopo le immagini di repertorio del funerale, con un artificiosissimo bianco e nero, la camera fa un dolly su una piazza San Giovanni dove volano prime pagine dell’Unità con il volto di Berlinguer è un esempio; o la trashata di mettere una dimenticabile canzone di Gino Paoli inedita come sottofondo sonoro di nuovo alle immagini finali del funerale…

Ma, come dicevo, c’è una dimensione più abissata che si può portare in superficie da un film che in realtà verticale non vuole essere, ed è una lettura che lo metta in relazione alle altre opere di Veltroni. Come quasi tutto quello che Veltroni ha raccontato nei romanzi, anche questo documentario è un omaggio a un morto. In precedenza Veltroni si era occupato, per esempio, in Senza Patricio, Quando l’acrobata cade entrano i clown, L’inizio del buio, La scoperta dell’alba, di desaparecidos, della strage dell’Heysel, di Alfredino Rampi, delle vittime del terrorismo: questi eventi tragici, collocati tutti tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, stavano sempre a segnare una soglia tra un mondo di felicità possibile e uno di irreversibile tragedia. Anche in questo documentario, la morte di Berlinguer viene indicata, nelle parole di quasi tutti gli intervistati e nella costruzione narrativa stessa del film, come la fine senza scampo di un’epoca, o meglio come la cacciata da un paradiso che si è rivelato poi irrimediabilmente perduto.

Per questo motivo, Quando c’era Berlinguer è, se lo si guarda con un po’ di apertura emotiva, un film straziante. La Storia si chiude con l’ultimo fotogramma, e poi il Niente. Una specie di film catastrofico senza nemmeno un mcguffin finale a insinuare una speranza, proprio come accadeva negli anni ’80.

Se lo leggiamo da questa prospettiva, risulta molto coerente l’opzione di non intervistare Achille Occhetto né nessuno di coloro che guidarono la trasformazione del Pci in Pds, come del resto è comprensibile che Occhetto o Petruccioli si siano risentiti. Lo stesso Alessandro Natta non viene nemmeno chiamato per nome ma liquidato da Tortorella come «un segretario di transizione», e quando Aldo Tortorella accusa con un certo paternalismo Veltroni e la sua generazione di non essere stati capaci di prendere il testimone di Berlinguer, il politico-regista decide evidentemente di incassare (e legittimare?) l’accusa – non replica, né taglia la scena.

Del resto le regole del gioco nella ricostruzione erano dichiarate dall’inizio nell’epitaffio che Veltroni ritaglia dal film biografico di Marcello Mastroianni Mi ricordo sì, mi ricordo: «Tutto quello che hai visto, ricordalo, perché tutto quello che dimentichi torna a volare nel vento».

La memoria è il dio di Veltroni. La sua venerazione per il passato, e la sua ossessione profonda per la questione la perdita della memoria sono tanto laceranti quanto sincere. Ne ha sempre parlato, gli va reso atto (qui una specie di elogio-manifesto scritto in occasione di una recensione al libro di Stephen Merrill Block, Io non ricordo), e anche nel documentario un paio dei passaggi più toccanti pronunciati da Berlinguer riguardano la memoria della Resistenza, per esempio.

Ma qui bisogna fare un distinguo importante per provare a capire perché il film di Veltroni lasci un sentimento di intensa nostalgia ma anche di angoscia invece di essere liberatorio.

Continua a leggere su Europa.

 

L'articolo Il Berlinguer di Veltroni. Ovvero come l’ossessione della memoria ci rende prigionieri del passato. proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/il-berlinguer-di-veltroni-ovvero-come-lossessione-della-memoria-ci-rende-prigionieri-del-passato/feed/ 3
Niente da ridere https://minimaetmoralia.it/televisione/niente-da-ridere/ https://minimaetmoralia.it/televisione/niente-da-ridere/#comments Mon, 17 Jun 2013 08:45:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14649 Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Gianni Letta ride. Ignazio La Russa sogghigna. Walter Veltroni sorride. Renata Polverini manca poco che crolli dalla sedia scompisciandosi dalle risate. Stefano Fassina ride. Debora Serracchiani (appena eletta presidente del Friuli Venezia Giulia) letteralmente gongola. Laura Puppato e Maurizio Lupi, divisi cioè uniti dall'effetto split screen, mostrano i denti e aprono le bocche quel tanto che basta alla risata per scoprire un indizio di palato. Bobo Maroni ride. Oscar Giannino ride mettendo in bocca la falange dell'indice della mano destra. Luigi de Magistris sorride e abbassa gli occhi, poi li alza a favore di telecamera e ride, ride forte. Giorgia Meloni, nella cattiva imitazione di una scena da commedia, ride di gola e porta la testa in basso e poi la rialza di scatto facendo ondeggiare i capelli. Pierferdinando Casini singhiozza, annega nell'ilarità. Anna Finocchiaro è quasi morta dalle risate, ride fino alle lacrime. Mara Carfagna ammicca risentita, quindi sorride. Rosy Bindi ride. Mauro Bersani ride. Matteo Renzi ride.

L'articolo Niente da ridere proviene da Minima et Moralia.

]]>
Crozza-Elsa-Fornero

Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Gianni Letta ride. Ignazio La Russa sogghigna. Walter Veltroni sorride. Renata Polverini manca poco che crolli dalla sedia scompisciandosi dalle risate. Stefano Fassina ride. Debora Serracchiani (appena eletta presidente del Friuli Venezia Giulia) letteralmente gongola. Laura Puppato e Maurizio Lupi, divisi cioè uniti dall’effetto split screen, mostrano i denti e aprono le bocche quel tanto che basta alla risata per scoprire un indizio di palato. Bobo Maroni ride. Oscar Giannino ride mettendo in bocca la falange dell’indice della mano destra. Luigi de Magistris sorride e abbassa gli occhi, poi li alza a favore di telecamera e ride, ride forte. Giorgia Meloni, nella cattiva imitazione di una scena da commedia, ride di gola e porta la testa in basso e poi la rialza di scatto facendo ondeggiare i capelli. Pierferdinando Casini singhiozza, annega nell’ilarità. Anna Finocchiaro è quasi morta dalle risate, ride fino alle lacrime. Mara Carfagna ammicca risentita, quindi sorride. Rosy Bindi ride. Mauro Bersani ride. Matteo Renzi ride.

Quando anche Elsa Fornero inizia a ridere (di gola, di pancia, di orecchie, di rughe sulla fronte) in diretta televisiva, durante una puntata di «Ballarò», ride e mostra i denti e ride ancora (Elsa Fornero) alle battute di Maurizio Crozza, battute che dovrebbero al contrario dispiacerle, mi dico che ciò che vado pensando da tempo su questo tipo di comicità (che sia in sostanza reazionaria) ha appena ricevuto la sua certificazione in carni tirate e ossa che si spostano a assecondare un riso che non ha nulla di libertario se non il sinistro piacere liberato che coglie il farabutto quando la colpa si disgrega in un rito collettivo, spacciato in questo caso per quella strana categoria della falsificazione che è la mondanità da combattimento.

Rivediamocele, quelle sequenze, mandiamo avanti e indietro il cursore di YouTube. Poi cerchiamo un orizzonte alternativo.

Penso ai clown di Shakespeare che lavorano come becchini al cimitero di Elsinore. Penso a Ettore Petrolini, l’infernale. Penso alle Vacanze di monsieur Hulot di Tati. Penso soprattutto alle risate (cavernose, e scheletriche nel momento immediatamente successivo) che ancora si levano dalle polveri della Mancia di ogni luogo. Don Chisciotte e Sancho Panza scompaiono su una curva del tramonto lunga quattro secoli.

Nulla di tutto questo è solo vagamente imparentato con la comicità televisiva di Maurizio Crozza. Non lo è con le vignette di Vauro. Non con i monologhi di Dario Fo quando stacca l’ispirazione dai sempre attuali medioevi padani (ma Ho visto un re e Mistero buffo sono tanto rievocati quanto dimenticati nella sostanza del presente) per inseguire la povertà inquisitoria – ricca di una retorica da socialdemocrazia upper class se messa in bocca a chi vuole discendere da Ciullo d’Alcamo – di un certo giornalismo d’inchiesta. Si sa, insomma, quanto il passo da giullare a buffo a menestrello sia stato, anche storicamente, molto breve.

Un critico televisivo come Aldo Grasso direbbe che il canovaccio comincia a logorarsi, ma il punto davvero non è questo.

Ballarò_crozza_la-russa_lukashenko

Il punto è che, negli ultimi anni, una retorica perfettamente speculare a quella del potere ha voluto travestire molti uomini di satira e comici teatrali e televisivi da paladini degli oppressi. La stessa logica – fintamente binaria – vorrebbe di conseguenza che io, adesso, definendo reazionaria la comicità di Crozza o di un certo Benigni o Fo televisivi, affermassi di conseguenza che Crozza e Fo e Benigni sono dei venduti. Mentre no. Cercherò di non cadere nel tranello.

Questa logica, che un giornalista come Travaglio approverebbe in buona fede, è infatti la migliore forma di garanzia cui il potere oggi aspiri per conservarsi oltre i residui dell’occasionalità (quella che porta «Striscia la Notizia» a denunciare il direttore di banca che fa la cresta sulle matite ma mai il sistema del credito). La logica binaria di cui parlo colpisce cioè volta per volta i singoli uomini ma non la tecnica che li utilizza portandoli, magari loro malgrado e in un certo sciagurato senso a propria insaputa, a parlare una lingua che è l’esatto opposto di ciò che dichiara e troppo simile nell’alfabeto scenografico a ciò che intende aggredire. Il colpo di satira che “stende” Umberto Bossi libera il campo per le future incarnazioni della Lega.

