wikipedia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wikipedia/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:59:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg wikipedia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wikipedia/ 32 32 La vista da qui: divario digitale, divario culturale https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui-divario-digitale/ https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui-divario-digitale/#comments Tue, 30 Sep 2014 06:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23213 In La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax), c'è un intero capitolo dedicato al tema del divario digitale in Italia, tema sempre più attuale e discusso. Lo pubblichiamo di seguito, e vi invitiamo a visitare online lo spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

 

Scendo dal treno e vado a trovare Cristoforo.[1] Cristoforo è il mago dei numeri, forse la persona che in Italia negli ultimi dieci anni ha guardato più spesso dentro la sfera di cristallo dell’accesso a internet, ne ha osservato i diagrammi e le curve, ha provato a immaginarne le tendenze. A mezzogiorno in punto suono il campanello e lui al citofono mi risponde: «Sei puntuale come la morte». Cristoforo sa cose che né io e né voi sappiamo sui motivi per cui il nostro paese è stabilmente in fondo alle classifiche europee dello sviluppo tecnologico, della banda larga, dell’utilizzo di internet nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, ovunque.

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In La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax), c’è un intero capitolo dedicato al tema del divario digitale in Italia, tema sempre più attuale e discusso. Lo pubblichiamo di seguito, e vi invitiamo a visitare online lo spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

Scendo dal treno e vado a trovare Cristoforo.[1] Cristoforo è il mago dei numeri, forse la persona che in Italia negli ultimi dieci anni ha guardato più spesso dentro la sfera di cristallo dell’accesso a internet, ne ha osservato i diagrammi e le curve, ha provato a immaginarne le tendenze. A mezzogiorno in punto suono il campanello e lui al citofono mi risponde: «Sei puntuale come la morte». Cristoforo sa cose che né io e né voi sappiamo sui motivi per cui il nostro paese è stabilmente in fondo alle classifiche europee dello sviluppo tecnologico, della banda larga, dell’utilizzo di internet nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, ovunque.

Mentre io in questi anni osservavo internet e i suoi utenti da dietro lo schermo del mio computer, sperando che anche loro sognassero le medesime cose che sognavo io, Cristoforo guardava le tabelle col distacco dell’economista, confrontava curiose torte colorate e si occupava di altre questioni bizzarre. Oggi, in questo ufficio nel centro di Roma, disegna assi cartesiani uno sotto all’altro su un foglio bianco: io, per non essere da meno, scarabocchio brutti petali di fiore mentre discutiamo di quanto sia piccola e modesta la internet italiana.

I numeri per me non sono così importanti, quando proprio non posso evitarli li cito con infastidita vaghezza. Tuttavia in questo caso è impossibile non parlarne. Secondo le ultime statistiche ufficiali disponibili, la percentuale di famiglie italiane dotate di accesso a internet è di oltre venti punti inferiore alla media dei paesi più avanzati con i quali siamo soliti confrontarci (il 69% in Italia contro l’88% della Germania e della Gran Bretagna, il 93% della Danimarca e della Svezia, l’82% della Francia); siamo fra gli ultimi nell’Europa a 28 sia come accesso sia come frequenza d’uso, peggio di noi fanno solo Bulgaria, Romania, Portogallo, Lituania e Grecia; dal 2006 a oggi siamo cresciuti meno di quasi tutti gli altri. Abbiamo poi i peggiori numeri per l’e-government di tutta Europa (a parte la Romania) e anche nel numero di collegamenti broadband siamo nel gruppo dei peggiori. Infine, ciliegina sulla torta, ben il 34% degli italiani dichiara di non aver mai utilizzato internet in vita sua.[2]

Questa débâcle digitale si potrebbe spiegare più o meno così: per un certo numero di anni, verso l’inizio del nuovo secolo, complice lo sviluppo delle connessioni broadband, il calo dei prezzi e il passaparola, sono approdati alla rete gli italiani che provavano verso internet una qualche forma di interesse. Qualche anno prima, nella seconda metà degli anni Novanta, erano già arrivati gli utenti maggiormente motivati, gli impallinati, gli universitari e i nerd, quelli che conoscevano un po’ di inglese, quelli che amavano i computer già prima che qualcuno riuscisse a collegarli tutti assieme, quelli che sapevano cosa fosse Gopher.[3]

Poi a seguire si sono accodati anche gli altri: quelli che avevano la fidanzata in Finlandia con un indirizzo email al quale si poteva scrivere, quelli che in rete c’è tutta la musica del mondo senza pagare, quelli che con Skype saluto i nipotini in Australia, quelli che forse smetto di fare la fila alle Poste, quelli che mi piace aggiornare Wikipedia, quelli che mi piace sabotare Wikipedia, quelli che leggo il New York Times che è in rete gratis, quelli che Playboy ha un sito web, quelli che ho trovato un sito di ricette fantastiche, quelli che ho aperto un blog, quelli che ho chiuso il blog tanto non lo leggeva nessuno, quelli che la mia band suona su MySpace.

La fase di ascesa, guidata da «quelli che», come sempre avviene nelle curve di adozione tecnologica, dopo un periodo imperioso si è prima attenuata e poi affievolita fino a raggiungere un sostanziale equilibrio. Oggi siamo al punto in cui chi doveva collegarsi si è collegato mentre tutti gli altri, che sono parecchi, sono lì che non sanno bene cosa fare. O meglio, lo sanno benissimo, anche se a noi non piace neanche un po’.

