Wislawa Szymborska Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wislawa-szymborska/ un blog di approfondimento culturale Fri, 01 Feb 2019 14:05:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Wislawa Szymborska Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wislawa-szymborska/ 32 32 Il silenzio delle piante: sette anni senza Wisława Szymborska https://minimaetmoralia.it/poesia/silenzio-delle-piante-sette-anni-senza-wislawa-szymborska/ https://minimaetmoralia.it/poesia/silenzio-delle-piante-sette-anni-senza-wislawa-szymborska/#comments Fri, 01 Feb 2019 13:57:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39370 Sette anni senza Wisława Szymborska, una delle voci più riconoscibili e amate della poesia contemporanea.

Qual è il segreto dell’incanto esercitato dai suoi versi su innumerevoli lettori non solitamente avvezzi a leggere poesia? Qual è il destino della sua opera in un’epoca di consumo estetico bulimico e distratto?

Ne abbiamo parlato con Luigi Marinelli, intellettuale dalla cultura straordinaria e tra i massimi esperti di letteratura polacca contemporanea, a cui ci lega una profonda e affettuosa stima.

Speriamo che la giocosità con cui ci prendiamo in giro in questa conversazione possa essere in armonia con la proverbiale e adorabile ironia szymborskiana.

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Sette anni senza Wisława Szymborska, una delle voci più riconoscibili e amate della poesia contemporanea.

Qual è il segreto dell’incanto esercitato dai suoi versi su innumerevoli lettori non solitamente avvezzi a leggere poesia? Qual è il destino della sua opera in un’epoca di consumo estetico bulimico e distratto?

Ne abbiamo parlato con Luigi Marinelli, intellettuale dalla cultura straordinaria e tra i massimi esperti di letteratura polacca contemporanea, a cui ci lega una profonda e affettuosa stima.

Speriamo che la giocosità con cui ci prendiamo in giro in questa conversazione possa essere in armonia con la proverbiale e adorabile ironia szymborskiana.

Qual è il segreto, per te, del successo improvviso,virale della Szymborska in Italia?

Non è stato tanto improvviso… Se ne parlava da anni: il traduttore Pietro Marchesani e l’editore Vanni Scheiwiller avevano capito il “potenziale” di quella poesia già da molto prima, e pensa che la prima tesi di laurea di cui io fui relatore alla Sapienza nel 1994/95 fu proprio su Szymborska. Ne era autrice Federica K. Clementi, che ora insegna in America, e una sua parte (l’intervista intitolata L’indispensabile naturalezza) venne poi pubblicata in appendice all’edizione di lusso Adelphi delle Opere. La successiva moltiplicazione e massificazione è stata dovuta al fatto che la poesia della Signora Wisia parla a ciascuno e, in fondo, di ciascuno, e quindi poteva essere citata, riusata, abusata e reinterpretata in mille modi, il che fa gioco alla cultura “individualistica di massa” odierna. La poesia della Szymborska insomma “piace” anche più della pastina in brodo, a moltissimi e non solo “ad alcuni”, come scrive in una sua famosa poesia. Proprio lei che in Grande numero esaltava l’immaginazione commossa dalla “singolarità”, è diventata un fenomeno mediatico. Ma che ci possiamo fare? E soprattutto che ci poteva fare la Szymborska che era una fra le persone più schive, riservate e perfino chiuse che abbia mai conosciuto?

Come inviteresti un lettore ignaro della sua opera a scoprirla?

Mi è capitato in passato di inviare per posta (anche prima delle e-mail) una poesia di Szymborska che si “adattava” e magari “spiegava” con parole migliori e più chiare (o se preferisci: “chiare, fresche e dolci”)  qualche situazione specifica, altrimenti difficile da dire. Per quanto riguarda l’innamoramento, ad esempio, forse non c’è poesia che lo racconti meglio di Amore a prima vista, che per l’appunto “spiega” come l’amore (e tutto il resto delle nostre vite) nasca soprattutto dal caso. E, guarda caso, il caso è il tema principale della poesia di Wisława Szymborska. Da qualche parte mi pare di aver scritto che a lei sarebbe piaciuto molto notare che in italiano caso e caos sono anagrammi l’uno dell’altro, perché il caso è caotico e democratico, e non guarda in faccia nessuno. E come ha scritto giustamente Alfonso Berardinelli, i giochi di parole in lei non sono mai separati da giochi di idee e di immagini. Sia quella che l’altra grande poesia sul caso (che molti citano erroneamente come una poesia d’amore per via degli ultimi due versi, ormai famosissimi: “Ascolta / come mi batte forte il tuo cuore”) sono grandi lezioni di vita per tutti e per ciascuno. E a me piace molto che quell’invito: “Ascolta” sia un verso a se stante, il penultimo, della poesia Ogni caso. La poesia della Szymborska è infatti una poesia dell’ascolto, che si rivolge sempre e dialoga con un “tu” che è (dentro e fuori) ciascuno di noi: lei parla sempre con qualcuno (non per qualcuno), non c’è assolutamente nessun moralismo in lei, per questo la presenza dell’io lirico in questa poesia è praticamente irrilevante. Inviterei quindi il lettore ignaro a scoprire la Szymborska dicendogli: ascoltala, se per caso t’interessa ascoltare come il tuo cuore può battere forte in un altro e uscire un po’ da quel tuo piccolo io di merda (come avrebbe detto il personaggio dello “zio” ne I topi di quell’altro genio, a mio parere szymborskiano al massimo con la sua leggerissima, cosmica malinconia, che è il nostro Antonio Albanese).

