William S. Burroughs Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/william-s-burroughs/ un blog di approfondimento culturale Thu, 22 Dec 2016 14:16:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg William S. Burroughs Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/william-s-burroughs/ 32 32 L’arte visionaria di Prof. Bad Trip in mostra a Roma https://minimaetmoralia.it/fumetto/larte-visionaria-prof-bad-trip-mostra-roma/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/larte-visionaria-prof-bad-trip-mostra-roma/#comments Fri, 11 Nov 2016 13:30:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32771 Questa sera a Roma, presso il Palazzo Velli Expo, ci sarà l'inaugurazione della mostra A Saucerful of colours, a partire dalle 21 con un'esibizione di Teho Teardo.

Quest'estate Tabularasa Teké Gallery ha organizzato a Carrara nei propri spazi espositivi la mostra A Saucerful of colours dedicata all'artista Gianluca Lerici aka Prof. Bad Trip scomparso nel 2006. La rassegna ha riscosso un grande successo, non solo per la “vicinanza” geografica ed affettiva che lega Prof. Bad Trip alla città toscana (Lerici è nato nel 1963 a La Spezia, a pochissimi km di distanza, e si è diplomato in Scultura nel 1988 proprio all'Accademia delle Bella Arti di Carrara), ma soprattutto per l'importanza artistica delle opere esposte: oltre quaranta dipinti, poco conosciuti al grande pubblico, insieme a una serie di opere grafiche, sculture e altri oggetti come francobolli, poster, collage e complementi di arredo e di design.

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Questa sera a Roma, presso il Palazzo Velli Expo, ci sarà l’inaugurazione della mostra A Saucerful of colours, a partire dalle 21 con un’esibizione di Teho Teardo.

Quest’estate Tabularasa Teké Gallery ha organizzato a Carrara nei propri spazi espositivi la mostra A Saucerful of colours dedicata all’artista Gianluca Lerici aka Prof. Bad Trip scomparso nel 2006. La rassegna ha riscosso un grande successo, non solo per la “vicinanza” geografica ed affettiva che lega Prof. Bad Trip alla città toscana (Lerici è nato nel 1963 a La Spezia, a pochissimi km di distanza, e si è diplomato in Scultura nel 1988 proprio all’Accademia delle Bella Arti di Carrara), ma soprattutto per l’importanza artistica delle opere esposte: oltre quaranta dipinti, poco conosciuti al grande pubblico, insieme a una serie di opere grafiche, sculture e altri oggetti come francobolli, poster, collage e complementi di arredo e di design.

La galleria carrarese ha così deciso di organizzare una seconda tappa della mostra facendola approdare a Roma presso le sale espositive di Palazzo Velli Expo dall’11 novembre al 3 dicembre. Durante l’inaugurazione ufficiale, venerdì 11 novembre alle ore 21, si terrà l’esibizione live di Teho Teardo.

Un’occasione imperdibile per godere di questa grande retrospettiva su uno dei “visionari” che più hanno influenzato il panorama artististico italiano dagli anni 80 ai 2000. Quello per cui più di tutti sentiamo la mancanza.

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Prof. Bad Trip, sfruttando qualsiasi forma d’arte – musica, pittura, fumetto, serigrafia, incisione, scultura etc. – ci ha immersi nel suo universo fatto di robot bizzarri, teschi psichedelici, pupille ipnotiche, improbabibili astronavi, tentacoli psicotropi, forme geometriche impazzite, tutto così pieno zeppo fin quasi a scoppiare di linee e texture drogate. Il suo peculiare immaginario – distopico, ironico, feroce, disilluso, ribelle e persino fanciullesco – negli anni si è rivelato inconsapevolmente “collettivo”, ovvero in grado di catalizzare le ansie, le paure, le emozioni di più generazioni, come solo i grandi artisti riescono a fare. Risultando ancora oggi attuale.

I primi passi li muove da vero punk nei primissimi 80, quando si esibisce come cantante nel gruppo hardcore Holocaust. Crea le sue prime fanzine in puro spirito do-it-yourself iniziando a usare la sigla Bad Trip Production per firmare le proprie creazioni grafiche: volantini, manifesti, t-shirt. Sono anni di formazione e di protesta (manifestazioni e occupazioni di centri sociali). Il suo stile grafico si affina sulla fine del decennio, dopo aver terminato gli studi accademici. Le influenze vanno dal fumettista Robert Crumb a registi come David Lynch e David Cronenberg, passando per le controculture musicali – punk, psichedelia e techno –, fino a scrittori come J.G. Ballard, Philip K. Dick e William S. Burroughs. A proposito di quest’ultimo, nel 1992 Prof. Bad Trip realizza la versione a fumetti de Il pasto nudo (ShaKe Edizioni): una visionaria discesa negli abissi della dipendenza da droghe pesanti che resta a tutt’oggi l’opera più nota di Gianluca Lerici.

Insomma, nei ’90 allarga il suo raggio d’azione aumentando le sue collaborazioni soprattutto con case editrici, nel settore del fumetto indipendente e dell’illustrazione (R&R Editrice) o vicine alle culture antagoniste (AAA Edizioni, Castelvecchi, Stampa Alternativa, Manifesto libri), ma senza trascurare i rapporti con grandi editori come Mondadori, per cui realizza numerose copertine: tra le più note, da segnalare quelle per i primi libri di Niccolò Ammaniti, ma anche di Guy Debord, Philip K. Dick, Edgar Allan Poe e “il nome multiplo” Luther Blisset. Diventa un nome sempre più importante nel contesto artistico nazionale, colleziona sempre più riconoscimenti diventando protagonista di mostre prestigiose organizzate in tutta Italia, ma soprattutto non smette mai di sperimentare in ogni anfratto artistico, fino all’età di 43 anni, quando il 25 novembre 2006 viene stroncato da un infarto.