In ogni caso la curva di adozione che Cristoforo disegna davanti ai miei occhi è stata influenzata – e questo lo abbiamo compreso con ragguardevole ritardo – nella sua parte più ripida e iniziale da quello che i tecnici chiamano digital divide infrastrutturale, vale a dire la mancanza delle condizioni tecniche sufficienti per connettersi a internet in maniera utile.

Mentre noi, accecati dall’ottimismo sciocco della tecnologia buona e giusta, ci battevamo a colpi di fiere invettive affinché aziende delle telecomunicazioni e governi si adoperassero per portare la banda larga in tutto il paese, come se l’infrastruttura disponibile e funzionante fosse condizione sufficiente, in realtà stavamo sottovalutando l’aspetto determinante di tutta la faccenda.

Quando la curva di Cristoforo ha cominciato a farsi piatta (se non pure discendente come sembrano indicare gli ultimi dati disponibili), lì sono cominciati i guai. E i guai attuali, noi, da qualche tempo, abbiamo iniziato a chiamarli «divario culturale»: ossia il mancato interesse nei confronti della connessione a internet basato su motivazioni individuali. Un disinteresse ampio che, in una qualche percentuale, nasconde una non dichiarata difficoltà di comprensione o utilizzo del mezzo, ma che, nella maggioranza dei casi, non è altro che un autentico sentimento di estraneità. Perché – si chiedono milioni di italiani – dovrei utilizzare questa cosa di cui non sento il bisogno?

Sono arrivato qui pensando che il divario culturale sia un’anomalia italiana; Cristoforo pensa che si tratti invece di un tema legato almeno in parte al nostro essere abitanti del Sud Europa, anche se i numeri italiani sono peggiori di quelli spagnoli e inutilmente paragonabili a quelli di una Grecia in grave crisi economica.

Internet in ogni caso è stata per molto tempo quasi solo lettura e scrittura. Le pagine web erano parole su uno schermo, da leggere o comporre, e noi siamo una nazione che da sempre non legge e non scrive. Come dire che nei confronti della internet testuale del primo periodo pativamo anche una sorta di tara originaria. Tuttavia non è stata solo questa la ragione. Perché poi è arrivato YouTube e sono esplose le piattaforme sociali, che in un paese come il nostro hanno riscosso enorme successo, e qui forse tutto è diventato ancora più confuso.

Sono venuto a chiedere conferma del fatto che l’unico exploit tecnologico italiano degli ultimi decenni sia stato quello legato negli anni Novanta alla telefonia mobile, e che questo forse abbia distratto l’homo technologicus italicus dall’interesse per tecnologie più innovative a favore di prodotti con un design più accattivante, ma Cristoforo dice che – secondo lui – le cose non sono andate così, che queste motivazioni non sono sufficienti per la nostra Caporetto internettiana.

Su una cosa invece siamo d’accordo da subito: è vero che non ci sono grandi speranze, il nostro è un paese spezzato in due dall’ufficio anagrafe e dall’aumento dell’età media. Un luogo nel quale gli anziani che accedono a internet sono una sparuta pattuglia, con il restante 90% ben difficilmente recuperabile. Così come è vero che il divario culturale, il rifiuto della rete, ha colonizzato in questi anni i luoghi del potere, le stanze del Parlamento, migliaia di uffici centrali e periferici: ma anche le redazioni dei giornali, i talk show televisivi, le scuole, le cerchie degli intellettuali… Anche questa cattiva fama, così ampiamente seminata, ha avuto un ruolo. Forse piccolo, forse non fondamentale, ma si è trattato di una fama malevola, alimentata con regolarità lungo un periodo di tempo molto lungo. La goccia della internet cattiva e pericolosa ha scavato la roccia delle coscienze di molti, specie di quelli che internet non la conoscevano. Molti di costoro oggi non sanno e non vogliono sapere cosa sia la rete. Come per il critico letterario nella citazione di Manganelli, il sentimento di precauzione vince su tutto e poco importa se esiste anche solo una possibilità che quella stessa preoccupazione sia campata in aria o basata sulla somma di pregiudizi altrui.

Se la traiettoria racchiusa nei disegni di Cristoforo è la storia di un decennio di accesso a internet in Italia, manca a questo punto la parte più importante, quella che riguarda il dopo, il che fare e il come farlo e anche, forse, subito prima, il se valga la pena farlo oppure no.

Ma ne vale la pena?

In questo momento in Italia esiste un muro altissimo fra chi vuole e chi non vuole utilizzare la rete. Se decidessimo di occuparci dei temi economici dovremmo dire che questa polarizzazione fra connessi e disconnessi crea un grave danno finanziario al paese intero. Lasciamo perdere il commercio elettronico, tutto l’indotto digitale (app, programmazione, database, siti web, ecc.) e un mucchio di altre cose, pensiamo invece per un attimo all’amministrazione pubblica che giusto in questi mesi in Gran Bretagna è diventata digital by default, vale a dire «digitale prima di tutto». Qualsiasi pratica fra cittadino e Stato passa prima da internet che da qualsiasi altro luogo. Questa scelta crea risparmi notevoli per la comunità a patto che l’adozione digitale sia ampia (in Gran Bretagna circa nove cittadini su dieci hanno accesso a internet) e non costringa a grandi duplicazioni di servizi e risorse. Ci saranno – è vero – soldi e attenzione da dedicare a quel cittadino su dieci che non è connesso e che non può essere lasciato indietro, ma nel complesso si sta sostituendo un apparato molto costoso con uno più leggero, dinamico ed economico. Cosa succederebbe se da noi si tentasse un percorso analogo? Quando accadrà (lentamente sta già accadendo), probabilmente dovremo duplicare i servizi perché un italiano su due (quasi) non è un cittadino digitale.[4] In alternativa si potrebbe immaginare una serie di piccole spintarelle digitali (quelle che Cristoforo chiama «l’innovazione spintanea») per costringere, nella maniera più amabile fra quelle possibili, i cittadini recalcitranti a connettersi.