Quali sono le 5 poesie che indicheresti in una microantologia come le più significative e perché?

Ovviamente sono il meno adatto a rispondere a una domanda (del cavolo) come questa, visto che a me – con rarissime eccezioni – le poesie della Szymborska piacciono quasi tutte… ma visto che non è il caso qui di fare i choosy e gli snob, in questo giochetto al massacro direi:

Il cielo, perché è una disperata e incantata meditazione sull’esistenza, vista dall’alto e dal basso in tutte le sue manifestazioni, come una totalità;

Il silenzio delle piante, perché appunto non è detto che chi non ha voce, come le piante o perfino un granello di sabbia, non sia un essere con una sua propria vita e sua propria storia, come ciascuno di noi;

Scrivere il curriculum, perché è un invito a saper distinguere le nostre vite pubbliche e sociali (tanto più oggi nel mondo delle “pose” di facebook e instagram) da tutto ciò che realmente e quotidianamente si vive, dalla verità delle e sulle nostre vite;

Gatto in un appartamento vuoto, perché è una riflessione sul tema antichissimo di amore e morte fra le più dolorose e le più lievi che siano mai state concepite;

Fotografia dell’11 settembre, perché è un terribile atto di accusa sulla (ferocia della) storia che si trasforma in un atto di memoria e di profonda compassione per le sue vittime.

Qual è l’elemento peculiare, unico, irriducibile dell’identità poetica, cosa rende la sua voce riconoscibile?

Un grande poeta è sempre riconoscibile, come un musicista. Credo che il lavoro diuturno (e soprattutto notturno) della Szymborska sulle sue poesie (che buttava via, riscriveva, limava e rifaceva a volte per anni) fosse proprio per arrivare a quel tipo di semplice riconoscibilità: ci sono anche tratti ripetitivi nella sua poetica che però non guastano (il rapporto fra arte, e in questo caso, poesia e ripetizione è uno dei temi più affascinanti da sempre per chi si occupa di queste cose). Direi comunque che l’elemento irriducibile dell’identità poetica della Szymborska è ossimoricamente e paradossalmente (involontariamente?) zen: vedi la voce “Zen” del libro Szymborska: un alfabeto del mondo, che nel 2016 pubblicai per l’editore Donzelli coi miei due cari amici e colleghi Andrea Ceccherelli e Marcello Piacentini): un incantato disincanto sulla realtà; un pessimismo integrale che si rovescia in uno stupore gioioso per la “fiera dei miracoli” della vita; una piena e matura consapevolezza dell’impermanenza e del nulla cosmico che – proprio come nella poesia *** (Il nulla si è rivoltato anche per me…), una delle sue pochissime senza titolo – puòcapovolgersi in una pienezza assoluta, dove trovano il giusto posto i requisiti (apparentemente) più banali della poesia e della realtà: l’amore, un grillo, un filo d’erba, il sole, una goccia di rugiada, il vento e una nuvola…”E davvero non vedo in questo nulla di ordinario” – finisce quella poesia: e ce ne fossero di poeti che riescono a scrivere versi così semplici e comprensibili a tutti, eppure così profondi!

Ci sono altri poeti, non solo polacchi, a cui in qualche modo la accosteresti per sensibilità o dono musicale?

