web Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/web/ un blog di approfondimento culturale Thu, 19 Jul 2018 08:58:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg web Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/web/ 32 32 I lati oscuri del web (e come possiamo ancora provare a salvarci) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-lati-oscuri-del-web-e-come-possiamo-ancora-provare-a-salvarci/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-lati-oscuri-del-web-e-come-possiamo-ancora-provare-a-salvarci/#respond Thu, 19 Jul 2018 08:58:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37827 Data mining e profilazione. L'evoluzione del web attraverso "Il lato oscuro di Google" del collettivo Ippolita pubblicato da (Milieu) e "Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social" di Jaron Lanier (Il Saggiatore).

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C’era una volta il futuro. Per buona parte del Novecento l’abbiamo sognato, inseguito e temuto, sulla cresta di un’onda tecnologica sempre più inarrestabile che sembrava porsi l’obiettivo di tradurre in realtà, nella seconda metà del secolo, ciò che i più audaci scrittori di fantascienza avevano immaginato nella prima. Negli anni ’80 e ’90 la mia generazione si è nutrita, a tutti i livelli dell’immaginario, di scenari futuristici in cui l’uomo si sarebbe invariabilmente trovato al centro di dinamiche di controllo o di conflitto legate a una crescita sfrenata del ruolo delle macchine nella nuova società, accompagnata di volta in volta da vari gradi di inquietudine, dall’ansia generica e sottile all’apocalisse imminente.

Un genere di storie che seguiva più o meno sempre la stessa curva: da una situazione iniziale di entusiasmo tecnocratico che portava l’umanità a delegare alle macchine funzioni e competenze sempre più estese, dall’amministrazione domestica al controllo degli armamenti nucleari, si scivolava verso un punto di non ritorno in cui le macchine stesse, ormai detentrici di intelligenza e capacità decisionali perfettamente autonome, si accorgevano di non aver più bisogno dell’uomo, apprestandosi quindi ad assoggettarlo, incorporarlo o sostituirlo. Finché qua e là iniziavano a formarsi nuclei di resistenza che, in formazioni via via più cospicue, sferravano l’attacco finale al centro del potere in nome del ritorno alla libertà e una società nuovamente antropocentrica.

Le implicazioni di un topos così fertile sono evidenti, e infatti negli anni si è costruita, intorno alla contrapposizione uomo-macchina, una vera e propria tecnomitologia coesa e perfettamente definita nelle sue caratteristiche. E poco importa che poi il futuro abbia preso un’altra direzione, e che oggi gli scenari catastrofici che per decenni hanno alimentato il nostro immaginario suonino più fantascientifici delle navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. Perché, se è vero che il futuro (cioè il nostro presente) non è ancora dominato da robot senzienti che sovrintendono al posto nostro a ogni aspetto dell’esistenza, è innegabile che, appena sotto la superficie della nostra realtà quotidiana, agiscano intelligenze artificiali meno appariscenti, e perciò più sottili e insinuanti, di quegli automi umanoidi che sognavamo da piccoli: gli algoritmi. Processi matematici intelligenti e adattivi in grado di setacciare ogni nostra minima attività in rete, classificando e archiviando gusti, interessi, preferenze, opinioni, simpatie, antipatie per accumulare un patrimonio di metadati collettivi da cui estrarre tendenze e modelli di comportamento, attitudini cicliche o eccentriche nella gestione delle nostre scelte, paradigmi cognitivi e relazionali, tutto.

In un film, questo sarebbe il momento in cui qualche personaggio se ne uscirebbe con una frase del tipo: “Ci stanno studiando. E stanno imparando in fretta”. Nella realtà, ciò con cui abbiamo a che fare non è una malvagia intelligenza neurale alla Skynet, ma un motore di ricerca nato in un garage negli anni ’90, il cui motto, fino a pochi anni fa, sembrava il bonario consiglio di un capo-scout ai giovani lupetti in giro per raccogliere fondi vendendo caramelle: “Don’t be evil”, non essere cattivo. Un motto che, al di là di ideologie paternalistiche e filosofie apparentemente veteroumaniste, sembra nascondere ben più di un lato oscuro, per riprendere il titolo de Il lato oscuro di Google, la dettagliatissima ricerca con cui il collettivo hacker Ippolita ricostruisce storia, filosofia, evoluzioni e involuzioni del colosso di Mountain View. Una ricerca avviata nel 2007, con il volume Luci e ombre di Google (Feltrinelli), che torna ora in libreria in questa versione riveduta e aggiornata grazie a Milieu edizioni.

Nell’era della tecnocrazia undici anni sono un lasso di tempo siderale, al di là di ogni possibilità di preveggenza persino agli occhi dei futurologi più accorti; eppure ancora oggi le tesi di fondo espresse nel volume di Ippolita, pur inevitabilmente superate negli aspetti più tecnici, conservano una validità interpretativa quasi sorprendente nella capacità di tracciare linee evolutive di illuminante lungimiranza, mostrandosi capaci di intuire, sulla base dell’esempio di Google, la direzione che il web avrebbe preso negli anni successivi. Se infatti nel 2007, all’epoca della prima pubblicazione della ricerca, le ambizioni tecnocratiche di Google potevano sembrare già di per sé inquietanti, oggi non possiamo fare a meno di notare che il suo modello di business, basato su data mining e profilazione, era solo il punto di inizio di una concezione della tecnologia incarnata oggi al più alto grado dai social network, in grado di alterare, nei suoi esiti estremi, lo stesso comportamento umano.

Il lato oscuro di Google segue lo sviluppo della più grande corporation digitale del mondo fin dalle origini: l’incontro di Larry Page e Sergey Brin, i due fondatori, a Stanford nel 1995, l’elaborazione dell’algoritmo PageRank(TM) su cui si fonda il motore di ricerca di Google, fino alla costituzione della società Google Inc. con sede nel leggendario garage di Menlo Park nel 1998. Da lì la crescita si fa incontenibile, travolgente: e, con l’aumentare delle richieste rivolte quotidianamente all’interfaccia di Google (da centinaia di migliaia a decine di milioni), si pone il problema della sostenibilità economica dell’impresa. I finanziamenti che avevano consentito lo sviluppo iniziale, per quanto cospicui, presto non bastano più e a un certo punto, nel 1999, Brin e Page arrivano a proporre, senza esito, l’acquisto della loro creatura a Excite, per la cifra oggi ridicola di un milione di dollari (ribassata poi di un quarto di milione). La soluzione arriva nel 2000 con l’introduzione nel sistema di AdWords, uno strumento di self-service pubblicitario offerto agli inserzionisti, basato su parole chiave e integrato con il motore di ricerca; e poi nel 2004, con l’implementazione di AdSense, un servizio collegato ad AdWords che consente di inserire banner pubblicitari nei siti web. I nuovi strumenti permettono a Google di guadagnare dalle ricerche, mantenendo sempre pulita la propria interfaccia e trasformando, di fatto, la ricerca di informazioni e l’analisi dei comportamenti degli utenti in fonte di reddito.

La filosofia aziendale di servizio neutro e oggettivo all’utenza resta immutata, ma l’introduzione degli strumenti pubblicitari trasforma Google in qualcosa di profondamente diverso dal semplice motore di ricerca che, nelle intenzioni dei fondatori, si proponeva l’obiettivo di fornire il miglior risultato possibile perlustrando l’intera vastità della rete nel minor tempo. Non solo: l’integrazione di sistemi che, per poter funzionare, richiedono il tracciamento e la memorizzazione delle attività degli utenti danno il via a un nuovo modello tecnologico destinato a modificare drasticamente la stessa essenza originaria di Internet. Da luogo dell’informazione libera e anonima, la rete si avvia a diventare un repertorio sterminato di dati in cui gli utenti vengono tracciati e classificati da algoritmi corporativi al servizio della nuova Società della Prestazione, che monitora ogni fase dei processi decisionali umani.

Come spiega Ippolita, siamo di fronte al passaggio dall’Information Technology (IT) al Totalitarismo Informazionale (TI): una preponderanza dell’automazione sulla libera scelta, delle soluzioni algoritmiche sulla volontà indipendente, a cui si revocano persino azioni quotidiane come la scelta di una camicia (la campagna “Fallo fare a Google” di questi giorni va precisamente in questa direzione) o la compilazione della propria agenda personale. Una forma di onnipresenza che si esplicita, come argomenta Ippolita, nell’infinita moltiplicazione dei servizi offerti, dal 2015 riuniti, insieme a tutte le attività principali e sussidiarie di Page e Brin, nell’ambiziosa conglomerata Alphabet: l’impresa egemonica con cui Google mostra, fin dal nome, l’intenzione nemmeno troppo dissimulata di ricomprendere al proprio interno non solo tutta la rete, ma l’intera gamma delle esigenze  umane, ponendosi in un certo senso come la prima e indispensabile via di accesso al mondo dell’esperienza. Per poter così ancora meglio “rivolgersi a Tutti, Ovunque, Sempre”.

