Wassily Kandinsky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wassily-kandinsky/ un blog di approfondimento culturale Thu, 26 Nov 2015 23:14:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Wassily Kandinsky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wassily-kandinsky/ 32 32 L’allucinazione non è una faccenda privata. L'”Esegesi” di Philip K. Dick https://minimaetmoralia.it/letteratura/lallucinazione-non-e-una-faccenda-privata-lesegesi-di-philip-k-dick/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lallucinazione-non-e-una-faccenda-privata-lesegesi-di-philip-k-dick/#comments Fri, 27 Nov 2015 06:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29254 Questo articolo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

"Bisogna superare la falsa idea che un'allucinazione sia una faccenda privata".

Il 20 febbraio del 1974, lo scrittore Philip K. Dick, dopo quattro matrimoni falliti, la pubblicazione di una trentina di opere che lo consacreranno presto come un maestro della letteratura nord americana, e un consumo di droghe non quantificabile, si recò in un centro odontoiatrico per farsi estrarre due denti del giudizio. Qualcosa non funzionò con l'anestesia a base di sodio penthotal che il dentista gli aveva praticato, perché già nel pomeriggio Dick era in preda a dolori lancinanti. Così Tessa (la sua quinta moglie) telefonò al dentista per un analgesico.

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Questo articolo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

“Bisogna superare la falsa idea che un’allucinazione sia una faccenda privata”.

Il 20 febbraio del 1974, lo scrittore Philip K. Dick, dopo quattro matrimoni falliti, la pubblicazione di una trentina di opere che lo consacreranno presto come un maestro della letteratura nord americana, e un consumo di droghe non quantificabile, si recò in un centro odontoiatrico per farsi estrarre due denti del giudizio. Qualcosa non funzionò con l’anestesia a base di sodio penthotal che il dentista gli aveva praticato, perché già nel pomeriggio Dick era in preda a dolori lancinanti. Così Tessa (la sua quinta moglie) telefonò al dentista per un analgesico.

Poco più tardi, giunse l’addetto alle consegne della farmacia. Andò ad aprire lo scrittore. L’addetto era una ragazza bruna che portava al collo una catenina d’oro con un ciondolo raffigurante un pesce. Alla domanda su cosa rappresentasse quel pesce, la ragazza rispose che era un simbolo usato dalle prime comunità cristiane. Proprio in quel momento, Dick vide partire dal ciondolo un raggio di luce che lo investì provocandogli ciò che in omaggio alla filosofia platonica chiamerà anamnesi, vale a dire la rievocazione di tutta la summa del sapere: “ricordai chi ero e dove mi trovavo. In un batter d’occhio, in un istante, tutto ritornò in me”.

Dick ebbe insomma una visione mistica. Il velo dell’apparenza gli sembrò caduto e con esso l’ostacolo che ci impedisce di vedere il mondo per come è davvero. Un’esperienza al di là del linguaggio, che da bravo scrittore si ripropose di trascinare subito da quest’altra parte, in modo da renderla comunicabile. Si dedicò all’impresa negli otto anni che gli restavano da vivere, a colpi di narrativa (la trilogia di Valis affronta proprio questi temi), nonché attraverso l’insonne, forsennata, maniacale scrittura di uno zibaldone che arrivò a toccare le 8.000 pagine, una raccolta di considerazioni, teorie, aforismi, missive con cui Dick cercò di spiegare e di spiegarsi cosa gli era successo, e che chiamò significativamente L’Esegesi. Rimesso in ordine da Pamela Jackson e Jonathan Lethem (il più dickiano, forse, tra gli scrittori contemporanei), il testo è stato appena pubblicato in Italia da Fanucci con la traduzione di Maurizio Nati.

2-3-74: così Dick battezzò i sorprendenti eventi da cui si sentì invaso per tutto il febbraio e il marzo di quell’anno. Una notte, ad esempio, fu tempestato dalla visione di migliaia “di disegni astratti in forma perfetta” che potevano ricordare i quadri di Kandinskij. Sentì voci inquietanti provenire dalla radio, che continuò a parlargli anche con la spina staccata. Una forma di energia “plasmatica” color rosa lo informò che suo figlio Chris correva un pericolo mortale. Dick portò il piccolo dal medico, e sorprendentemente a Chris fu diagnosticata un’ernia inguinale da operare all’istante.

Poiché siamo nel 1974 (la paranoia regnava sovrana, il 7 aprile uscì un film come La conversazione di Francis Ford Coppola, ad agosto Nixon si sarebbe dimesso) e il luogo è la California post psichedelica rievocata di recente da Paul Thomas Anderson nel bellissimo Vizio di forma tratto da Thomas Pynchon, non esisteva speculazione politica, religiosa o esistenziale sufficientemente strana da suonare inverosimile. Poteva così capitare che il giovane Art Spiegelman (il futuro autore di Maus) andasse a omaggiare lo scrittore del romanzo da cui verrà tratto Blade Runner (Philip Dick morì d’infarto nemmeno quattro mesi prima di diventare, con l’uscita del film di Ridley Scott, un caso planetario), trovandosi davanti un uomo che studiava l’aramaico in un appartamento che sembrava “la versione peggiorata della casa di Philip Marlowe” e gli parlava di come la Terra fosse intrappolata in una “prigione di ferro nera” che impediva alla luce di Dio di arrivare fino a noi.