Parlo di tecnica, ma alludo al furore epidemico. Senza l’una nell’altro non si spiegherebbero stagioni come il terrore giacobino. In questo consiste l’esperimento di psichiatria sociale in atto oggi nel nostro paese e dentro i nostri corpi. Il bisogno che proviamo (un bisogno spasmodico, capace di essere prima eccitato, poi preso all’amo da una logica sterminatoria) è quello di individuare chi è o sarebbe meno puro di noi (venduto, ladro, servo del potere) e farlo fuori, attesi naturalmente al varco – per ricevere il trattamento a ruoli rovesciati – da chi è o pensa di essere più puro di noi, sulla testa del quale si leva però una quarta mannaia proprio mentre lui la abbatte sulle nostre. Questo non vuol dire che (in senso figurato) ne resterà vivo uno solo, perché un certo tipo di furore epidemico si placa fisiologicamente quando ha mietuto un sufficiente numero di vittime. Ma è proprio nella consumazione cronologica di un tale rito che – di là dall’orizzonte, non visti, attivati a distanza dal furore epidemico – cominciano a montare restaurazioni, ansie autoritarie, oscuri deliri di totalità. È andando a caccia del proprio “impuro personale”, da abbattere o portare sulla gogna, che si perde di vista ciò che conta.

Il peccato, ben prima del peccatore.

vauro200309

Cercherò di conseguenza di non cadere nell’inganno e dirò per prima cosa che Maurizio Crozza possiede un robusto talento ed è animato dalle migliori intenzioni. Roberto Benigni possiede un grande talento ed è animato da buone intenzioni. Vauro possedeva un discreto talento, a volte riesce a riacciuffarlo per i capelli, è molto permaloso (simile a certi uomini di potere ha la querela facile verso chi, attaccato con vigore in una sua vignetta, rimanda l’accusa al mittente) e sembra animato dalle buone intenzioni di una tradizione che fatica a riportare viva sulla carta da disegno. Dario Fo possedeva grandi intuizioni e ora prova in modo forse ancor più faticoso (e nebuloso) a declinarle contro un re (e un vescovo, un sacrista, un sciur) i quali – negli ultimi trent’anni – hanno prestato una parte del loro immaginario proprio ai giullari che avrebbero dovuto smutandarli. Tutti animati da capacità non comuni e buone intenzioni, e tuttavia nessuno (Crozza, Fo, Benigni, Vauro e così via) davvero in grado di turbare il potere oltre la singola persona che occasionalmente lo incarna, e questo perché il loro linguaggio non lascia immaginare mondi altri da quello che il potere stesso fabbrica proprio sotto i nostri piedi per perpetuarsi.

Per spiegare meglio il concetto, mi limiterò alle ‘pillole’ di Crozza a «Ballarò», cioè il caso attualmente più popolare in Italia, ma credo che il ragionamento possa estendersi a molti altri comici.

1) Come accennato, i monologhi di Crozza alla presenza dei politici seguono la logica del pubblico confessionale. Il comico si rivolge per esempio a Renata Polverini – puntata del 25/09/12 –, inizia a prenderla in giro scusandosi di non parlare al suo cospetto vestito da maiale (l’allusione è agli scandali della Regione Lazio con relativi festini in maschera), la dimissionanda presidente della Regione scoppia a ridere ed è in questo modo (le forche caudine di una risata) che, sempre pubblicamente, recita i dieci Paternostro e cinque Ave Maria attraverso cui il peccato, se non del tutto rimesso, da elevato oggetto di giudizio è immesso nuovamente nella trama che rafforza il terreno condiviso. Il meccanismo vorrebbe essere quello del bambino che dice: “il re è nudo”, ma non è così. Primo: perché che il re fosse nudo (l’esempio dello scandalo della Regione Lazio) lo si sapeva molto bene sin da prima. Secondo: perché in un mondo in cui il re non si vergogna più di andarsene in giro nudo – né questo genera uno scandalo sociale così potente da detronizzarlo – additarne le pudenda possiede per un comico, retoricamente, il significato del buffetto scherzoso.

2) A sbertucciare il sovrano per tradizione è l’innocenza di un bambino spuntato per caso tra la folla. Oppure un giullare che, in quanto fuori casta, può permettersi di dire cose che ad altri non sarebbero concesse. Proviene, appunto, da un altro mondo. Vede cose che altri non vedono. Un comico come Maurizio Crozza può arrivare a prendere per una singola serata (ad esempio quella di Sanremo) un cachet di duecentocinquantamila euro. Economicamente, non di rado, è lui più solido dei politici che attacca. È più popolare, può parlare ininterrottamente per più tempo da palcoscenici più vasti di quelli concessi a un ministro. È tutt’altro, insomma, che un debole tra i forti. Questo non solleva necessariamente uno scandalo di tipo etico sull’immane sperequazione economica rispetto per esempio ai tecnici delle luci dello stesso spettacolo (ma forse invece sì, sul piano però di un discorso diverso da quello che sto facendo). Questo, crea piuttosto problemi di linguaggio.

3) Molti comici (televisivi e non) attaccano gli uomini politici muscolarmente. Usano, cioè, velato da ironia, il metro con cui gli stessi politici misurano l’efficacia delle proprie azioni: la forza e i suoi effetti. Un comico che accogliesse i potenti sventolando bandiera bianca anziché caricando a testa bassa (non a caso Beppe Grillo è la perfetta sintesi dei due mondi) già comincerebbe a discostarsi dalla loro griglia alfabetica. Ma non sarebbe ancora sufficiente.

4) E qui veniamo al cuore del problema. Maurizio Crozza, Dario Fo, un certo Benigni televisivo, Vauro, Beppe Grillo (non a caso quasi mai imitato da altri comici nella sua nuova veste di politico) piastrellano i loro monologhi, le loro battute, le loro vignette, la loro narrazione col materiale (spesso di risulta) del mondo che biasimano, come se fosse l’unico concepibile. Togli da quei racconti le olgettine, le tangenti, i finanziamenti pubblici, la violenza sbracata dei leghisti, gli artigli della Santanché, l’indolenza di Ingroia, l’inconcludenza di Bersani, taglia dal racconto dei comici la scenografia del potere che attaccano e non resterà niente. Quando Berlusconi accusa alcuni suoi oppositori presentandosi come il loro core business, mente (nella difesa del proprio indifendibile) dicendo tuttavia la verità verso i “nemici”.

Che cosa sto dicendo? Che questi comici sono diventati a propria insaputa dei nichilisti. Credono che l’alfabeto del potere (per quanto rivolto contra se ipsum) contenga i confini del possibile. Non è così.

Pensiamo allo spirito lunare di un certo Totò. Agli incubi comici di Kafka. Alla comicità ghignante di Céline. All’infernale Petrolini che ho citato. Ai mondi assolutamente vivi – risuonanti di risate – di Ciprì e Maresco. Ancora i clown soprannaturali di Shakespeare, ancora il Cavaliere dalla Trista Figura. L’horror suite carnevalesca di Carmelo Bene, il quale, quando diceva: “ci vorrebbe una catastrofe, un’epidemia: solo così, forse, potremo tornare a ridere” chiamava in causa il terribile genio comico di Artaud col suo “teatro della peste”. Anche i migliori momenti di uno spettacolo di Antonio Rezza. E poi Buñuel, Beckett, i fratelli Marx.

Marx-Brothers-A-Day-at-the-Races_01-e1328199278321

In tutti questi casi accade qualcosa di molto diverso rispetto a ciò di cui abbiamo parlato fino ad ora.

Roberto Calasso, nella Folie Baudelaire, rimette la questione sui giusti binari. Indagando il significato di un sogno che per l’autore dei Fiori del male fu quasi un’ossessione, svela qualcosa di decisivo (molto inquietante, molto bello) a proposito del riso. Nel sogno di Baudelaire una ragazza si aggira nei pressi del Palais-Royal. La fanciulla è la quintessenza dell’innocenza virginale. Il Palais-Royal (con i suoi caffè e i gabinetti scientifici e le belle donne in vendita) era al contrario nel XIX secolo una sorta di tempio del caos e della corruzione. Camminando sotto i portici del Palais, la fanciulla del sogno mette gli occhi sul tavolo di un vetraio, dove nota “una qualche immagine sporca, attraente e provocante”. Qualcosa di perturbante, che scuote profondamente la ragazza, le provoca malessere e, quasi contemporaneamente, la fa scoppiare a ridere. Cosa si è consumato, tra la paura e la risata? Un attimo conoscitivo.

l

“Il saggio ride se non tremando”, scrive Bossuet. E il comico non ha come propria vocazione la pernacchia al potente di turno presupponendo come sfondo una scenografia immutabile. Il comico, al contrario, spalanca mondi. (Non è un caso che le vignette satiriche abbiano ormai un vero effetto eversivo solo nei regimi totalitari: appunto perché in quei casi provengono semanticamente da un altro mondo rispetto a quelli per esempio dell’Iran o della Corea del Nord). La risata che ci scuote nel profondo arriva a lambire qualcosa del nostro segreto di specie. La Prima guerra mondiale raccontata da Céline, è (linguisticamente) un altro mondo rispetto al racconto ufficiale della guerra. Il mondo comicamente concentrazionario di Kafka esiterà sui libri di Storia solo diciotto anni dopo la pubblicazione della Metamorfosi, ma è tuttavia già presente (in una forma ancora disinnescabile?) oltre una stretta porta collocata in Europa centrale. Le risate di Bene, di Totò, di Artaud, di Cervantes, di Groucho Marx aprono porte verso mondi tutt’altro che inesistenti. Non è l’escapiscmo o l’esotismo anni Novanta (gli inesistenti mondi dell’intrattenimento d’autore). È al contrario (come direbbe Freud, o forse Heisenberg?) il dislivello, la discontinuità improvvisa, il passaggio oltre il quale scopriamo che il mondo – persino nel male – è ben più vasto di ciò che crediamo di vedere.