La poesia contemporanea è un ginepraio. E spesso purtroppo anche una noia mortale… Per i suoi primi tre anni sono stato nella giuria del Premio Szymborska a Cracovia (finanziato coi soldi del Premio Nobel lasciati TUTTI in eredità alla Fondazione che la Signora Wisława nel suo testamento volle costituire per la poesia, i giovani poeti e la traduzione poetica) e, fra le centinaia di volumetti letti allora, non trovai voci paragonabili alla sua. Fra gli italiani viventi c’è un poeta che ho scoperto da poco e che, pur essendo da lei diversissimo – fatti tutti i dovutissimi distinguo – me la ricorda un po’, ed è Nicola Gardini: non ha paura delle rime, delle parole semplici e della comprensibilità, e, nella poesia italiana dopo Sandro Penna, queste caratteristiche possono essere considerate quasi forme di eroismo. C’è poi la mia amica Antonella Anedda che mi piace sempre di più da quando ha cominciato a semplificare szymborskianamente la propria dizione, forse perché, di fatto, si autotraduce sempre più spesso dal sardo che è la sua prima lingua senti/mentale e che è una lingua che credopoco tolleri intellettualismi di sorta. Fra gli italiani morti, mi pare che abbia visto giusto Roberto Galaverni sottolineando una forte affinità con l’ultimo Montale, basti pensare a una poesia come questa, della raccolta Xenia, che sembra dire cose molto simili a quelle del celeberrimo Gatto in un appartamento vuoto, o – alla rovescia – quelle di Amore a prima vista, pur essendo qui l’io lirico assai più presente, come da tradizione petrarchista italiana:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Pensi che il valore della sua poesia abbia resistito a una diffusione così improvvisa, di massa? Le sue poesie mantengono il loro aspetto misterioso, intatto, poetico, nonostante l’uso da Baci Perugina che se ne fa?

Come per tutti i classici, la poesia della Szymborska ha dalla sua il fatto che ogni volta che la leggi ci trovi qualcosa di nuovo. Quindi resterà. E poi cos’hai contro i Baci Perugina? Sono buonissimi, ci hanno messo dentro perfino le frasi d’amore del mio idolo Tiziano Ferro, e mia mamma subito dopo la guerra lavorò da operaia alla fabbrica dei Baci: “l’inimmaginabile è immaginabile”.

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Albinati, Nori e la didattica della scrittura narrativa https://minimaetmoralia.it/letteratura/albinati-nori-e-la-didattica-della-scrittura-narrativa/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/albinati-nori-e-la-didattica-della-scrittura-narrativa/#respond Wed, 23 Dec 2015 06:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29490 (fonte immagine)

In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

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(fonte immagine)

In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

Se E.M. Forster avesse avuto modo di soccorrerlo, il suo suggerimento sarebbe stato essenziale: raccontare una storia è «only connect». Nient’altro che connettere. Una formula – la ritroviamo non solo in Casa Howard ma anche al centro del monumento dedicato allo scrittore inglese nella chiesa di Saint Nicholas a Stevenage – che sintetizza quanto Forster svilupperà nel 1927 in Aspetti del romanzo, uno di quei libri in cui un narratore, modificando per un momento la propria postura, non racconta ma si mette a ragionare sul suo lavoro. Non necessariamente con strumenti critici rigorosi, semmai in quella particolare attitudine, al contempo acuta e rarefatta, propria di chi con un determinato tema, in questo caso la scrittura, intrattiene un rapporto agonistico.

La medesima attitudine che riconosciamo in Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura di Edoardo Albinati (Fandango), un libro in cui lo scrittore romano raccoglie le riflessioni sulla scrittura maturate (anzi, per usare un’espressione cara allo stesso Albinati, «messe a frutto») negli anni di insegnamento a Rebibbia.

Centrali, nel suo ragionamento, sono due parole. Materia, che ricorrendo a partire dal sottotitolo chiarisce la natura fisica della scrittura, la sua qualità di fatto concreto e contraddittorio, una sostanza discontinua e incoerente di cui Albinati esplora il riverbero con una precisione che fa pensare a quella meditazione sullo scrivere che Adorno concentra nelle quattro pagine che aprono la seconda parte di Minima moralia. La seconda parola è dissipazione: «L’atto creativo è stimolato dalla distruzione di un immenso lavoro preparatorio buona parte del quale viene svolto in maniera automatica e pressoché inconsapevole nell’ascolto quotidiano», scrive Albinati. Ciò che diventerà scrittura è l’effetto di un’ininterrotta silenziosa arsione di alternative, ipotesi differenti se non contrastanti, un processo di negoziazione interiore durante il quale chi scrive non liquida l’alone che circonda ogni termine ma lo riconosce come ciò di cui prendersi cura. La pagina che il lettore si ritrova tra le mani è l’eco di quel processo, una forma necessaria alla condivisione eppure incommensurabile al lavorio invisibile della negoziazione interna.

Quando Albinati parla del rogo come «figura del testo» viene in mente un’intuizione di Antonio Franchini che nel ’96, in Quando vi ucciderete, maestro?, unendo nella medesima riflessione letteratura e combattimento descriveva le ostea leukà: così come del corpo del guerriero bruciato sulla pira resta percepibile, tra le fiamme, solo un biancheggiare d’ossa, allo stesso modo nella nostra memoria le parole di una narrazione poco a poco si dissolvono, la maggior parte delle scene sparisce e resistono soltanto alcuni microscopici particolari. La combustione, dunque, come misura non solo dell’origine ma anche dell’esito del testo.