L’accumulo di prerogative concentrate nella sterminata mole di attività di Alphabet finisce così per dilatare sempre di più i già vasti confini della condizione primaria che, dall’inizio, ha reso possibile tutto questo: la delega della fiducia: l’atto di abdicazione con cui individui e società hanno accettato di affidare in toto alle macchine la creazione di legami cognitivi e relazionali tra dati, informazioni, persone e cose, nell’equivoco che la tecnologia, in quanto neutra e oggettiva, sia anche disinteressata. Un equivoco che Ippolita definisce, in relazione al funzionamento delle ricerche su Google, “strategia dell’oggettività”:

… un algoritmo di ricerca è uno strumento tecnico che attiva un meccanismo di marketing estremamente sottile: l’utente si fida del fatto che i risultati non siano filtrati e corrispondano alle preferenze di navigazione che la comunità di utenti genera. In sostanza, si propaga un meccanismo di fiducia nell’oggettività della tecnica (nello specifico, la procedura algoritmica che genera il risultato dell’interrogazione) che viene ritenuta “buona” in quanto non influenzata dalle idiosincrasie e dalle preferenze di individui umani. Le macchine “buone”, figlie di una scienza “oggettiva” e di una ricerca “disinteressata”, non manipoleranno i risultati, non ci diranno bugie perché non possono mentire e comunque non avrebbero alcun interesse a farlo.

La realtà, come spesso accade, è ben diversa e le procedure algoritmiche finiscono per creare sistemi di relazioni opache e, se non manipolate, di certo inquinate nella loro presunta purezza dal peccato originale della profilazione:

Impercettibilmente, ci stiamo muovendo da un mondo ricco di significati, in virtù di relazioni costruite da noi e per noi, a un mondo i cui significati derivano da correlazioni stabilite dalle macchine e gestite da algoritmi. Algoritmi privati, non sottoposti in alcun modo a controllo democratico, di proprietà dei nuovi mediatori informazionali.

E badate: in gioco non c’è solo il nostro approccio alla produzione di conoscenza, all’analisi critica delle informazioni (necessariamente parziali, seppur cospicue, perché Google in realtà non perlustra davvero la totalità della rete), insomma il nostro comportamento in rete, ma, più in generale, il nostro comportamento sociale, la nostra lettura delle relazioni interpersonali. Il modello Google, sembra quasi volerci dire Ippolita, rischia di trasformarci in una sorta di estensione di sé proiettata sul piano concreto della dimensione quotidiana: come se fossimo altrettanti spider impegnati nella profilazione e nella scansione informazionale di tutti gli individui e i gruppi con cui, ogni giorno, entriamo in contatto tramite i social network:

Ognuno di noi è chiamato a dichiarare chiaramente cosa vuole e a confessarsi in maniera inequivocabile. Bisogna essere proattivi nella profilazione di sé stessi e degli altri, ci si deve adattare all’ideologia della trasparenza radicale. La metamorfosi di nozioni come privacy e sfera pubblica è estrema. Contestualmente, le dinamiche di socializzazione delle emozioni sono perlopiù affidate a procedure automatiche  e omologate, come emoticon e simili, espresse sul palcoscenico non pubblico, proprietà dei mediatori privati. Ogni sottrazione è considerata sospetta: perché non hai un account social? Che cos’hai da nascondere? Come mai non rispondi immediatamente ai messaggi, alle notifiche? Dove sei, con chi sei, cosa fai? Un interrogatorio senza fine, una servitù volontaria a cui purtroppo ci sottoponiamo con gioia.

L’origine di questo “interrogatorio senza fine” è proprio Google, anche se oggi questioni simili vengono più di frequente associate all’altro gigante della valle, Facebook. Proprio il funzionamento dei social network, e di Facebook in particolare, marca l’attualità delle riflessioni avviate da Ippolita nel 2007 e proseguite puntualmente negli anni successivi, fino a oggi. Il lato oscuro di Google rappresenta anche la prima sistematizzazione di una somma di princìpi di data-business  estesi, dagli inizi degli anni zero, a realtà di nuovo tipo ma identico scopo, regolate, come Google, da algoritmi adattivi che imparano dal nostro comportamento e al tempo stesso si regolano di conseguenza, con incessanti correzioni di rotta, per influenzarlo.

In questo senso un complemento suggestivo alla lettura del volume di Ippolita è il pamphlet Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, firmato da Jaron Lanier (informatico e sviluppatore, pioniere del web e della realtà virtuale e consulente alla creazione di Second Life) e pubblicato dal Saggiatore nella traduzione di Francesca Mastruzzo. I social network descritti da Lanier si presentano come l’inevitabile evoluzione del modello di business di Google: profilazione di dati a fini di personalizzazione pubblicitaria. Con un elemento in più, peculiare al funzionamento delle nuove piattaforme ma accennato anch’esso, in embrione, già nel passo citato della ricerca di Ippolita: l’induzione di dipendenza nell’utente, come fattore fondamentale dei processi di modificazione comportamentale prodotti dai social (sintetizzata nell’acronimo BUMMER: “Behaviors of Users Modified & Made in a Empire for Rent”):

Così scopriamo che quando un algoritmo procura delle esperienze a una persona, la casualità che lubrifica l’adattamento algoritmico può anche procurare dipendenza negli uomini. L’algoritmo sta cercando di individuare i parametri perfetti per manipolare il cervello, mentre quest’ultimo, dovendo cercare un significato più profondo, cambia in risposta agli esperimenti dell’algoritmo; è il gioco del gatto e del topo, ma basato su pura matematica.

Niente di fantascientifico, è realtà di tutti i giorni. Il conflitto uomo-macchina si è spostato su un terreno insidioso, e potete averne la prova anche solo riscontrando l’aderenza delle ragioni esaminate da Lanier alla vostra quotidianità. La progressiva erosione della libertà di scelta, insidiata da relazioni algoritmiche che decidono per noi (regola 1). La consapevolezza di diventare, ogni giorno che passa, un pochino più stronzo, cedendo alle lusinghe del nostro troll interiore che suscita in noi l’istinto del Branco (regola 3). La perdita di significato nella lettura della realtà, strettamente collegata all’eliminazione di qualsiasi tipo di contesto in una discussione (regole 4 e 5). La creazione di tanti piccoli mondi individuali, costruiti algoritmicamente tramite il tracciamento dei nostri comportamenti in rete e inconciliabili con quelli degli altri, con la conseguente distruzione di ogni forma di empatia (regola 6). E così via. Di argomentazione in argomentazione, Lanier mostra che il modello di business dei social network, che rappresenta una versione peggiorativa di quello di Google, sta inesorabilmente rendendo il mondo un posto molto brutto in cui vivere, in tutti i campi: dalla sfera individuale a quella relazionale, dalla politica all’economia.

Insomma: l’evoluzione di Internet come la storia di un colossale tradimento.

La soluzione? Anche in questo caso il futuro ha preso una direzione diversa da quella che sognavamo. Nessun atto di eroica resistenza ci vedrà imbracciare avveniristiche armi da fuoco contro macchine autocontrollate nei campi di battaglia di un mondo in fiamme. Sarebbe stato troppo facile, e troppo invitante, da un certo punto di vista. No, contro le sottigliezze della dipendenza algoritmica può esserci un’unica strada, su cui Ippolita e Lanier concordano: non il disconoscimento della tecnologia, ma la formazione di una più variegata consapevolezza personale nel suo utilizzo. Rinnegare l’utilità dei nuovi media e delle piattaforme social è un estremismo sciocco. Nessuno intende arruolarci in un nuovo luddismo: non sarebbe immaginabile, al punto in cui è arrivata la nostra società (e poi, diceva Franzen in un’intervista di qualche tempo fa, in fondo nemmeno i luddisti erano luddisti, forse tutto ciò che volevano era salvare il proprio posto di lavoro smantellando quegli specifici telai). Ma ritornare allo spirito originario con sui si costituì, in un’epoca ormai archeologica, la rete degli esordi, quello forse sì.