Una comicità (una narrazione) che mostri (non inventi) l’esistenza di altri mondi rispetto a quello immaginato dal potere (cioè il potere stesso), è la scure che spezza le catene. È un invito al trasloco, all’avventura lanciata verso qualcosa di ben diverso (non contrario e speculare) rispetto all’asfittica stanza del discorso quotidiano.

Ma fino a quando Maurizio Crozza attaccherà Ignazio La Russa rivoltandogli contro le sue stesse parole non usciremo mai dalla coazione a ripetere.

L'articolo Niente da ridere proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/niente-da-ridere/feed/ 16
Lettera aperta a candidati sindaci Ignazio Marino, Sandro Medici e Alfio Marchini https://minimaetmoralia.it/cultura/lettera-aperta-a-candidati-sindaci-ignazio-marino-sandro-medici-e-alfio-marchini/ https://minimaetmoralia.it/cultura/lettera-aperta-a-candidati-sindaci-ignazio-marino-sandro-medici-e-alfio-marchini/#comments Sun, 28 Apr 2013 20:33:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14144 di Christian Raimo Vivo a Roma da quando sono nato, non ho mai vissuto in un’altra città che non fosse Roma, anzi, a dirla tutta, non ho mai stazionato più di due o tre settimane di seguito in un altro posto che non fosse Roma, per cui – come dire – le elezioni del sindaco […]

L'articolo Lettera aperta a candidati sindaci Ignazio Marino, Sandro Medici e Alfio Marchini proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Christian Raimo

Vivo a Roma da quando sono nato, non ho mai vissuto in un’altra città che non fosse Roma, anzi, a dirla tutta, non ho mai stazionato più di due o tre settimane di seguito in un altro posto che non fosse Roma, per cui – come dire – le elezioni del sindaco mi riguardano. In tutti questi anni ho votato una volta sola con un senso di sfrontata convinzione: il mio primo voto, a diciott’anni da poco compiuti, per Renato Nicolini. Il resto delle volte: Rutelli (ballottaggio), Rutelli, Veltroni, Veltroni, Rutelli mi sono sempre turato un po’ il naso (per tapparmelo quasi del tutto e farmi mancare l’ossigeno per Rutelli 2008): questa cautela era dovuta all’impressione che la proposta dei sindaci di sinistra e centrosinistra andasse in una direzione di troppo timida trasformazione della città.

Roma dal 1993 è diventata una città indubbiamente più vivibile, ma sarebbe potuta diventare una città molto più vivibile, più giusta dal punto di vista sociale, meno ingovernabile; dall’altra parte avrebbe potuto essere – con i suoi quasi tre milioni di abitanti e i suoi 1300 km quadrati di estensione – ripensata completamente e trasformata in una metropoli. Non è accaduto, per motivazioni molteplici e complesse. Prima proverei a riassumerne alcune e poi ne vorrei sottolinearne una cruciale che voglio porre all’attenzione dei candidati sindaci – quelli presentabili.

Parto dalla mia ultima esperienza di campagna elettorale: per le elezioni a presidente della Regione, mi sono speso insieme a molte altre persone per Nicola Zingaretti. Da parte sua, dei partiti che lo appoggiavano, mi colpiva una prospettiva marcatamente diversa e ribadita fino a diventare uno slogan in più occasioni: «La cultura al primo posto nel programma». Molte volte, nel corso di questi anni, Zingaretti si è mostrato sensibile alle questioni dell’universo culturale romano e laziale – nei limiti delle possibilità di un assessore attento e preparato come Cecilia D’Elia che scontava la debolezza di un ente-cenerentola come la Provincia – fino a voler incontrare, per fare un esempio, i lavoratori di Cinecittà in sciopero o i lavoratori dell’editoria in crisi negli ultimi atti della campagna elettorale.
Per questo da quella che è stata praticamente l’unica vittoria del centrosinistra alle ultime elezioni mi sarei aspettato un coraggio molto diverso e sono rimasto interdetto – non sono stato il solo – dalla investitura di Lidia Ravera a assessore alla Cultura della Regione Lazio.

Una persona onesta, beninteso, che sarà affiancata da uno staff competente, beninteso, che magari sta imparando in fretta come funziona la macchina faticosa della politica, beninteso, ma che per molti versi a sua stessa detta è arrivata lì totalmente inadeguata a quel ruolo (nel 2008 candidata con la Lista Bonino si autodefiniva «una signora sabauda» che si scocciava a dare i volantini per fare campagna elettorale; una settimana fa rilasciava un’intervista a Paese Sera in cui formulava una serie di ottimi propositi ma faceva un serio scivolone con una dichiarazione di questo tipo: «Ho rinunciato alla mia libertà e alla mia vita da privilegiata per impegnarmi alla Regione Lazio, perché per 5 anni voglio provarci. Bisogna invertire questa tendenza vergognosa. Il mio è un grande sacrificio: il primo maggio di ogni anno parto per Stromboli e ci rimango fino alla fine di ottobre, da dove produco reddito seduta sul mio terrazzo. Se ho rinunciato a tutto questo deve valerne la pena»). Vorrei partire da quest’errore di scelta non certo per fare una battaglia ad personam ma per provare a ragionare su un errore di metodo (e per tentare anche un’autocritica).

Parto alla larga e pongo questa domanda: Quale è stata la grande mancanza nell’immaginare una Roma diversa negli ultimi anni? Un deficit mostruoso di esperienza della città. Quale è stata la seconda grande mancanza? La distanza polare tra gli intellettuali e i politici.

Cosa voglio dire con esperienza della città? Per anni ho preso alle 6.50 il trenino metropolitano che viene da Borgata Ottavia a Trastevere, per altri anni alle 7.05 ho preso quello che da Nuovo Salario va a Trastevere. Chi non è mai salito a quell’ora su quel treno non credo possa capire che cos’è Roma nel 2013. Un’eccezione costante. Una città divisa in due. Non a caso Beppe Grillo nel venerdì precedente l’ultimo comizio elettorale del febbraio scorso fece la mossa di prenderlo quel trenino dei pendolari che è l’ipostasi di una situazione perennemente emergenziale e sperequativa.

Cosa voglio dire con distanza polare tra intellettuali e politici? Da una parte gli scrittori, i registi, gli artisti se ne sono fregati di coltivare una conoscenza di tipo urbanistico, economico, amministrativo su Roma, si sono in modo estremamente colpevole deresponsabilizzati da un ruolo attivo, critico, personale dall’avere a che fare con quello che questa città diventava; dall’altra i politici hanno preferito affidarsi ai report degli staff e evitare di leggere un libro uno, di vedere un film uno che gli raccontasse una Roma diversa da quella che avevano in testa.
Il rimpianto per quello che poteva diventare Roma in questo senso è stato doppio: mentre gli abitanti di Roma hanno cominciato a spostarsi fino a Orte per i prezzi proibitivi delle case, creando di fatto una non-metropoli su un’area vasta praticamente quanto il Lazio, oggi Roma è di fatto una non-città divisa in due – un centro e una periferia che non si parlano perché praticamente non usano la stessa lingua.

Ci sono due interviste che metterei a confronto per spiegare quello che intendo. La prima è del 2009, la rilasciò l’allora sindaco Walter Veltroni all’indomani dell’uscita del suo romanzo, Noi. Non parlava ovviamente di politica, ma a latere diceva una cosa che mi aveva colpito quasi quanto la improvvida, ingenua dichiarazione di Lidia Ravera. Siccome Noi è ambientato a Roma Nord, Veltroni prendeva spunto per parlare anche di come era cambiata la sua città e diceva che il risultato di cui era più orgoglioso come sindaco era aver risistemato Villa Borghese cosicché anche lui, per esempio, ci poteva passeggiare in bicicletta con le sue figlie.

La seconda intervista è del 2010 ed è stata fatta da Francesco Raparelli a Walter Tocci per una free-press legata al centro sociale Esc. Tocci è stato vicesindaco di Roma fino al 2001 e a rileggere quest’intervista in cui parla di quella primavera dei sindaci targata ’92-’93 viene alla mente tutta una teoria di occasioni sprecate in questi anni dal Pds-Ds-Ps (Perché per rinnovare l’Italia può essere fondamentale amministrare bene le città). Sembrava allora che fosse possibile immaginare un’altra città, e del fatto che non sia avvenuto non per colpa di un destino avverso – a mia chiara memoria – l’unico politico di sinistra che più volte si è preso le responsabilità è colui che, pur governando, ha cercato di evitare che accadesse: proprio Walter Tocci. Mi ha colpito qualche giorno fa ritrovare il suo nome in due documenti diversi e fondamentali e che i candidati di sinistra dovrebbero leggere assolutamente e di cui vorrei parlare per il resto di questo pezzo prima di arrivare a delle conclusioni minime.

Il primo è una ricerca che ha redatto il Centro per la Riforma dello Stato. S’intitola Le forme della periferia (vedi pdf): Rintraccerete almeno un paio di elementi preziosi: a) la ricostruzione ormai possiamo dire storica dell’amministrazione capitolina di sinistra (1993-2008) intrecciata al calendario legislativo da una parte e alla trasformazione dei partiti dall’altra, utile per cercare di indagare le ragioni di uno scollamento tragico nella rappresentanza; b) il racconto degli interventi dal basso della comunità periferiche che si sono inventate altri modi di fare politica.

E veniamo al secondo documento, che è un libro. Bello, fondamentale, necessario, per una città che – nonostante venga ogni giorno iperraccontata dalla televisione, dalla cronaca, dalla sociologia d’accatto – è oggetto raramente di uno sguardo sintetico. L’ha scritto Francesco Erbani, l’ha pubblicato Laterza, e s’intitola Roma. Il tramonto della città pubblica (190 pagine, 12 euro). È un libro che chiunque vive a Roma è bene che legga, figuriamoci chi vuole fare il sindaco.