L’eredità artistica che ha lasciato si dispiega in una sconfinata produzione che prende vita nelle più svariate forme.

La mostra A Saucerful of colours serve a ricordare tutto questo, ripercorrendo originalmente alcune tappe del percorso “visionario” di Prof. Bad Trip. Prezioso è il catalogo a colori che accampagna l’esposizione, contenente gli occhialini 3D anaglifi per la visione delle opere pittoriche e una serigrafia in edizione limitata e numerata. All’interno da segnalare anche la versione integrale ed inedita dell’intervista Apocalittica realizzata da Vittore Baroni al Prof. Bad Trip e soprattutto l’importante testo critico di Matteo Guarnaccia, con il quale abbiamo scambiato due chiacchiere per l’occasione.

La mostra “A Saucerful Of A Color” celebra l’arte di Gianluca Lerici a 10 anni esatti dalla sua scomparsa. Quanto sono stati determinanti, importanti e significativi per il contesto artistico italiano, underground e non solo, Prof. Bad Trip e il suo universo visionario?

Prima di ogni altra considerazione: Gianluca è stato un artista profondamente originale al di là della casacca di appartenenza. Quindi, per favore, lasciamo da parte la parola underground che solitamente viene usata a sproposito, con intenzioni sminuenti, derisorie o, peggio, auto consolatorie. Stiamo parlando di una persona integra, curiosa e appassionata, che si è impadronita dei segreti di un mestiere antico – l’incisione- e ha saputo traghettarli, in maniera sapiente e inaspettata, nel disegno e nella pittura, per raccontare la sua, la nostra contemporaneità. Un Vecellio punk – erede della gloriosa tradizione protestante della totentanz, di Posada, Kokoschka, Ensor – interprete designato del passaggio di consegne tra gli anni ’60 e gli anni ’90 in seno alla scena antagonista. Un processo artistico evoluto – già annunciato dalla scelta di un formidabile nome de plume distopico, “Bad Trip” – che si è svolto in perfetta sincronia con altri accadimenti della mutazione stilistica in atto in quel decennio, Travellers, Genesis P-Orridge, Rave New World, cyberpunk ecc.  A dispetto della durezza dei  temi trattati, ci ha regalato un’arte raffinata, studiata nei minimi particolari. Con un malizioso, a tratti disperato, D.I.Y. ha svolto il compito di collettore di dubbi, paure, pensieri ribelli: una visione critica non fine a se stessa, ma conseguenza di una comunità, reale o ipotetica, di cui si sentiva parte.

Insomma, prima di perderci nella facile formuletta dell’arte sballata, ci troviamo di fronte a genuina arte sociale, senza l’ipocrisia, i clichè e la noia di ciò che di solito siamo abituati a considerare tale. Una  creatività selvatica e grottesca andava a braccetto o litigava, con il mondo della musica, del design, della comunicazione tessile, del fumetto, delle fanzine e dei salotti.  Il fatto che non abbia bazzicato più di tanto il contesto artistico delle gallerie, delle fiere, delle quotazioni da calcio mercato, degli entusiasmi stagionali, non gli ha impedito di creare un corpus di lavoro notevole, una fitta serie di corrispondenze e sostenitori. Gianluca si è giocato tutto sulla traballante frontiera di una sensibilità acutizzata, sulla volontà di occupare un temporaneo terrain vague in attesa dell’invasione degli ultracorpi. Un atteggiamento fisico da lottatore, di chi attinge informazioni dall’orlo del vulcano prossimo all’eruzione, di chi mette mano alla materia non raffinata. Niente a che fare con la fiction antagonista e le madamine tatuate.

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Nonostante questo si ha l’impressione che anche per Prof. Bad Trip – come per molti altri artisti del passato che hanno operato in contesti sotterranei – ci sia il rischio di cadere nel buco nero del dimenticatoio artistico. Ben vengano queste mostre che oltre a far felici gli amanti della sua arte hanno soprattutto il compito di avvicinare le giovani generazioni e fargli conoscere questo artista seminale. Nel 2016 è possibile considerare ancora attuale la sua arte, anche da un punto di vista socio-politico, rispetto al difficile periodo storico che stiamo attraversando?

Quello di offrire riverberi, echi, continuità alla sua figura è  il compito ineludibile di chi lo ha conosciuto e amato. I suoi disegni, le sue stampe, i suoi dipinti, t-shirt, timbri, fumetti, copertine di dischi, sono materiale sensibile che irradia ancora la folle passione di un uomo che ha continuato sino alla fine a sbraitare – e a sghignazzare – contro l’idiozia di ogni genere di potere e contro l’invadenza della tecnologia. Una lezione, un punto di vista, purtroppo ancora attuale. Come preconizzato dalle sue tavole dense di moniti e spie rosse accese, ci hanno cacciato con gli scarponi pixelati chiodati nel Brave New World.

Insomma, quanto manca Prof. Bad Trip oggi, nel 2016?

Non è solo lui che manca, mancano artisti che abbiano il coraggio di andare oltre la realtà consensuale.

Qual è stato il suo rapporto personale con Gianluca Lerici?

