Wolfgang Sachs Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wolfgang-sachs/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 12:03:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Wolfgang Sachs Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wolfgang-sachs/ 32 32 Uno spettro si aggira per il mondo, lo spettro dei contadini https://minimaetmoralia.it/interviste/uno-spettro-si-aggira-per-il-mondo-lo-spettro-dei-contadini/ https://minimaetmoralia.it/interviste/uno-spettro-si-aggira-per-il-mondo-lo-spettro-dei-contadini/#comments Wed, 11 Apr 2012 12:59:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7430 Pubblichiamo un'intervista di Giuliano Battiston a Silvia-Pérez Vitoria, economista, sociologa e documentarista,  uscita sul numero di marzo della rivista «Lo Straniero».

Un “tentativo di rivisitare la storia e il ruolo della classe contadina nelle nostre società”. Questo, secondo le parole dell’economista e sociologa Silvia Pérez-Vitoria, documentarista e già curatrice di Disfare lo sviluppo per rifare il mondo (Jaca Book 2005), l’intento principale di Il ritorno dei contadini (Jaca Book 2009), un libro di qualche anno fa che era un invito appassionato a riflettere sugli effetti devastanti del modello dell’agricoltura industriale in un pianeta dalle risorse limitate. Un modello espansionistico, ottusamente produttivista, che ci ha condotto “in un vicolo cieco: economico, sociale, ambientale, politico, ecologico”. E al quale si può rispondere facendo affidamento alle pratiche e ai saperi di quei milioni di contadini che “non vogliono scomparire”, e che, “anzi, alzano la voce e intendono far conoscere il loro punto di vista sulla società”.

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Pubblichiamo un’intervista di Giuliano Battiston a Silvia-Pérez Vitoria, economista, sociologa e documentarista,  uscita sul numero di marzo della rivista «Lo Straniero».

Un “tentativo di rivisitare la storia e il ruolo della classe contadina nelle nostre società”. Questo, secondo le parole dell’economista e sociologa Silvia Pérez-Vitoria, documentarista e già curatrice di Disfare lo sviluppo per rifare il mondo (Jaca Book 2005), l’intento principale di Il ritorno dei contadini (Jaca Book 2009), un libro di qualche anno fa che era un invito appassionato a riflettere sugli effetti devastanti del modello dell’agricoltura industriale in un pianeta dalle risorse limitate. Un modello espansionistico, ottusamente produttivista, che ci ha condotto “in un vicolo cieco: economico, sociale, ambientale, politico, ecologico”. E al quale si può rispondere facendo affidamento alle pratiche e ai saperi di quei milioni di contadini che “non vogliono scomparire”, e che, “anzi, alzano la voce e intendono far conoscere il loro punto di vista sulla società”.

Coordinatrice delle attività de “La Ligne d’Horizon”, l’associazione ispirata al pensiero di François Partant, Silvia Pérez-Vitoria in La risposta dei contadini (Jaca Book 2011, pp. 240, euro 20, trad. di Marco Pellitteri) è tornata a occuparsi di quelle pratiche e saperi “‘occultati’ da un sapere scientifico pervertito dalla rincorsa alla redditività e al profitto”, oggi più che mai “indispensabili per riparare ai danni prodotti da uno sviluppo agricolo devastante” e per attuare un vero cambio di paradigma, “una maniera diversa di considerare l’evoluzione della nostra società”. Non si tratta di “fare dell’agricoltura contadina la soluzione a tutti i problemi del pianeta”, precisa Silvia Pérez-Vitoria, ma di notare che intorno “ai valori che essa continua a veicolare c’è un enorme serbatoio di ‘possibilità’ dalle quali gli altri settori della società hanno molto da imparare”. Abbiamo intervistato Silvia Pérez-Vitoria per discutere del suo lavoro.

Partiamo dalla terra, una questione che, scrive in Il ritorno dei contadini, “è stata e rimane centrale”. Riprendendo quanto sostiene Karl Polanyi, secondo il quale “la funzione economica è solo una delle numerose funzioni vitali della terra”, lei insiste molto sulla funzione sociale e sui modi d’uso della terra. E afferma che “bisogna ridare alla terra tutte le sue dimensioni”. Ci spiega meglio cosa intende?