Leggi il resto sul sito de Linkiesta.

L'articolo Lettera aperta a candidati sindaci Ignazio Marino, Sandro Medici e Alfio Marchini proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cultura/lettera-aperta-a-candidati-sindaci-ignazio-marino-sandro-medici-e-alfio-marchini/feed/ 3
Ingiustamente bruno, ovvero: analizzare “L’isola e le rose”, l’ultimo romanzo di Walter Veltroni https://minimaetmoralia.it/interventi/ingiustamente-bruno-ovvero-analizzare-lisola-e-le-rose-lultimo-romanzo-di-walter-veltroni/ https://minimaetmoralia.it/interventi/ingiustamente-bruno-ovvero-analizzare-lisola-e-le-rose-lultimo-romanzo-di-walter-veltroni/#comments Wed, 05 Sep 2012 01:39:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9339 Qualche giorno fa è uscito l'ultimo romanzo di Walter Veltroni, L'isola e le rose. Ne hanno parlato già in molti prima che uscisse o appena il libro è stato disponibile. Il Tg1 delle 20, per esempio. Pierluigi Battista  sul Corriere, per esempio. Aldo Cazzullo su Sette, l'inserto del Corriere, per esempio. Luisella Costamagna e Edoardo Nesi alla Festa dell'Unità, per esempio. Sempre Edoardo Nesi su Repubblica, per esempio.

L'articolo Ingiustamente bruno, ovvero: analizzare “L’isola e le rose”, l’ultimo romanzo di Walter Veltroni proviene da Minima et Moralia.

]]>

Qualche giorno fa è uscito l’ultimo romanzo di Walter Veltroni, L’isola e le rose. Ne hanno parlato già in molti prima che uscisse o appena il libro è stato disponibile. Il Tg1 delle 20, per esempio. Pierluigi Battista  sul Corriere, per esempio. Aldo Cazzullo su Sette, l’inserto del Corriere, per esempio. Luisella Costamagna e Edoardo Nesi alla Festa dell’Unità, per esempio. Sempre Edoardo Nesi su Repubblica, per esempio. Aurelio Picca sul Messaggero, per esempio. Massimo D’Alema sull’Unità, per esempio… Molti si sono addentrati sui temi evocati dal libro, pochi su come è scritto. Nessuno ne ha parlato facendone un’analisi.

Mi è capitato di pensare di essere uno dei lettori più attenti della sua opera in Italia (dai romanzi agli pseudosaggi alle poesie), tanto da averne fatto un bilancio, di questo rapporto critico.
Questa continuità forse mi dà la possibilità di leggere a vari livelli il suo nuovo romanzo, L’isola e le rose, vicenda romanzata ispirata a quella vera e abbastanza straordinaria dell’Isola delle rose, raccontata molto bene da Graziano Graziani in un libro recente sulle micronazioni [Graziani ha il pregio di far notare tra l’altro l’ambiguità politica dei protagonisti della vicenda, tutt’altro che scanzonati vitelloni di sinistra, come appare dal romanzo veltroniano]

Cominciamo col dire subito che il libro di Veltroni è un’opera che se non avesse quel nome in copertina non sarebbe pubblicata da nessun editore di livello, forse nemmeno da un editore tout-court. È un libro farraginoso, quasi melmoso: la fatica di tenere la pagina se non usando pochi e vieti trucchi retorici è tale da farlo assomigliare a una lunghissima serie di tesine liceali accostate l’una all’altra. Va apprezzato il lavoro editoriale che evidentemente è stato fatto per farlo diventare un prodotto vagamente presentabile. Quello che tuttavia resta offerto al lettore è una quantità inusitata di pagine brutte, devastata da una serie di tic stilistici e sciatterie varie del Veltroni scrittore.

Chi è interessato alla trama, al suo valore simbolico, al “ritratto generazionale”, può farsene un’idea leggendosi la scheda del libro sul sito di Rizzoli, oppure una qualunque delle recensioni uscite che sono appunto particolarmente avare di giudizio critico. Proverei invece a partire dall’opposto e proverei a capire il romanzo di Veltroni focalizzandomi proprio sulla tecnica stilistica.

Proviamo a fare degli esempi, partendo da pagina 11, la prima del romanzo.
Proprio qui troviamo, a riga sei dell’incipit, una tipica espressione veltroniana. Il mare viene definito “ingiustamente bruno” e – a parte la cacofonia dell’immagine – non si capisce cosa voglia dire. Sembra proprio l’immagine irrisolta, puerile di chi non ha uno stile adulto, di chi non padroneggia una lingua letteraria.

Ci sono poi le ripetizioni. Già a pagina 12 abbiamo “una coppia esplosa, forse per noia o per delusione”, seguito dopo poco da “Poi, una sequenza di delusioni e Lucia e rifluita in una scuola per ragioneri”, e sei righe dopo da “ragazze carine […] forse destinate a un rosario di aspettative deluse”. Alla pagina successiva “il meraviglioso protocollo” fa il paio con “quella meraviglia calda” distanziate da una manciata di righe. Lo sguardo di Giorgio è “rassicurante” a pag. 23, a pagina 26 “Francesca i suoi occhi li parcheggia nel luogo più comodo e rassicurante che in quel momento abbia a disposizione: l’infinito”, una riga e mezza dopo: “Giorgio arresta la barca, dopo aver dato allo striminzito equipaggio un messaggio imperativo e rassicurante” e a pag. 32: “mostri spaventosi e fiabe rassicuranti”, poi a pagina 83 torna un altro sorriso “rassicurante”, e di sguardi “sicuri” anche ce ne sono un po’. I “tipi” sono tutti inevitabilmente “strani”, spesso lo sono anche le “serate”. Pag. 61: “Alfonso sparò tutte le cartucce, poi tentò l’ultima carta”; pag. 66, sempre senso metaforico: “Giulio si fermò qui, aveva sparato tutte le munizioni”.

C’è l’abitudine a usare in modo ridondante le virgole, quello che definirei virgolismo. Pag. 12: “Giovanni che si spogliava, in bagno”. Pag. 22: Giorgio annuncia via sms che il lunedì mattina, presto, sarebbe partita una missione…”. Pag. 34: “Giovanni capì, quella sera, di essere diventato grande”, poche righe sotto: “… Fa la doccia e quando esce gli sembra che, a contatto con l’aria, la borsa abbia ripreso improvvisamente colore”, poche righe ancora sotto: “… viene riflesso da quel metallo che, per un tempo incalcolabile, ha vissuto solo con il buo della profondità”. Pag. 36: “È la prima cosa che il ragazzo estrae, con delicatezza, e posa sul letto”. Pag. 40: “Giovanni sa che, entrando lì, non avrebbe saputo da dove cominciare”. Pag. 41: “… un broncio che fa pentire Giovanni della confidenza che si è, troppo rapidamente, preso”. Pag. 85: “Per questo, istintivamente, mentre il ragazzo usciva dalla porta…”. Pag. 100: “… sottostare alla noiosa rigidità di un protocollo che, peraltro, prevedeva…”. Pag. 113: “C’era ansia, in quegli occhi”. Sempre pag. 113: “… fermando i capelli dietro l’orecchio destro, un gesto che, sempre, lo mandava in cielo”.

C’è il vezzo di usare tre sinonimi uno di seguito all’altro, spesso tutti e tre vaghi. Il triplisinonimismo. Pag. 14: “Era un rito, una sfida, una prova”. Pag. 20: “Vuole che l’acqua l’avvolga, la carezzi, la culli”. Pag. 23: “… di chi sa riconoscere nell’uniformità del mare una rotta, un punto d’arrivo, un destino”. Pag. 31: “… i suoi genitori si odiavano, si rifiutavano, si respingevano”. Pagina 31, due righe sotto: “… ha sviluppato una dimensione creativa, fantastica, sognante”. Pag. 55: “Una storia lunga, magica, dolorosa”. La migliore, forse, a pagina 76: “Lorenzo deglutì mentre bussava alla porta dell’ufficio del padre. Era agitato, emozionato, arrabbiato”. Pag. 83: “… gli conferivano un’aria di sicurezza, competenza e autorevolezza”. Pag. 84: “Ho una domanda secondaria, un aspetto marginale, irrilevante”. Pag. 86: “Il progetto che ormai lo aveva invaso, occupato, posseduto”. Pag. 91: “Come se tutto fosse insopportabilmente disordinato, rumoroso, concitato”. Pag. 92. “… Elisa. Che è il mio sguardo sul mondo, la mia televisione, il mio periscopio”. Pag. 104: “Aveva un tono strano, ansioso, affannato”. Pag. 111: “Gli dava fastidio quell’allegria infondata, esagerata, falsa”.

C’è un uso di registri, tipico di Veltroni (vedete il monologo Quando l’acrobata cade, entrano i clown) che fanno a botte l’uno con l’altro, spesso uno semiburocratico l’altro iperlirico. Il tecnoletterarismo. Pag. 15: “Lasciano sulla spiaggia una scia di attesa e leggerezza, di fascino e di mistero. […] Sanno tutto del mare e delle tecniche di immersione e di esplorazione dei fondali marini. Ma devono applicare la loro competenza all’Adriatico.”