Ci siamo sempre rispettati, a dispetto dei background diversi, anche se tutti e due venivamo dalla “strada”. Si considerava il mio figlioccio, mi chiamava perversamente “Babbo”, ci siamo divertiti moltissimo a elaborare progetti deliranti (come la pubblicazione dell’albo bicefalo  “Double Dose”, la sua collaborazione a “Insekten Sekte”, le folli trading cards, le magliette stampate nel suo gelido atelier sugli Appennini). Uno dei bonus a cui avevo diritto, grazie alla nostra complicità creativa, era ricevere costantemente via posta pacchetti sfiziosi con sue opere, t-shirt, toppe serigrafate, fotocopie, collages, brevi testi,  pasticciati e  ingentiliti da disegni, falsi francobolli e  timbri sontuosi. Il nostro ping pong relazionale è stato ludico e magico, diciamo che abbiamo condiviso un affascinante tratto di strada insieme. Le nostre wunderkammer erano contigue, con molte trouvailles lasciate negli spazi comuni (Burroughs, Griffin, Haeckel), c‘erano problemi di infiltrazioni reciproche e, certo, a volte mi lamentavo per la musica techno troppo alta…

Pittura, fumetto, musica, design etc… Questa mostra è da considerarsi una risultante di tutte le influenze, gli stimoli, le curiosità e le più disparate sfaccettature artistiche di Prof. Bad Trip? Cioè, riesce a cogliere tutti questi aspetti?

La qualità della mostra rivela l’entusiasmo impresso all’operazione dalla preziosa compagna di Gianluca, Jenamarie Filaccio e dalla Teké Gallery (Stefano Dazzi ). La scelta degli elementi esposti è frutto di un’accurata selezione. La prima tappa a Carrara è stata strabiliante, per partecipazione di pubblico. E non dimentichiamo che tutto è accompagnato da un catalogo davvero eccellente per la qualità delle riproduzioni delle opere e dei testi critici (oops!! sono coinvolto anch’io, ma in questo caso rischio volentieri l’accusa di “conflitto di interessi”).

Qual è il valore aggiunto di questa mostra?

Andare e abbandonarsi al piacere psicoattivo, cromaticamente destabilizzante delle narrazioni visionarie di Bad Trip. Per una volta lasciate da parte la solita masochista fissazione  xenofila italica. Gianluca veniva da La Spezia ed è sicuramente più esotico e cool di qualsiasi hipster d’oltreoceano sponsorizzato da giovani ereditiere annoiate.

C’è qualche artista oggi che può essere considerato una sorta di erede di Prof. Bad Trip?

No (secco), che io sappia!

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Dalla provincia al punk. Anubi, l’intervista bidimensionale https://minimaetmoralia.it/interviste/dalla-provincia-al-punk-anubi-lintervista-bidimensionale/ https://minimaetmoralia.it/interviste/dalla-provincia-al-punk-anubi-lintervista-bidimensionale/#comments Thu, 04 Feb 2016 06:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29837 Pubblicato sul finire del 2015, Anubi (Grrrz Comic Art Book, disponibile da lunedì in una nuova edizione con 14 tavole in più) è finito in cima a quasi tutte le classifiche di fine anno, in molte delle quali si è aggiudicato addirittura il primo posto. Con merito, sì. Tanto che possiamo già considerare questo libro — sceneggiato da Marco Taddei e disegnato da Simone Angelini — un classico dell'arte sequenziale italiana. Un romanzo a fumetti che è come una canzone punk da un minuto e mezzo: veloce, sporca, assordante, asciutta, sincera e ruvida che sputa in faccia alla gente tutto il marcio e il disagio della vita con una melodia che non si toglie più dalle orecchie.

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Pubblicato sul finire del 2015, Anubi (Grrrz Comic Art Book, disponibile da lunedì in una nuova edizione con 14 tavole in più) è finito in cima a quasi tutte le classifiche di fine anno, in molte delle quali si è aggiudicato addirittura il primo posto. Con merito, sì. Tanto che possiamo già considerare questo libro — sceneggiato da Marco Taddei e disegnato da Simone Angelini — un classico dell’arte sequenziale italiana. Un romanzo a fumetti che è come una canzone punk da un minuto e mezzo: veloce, sporca, assordante, asciutta, sincera e ruvida che sputa in faccia alla gente tutto il marcio e il disagio della vita con una melodia che non si toglie più dalle orecchie.

Anubi racconta tutto un mondo che è sempre lì, quello che forse più di tutti rispecchia un Paese alla deriva, fin troppo tralasciato dai grandi mezzi di comunicazione oggi. Non descrive gli stenti “ipocriti e plasticosi” di una generazione in crisi, con il mac, la partita iva, la smart, la precarietà professionale delle agenzie pubblicitarie… no. Il contesto nel quale si muove è fatto di tossicodipendenza, disoccupazione, disperazione, condendo il tutto con massicce dosi di dissacrante ironia.

In 300 tavole, caratterizzate da un fortissimo e allo stesso tempo piatto bianco e nero, vengono narrate le vicende del nullafacente perdigiorno tossico Anubi, la divinità egizia trasferitasi in Italia presso un paesino generico sull’Adriatico (un ibrido tra Pescara e Vasto, le città dei due autori). Il protagonista è dunque una testa di cane, ops sciacallo, nera, su una t-shirt bianca e quattro arti stilizzati. Punto. Ma è quello che rappresenta a essere complesso e in qualche modo emblematico della nostra contemporaneità. Anubi esplica la dicotomia uomo-divinità — gli autori si divertono a ribaltarne i significati svuotandoli entrambi — raccontando una storia comune di provincia: il bar, i personaggi borderline, le perversioni, la droga, la solitudine, il campari, il mare, la voglia di essere altrove ma soprattutto le contraddizioni e le difficoltà della vita nel suo dipanarsi quotidiano.

