Wole Soyinka Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wole-soyinka/ un blog di approfondimento culturale Wed, 13 Jan 2021 10:52:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Wole Soyinka Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wole-soyinka/ 32 32 Akuaba, l’indagine sul neocolonialismo di Francesco Staffa https://minimaetmoralia.it/libri/akuaba-francesco-staffa/ https://minimaetmoralia.it/libri/akuaba-francesco-staffa/#comments Wed, 13 Jan 2021 13:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47564   Akuaba, il romanzo d’esordio di Francesco Staffa per D editore, è un libro molto duro. Si tratta di un’opera narrativa già matura, dalle forti tinte sociali, esplicita, spietata, a tratti disturbante, che affronta, senza alcun orpello o censura, l’orrore della tratta delle ragazze nigeriane, contestualizzato all’interno dei meccanismi perversi del neocolonialismo. Sarebbe però limitante […]

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Akuaba, il romanzo d’esordio di Francesco Staffa per D editore, è un libro molto duro.

Si tratta di un’opera narrativa già matura, dalle forti tinte sociali, esplicita, spietata, a tratti disturbante, che affronta, senza alcun orpello o censura, l’orrore della tratta delle ragazze nigeriane, contestualizzato all’interno dei meccanismi perversi del neocolonialismo.

Sarebbe però limitante ridurre l’impatto del romanzo alla retorica espressione “pugno nello stomaco”: la narrazione si svela in un gioco di incastri ben congegnato, un intreccio di vicende inquietanti che affronta crudamente temi come la violenza sulle donne (imposta con lo stupro, con la manipolazione psicologica, con la mercificazione del potere economico), il razzismo fondante e connaturato alle politiche neocolonialiste e, più a fondo, le dinamiche più oscure dei desideri e delle pulsioni primordiali dell’inconscio.

Dunque, Akuaba non è solo un resoconto realistico dell’ingiustizia radicale subita storicamente dai popoli africani, ma può essere letto a un livello più alto come un consapevole racconto simbolico sull’impossibilità dell’Occidente di arginare le forze ferine che ne hanno posseduto e guidato la visione espansionistica.

Di questo, e di molti altri aspetti, abbiamo parlato con l’autore.

Come è nata l’idea di questo romanzo?

Nell’ormai lontano 1947, Ennio Flaiano ha usato parole durissime per definire l’Africa. Parole che a distanza di tempo trovo siano ancora attuali: “l’Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza”. È un’affermazione forte, un’affermazione sincera e cruda che non lascia scampo. È la visione di un modo di pensare l’altro che inconsciamente abbiamo incamerato. Una visione che ci inchioda di fronte a responsabilità inconfutabili e di fronte a una realtà difficile da digerire, eppure evidente. Una realtà che ci vede protagonisti, nostro malgrado, di nefandezze indiscutibili. Frutto di un’ideologia di fondo dettata da una realtà storica, complessa, che ci ha voluto vincitori. È in virtù, o per colpa, di essa che indossiamo una medaglia dai volti solo apparentemente opposti: da un lato sovranismo e razzismo e dall’altro paternalismo e pietismo. Entrambi questi volti hanno una stessa matrice ed è quel senso di superiorità, ora sopito, ora esaltato e ostentato con orgoglio, che è alla base di un comune sentire, che troppo spesso non si vuole ammettere. Non è forse vero, infatti, che tendiamo a pesare le vite umane in base a un’appartenenza più o meno vicina alla nostra? Non è forse vero che il privilegio di nascere in una determinata parte del globo e di appartenere a una determinata classe sociale condizioni le nostre scelte?

Ecco, è da qui che è nata l’idea di questo romanzo. Dall’esigenza di riflettere su tali paradossi. Dal voler analizzare criticamente la nostra Storia e dalla necessità di fare i conti con la nostra memoria. Perché è dalla memoria che bisogna partire per capire chi siamo e dove vogliamo andare. Anche, e forse soprattutto, se è una memoria scomoda e disturbante. Da cui si rischia di non uscirne bene né come italiani, né come persone, donne o uomini che siamo.

Come affrontare questa memoria? È la domanda che mi sono posto, insieme ad un’altra, altrettanto importante: come superare la duplice narrazione che quotidianamente invade il dibattito su l’altro?

Da qui ho iniziato a pensare a una lente che potesse creare una distanza sia temporale che spaziale dall’emotività che il fenomeno migratorio provoca ormai nei nostri commenti e giudizi. Ho creduto che parlare di vicende simili, avvenute in un luogo remoto e in un momento storico lontano, potesse essere la chiave di volta per riflettere su noi. Un noi generalizzato, un noi contraddistinto da un bagaglio storico pesante. Ma anche un noi, svelato intimamente. Un noi che allarga i propri confini, includendo l’umanità intera. Proprio nel tentativo, ultimo, di superare delle categorie che sono storiche e culturali ma che non rendono nel giusto conto il fatto di appartenere tutti a un’unica specie. Cosa spinge l’essere umano?

Questa è la domanda definitiva che mi sono posto. Lungi dal voler essere esaustiva, la mia risposta si è focalizzata sul desiderio. Credo fermamente, in ultima analisi, che sia questa la leva che ci smuove. Il desiderio.

Poi, quale sia la sua natura e quale il suo volto dipende dal vissuto di ognuno e dalle condizioni ambientali in cui abitiamo. Ed è qui la differenze che ci rende ognuno diverso. Qual è il desiderio che ci attiva e quali sono i sentieri che percorriamo per soddisfarli. Infine quali le conseguenze e il prezzo da pagare.

A partire da questi interrogativi sono nati i vari personaggi e le loro vicende. Ho narrato i loro cammini e le emozioni scaturite dalle pulsioni che li animano. Cammini e pulsioni che si intrecciano gli uni agli altri, ora per percorrere un tratto di strada insieme e ora per vedersi ostacolare dal percorso altrui, così come spesso accade.

Come ti sei documentato?

Non sono partito da una scaletta dettagliata, né avevo in mente tutta la narrazione. Non scrivo mai con un progetto in mente predefinito. Mi affido a uno o due personaggi e mi lascio trasportare. Poi man mano che la storia prende avvio inizio a documentarmi attraverso vari tipi di fonti. Da testi storici ad articoli di giornali e riviste, passando per la narrativa e saggi di natura urbanistica e ambientalista. Per questo romanzo era importante ricostruire una cornice storica e insieme ad essa un’ambientazione verosimile. Lagos e la foresta di Osogbo, due degli scenari in cui i personaggi prendono le loro mosse, rappresentavano luoghi a me poco familiari. Quindi la mia ricerca si è orientata verso la scoperta e la conoscenza di un territorio che non avevo mai attraversato. Inoltre avevo la necessità di respirarne l’aria, gli odori e le atmosfere. Per questo è stato fondamentale calarmi nelle narrazioni di chi quei luoghi li aveva abitati realmente come Wole Soyinka, Chimamanda Ngozi Adichie, Oyinkan Braithwaite, solo per citarne alcuni, e nelle descrizioni etnografiche di rituali yoruba in modo da poter avere ben presente le quinte di quel palcoscenico su cui i personaggi avrebbero calcato i loro passi.

Quali sono state le parti più difficili da scrivere?

“Per me scrivere romanzi è una forma di esplorazione, di scoperta: tanto di un mondo nuovo, di cui devo conoscere più elementi possibili, quanto del mondo in sé, del mondo in quanto tale, e dunque di me, che al mondo appartengo”. Queste sono le parole di Rosella Postorino con cui mi trovo in pieno accordo. Scrivere è inizialmente scoprire. Entrare in empatia e in sintonia con l’ambiente che si vuole narrare. Dall’esplorazione di questo mondo, poi, emergono elementi che colpiscono maggiormente e sono quelli che si sceglie di rappresentare ed evocare.

Come ho accennato prima, quando scrivo non parto mai da una scaletta. Ho più o meno in mente una narrazione, un abbozzo di trama, quasi mai un finale. O a volte solo quello. Più spesso conosco il tema che voglio affrontare e i personaggi mi aiutano a delinearlo e mi offrono gli spunti per rifletterci.