C’è un uso pervasivo di citazioni da film usati in modo feticistico: invece di descrivere uno stato d’animo o la reazione causata da uno stato d’animo. Prendete un esempio qualunque, tipo pag. 16: “Si sente come Jean-Louis Trintignant nel Sorpasso“, oppure a pag.17: “Quel ciuffo di capelli che ricorda Mark Frechette, l’affascinante protagonista di Zabriskie Point“. Pag. 31: “Fellini è in ogni angolo di quella città sorridente e misteriosa. Giovanni ha visto tutti i suoi film, più volte. Fin da bambino il padre, un fan scatenato del maestro, gli ha fatto penetrare i confini di quel regno magico”. [Ci sono vari occorrenze in cui per non ripetere “Fellini” Veltroni usa la parola “maestro” – a parte la bruttezza dell’uso di appellativi elogiativi in un romanzo, in questo caso non si capisce chi è lo consideri tale: Giovanni? il narratore?]. Pag. 35: “Nella libreria seleziona la musica jazz di Fabrizio Bosso e fa scorrere la barretta azzurra fino al brano che lo commuove. È una rivisitazione, con lo struggimento che il suono dolente di una tromba puà provocare, della colonna sonora di Amarcord“.

C’è una roba che chiamerei licealismi: passi simili a quelli dei diari più banali di un ragazzo al liceo. Pag. 19: “L’acqua. È il suo elemento naturale. Il luogo dell’universo dove si sente più a suo agio. Libera, felice. Senza nessuno che la giudichi, senza rumori che non ha scelto né cercato, senza l’ossessione del tempo e dello spazio. Il mondo senza confini, fisici e temporali. E poi la sorpresa, l’ignoto, la percezione del proprio respiro come promemoria [tecnoletterarismo] del valore di ogni istante della vita”.

Le metafore spiegate. Già dalla prima pagina, le similitudini e le metafore sono ridondanti. Spesso Veltroni non si tiene e pare debba per forza spiegarle. C’è pieno in tutto il libro. Prendiamo per fare un solo esempio sempre pagina 19: di seguito al pezzo precedente: “Insomma: il ventre materno, l’origine del mondo, la libertà”.

Citazioni da tesina, con giudizio lodativo annesso. Esempi anche qui a profusione. Prendiamo sempre anche pag. 19: “Quel tempo remoto che descritto meravigliosamente Frank Schätzing in Il mondo d’acqua, un libro di cui Francesca potrebbe citare a memoria lunghi brani”. [Segue citazione di mezza pagina]. Pag. 75: “Ma sopra di tutto adorava una frase di Robert Musil tanto da volerla scrivere su quel maestoso cartello che campeggiava su una parete del suo studio”. [Segue citazione di dieci righe]. A pag. 99 è la volta di Rimini – incapace di descriverla in altro modo che “Rimini sogna, e racconta. Storie e leggende favolose, un mondo di memorie in cui vero e immaginario si incrociano per non lasciarsi mai”, Veltroni usa anche qui una citazione di Fellini di dieci righe a seguire.

Banalismi tout-court, kitscherie. Qui è difficile scegliere, ma per capirci. Pag. 22: “Settembre a Rimini è bellissimo. Meno gente sulla spiaggia e nei viali, e nell’aria quella sensazione un po’ malinconica [ma va?] e un po’ febbrile della stagione che sta per finire. Pag. 78: “Perché il Grand Hotel è un tempo sospeso, è una nuvola di bellezza che ha resistito a tutto ed è arrivata fin qui”. Pag. 98: “Rimini è una città slow, carica di memoria e di struggimento”.

Spiegoni a gò-gò. I personaggi, i loro pensieri come i loro rapporti, non sono mai descritti, ma sempre enunciati. A pag. 24 per esempio il conflitto generazionale tra Giovanni e Francesca e descritto a botte di Voi siete questo e Noi siamo questo. Tutto quello che accade interiormente viene definito attraverso una serie molto ristretta di aggettivi standard accoppiati spesso ad avverbi, come in una sorta di didattica dei gesti che abbiamo appena visto. Per dire, a pag. 26: “Giovanni resta interdetto, l’addolcimento finale non ha cancellato la sgradevolezza delle parole di Francesca e la loro inaspettata brutalità”. Pag. 41: “Daniela fa finta di offendersi e mette su un broncio che fa pentire Giovanni della confidenza che si è, troppo rapidamente, preso. Ma lei lo stupisce dicendogli, con una sicurezza insospettabile in quell’aspetto deliziosamete minuto…”

I wikipedismi. Ogni tanto il romanzo fa una digressione in cui viene raccontata una vicenda storica curiosa. Il linguaggio che viene usato, sia nel narrato che nel dialogo, sa sempre di copia e incolla wikipediano. A pag. 32 per esempio c’è la storia di San Giovanni Marignano. A pag. 44 c’è la voce esperanto. A pagina 65 quella Edgar Allan Poe. A pag. 79 è la volta della storia bignamizzata del Grand Hotel.

Difetti della costruzione narrativa. Un esempio: il giovane sub Giovanni trova un contenitore misterioso in una delle sue immersioni nel mare di fronte Rimini, lo porta in superficie, e ci legge una scritta: Insulo de la rozoj. Voi che fareste? Giovanni capisce che è esperanto e utilizza Google Maps per andare a cercare il circolo di esperanto a Rimini dove farsi tradurre quest’espressione dagli addetti del posto. In rete c’è pieno di traduttori automatici di esperanto.

Mancanza di gestione della focalizzazione narrativa. Qui Veltroni sembra proprio non porsi questa fondamentale questione di narratologia, costruendo il romanzo. È difficile citare tutti i pezzi in cui questo deficit è palese. A pagina 42 per esempio a Giovanni viene chiesto se gli va di andarsi a mangiare un panino. “Messa così, è impossibile dire di no. Anche se la ragazza davanti a lui fosse stata la figlia di Fantozzi e anche se in quel momento avessero trasmesso in tv la finale dei campionati del mondo”. Pare che siamo nella testa di Giovanni, giusto? Il narratore mica farebbe esempi così adolescenziali? Senza soluzione di continuità, qualche riga dopo troviamo: “Ogni tanto fuori passa qualcuno in bicicletta, una ragazza ha una gonna che le si alza con il vento e ride imbarazzata, sembra un disegno di Rockwell”. Un disegno di Rockwell: quindi non stiamo più nella capoccia di Giovanni il ragazzo?

______________________

Purtroppo, a causa della quantità impressionante di questo tipo di difetti stilistici, non ho limitato questo lavoro di selezione solo sulle prime 100 pagine a mo’ di esempio-campione. La fatica che qualunque persona abituata a leggere letteratura fa con questo libro è la stessa di un professore delle medie che debba passare il weekend a correggere i temi di una classe di buon cuore, ma un po’ svogliata. Il ragazzo Veltroni, come dire, non si applica.

La sciatteria palmare di questo libro fa arrabbiare essendo l’autore un politico che per esempio è stato anche ministro della cultura. Lo sprezzo che Veltroni ha per la letteratura, nonostante l’uso feticistico che ne fa, è nei fatti tale che questo romanzo come tutto il resto della sua produzione letteraria sembra avere – all’esatto opposto delle sue intenzioni – una funzione diseducativa. Il lettore viene incoraggiato a pensare che questo libro sia letteratura, essendo stato pubblicato in pompa magna da un’importante casa editrice, e invece – spiace deluderlo – non lo è proprio. Sarebbe, come dire, se un ex-ministro dell’Istruzione aprisse una casa editrice che pubblica bignami.

Certo la colpa di questa incapacità artistica non è tutta consapevole. Veltroni stesso si mina la possibilità di costruire un romanzo decente. Per vari motivi.
Il primo, si è capito, è che ai veri strumenti della letteratura non crede. Utilizza tutto l’impianto metaforico, praticamente sempre, in modo ornamentale. L’idea di evocare e di non spiegare è totalmente aliena dallo stile veltroniano. Se qualcosa viene raccontato in modo ellittico, state pure sicuro che poche pagine dopo troverete un riassuntino che vi aiuta se vi eravate distratti (è quello che accade per esempio a pagina 90, dopo che i quattro protagonisti hanno avuto l’idea di creare questa piccola isola utopica).
Il secondo motivo è che la produzione veltroniana è una rievocazione nostalgica senza possibilità di trasformazione artistica. Quello che, diciamo a partire dalla Poetica di Aristotele, si chiede alla scrittura. Se, come avevamo evidenziato altre volte, Veltroni è particolarmente ossessionato dalle narrazioni necrofile (jazzisti morti per overdose, i morti dell’Heysel, i desaparecidos, Alfredino, le vittime del terrorismo, etc…), anche qui in controluce il dispositivo narrativo è lo stesso: raccontare qualcosa che poteva essere il paradiso e che invece non c’è più. La sequenza fotografica della deflagrazione dell’Isola delle Rose è sicuramente, volente o nolente Veltroni, la parte più suggestiva del libro (l’unica che non ha scritto, anche, evidentemente). Ma da quel sogno del passato lì – nonostante i proclami finali alle nuove generazioni, di tenere viva la luce del sogno – non si scappa. Psicanaliticamente è come se Veltroni tornasse ossessivamente alla morte del padre che non ha conosciuto: questo decrittavamo nell’analisi di altri suoi libri, riconoscendolo vittima di una sorta di complesso di Telemaco. Hai un padre meraviglioso che non hai mai conosciuto, come ti ci puoi confrontare dialetticamente come un qualunque Edipo? Questa impossibilità di conflitto generazionale dava adito in altri testi di Veltroni e anche in questo a un conformismo morale che in politica si è chiamato buonismo e che qui è evidente come manifestazione dell’impossibilità della mancanza di conflitto. Soprattutto ai figli non è concesso di uccidere i padri, metaforicamente parlando. Con la generazione precedente alla sua, Veltroni e i suoi personaggi coetanei sembrano avere un rapporto di sudditanza morale. Ma più di ogni altro indizio c’è un’immagine rivelativa. È a pagina 292.
La piattaforma dell’isola è esplosa, minata alla base dai militari, e “ora i ragazzi erano liberi di singhiozzare o di manifestare la loro rabbia. Quella barchetta sembrava una scialuppa dell’Andrea Doria, tanto forti erano le emozioni che lo riempivano”. Se riprendiamo il precedente libro di Veltroni, L’inizio del buio, ci troviamo a pag. 101 una confessione disarmante. Per Veltroni, quella nave affondata nel 1956 rappresenta il padre mai conosciuto, Vittorio, amatissimo giornalista Rai, morto proprio a pochi giorni di distanza dal naufragio dell’Andrea Doria. È fin troppo chiaro allora che questa scialuppa è Walter. Salvo, ma solo, e alla deriva. Con l’idea inscalfibile che ci si stata un’età dell’oro, in cui le Isole delle Rose resistevano, e l’Andrea Doria solcava i mari. Da lì in poi è andato tutto un po’ peggio. Ci dispiace quasi alla fine per questa ossessione nostalgica veltroniana. Come molte altre cose che ha scritto, come buona parte delle sue idee politiche, la sua prospettiva appare tutta imprigionata in una dimensione di sogno e di memoria: un mondo lontano che non si ripeterà più e che possiamo solamente rimpiangere o custodire. Il passaggio di testimone che mette in scena in varie parti del romanzo è poco credibile proprio perché la parola più brutta per Veltroni è oblio, anche quando si tratta di oblio attivo. Proprio perché la memoria dovrebbe essere potente come nient’altro al mondo. Per ricordarci in un loop infinito le canzoni di allora, Bob Dylan e Rokes.