Recuperare l’etica hacker dell’autonomia e dell’indipendenza, la curiosità per l’informazione costruita attraverso percorsi imprevedibili di ricerca e scoperta, la critica delle fonti e il rispetto per il contesto come arma contro la proliferazione delle fake news, l’evasione dal sistema automatico delle notizie precotte e dal circolo malato che alimenta odio e rancore sociale premiando il clickbaiting con la maggiore visibilità di chi lo diffonde. La chiusura, nel caso estremo, dei propri profili social, per mostrare alle piattaforme chi dovrebbero essere i veri clienti intorno a cui costruirsi: e cioè gli utenti, non gli inserzionisti che pagano per influire sulle nostre decisioni, nel commercio come alle elezioni. Per dirla con Lanier, l’urgenza di diventare gatti: intelligenti ma imprevedibili, inaffidabili e soprattutto mai completamente addomesticabili:

I gatti hanno fatto ciò che apparentemente era impossibile: si sono integrati nella società tecnologica contemporanea senza svendersi. Hanno ancora il comando […] I gatti del web incarnano le nostre speranze e i nostri sogni per il futuro dell’umanità su Internet.

Che poi forse è questo il motivo per cui Internet è pieno di gatti.

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Il voto dei giovani https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-voto-dei-giovani/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-voto-dei-giovani/#respond Wed, 07 Sep 2011 10:01:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5111 Questo articolo è uscito nel numero di agosto dello Straniero.

di Giorgio Fontana

Numeri che parlano
Il tema del voto giovanile ai referendum del 12 e 13 giugno scorsi è piuttosto caldo, ed è stato affrontato con maggiore o minore precisione da diverse testate. Più che la domanda diretta attorno al merito dei risultati (la vittoria è arrivata grazie ai giovani italiani?)

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Questo articolo è uscito nel numero di agosto dello Straniero.

di Giorgio Fontana

Numeri che parlano
Il tema del voto giovanile ai referendum del 12 e 13 giugno scorsi è piuttosto caldo, ed è stato affrontato con maggiore o minore precisione da diverse testate. Più che la domanda diretta attorno al merito dei risultati (la vittoria è arrivata grazie ai giovani italiani?), mi sembra interessante decodificare la retorica che si è creata attorno a questo argomento, e porre una questione più profonda: in quale ideale si riconosce un votante giovane e meno smaliziato (o disilluso)?

In ogni caso, è sempre bene partire dalle cifre. I dati forniti da Termometropolitico.it (basati su statistiche di instant poll Emg) testimoniano uno straordinario 64% di affluenza per i giovani sotto i 25 anni, mentre il resto degli elettori under 65 si attesta attorno al 60% circa (con un 62% per le persone fra i 45 e 54 anni). Riportati così, tuttavia, i numeri non parlano ancora una lingua chiara. Occorre metterli a confronto: ad esempio con quelli delle elezioni politiche del 2008 (sempre grazie a Termometropolitico.it, con lo studio sociodemografico Itanes). Tre anni fa, la fascia 18-24 anni rispose con un’affluenza ridicola: 8,47%.
D’accordo, si trattava di un’adunanza pubblica di carattere diverso: ma questo non basta a spiegare una sproporzione del genere. Ecco dunque la vera domanda preliminare: perché questo totale mutamento di tendenza?

Il web, ma non solo il web
Una risposta spicciola è: nel 2008 i social network – almeno in Italia – non erano ancora diffusi come nel 2011. Certo. Ma questo sembra sottintendere l’equazione giovani = social network = il referendum è stato deciso dal “popolo della rete” (espressione di una superficialità immane).
Il blogger ed esperto di comunicazione Enrico Sola ha fatto qualche conto per riportare il tema sulla terra: ricordando ad esempio che gli utenti italiani di Twitter sono circa 350 mila – tutt’altro che grandi numeri, specie se paragonati a quelli mastodontici della televisione.
Eppure l’hype è stato così folle che anche un intellettuale di primo livello come Marco Belpoliti ha potuto iniziare un articolo così: “Twitter, il Davide informatico, ha sconfitto il Golia dei network televisivi? Sembrerebbe proprio di sì. La vittoria nei referendum è stata segnata dal passaparola dei 140 caratteri che hanno scandito il passaparola virale.” (“La Stampa”, 14 giugno 2011).
Se sgombriamo un attimo il campo dalle esagerazioni – il cibo preferito dalle testate nostrane – vediamo come sì, la rete ha senz’altro influito positivamente, ma non è certo sulle sue spalle che si regge per intero questo successo. Eppure, come nota anche Sola, c’è una sensazione. C’è la sensazione chiara che il web abbia veicolato qualcosa e giocato un suo ruolo. E questo è probabilmente vero: così come è vero che qualcosa è cambiato a strati geologici assai più profondi della sociologia facile da social network. Si sono usati tutti i mezzi possibili, dal digitale all’analogico, dalle foto su Facebook al passaparola di strada, per raggiungere il risultato.
Una risposta più meditata alla domanda sulla mobilitazione giovanile, allora, sembra essere questa: perché, rispetto a solo poco tempo fa, la prospettiva puramente individualista del berlusconismo ha cominciato a sgretolarsi. Complice una serie di fattori – la presenza di reti sociali, la stanchezza verso una certa retorica, e forse anche l’esempio delle rivoluzioni arabe – la visione privatista della cosa pubblica non è stata sufficiente ad arginare l’entusiasmo.

Uno sguardo più a fondo
Bene, premesse chiarite, risultati messi in chiaro, champagne stappato e bevuto per il gran ritorno dei giovani alla vita politica. Ora però credo sia necessario affondare ulteriormente lo sguardo. Perché dietro questo successo innegabile e straordinario si agitano ancora molte ombre, e una su tutte: la questione dell’ingiustizia narrativa.
Mi spiego. Il problema del voto consegnato da un giovane italiano non sta tanto nel gesto (la rinnovata coscienza civica è evidente): sta nel destino del voto stesso. Io scelgo, ma perché dovrei poi sentirmi raccontare come parte di un “popolo della rete” o di una “generazione precaria”, o ammannito da un discorso veltroniano-dalemiano che puzza di polvere lontano un miglio? Io voto, ma non so quale classe dirigente saprà raccogliere e valorizzare la mia fiducia.
Senz’altro, la caratteristica chiave del referendum stava proprio nel portare la democrazia diretta in campo: nessuno doveva farsi carico di nulla, la decisione spettava alla maggioranza. Ma oltre a ciò, l’enorme afflusso alle urne ha testimoniato anche il bisogno indispensabile di una democrazia indiretta in grado di dare voce reale a quelle persone, al di là dell’evento. Una democrazia rappresentativa di qualità, insomma. Credo sia infatti superficiale ridurre questo straordinario risveglio ai temi, pure molto urgenti, di acqua, nucleare e legittimo impedimento: il grande evento è stato il quorum, non la vittoria dei no (su cui bene o male si era tutti convinti). In altri termini: soprattutto per tutta la fetta generazionale più giovane, il referendum non è stato solo una chiamata alle urne, ma lo specchio di un più complesso momento di ritorno al civismo. Un “no” convincente alle sirene del berlusconismo.
Resta da capire se questa primavera italiana sia in grado di diventare estate: svecchiando una volta per tutte la percezione stessa della politica italiana. Resta da capire se qualcuno, in alto, se ne farà carico e sappia intendere quale meravigliosa possibilità si trova davanti.