Anche per questo romanzo, il processo creativo ha seguito più o meno questo istinto. Volevo parlare di quanto il privilegio condizioni il desiderio e di come, per esaudirlo, non ci si preoccupi di violare le vite altrui. Allo stesso tempo volevo narrare vicende simili a quelle che oggi vivono molte persone che decidono di – o sono costrette ad – abbandonare la propria terra. Per affrontare questi temi avevo la necessità di superare, però, un certo tipo di narrazione e utilizzare una poetica differente. La difficoltà maggiore, dunque, è stata quella di rimanere fedele a questo intento.

Intrisi, come siamo, di un linguaggio tendente al retorico e al pietistico, per non parlare di quello razzista o negazionista, diventava difficile riuscire a narrare vicende umanamente tragiche senza cadere in questo errore. La storia di Amma e Adebisi è stata senza dubbio quella che mi ha creato più di un pensiero. Da un lato infatti volevo restituire il dolore e la pena, dall’altro però credevo che non dovesse suscitare solo queste emozioni. Sono fermamente convinto che un racconto debba prima di tutto mostrare, descrivere. In questo senso mi sono affidato al mio bagaglio culturale, a quel mezzo narrativo che in etnografia veicola la restituzione di una cultura a chi quella cultura non la conosce e non l’ha mai vista: la descrizione, per quanto più possibile oggettiva.

Io per primo non conoscevo le vicende dei personaggi, non sapevo nulla di cosa possa significare dover scegliere di abbandonare la propria terra, né cosa possa voler dire trovarsi da un giorno all’altro in balia di organizzazioni criminali che utilizzano i corpi altrui per i propri scopi illeciti. E ancora meno cosa possa significare vivere quotidianamente con uno stigma addosso. Quello del nero, dell’inferiore o di colui che ogni giorno deve essere difeso da qualcuno che quel colore non ha capito ancora cosa sia. Nero o Bianco non sono tratti epidermici, rappresentano concetti politici, invenzioni per marcare un confine netto tra una parte del mondo e un’altra. Mi approprio delle parole della scrittrice Djarah Kan per spiegare meglio questo concetto: “Volete che ve lo riscriva più chiaramente? Il razzismo non è l’assenza di gentilezza da parte dei bianchi nei confronti dei neri. Né gli schiaffoni e gli insulti ricevuti, lungo tutta una vita. Il razzismo in Europa si fa carne con le leggi che spingono gli immigrati a morire nel Mediterraneo per via del sistema discriminatorio dei visti di ingresso. Il razzismo è la volontà di tenere sotto ricatto intere comunità, mediante il fragile sistema del rilascio dei permessi di soggiorno, dove un giorno sei cittadino, e quello dopo clandestino. Il razzismo è la Politica italiana che considera come preoccupazioni di Serie B, i diritti civili dei figli degli immigrati, che sono anche figli dell’Italia.

Il razzismo è considerare la Storia africana solo come schiavitù, deportazione e povertà.

Il razzismo è guardare allo straniero come massa e non come individuo. Il razzismo è la negazione costante di quella parte di Storia europea, che deve lo sviluppo e la ricchezza attuale del vecchio Continente alle stragi, al colonialismo, alle deportazioni e alle cancellazioni di intere popolazioni africane. Chiedere scusa in quanto bianchi è l’offesa più grande che si possa fare ad una persona che vive incastrata in questo sistema tanto violento e allo stesso tempo raffinato”.

La mia preoccupazione più grande è stata proprio questa, non cadere nell’errore di voler chiedere scusa, risolvendo “tutto con un mi dispiace, rimanendo di fatto uguali a sé stessi” Djarah Kan.

Ho tentato di descrivere, di riportare quello che immaginavo potesse essere vivere in cattività, dopo aver subito sevizie e abusi di vario tipo. Ho voluto e dovuto raccontare la complessità storica all’interno della quale questi eventi si sono sviluppati. È stato necessario affrontare tutta una serie di sovrastrutture e, soprattutto, quel senso di colpa che spesso, come ci insegna Djarah, risulta irritante, se non deleterio, quando ci si limita a volerlo allontanare senza averlo prima introiettato. E soprattutto senza che si abbia la voglia e il desiderio di superarlo veramente, cambiando – non mi stancherò mai di dirlo – la narrazione.

Con questo non voglio dire che sia stato più semplice narrare le scelte di Franco, Fabiënne, Guido e Ada. Anche per loro ho deciso di rimanere estraneo. Di limitarmi a descrivere cosa animasse il loro agire. L’amica sociologa Marta Vignola, a cui devo la citazione di Flaiano con cui ho aperto questo incontro, durante una presentazione del romanzo mi ha chiesto se avessi perdonato i miei personaggi. Non credo sia mio compito perdonarli o meno. Credo che incarnino delle imperfezione che, chi più chi meno, indossa quotidianamente e, in quanto tali, concorrano alla bellezza/bruttezza dell’essere umano. Sicuramente questo è l’aspetto che più di tutti colpisce il mio interesse: l’imperfezione e il tentativo di ognuno (forse) di tentare di superarla adoperandosi a raggiungere obiettivi che spesso si rivelano deleteri per qualcun altro. Soprattutto, credo che l’assoluzione conduca all’immobilità. Lavarsi la coscienza, chiedere scusa e chiedere il perdono, senza però cambiare nulla. Mentre ciò che serve è un mutamento netto e per quello è necessario prendere atto dei propri errori, affrontarli e smettere di perseverare nella loro riattualizzazione.

Quali sono secondo te le vie possibili per stroncare l’orribile traffico di esseri umani che è descritto spietatamente nel libro?

Vorrei avere la soluzione, ma purtroppo temo di non possederla. Di certo andrebbero rivisti i rapporti tra Paesi emergenti e Occidente sia riguardo le adozioni internazionali che in merito agli scambi economici. Una redistribuzione della ricchezza più equa potrebbe essere un fattore determinante nel limitare pratiche illegali e, come accennavo all’inizio del nostro incontro, bisognerebbe riflettere sul nostro ruolo e sul nostro presunto senso di superiorità. Sarebbe opportuno dare il giusto peso ad ogni vita umana, senza considerarne alcune meno valide di altre. In questo senso movimenti come quello nato negli Stati Uniti e che tanto determinante si è rivelato nelle ultime elezioni americane, può insegnarci molto su come percepire noi e l’altro. Senza cadere in facili sensazionalismi o sprecare energie in estenuanti dibattiti su quanto sia corretto o meno abbattere i simboli della supremazia bianca, dovremmo concentrarci su una narrazione differente. Una narrazione che senza ipocrisie ci ponga di fronte a chi siamo stati, chi siamo e chi dovremmo e potremmo essere. Partire dalle nostre colpe per prendere le distanze e deviare da un cammino che da secoli percorriamo. Il Black Lives Matter può aprire uno spiraglio che alla lunga potrebbe avere ripercussioni anche sugli orrendi crimini che ho narrato. Ma per arrivare a questo è necessario spogliarci delle nostre certezze, fare i conti con la nostra memoria e con il nostro agire e soprattutto rinnegarlo e cambiare rotta. Ora, non so quanto tutto ciò si attuerà. Sicuramente la società statunitense non è la stessa che abita il resto dell’Occidente e neanche quella che contraddistingue i Paesi emergenti. Questo movimento potrebbe essere un esempio, ma c’è bisogno che a mutare sia la weltanschauung. A partire dai media.

Secondo te, è possibile sensibilizzare le orde di imbecilli che rilanciano le notizie della falsa propaganda fascioleghista e, per fare un esempio, reagiscono con risate alle notizie di donne o bambini morti affogati in mare?

Sono convinto che ogni fenomeno sociale vada affrontato per quella che è la sua complessità. Per quanto, di pancia e di prima impressione mi sentirei di utilizzare i tuoi stessi epiteti per definire queste persone, credo che un primo passo per tentare una sensibilizzazione sia quello di non cadere nel loro stesso errore. La pancia deve essere messa da parte. Bisogna, ancora una volta, cambiare la narrazione. Io credo che chi rilancia in questo modo semplicistico, irritante e sperequativo le notizie false della propaganda fascioleghista sia a sua volta vittima di questa stessa propaganda.