Ed è per questo che mio caro Walter, eterno ragazzo, non posso che augurarti di lasciare lei malie dei sogni adolescenziali alle spalle e di diventare finalmente un adulto.

L'articolo Ingiustamente bruno, ovvero: analizzare “L’isola e le rose”, l’ultimo romanzo di Walter Veltroni proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/ingiustamente-bruno-ovvero-analizzare-lisola-e-le-rose-lultimo-romanzo-di-walter-veltroni/feed/ 84
La Domenica delle Palme https://minimaetmoralia.it/interventi/la-domenica-delle-palme/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-domenica-delle-palme/#comments Sun, 01 Apr 2012 12:15:58 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7268 Un'ombra orrenda attraversa l'Italia in questa Domenica delle Palme. Non è la vergognosa uscita di Calearo né la patetica difesa di Veltroni, ma la forza contro la quale molti italiani si trovano costretti da qualche ora a dover lottare (poi l'ombra svanirà) per non odiare questi uomini ma solo ciò che essi nell'occasione rappresentano, per maledire il peccato e limitarsi a biasimare il peccatore, per evitare di degradarsi augurando loro una disgrazia, ma soprattutto per non sognare la violenza.

L'articolo La Domenica delle Palme proviene da Minima et Moralia.

]]>

Un’ombra orrenda attraversa l’Italia in questa Domenica delle Palme. Non è la vergognosa uscita di Calearo né la patetica difesa di Veltroni, ma la forza contro la quale molti italiani si trovano costretti da qualche ora a dover lottare (poi l’ombra svanirà) per non odiare questi uomini ma solo ciò che essi nell’occasione rappresentano, per maledire il peccato e limitarsi a biasimare il peccatore, per evitare di degradarsi augurando loro una disgrazia, ma soprattutto per non sognare la violenza.

La Rete è spaventosa perché assottiglia le pareti tra Es e Super-Io. E tuttavia, proprio in domeniche come questa, la Rete è anche spaventosamente rivelatoria per come, accarezzandone il dorso come faremmo con una creatura ben nascosta in un bosco immaginato dai fratelli Grimm, è possibile sentire la potenza onirica di un’intera collettività. E un sogno collettivo – impossibile negarlo che sia il sogno collettivo di una parte del paese – circonda in queste ore Calearo e Veltroni. Una sorta di maligno hashtag dello spirito. Come difenderci dal male che noi stessi rischiamo di sognare di procurare loro? E come portare il sogno di violenza verso una superficie di realtà che lo disarmi del tutto e, al tempo stesso, faccia a pezzi il meccanismo che lo innesca nelle nostre profondità?

Non sono un violento. Non mi piace la violenza. Il che significa che lotto contro la bestia assetata di sangue che riposa normalmente dentro di me. In questa lotta posso prevalere e posso fallire. Preferisco non fallire. Se non ci fosse una belva dentro di noi, essere non violenti sarebbe scontato. Non si porrebbe il problema. Nessuno avrebbe mai premuto il dito su un grilletto se la parte prevalente della nostra natura ci impedisse di farlo. Nessuno avrebbe mai alzato una mano contro un proprio simile. E tuttavia la bellezza dell’uomo (o forse: ciò che nell’uomo ci interessa, per alcuni ciò che avvicina l’uomo all’abbaglio sconvolgente del sacro) sta proprio nella possibilità di emanciparsi, di sollevarsi – divinamente, facilmente, difficilmente, a costo di sforzi mostruosi –  da questo stato di natura. Allontanarsi dal sogno ancestrale dello sbranamento reciproco: questa la nostra marcia verso la civiltà. Ma più siamo deboli, più il Caino che è in noi rischia di prendere il sopravvento. Ma più ci ubriachiamo di forza, più lo stesso rischio si concentra e si ripete sul corno opposto del discorso.

Qualunque cittadino la cui vita è stata minata dalla recente crisi economica (qualunque uomo indebolito fino alla prostrazione da ciò che lo circonda) deve fare, temo, uno sforzo di autopacificazione per non sognare di raccogliere un bastone davanti a un parlamentare che dichiara pubblicamente di non fare il proprio mestiere utilizzando i soldi spesi in tasse da quello stesso cittadino per pagarsi un mutuo di dodicimila euro al mese.

Allo stesso tempo, leggere le dichiarazioni di Veltroni è spaventoso. “Calearo è una persona orrenda” (dunque il peccatore prevale sul peccato, anzi scompare il peccato e c’è solo il peccatore, e il peccatore è orrendo, il che, pur rischiando io un secondo sì e cento no di farmi contagiare in questa domenica dal sogno di violenza, mi sembra una dichiarazione priva di umanità e anche un po’ vigliacca perché proprio nel fare del peccato il peccatore si elegge un candidato alla lapidazione, mentre il candidato andrebbe semplicemente espulso dal consesso politico e ridimensionato in quello civile, non lapidato, in questo modo si dà paradossalmente legittimazione al sogno di violenza).

“Quando il Pd, all’unanimità, lo candidò sembrava diverso. La politica fa perdere la testa a molta gente” (e questa io so che è una menzogna, nello stesso modo con cui il mio stomaco sa di avere fame se non viene nutrito e il mio cuore accelera per uno spavento, lo so, lo sento, è una menzogna perché l’essere umano è sensibile alla riprovazione del consesso che lo circonda, e Calearo, che questa sensibilità ce l’ha, se fosse vissuto in un ambiente pronto a biasimare in modo durissimo un’uscita come quella che ha fatto, non l’avrebbe mai fatta; il Pd, a propria volta, pur potendo sbagliare sull’uomo non poteva dunque sbagliare sul clima che lo circondava, sul mondo di Calearo, sbagliare su un mondo è impossibile, dunque, sotto quel punto di vista, non poteva sbagliare sull’uomo; addirittura mi trovo a sperare che quella di Veltroni sia una menzogna, una menzogna digitata su twitter più per spavento che per calcolo, al limite per lo spavento innescato dal calcolo immediato, perché un uomo che mente non mi rassicura ma mi rassicura più di un uomo completamente cieco).

Sognare la violenza è orrendo. Tradurla in atto è peggio ancora. Ma continuare a vivere su un piano inclinato capace di farci scivolare sempre più a fondo verso i nostri sogni di violenza – sempre più deboli per resistere alla tentazione del sogno, sempre più schiacciati verso il basso per non rischiare di tradurlo in atto – è ancora più pericoloso. Si rischia un non risveglio. O, bucato il fondo del recipiente, si rischia qualcosa il cui nome non voglio pronunciare.

 

L'articolo La Domenica delle Palme proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/la-domenica-delle-palme/feed/ 4
Il dolore non è un ciao https://minimaetmoralia.it/editoria/il-dolore-non-e-un-ciao/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-dolore-non-e-un-ciao/#comments Mon, 20 Feb 2012 07:36:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6618 [Piccola premessa: ho scritto molte volte sulla produzione letteraria di Walter Veltroni, cercando di tenere ben distinto un giudizio sull'uomo politico. Penso che quest'esercizio di onestà intellettuale sia stato per molti versi una mia forma di colpevole tenerezza. Perché, per fortuna, da qualche mese, da più parti vedo emergere una presa di distanza molto critica e molto condivisa per quell'esperienza politica lì. In modi molto spesso elaborati, ma anche in modo molto spesso semplicemente schietti, il giudizio su Veltroni e il veltronismo comincia a essere storico e implacabile. Anche il mio. Ma provate per esempio a vedere i commenti sul sito della Rai dopo la sua intervista a Che tempo che fa? Nonostante questo, Walter Veltroni appunto continua a avere un credito giornalistico incommensurato al suo credito politico. Ieri ha detto quello che ha detto sull'Articolo 18. Posto oggi questo pezzo che avevo scritto per Alfabeta2, che raccoglie anche considerazioni che ho fatto altrove e la cui pubblicazione su minimaetmoralia avrei rimandato a altre occasioni. Ma ieri Veltroni stesso mi ha fornito un pretesto che non avrei voluto.]

L'articolo Il dolore non è un ciao proviene da Minima et Moralia.