Pensate a una versione a fumetti di Amore tossico di Caligari con il trasporto narrativo di Pier Vittorio Tondelli (Altri libertini). Come è impossibile non cogliere echi dell’immenso e indimenticato Andrea Pazienza, del suo Zanardi ma soprattutto del suo tragico Pompeo. Ma mentre le tavole del fumettista di San Severo erano piene di splendida poesia, caratterizzate da disegni pittorici e profondi, i due autori abruzzesi agiscono per sottrazione: Taddei è asciutto fino all’osso, Angelini incisivamente bidimensionale. Ed è proprio in questo loro dono della sintesi che risiede l’originalità di Anubi, non tralasciando però anche la loro capacità di aver saputo creare intorno al protagonista tutta un’architettura di personaggi caratterizzati alla perfezione e in grado di aprire le porte a eventuali storie da sviluppare.

Anubi sembra essere proprio quel cane che impregnava di cattivo odore il panno dei sedili della macchina di Pompeo (il riferimento è alla tavola nove de Gli ultimi giorni di Pompeo di Andrea Pazienza, qui sotto) e che una volta trovatosi solo abbia scelto quel paesino sull’Adriatico per continuare a (soprav)vivere imparando a camminare eretto con la sua t-shirt bianca, bazzicare il bar, bere campari, mettersi nei guai e guardando tutto e tutti con quel suo sguardo a forma di stella indolente e disilluso credendosi un dio egizio. E proprio come il suo padrone anche questo Anubi finirà per fare i conti con la vita.

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Ditemi la verità: in fase di lavorazione vi siete resi conto che stavate portando a compimento un’opera così importante?

M: Non direi. Facevamo solo quello che ci sentivamo di fare. Anubi è un fumetto a cui abbiamo lavorato molto e le prospettive di realizzazione si sono dilatate parecchio nel tempo, avviati sulla nostra strada però l’abbiamo seguita caparbiamente. Direi che la storia che abbiamo scritto si dimenava un po’ come un gatto dentro un sacco in fondo ad un fiume. E noi abbiamo pescato il sacco e fatto uscire il gatto.

S: Esatto, in fase di lavorazione eravamo contenti di poter raccontare una storia originale a modo nostro, in totale libertà sia nei contenuti sia nella forma. Ora vedere che Anubi viene percepito come un nuovo “personaggio” del fumetto italiano non può che farci piacere… Missione compiuta!

In Anubi riemerge tutto un certo immaginario degli anni ’80 ma avete avuto il merito di rivoluzionarlo svuotandolo di ogni deriva retorica, poetica e intellettuale e rendendolo dissacrante, cinico, veloce e piatto. È come se Anubi fosse già un classico del fumetto italiano, perché riesce a raccontare il mondo come da tanto non capitava di leggere in maniera così diretta e onesta. Quanto avete lavorato su questi aspetti?

M:  Abbiamo adeguato la storia allo spirito aspro che volevamo venisse fuori. Un formidabile balocco per spingere al suicidio tutti i nostri migliori amici. L’ispirazione fondamentale di questo fumetto sono le cose che banalmente si trascinano davanti ai nostri occhi con cadenza quotidiana. Forse è per questo motivo che Anubi è privo di fronzoli retorici e intellettuali, caratteristiche che magari lo hanno aiutato ad adattarsi ai trascorsi di così tanti lettori.

L’asciuttezza di Anubi non è però un prodotto farmaceutico preparato a tavolino, è per così dire il prodotto di una forgiatura, proviene da un bagno di magma ad una temperatura superpotente. Roba da sciogliere le ossa dentro la carne. Forse è il tono dimesso e routinario con cui trattiamo il “dolore” è il minimo comun denominatore che ci avvicina ai lavori di Pazienza, Tondelli & co.

S: Ci siamo divertiti, abbiamo giocato ma anche ragionato. Un punto fermo è stato quello di svestire sia a livello testuale che grafico il racconto in modo da arrivarne all’osso, un bianco e terribile osso da buttare in pasto ai lettori.

Perché, nel 2015, avete scelto di raccontare una storia provinciale di disagio, di dipendenza e disperazione? Il rischio che correvate era di restare intrappolati in una morsa derivativa.

M: Come accennato, abbiamo fatto Anubi seguendo un fragore interiore, in un certo senso senza padrini o ispirazioni di sorta, nei limiti del possibile ovviamente. Pazienza non c’è passato nemmeno per l’anticamera del cervello ma questo non vuol dire che non abbiamo attinto alle sue storie. È più probabile che abbia agito inconsciamente. Essendo saturi dei suoi lavori e della sua epica salmastra ed esiziale, qualcosa del modo di fare fumetti pazienziano è trapelato ed è giunto fin dentro il ventre caldo del nostro piccolo volume.

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S: Viviamo in provincia, il disagio, la dipendenza e la disperazione sono all’ordine del giorno anche nel 2015. Abbiamo cercato in tutti i modi di raccontare questi aspetti senza cadere nel derivativo. Graficamente ogni volta che ho intravisto che inconsciamente disegnavo un qualcosa di minimamente riconducibile ad un vissuto non diretto ma “idealizzato” attraverso film, racconti o altre cose non mie, ho cercato di tornarci su e rielaborarlo in maniera personale. A Berlino (riferimento a una scena del libro, Ndr) ci son stato una volta, e me la ricordo fatta così.

Torniamo su Pazienza: quanto ha influito su di voi? È evidente che Anubi si avvicina al suo universo.