C’è un vuoto istituzionale, prima di tutto. Manca un organo che intervenga ogni volta che si profili una chiara e limpida notizia falsa. Non sto parlando di censura, ovviamente, ma è pur vero che in qualche modo è opportuno difendersi. Certo non è semplice, proprio per via del labile confine che potrebbe incorrere tra censura e libertà di stampa. In secondo luogo esiste un vuoto politico. Nessuna forza, oggi, sembra intenzionata a smantellare questo genere di propaganda. Sembra quasi che si abbia il terrore di macchiarsi del cosiddetto buonismo. In realtà bisognerebbe compiere delle scelte nette e a quelle attenersi. Rovesciare la narrazione, cambiare i termini. Mettere al giusto posto le cause e gli effetti. Inventare il termine clandestino, ad esempio a chi fa comodo? Creare questa figura a chi è servito? Rendere un numero imprecisato di persone fuori legge senza che si siano macchiate di alcun reato cui prodest?

Se si partisse da queste semplici domande e ci si chiedesse sempre a chi giova qualsiasi scelta nazionale e internazionale, si potrebbe costruire una cronaca dei fatti completamente differente. Se ad esempio invece di parlare del “problema” migranti, si parlasse del fenomeno, se ne conoscessero le cause, magari anche l’opinione pubblica inizierebbe a chiedere di risolvere quelle e non si limiterebbe a sentirsi minacciato. Senza contare che andrebbero affrontati i veri “problemi”, quelli interni prima ancora di considerare la migrazione un problema. Chi rilancia notizie false chi è? Perché impiega le proprie energie a sputare veleno e ad amplificare l’odio su cui poggia il potere di qualche politicante altrimenti privo di qualsiasi contenuto? È un terreno fertile. Un campo arido, reso arido da anni di malgoverno che non hanno saputo dare le giuste risposte ad esigenze minime primarie. Sono abbandonate dalle istituzioni che alimentano il loro rancore indirizzandolo verso coloro che sono socialmente più deboli.

Il discorso, come ho detto fin dall’inizio è molto complesso e non è sufficiente questo spazio per rispondere adeguatamente, quello che posso dire, con assoluta certezza è che abbiamo bisogno di un cambio di rotta, sia dal basso che dall’alto. Bisognerebbe riscoprire il concetto di solidarietà, non intesa come aiuto reciproco, ma solidarietà di intenti. Una solidarietà collettiva atta a rovesciare un sistema che si è incancrenito sulla falsità, privo di contenuti e che produce solo e vittime, da una parte e dall’altra.

La narrazione, al di là del realismo molto crudo di certe descrizioni, è costruita in maniera accorta e sofisticata. Ti sei ispirato ad alcuni modelli narrativi?

Certamente, anche se non è semplice definire quali. La scrittura è imprescindibile dalla lettura. Sono un lettore onnivoro e credo che ogni parola che io abbia incamerato nel corso degli anni abbia contribuito a comporre questo romanzo. Per quanto riguarda la scelta di costruire una narrazione non lineare, credo sia dovuta alla mia propensione di ragionare per immagini. In questo senso anche la mia voracità cinematografica e seriale ha inciso enormemente nella stesura.

Nonostante i temi trattati siano di natura storico sociale, ho pensato che un impianto che derivasse dal genere noir o thriller potesse rendere la lettura più accattivante e probabilmente la mia frequentazione di questi generi mi è stata senz’altro utile. Non volendo fare torto a nessuno evito di declinare nomi di autrici e autori che hanno nel tempo influenzato il mio modo di pensare a una storia e di restituirla su carta.

Quali libri consiglieresti per documentarsi sui temi che affronti nel libro?

Credo che i percorsi della conoscenza siano totalmente individuali. Certamente consiglierei le autrici e gli autori Nigeriani che ho citato precedentemente. Ma il vero consiglio è quello di lasciarsi andare alla curiosità e approfondire quegli elementi che colpiscono perché vicini alla propria sensibilità e da lì lasciarsi stupire nell’entrare in mondi inesplorati e sconosciuti.

Qual è stata la reazione dei lettori finora?

Devo ammettere che è stata molto positiva ed entusiastica. Da un lato è stato apprezzato il tema portante, per la sua originalità. Il romanzo è apparso come un punto di partenza per approfondire una storia poco nota eppure attuale nonostante sia incastonata in un tempo e un luogo distanti. Dall’altro ho ricevuto numerosi elogi per il modo in cui ho costruito la narrazione: la trama che attraverso prolessi e analessi si dipana fino a chiudere un cerchio (anche se il finale rimane aperto). Essendo poi un romanzo multistrato, ho ricevuto anche diversi attestati di stima per i temi più intimistici trattati, oltre che per la costruzione psicologica dei personaggi. Proprio in virtù di ciò molte lettrici e molti lettori si sono avvicinati al romanzo declinandone sfumature differenti, affezionandosi ad un personaggio o ad un altro in base alla propria sensibilità o al proprio vissuto, rendendo, così, la narrazione viva.

Cosa hai in mente di scrivere dopo questo romanzo?

Un prequel con nuovi protagonisti, per quanto alcuni personaggi saranno ancora presenti. Le vicende nigeriane restano quelle narrate in Akuaba, ma vedremo Guido e Ada qualche mese prima che Kofi si presenti alla loro porta. Il misterioso collezionista assolderà il “discepolo” di Guido per ricercare alcuni oggetti che gli sono stati sottratti e quindi avremo notizie di questa figura che per ora è rimasta sospesa. Ancora una volta il tema sarà quello della “scelta” e del “desiderio”, declinato però in una trama dalla cornice completamente differente. A fare da sfondo sarà la morte prenatale, la mitologia classica (greca e mesopotamica) e la dicotomica storia matriarcato/patriarcato. La sacralità femminile avrà un ruolo predominante così come il tentativo maschile di usurparla. Ancora una volta il montaggio sarà alternato e vi saranno dei personaggi che si muoveranno in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, un arcipelago dove anime pure rappresenteranno le novelle Moire. È un romanzo a cui tengo molto e che sto curando nei minimi dettagli da anni ormai.

Come consiglieresti la lettura del tuo libro a un lettore che ancora non ti conosce?

Se è arrivato fino alla fine di questa lunga intervista, credo abbia tutti gli elementi per scegliere Akuaba come lettura del suo prossimo futuro.

 

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“Senza impegno politico non sarei stato lo scrittore che sono”: intervista a Wole Soyinka https://minimaetmoralia.it/altro/senza-impegno-politico-non-sarei-lo-scrittore-intervista-wole-soyinka/ https://minimaetmoralia.it/altro/senza-impegno-politico-non-sarei-lo-scrittore-intervista-wole-soyinka/#comments Tue, 26 Sep 2017 06:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35132 Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Soyinka, con la sua scrittura versatile è stato capace di sintetizzare la ricchissima eredità culturale del suo paese, miti e tradizioni antiche, insieme al patrimonio letterario e alle tradizioni della cultura europea», si legge nella motivazione con cui l'Accademia svedese nel 1986 assegnò a Wole Soyinka il Premio Nobel per la letteratura.

Poeta, drammaturgo e romanziere, intellettuale, classe 1934, ha sempre unito alla potente immaginazione e creatività un'ineludibile dimensione politica.

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Soyinka, con la sua scrittura versatile è stato capace di sintetizzare la ricchissima eredità culturale del suo paese, miti e tradizioni antiche, insieme al patrimonio letterario e alle tradizioni della cultura europea», si legge nella motivazione con cui l’Accademia svedese nel 1986 assegnò a Wole Soyinka il Premio Nobel per la letteratura.

Poeta, drammaturgo e romanziere, intellettuale, classe 1934, ha sempre unito alla potente immaginazione e creatività un’ineludibile dimensione politica. È stato ospite d’onore del festival Pordenonelegge. Ha pubblicato circa venti opere fra testi teatrali, poesie e i due romanzi (Gli interpreti e L’uomo è morto) nuovamente tradotti e ripubblicati in Italia da Jaca Book. Nato in un piccolo villaggio prossimo a Ibadan, nella parte occidentale della Nigeria, si è formato e ha sviluppato il proprio talento con un’esperienza fondamentale sul finire degli anni Cinquanta al Royal Court Art Theatre di Londra, per poi tornare in Nigeria.

Per aver invocato la tregua nella guerra civile nigeriana, fu arrestato nel 1967, accusato di cospirazione con i ribelli del Biafra, e trattenuto in carcere per ventidue mesi, dove appuntava sulla carta igienica le proprie poesie di libertà. Ha sfidato poi negli anni Novanta il regime di Sani Abacha.

Soyinka, nel suo romanzo Gli interpreti, apparso nel 1965, i personaggi esplorano la distanza tra le alte promesse dell’indipendenza e la disillusione per le conquiste mancate. Dopo cinquant’anni che cosa è cambiato?