E se anche non fosse per ragioni economiche, che ai nostri occhi di umanisti da cartoleria suonano così volgari, varrà la pena farlo per il valore sentimentale del nostro essere connessi. Non una cosa eterea e senza spessore, ma l’essenza stessa della nostra propensione a essere persone simili e vicine l’una alle altre.

Vale la pena essere connessi, anche iniziando oggi, perché se dieci anni fa l’asticella dell’accesso era molto alta, le cose da allora sono cambiate: la tecnologia è più semplice, l’arcobaleno di cose da fare in rete scintillante e alla portata di chiunque, anche di quelli che non leggono un libro da decenni. Internet non è più (solo) la biblioteca di Alessandria ma è anche la piazza, le chiacchiere, il luna park per i bambini: il filo diretto con il mondo intorno.

Alcuni pensano che dentro questa specie di missione che ci siamo dati in favore dell’alfabeto telematico alberghi una spocchia da iniziati, il sentimento di superiorità di chi pretende di indicare il percorso, la presunzione intellettuale di chi si è già attrezzato per il futuro e si mostra ora benevolmente disposto a indirizzare gli altri. Io non credo che sia così, sono invece convinto che ne valga la pena per una ragione più semplice e meno tronfia: se internet ha migliorato la mia vita, sarei felice che fosse capace di migliorare anche la tua. È questo l’umanesimo da cartoleria di cui dicevo poco fa, una sorta di semplificazione provinciale di cui mi sentirei di essere orgoglioso. Un sentimento che ha tracciato una traiettoria lunga ormai decenni fin dai tempi delle (mie) scuole superiori: ho ascoltato una canzone bellissima, ascoltala anche tu, dimmi cosa ne pensi. Se ti piacerà come è piaciuta a me io ne sarò contento. Quindi ok, ne vale la pena, nessuna coercizione nei confronti di nessuno: ora resta il cosa fare e il come farlo.

Voce del verbo fare

Intanto dobbiamo rassegnarci: nessuna o quasi fra le azioni che potremmo intraprendere già domani per ridurre il divario culturale darà i suoi frutti in tempi brevi. Più i problemi sono radicati e profondi più le attese soluzioni richiederanno ampi intervalli di incertezza.

Paradossalmente una delle prime cose che andrebbero fatte sin da domani non ha a che fare direttamente con il divario culturale; e questa, se non altro, è una constatazione curiosa. Fino a poco fa abbiamo detto che il problema principe è stato in questi anni lo scarso desiderio dei cittadini di essere in rete, e ora scopriamo che la prima cosa concreta che si potrebbe fare è occuparsi dell’infrastruttura di rete. Eppure è proprio così: abbiamo bisogno di superare e integrare i piani di business delle compagnie telefoniche, dobbiamo insistere perché la politica riacquisti il ruolo, che le deve essere proprio, di governo dello sviluppo tecnologico. Dovremmo farlo per una sola ragione: perché il mercato, se mai ha avuto aspirazioni in tal senso, ha fallito. Lo ha fatto per una contingenza che è perfino banale ricordare: gli interessi delle società di telecomunicazioni spesso non sono quelli dei cittadini. Per esempio negli ultimi anni le telco hanno investito molto nelle reti mobili (prima col 3g e poi con lte [5]), pagando a caro prezzo le licenze per le frequenze e superando mille ostacoli normativi (alcuni dei quali tipicamente italiani), mentre sono state molto più dubbiose nei confronti della banda larga su rete fissa. Una scelta certamente ragionevole nell’ottica del business (il traffico mobile è più redditizio di quello fisso e richiede complessivamente meno investimenti strutturali) e anche prudente e saggia da molti punti di vista; una scelta, tuttavia, di segno opposto rispetto all’interesse generale.

Possiamo fare di questo una colpa alle compagnie telefoniche? No, non possiamo. Possiamo incolpare di questo mancato orientamento l’abulia decisionale della politica? Certamente sì.

Se sposiamo l’idea secondo la quale l’accesso alla rete è un punto di svolta della nostra crescita, non solo economica ma anche sociale e culturale, allora appare evidente come simili scelte di sistema non possano essere lasciate interamente a soggetti che hanno interessi privati. Se le cose stanno così e se lo Stato non può influenzare direttamente le scelte strategiche dell’industria delle telecomunicazioni, c’è una sola cosa che può fare: incentivare servizi che ritiene prioritari e che invece le telco considerano poco remunerativi. Come? Pagandoli di tasca propria.