M: Siamo dannatamente lusingati da questo paragone. Ricordo che durante i primissimi anni dell’Università presi la tessera della biblioteca e mi portai a casa i volumoni monografici Zanardi-Pentothal-Pompeo. Me li tenni circa 6 mesi sperando che quelli della biblioteca si dimenticassero di me. Mi sorprendeva aver trovato una voce che dicesse così chiaramente quello che passava per la testa a me, ai miei amici, ai miei coinquilini, a tutte le persone che conoscevo. Detto questo però potrei citare almeno altri cento autori che in quel periodo mi avevano fatto lo stesso effetto. Insomma ero la tipica spugna e tutto diventava un ingrediente dentro il tremendo zuppone vorticoso che ero io e che sono diventato adesso.

S: Per Pazienza nutro un sentimento di odio e ammirazione. Personalmente ho sempre ammirato il suo modo di fare fumetto, è un innovatore. Ho letto i suoi lavori più conosciuti, Zanardi, Pompeo, Pertini, Pentothal, etc. ma non posso dirti che è un mio riferimento quanto lo sono Tamburini e Scòzzari, che trovo più affini. I sentimenti negativi verso Pazienza non sono legati né alla sua opera, né alla sua persona. Sono piuttosto il frutto di uno snervante e ripetitivo modo provinciale di infilare Paz in qualsiasi discorso sul fumetto nella città di Pescara. Nella mia città tutti lo conoscevano, tutti hanno l’episodio da raccontare di Andrea al liceo artistico o nella galleria Convergenze, oppure hanno il bozzetto originale in cantina. L’80% di questi racconti sono inventati di sana pianta solo per darsi un tono. Purtroppo non c’è lo stesso interesse verso autori di fumetto contemporanei, soprattutto abruzzesi, per dire due nomi Liberatore e Ratigher. Su questo ho sbattuto diverse volte il muso prendendomi la briga di organizzare iniziative come ad esempio il PICS, il Pescara Intergalactic Comics Show. Finora ho trovato l’appoggio solo di poche persone “illuminate” in questo anubesco anfratto costiero.

Dal punto di vista narrativo, quanto avete investito sulle storie: di Anubi in primis, ma anche di quelle dei personaggi che gli ruotano intorno? Avete creato tutto un mondo brulicante di personaggi riuscitissimi in un paesino sull’adriatico come fosse una metafora dell’universo (dato che ci rientrano pure le divinità).

M: È  stata la parte più stimolante della sequenza creativa. Anubi è un fumetto che si chiama con il nome del suo protagonista, tipo Topolino per intenderci. Volevamo che questo personaggio prendesse il suo spazio e, cavolo, se l’è preso! Basta notare che in copertina appare proprio lui, sotto il suo nome, inequivocabile, nero su bianco, come una notizia di cronaca. Per lui ho creato una storia bizzarra di esilio e di etilismo di quartiere, e dopo il suo personaggio è venuto fuori facilmente tutto il corteo di carogne che lo avrebbe circondato. Horus, Enrico, le Suore e tutti gli altri caratteri sono saltati fuori con naturalezza, come sfogliando un catalogo (non a caso usiamo questo espediente per presentarli all’interno del fumetto). L’habitat medio adriatico l’ho recuperato con facilità, mi è bastato affacciarmi alla finestra. Su queste immagini ho dovuto solo innestare tutto il vortice di idee feroci e bislacche che mi venivano a bussare alla porta con cadenza misteriosa.

S: Li ho contati ora. Sono 75 personaggi, escluse le creaturine. Abbiamo cercato di “plasmare” ognuno di loro sia attraverso i dialoghi che per mezzo di posture, abbigliamento o delle fisime particolari. In questo modo ci siamo lasciati la porta aperta per 75 potenziali spin-off del racconto…

Veniamo ai disegni: il tratto di Angelini è pura sintesi stilistica, la più adatta a raccontare questo tipo di storia. Quanto ci hai lavorato e quali sono stati i fumettisti che più ti hanno influenzato?

S: Ti ringrazio. Mi piace pensare ogni progetto, sia personale che in collaborazione con Marco, come a una occasione dove sperimentare in maniera differente creandomi dei piccoli rompicapo. Inizio mettendo dei paletti. In Anubi ad esempio ho deciso che oltre il bianco e nero ci sarebbe stato solo un grigio, sempre lo stesso. Questa limitazione mi ha permesso di spingere oltre la ricerca grafica, cercando soluzioni di sintesi legate soprattutto al gioco tra pieni, vuoti, luci e ombre.

Stesso discorso per il tratto. È nato scegliendo di usare sempre e solo lo stesso pennello a china evitando righe o squadrette. È un tratto che è venuto da se in fase di inchiostrazione, rivedendo ora il lavoro finito mi rendo conto che pochissimo è stato premeditato nello spessore delle linee, nelle modulazioni, nella pressione applicata al pennello. Csikszentmihalyi la definirebbe “trance agonistica”.

Da li poi mi son divertito a creare qualche piccola anomalia grafica, qualcuna perché l’ho ritenuta necessaria ai fini della fruizione del racconto, altre per puro divertimento.

Traggo ispirazione da tantissime cose che spaziano dalla grafica alla fotografia, dal cinema alla storia dell’arte, dal design all’architettura, ma se vogliamo limitarci al fumetto seguo principalmente l’underground americano,  giapponese, sudamericano e ovviamente italiano. Ultimamente ho avuto contatti anche con il fumetto umoristico indiano, fenomenale. Per tenermi aggiornato, tempo permettendo, cerco di tenermi aggiornato sul mainstream americano e nipponico.

anubi5Quanto c’è di punk in Anubi e in voi?