Perché è questo il succo della rivelazione di Dick, su cui nell’Esegesi non fa che riflettere. L’umanità sarebbe una minuscola parte di un macro-organismo simile a un “sistema di intelligenza artificiale autoriparante”, di cui noi rappresenteremmo disgraziatamente una sottosezione “caduta sotto il livello di trasferimento dei messaggi”, una “bobina di memoria malfunzionante: addormentati, e in un quasi sogno, noi non siamo dove (e quando?) crediamo di essere“.

Secondo Dick percepiremmo insomma a stento una realtà che – se solo si riuscisse a riparare il guasto di ricezione – ci libererebbe da un maligno giogo millenario, restituendoci all’originaria condizione di pace, felicità e concordia universale. Si tratta di una posizione che gioca di sponda con lo gnosticismo cristiano dell’antichità, per come almeno poteva rielaborarlo un geniale autodidatta che si documentava sull’Enciclopedia Britannica e immaginava che nell’America del XX secolo il Deus absconditus potesse tranquillamente annidarsi anche in una bomboletta spray.

Siamo in pieno Matrix con decenni di anticipo, e sono gli argomenti di cui Dick parlò davanti allo sbigottito pubblico del festival di fantascienza di Metz nel 1977, quando affermò che i suoi romanzi erano in un certo senso “veri”. Ma ne L’Esegesi c’è molto più di quanto potrebbe mostrarvi un film sulla “matrice” che durasse due giorni anziché due ore. Leggendolo, potrete pensare che il suo autore sia un fanatico a cui le droghe hanno fatto brutti scherzi, ma è lui per primo a farsi venire il dubbio (“non vorrei fosse un flashback da acido”) e gioca di continuo a confutarsi con un’autoironia che nessun integralista avrebbe, fino a farsi addirittura venire la paranoia che la stessa Esegesi sia un complotto psichico ordito a sua insaputa per allontanarlo dalla visione!

Vi verrà in mente che siamo di fronte a una mente prodigiosa che usa religione e letteratura come schemi narrativi per cingere d’assedio i misteri della fisica contemporanea (ne L’Esegesi Dick si domanda ogni tanto se lo Spirito Santo che gli “parla a ritroso” dal futuro non sia in realtà un pacchetto di tachioni, le ipotetiche particelle in grado di viaggiare nel tempo; così come l’idea di un Dio inaccessibile ma a due millimetri dal naso potrebbe ricordare le teorie del multiverso di cui tra gli altri parla anche un fisico come Brian Greene).

Sospetterete che politica corrotta, finanza e colossi digitali siano oggi il braccio secolare del demiurgo che ha costruito la famosa “prigione di ferro nera”. Collegherete il furore mistico di Dick a quell’epilessia del lobo temporale di cui si dice soffrissero anche personaggi come Van Gogh e Teresa d’Avila. Magari giungerete alla conclusione – come Carmelo Bene per Friedrich Nietzsche – che Dick la sua follia se l’era meritata, mentre fuori le strade sono sempre troppo piene di pazzi a buon mercato.

O forse, più serenamente, prenderete le pagine de L’Esegesi come un’occasione per trascorrere molte ore in una delle menti più straordinarie della letteratura dell’ultimo mezzo secolo, un viaggio in un labirinto le cui pareti ruotano di continuo su se stesse rendendo inutile qualunque filo di Arianna, cambiando il disegno complessivo ma non il messaggio di fondo: la certezza che un mondo migliore (più pacifico, empatico, compassionevole) di quello in cui viviamo sia la nostra missione di specie.

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Le scritture che traboccano https://minimaetmoralia.it/libri/le-scritture-che-traboccano/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-scritture-che-traboccano/#comments Mon, 11 Feb 2013 08:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12712 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

Per esempio che narrazioni di questo tipo – ognuna direttamente o indirettamente liberata anche grazie a voci come quelle di Antonio Moresco, di Giulio Mozzi e di Giuseppe Genna – si collocano in una zona espressiva in cui convergono tanto la fame di linguaggio di Dino Campana quanto il millenarismo febbrile di Dante Virgili. Il sacro e lo sberleffo si compenetrano, l’impulso feroce verso l’astrazione più geometrica e la pulsione altrettanto frenetica nei confronti di tutto ciò che vive nel profondo dei nostri corpi si annodano l’uno all’altra.