Il pericolo della discesa semantica
Torniamo insomma sempre lì, alla questione delle élites, ma con una sfumatura ulteriore: e cioè il fatto che, voto o non voto, risultato o non risultato, la generazione precedente alla mia detiene comunque il potere ufficiale della narrazione. La versione della storia è nelle sue mani: e chi racconta oggi decide non solo del presente (questo è scontato) ma anche dell’idea del futuro.
Una nota: so che il concetto di “narrazione”, specie con la curvatura à la Vendola che ha preso negli ultimi periodi, può suonare irrimediabilmente vago. Ma tutto quello che intendo per padronanza della narrazione è quello di avere in mano l’agenda setting e mantenere a senso unico il dialogo o il conflitto. Nel concreto, il dominio degli organi informativi e di influenza sull’opinione pubblica, la sovranità sulla dirigenza politica ed economica, e la possibilità di ignorare o (peggio ancora) svilire, un qualsiasi racconto di tenore diverso.
Questo significa che difficilmente i giovani riescono a proporre la propria storia in modi realistici e critici. Possono accedere alle forme derivate e locali di narrazione: qualche inchiesta, qualche testimonianza, un blog. Ma la gestione del racconto è in mano ai “padri”, e generalmente i padri hanno una visione:
a. conservatrice (il vizio del mancato ricambio e la mancanza di comprensione);
b. sottilmente ipocrita (perché di fondo temono le nuove leve: quindi va bene denunciare la situazione dei giovani, ma le strategie in grado di cambiarla sono proibite);
c. comunque paternalistica (per forza: sono padri).
Questa combinazione crea una storia banale in cui, come dicevo sopra, i problemi scompaiono in un mare di indeterminatezza e termini-slogan.
Il discrimine dei padri è di trovare le parole giuste per descrivere una situazione statica che non riescono a penetrare emotivamente. Così elaborano manifesti, scrivono libri, moltiplicano gli editoriali sui quotidiani.
Ma questo non fa che nascondere ulteriormente il problema. Lo porta indietro, in un processo di discesa semantica continua e sempre più violenta – parlare del parlare del parlare, commentare sul commentare sul commentare – finché i fatti, la realtà nuda e cruda, la violenza sociale, l’amarezza, il dolore, non scompaiono dall’orizzonte delle cose.
Persino il racconto della mia situazione è inefficiente – penso alle inchieste che proprio in questi giorni affollano le pagine dei quotidiani (siamo tornati al precariato come unica categoria epistemica), non porta a nulla: la macchina narrativa si ingolfa ancora prima di partire. Ed è questo che ora, ora in particolar modo, ora che c’è questo fermento, bisogna evitare.

I tempi stanno cambiando
Arriviamo così all’ultima torsione. L’ingiustizia narrativa diventa un problema per la democrazia stessa: se il racconto viene piegato alle esigenze della classe dirigente, allora l’idea stessa di una società che si muove insieme – che lavora per definire una qualche idea di bene comune – è messa in discussione. Come si diceva sopra: Io voto, ma poi? Io faccio il mio dovere, ma chi custodirà i custodi, che non sembrano in grado di recepire questo verbo elettrico, in continua mutazione, questa situazione tanto più simile a una fiamma che non a una pietra – qualcosa da lasciare ardere e non da scolpire?
La generazione che ha votato in massa alle urne è la stessa che viene quotidianamente narrata in una maniera obliqua e inefficace, al massimo compassionevole: mentre nulla, nei fatti, cambia. Di fronte a questo, sembra ovvio aspettarsi un desiderio di rivolta violenta. Ma l’Italia non è un paese che sa convogliare queste energie in un autentico moto rivoluzionario: non ha una tradizione di questo tipo né il suo presente sembra assecondarlo. Altrove, inoltre, cercavo di sostenere che c’è una buona matrice etica di fondo che impedisce il ricorso alla violenza.
Il desiderio di rivolta si traduce allora in un disagio sotterraneo, in una “introiezione del conflitto” (come la chiama Christian Raimo): dai concetti della politica si deve passare a quelli della psicanalisi – e questo, per quanto possa suonare affascinante, è un grave problema per lo stato di salute di un popolo. Di fronte a questo rischio di avvilimento collettivo – tutti risentiti, tutti depressi, tutti incapaci di trasformare la rabbia in futuro – il risultato referendario è stata una boccata d’aria fresca. Anzi, direi che è stata ancora più importante la gioia profonda con cui nelle strade, nelle piazze e sul web questa vittoria è stata salutata: l’idea stessa che si possa essere contenti in quanto collettività. Una forma di entusiasmo che rompa gli argini del proprio, minuscolo giardino. Non ricordo niente di simile negli ultimi anni.
Certo il berlusconismo non è un mostro che si uccide così, con un singolo colpo d’ascia, una sola dimostrazione pubblica di unità. Occorre molto altro per smaltirne le tossine – presenti in eguale misura a destra e a sinistra. Ma se si doveva iniziare da qualche punto, questo è un ottimo punto. E allora: nell’attesa che qualcuno si decida a raccogliere queste energie rinnovate, questo slancio che nel momento peggiore ha dato prova di esistere, questa lucidità, questa bellezza – nell’attesa di un mea culpa generale da parte della sinistra italiana, che fare?
Ho una modestissima proposta. La rivoluzione che per motivi storici, o morali, o tecnici, non sembra possibile per le strade, andrebbe coltivata in ogni gesto, da chi si è mosso in prima persona, senza aspettare altri esempi dall’alto né limitarsi all’azione politica.
Nell’attesa di qualcuno che meriti tutta la nostra fiducia, non rimane che essere ancora più diritti noi stessi: ancora più parresiastici, ancora più raccolti e coraggiosi. Di fronte all’etica della menzogna, inseguire soltanto la verità. Di fronte allo schiaffo, non porgere alcuna guancia. Di fronte alla mielosa retorica del volemose bene e all’ipocrisia di chi sa essere forte unicamente con i deboli, reagire con l’onestà e l’intransigenza (la sana intransigenza di chi non cede ai ricatti e alle compravendite – l’intransigenza di Gobetti).
La frase “i tempi stanno cambiando” è confortante, ma da sola rischia di appiattirsi a uno slogan, come se il mero corso degli anni bastasse a recare una trasformazione.Ci sono molte colpe di cui può macchiarsi una società, ma una delle più tristi è quella di tradire la fiducia di chi verrà dopo. Lasciare che il voto di un ventenne di oggi si disperda nel vuoto, che questa bellezza passi invano, è la riedizione contemporanea di tale colpa. Dovremo evitarla, ora, con qualsiasi mezzo.

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Falsi d’autore: se la storia viene riscritta da wikipedia https://minimaetmoralia.it/interviste/falsi-dautore-se-la-storia-viene-riscritta-da-wikipedia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/falsi-dautore-se-la-storia-viene-riscritta-da-wikipedia/#comments Wed, 08 Sep 2010 08:35:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2835 Vi proponiamo una bella e originale intervista uscita per Il Riformista a “17K”, hacker e sabotatore per passione dell’enciclopedia informatica più consultata al mondo.

di Stefano Ciavatta

«Cos’è la storia dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia.

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Vi proponiamo un’ intervista uscita qualche giorno fa per Il Riformista a “17K”, hacker e sabotatore per passione dell’enciclopedia informatica più consultata al mondo.

«Cos’è la storia dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia. E la storia la decide chi la scrive. Perché faccio l’attivista su Wikipedia? Perché è divertente. Come barare a carte. Non lo fai per necessità, non vinci nulla. In compenso riesci a piegare l’opinione della più grande enciclopedia del mondo, e farla bere a chi sta più sopra di te. Wikipedia ha dei moderatori molto rigidi e severi. Per costruirti una credibilità ai loro occhi ci metti molto tempo. Cerchi di farteli amici, anche perché non è che li incontri al bar, sei connesso virtualmente, ti scambi qualche mail. La strategia è appoggiarli nelle dure discussioni sui singoli punti delle voci controverse di Wikipedia. Le occasioni non mancano di certo. A quel punto guadagni un po’ di margine per operare sulle cose che ti interessano davvero. Ti sorvegliano meno. Quando riesci a rovesciare tutto, hai vinto».

Giorni fa in una voce della Wikipedia inglese è stato velato il finale di un celebre giallo di Agata Christie, Trappola per topi. Ma i topi su Wikipedia sono molti di più degli otto personaggi della commedia poliziesca. Ci volle un filologo come Lorenzo Valla per dimostrare che la donazione di Costantino era un falso medievale, ricordano sui forum di discussione di Wikipedia: «Ma il mondo con il web va più veloce». Si fa presto a tirare su storie false e a demolirle. A giugno Ségolène Royal è rimasta affascinata dalla storia di Léon-Robert de L’Astran, per Wikipedia un naturalista del Settecento. La sua vita e le opere sembravano perfette per commemorare la giornata nazionale contro lo schiavismo. Invece era tutto falso. Piccoli esempi di come sulla democratica enciclopedia agiscano molti sabotatori della storia umana.

“17K” è uno di questi, e racconta al Riformista come si fa a ingannare una delle fonti del sapere del web. «Iniziamo dai numeri. Wikipedia ha un grosso numero di iscritti. In Inghilterra ci sono tredici 13 milioni di utenti registrati, tra questi 2mila amministratori e 3mila revisori. Ma si può intervenire anche senza essere registrati. Nel giro di tre giorni una tua revisione è moderata. Se è verosimile resta due settimane finché qualche pignolo interviene. Cambi la temperatura piano piano senza cambiare la pressione. E in tre anni hai scritto la tua verità».