In Scuola elementare di scrittura emiliana per non frequentanti con esercizi svolti (Corraini Edizioni, illustrazioni di Yocci) Paolo Nori prende spunto dalla sua esperienza didattica e in sei lezioni ondivaghe racconta la scrittura lontano da qualsiasi tentazione prescrittiva. Collegando tra loro Šklovskij, le autobiografie orali raccolte da Alfredo Gianolio in Vite sbobinate e i precetti di Bukowski, Nori chiarisce che per scrivere occorrono straniamento (che rallentando il riconoscimento permette di passare dal déjà vu al jamais vu), semicolti (nel senso del tenere viva la percezione di ciò che accade quando nel parlato si allenta «la sorveglianza sintattica e grammaticale sulle cose che diciamo») e poi una sedia. Nonché – e qui Nori condivide con Albinati il medesimo bisogno di tangibilità – occorre «usare le parole sentendo il peso e il materiale di cui sono fatte, scrivere come se si prendesse in mano la penna per la prima volta».

Sentire la scrittura come corpo, dunque, se non come organismo. «Io penso alle mie frasi come a piccoli organismi neri, maculati gialli o rosso vivo, tondeggianti, dotati di tentacoli: delle specie di ofiure» scriveva nel ’97 Giulio Mozzi in Parole private dette in pubblico, un altro libro fondamentale per riflettere su quella specifica declinazione del linguaggio che è la narrazione.

Scrivere di scrittura – che si tratti di una riflessione intenzionale oppure, come per la Lettera di Lord Chandos di von Hofmannsthal o per LTI, i taccuini di Victor Klemperer sulla lingua del Terzo Reich, di libri che non nascono con un obiettivo didattico – è nella sua manifestazione migliore un discorso mai normativo, raramente del tutto logico e compiuto, semmai un avventurarsi rabdomantico che procede per collaudi empirici, un dire facendo e un fare dicendo. Una specie di rêverie. Se ciò che Albinati e Nori (e prima di loro Franchini, Mozzi e altri ancora) hanno scritto insegna è perché i loro libri procedono senza l’obbligo di un’utilità immediata e misurabile: perché divagano concentrati, si permettono la fantasticazione, capovolgono prospettive, sciolgono i nessi dati. Perché sentono sempre che la lingua è materia in azione. Sperpero naturale, dialogo fitto con l’errore, smarrimento strategicamente indotto.

Resiste come unica certezza (ma sono possibili obiezioni anche su questo) la risposta che Wisława Szymborska diede a una lettrice nella sua posta letteraria: «Tutto a questo mondo si distrugge per il continuo uso, tranne le regole grammaticali. Se ne serva con più coraggio, Signora – bastano per tutti!»

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La poesia di Chandra Livia Candiani https://minimaetmoralia.it/libri/chandra-livia-candiani/ https://minimaetmoralia.it/libri/chandra-livia-candiani/#comments Mon, 03 Mar 2014 17:06:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19044 Domani esce un bel libro. Non so se dire che è importante. Cioè, non so se posso permettermi di dire o di alludere al fatto che si tratta di un libro importante in senso assoluto, ovvero in senso letterario. Ma in qualche modo lo sto già facendo, o perlomeno mi sto ingarbugliando, e allora mi limito a dire che è un libro importante per me e per il raccolto séguito dell’autrice, un gruppo di lettori fedeli e accaniti, una sorta di culto; e che è importante perché dopo un percorso tra pochi riconoscimenti di peso (due su tutti: quello di Antonio Porta negli anni Settanta e quello del Premio Montale per l’inedito nel 2001) e tanti anni nell’ombra di un cassetto, tra piccoli e piccolissimi editori, questo libro esce per Einaudi. Si intitola «La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore». È un libro di poesie. Lo ha scritto Chandra Livia Candiani.

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(Immagine: José Parlá)

Domani esce un bel libro. Non so se dire che è importante. Cioè, non so se posso permettermi di dire o di alludere al fatto che si tratta di un libro importante in senso assoluto, ovvero in senso letterario. Ma in qualche modo lo sto già facendo, o perlomeno mi sto ingarbugliando, e allora mi limito a dire che è un libro importante per me e per il raccolto séguito dell’autrice, un gruppo di lettori fedeli e accaniti, una sorta di culto; e che è importante perché dopo un percorso tra pochi riconoscimenti di peso (due su tutti: quello di Antonio Porta negli anni Settanta e quello del Premio Montale per l’inedito nel 2001) e tanti anni nell’ombra di un cassetto, tra piccoli e piccolissimi editori, questo libro esce per Einaudi. Si intitola «La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore». È un libro di poesie. Lo ha scritto Chandra Livia Candiani.