«Questo romanzo getta uno sguardo sulla mia generazione. Dopo aver studiato all’estero ci sentivamo invincibili, pronti a guidare la rinascita come avanguardia responsabile del riposizionamento dell’Africa nel mondo. Volevamo essere i liberatori del continente dal Sudafrica alla Rhodesia. Al potere invece a livello politico, culturale ed economico si instaurò una classe dirigente in larga parte corrotta, che ha messo i propri piedi sulle orme lasciate dalle vecchie potenze colonizzatrici. E non abbiamo finito di pagare il conto della disillusione».

La figura di Mandela riempie ancora l’immaginario dei giovani africani, come è stato per la sua generazione? A dicembre l’African National Congress cambierà la propria leadership, è al tramonto la stagione controversa del presidente Zuma.

«Mandela è stato come un fratello maggiore. Dopo la sua liberazione, nel nostro incontro era esattamente l’immagine che mi aveva accompagnato negli anni: un uomo dal coraggio quieto. La sua lotta per la libertà e per la dignità umana entrarono nelle mie poesie. Molti non sono stati d’accordo col suo spirito di riconciliazione, considerandolo troppo lento, intendevano produrre una rottura. L’ANC ora attraverserà una transizione delicata, che non deve compromettere ciò che è stato conquistato».

Nel 2040 l’Africa raggiungerà il miliardo di abitanti, il 56% dei quali vivrà in città rispetto al 14% del 1950. Qual è l’impatto culturale e sociale dell’urbanizzazione?

«È la sfida principale. In ogni paese africano questo fenomeno si presenta non strutturato, non governato. In Nigeria il boom petrolifero è stato il motore della crescita esponenziale dell’urbanizzazione e ciò ha colpito con crescente pressione le strutture preesistenti con il conseguente crack dei centri urbani, non pronti ad ammortizzare tale crescita. Senza investimenti pesanti sulle infrastrutture, sui servizi urbani la trasformazione non equivarrà al miglioramento delle condizioni di vita. Ed elemento da non sottovalutare è l’impatto della cultura che porta chi si sposta dalle zone rurali, la loro integrazione».

Fenomeno migratorio: che fare?

«Innanzitutto la responsabilità è alla fonte, i governi dei paesi africani non sono all’altezza delle necessità dei propri cittadini. Vige una gerontocrazia, cerchie ristrette di potere familistico che si arricchiscono alle spese della collettività. L’Europa non può però dimenticare il proprio ruolo secolare destabilizzante in Africa, vera e propria anima con le materie prime dello sviluppo occidentale. Occorre chiudere rotte che disseminano morti nel deserto e nel mare, ma è impossibile rimuovere la pressione migratoria senza risposte economiche e la cessazione dei conflitti».

Gli Stati Uniti, il presidente Carter, la accolsero, esule a causa della dittatura di Sani Achaba. Dopo la vittoria di Trump lei ha rinunciato alla sua green card.

«Mi indigna l’impoverimento del linguaggio, la retorica dell’esclusione. Il muro di Trump è già eretto nelle menti. Sono stato molto coinvolto culturalmente, politicamente, a livello emozionale nel movimento di liberazione dei neri d’America. Tutto ciò è una ferita e ho sentito la necessità del distacco con un gesto simbolico».

In questa stagione della sua vita che cosa rappresentano la scrittura e il teatro?

«La storia africana è inscindibile dalla diaspora, il mio impegno intellettuale si sta concentrando su questo campo accademico vasto e di immenso interesse. Sono cresciuto in un ambiente, la cultura yoruba, in cui tutto era in qualche modo teatro e resta un luogo straordinario di sperimentazione. Vorrei avere più tempo per scrivere, ma l’attivismo politico si intreccia sempre».

Che cosa ha dato la politica alla sua arte?

«Senza l’impegno politico non sarei stato lo scrittore, drammaturgo che sono. La letteratura e il teatro mi hanno consentito di elevarmi dall’intollerabile nella società, rispondendo politicamente. Ciò mi ha tramesso la pace per potermi occupare di arte. Il teatro è stato per me lo strumento più efficace per onorare la responsabilità sociale».

I suoi genitori erano cristiani. Qual è la radice dell’intolleranza religiosa in Nigeria?

«Soprattutto nell’ultimo ventennio la religione ha cominciato a mischiarsi con la politica. Boko Haram è il prodotto di decadi di tatticismo politico, sottovalutazione del problema e sostegno per interesse politico. Le relazioni interreligiose tra cristiani e musulmani in Nigeria si sono deteriorate mediante la speculazione politica sulla gente comune al di fine costruire il proprio potere, l’area di influenza. Occorre combattere la cultura dell’impunità nel terreno religioso, l’Africa è una parte essenziale nella sfida al fondamentalismo: non dimenticate anche le nostre vittime del terrorismo».

Lungo la strada, in nome di una Nigeria stabile e moderna, ha perso amici e uomini coraggiosi come Ken Saro-Wiwa. L’unità del gigante africano è a rischio?

«Spero di no, ma è fuori discussione che i nigeriani siano del tutto insoddisfatti dell’attuale struttura dello Stato, e domandano con determinazione crescente un cambiamento rispetto all’ipertrofica centralizzazione del potere a scapito delle differenze ed esigenze regionali in un paese così vasto. È diffuso un senso di alienazione, mentre nessun gruppo etnico dovrebbe essere oppresso. Tutto è negoziabile anche l’unità del paese, non il diritto delle persone a determinare il proprio futuro».

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Migrazione: lingua del futuro. (ovvero un programma per una città tutto-porto) https://minimaetmoralia.it/interventi/migrazione-lingua-del-futuro-ovvero-un-programma-per-una-citta-tutto-porto/ https://minimaetmoralia.it/interventi/migrazione-lingua-del-futuro-ovvero-un-programma-per-una-citta-tutto-porto/#respond Wed, 12 Oct 2016 14:30:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32259 Si sta svolgendo a Palermo, fino al 16 ottobre, il Festival delle Letterature Migranti: pubblichiamo di seguito un testo di Evelina Santangelo, responsabile e coordinatrice del programma Letterature. Qui il dettaglio della rassegna, tra dibattiti partecipati, mostre, arti visive, dialoghi.

di Evelina Santangelo

Non ci si poteva non misurare con alcune specificità disegnando il programma di un festival con sede a Palermo, città «tutto porto» sulle sponde di quel Mar Bianco di Mezzo (come gli arabi chiamavano il Mediterraneo) che oggi è mare dell’ultima speranza, per quanti tentano di solcarlo con mezzi di fortuna, e mare di una sfida di civiltà dalle conseguenze vitali, per l’Europa.

Di migrazioni umane, diritto d’asilo, di terre negate e di terre promesse (ieri come oggi), si discuterà in molti dei tavoli pensati per questa seconda edizione del Festival, ma anche di vie di fuga possibili verso quel che il sociologo tedesco Ulrick Beck ha chiamato «comunità esistenziale di destino».

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Si sta svolgendo a Palermo, fino al 16 ottobre, il Festival delle Letterature Migranti: pubblichiamo di seguito un testo di Evelina Santangelo, responsabile e coordinatrice del programma Letterature. Qui il dettaglio della rassegna, tra dibattiti partecipati, mostre, arti visive, dialoghi.

di Evelina Santangelo

Non ci si poteva non misurare con alcune specificità disegnando il programma di un festival con sede a Palermo, città «tutto porto» sulle sponde di quel Mar Bianco di Mezzo (come gli arabi chiamavano il Mediterraneo) che oggi è mare dell’ultima speranza, per quanti tentano di solcarlo con mezzi di fortuna, e mare di una sfida di civiltà dalle conseguenze vitali, per l’Europa.

Di migrazioni umane, diritto d’asilo, di terre negate e di terre promesse (ieri come oggi), si discuterà in molti dei tavoli pensati per questa seconda edizione del Festival, ma anche di vie di fuga possibili verso quel che il sociologo tedesco Ulrick Beck ha chiamato «comunità esistenziale di destino».

Alla questione «Europa», alle più delicate e controverse questioni mediorientali, alle forme di neocolonialismo, ai modelli possibili di democrazia partecipativa, alle battaglie per l’emancipazione dentro e fuori i confini europei, alla laicità e ai dialoghi interreligiosi saranno poi dedicati anche diversi incontri, pensati come momenti di confronto tra visioni e approcci molto diversi tra loro.