Per esempio?
Si può cambiare la storia di Harry Potter fregando la Rowling e settanta milioni di lettori. Harry potter il mezzo sangue, il penultimo libro ha già 8mila modifiche sul suo wiki. Ho studiato attentamente tutto quello che sta scritto in rete, e fatto l’esegesi come con la Bibbia, delle interviste della Rowling, usandole e rimontandole. Per me Harry Potter non è l’eletto. La Rowling ci ha preso in giro. L’eletto è lo sfigato Paciok. Sto costruendo la sua rivincita. Ho riscritto alcuni punti chiave del libro, e ho mandato in giro in rete la storia modificata. Poi ho spinto la cosa sui forum e su Wikipedia, dove opero costantemente. Cito una frase della Rowling che mi dà perfino ragione! Mancano sei mesi dal nuovo film e devo sbrigarmi. Chissà di non riuscire a far morire Harry Potter.

Quali sono i wiki più controversi e gli ambiti meno sorvegliati?
Michael Jackson ha 26mila revisioni, il global warming 28mila, Sarah Palin 27mila e sappiamo che è stata beccata per questo in campagna elettorale. G. W. Bush ne ha 44mila. Qualcuno ha seriamente ipotizzato che fosse discendente di tedeschi e quindi nazista. Ci sono discussioni enormi sulle pagine di Gesù, la Striscia di Gaza, su Adolf Hitler. La pagina della Chiesa cattolica ha tante revisioni come quella di Barack Obama, riscritta ventimila volte. Maometto, il Barcellona ed Elvis Presley hanno gli stessi numeri: come fai a notare discrepanze nel numero degli interventi e a metterti in allarme? Le aziende costruiscono pagine quasi agiografiche. La Coca Cola sembra che distilli sangue dei santi. McDonald’s fa ovunque attività sociale. Troppi i messaggi contingenti, e magari comprati. L’ambito scientifico non è attendibile: tutto viene scritto senza controllo e tutto viene censurato a scanso di equivoci. Le riviste di settore hanno i loro sistemi interni per far circolare gli articoli. Quindi c’è campo libero su Wikipedia. Di attivisti ce ne sono una marea, ma su Internet passa il valore medio delle cose. Wikipedia ha una reputazione massima su Google. Però, per sua furbizia, Google sull’argomento X non va mai a tirare fuori roba fresca da Wikipedia, sta attento alle voci controverse e delicate. Stanno lì a controllare tutto il giorno.

La Storia?
Il revisionismo è un processo lento. Ci sono ambiti dove invece è richiesta rapidità di esecuzione come la finanza. Sulla chat room di Yahoo Finanza è stato postato un articolo di Bloomberg fabbricato ex novo, dedicato alla società PairGain. Le azioni sono subito salite. Ricordi le bombe di Oklahoma City nel 1995? Qualcuno ha messo in giro dei finti spot di America Online (Aol) dove vendevano magliette che inneggiavano alle bombe. Su Wikipedia la Sony ha modificato l’articolo di Halo 3, il videogioco che però gira su Xbox. Sony ha aggiunto che «comunque sia, Halo 3 non sarà migliore di Halo 2». Lo sappiamo perché l’indirizzo IP appartiene alla Sony. Sempre in campo dell’entertainment, un dirigente della Electronic Arts ha cercato di rimuovere dal wiki un membro storico della società che aveva poi dato problemi.

Quindi Wikipedia non è autorevole?
Le principali fonti di sapere internettiano sono tre: Google, Dmoz e Wikipedia. Google si basa sulle ultime due, che non sono autorevoli. Il sistema è fallato se vogliamo cercare una verità. Io opero dentro queste tre scatole, mi sento a metà tra un archeologo, un truffatore e un santone. Spesso aggiungo cose che nemmeno vorrei, in posti dove non potrei, con contenuti che non dovrei. Le bugie non sono fini a se stesse, sono un comportamento strategico, e me le passano. Tramo su Wikipedia, modificando sottigliezze per insinuare posizioni, aggiungendo con attenzione dicerie per trasformarle pian piano in verità, con modifiche successive. Costruisco anche finte fonti da citare, riarrangiando ed estrapolando parole altrui, pubblicandole da qualche parte. E alla fine, una volta sedimentate, nessuno più le tocca, assurgendole a verità. Non sono un ipocrita, ammetto di fare quel che ogni pubblicitario fa: inventare balle. Solo che le metto in posti dove non ti aspetti, in maniera efficace.

Cosa è Dmoz?
Dmoz è una directory che categorizza a mano siti di qualità dagli albori di internet: prima dell’avvento di Google, esisteva solo la zappa e i calli alle mani per catalogare. È come una fortezza nel deserto. Entrare come editore è difficile: devi sottoporti a un piccolo test iniziale, che scarta praticamente chiunque. Il compito di dmoz in effetti è quello di catalogare più siti di qualità possibile, non di cercare verità. Di metterli nel posto giusto e magari scartare un sito vecchio se il nuovo è migliore. Nessuno, in effetti, va a controllare nel dettaglio, sarebbe un lavoro titanico. Ma Dmoz cataloga forse lo 0,2 per cento della rete, troppo poco. Wikipedia è l’esatto opposto di Dmoz.

Il limite vero di Wikipedia?
Citare le fonti. Puoi modificare tutto, anche quelle. Il moderatore non è un investigatore, né un giornalista che è costretto a metterci la firma. Io ho ricostruito pagine intere di quotidiani internazionali. Nonostante Wikipedia sia per me il sito dove puoi farti un’idea di cosa è lo scibile umano e di quanto si possa fare per il mondo lavorando insieme e gratis, so che Wikipedia non è autorevole perché prende comunque delle posizioni, anche se in divenire.

E il famoso neutral point of view, il punto di vista neutrale?
Ecco, il N.p.o.v. è dramma per un wikipediano. Perché viviamo nell’oggi, e scrivere dell’oggi fornisce sicuramente una versione parziale. Generalmente quando c’è un tema caldo, tutti si precipitano a dire la loro aggiungendo dettagli non enciclopedici. I moderatori lavorano tanto, bloccano la voce, alla fine il momento clou passa e resta un casotto che prima o poi qualcuno sistemerà.

Eppure Google dà molta importanza a Wikipedia, tanto che numerose ricerche portano prima di tutto, anche prima delle news, a un wiki.
Google è lo specchio di Internet. Tutte le pagine che Google non ha ancora visitato, quelle che risiedono sepolte dopo la millesima posizione tra i risultati, quelle che ha indicizzato male, è come se non esistessero. Wikipedia in questo senso è tutto ciò che Google desidera per colmare le sue lacune.

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Librerie elettroniche e librerie di Brooklyn https://minimaetmoralia.it/letteratura/librerie-elettroniche-e-librerie-di-brooklyn/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/librerie-elettroniche-e-librerie-di-brooklyn/#comments Wed, 21 Jul 2010 09:16:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2743 Ci sono cose, in questo mondo sfinito e tassabile, che possono essere dette solo attraverso un’interfaccia restrittiva e con il minor numero di caratteri possibile. Così comincia Some contemporary carachters, il racconto-twitter di Rick Moody

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Ci sono cose, in questo mondo sfinito e tassabile, che possono essere dette solo attraverso un’interfaccia restrittiva e con il minor numero di caratteri possibile. Così comincia Some contemporary carachters, il racconto-twitter di Rick Moody, testo discusso, avversato, rilanciato nella rete che cinguetta senza sosta i messaggi in 160 battute. Pubblicato su Electric Literature, rivista americana diffusa su I-phone, web e Kindle, il racconto ha dato origine a quella che forse verrà ricordata come una delle prime polemiche dell’era in cui la civiltà culturale ha davvero invertito la marcia delle proporzioni fra digitale e fisico. Da qui è chiaro: stiamo passando da un oceano di carta a un’isola di carta; ma a parlarne, stavolta, non è l’ennesimo futurologo, o un ‘acuto interprete dei mutamenti che viviamo ogni giorno’. È Rick Moody, il paradossale punto di fusione fra la tensione braminica della letteratura alta e la scioltezza informale della nostra vita bassa. Rick Moody, sempre vestito come un musicista indie, e lo è a tutti gli effetti, un musicista indie. Solo in apparenza rilassato, proprio come chi ha conosciuto abissi, lampi, successo e depressione senza nessuna retorica. Un uomo dai modi affettuosi, l’autore di Maschietti che intona nei giri di frase un cantus stilistico tormentoso e incapace di cedere un millimetro alla facilità. Il Rick Moody che incontro sempre allo stesso bar di Brooklyn, Ozzie’s, e mentre mi avvicino solleva il telefono cellulare per mostrare l’immagine di sua figlia, Hazel, nove mesi. È il gesto di benvenuto di uno scrittore che considero vicino ed esemplare, consapevole che i ‘modelli’ sono una Lontananza, anche quando ti sussurrano sempre all’orecchio.