Scritture contraddittorie, quindi sospette. Perché alla fisiologia presunta – pretesa?, obbligatoria? – del plot dominante nel mainstream osano opporre la meravigliosa patologia della lingua; non il recupero di mere sperimentazioni del passato quanto il desiderio agonistico se non conflittuale di confrontarsi con il letterario nella sua manifestazione originaria.

Nel 2012, e limitatamente alle mie letture (senza quindi pretendere di esaurire il discorso), sono comparsi quattro romanzi esorbitanti.

A gennaio Ponte alle Grazie ha pubblicato Tutto cospira a tacere di noi di Daniela Ranieri. Già dal titolo – un verso di Rilke – penetriamo all’interno di quel processo di autosabotaggio che è il presente italiano. Tacere, o meglio ammutolire, addestrarsi alla sparizione, sembra la colonna vertebrale delle generazioni tra i venti e i quarantacinque anni. Attraverso la storia di Luigi Trevor – sovversivo informatico assunto da una società di comunicazioni – Ranieri racconta «il vero mondo del lavoro finto», l’arcipelago di fenomeni sempre più sconnessi (e, va detto, sempre più tragicomicamente affascinanti) del terziario avanzato contemporaneo. In un romanzo orgogliosamente intemperante, ricco fino all’incontenibilità, l’autrice compone uno zibaldone, un trattato di biopolitica in cui lo stile è già in sé, in ogni sua parte, eversione.

La dissoluzione familiare di Enrico Macioci (Indiana Editore, con le illustrazioni di Maurizio Rosenzweig) è apparso a febbraio. Ragionare su questo libro permette – circostanza rara – di fare a meno di quei criteri tramite cui si identifica solitamente quanto sta dentro a un parallelepipedo di carta. Non occorre parlare di trama, preoccuparsi dei personaggi o dei luoghi in cui l’azione si svolge; non è neppure esatto fare riferimento a una vera e propria azione. Niente temi, niente attualità, nessun sociologismo, niente psicologie. C’è un bambino – il principe Poppy – che nasce in una Città che da qualche parte contiene dentro di sé L’Aquila, e c’è un irradiarsi di scrittura che sgorga da questa nascita-cratere. Leggendo La dissoluzione familiare (e perdendosi in una tessitura che sembra generata con la complicità di Lawrence Sterne) viene in mente la casa di Sergio Endrigo, «senza soffitto senza cucina». Una scrittura come questa – materia linguistica e immaginativa allo stato puro – è un luogo splendidamente inabitabile.

L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore), esordio narrativo di Andrea Gentile, ha un’ambizione ineludibile: «Dirò l’immenso, nulla». Una ragazza si mette in cerca della madre, il suo viaggio avviene in uno spaziotempo solo in parte decifrabile. Mentre un Papa infinitamente muore, si cammina sostenendosi a bastoni di quercia amara. Il percorso condurrà la ragazza fino al letto vuoto di un ospedale e poi, ancora, al labirinto di un cimitero bianchissimo, nessuna parola sulle lapidi, nessuna data, nessun volto negli ovali delle foto, gli sguardi ridotti (elevati?) ad abrasione, a luce minerale. Per Gentile la ragione nucleare di ogni ricerca è questa: il presentimento insostenibile di non essere (più) guardati, di essere esclusi dalla percezione del mondo. Lo smantellarsi di ogni forma terrestre (sia essa orografica o linguistica) interviene non come apocalisse – perché la rivelazione attiene al percorso e non al suo esito – ma come liberazione tramite un radicale capovolgimento prospettico. Perché, racconta Gentile, non c’è altro da fare che attraversare le tenebre presenti, ritrovarci con la terra in alto e, in basso, un cielo da fissare.

Il diciottesimo compleanno (Transeuropa) è il primo libro del cinquantasettenne Riccardo Romagnoli. Matteo è un Amleto feroce che esita sulla soglia della maggiore età. Suo padre e sua madre dormono con una pistola sotto il cuscino, alla nascita il gemello di Matteo è nato morto. La vita è ciò che contiene il suo inseparabile contrario. Nel raccontare il tempo sempre più minutamente traumatico che precede il diciottesimo anno, Romagnoli dà forma a un desiderio metamorfico. Non solo l’io è, nella sua porosità, un fenomeno proteiforme; il desiderio di essere tutto il possibile appartiene in primo luogo alla lingua. In questo libro ogni frase è un animale famelico, pauroso e rabbioso, qualcosa che divorando (e divorandosi) trasmuta da una a un’altra possibilità di esistenza.

Scritture al contempo secche e tortuose, nitide e frastagliate, apodittiche o giocose; necessarie come sono necessari i traccianti luminosi in cielo quando muovendosi a terra, nel folto di un bosco, orientarsi ad altezza occhi è impossibile. Serve una rotazione del capo, serve riconoscere nel buio l’esistenza di un quinto punto cardinale che ci indichi una direzione radicalmente sbagliata, un verso fertilmente errato (ed errante): quella cattiva strada sulla quale la letteratura ancora accade.

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