In un mondo sfuggente e magmatico, avremo bisogno, infatti, di «tutta la nostra intelligenza» per provare a comprendere questo nostro tempo e agire di conseguenza. E avremo bisogno di sguardi il più possibile plurali (intellettualmente, culturalmente, artisticamente plurali).

Oggi però viviamo anche un tempo in cui si fatica a immaginare «una lingua del futuro», e forse anche una lingua del presente.
Eppure, se un giorno si dovesse tentare di trovare un’espressione capace di sintetizzare i mutamenti più significativi e le prospettive più feconde di questo nostro tempo, la parola «migrazione» potrebbe offrire la chiave di lettura meno asfittica per toccare il cuore delle cose.

Perché oggi, a migrare (come migravano ieri) non sono soltanto le genti, ma anche gli immaginari, le lingue, le letterature, le forme espressive, i modi della comunicazione così come quelli dell’informazione.
Di sconfinamenti, nomadismi, nuovi radicamenti linguistici, culturali, mediatici renderanno conto moltissimi degli incontri in cui si parlerà di «migrazioni» editoriali, narrative, artistiche, di società digitali.

L’aspirazione che dà forma a questo programma (in cui non si promuoveranno singoli libri, ma si partirà dai libri per provare a comprendere la contemporaneità) è, in ultima analisi: trasformare per cinque giorni Palermo in quel «tutto-porto» che la città custodisce nel nome, cioè in un piccolo laboratorio di pensieri ed esperienze a confronto (dall’Africa del premio Nobel per la Letteratura Wole Soyinka all’Europa dell’Est di Elvira Mujcic, dal Medio Oriente della rivista di comics libanese in lotta contro la censura, «Samandal», alle cittadinanze nomadi di autori come Hamid Ziarati, Helena Janeczek, Ornela Vorpsi), un laboratorio in cui la parola «migrazione», cifra del nostro tempo, possa diventarne chiave di lettura, parola da proiettare verso un futuro comune.

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Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la collaborazione della scrittrice Paola Caridi esperta in questioni mediorientali (responsabile del programma Teatro Cinema Arti), dell’anglista ed esperta in letterature africane Alessandra Di Maio, dell’anglista Alessandra Rizzo, delle ispaniste Assunta Polizzi (curatrice della sezione Arti Visive) e Floriana Di Gesù, dell’italianista Domenica Perrone e di Vincenzo Ceruso impegnato sul fronte del dialogo interreligioso e dell’accoglienza. La direzione artistica è di Davide Camarrone.

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Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/prima-che-cali-il-sipario-in-ricordo-di-ken-saro-wiwa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/prima-che-cali-il-sipario-in-ricordo-di-ken-saro-wiwa/#comments Tue, 10 Nov 2015 12:57:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29050 Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro del figlio di Ken, Noo Saro-Wiwa, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant'anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l'ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l'infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

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ken noo

Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, un uomo di pace, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro di Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant’anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

 

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l’ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l’infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

Dopo un lungo, necessario, volontario esilio è tornata a casa. Si aggira nel piccolo studio di Ken Saro-Wiwa, assassinato a causa dei suoi molteplici talenti, e annota i ricordi, le sensazioni: «Lì dove batteva a macchina i suoi testi e si infuriava al telefono per le ingiustizie subite dagli Ogoni, una rabbia intervallata da fragorose risate di pancia. Negli scaffali dei libri ho trovato un terreno comune con lui e per la prima volta ho immaginato con rammarico il tipo di rapporto che avremmo potuto avere da adulti. Era bravo a raccontare le favole e a intavolare una conversazione, ma non se la cavava bene con gli anni intermedi dell’adolescenza, quando non sei più così malleabile e ti allontani dal cammino di grandezza che aveva tracciato per te. A vent’anni notai che i nostri interessi convergevano soprattutto riguardo ai viaggi. Una volta frugai fra i suoi vecchi passaporti e restai sorpresa nel vedere timbri di paesi come il Suriname. Non lo saprò mai».

L’uomo deve vivere. Mi piace ‘sta storia. L’uomo deve vivere, ripete nel fosso il giovane soldato Mene, protagonista di Sozaboy (Baldini & Castoldi, 275 pagine, 15 euro), capolavoro della letteratura postcoloniale che spicca fra le opere di Ken Saro-Wiwa. In trincea non sai più neanche quale sia il nemico. Puoi solo chiederti: allora per che cosa sto combattendo? Sai che la guerra iniziata non può finire e tu perderai, il tuo villaggio perderà la propria anima.

There’s something happening somewhere. Una strofa che racchiude l’angoscia di una distanza incolmabile, di un’ingiustizia senza rimedio. I vent’anni trascorsi dal 10 novembre 1995 non leniscono la solitudine della forca nel cortile del carcere di Port Harcourt, che Saro-Wiwa condivise con altri otto compagni di lotta contro quello che non esitava a catalogare come un genocidio culturale, ambientale, sociale provocato dall’irresponsabile sfruttamento della risorsa petrolio all’interno del Delta del Niger. Con lui sul patibolo furono condotti gli attivisti Ogoni Saturday Dobee, Nordu Eawo, Daniel Gbooko, Paul Levera, Felix Nuate, Baribor Bera, Barinem Kiobel e John Kpuine.

Nello splendido reportage letterario In cerca di Transwonderland – Il mio viaggio in Nigeria (66thand2nd, 328 pagine, 18 euro) Noo mantiene sempre elevato il tono della narrazione, la densità delle pagine, non concedendo terreno al risentimento. Le descrizioni sono vivide, la scrittura è composta. In poche righe riesce a raffigurare che cos’è oggi la natia Port Harcourt, la distopia di un ambiente alle prese con un’urbanizzazione rapace, legata al giogo petrolifero. Il denaro, il potere nella peggiore accezione familistica, l’intricata rete della corruzione che sconvolge qualunque norma sociale: «Dopo l’assassinio di mio padre ho capito che la corruzione è un mostro in grado di sconfiggere anche i più agguerriti difensori della morale», afferma.

Noo sogna di trovarsi in un posto in cui il divario fra aspettative e realtà non sia così alienante. Si sente piombare nella distanza fra il patrimonio di tradizioni, così ricco e controverso, e una società moderna. Questo abisso è in fondo il cuore della sua ricerca, delle domande che non hanno una risposta semplice. Sembra di rileggere la ragazza di una splendida raccolta di racconti di Ken Saro-Wiwa. In Casa dolce casa, il primo racconto di Foresta di fiori (Edizioni Socrates, 170 pagine, 10 euro), una studentessa prova sentimenti laceranti, sospesa fra tradizione e modernità urbana, nel ritornare al proprio villaggio di Dukana per trascorrere le vacanze con la madre:

«(…) Attraversammo piccoli villaggi sonnolenti ritagliati nella foresta, che abbracciavano amorevolmente la terra e il fogliame. Vedevamo spesso in lontananza una fiammata di gas, che ci rammentava che questo era un paese ricco di petrolio e che proprio dalle viscere di questa terra proveniva il liquido tanto ambito, che alimentava gli ingranaggi della civiltà moderna. Provai allora quello straziante dolore che la conoscenza riserva a coloro che riescono a distinguere l’abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. E il mio pensiero andò agli uomini e alle donne di Dukana, che recitavano la propria vita sullo sfondo di quelle grandi forze che non avrebbero mai capito».

Talvolta anche gli oggetti hanno un’anima. Nella seconda foto che mi manda Noo, un ritratto di famiglia domenicale, Ken è illuminato da un sorriso con la pipa inseparabile. Sono serviti anni per recuperare e identificare la materia che di lui restava. A cercare dentro la fossa comune una qualche forma di umanità. Il gesto della ricomposizione scheletrica, a dieci anni dall’esecuzione della condanna, commuove. Anche la pipa è tornata a posto: «Zio Owens, medico, ci aiutò a ricomporre ogni femore, perone, metacarpo e costola, calmando le nostre menti con l’operosità. Invano cercai il viso nel teschio. Mancavano i due incisivi. Ma quando Junior posizionò una pipa tra le mascelle, i denti si trasformarono in quel suo sorriso familiare».