Una bella poesia di Wisława Szymborska, nella traduzione di Pietro Marchesani, finisce così:

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Wisława Szymborska non è tra i poeti preferiti di Chandra Livia Candiani, ma prendo in prestito la manciata di versi perché penso che proprio l’incanto e la disperazione siano gli stati in cui vive la sua poesia. E le coordinate che i suoi riferimenti – letterari e non – possono dare, così come la «divisione in cielo e in terra», non sono «il modo appropriato di pensare» neanche alla sua, di totalità, ma inizio con l’indicarli perché aiutino a intuire in quale territorio si muove. Li si può raccogliere nelle quattro polarità degli elementi naturali.

C’è il fuoco dei russi; del resto russe sono le sue origini e russi sono alcuni degli scrittori che lei più ama: Pasternak e, su tutti, Cvetaeva. C’è l’aria, la leggerezza, il respiro cui richiama la meditazione Theravada che lei pratica e conduce nella sua casa da molti anni. Una leggerezza amica di quella di cui vive la poesia di Vivian Lamarque, ad esempio (nel 2005, in una delle sue due prefazioni a libri di Chandra Livia Candiani, Lamarque scrisse: «È da sgridare questa schiva, grande poetessa che si è decisa a cinquant’anni passati – ne dimostra cinquanta di meno, non sembra del tutto nata – a cominciare a pubblicare almeno una parte delle sue poesie»).

È la leggerezza che si trova anche nell’opera di Wisława Szymborska: per la limpidezza dello sguardo, tolte cioè l’ironia e l’«illuminismo ludico» (cit. Giovanna Tomassucci) della polacca. Perché da un altro punto di vista la poesia di Candiani è fatta di terra, di corpo, di vita: vita e opera sono in essa inscindibili, l’una informa o traduce o chiarisce l’altra, e viceversa. Infine dico l’acqua: dei sogni del fiume che danno titolo a una sua raccolta di fiabe (Vivarium, 2001), e intendo la forza interlocutoria e favolosa di versi che nascono da un grande talento visionario. Una forza spesso anche terribile, nel senso del dolore che li percorre, ed è il dolore che la vita getta nell’esperienza.

L’esperienza che sta al centro di questo libro, in ogni sua poesia, è l’esperienza della morte dei cari (il fratello, un’amica); eppure si parla sempre di altro, e con altro dico tutto, quella totalità oltre la divisione tra cielo e terra. Questo libro racconta la morte non per piangere i morti, ma per dire l’amore che rimane e li fa rimanere, per dire la vita con gioia e con grazia. La relazione (anche coi morti, coi deserti, coi fili d’erba) è una conseguenza dell’amore e del suo moto precisissimo. L’amore è il sentimento che muove il libro: il titolo lo dichiara. Il tempo è l’indicativo presente, i morti continuano a vivere finché c’è voce, il ricordo – si potrebbe dire – è organico. Come in Rilke (dal «Requiem per un’amica», nella traduzione di D. Borso):

L’afflusso potente delle tue lacrime
l’hai trasformato nel tuo maturo contemplare,
e stavi per convertire così
ogni tuo umore in una forte esistenza
che cresce e circola, in equilibrio e alla cieca.

Credo che questo sia il libro della sua vita. Tremo un po’ nel dirlo, perché è qualcosa di più di un sospetto e perché i libri arrivati prima della «Bambina pugile» sono tutt’altro che passaggi verso questo evento, ma opere vaste, autonome, in dialogo con un orizzonte più grande, che non prediceva «La bambina pugile» e che questa nuova opera non esaurisce. Voglio ricordarli, e non so come altro descriverli, quei libri, se non con l’aggettivo più banale: belli. Mi auguro che «La bambina pugile» permetta a tanti nuovi lettori di scoprirli.

***

Ringraziando per l’autorizzazione, pubblichiamo qui di seguito una poesia in anteprima.

Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.

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Intervista a Wislawa Szymborska https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-wislawa-szymborska/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-wislawa-szymborska/#comments Fri, 08 Jan 2010 08:13:49 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1475 Su Babelia inserto culturale de El Pais è uscita il 5 dicembre scorso questa intervista di Javier Rodrìguez Marcos alla grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996. di Linnio Accorroni Wislawa Szymborska è a casa sua, ma ci domanda ugualmente il permesso di fumare. «Una volta –racconta – ho ricevuto […]

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Su Babelia inserto culturale de El Pais è uscita il 5 dicembre scorso questa intervista di Javier Rodrìguez Marcos alla grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996.