M: Io sono troppo giovane per essere stato un punk genuino ma il punk mi sta a cuore, è vero. Proprio stasera vedevo un documentario in cui Massimo Zamboni parla come un vecchio matusa dei suoi trascorsi, usando un termine buffo per definirli. Usava al posto di punk, “punkettone” e così li teneva a distanza quei trascorsi, il punk lo metteva al guinzaglio, e se lo piazzava sotto i piedi, trionfante come San Michele che schiaccia la capoccia del drago. Anubi è un dio, ed un dio, per quanto venerato e adulato dalla ciurma dei suoi fedeli, è una macchina insensibile che tratta gli esseri umani come pezzi di DAS. Quando dio deve rovesciare la sua ira su tutto il creato o il peso del suo destino su di una singola creatura, è diretto, ruvido e veloce. In questo senso dio è punk. Quindi forzatamente dio vuole bene alla genuinità di un punk, perché sennò ne sarebbe invidioso. E Dio che invidia un punk è una cosa che non sta né in cielo né in terra anche se riavvicinerebbe alla fede tantissime persone che conosco. Ho risposto alla domanda?

S: Come accennavo in precedenza, in Anubi c’è anche una parte punk legata al tratto, al voler raccontare graficamente una storia nella maniera più diretta, viscerale e rozza possibile, per arrivare un po’ a tutti, come una canzone ruvida ma orecchiabile. Con Anubi abbiamo gettato una voce nel mare del fumetto per tentare di dimostrare che i fumetti si possono fare anche in Italia in questo modo e soprattutto si possono raccontare delle storie senza nascondersi dietro il paravento del “bel” fumetto.

Non mi sono mai agghindato con giubbotto di pelle, anfibi e cresta. Ne son stato mai un grande ascoltare di musica punk. Ma son sempre stato affascinato dall’attitudine creativa che ruota intorno a quel mondo, al voler dire le cose senza mezzi termini, al contare sulle proprie forze, allo spogliare le cose di tutti gli orpelli. Scusa, mi sono esaltato, vado ad urlare in giardino.

Arriviamo alla parte che amo di più di Anubi: Enrico e Le scimmie. Penso sia uno dei picchi narrativi più alti del racconto, nel quale proprio il fumetto come mezzo di comunicazione è sfruttato al massimo delle sue infinite capacità espressive: semplicemente raffigurando la dipendenza come una donna-scimmia. È la sola parte di Anubi dove il lato dissacrante e cinico si annienta e lascia invece spazio totale al dolore e alla disperazione più cupi.

M: L’intuizione ci è venuta per sottrazione, come molte cose all’interno del mondo di Anubi. Quando si parla di droga mi appare in testa tutta una retorica legata alle siringhe, alle vene butterate, ai cucchiaini sfrigolanti. Anubi doveva misurarsi con questa retorica che era però troppo abusata. Mi infastidiva inoltre trattare così sterilmente una questione spinosa e tutt’ora aperta. Mi è venuto in aiuto il caro vecchio Burroughs che di droga ne ha sempre saputa una più del diavolo. Mi è bastato dare uno sguardo al titolo di un suo romanzo, La Scimmia sulla Schiena, e tutto è diventato chiaro. Forse il vero cinismo viene fuori quando definiamo la dipendenza da droga come  rapporto amoroso, intransigente, fatto di vendette, soprusi e sfruttamenti reciproci. Sadico e masochista, ma sicuro. Un vero e proprio bene rifugio.

S: Si, la parte con le scimmie è stata senza dubbio un bel banco di prova, volevamo fortemente non cadere nei luoghi comuni da “Noi, ragazzi dello zoo di Berlino” o rappresentare le sostanze e il modo di farsi in maniera didattica.

E crescere in provincia quanto vi ha segnato?

M: Sembra strano, ma chi cresce in provincia di solito non se ne accorge. Quando quel qualcuno mette il naso fuori dalla provincia si accorge che c’è un mondo fuori, più o meno, a sua disposizione. È allora che la provincia diventa improvvisamente stretta. Una volta cresciuto, quando entri in una fase di stallo reciproco, quello è il punto più difficile da superare in provincia. Devi arrivare ai fatti, ispezionarli e l’ispezione è la parte più splatter perché equivale a rigirarsi un mestolo nelle budella. La provincia può fare bene, può fare male, bisogna scenderci a patti. A sessant’anni sono quasi sicuro che non troverò posto più bello che il paese in cui sono cresciuto per arenarmi e asciugarmi al sole come un ossobuco. Anubi però ha origine dal sudore freddo, dalle notti insonni, dal sospetto che i cambiamenti nella mia vita si fanno sempre più rari e difficili nel paese in cui mi trovo adesso.

S: Dio benedica la Provincia! Senza l’isolamento, le incomprensioni, il sentirsi sbagliati, la morale, e tutti gli ingredienti che la compongono, non avremmo avuto il 90% dei capolavori che ci sono in giro. Solo chi vive in Provincia, avendo la privazione da molte cose, può capire, assimilare, rielaborare e trasformare il tutto nella benzina per fare la differenza.

Come mai avete deciso di creare questa dicotomia uomo-divinità? Insomma, c’è dietro una riflessione sulla religione oppure è solo un escamotage narrativo per dare più rilevanza alla resa alla vita di Anubi?