Questi servizi oggi sono solo due: la copertura delle aree ancora non raggiunte dal broadband e la costruzione di una rete in fibra ad alta velocità. Abbiamo bisogno di meno denari da assegnare ad altre infrastrutture e di più risorse per la rete internet là dove la rete manca o va ammodernata. Questo fino a oggi quasi non è stato fatto, se si eccettuano alcuni progetti recenti, specie al Sud, legati alla disponibilità di fondi europei. E invece sarebbe la cosa a cui dare la priorità. Meno grandi opere, più cavi sottili.

A differenza di quanto sostengono alcuni autorevoli esperti di tecnologia, l’infrastruttura deve precedere l’offerta, e questo per una ragione fondamentale: molti degli utilizzi delle reti trasmissive ad alta velocità sono oggi difficili da immaginare. Saranno gli utenti che se li inventeranno domani. Dovremmo smetterla di sentirci tanto superbi da voler indovinare il futuro. Il futuro è complicato, fuori dalla nostra portata e sovente usato come alibi. Le dissertazioni odierne sul «a cosa ti servirà mai una connessione a un gigabit» assomigliano enormemente a certe imbarazzanti affermazioni sulla prevedibilità del futuro tecnologico. Domani forse ne sorrideremo ma quando questo accadrà probabilmente sarà troppo tardi.

Chiusa la parentesi «infrastruttura», il nodo cruciale della lotta prossima ventura al divario culturale è la scuola. Un decennio fa ci si inventò lo slogan delle 3 i (Inglese, Impresa e Internet), una specie di furbo vademecum per una scuola nuova e al passo con i tempi. Era il 2003 e la riforma prendeva il nome dell’allora ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. Sembra passato un secolo. Come spesso avviene da noi il progetto iniziò e finì con quella evocativa definizione. Quel governo non fece nulla per internet; un suo omologo qualche anno dopo ridusse le ore di inglese nelle scuole italiane. Per il resto ci si occupò forse di qualche impresa, meglio se pescata fra quelle vicine al presidente del Consiglio di allora.

Resta il fatto che il punto di partenza era quello giusto: per interrompere la nostra allergia nazionale alla tecnologia e a internet anche oggi, come dieci anni fa, dobbiamo partire dalla scuola e strutturare un’agenda didattica adeguata ai tempi.

Ora, prima di provare a immaginare esattamente cosa sarebbe il caso di fare in concreto nelle scuole dei nostri figli, sono costretto ad aprire una parentesi su una delle definizioni meno esatte che abbiamo molto utilizzato in questi anni, contro la quale, prima o poi, ci toccherà andare a sbattere: quella di nativo digitale.

Sui nativi digitali

I nativi digitali sono una categoria del pensiero. Nostro però, di persone che non sono nate digitali e che lo sono in qualche maniera diventate. Nativo digitale è anche una definizione sociologica vaga che abbiamo importato dal mondo anglosassone caricandola di molti significati che non intendeva avere. Uno su tutti: quello secondo il quale, dal momento che i nostri ragazzi crescono circondati dalle tecnologie, acquisiscono per osmosi una competenza profonda al riguardo. Detto in altre parole, il nativo digitale, diversamente da noi, nasce imparato: immerso com’è nella tecnologia, non avrà alcun imbarazzo a utilizzarla nel modo migliore e più proficuo.

Chiunque abbia figli adolescenti o frequenti per qualche ragione le aule delle università o delle scuole superiori sa perfettamente che una simile definizione è del tutto priva di senso. Fatta salva una vicinanza epidermica alle tecnologie, i ventenni di oggi non sono troppo differenti da noi. Soffrono meno di noi le barriere di ingresso alla tecnologia, ma l’utilizzo che decidono di farne è spesso, purtroppo spessissimo, adeguato al contesto di divario culturale nel quale sono immersi.

Un aspetto importante legato al nuovo ecosistema digitale che i ragazzi nati dopo il 1990 si sono trovati di fronte è quello dell’impacchettamento tecnologico: mi riferisco alla disponibilità sul mercato di strumenti tecnologici le cui caratteristiche di utilizzo sono state definite in maniera molto chiara e spesso insuperabile in sede di progettazione. A differenza di quanto capitava a noi semplici «immigrati digitali» in passato, le tecnologie attuali – contenute negli smartphone e nei tablet che i nativi digitali dominano con tanta maestria – sono molto spesso chiuse e pronte all’uso. Terminati i tempi dell’informatica per smanettoni, quando i pc potevano essere assemblati, smontati e aggiornati da chi li usava, i nuovi device suggeriscono un’idea di libertà preconfezionata. Questo contesto è di per se stesso un freno alla crescita culturale degli utenti, il cui unico percorso formativo nei confronti della tecnologia sarà quello di imparare a orientarsi dentro un giardino che qualcuno ha precedentemente recintato. Ciò vale in special modo per alcuni ambiti di rete. All’interno di questo mimetismo intenzionale, internet può ridursi a Facebook, gli strumenti di controllo potranno essere celati con maggior facilità, e le politiche di indirizzo economico verranno raccontate senza troppe difficoltà come nuove frontiere della libertà di espressione. Tale aspetto rende i nativi digitali intrinsecamente più deboli nei confronti della tecnologia rispetto a chi li ha preceduti, perché la mancanza di consapevolezza, l’assenza di un percorso di formazione impedisce loro in molti casi di sviluppare personali sensibilità e competenze verso i device che utilizzano. È quindi facile comprendere come l’assioma, in Italia molto invalso, secondo il quale i nostri ragazzi potrebbero essere la leva per ridurre il divario digitale degli adulti è il racconto di una debolezza che si illude di curarne un’altra, forse più grave, ma dello stesso segno.