Il Nobel per la letteratura Wole Soyinka sapeva che le rassicurazioni sulla sorte dell’amico Ken Saro-Wiwa, fornite dal generale golpista Sani Abacha a Nelson Mandela, erano del tutto destituite di credibilità. Avrebbero impiccato un uomo di pace, un intellettuale, dopo un processo sommario, illegale, costruito attorno a un’accusa infondata, di essere cioè responsabile della morte di altri attivisti Ogoni col movente di contrasti interni al movimento. Saro-Wiwa dichiarò Shell persona non grata, pretendeva che dopo la riparazione dei danni, si mettesse al tavolo per dialogare, per una differente politica industriale. Accusava l’esercito di eseguire gli ordini della multinazionale. A partire dal 1980 i ricavi della produzione lasciati dal governo federale per la popolazione locale erano pari all’1.5% del totale.

Il territorio Ogoni erano oltre 400 miglia quadrate di terrazze costiere a nordest del Delta del fiume Niger, con un’altissima densità abitativa, che a inizio Novecento patirono lo stravolgimento dell’invasione colonialista britannica. «Gli Ogoni erano sonnambuli in marcia verso l’estinzione, verso uno sterminio di natura politica, del tutto inconsapevoli dei danni presenti e futuri del colonialismo interno. Avevo accettato la responsabilità di svegliarli dal loro sonno secolare», scrive Saro-Wiwa. È conscio della necessità della costruzione di un’organizzazione di massa, di una fabbrica del dissenso. Gli Ogoni non erano abituati all’attivismo politico. Nel 1990 formarono il Mosop e concepirono la Ogoni Bill for Rights per il controllo e l’utilizzo delle risorse ai fini dello sviluppo indigeno. Il 4 gennaio 1993 avvenne l’impensabile. Trecentomila Ogoni manifestarono senza disordini per il riconoscimento dei propri diritti. Tra aprile e giugno 1993 Saro-Wiwa fu arrestato quattro volte senza diritti di difesa.

Nella plurisecolare cultura Ogoni il carcere non esisteva, si scontavano altre pene, dalla multa economica alla condanna capitale. Nessuno era mai stato incarcerato o punito per reati di opinione. Dunque una novità colonialista: «Una novità che mal si adattò alla nostra psiche. La prigione divenne un luogo da evitare a tutti i costi. Se eri lì dentro vuol dire che eri un reietto della società».

Soyinka ha dedicato un capitolo di Sul fare del giorno (Frassinelli, 707 pagine, 18.50 euro) al compagno con cui condivise un tratto di strada. Citiamo da Requiem per un ecoguerriero:

«(…) Sulle strade di Auckland mi si accostò un’auto su cui erano il giovane Ken, figlio del condannato, alcuni membri di Body Shop e di altre Ong. Ken balzò fuori dalla macchina con una dichiarazione ciclostilata della Shell. Se Ponzio Pilato prima di consegnare Cristo ai suoi aguzzini avesse mai scritto una lettera, sicuramente sarebbe stata simile a quella che mi trovai a leggere. Se fosse accaduto qualcosa di imprevisto ai nove Ogoni – recitava la dichiarazione – i responsabili andavano cercati tra gli agitatori la cui tattica aggressiva non aveva fatto altro che inasprire l’atteggiamento del regime militare vanificando l’attento lavoro di diplomazia silenziosa intrapreso dalla compagnia.

Certo eravamo noi i colpevoli, non la Shell! Non le compagnie petrolifere. Non il regime militare, le aziende sue alleate, le sue corti illegali, ma noi! Gli restituii quel trattato di untuosità aziendale che aveva il solo scopo di affrancarsi da ogni responsabilità. (…) La dichiarazione della Shell poteva anche non essere una condanna formale, ma era un certificato di morte così chiaro che non riuscii più a pensare a Ken come una persona ancora nel mondo dei vivi e persi qualunque desiderio di incontrare politici e uomini di Stato». Dopo l’esecuzione la Nigeria fu espulsa dal Commonwealth.

Ken Saro-Wiwa nutriva una certezza. Un giorno non lontano le compagnie sarebbero state chiamate a rispondere di quella che definiva i crimini di una guerra ecologica e della sporca guerra contro la minoranza etnica Ogoni. Perseguì due linee guida: animare una resistenza popolare appassionata e non violenta; internazionalizzare grazie al proprio cosmopolitismo il dramma di un’etnia che contava non più di 500mila persone. Questa attività di sensibilizzazione incontrò non pochi ostacoli. All’inizio degli anni Novanta, come scrive in Un mese e in un giorno, non ricevette perfino da Greenpeace  e Amnesty l’attenzione necessaria. Centrò entrambi gli obiettivi. Il mondo conobbe il rischio di estinzione di una popolazione che dell’agricoltura, della pesca, faceva il proprio sostentamento. Saro-Wiwa rifuggiva la “larva distruttiva del tribalismo”, dunque la sua lotta democratica aveva una visione complessiva dell’incidenza del petrolio sulla costruzione dell’identità nazionale e mirava alla caduta di una brutale dittatura militare.

Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York e rappresentante legale della famiglia, avviò la causa contro la Shell, accusata di corresponsabilità nella tragica fine di un simbolo e nella generale repressione violenta del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni. Nel 2009 Shell, professando la propria estraneità ai fatti addebitati, ha versato 15 milioni e mezzo di dollari per evitare un processo mediaticamente ingombrante.

«Certo quella somma, devoluta in gran parte alla comunità, è niente. Abbiamo deciso che la giustizia può giungere in tanti modi. Per multinazionali come Shell è semplice assoldare avvocati su avvocati, rendere estenuanti i processi. Mio fratello maggiore e mio zio, Owens, hanno messo il proprio corpo, la propria vita e non puoi resistere vent’anni col rischio di un nulla di fatto. Shell non ha voluto affrontare la causa, pagando i danni. Per noi il messaggio, il segnale, che usciva era chiaro per tutte le compagnie che operano con doppi standard a seconda dei paesi. Nessuna corporation avrebbe più dovuto contare sull’impunità», spiega Noo.

È recentissima la pubblicazione della relazione, lunga trentotto pagine, di Amnesty International dal titolo Clean it up – Shell’s false claims about oil spill response in the Niger Delta, in cui si legge: «(…) Le compagnie responsabili della fuoriuscita di petrolio secondo la legge in vigore entro le 24 ore dall’avvenimento devono provvedere a riportare l’area colpita più possibile al suo stato originale, un processo noto come remediation. La nuova inchiesta di Amnesty International e CEHRD mostra che Shell sta fallendo in questa operazione. I siti che Shell asserisce siano stati bonificati sono ancora visibilmente inquinati. Nigeria’s National Oil Spill Detection and Response Agency ha certificato e classificato come puliti siti visibilmente contaminati.

Le conclusioni di questa ricerca si fondano su rilevazioni sul campo in Ogoniland dal mese di luglio a quello di settembre 2015. Nel 2011 United Nations Environment Programme aveva già preso in esame i medesimi siti, fornendo lo studio finora più completo sull’impatto dell’inquinamento petrolifero nella vita delle comunità sul Delta del Niger. Analizzando Ogoniland, l’Unep ha esposto uno scioccante livello di inquinamento, che include la contaminazione dei terreni agricoli e i danni all’industria ittica, la contaminazione dell’acqua potabile, e l’esposizione di centinaia di migliaia di persone a gravi rischi per la salute personale». Shell nega gli addebiti mossi.

In un passaggio significativo del viaggio In cerca di Transwonderland, Noo prefigura Ogoniland libera da una ricchezza maledetta che arricchisce pochi. Una ricchezza che sfotte il futuro, per usare le parole di Saro-Wiwa. Lei immagina il territorio Ogoni come un’economia emancipata dall’oro nero, un ritorno al futuro con l’agricoltura, modernizzata, che per secoli ha sostenuto l’intera area. Addio fuoriuscite di greggio, combustioni continue che avvelenano la terra, i fiumi, sconvolgono pratiche agricole plurisecolari e lotte spietate per il controllo dei profitti derivanti dal petrolio.