]]>

[Piccola premessa: ho scritto molte volte sulla produzione letteraria di Walter Veltroni, cercando di tenere ben distinto un giudizio sull’uomo politico. Penso che quest’esercizio di onestà intellettuale sia stato per molti versi una mia forma di colpevole tenerezza. Perché, per fortuna, da qualche mese, da più parti vedo emergere una presa di distanza molto critica e molto condivisa per quell’esperienza politica lì. In modi molto spesso elaborati, ma anche in modo molto spesso semplicemente schietti, il giudizio su Veltroni e il veltronismo comincia a essere storico e implacabile. Anche il mio. Ma provate per esempio a vedere i commenti sul sito della Rai dopo la sua intervista a Che tempo che fa? Nonostante questo, Walter Veltroni appunto continua a avere un credito giornalistico incommensurato al suo credito politico. Ieri ha detto quello che ha detto sull’Articolo 18. Posto oggi questo pezzo che avevo scritto per Alfabeta2, che raccoglie anche considerazioni che ho fatto altrove e la cui pubblicazione su minimaetmoralia avrei rimandato a altre occasioni. Ma ieri Veltroni stesso mi ha fornito un pretesto che non avrei voluto.]

Perché un uomo politico importante si mette a fare lo scrittore mediocre?
Ho cominciato a interessarmi al Walter Veltroni letterato un giorno che ero in redazione a minimum fax, e qualcuno buttò lì la proposta di chiedere a lui – allora sindaco di Roma – una prefazione per un libro che stavamo mandando in stampa: una raccolta di discorsi dei Nobel per la pace. Io scalpitai. Ma mi resi subito conto che c’era qualcosa di più sotto quest’irritazione a pelle. E che da un certo punto di vista mi sarebbe legittimare quest’idiosincrasia nei confronti del Veltroni uomo di cultura, altrimenti sarei sembrato un qualunquista della peggior specie, uno snob.
La cosa non fu così difficile. Un paio di giorni dopo mandai alle varie persone che lavoravano in casa editrice una mail che aveva come oggetto Piccolo quiz editoriale.
Nella mail c’era un elenco di quasi settanta titoli di libri. Da E li chiamano disabili di Candido Cannavò a Oltre il giardino di Jerzy Kosinski a Mo’ je faccio er cucchiaio di Francesco Totti a Donne dell’altro mondo. Dodici donne celebri si raccontano al soprannaturale di Stefano Mastrosimone… Nella mail chiedevo: cos’hanno in comune tutti questi libri? La risposta era abbastanza impressionante. Legati apparentemente da nulla (gialli, raccolte di aforismi, biografie, libri di storia locale, qualunque branca dello scibile umano), aveva però uno stigma condiviso. Portavano in dote tutti la prefazione di Walter Veltroni. E l’elenco non era nemmeno completo.
Il libro dei Nobel che si intitola Costruire la pace alla fine riuscì a non avere nessuna prefazione: i nomi di Mandela e Luther King si presentavano giustamente da sé. Mentre il mio giochino fu ripreso da vari siti, dal Riformista e dal Corriere, e da Enrico Mentana a Matrix che pose proprio a Veltroni in studio una domandina velenosa sulla sua prolificità prefativa.
Da allora il suo nome dopo “prefazione di” è quasi scomparso dalle copertine, per accedere direttamente al posto d’onore: i caratteri cubitali da autore di grido.
Questa sfida a distanza poteva anche finire qui. Mi sembrava talmente squalificante il profilo culturale di onniprefatore che interessarmi ancora a quello che aveva scritto Veltroni mi sembrava un giochino da nerd. Ma, come spesso continuò a accadermi, leggendo le sue cose, mi era sembrato di vedere altri livelli di analisi possibile oltre la denuncia della sciatteria un po’ nepotistica di chi deve mettere il suo nome ovunque. Mi pareva insomma che ci fosse dell’altro, oltre il desiderio di potere e di presenzialismo. Mi sembrava interessante leggere politicamente la sua produzione letteraria.
Avevo ragione. Credo di essere ad oggi uno dei più attenti se non il più attento lettore di Veltroni in Italia. Ho letto per intero i suoi romanzi La scoperta dell’alba e Noi, il suo monologo poetico Quando l’acrobata cade, entrano i clown, il suo saggio programmatico del Pd Una nuova stagione, la sua inchiesta-memoir L’inizio del buio, i suoi racconti Senza Patricio, la sua piccola biografia su Luca Flores Il disco del mondo, e ho sfogliato anche il resto, le biografie di Bob Kennedy e Berlinguer, il suo libro di storia della televisione, oltre essermi sorbito per anni le sue recensioni ai film sul Venerdì di Repubblica, e altre decine di interventi sui giornali (interviste, editoriali, e soprattutto molte lettere – il suo genere preferito).
All’inizio di questa immersione ero semplicemente infastidito che un politico (che tra parentesi era il mio sindaco e che potevo considerare anche lodevole per alcune scelte politiche) potesse licenziare dei libri così malconci. Nella recensione che feci alla Scoperta dell’alba partivo tratteggiando una sorta di declino dei tempi: una volta erano gli scrittori come Sciascia o Calvino a impegnarsi politicamente, oggi sono i politici di professioni che aspirano a uno scranno letterario. Ero un po’ indignato: il fatto che chiunque oggi, sia un comico, un cantante, un ballerino, oggi possa ritenersi degno di una patente di scrittore solo in virtù della sua popolarità mi sembrava il sintomo di quella “strana sfera gassosa che è il contesto culturale e politico oggi in Italia (un paese dove, per dire, la direzione dei programmi culturali della tv nazionale è affidata a Gigi Marzullo e quella dei servizi parlamentari a Anna La Rosa), dove il pensiero che la letteratura abbia una sua autorevolezza autonoma, una sua specificità, e delle sue regole da imparare e sperimentare prima contro se stessi e poi rispetto a un editore e un pubblico di lettori magari indulgenti, non sfiora per niente nemmeno Veltroni”, così scrivevo.
Mi rodeva, e molto, perché qualcuno incapace pretendeva di fare lo stesso mio lavoro. E allora – come un falegname che mostra a un bricoleur della domenica gli errori più rozzi che ha combinato (guarda quanta colla che esce qui! quest’asse così non regge! occorre prima scartavetrare e poi lucidare!), anch’io segnavo una a una le pecche strutturali della Scoperta dell’alba: 1) La mancanza di differenziazione dei personaggi, che parlavano tutti con una lingua media bassamente lirica; 2) la ridondanza e l’enfasi del discorso; 3) l’incapacità di dar corpo ai personaggi e di gestirli nel tempo. Se avessi dovuto riassumere in un’evidenza il deficit principale della sua scrittura (ero buono) “mi sembrava l’applicazione di una retorica specificamente politica all’ambito letterario, ossia l’ignoranza assoluta di quel monito che si ripete alla nausea nei corsi di scrittura, Show! Don’t tell! Ogni sentimento in un romanzo dovrebbe essere declinato in azione, dialogo, descrizione, in una costruzione che renda questi sentimenti piuttosto che enunciarli; mentre la retorica politica richiede proprio l’opposto: la chiarezza, l’immediata corrispondenza tra parola e riferimento, la psicagogia ottenuta attraverso anche la ridondanza. Un piano dove il simbolo dev’essere sempre trasparente, e il più possibile univoco”. 4) La reverenzialità nei confronti della letteratura, trattata come un feticcio. Le citazione, gli omaggi, i “come dice quel grandioso scrittore” si sprecano nei libri di Veltroni.
Al tempo stesso nella Scoperta dell’alba c’era anche un altro elemento però che mi pareva da evidenziare per una lettura politica di questo scadente oggetto letterario. Il protagonista scopre che il padre ha abbandonato la famiglia perché era entrato in clandestinità. Questa rimozione dei conflitti degli anni ’70 è un filo rosso che attraversa tutta la visione veltroniana, culturale, letteraria e politica. Rimozione che per me poteva essere sintetizzata nell’idea di intitolare una via a Roma a Paolo Di Nella, giovane militante di destra ucciso a sprangate nel 1981, e a cui Veltroni definito nella targa a suo nome, una “Vittima della violenza”. Così, senz’altro aggettivo a connotarlo. Come se a Roma, o in Italia, fosse passato uno tsunami incomprensibile.
Questa stessa incapacità di comprendere la nostra storia e questa stessa rimozione dei conflitti (il che vuol dire anche disconoscimento delle differenze e delle soggettività) è la cifra più accesa anche degli altri suoi testi. Dal micro manifesto politico del PD, La nuova stagione, di cui se si fa un’analisi linguistica ci si rende conto di avere a che fare con un monstrum. Le parole in questo suo libretto non si capisce proprio cosa significhino. Sembra un esercizio di neolingua orwelliana: ve lo ricordare il “partito a vocazione maggioritaria”. Tutta la retorica della Nuova stagione, una congerie di quelli che in sociolinguistica si chiamano “plastismi” se la prendeva con i “vecchi linguaggi” del Novecento, con “le identità”. Uno poteva anche comprendere il tentativo di aggregare invece che disperdere, ma sarebbe stato bello già allora ricordare allo staff veltroniano che il linguaggio non funziona così, una lingua – Saussure docet – identifica per opposizione. Un significato o è oppositivo o non è.
Questa pervicace mancanza di capacità di riconoscere le differenze arriva a dei vertici di irresponsabilità nel momento in cui Veltroni comincia la sua parabola politica discendente. Ossia quando, dopo le regionali in Sardegna, si dimette da segretario del PD. Dopo aver minato il fragile equilibrio del governo Prodi con l’idea del nuovo partito a vocazione maggioritaria, dopo aver lasciato Roma alla destra orribile di Alemanno, dopo aver perso le elezioni del 2008, a Veltroni non sembra comunque arrivato il tempo di fare un bilancio dei fallimenti, e scrive invece un monologo teatrale in versi sulla tragedia dell’Heysel. Riscriviamolo: un poema sull’Heysel! Pubblicato da Einaudi, che si vergogna di spacciarlo per poesia, giustamente. Il libro è una perla assoluta. Va preso e letto tutto a alta voce, perché è un’operazione terrificante molto di più dei duetti di Berlusconi e Apicella. Eppure: recensioni su Repubblica, letture con grandi attori all’Auditorium e alla Fiera del Libro.
Quando cade l’acrobata, entrano i clown è tutto un versificare adolescenziale, ingolfato, bolso che associato al nome Walter Veltroni crea un involontario risultato comico; quando non grottesco, trattandosi di morti a cui rendere omaggio. 
Ci sono immagini come questa: Da quel giorno alla parola giocare si trova, come sinonimo, morire. / Un mondo che non è capace di giocare è condannato all’infelicità. / E alla violenza. / Quella che ruba la vita e prende a bottigliate il futuro. Ci sono versi in cui l’andatura prosastica diventa un po’ insostenibile: Boniek tocca a Paolo Rossi ma la palla è oscurata da un sei. / 0636911-399707-3960781-3962772 / Migliaia di matite, migliaia di fogli di carta, sono volati in quella notte di mano in mano /Nelle case degli italiani che avevano ascoltato la voce sicura di Bruno Pizzul. Ci sono associazioni presuntamente suggestive ma francamente difficili da decifrare: Cominciano a volare degli oggetti. / Sono aste di bandiere, anacronistici ombrelli. Ci sono versi icastici che stentano a non risultare caricaturali: Il dolore, viene proclamato verso la fine, non è un ciao.
Ma l’analisi di sociologia politica mi sono reso conto a un certo punto non bastava. Perché Veltroni aveva bisogno di scrivere? Perché aveva bisogno di parlare di tutti questi morti: desaparecidos, morti dell’Heysel, Bob Kennedy, Berlinguer, Luca Flores, i morti degli anni di piombo e ora nell’ultimo uscito, Alfredino Rampi e Roberto Peci? Proprio la lettura dell’Inizio del buio mi ha illuminato su un aspetto psicanalitico del personaggio Veltroni. La conclusione che si può trarre da tutto questo attraversamento che fa delle tragedie della storia non porta mai a nessuna elaborazione. Nella sua visione del mondo, il male non ha senso (non vale nessuna spiegazione politica, sociale, di teodicea, di psicologia sociale). Il male arriva e le persone ne sono in balia. Il buonismo è una sorta di prospettiva leibniziana di vivere nel meno peggiore dei mondi possibile.
Un’altra conclusione è nella sua visione non si distingue l’elemento immaginato da quello reale. Il continuo ricorso a una narrazione ipotetica, il prevalere di una memoria emotiva sulla ricostruzione storica, definiscono una visione infantile, priva di quel principio di realtà, che seppure permette di salvare un bambino dalla violenza del reale quando si manifesta, rischia per un adulto di trasformarsi in una prigione mentale, in un sogno nostalgico in cui appunto non c’è differenza tra i propri desideri e quelli degli altri.
In questo senso, il trauma veltroniano, lui stesso inconsapevolemente ma esplicitamente lo cita nell’ultimo libro sembra essere proprio il non aver mai conosciuto suo padre, Vittorio, giovane dirigente Rai morto che lui era neonato. Quest’impossibilità di confrontarsi con un padre che ci guida e ci giudica e quindi possa mediare sui nostri successi e sui nostri fallimenti, fa sì che per noi il fallimento, la sconfitta sia sinonimo di non-realtà. È un tipo di complesso che Massimo Recalcati ha definito “complesso di Telemaco”: come novelli figli di Ulisse aspettiamo il ritorno di questo padre eccezionale con il quale non possiamo confrontarci mai. Nel frattempo, non sappiamo cosa e bene e cosa è male. La cosa incredibile è come questa proiezione veltroniana sia riuscita a diventare una visione suggestiva oltre che una grande narrazione politica. Perché ne siamo stati in parte stregati anche noi? Riusciremo a affrancarcene?