Perché i nativi digitali diventino veramente la molla del cambiamento sociale dovremo costruire attorno alla loro confidenza con la tecnologia un sistema didattico che li aiuti a comprendere la tecnologia; un piano culturale tutto da immaginare che allo stato manca completamente e del cui bisogno, incredibilmente, quasi nessuno parla.

A scuola, di nuovo

Quindi i nativi digitali non esistono, ma esistono ragazzi svegli che avrebbero bisogno di una scuola nella quale si parli delle cose della loro vita. Come un tempo esistevano le ore di educazione civica [6] (che tutti noi vivevamo come un intervallo di barbosa decompressione), oggi sarebbero molto utili ore di lezione in cui si impari l’abc digitale. L’universo di rete è straordinariamente complesso e pieno di sfaccettature: abbiamo bisogno che i nostri ragazzi affrontino una simile complessità e si attrezzino per decodificarla con rigore come Umberto Eco si attrezza con un libro per ristimolare la memoria.

Molti corsi di studi in tutto il mondo si aggiornano, inserendo nella didattica la programmazione e i suoi linguaggi; ma questo è solo un aspetto del problema ed è quello di cui tipicamente si occupano i sistemi educativi diversi dal nostro, molto centrati sulle materie scientifiche. A Londra ci sono alcune scuole private dove fin dalle elementari ai bambini vengono servite matematica, fisica e informatica e poco altro. Le frequentasse mia figlia non sarei contento. Per antico vizio io vorrei anche che imparasse a memoria le poesie di Ungaretti. E questo non è un altro discorso.

Ma se la scuola è la nostra grammatica del mondo, allora oggi internet deve essere compresa al suo interno nel doppio ruolo di fonte didattica e di linguaggio da imparare. Insegnare attraverso internet è un passaggio inevitabile della scuola di domani: alcuni solitari eroi lo stanno facendo già ora senza che nessun ministro glielo abbia imposto.

La dotazione minima per iniziare non è nemmeno sconvolgente: un notebook, una connessione internet e un videoproiettore, perché la rete diventi il libro di testo sfogliato dall’insegnante dentro una nuova lavagna senza ardesia. Immagini, testi, poesie, i filmati storici, la musica del mondo, ognuna di queste informazioni può uscire dalla rete per raggiungere i nostri ragazzi condotti per mano dai loro insegnanti; e se quel giorno durante la lezione di geografia si parlerà di Parigi o di Vienna, sarà possibile passeggiare nelle vie del centro [7] o osservarla dall’alto o guardare immagini della torre Eiffel in costruzione. O ascoltare Édith Piaf che canta «La Marsigliese». E poi magari vedere Marsiglia, e poi e poi e poi.

Mentre gli insegnanti gli mostreranno il mondo in questo modo nuovo e affascinante, i ragazzi, i cosiddetti nativi digitali, esperti di Instagram e Snapchat, potranno allenarsi a riconoscere i linguaggi della rete, a evitarne le trappole, a fidarsi delle migliori fonti. E a scrivere loro stessi quella rete che, a differenza dei vecchi libri di testo, non è immobile e granitica ma aperta al talento e al cambiamento. Anche al loro personale contributo, quando e se decideranno di indirizzarlo da quelle parti.

Internet a scuola è una scommessa a lungo termine, centrale e difficilissima per mille ragioni note. Ma è anche l’unica concreta possibilità di uscire dall’isolamento culturale nel quale ci siamo volontariamente rinchiusi. A questo, se tutto andrà bene, potrà seguire il resto. Si annacqueranno il biasimo degli intellettuali, le articolesse indignate dei prestigiosi quotidiani, le alte grida dell’associazionismo conservatore. Oppure le ascolteremo ancora ma sarà il suono in lontananza del pazzo, la litania della beghina alla quale nessuno presta più attenzione perché, nel momento in cui il mistero doloroso della internet cupa malvagia e soprattutto inutile viene rivelato e mostra la propria inconsistenza, tutto finirà per adagiarsi nella sua placida normalità.

I libri elettronici, che sono stati al centro delle discussioni e delle polemiche sulla scuola digitale in questi ultimi anni, quelli, poi, magari verranno. Ma è evidente che non sono i libri in questa fase il nostro problema. Non lo sono stati fin dall’inizio: l’accelerazione modernista del ministro dell’Istruzione Profumo, che voleva portare in tempi rapidi gli ebook in scuole nemmeno connesse a internet, era un’assurdità di vaste dimensioni. E in ogni caso la scuola non è i suoi libri (come direbbe Luca De Biase, autore della nota frase «i giornali non sono la loro carta»).[8] Ridurre l’innovazione didattica all’adozione di nuovi oggetti in forma di libro (più leggeri e dotati di schermo) e nuovi formati (con contenuti molto simili e affidati ai medesimi intermediari) era un’altra maniera per continuare a ragionare come in passato dopo essersi rapidamente cambiati d’abito.