«Disgustato mio padre ci indicava sempre quelle fiammate lamentandosi del loro impatto ambientale, mentre io annuivo assente, troppo piccola per comprenderne le implicazioni – dice la scrittrice –. Le compagnie bruciano il gas in eccesso, che è un sottoprodotto dell’estrazione del petrolio. Con le infrastrutture giuste, ma costose, è possibile catturarlo ed esportarlo, invece lo bruciano. Ben pochi soldi della filiera industriale vanno alla popolazione, ancor meno alla gente che abita il Delta del Niger, vittima della corruzione e dell’indifferenza dell’industria petrolifera. È ridicolo che i nigeriani si ritrovino spesso a corto di benzina, perché c’è un sistema che prospera sull’esportazione della materia grezza, di ottima qualità, e sulla successiva importazione della stessa lavorata, costosissima e centrale nel processo corruttivo. Miliardi di dollari perché il governo non ha costruito raffinerie a sufficienza. Il petrolio non ha creato sviluppo, un tessuto economico, né occupazione qualificata».

La Nigeria è la seconda economia dell’Africa subsahariana, il paese più popoloso ed eterogeneo. Alla fine del 2014 la quota del petrolio nigeriano, dietro alla Libia e davanti al Qatar, è pari al 3.1% (37.07 miliardi di barili) nella significativamente crescente torta complessiva delle riserve (1.206 miliardi di barili) dell’Opec. Agli inizi del Novecento furono operate le prime prospezioni nell’allora colonia britannica. Come ricorda l’analista e ricercatrice Agata Gugliotta (cfr. Nigeria risorse di chi?, Odoya) nel 1914 con il Mineral Oil Act Laws of Nigeria la madrepatria si premurò di stabilire che le licenze per l’eventuale esplorazione di pozzi potessero essere rilasciate esclusivamente a vantaggio del governo britannico o delle compagnie private inglesi.

Nel 1937 la prima esplorazione venne effettuata dall’inglese Shell d’Arcy, antenata della Shell Petroleum Development Company of Nigeria, alla quale fu concesso il diritto di estrazione su tutto il territorio nigeriano. «Da allora la Shell cominciò a radicarsi pesantemente nel territorio nigeriano, iniziando a costruire la sua fortuna economica e ad acquisire influenza politica: quell’influenza che manterrà anche dopo il 1960, quando la Nigeria ottenne l’indipendenza», scrive Gugliotta. Alla “nigeriazzazione” della risorsa con il Petroleum decree del 1969, con la contestuale istituzione della Nigerian National Oil Corporation interlocutore diretto delle multinazionali, non corrispose uno sviluppo infrastrutturale e delle competenze tecniche autoctone con la costante influenza dei militari al potere.

Nella guerra del Biafra, scoppiata nel 1967 per la gestione delle royalties, Ken Saro-Wiwa, impegnato sul fronte dei combattimenti come funzionario a Bonny, si schierò per il mantenimento dell’unità nazionale, malgrado la fragilità del concetto stesso di statualità nigeriana. Interruppe il sogno della carriera accademica per affrontare le conseguenze della guerra civile. Passò dal timore che il nascente o già abortito Biafra riducesse in schiavitù gli Ogoni, alla fittizia forma federale dello Stato che per interessi economici extranazionali non rispettava le diversità socioculturali del frammentatissimo mosaico etnico nigeriano, tenuto insieme con la forza e la violenza.

Qui si pongono due domande: che cosa resterà, quale sarà il segno maggiore, della civiltà petrolifera affermatasi con il boom  produttivo degli anni Sessanta-Settanta; è davvero possibile prefigurare un post? «Il conto più salato lo paga e lo pagherà l’agricoltura. Esportavamo prodotti di qualità. All’esaurimento delle riserve sarà spaventoso, la disperazione per l’assenza di denaro facile. Forse torneremo a usare la testa, a pensare. Occorrerà ricostruire, dopo l’era della ricerca della rendita economica mediante lo sfruttamento, un’economia di rapina che ha arricchito corrotti e corruttori. Il potere di Shell e delle altre compagnie è una scelta governativa. Abbiamo avuto sessant’anni per preparare ingegneri, geologi, una classe imprenditoriale nigeriana che potesse gestire la dirompente realtà petrolifera. Abbiamo scelto di renderci schiavi dell’industria petrolifera. Non sarebbe dovuta andare così. Mio padre non era un fanatico. Pretendeva con intransigenza che la ricchezza si traducesse in un benessere collettivo, fuori dal ristretto circolo del potere».

Praticare giustizia per Ken Saro-Wiwa, che tra i propri talenti annoverava anche quello dell’impresa culturale e non, è leggere i suoi scritti, le sue poesie. Le parole di Noo le ritroviamo nella narrativa di Ken, un racconto breve strepitoso, titolato E giù, le stelle. Nella caotica Lagos dei fuoristrada che sfrecciano accanto alle baracche, un giovane rampante, affermatosi grazie allo studio e al lavoro, si affaccia dalla finestra del proprio ufficio sulla città. L’elettricità è temporaneamente saltata. L’istinto è di volare via. Il lavoro è l’unico palliativo ai pensieri tristi. Nel ministero le sue competenze e l’impegno non sono valorizzati. Serve quella che in Americanah Chimamanda Ngozi Adichie definisce l’economia imperante dei leccaculo.

Ezi non faceva parte di tutto questo, non avrebbe mai potuto farne parte, e lo sapeva. Temeva che non avrebbe fatto carriera in quel lavoro. Eppure teneva fede ai propri principi e alla sofferenza che gli procuravano. Il fascino della bella vita era svanito presto, si sente perso. L’estesa corruttibilità, l’inefficienza radicata, il materialismo a cui si abbandonavano i giovani. L’idea che pochi, lui incluso, avessero accesso a ciò che di meglio poteva offrire la Nigeria, mentre la grande maggioranza sguazzava nella povertà. Presto colleghi, amici e superiori si guadagnarono la sua disapprovazione.

A quel punto iniziò l’inevitabile allontanamento dalla società. Quale senso trovare all’esistenza? Occorre agire, ma in che modo? Non è sufficiente osservare con scrupolosità i propri principi. Al culmine di una notte insonne si precipita sul litorale. La brezza marina rappresenta l’unico ristoro. Fissa la luna e le stelle in fondo all’acqua. «Capì di essere solo uno tra la folla che avanzava con un unico scopo e che era necessario assicurarsi che tutti arrivassero lì sani e salvi. E il suo solo sforzo non ce l’avrebbe fatta ma sarebbe stato d’aiuto, e non poteva negarlo a quella folla. Capì che anche il tempo era essenziale e che la pazienza, la determinazione erano fondamentali per il raggiungimento del loro scopo finale». Questo era Kenule Saro-Wiwa, nato a Bori, sul Delta del Niger, il 10 ottobre 1941.

«You know his name will never die». Lo sai, il nome di mio padre non morirà mai, mi dice Noo. Nel suo libro conclude il viaggio con un ritorno al nucleo originale della vita, il linguaggio. Le chiedo di spiegare il senso della frase: «Bane è l’unico posto sulla terra che sento mio, che ci voglia stare o meno. Non mi serve un atto di proprietà e mi conforta l’idea che i miei geni basteranno a garantirmi il diritto indiscusso a rivendicare questa terra». Provo a pronunciare il suo nome, ma sbaglio.

«In tutto il pianeta solo mezzo milione di persone può riuscire a scandirlo correttamente, nella terra degli Ogoni – spiega – . Quel suono, quella pronuncia mi fa sentire a casa. L’immaterialità di un linguaggio, che tra l’altro non pratico, è fondante non appariscente della mia identità. Il linguaggio è quella casa che nessuno può indagare, di cui nessuno può chiederti l’atto di proprietà. In fact, in fact, this is the funny thing. Qualcuno può dirti che non sei nigeriano. Nessuno potrà mai dirmi che non sono Ogoni. Nessuno può sfidare la mia appartenenza etnica».

All’età di ventiquattro anni Noo, cresciuta in Inghilterra e formatasi al King’s College e poi alla Columbia University, ha maturato la consapevolezza del voler scrivere. Una scrittrice in viaggio, di viaggi. In cerca di Transwonderland è la prima pubblicazione, ma in realtà in precedenza ne scrisse un altro dopo una lunga peregrinazione in Sudafrica. Gli agenti letterari la persuasero che con un cognome del genere avrebbe dovuto iniziare dal paese natale. Chimamanda ha studiato in Nigeria fino ai diciotto anni. Teju Cole si è trasferito ai quindici. Nel libro Noo fa visita a Ibadan, trasformata nel tempo in città cuore intellettuale della Nigeria. Era la tappa mancante del viaggio del 1988, quando a bordo di una Peugeot 504, fumando l’usuale pipa,  Ken aveva deciso di mostrare ai propri figli la bellezza della Nigeria, attraversandola da nord a sud, da est a ovest.