“Non è stato difficile decidere di farlo, il racconto-Twitter. I ragazzi di Electric Literature sono pieni di entusiasmo, mi piacciono, ma è stata dura, ci ho messo mesi, intagliare uno a uno i messaggi con quel vincolo formale, sempre ripetuto, uno dopo l’altro, anche se forse la storia ha un che di schematico, come può esserlo una storia d’amore raccontata alternativamente dalla parte di lui e dalla parte di lei. E forse per me l’aspetto più interessante aveva proprio a che fare con la natura vincolante del mezzo, mi piacciono le costrizioni che permettono di inventare. Le polemiche non mi riguardano in alcun modo, è un problema che ha toccato più Electric Literature e il popolo di Twitter. Per me è stato divertente. Per me è andata benissimo – anche perché ha avuto moltissima eco sulla rete.” Ma proprio l’eco eccessiva che ha destato l’esperimento di Moody – Twitter in sé funziona come una specie di camera d’eco dei significati, essendo basato sulla possibilità infinita d’intreccio reciproco dei messaggi – ha infastidito molti utenti e mescolato le frasi d’autore a quelle del pubblico, generando attacchi da parte di blogger, recensori, case editrici locali e giornalisti globali. Senza motivo, approfittando di un momento di pausa nella conversazione, gli racconto che da un po’ di tempo sogno sempre librerie, immense, irrealistiche librerie, con un senso di malinconia e mondo-perduto che ricorda da vicino quelli fatti nei mesi immediatamente successivi a un lutto grave, quando ogni mattina gli occhi si aprono desolati su un mondo peggiore di quello appena visitato dormendo. “Io tutt’ora sogno sempre mia sorella”, risponde Moody, immaginando che il suo interlocutore conosca bene il magnifico racconto Demonology, in cui trasfigura la terribile e assurda scomparsa della sorella durante un Halloween stordente, “E quindi non sogno librerie, ma capisco alla perfezione quello che intendi, e non oso nemmeno immaginare come possano esistere città senza librerie, e se la digitalizzazione della civiltà culturale va in questa direzione è una direzione orrenda. Io ho un Kindle, me l’hanno regalato i miei genitori a Natale, e ogni tanto mi ci diverto anche, devo ammettere. Ho scaricato tutti i classici gratuiti, e ci sono momenti in cui oltre l’utilità intravedo anche qualcos’altro, qualcosa di bello. Ma poi mi giro verso uno scaffale e penso che il libro, i libri accatastati e accumulati, hanno qualcosa di ancora migliore, un modo analogico e umano di associare e far nascere le idee.” E Facebook? “Ci sono, naturalmente. Come fai a non esserci quando tutte le persone, non dico quelle che conosci in assoluto, ma quasi tutte quelle che stimi, ci sono dentro? Così ho deciso di aprire un profilo e lo uso per la mia attività musicale, per segnalare concerti o serate anche di altre band. E ogni tanto dico qualcosa di mio. Ma se entri su Facebook che sei già una figura pubblica e hai quasi cinquant’anni l’esperienza è necessariamente diversa da quella di un adolescente. Quindi non ho molto da dire sull’argomento.”

Mentre l’autore del Velo Nero sottolinea gli aggettivi in un corsivo fonetico che fa quasi tenerezza, inclinando la testa e sorridendo di entusiasmo (non diversamente dai suoi libri) l’argomento assume le fogge insieme serie e futili che rispondono al nome di ‘preoccupazioni’. Che futuro ha l’idea di prestigio e qualità nella produzione letteraria, in un habitat dominato dai lit-blog e dalla consolante teocrazia del soggetto insultante e libero? Che futuro ha persino la polemica seria, mentre là fuori, e penso anche all’Italia, ci sono buone intelligenze che sprecano ore a sputare veleno su Saviano o chiunque altro lungo le pagine elettroniche di siti il cui solo obiettivo è fare numeri & contatti, nel nome di un’etica della produzione di conoscenza pari al ‘soddisfatti o rimborsati’ dei peggiori discount? Sono già pentito: questione trabocchetto, questione sospetta. Ma Rick Moody non è un vecchio solone. Moody è curioso. Moody ci toglierà dall’impiccio. E difatti: “Ricordi quel romanzo fantastico di Richard Brautigan, L’Aborto, al cui centro è una biblioteca in cui non arriva nessun lettore ma solo autori dilettanti a portare i manoscritti, e si riempie in modo delirante di tutti i libri scritti dai suoi frequentatori? Non ti ricorda qualcosa? Il rischio che la civiltà letteraria scompaia esiste, ma se c’è una possibilità di farla continuare, forse, è nel conoscere il nemico, soffiare nella sua stessa direzione cose migliori, prendendosi dei rischi.” La fine è nota. Siamo usciti, abbiamo camminato verso una libreria di quartiere, a pochi isolati dal caffè, e tutt’ora cerco di ricordare il nome del poeta che Rick Moody mi ha consigliato puntando il dito verso l’alto, e che nessun motore di ricerca riesce a restituirmi.

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Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria https://minimaetmoralia.it/editoria/non-multa-sed-multum-qualita-della-vita-qualita-letteraria/ https://minimaetmoralia.it/editoria/non-multa-sed-multum-qualita-della-vita-qualita-letteraria/#comments Fri, 23 Oct 2009 09:11:54 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=961 Questo testo è la seconda parte di un’introduzione alla collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, a partire dal 2011, per la casa editrice Zona. Il primo testo può essere letto qui, ed ha il carattere di un’apertura violenta del vaso di Pandora. Questo secondo testo, dopo l’apertura del vaso, ci […]

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new-logo-novevolt1Questo testo è la seconda parte di un’introduzione alla collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, a partire dal 2011, per la casa editrice Zona. Il primo testo può essere letto qui, ed ha il carattere di un’apertura violenta del vaso di Pandora. Questo secondo testo, dopo l’apertura del vaso, ci guarda circospetto dentro, e si interroga sul futuro e la possibilità di scardinarne le pareti, o almeno distanziarle. La collana Novevolt, oltre a proporsi come soggetto culturale nell’organizzazione di un festival letterario nazionale (ULTRA-Festival della letteratura, in effetti) e di altri progetti collaterali, auspicherà una promozione, attraverso piccoli libretti, romanzi brevissimi e racconti lunghi di autori affermati e giovani promesse, di luoghi quali la qualità, la densità e il rischio nella letteratura italiana. Le prime due uscite saranno gli autori Enzo Fileno Carabba e Franz Krauspenhaar. [Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi]

di Alessandro Raveggi

Viviamo, oggi, in una condizione in cui le nostre parole sono un nodo, una tag associata a un’informazione, verso le quali e dalle quali si irradia una rete, alcune reti, nella Rete. La Rete è un modello di autonomia relativa, di libertà limitata e temporanea, meravigliosamente anarchico e labirintico (per i fanatici del labirinto), ma anche ambiguamente accessibile. Siamo completamente accessibili, siamo completamente visibili, purtroppo, ovvero: vulnerabili. La Rete ha le sue falle e i suoi pescecani, che navigano a vista con i propri specchietti per le allodole tra i denti. La possibilità di essere fregati, di essere illusi, di perdere la nostra libertà, è paradossalmente maggiore. Dal Sistema anarco-capitalistico in crisi, dal mainstream che pur sta cercando di mimetizzarsi nella nostre forme di resistenza vitale, quasi biologica – per rinascere quando forse rinasceremo – si è sempre delusi.