di Linnio Accorroni

Wislawa Szymborska è a casa sua, ma ci domanda ugualmente il permesso di fumare. «Una volta –racconta – ho ricevuto una lettera molto lunga nella quale una donna mi implorava di smettere di fumare. Mi sarebbe piaciuto risponderle: sono stata a tanti funerali di gente che mai aveva fumato e che era molto più giovane di me… Mi limitai comunque a dirle che la ringraziavo per essersi tanto preoccupata per me».
La Szymborska è nata 86 anni fa in Kornik, vicino a Poznan, nella parte occidentale della Polonia. Adesso vive in un appartamento dimesso senza ascensore alla periferia di Cracovia, città dalla quale non si è più mossa da quando la sua famiglia vi emigrò quando lei aveva appena 8 anni, nel 1931.
Il tema della memoria, in effetti, è molto presente nel suo ultimo libro di poesia, Qui pubblicato in Polonia proprio questo anno. La sua pubblicazione in Spagna coincide con la prima traduzione delle sue prose intitolate Letture facoltative, una selezione di vivaci ‘recensioni’ pubblicate, durante gli anni, sui quotidiani in una apposita sezione. Lì, in un paio di pagine, la Szymborska commentava Jung e Montaigne, ma anche testi sul giardinaggio, sull’ornitologia e sulle decorazioni. Il risultato è incanto allo stato puro. Per esempio, a proposito del Poema del Cid scrive: «Fu scritto da un Balzac medievale. La guerra è per lui, prima di tutto, una impresa finanziaria. Dato che la guerra è costosa, deve essere anche redditizia. La testa del cavaliere, anche se qualcuno la tagliava, era sempre piena di calcoli». Recensendo un manuale di ideogrammi cinesi invece annota: «C’è un segno, è naturale, per Sposa e un altro per Amante. Sposa è donna più scopa; Amante donna più flauto. Non so se esiste un segno per esprimere l’ideale che ci inculcano tutte le riviste femminili europee: una sintesi di scopa e di flauto».

Quando la Szymborska vinse il Premio Nobel nel 1996, c’era appena un piccolo gruppo di sue poesie tradotte dallo spagnolo e presenti in una antologia collettiva. Oggi la sua opera poetica è stata tradotta integralmente.

Sono le 11 della mattina e su un tavolo ci sono caffè, biscotti e cioccolatini. Lei aggiunge una bottiglia di cognac che apre per l’occasione. Prima di versarsene un bicchiere, lo serve agli altri: Abel Murcia, traduttore dei suoi libri dallo spagnolo, direttore dell’Istituto Cervantes di Cracovia e interprete durante la chiacchierata, il fotografo, venuto da Varsavia ed il giornalista. Mentre prendiamo il primo caffè c’è anche Michal Rusinek, segretario della Szymborska e traduttore: «Sarà proprio lui Michal, con tutto quello che scrive e con quel vulcano di idee che ha in testa, ad aver bisogno tra poco di una segretaria. Forse potrebbe contattarmi». scherza la scrittrice. Lui risponde aggrottando le ciglia: «Non so se mi conviene».

Rusinek è anche quello che combatte con le mille noie che tormentano la poetessa dal giorno del Nobel «Se il Nobel mi ha cambiato la vita? Sì, tanto. Nel bene e nel male. Nel bene, perché è moltiplicato il numero delle lettere che mi inviano, dei pacchi con libri, degli inviti, delle proposte e delle domande alle quali debbo rispondere nelle interviste». E, sorniona, aggiunge: «Nel male, perché è moltiplicato il numero delle lettere che mi inviano, dei pacchi con libri, degli inviti, delle proposte e delle domande alle quali debbo rispondere nelle interviste. Agli inviti a viaggiare negli altri paesi rispondo sempre nello stesso modo: quando sarò più giovane».

Alcuni giorni prima dell’appuntamento, Wislawa Szymborska aveva richiesto l’elenco degli argomenti sui quali avremmo dovuto parlare a Cracovia. Una volta giunti lì, mi spiega perché: «Anche se poi finiremo per parlare di qualsiasi cosa, così almeno posso riflettere e dirle qualcosa di coerente e sensato. Non credo di essere particolarmente brillante. Ci sono domande per le quali non ho risposta». Non le piacciono le foto, così cerca di distrarre il fotografo il più possibile: «Se fosse venuto trent’anni fa…Con questa macchina fotografica mi cancellerà tutte le rughe, vero? Non potrebbe ritoccarle un po’, come fanno con Sharon Stone?» Dopo pochi minuti torna all’attacco: «Ma lei è così alto perché non fuma? Ha fatto il servizio militare? Si rilassi un attimo, la prego, posi la macchina fotografica e si prenda un altro cognac».

Caffè, cognac, cioccolatini. Sembra un buon momento per parlare della morte. Sulla morte senza esagerare, come dice una delle sue poesie più celebri, scritta giustapponendo emozione ad ironia, una poesia priva di ogni retorica da manuale, che sorprese il mondo quando la sua opera venne portata alla luce dall’Accademia svedese. In Qui, la Szymborska dice che ci sono argomenti sopra i quali deve scrivere senza dilungarsi molto «perché il tempo stringe».