M: In massimo grado la seconda che hai detto. Una riflessione c’è, ma chiamarla religiosa è limitante, Io direi più una riflessione primitiva, primordiale. Dove finisce l’uomo comincia dio e dove dio inizia finisce l’uomo. Sono due costoni, due fronti continentali in pressione brutale, dalle scintille che sprizzano da questa frizione nascono un sacco di cose interessanti: filosofia, poesia, matematica, arte, ideologia, politica, occulto, scienze esatte e scienze inesatte. Di tutto insomma. Come non attingere a questo scintillame per riempire i calici e brindare alla salute di un dannato cagnaccio con i denti a stella?

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The Visit. Un film di M. Night Shyamalan – o no? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/the-visit-un-film-di-m-night-shyamalan-o-no/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/the-visit-un-film-di-m-night-shyamalan-o-no/#comments Wed, 30 Dec 2015 07:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29549 di Francesco Romeo

Rebecca, detta Becca, e Tyler sono due adolescenti che vivono con la madre single; ormai da alcuni anni il padre se n’è andato a vivere con un’altra donna senza mantenere i contatti con nessuno di loro. I nonni, che i due ragazzini non hanno mai conosciuto, un giorno chiedono alla figlia il permesso di ospitare per una settimana i due nipoti nella loro casa di Masonville. La madre è incerta ma Becca e Tyler sembrano tenerci e la convincono. Per Becca, che ha sogni da cineasta, è anche l’occasione di realizzare un documentario su quei giorni e sui rapporti tra la madre e i nonni, che è impaziente di intervistare. Ma nel corso di quella settimana lei e suo fratello, che si esercita con il rap e sembra avere i germi per nemici personali, assisteranno a comportamenti dei nonni man mano sempre più preoccupanti.

Folta ormai la schiera dei registi che smantellano o schiacciano il racconto, per esempio Gus Van

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di Francesco Romeo

Rebecca, detta Becca, e Tyler sono due adolescenti che vivono con la madre single; ormai da alcuni anni il padre se n’è andato a vivere con un’altra donna senza mantenere i contatti con nessuno di loro. I nonni, che i due ragazzini non hanno mai conosciuto, un giorno chiedono alla figlia il permesso di ospitare per una settimana i due nipoti nella loro casa di Masonville. La madre è incerta ma Becca e Tyler sembrano tenerci e la convincono. Per Becca, che ha sogni da cineasta, è anche l’occasione di realizzare un documentario su quei giorni e sui rapporti tra la madre e i nonni, che è impaziente di intervistare. Ma nel corso di quella settimana lei e suo fratello, che si esercita con il rap e sembra avere i germi per nemici personali, assisteranno a comportamenti dei nonni man mano sempre più preoccupanti.

Folta ormai la schiera dei registi che smantellano o schiacciano il racconto, per esempio Gus Van Sant che in Paranoid Park lo lacera (spezzato in due: superotto o trentacinque millimetri? Soggettivo o oggettivo? Geometrico o antigeometrico?) e lo ipnotizza nel circolo selvaggio di una pista da skateboard. Né mancano i registi che liquidano i propri personaggi, come già Antonioni, naturalmente, che alla fine di L’eclisse (1962) li “semina” sulle strisce pedonali e li discioglie nella luce di un lampione (e addio all’identificazione di una donna).

Tutti muovono da Hitchcock, che è il grande pioniere, il Neil Armstrong di mille lune del cinema. Pensate a La congiura degli innocenti (The Trouble with Harry, 1955), dove il racconto, la “questione”, consiste di fatto in una serie di soste presso un cadavere (il cadavere è il racconto); o pensate a Nodo alla gola (The Rope, 1948) in cui la macchina da presa monellescamente intraprende (come i bambini che non smettono mai di giocare, senza-soluzione-di-continuità) una specie di caccia al tesoro, mentre i personaggi (i “grandi”) discutono seduti in poltrona di questioni di filosofia morale sotto lo stroboscopio di una New York artificiale e dietro lo specchio (in vetrina), e dove il tesoro è il cadavere nascosto in un baule (il cadavere è di nuovo il racconto); ricordatevi poi di Psyco (Psycho, 1960), che ci mette non troppo di più che il tempo di una doccia per far scomparire nello scarico dell’acqua, come un eroe di William S. Burroughs (o un volto di Francis Bacon che si incunea nel buco della serratura di una porta), la sua protagonista, la celebre attrice bionda che con il suo volto ha portato la gente al cinema.

E a volte sono i luoghi del cinema che dettano legge, a dispetto delle voglie della trama.

La serie tv The Wire finisce non appena i cinque ambienti della città di Baltimora a cui ogni stagione si vincola (la strada; il porto; il municipio; la scuola; la redazione del quotidiano) sono stati indagati nei loro specifici ingranaggi, hanno assolto la loro funzione di pezzi del puzzle (come le cinque testimonianze che l’inviato dell’Inquirer raccoglie per provare a venire a capo della verità su Charles Forster Kane in Quarto Potere di Orson Welles). La serie tv The Knick, analogamente, giunge a un punto di non proseguibilità quando in seguito a episodi incendiari assortiti i politici locali decidono di non proseguire i lavori di ricostruzione dell’ospedale The Knick: senza set, niente film (la serie sarebbe del resto derubata del suo nome, un povero Frankenstein, senza identità).