logogiustoIl diffondersi della letteratura nel mezzo partecipativo delle comunità-web italiane e mondiali ha moltiplicato quantitativamente i luoghi dove la qualità può (ma non necessariamente deve) essere rintracciata. Al di là della possibilità che le forme rapide di pubblicazione del weblog ci stanno offrendo, e del ricrearsi blando della comunità in una simulazione gioco in cui possiamo pur sempre mascherarci da avatar, bisogna preservarsi dal rischio del consenso qualitativo, ovvero dalla pretesa di valutare un testo come qualitativamente letterario, dipendendo dalla quantità di frequentazioni del testo, di apprezzamenti, di click, poll e commenti telematici. La letteratura qui viene spesso classicamente mercificata, anzi mercificata al secondo grado. «Non è merce, questa è letteratura, un nuovo modo cool di farla», ma è sempre paradossalmente merce, termometro di consenso. Quello che vogliamo dalla qualità non è consenso, è diffusione e differenziazione, movimento di visione e divisione, non partecipazione da prova d’acquisto.
Bisogna comunque fare un tentativo per togliere uno strato immancabile di spocchia dalla nozione di qualità letteraria.
Cosa è allora questo richiamo alla qualità, in un mondo felice e utopico in cui Tutti scrivono Tutto, e in un mondo infelice e distopico in cui nessuno pare comprare i libri? Facciamo un parallelo. Cosa intendiamo con l’espressione qualità della vita? Il semplice adeguamento al gusto della massa (o della massa al suo gusto preconfezionato), la semplice capacità di possedere e dominare ammennicoli tecnologici, divani confortevoli e televisori al plasma, di essere oggi up-to-date e domani chissà…? Questa concezione non è più proponibile, visto che il modello economico che l’ha portata in auge sta crollando, o rientrando nel proprio guscio protezionistico (anche se forse lì dentro marcirà). La qualità della vita è ora molte cose assieme, un vettore di tante variabili in rapporto al nostro Welfare State individuale, ma sicuramente è una condizione in rapporto a una gittata, a una potenzialità futura. Appunto: la gittata delle nostre azioni future. Vivo qualitativamente bene se quello che faccio oggi potrà durare domani, senza per questo andare in cancrena, ma vivendo nella metamorfosi, nell’apertura, non in un eterno presente insipido. E questo vale sia per la classe media italiana in lenta fissione, che per i Paria dei paesi in via di sviluppo. Vivo qualitativamente bene non necessariamente se oggi possiedo un divano di lusso (o un libro in prima fila sullo scaffale), ma se potrò permettermi un divano anche domani, magari più piccolo, anche per i miei figli. La qualità della vita è così poter pensare alla propagazione, e metamorfosi, della mia vita, e della mia opera, domani. Ed è qualcosa che ha a che fare dunque con la possibilità (non l’obbligo) di fare figli, di riconoscersi in un’alterità che nasce dal nostro ventre.
orologio_daliIl disprezzo per i giovani che le generazioni che ci precedono dimostrano e hanno dimostrato, un disprezzo che si è caratterizzato come spettacolarizzazione della gioventù, almeno dal Dopoguerra a oggi – e che è uno dei nostri faticosissimi compiti annullare – ci fa capire che la loro visione di qualità della vita era necessariamente contraria alla nostra possibilità di propagarci, era in qualche modo castrante. Il benessere borghese è ed è rimasto un concetto statico e ottocentesco basato sull’accumulazione, l’appropriazione, l’accatastamento di beni, entrato in crisi proprio nell’era del consumo e della sovrapproduzione. Dall’accumulazione si è passati, linearmente, alla mercificazione della cultura. Questo dobbiamo ripensarlo. Sono le nostre discariche vicine e lontane che ce lo chiedono. Persino tutta questa discarica del senso che ci ha consegnato il cosiddetto post-moderno dimostra in fondo una mancanza, un dolore nascosto, anestetizzato più che esorcizzato, annullato più che ritualizzato.
Questo per dire che qualità non è possesso, una eudemonia: la qualità non si possiede, ma si produce, si narra, si propaga, si consegna e si perpetua, potendo guardare al di là del presente. Adesso speriamo che il parallelismo sia chiaro, anche se il rapporto vita/letteratura è obliquo, necessariamente inclinato, mai verisimile: la qualità letteraria è un insieme di forze che producono un effetto d’intensità, una durata che garantisce la possibilità di trasmissione. Effetto sul lettore, effetto sulla comunità, effetto sul futuro. Non è solo una questione di stile, ma di efficacia di stile. Per questo, la qualità letteraria sta, e a un tempo non sta, nella forma libro. Forma che molti (non noi) sono pronti a demolire o sorpassare, senza riuscire a pensare alla transmedialità originaria della letteratura, dalla lingua schioccante degli aedi alle USB roventi dei piccoli editori.
La qualità è così la capacità del libro, del romanzo, del poema, di prefigurare il futuro, uscendo da se stesso, uscendo dal proprio presente statico e cristalizzato del linguaggio e del desiderio. Qualcosa di molto vecchio e di molto nuovo. Senza per questo dimenticare il passato, anzi, rinnovando il desiderio di comprenderlo in quello che chiamiamo memoria. Già, la memoria: in Italia pare solo il nome dato al tour di un gruppo di partigiani, che vanno affaticati, di liceo in liceo, a rammentare i combattimenti su per i monti, le rupi e le brumose vallate. Già, l’Italia… Oggi più che mai, parlare di qualità letteraria in Italia, ancora senza snobismo e pretese decadenti, esotico-esoteriche, significa enucleare una serie di topic-salvagente non del tutto inutili anche per quello che si chiamerebbe condizione di vita (almeno nel Bel Paese). Il parallelo qualità letteraria-qualità della vita potrebbe diventare un’istruzione. Visto che paiono saltati da tempo i parametri di distinzione tra reale e finzionale, almeno dobbiamo trovare una strategia sostenibile per muoverci in queste ambiguità, un efficacia che ci permetta di distinguere. Non opere efficienti, che fanno il loro bravo lavoro di decalcomania feticistica della realtà, che rispettano il lettore e il suo mondo di agi e ombrelloni, ma opere efficaci.
deformePerché, allora, in Italia, dovrebbe esserci necessità di opere letterarie qualitativamente intense e durature? Perché in Italia c’è una voragine chiamata: carenza di immaginario, collettivo e individuale. Chiamatela tedio, noia, apatia, ma si sta verificando un’atrofia dell’immaginario che molti non possono o vogliono scorgere, perché hanno disimparato a dare valore al concetto di qualità. Dobbiamo però reinventare il nostro immaginario, ovvero il nostro modo di compensare la refrattarietà delle cose italiche con la creazione verbo-visuale, il nostro modo di sfogliare l’opacità delle cose presenti, e guardare oltre, dietro il muro dell’oggettività. E questo andrà inevitabilmente a scalfire la nostra identità tradizionale, un’identità che deve avere una durata. Oggi la letteratura, almeno in Italia, è una forma di sopravvivenza, una consegna al mittente da non mancare.
Carenza d’immaginario, carenza d’identità, carenza di qualità. Carenza di futuro. Non osiamo immaginarci il futuro italico, ma siamo stanchi d’incipriare il presente. La qualità della nostra vita dipende anche dalle opere che i nostri autori coevi sanno e pretenderanno di produrre. Questa è la responsabilità che ci si presenta davanti. Si deve tentare, rischiare tutto, reinventare un linguaggio, captare le emergenze – cioè quello che viene fuori da questi tempi, e manca ancora di parola. E prefigurare le nostre nuove facce, desiderando e recuperando le facce altrui, la nostra tradizione polverosa. Facce di un passato che, oramai staticizzato tra monumenti impercettibili, libri di testo e retoriche varie, ci spinge sempre più verso un futuro già pari a: zero.
Intensità e durata, si è detto. Se azzardiamo ad applicarle a una visione magnetica – da campo magnetico – delle opere letterarie, queste prevedono spostamento. Lo spostamento prevede adattamento creativo della forma, ovvero metamorfosi. Questa, lo si è detto fino alla nausea, è una delle qualità costitutive del romanzo, il prodotto della sua origine epico-orale (dispersione assoluta e semina della sua avventura), del suo ibridare generi (il romanzo è un grande cannibale, una tessitura aperta come la tela navajo dell’Emilio Cecchi in Messico), del suo pensare e criticare se stesso (il romanzesco che guarda se stesso, Don Quijote che legge le sue avventure stampate), cercando di acciuffare senza tregua allo stesso tempo quel Reale traumatico che stiamo vivendo – il fantasma della cibernetica calviniana, che non si vede, ma pressa. E, prima o poi, ritorna.
Perché dire Italia oggi cosa significa? Non è qualcosa che ha a che fare con il dolore spettacolarizzato di una progressiva mancanza di qualità di vita? Italia è un’espressione senza referente, un sipario desiderante senza scena desiderata, ma con molti mésententes e différends, disaccordi e dibattiti, con tante tracce e traumi da esplorare. Per questo c’è forse il bisogno di tentare opere metamorfiche, mutanti e cosmiche, che tocchino il cielo universale per riflettere la piccola zolla particolare e redimerla, emisferi dove la nostra faccia – perché noi, italiani, con l’identità, ci rimettiamo pure la faccia – si possa rispecchiare deformata, per scorgere i cambiamenti dei connotati e delle costellazioni, domani. Lavorando di fantasia, irrispettosamente, anche sulla nostra Storia senza capo né coda.
Parlare di romanzo, o di racconto in prosa, di per sé è parlare di qualcosa che non è, ma che sarà, qualcosa di volto al futuro anche se scritto nel passato remoto. Parlare senza timore di qualità, oggi, nella nazione italiana, parlare di complessità, come fanno altri in altri frangenti da altre prospettive, parlare di avventura (come metamorfosi, durata e intensità del nostro raccontare e come potenza dell’immaginario), significa avere fiducia, non solo in noi stessi (cosa che da tempo ci manca), ma anche nella durata della parola. Significa auspicare un futuro duraturo, ma non per questo conservativo, della nostra identità. Un futuro parzialmente libero, temporaneamente autonomo. Diciamo durata, non necessariamente ripiego morale o moralistico della parola. Responsabilità della posta in gioco, non civismo sbandierato e, quindi, spettacolarizzato.
Le nostre opere, in questo orizzonte di senso in modificazione repentina, saranno l’arco perfetto e intagliato pronto a risuonare, la freccia sarà il nostro occhio critico pronto a fendere l’aria, la qualità sarà l’intensità con cui tiriamo la corda e lanciamo. Seppure nel disastro dell’immaginario italiano, un punto d’appoggio e un tentativo per essere buoni arcieri ancora dobbiamo e possiamo farlo. Anche da una posizione sbilenca, minoritaria, ridicolmente caparbia.