L'articolo Il dolore non è un ciao proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/editoria/il-dolore-non-e-un-ciao/feed/ 29
Il clown https://minimaetmoralia.it/libri/il-clown/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-clown/#comments Mon, 17 May 2010 08:00:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2411 Una decina di giorni fa è accaduto, in sordina, un piccolo evento politico mascherato da altro. È uscito Quando cade l’acrobata, entrano i clown, l’ultimo libro di Walter Veltroni. Come recita la quarta di copertina: ex-direttore dell’Unità, ex-vicepresidente del consiglio, ex-sindaco di Roma, ex-segretario dei Ds, ex-segretario del Pd, ex-candidato premier. Ma come spesso accade […]

L'articolo Il clown proviene da Minima et Moralia.

]]>

Una decina di giorni fa è accaduto, in sordina, un piccolo evento politico mascherato da altro. È uscito Quando cade l’acrobata, entrano i clown, l’ultimo libro di Walter Veltroni. Come recita la quarta di copertina: ex-direttore dell’Unità, ex-vicepresidente del consiglio, ex-sindaco di Roma, ex-segretario dei Ds, ex-segretario del Pd, ex-candidato premier. Ma come spesso accade per la produzione veltroniana, il libro non è un saggio di analisi sociale né un memoir sull’esperienza di sindaco a Roma né un pamphlet sulla crisi della sinistra. La quarta di copertina dichiara invece che siamo di fronte a un monologo teatrale (l’argomento è la tragedia dell’Heysel, lo stadio belga dove nel 1985 morirono trentanove tifosi nella finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool). Ma anche la definizione di monologo teatrale è leggermente fuorviante se uno sfoglia il libro, che è in realtà è un poemetto di circa cento stanze di quattro cinque versi sciolti ognuno, con le maiuscole a ogni a capo.
Poesia, insomma. Il primo libro di poesia di Walter Veltroni. Il quale ha incarnato, oltre i vari ruoli politici ricordati, anche quelli dell’autore poliedrico: critico cinematografico e musicale, curatore di libri disparati, biografo, romanziere. E adesso, come se la cava come poeta? Che stile usa per confrontarsi con questa dolorosa vicenda di venticinque anni fa: una partita di calcio che non venne interrotta né oscurata alla televisione nonostante si fosse trasformata in un massacro?

Veltroni s’impegna, cerca di rendere onore ai morti calcando sul registro lirico, fa leva sul senso di empatia che questo trauma collettivo ha suscitato. Ma se anche l’intenzione può essere lodevole, il risultato è purtroppo penoso. Penoso che vuol dire: imbarazzante, stra-retorico, incomprensibile, ridicolo. Un versificare adolescenziale, ingolfato, bolso che associato al nome Walter Veltroni crea un involontario risultato comico; quando non grottesco, trattandosi di morti a cui rendere omaggio.
Ci sono immagini come questa: Da quel giorno alla parola giocare si trova, come sinonimo, morire. / Un mondo che non è capace di giocare è condannato all’infelicità. / E alla violenza. / Quella che ruba la vita e prende a bottigliate il futuro. Ci sono versi in cui l’andatura prosastica diventa un po’ insostenibile: Boniek tocca a Paolo Rossi ma la palla è oscurata da un sei. / 0636911-399707-3960781-3962772 / Migliaia di matite, migliaia di fogli di carta, sono volati in quella notte di mano in mano /Nelle case degli italiani che avevano ascoltato la voce sicura di Bruno Pizzul. Ci sono associazioni presuntamente suggestive ma francamente difficili da decifrare: Cominciano a volare degli oggetti. / Sono aste di bandiere, anacronistici ombrelli. Ci sono versi icastici che stentano a non risultare caricaturali: Il dolore, viene proclamato verso la fine, non è un ciao.
L’effetto generale è quello di un libro di poesia de Kipli, le poesie che Corrado Guzzanti leggeva ad Avanzi vent’anni fa; una poesia parodica, che si serve degli stilemi poetici per fare altro. Purtroppo però qui l’autore è in buona fede: vuole affabulare e commuovere. Ma come già era accaduto in altri libri di Veltroni, il peso del contenuto drammatico non compensa l’assoluto deficit dello stile. Perché effettivamente lo scrittore Veltroni non è uno scrittore leggero, anzi nella sua opera si racconta spesso di morti: dei desaparecidos in Senza Patricio, dei morti del terrorismo nella Scoperta dell’alba, dei morti per consunzione nel Disco del mondo, breve vita di Luca Flores, musicista. Il suo afflato memorialistico, luttuoso, si nutre di un lessico tutto virato al lirico, all’allusivo, al metaforico, all’elisione. Ma gli scivoloni retorici si susseguono senza tregua, perché certo è difficile parlare dei morti, tanto più delle tragedie collettive. Come chiosava giustamente Vonnegut in calce a Mattatoio numero cinque: Cosa si può dire di intelligente su un massacro?
Ma soprattutto – è questo che si può rimproverare al Veltroni scrittore – rendere omaggio a chi è scomparso non ci dovrebbe esimere dal compito di fare i conti con chi che è rimasto, invece. Occorre parlare dei feriti, occuparsi dei feriti a morte; come urlava Carmelo Bene dalla Torre degli Asinelli nella sua Lectura Dantis dedicata ai superstiti della strage della stazione di Bologna nel 1981.
Ma il dato più significativo è quello che questo libro cela: la tanatofilia letteraria veltroniana occulta una più seria responsabilità, quella politica. Veltroni, come ricorda la sua non breve biografia, ha ricevuto negli ultimi anni diversi mandati – a sindaco di Roma, a leader democratico, a leader dell’opposizione; mandati di cui nel momento della sconfitta si è disfatto, senza un rigo di elaborazione personale sul significato di questo fallimento.
Ora, sarebbe auspicabile che sia giunto il tempo di confrontarsi con quello che gli chiedono i milioni di lettori che l’hanno votato: un’elaborazione di questo fallimento collettivo recente, non la rivisitazione poetica di lutti dissepolti dalla memoria. I morti dell’Heysel riposino in pace, la valle di lacrime di cui occuparsi è sotto gli occhi.

L'articolo Il clown proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/il-clown/feed/ 7