Nello scrivere questo libro pensava alla morte?
Per me la vita è un’avventura con la data di scadenza. Quando andavo a scuola morì una maestra ed ebbi coscienza della morte come qualcosa di naturale. Ad 86 anni la penso allo stesso modo di quando ne avevo 8.

E questo influisce sulla sua scrittura?
Io non scrivo sulla morte. È un argomento molto semplice da trattare scrivendo poesie. E non è vero che essa abbia un potere illimitato. Non ottiene tutto quello che vuole e quando lo vuole. È anche vero peraltro che ci sono poesie interessantissime sulla morte, ma in generale è facile scriverle perché stuzzica sentimenti ed emozioni facili, la tenerezza e tutto il resto.

E anche l’amore è un argomento altrettanto banale?
Ah, questo ormai non è più tanto facile. E più difficile ancora è l’erotismo, che in realtà è stato toccato raramente nella poesia. Non ho mai letto una poesia che sia capace di spiegare ciò che succede fra due persone. Parlo di erotismo puro, non dell’amore come sentimento che è più facile da esprimere.

C’è più letteratura negli amori difficili.
A volte, ma ho avuto anche la grande fortuna di vivere alcuni amori ed i miei ricordi sono molto felici. Però non parliamo di me, perché tutto sta già nelle poesie.

Ci sono parole che evita, soprattutto quando scrive?
Quelle arcaiche e quelle magniloquenti. Ma ci sono anche parole che utilizzo raramente e con tanti dubbi. Quando cerco di definire qualcosa come ‘bello’, per esempio. La bellezza è un’idea relativa che dipende dalla tradizione e dalle consuetudini e, soprattutto, dai gusti personali che il lettore può anche non condividere. Per me le cattedrali romaniche sono più belle delle gotiche, le ceramiche più belle delle porcellane più raffinate e la bambola di pezza con la quale nella mia infanzia potevo parlare di qualsiasi cosa è mille volte più bella dell’orribile Barbie. Perché, a ben pensarci, di che cosa si può parlare con una Barbie? Nel migliore dei casi, di vestiti e di smalto per le unghie.

Le sue poesie parlano di grandi questioni, però sembrano fuggire dalle astrazioni.
Ogni buona poesia si trasforma sempre in qualcosa di astratto. Però ha sempre a che fare con la realtà, con la vita del poeta o degli altri. Le cose belle hanno ugualmente qualcosa di metafisico. Ma non la vedo molto convinto.

Mi riferivo a quando nella poesia «Metafisica» lei parla di pasta con pancetta.
Il fatto è che tutto finisce per essere metafisico. Ma più che per le grandi questioni, la poesia si salva grazie ai piccoli dettagli. Ci sono vecchie poesie che sono sopravvissute solo grazie ad un misero dettaglio. Però ho paura di generalizzare …a proposito di dettagli ( ride)

Si serve dell’humour per poter scrivere senza paura su questioni assai serie?
È il mio modo di essere. Da bambina ho avuto sempre la tendenza a mettere sottosopra le storie per scoprirne la parte comica. Ci sono però cose che non mi suscitano interesse, né me lo hanno mai suscitato, né me lo susciteranno: l’odio, la violenza, la stupidità aggressiva.

Da bambina leggeva poesie?
No. A casa mia, c’erano solo dei libri di poesie del secolo XIX. E nessuno le leggeva. Volevo sempre scrivere romanzi lunghi. Un tempo credevo che se qualcuno aspirava a diventare scrittore doveva essere autore di romanzi di svariati tomi e di centinaia di pagine. Un giorno ho scritto una poesia, orribile, e la passai a persone che lavoravano con me nel giornale. Mi domandarono: ma tu che leggi? Era evidente che non conoscevo la poesia contemporanea. Avevo letto molta narrativa, Thomas Mann, Proust, Dostoewskij, ma sulla poesia nessuna idea. Mi dovevo senz’altro formare.

Ha appreso qualcosa scrivendo le sue Letture facoltative?
Le mie Letture facoltative non sono in realtà delle prose serie. Sono qualcosa che assomiglia a degli articoli, a volte seri, a volte divertenti, in alcune casi anche simili alla mia poesia. Sebbene, come le ho detto, ho incominciato scrivendo storie. Però questo è stato proprio dopo la guerra.

Come ricorda la guerra?
La cosa migliore è stata il fatto che sono sopravvissuta. Ricordo la fame, il freddo. Dovevo lavorare costruendo fossati nella strada. Mio padre fu perspicace: molta gente fuggì da Cracovia e se ne andò a Lvov, nell’attuale Ucraina, entrando a far parte della zona occupata dai sovietici. Sopravvissi, certo. Però ci fu anche gente che morì. Mio cugino morì nell’insurrezione di Varsavia.