M. Night Shyamalan gioca a eclissare se stesso. Si diverte a dimettersi. Lascia la cassetta degli attrezzi nelle mani dei suoi due protagonisti, Rebecca (sembra battezzata da Hitchcock) e Tyler. Rebecca, o Becca, vuole infatti realizzare un documentario sulla prossima visita a casa dei nonni a Masonville (o Mansonville?), che né lei né suo fratello hanno mai conosciuto. La sorella fa quindi la regista e il fratellino fa il suo operatore (o così è deciso, in effetti si passeranno la videocamera come in uno scambio tennistico). La maggior parte delle inquadrature del film saranno le inquadrature decise dai due ragazzini. M. Night Shyamalan resta all’angolo. Semmai è un regista fantasma: in una scena, il fratello rassicura la sorella in lacrime di non stare zoomando sul suo volto (con le domande che le pone sta scavando nel suo dolore di bambina abbandonata dal padre e che ora pensa di non valere nulla); noi non crediamo a Tyler che se non altro così si avvicina, otticamente, alla sorella, ma in fondo è anche possibile immaginare che in questa situazione Night Shyamalan colga l’occasione per rimpadronirsi del mezzo di ripresa. Mai uno zoom, in ogni caso, è stato altrettanto candido nell’affermare la propria sostanza o non sostanza immateriale, spionistica, spiritica, fantasmagorica.

A confermare questa contumacia, la delega del compito registico, è l’assenza di commento musicale. Anzi no. Il fratellino vuole aggiungerlo. Lui è un rapper e cioè uno che mette in rima e canta gesticolando qualsiasi argomento gli si lanci in bocca. Vuoi vedere che Night Shyamalan, piratesco, si identifica meno con Becca che con Tyler?

E pertanto… l’argomento di oggi è… l’horror!

Che aspettiamo, sembra incitarsi M. Night Shyamalan: mettiamolo in rima, l’horror.

La progressione in didascalia dei giorni settimanali fino al climax da calendario fa rima con la scansione di Shining (quando Jack Torrance finisce di parlare con il proprietario dell’Overlook Hotel, una dissolvenza incrociata particolarmente lenta lo trasforma in uno spettro); il vomito peripatetico della nonna è una variazione di una celebre sequenza di L’esorcista (ed è qui che i due ragazzini capiscono che in quella casa non è tutto verde); la nonna che si nasconde sotto il lenzuolo e poi si solleva ricoperta dal lenzuolo fa rima con tutti i film di fantasmi di sempre (ma il mio cuore batte per il film Ghostbusters di Ivan Reitman con i suoi aggeggi intrappolanti; per il videogioco Ghostbusters con il furgoncino in primo piano sul cui sportello si stampava più o meno malinconicamente game over; per la musichetta Ghostbusters che era del film e del videogioco, tanto quanto); la nonna che ride di spalle sulla sedia basculante resuscita la mamma di Norman Bates in Psyco (l’unico film della storia replicato scientificamente da Gus Van Sant, che ne rifà quasi tutte le inquadrature).

Non ci meravigliamo quindi se il montaggio alternato della sequenza cardinale (la nonna che si avventa su Becca, il nonno che bracca Tyler) ha la movenza di una rima alternata.

E in questo pasticcio o in quel postaccio (la casa dei nonni) non possono mancare le autocitazioni, se di documentario autobiografico, quello di Becca, si tratta. La più geniale tra queste riguarda il momento in cui Tyler corre davanti alla videocamera perché stava parlando con Becca di quello che avevano visto dal buco della serratura della propria stanza, la nonna che vomitando passa velocemente davanti ai loro occhi, e il ragazzino vuole riderci su a modo suo, usando il campo, entrando nell’inquadratura come se sbucasse da un nascondiglio e come se puntasse a salvarsi di là dall’inquadratura (nella incolumità del non esser spiato). Questo momento, questa performance, corrisponde alla scena di Signs in cui l’alieno si rivela, a un gruppo di bambini e a noi spettatori, con un fulmineo scatto, sbucando da un vicolo, durante la visione del filmino che riprende la festa dei bambini.

In questo film tutto ciò che conta accade davanti a una videocamera tenuta tra le mani della sorella o del fratellino oppure da loro piazzata in qualche punto nascosto: riprendono anche mentre dormono: se M. Night Shyamalan dimostra di saper essere un regista fantasma, loro sono in grado di diventare, alla bisogna, registi sonnambuli.

La rivelazione narrativamente più dirompente, poi, arriva mediante la telecamerina di Skype. La mamma sta ascoltando e guardando in video i suoi due figli che le comunicano gli strani avvenimenti in casa dei nonni, lei ribatte che non riesce a capire, che i nonni sono delle brave persone, allora Tyler solleva il portatile e lo fa ruotare, come farebbe Archimede per spedire i raggi del sole contro i nemici. La madre scopre così la verità: da una telecamerina incorporata al computer. Il fulcro del film si trova in questo. Strumenti di ripresa, aggeggi per intrappolare e disintrappolare lo sguardo, che rimano tra loro. Che gesticolano cantando.

M. Night Shyamalan prende nelle proprie mani l’horror più sporco possibile (il nonno a un certo punto, in un’inquadratura fissa, approfitterà nel modo più spietato della fissazione che ha Tyler per la pulizia, del suo terrore per i germi) e lo deterge trasformandolo in un rap.

Il regista Lav Diaz ci dice che “ricorderemo il mondo attraverso il cinema”. Nel frattempo, con Night Shyamalan, il cinema pensa a ricordare se stesso. A rifarsi, a rifrarsi. A visitare le proprie stanze, anche quelle che fanno paura (come giocare a nascondino). Perché tutto quello che conta lo dovremmo guardare come lo filmeremmo se lo filmassimo. Noi registi fantasmi e insieme acchiappafantasmi. Con in coda sillabe e gesti.

(Rebecca che finalmente si sta guardando allo specchio, ma che per un frangente gira la testa e segue il ritmo della canzone di Tyler, è il gesto più commovente di tutti, il suo sorprendente sì alla presenza di un commento musicale nei film, nella vita).

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