Partire dalle scuole significa per ora collegarle a internet e riporre fiducia nello spirito costruttivo e nella fantasia degli insegnanti e, possibilmente, del legislatore. Trovare un governo delle 3 i (uno qualsiasi) disposto ad andare oltre gli slogan per spendere soldi per l’innovazione a scuola e per premiare come merita chi, durante l’ora di geografia, non segnerà più con l’asta di legno la carta plastificata dell’Europa politica indicandoci dove sia Parigi e raccomandandoci di studiarla su una scheda fotocopiata male, ma porterà a spasso gli alunni con Street View per Rue de Seine a sbirciare le vetrine delle gallerie d’arte e poi giù in fondo fino alla Senna. E poi, guardate, lo vedete il Louvre di là dal fiume? La vedi Notre-Dame laggiù a destra su quella specie di isola?

In tutta questa idea di rivoluzione scolastica è evidente che gli insegnanti rappresentano il tessuto connettivo sul quale sarà necessario appoggiarsi. Personalmente sono assai dubbioso sul fatto che il passaggio verso una scuola digitale possa avvenire attraverso un processo di alfabetizzazione rigidamente imposto ai docenti. Vale per loro, esattamente come per qualsiasi altra categoria lavorativa, l’incombente problema del divario digitale, poiché è ovvio che dentro quel 40% di italiani che non accedono alla rete sarà possibile trovare anche un numero abbastanza cospicuo di insegnanti. Anche in questo caso le imposizioni rigide verso l’utilizzo delle tecnologie nell’insegnamento rischiano di determinare fenomeni di rifiuto più o meno organizzati. Forse il percorso giusto potrebbe essere quello di immaginare una serie di imposizioni deboli legate alla «innovazione spintanea» ma, soprattutto, meccanismi di incentivazione anche economica ai nuovi maestri digitali. Esiste un’agenda digitale che passa per la scuola e che deve organizzarsi per riconoscere, premiare e incentivare le buone prassi: compito dello Stato è stabilire quali siano (non è per nulla scontato che una simile idea di didattica digitale sia ampiamente accettata) per poi creare un percorso preferenziale per i migliori fra i nostri insegnanti, suggerendo allo stesso tempo ad altri di seguirne l’esempio.

L’incastro complicatissimo tra infrastrutture scolastiche in muratura e digitali, formazione e nuove prospettive dell’insegnamento, dotazione tecnologica e criteri di accesso ai contenuti, è una delle assolute priorità del paese. Lo so, si dice sempre così, per tutto, eppure forse oggi davvero è giunto il momento in cui occorre uscire dalla banalità di una simile frase per iniziare a valutarne con esattezza il peso. Dobbiamo trasformarci in Nick Hornby e iniziare a fare una lista delle dieci cose più importanti per noi.[9]

La rivoluzione digitale del nostro sistema scolastico è in cima a questa benedetta lista, viene prima di mille altre emergenze e deve essere affrontata subito, sapendo che è un tema a lungo termine. Il divario culturale nel quale siamo precipitati è oggi la ragione principale per cui questo paese è sull’orlo dell’abisso. Continuare a parlarne e basta non ci aiuterà.

 


[1]. Cristoforo Morandini, associated partner di Between S.p.A., responsabile dell’Osservatorio Banda Larga; il suo blog è www.cristoforomorandini.com.

[2]. Dati Eurostat, riferiti all’anno 2013. (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-18122013-BP/EN/4-18122013-BP-EN.PDF)

[3]. Gopher è un protocollo di rete che prevede l’organizzazione dei contenuti di un server secondo una struttura gerarchica. Creato nel 1991 da Mark McCahill e Paul Lindner dell’Università del Minnesota, deve il suo nome a uno dei suoi creatori, Farhad Anklesaria, che si è ispirato al roditore mascotte dell’università. (Fonte: Wikipedia)

[4]. Secondo l’indagine Eurostat sopra citata, il 69% delle famiglie italiane dispone di un collegamento a internet, ma il 52% degli individui vi accedono tutti i giorni e il 2% non tutti i giorni, ma almeno una volta la settimana; in pratica, meno del 60% degli italiani usa internet con qualche regolarità.

[5]. L’acronimo lte sta per Long Term Evolution: si tratta dell’evoluzione tecnologica per gli accessi in larga banda mobile delle tecnologie 3g. Per ragioni di marketing molti operatori telefonici usano oggi per le loro offerte commerciali lte la denominazione 4g.

[6]. Introdotte da Aldo Moro nel 1958, le ore di educazione civica comprendevano lo studio delle forme di governo di una cittadinanza ed erano riservate agli studenti delle scuole medie e superiori. Due ore al mese obbligatorie, senza valutazione, affidate all’insegnante di storia. Furono eliminate dai programmi didattici nel 1990 in tempi di iniziale ristrettezza dei fondi per la scuola pubblica.