Che funzione ha la poesia davanti alla crudeltà del mondo?
Il mondo è crudele, però merita anche altri aggettivi qualificativi più pietosi. Se fosse solamente crudele, la gente da molto tempo non esisterebbe più. Qui e là ci saranno macerie, cresceranno piante. Piante anonime, perché non ci sarà nessuno che darà loro un nome.

Che cosa pensa della frase di Adorno secondo la quale non si può scrivere poesia dopo Auschwitz? Suppongo che per una scrittrice polacca che vive a 70 chilometri da questo campo di concentramento la frase abbia un significato speciale.
Adorno non aveva ragione e questo lo potrei confermare io stessa perché visse più di venti anni dopo la fine della guerra. In questo lasso di tempo ci furono poeti non trascurabili che scrissero poesie non trascurabili. Se quelle opere fossero state prive di senso, a che cosa sarebbero servite?

Può un poeta scrivere a proposito della storia?
Sebbene il suo desiderio di non occuparsi di storia sia molto grande, è impossibile evitarla. Ci sono poeti per i quali la storia è una fonte diretta di ispirazione. Per me da questo punto di vista, i migliori sono Kavafis e Zbigniew Herbert. Ma anche la poesia che manca di qualsiasi riferimento storica appartiene sempre alla storia, dato che utilizza un linguaggio che ricava la sua forma esatta sia dallo spazio che dal tempo in cui nasce. La poesia al di là di ogni connotazione temporale è una illusione idiota.

La politica sta massacrando il linguaggio?
Lo ha fatto sempre. Il linguaggio dei politici serve solitamente per nascondere e non per esprimere pensieri. Però non vale la pena tentare di convincere alcuni politici ad essere sinceri: può darsi che non abbiano niente da nascondere.

Ricorda il giorno in cui è caduto il muro di Berlino?
Ero a Cracovia e fu un momento meraviglioso. Quelli furono tempi indimenticabili. La gente di Solidarnosc era straordinaria. Poco dopo, però, tutto cambiò e cominciarono fatti sgradevoli, ma allora erano giovani e belli. Eravamo tutti euforici.
…Bene, ma adesso le domande le faccio io? È sposato? Ha figli? Di che parte della Spagna è?

È vero che ha studiato spagnolo?
Certo. Ero in classe con un insegnante che mi dava l’impressione di imparare a memoria quello che ci spiegava perché non ne sapeva poi molto. Appena cominciai a capire qualcosa, mi misi a leggere Cervantes con l’aiuto del dizionario. Ormai ricordo solo alcune frasi: hasta la vista. Mi sembra comunque una lingua molto bella. Un latino splendidamente corrotto.

Adesso cosa legge?
Ho letto sempre poca poesia. Non sono mai stata capace di leggere un libro di poesia da cima a fondo. E parlo di quelli buoni. Ciò che faccio è leggere una poesia e poi lasciarlo. Poi riprendo in mano il libro e così via. Come può immaginare, a volte divento insopportabile per le persone che mi hanno mandato i propri libri perché ci posso mettere anche un anno prima di comunicargli la mia opinione, ma questa è la mia maniera di leggere.

E cosa scrive?
Poiché non ho molto talento, ho bisogno di un silenzio di vari giorni: senza chiamate, senza visite. Conosco pittori che possono lavorare mentre fanno conversazione. In poesia questo è assolutamente impossibile. Pensavo che dopo aver preso il Nobel, queste abitudini si potessero modificare, ma invece non è stato così.

E i suoi collages?
Mi sono inventata queste cartoline illustrate proprio perché tutti potessero ricevere qualcosa di personale senza che io dovessi scrivere. Abbiamo terminato?

Credo proprio di sì.
Però non se ne vada senza aver finito di bere. Certamente, non mi ha domandato niente a proposito di femminismo. Invece mi chiedono sempre se sono femminista o no.

Lei è femminista?
Non voglio aver nessuna etichetta, ma in Polonia le femministe hanno moltissime ragioni e molte cose per le quali lottare: per i soldi, per i diritti che debbono avere sul proprio corpo, perché ci sono rigurgiti reazionari nella Chiesa…Sogno il momento in cui le femministe non saranno più necessarie.

È cambiata la Polonia con l’ingresso nell’Unione europea?
È passato così poco tempo che è troppo presto per dirlo. Ci sono problemi, è chiaro, perché esistono anche nei paesi più sviluppati del nostro. Qui abbiamo problemi con la Chiesa che non tiene il passo con lo sviluppo della scienza e della democrazia nella società. Ero felice il giorno in cui la Polonia è entrata nell’Unione europea. Ero sola in casa e non c’era nessuno con cui brindare al futuro. Per questo mi preparai un bicchiere di cognac e passai davanti a tutte le fotografie delle persone amate che ho in casa e che non sono giunte a vedere questo giorno.

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