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La causa e l’affetto https://minimaetmoralia.it/scrittura/la-causa-e-l%e2%80%99affetto/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/la-causa-e-l%e2%80%99affetto/#comments Thu, 15 Oct 2009 08:08:43 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=899 Venerdì 2 ottobre è uscito sul Manifesto questo articolo di Giorgio Vasta come introduzione alla writer’s factory – Oronzo Macondo organizzata da Agnese Manni nel cuore del Salento. Una singolare tre giorni con autori e critici impegnati in tavole rotonde, dibattiti e workshop sulla letteratura contemporanea e soprattutto sul suo rapporto con il web. Qui […]

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logofactoryVenerdì 2 ottobre è uscito sul Manifesto questo articolo di Giorgio Vasta come introduzione alla writer’s factory – Oronzo Macondo organizzata da Agnese Manni nel cuore del Salento. Una singolare tre giorni con autori e critici impegnati in tavole rotonde, dibattiti e workshop sulla letteratura contemporanea e soprattutto sul suo rapporto con il web. Qui sotto vi lasciamo anche il link del sito Oronzo Macondo, dove potrete curiosare tra le foto e i video dell’evento e leggere gli interventi dei vari protagonisti.

Per quale ragione se dalla tastiera del mio computer salta via una lettera io di colpo mi sento sdentato? E perché se la barra spaziatrice smette di funzionare costringendomi a scrivere le parole senza spazi, dando così luogo a un lungo grottesco nastrino alfabetico, ho la sensazione fisica che la mia lingua diventi un blocchetto di gesso inarticolabile? E ancora, come si spiega che se per qualche motivo la connessione a internet non è attiva io non solo non mi limito a constatare il guasto con un sentimento neutro ma subito mi convinco di stare subendo un terribile ingiustizia, la preclusione di un diritto logico, una ghettizzazione che mi esclude da qualcosa che magari non saprei perfettamente definire ma che ha comunque un’importanza capitale? Detto in altri termini: com’è possibile che nel giro di poco più di dieci quindici anni il supporto tecnologico che usiamo per scrivere – con tutte le sue diramazioni e le sue spire molteplici che lo immergono nel fitto della rete – sia entrato così profondamente dentro di noi, nella nostra storia personale, e che questo sia avvenuto mobilitando quote di affettività concreta – di umanità – che solo dieci anni fa ci sarebbero sembrate inimmaginabili e in ogni caso parecchio discutibili?


factoryQuello che vale subito rilevare è che l’affettività – così come il linguaggio – si comporta con la medesima pervasiva arbitrarietà dell’aria o dell’acqua, nel senso che tende fisiologicamente a penetrare in tutti gli spazi disponibili. Ama irradiarsi, dilagare. E questo suo regime d’esistenza non è regolato da una prospettiva morale forte, da leggi sicure che canalizzino l’affettività nelle giuste direzioni, verso obiettivi «alti» e funzionali, evitando dispersioni e soprattutto approdi infecondi. L’affettività ama il rischio, il salto nel buio è il suo sport preferito. Inoltre è del tutto indifferente all’eventuale presunta sterilità del luogo che raggiunge perché è essa stessa a condurre in sé una capacità fecondatrice che non ammette arginamenti. Nel senso che modifica affettivamente tutto ciò con cui entra in contatto. Sollecitata da uno stimolo potente come un computer e il web, la nostra vita emotiva immediatamente prende atto dell’esistenza dello stimolo perforandolo con il suo indistruttibile pungiglione e circondandolo con la sua pellicola sentimentale. A una causa – potremmo dire consentendoci un piccolo gioco di parole – corrisponde un affetto. È dunque naturale che la nostra affettività abbia fecondato, tra le altre cose, anche tutto quanto pertiene a quell’insieme di oggetti e comportamenti che hanno a che fare con la cosiddetta tecnologia. vasta_factoryE dico «cosiddetta» per provare a ridurre il più possibile quella specie di distanza obbligatoria che sembra ancora dover resistere, in ampie zone del dibattito pubblico, tra ognuno di noi e i suoi trespoli tecnologici, distanza che in realtà mi sembra fortemente ridimensionata se non del tutto inesistente dal momento che la nostra affettività, sempre lei, serenamente indifferente alle distinzioni tra reale e virtuale (categorie che ha rapidamente trasformato in modernariato concettuale, in persistenze un po’ manieristiche e forse scarsamente utili alla comprensione del fenomeno), ha la capacità di concretizzare ogni cosa rendendo tutto limitrofo e normale e chiarendoci che ognuno di noi funziona come un magnete che tramite una forza centripeta attrae a sé il mondo ritraducendolo in forme idiosincraticamente significative. Del resto, se Raymond Carver ha potuto comporre una propria biografia «di sponda» solo descrivendo, una frase dopo l’altra, le avventure ordinarie di una tecnologia «personale» come l’automobile, le macchine che nel corso del tempo ha posseduto e consumato («La macchina che ho preso a martellate. La macchina con le rate che non potevo pagare. La macchina che mi hanno sequestrato», da My Car, l’edizione italiana è del 1986), allo stesso modo il nostro computer – e dunque il nostro essere connessi, in grado di ricevere e di trasmettere – è parte integrante della nostra vicenda biografica, una frazione fondamentale del racconto che anche senza esserne consapevoli facciamo ininterrottamente di noi stessi. mozzifactoryE lo è di certo in misura del patrimonio di lavoro che contiene inabissato nei suoi microcircuiti, la quantità e la qualità di parole (non soltanto di parole ma in buonissima parte di parole) delle quali ci siamo presi cura nel corso del tempo, ma anche in misura della sua esistenza puramente fisica – quella «vita tranquilla delle cose» già riconosciuta con tenerezza e struggimento da Georges Perec in La vita istruzioni per l’uso – e di tutti gli eventi che lo hanno riguardato e ne hanno modificato il corpo e la storia.
Il fatto stesso di non essere, stando alle definizioni correnti, un nativo bensì un immigrato digitale – dunque qualcuno in continua escursione da una a un’altra condizione, impegnato in un andirivieni talmente fisiologico da dare luogo a una vera e propria natura anfibia – contribuisce ad accentuare la percezione di connaturato mescolamento all’interno del quale viviamo inscritti, un meticciato che vede proprio nella nostra umana incoercibile pulsione a leggere tutto affettivamente quel tessuto connettivo che rende teoriche e oziose certe ripartizioni.
Una conseguenza non indifferente di tutto ciò è lo smorzamento di una nozione prepotentissima come quella di identità. Perché davanti al troppo pieno della rete – un troppo pieno che contiene al suo interno uno spalancamento vuoto – viene messa in crisi, se non estinta, sia la nozione di identità sia quella, ancora più precaria ed esangue, di patria, o per lo meno di quell’idea di patria definita da limiti territoriali. Riconoscersi, nel bianco artico del web, come meticci, immersi in un umano che attraverso il desiderio e la paura riforma se stesso senza sosta, diventa dunque, adesso, un’occasione straordinaria per sperimentare in che modo, tra i nodi e i legami della rete, siamo tutti strutturalmente apolidi. E che l’unica patria tollerabile è l’umano.

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