A dieci anni Ken vendeva olio di palma per le strade, si affrancò vincendo una borsa di studio per la migliore scuola secondaria locale. Uno dei pochi Ogoni della propria generazione ad accedere un’educazione di alto livello. Considerava come apice del proprio successo il garantire ai figli una buona istruzione. Oggi nell’università di Ibadan, dove Ken studiò all’inizio degli anni Sessanta e che divenne una delle migliori istituzioni accademiche dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, studenti e studentesse si lamentano per il livello dell’istruzione offerta. Gli insegnanti fotocopiano i testi di letteratura per venderli agli studenti. Il programma di studi dovrebbe avere più attinenza con la nostra realtà sociale, dicono.

La giovane Faith vuole diventare una poetessa, ma “pare che gli scrittori nigeriani che ce l’hanno fatta siano quelli della diaspora”. Gli interrogativi sono tanti: quale lingua utilizzare? Chi leggerà? Chi pubblica cosa? Gli scrittori di successo vivono negli Stati Uniti. Faith vuole lasciare il Paese per coronare le sue ambizioni, inconsapevole dell’oltreoceano: vediamo i film di Hollywood e pretendiamo di avere quello che ci mostrano. Ma la realtà è dura. Noo pone una riflessione interessante sui limiti e le opportunità della frastagliata varietà linguistica nigeriana e sull’emergente realtà cinematografica di Nollywood. Il talento è la premessa, tuttavia le caratterizzazioni dell’inglese locale non sono compatibili l’industria editoriale internazionale.

Anche in questo il lavoro di Ken Saro-Wiwa, fra l’altro autore e produttore televisivo di successo, fu prezioso. Lo esplicita nella nota introduttiva di Sozaboy: «Questo libro è il risultato della mia attrazione per l’adattabilità della lingua inglese e della mia attenta osservazione della lingua parlata e scritta da un certo segmento della società nigeriana. Il linguaggio di Sozaboy è ciò che chiamo Rotten English, un amalgama di pidgin nigeriano, inglese sgrammaticato, e buon inglese, con punte addirittura idiomatiche. Questo linguaggio è disordinato e crea disordine. Prende in prestito con disinvolta libertà parole, modelli linguistici e immagini della lingua madre e trova le sue espressioni in un vocabolario estremamente ridotto. Ai suoi parlanti offre il vantaggio di non avere né regole né sintassi. È parte della società dislocata, disorganizzata e discordante in cui Sozaboy deve vivere, agire e non realizzare la sua esistenza. Il mio esperimento consiste nello scoprire se il linguaggio riuscirà a pulsare in modo vibrante e a comunicare con efficacia».

Una scommessa linguistica vitale, vinta anche nella complessa traduzione di Roberto Piangatelli di un testo apparentemente intraducibile. Il ritmo del racconto è pazzesco. È una testimonianza che sa, fa nomi e cognomi nella follia chiamata guerra. Saro-Wiwa li chiama uomini-pancia, il cui cliente è la morte. Sozaboy è la progressiva presa di coscienza di sé e del mondo, che forse non è mica un gran bel posto: «Oh, scemo che sono, e chi me l’ha fatto fare di andare a fare il soldato? L’ho visto bene come era morto, in questo fronte di guerra, il mio migliore amico. E lo sapevo che, a poco a poco, tutta la mia vita era andata distrutta. Prima di questa storia, non sapevo mica cosa voleva dire morire. Ma ora, proprio da questo momento, non vedo mica più la vita come la vedevo prima: la vedo piena zeppa di cattiveria».

Nella raccolta A forest of flowers c’è un racconto, La conversione, nel quale Ken Saro-Wiwa descrive magistralmente il proliferare delle chiese aziende, il pentecostalismo carismatico che ha ha iniziato a prosperare negli anni Ottanta, quando la Nigeria è sprofondata nell’abisso economico. La storia è semplice. Daniel, catechista di villaggio, è un umile servitore di Dio al quale dedica la propria esistenza. Si trova però ad affrontare la crescente concorrenza delle chiese personalistiche, dei telepredicatori.

Resta sconcertato dalla visita del vescovo che, dall’alto dell’opulenza in cui vive, chiede alla parrocchia, priva di risorse, di essere più puntuale nel pagamento delle tasse. L’alto prelato sfreccia poi via con la propria auto di lusso e una capra donata, sistemata nel bagagliaio. La tentazione di Daniel è forte: fondare la decima chiesa di Dukana, arricchendosi con le offerte dei cittadini, alla ricerca di soluzioni alle proprie tribolazioni. In Sozaboy si ritrova lo stesso personaggio che è diventato il pastore Barika della Chiesa dello Spirito Santo del monte Sion in Israele.

Nel proprio viaggio Noo analizza gli esiti della tendenza che preoccupava il padre. Le chiese hanno grande visibilità acquistando gli spazi pubblicitari sui mass media. Indirizzano l’industria libraria «In un certo senso potremmo dire che è una dimostrazione dello spirito imprenditoriale dei nigeriani – sottolinea l’autrice – . I predicatori hanno ottime capacità imprenditoriali, si sono ispirati ai telepredicatori americani che gestivano le proprie chiese come fossero aziende. Per tanti versi la Chiesa riflette il lato più efficiente della società nigeriana. Anni di lotta economica e corruzione politica hanno indotto i nigeriani a focalizzare l’attenzione su Dio con un’intensità maggiore rispetto al passato. La religione anestetizza il disagio. Offrono il vangelo come una panacea. Oggi circa venti milioni di persone appartengono alle chiese pentecostali. Versano denaro nelle loro casse straripanti, trasformandole in aziende ad alto rendimento».

La memoria è materia scomoda. È paradossale, o forse no, che a gestire lo Slave Relic Museum sia la famiglia Mobee, discendente della lunga stirpe di capitribù che avevano controllato la tratta degli schiavi fin dalla fondazione di Badagry nel 1502. Hanno una bellezza amara le pagine che Noo dedica alla visita dell’antica città di Benin. Che cosa resta delle vestigia di uno dei regni più potenti dell’Africa occidentale in quel luogo dove dominavano finezza, eccellenza e ordine? «Benin ora è una città diversa epicentro della stregoneria, famosa per le rapine a mano armata e per il moderno traffico di esseri umani. Nessuno avrebbe mai detto che le fogne a cielo aperto, gli internet café a bassa tecnologia e l’architettura standard anni Settanta che avevo davanti agli occhi erano stati preceduti da uno dei più grandi imperi dell’Africa, ma l’antico splendore di Benin sembra molto lontano quasi folcloristico». Le mura del National Museum di Benin City contengono una marea di cose meravigliose. Altrettante, dopo l’invasione inglese di fine Ottocento, sono state accumulate e disseminate in diverse parti del mondo al British Museum, al Louvre, a Berlino.

Ken Saro-Wiwa auspicava il ritorno in patria dei propri figli, dopo le esperienze di studio internazionali, al fine di mettere le conoscenze maturate al servizio della comunità. Anche nei giorni terribili della tortura e dell’isolamento carcerario scriveva lettere, preoccupandosi dell’esito degli esami e dell’accesso universitario della figlia. L’assassinio recise ogni legame di Noo con la Nigeria: «Era come un’ingovernabile macchina del dolore e divenne il ricettacolo di tutte le mie paure». La scrittura prende atto dello straniamento culturale, scambiata per una straniera nel proprio paese, riesce a non farsi sovrastare dal peso dei ricordi dolorosi. Sa abbinare un apparente distacco, sapiente ironia e partecipazione emotiva.

Transwonderland, il parco divertimenti di Ibadan, non è diventato Disney World, il paradigma della modernità artificiale occidentale che attraeva Noo. L’artificiosità quale conquista suprema. Il sogno di una terra promessa disneyana sfavillante è una sovrastruttura che non funziona. «Ora però cominciavo a sviluppare una passione per tutto ciò che era indigeno. Cosa sarebbe la Nigeria senza quei matrimoni così eccitanti, le maschere (non quelle aggressive) e le libagioni? Fino a quel momento avevano rappresentato la parte migliore del mio viaggio, il motivo per cui questo paese merita di essere visitato. Rinunciare al nostro patrimonio di tradizioni può valere la pena se siamo in grado di sostituirlo con una società moderna e sviluppata, ma al momento siamo inciampati in una crepa tra questi due mondi».

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