[7]. Scrive sul suo blog Davide Profumo, che insegna in un liceo sul lago d’Iseo: «Perché per fare geografia a me serve una connessione all’internet; perché mi servono le immagini e il web è pieno di immagini; e Google mi trova tutte le immagini che voglio, quando le voglio; e in più c’è anche Google Maps, che mi fa andare in giro nei posti che sto spiegando proprio come se fossi nei posti che sto spiegando: e allora io prendo i miei alunni e li porto un po’ in giro per le strade di Parigi (visto che è di Parigi che stiamo parlando, in questi giorni: è questa la notizia), e li porto a vedere Rue Sufflot, che mi piace tanto, e l’isola di Saint-Louis in mezzo al fiume, e i giardini del Lussemburgo, e il Beaubourg, e naturalmente Place des Vosges, che è una delle piazze più belle del mondo, e tutto questo, insomma, posso farlo solo perché nel laboratorio di chimica e c’è la Lim, e c’è la connessione, e c’è Google Maps. E mi pare che funzioni, e lo faccio da un paio di anni ormai (anche se nessuno lo sa e a nessuno importa niente che io lo faccia, ovviamente)». (http://sempreunpoadisagio.blogspot.it/2012/03/la-notizia.html)

[8]. Luca De Biase, «Il giornale non è la sua carta», in Problemi dell’informazione, 2009, numero 3-4 (http://blog.debiase.com/paper/giornalisti-innovatori/).

[9]. Nel romanzo di Nick Hornby Alta fedeltà (Guanda, Milano 1996) i protagonisti elencano spesso le loro «top five», classifiche sugli argomenti più vari come libri preferiti, dischi preferiti, film preferiti.

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Falsi d’autore: se la storia viene riscritta da wikipedia https://minimaetmoralia.it/interviste/falsi-dautore-se-la-storia-viene-riscritta-da-wikipedia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/falsi-dautore-se-la-storia-viene-riscritta-da-wikipedia/#comments Wed, 08 Sep 2010 08:35:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2835 Vi proponiamo una bella e originale intervista uscita per Il Riformista a “17K”, hacker e sabotatore per passione dell’enciclopedia informatica più consultata al mondo.

di Stefano Ciavatta

«Cos’è la storia dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia.

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Vi proponiamo un’ intervista uscita qualche giorno fa per Il Riformista a “17K”, hacker e sabotatore per passione dell’enciclopedia informatica più consultata al mondo.

«Cos’è la storia dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia. E la storia la decide chi la scrive. Perché faccio l’attivista su Wikipedia? Perché è divertente. Come barare a carte. Non lo fai per necessità, non vinci nulla. In compenso riesci a piegare l’opinione della più grande enciclopedia del mondo, e farla bere a chi sta più sopra di te. Wikipedia ha dei moderatori molto rigidi e severi. Per costruirti una credibilità ai loro occhi ci metti molto tempo. Cerchi di farteli amici, anche perché non è che li incontri al bar, sei connesso virtualmente, ti scambi qualche mail. La strategia è appoggiarli nelle dure discussioni sui singoli punti delle voci controverse di Wikipedia. Le occasioni non mancano di certo. A quel punto guadagni un po’ di margine per operare sulle cose che ti interessano davvero. Ti sorvegliano meno. Quando riesci a rovesciare tutto, hai vinto».

Giorni fa in una voce della Wikipedia inglese è stato velato il finale di un celebre giallo di Agata Christie, Trappola per topi. Ma i topi su Wikipedia sono molti di più degli otto personaggi della commedia poliziesca. Ci volle un filologo come Lorenzo Valla per dimostrare che la donazione di Costantino era un falso medievale, ricordano sui forum di discussione di Wikipedia: «Ma il mondo con il web va più veloce». Si fa presto a tirare su storie false e a demolirle. A giugno Ségolène Royal è rimasta affascinata dalla storia di Léon-Robert de L’Astran, per Wikipedia un naturalista del Settecento. La sua vita e le opere sembravano perfette per commemorare la giornata nazionale contro lo schiavismo. Invece era tutto falso. Piccoli esempi di come sulla democratica enciclopedia agiscano molti sabotatori della storia umana.

“17K” è uno di questi, e racconta al Riformista come si fa a ingannare una delle fonti del sapere del web. «Iniziamo dai numeri. Wikipedia ha un grosso numero di iscritti. In Inghilterra ci sono tredici 13 milioni di utenti registrati, tra questi 2mila amministratori e 3mila revisori. Ma si può intervenire anche senza essere registrati. Nel giro di tre giorni una tua revisione è moderata. Se è verosimile resta due settimane finché qualche pignolo interviene. Cambi la temperatura piano piano senza cambiare la pressione. E in tre anni hai scritto la tua verità».

Per esempio?
Si può cambiare la storia di Harry Potter fregando la Rowling e settanta milioni di lettori. Harry potter il mezzo sangue, il penultimo libro ha già 8mila modifiche sul suo wiki. Ho studiato attentamente tutto quello che sta scritto in rete, e fatto l’esegesi come con la Bibbia, delle interviste della Rowling, usandole e rimontandole. Per me Harry Potter non è l’eletto. La Rowling ci ha preso in giro. L’eletto è lo sfigato Paciok. Sto costruendo la sua rivincita. Ho riscritto alcuni punti chiave del libro, e ho mandato in giro in rete la storia modificata. Poi ho spinto la cosa sui forum e su Wikipedia, dove opero costantemente. Cito una frase della Rowling che mi dà perfino ragione! Mancano sei mesi dal nuovo film e devo sbrigarmi. Chissà di non riuscire a far morire Harry Potter.

Quali sono i wiki più controversi e gli ambiti meno sorvegliati?
Michael Jackson ha 26mila revisioni, il global warming 28mila, Sarah Palin 27mila e sappiamo che è stata beccata per questo in campagna elettorale. G. W. Bush ne ha 44mila. Qualcuno ha seriamente ipotizzato che fosse discendente di tedeschi e quindi nazista. Ci sono discussioni enormi sulle pagine di Gesù, la Striscia di Gaza, su Adolf Hitler. La pagina della Chiesa cattolica ha tante revisioni come quella di Barack Obama, riscritta ventimila volte. Maometto, il Barcellona ed Elvis Presley hanno gli stessi numeri: come fai a notare discrepanze nel numero degli interventi e a metterti in allarme? Le aziende costruiscono pagine quasi agiografiche. La Coca Cola sembra che distilli sangue dei santi. McDonald’s fa ovunque attività sociale. Troppi i messaggi contingenti, e magari comprati. L’ambito scientifico non è attendibile: tutto viene scritto senza controllo e tutto viene censurato a scanso di equivoci. Le riviste di settore hanno i loro sistemi interni per far circolare gli articoli. Quindi c’è campo libero su Wikipedia. Di attivisti ce ne sono una marea, ma su Internet passa il valore medio delle cose. Wikipedia ha una reputazione massima su Google. Però, per sua furbizia, Google sull’argomento X non va mai a tirare fuori roba fresca da Wikipedia, sta attento alle voci controverse e delicate. Stanno lì a controllare tutto il giorno.

La Storia?
Il revisionismo è un processo lento. Ci sono ambiti dove invece è richiesta rapidità di esecuzione come la finanza. Sulla chat room di Yahoo Finanza è stato postato un articolo di Bloomberg fabbricato ex novo, dedicato alla società PairGain. Le azioni sono subito salite. Ricordi le bombe di Oklahoma City nel 1995? Qualcuno ha messo in giro dei finti spot di America Online (Aol) dove vendevano magliette che inneggiavano alle bombe. Su Wikipedia la Sony ha modificato l’articolo di Halo 3, il videogioco che però gira su Xbox. Sony ha aggiunto che «comunque sia, Halo 3 non sarà migliore di Halo 2». Lo sappiamo perché l’indirizzo IP appartiene alla Sony. Sempre in campo dell’entertainment, un dirigente della Electronic Arts ha cercato di rimuovere dal wiki un membro storico della società che aveva poi dato problemi.

Quindi Wikipedia non è autorevole?
Le principali fonti di sapere internettiano sono tre: Google, Dmoz e Wikipedia. Google si basa sulle ultime due, che non sono autorevoli. Il sistema è fallato se vogliamo cercare una verità. Io opero dentro queste tre scatole, mi sento a metà tra un archeologo, un truffatore e un santone. Spesso aggiungo cose che nemmeno vorrei, in posti dove non potrei, con contenuti che non dovrei. Le bugie non sono fini a se stesse, sono un comportamento strategico, e me le passano. Tramo su Wikipedia, modificando sottigliezze per insinuare posizioni, aggiungendo con attenzione dicerie per trasformarle pian piano in verità, con modifiche successive. Costruisco anche finte fonti da citare, riarrangiando ed estrapolando parole altrui, pubblicandole da qualche parte. E alla fine, una volta sedimentate, nessuno più le tocca, assurgendole a verità. Non sono un ipocrita, ammetto di fare quel che ogni pubblicitario fa: inventare balle. Solo che le metto in posti dove non ti aspetti, in maniera efficace.

Cosa è Dmoz?
Dmoz è una directory che categorizza a mano siti di qualità dagli albori di internet: prima dell’avvento di Google, esisteva solo la zappa e i calli alle mani per catalogare. È come una fortezza nel deserto. Entrare come editore è difficile: devi sottoporti a un piccolo test iniziale, che scarta praticamente chiunque. Il compito di dmoz in effetti è quello di catalogare più siti di qualità possibile, non di cercare verità. Di metterli nel posto giusto e magari scartare un sito vecchio se il nuovo è migliore. Nessuno, in effetti, va a controllare nel dettaglio, sarebbe un lavoro titanico. Ma Dmoz cataloga forse lo 0,2 per cento della rete, troppo poco. Wikipedia è l’esatto opposto di Dmoz.

Il limite vero di Wikipedia?
Citare le fonti. Puoi modificare tutto, anche quelle. Il moderatore non è un investigatore, né un giornalista che è costretto a metterci la firma. Io ho ricostruito pagine intere di quotidiani internazionali. Nonostante Wikipedia sia per me il sito dove puoi farti un’idea di cosa è lo scibile umano e di quanto si possa fare per il mondo lavorando insieme e gratis, so che Wikipedia non è autorevole perché prende comunque delle posizioni, anche se in divenire.

E il famoso neutral point of view, il punto di vista neutrale?
Ecco, il N.p.o.v. è dramma per un wikipediano. Perché viviamo nell’oggi, e scrivere dell’oggi fornisce sicuramente una versione parziale. Generalmente quando c’è un tema caldo, tutti si precipitano a dire la loro aggiungendo dettagli non enciclopedici. I moderatori lavorano tanto, bloccano la voce, alla fine il momento clou passa e resta un casotto che prima o poi qualcuno sistemerà.

Eppure Google dà molta importanza a Wikipedia, tanto che numerose ricerche portano prima di tutto, anche prima delle news, a un wiki.
Google è lo specchio di Internet. Tutte le pagine che Google non ha ancora visitato, quelle che risiedono sepolte dopo la millesima posizione tra i risultati, quelle che ha indicizzato male, è come se non esistessero. Wikipedia in questo senso è tutto ciò che Google desidera per colmare le sue lacune.

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