La terra rappresenta il fondamento stesso dell’agricoltura, e se intendiamo restituirle tutte le sue dimensioni non possiamo considerarla come un mero “fattore di produzione”. Si tratta infatti di un territorio sul quale vivono le persone, e per il quale alcuni hanno donato la propria vita. Inoltre, presenta determinate caratteristiche, in particolare sul piano ecologico, che non possono essere conservate se non attraverso specifiche pratiche culturali. È per questo che credo che allo slogan che recita “la terra a chi la lavora” andrebbe aggiunto “e a chi permette di conservarla”. Da questo punto di vista l’agricoltura industriale è particolarmente distruttiva perché, a causa delle monocolture e dei metodi intensivi (macchinari, fertilizzanti chimici, irrigazione) contribuisce a denutrire, inquinare e violare i suoli. L’accaparramento di terre a cui si assiste attualmente pone la società davanti a una scelta: cosa vogliamo farne delle terre agricole? Dobbiamo lasciarle nelle mani di chi contribuisce a distruggerle o fare in modo che ne dispongano coloro per i quali l’agricoltura è un modo di vita?

I fenomeni di concentrazione della terra, il land grabbing e l’ingresso di grandi aziende multinazionali sul mercato fondiario si accompagnano a un ampio processo di  privatizzazione delle “risorse naturali e genetiche”, che passa per le clausole legate alla proprietà intellettuale. Perché ritiene che i brevetti sul vivente “costituiscono una delle più grandi minacce che gravano sulla capacità di sopravvivenza” del nostro pianeta? 

La biodiversità in un certo senso è “l’assicurazione sulla vita” delle nostre società. È grazie alla varietà delle piante e delle specie animali che abbiamo potuto rispondere alle malattie e alla scarsità di risorse. Lungo tutto il corso della loro storia, sono stati proprio i contadini e le contadine a moltiplicare questa ricchezza, ampiamente circolata nel mondo. La privatizzazione che passa per i brevetti e la classificazione delle risorse naturali si traduce invece nel tentativo di alcuni grandi marchi multinazionali di ottenere il controllo della nostra alimentazione. Decidendo quel che potrà essere seminato e quel che non potrà esserlo. Il cibo in questo senso è senza dubbio una risorsa ancora più strategica delle armi, perché ci nutriamo ogni giorno. È per questo che per la sopravvivenza dell’umanità è così importante il lavoro per la ricostituzione delle riserve di sementi, svolto dai contadini di tutto il mondo, spesso ai margini della legalità.

Nella sua analisi, al rapporto commerciale con le conoscenze si contrappongono le pratiche culturali e di coltivazione dei contadini, le cui conoscenze sono state sminuite “per portare a buon fine la modernizzazione dell’agricoltura”. In un saggio pubblicato in Il cosmo infelice (Cooperativa L’altrapagina 2009) suggerisce inoltre di guardare ai “giacimenti di sapere” totalmente marginalizzati dai pensieri scientifici dominanti. Significa che per attuare quella “fuga dallo sviluppo” che lei auspica dovremmo interrogarci sulle ragioni e sui rimedi all’epistemicidio compiuto ai danni delle conoscenze contadine?

Nel corso dei secoli i contadini hanno sviluppato dei saperi e dei saper-fare di grandissima rilevanza, particolarmente adatti alle condizioni nelle quali vivevano. La modernizzazione agricola ha “ricoperto” tali saperi di una “scienza” a vocazione “universalista”. L’agronomia e le politiche di sviluppo si sono edificate proprio sul non-riconoscimento di questi saperi, a volte con delle conseguenze disastrose. Quanti lavorano a contatto con i contadini diventano invece sempre più consapevoli che questi “giacimenti di  conoscenze” sono indispensabili per rispondere al cambiamento climatico, per restituire ricchezza ai suoli, etc. La filosofia che è alla base delle relazioni tra i contadini e la Natura infatti è molto diversa da quella della modernità, caratterizzata da rapporti di dominazione. E ci invita a riflettere sul nostro rapporto con il mondo e con lo sviluppo.

A proposito di sviluppo: in La risposta dei contadini lei sostiene che i contadini sono la forza motrice di una trasformazione che dai campi agricoli investe l’intera struttura della società e, con essa, il modo in cui ne intendiamo l’evoluzione. In che senso le proposte avanzate dai contadini “vanno molto al di là di una semplice messa in discussione del modello agricolo vigente”, e sollecitano invece “un’interrogazione generale sulle società nelle quali viviamo”, sulle ideologie dello sviluppo, del progresso, della scienza, dell’economia e della produttività?

L’ideologia dello sviluppo imposta alle nostre società, qualunque fosse il colore politico del regime al potere (socialista o capitalista), ha sempre considerato i contadini alla stregua di vestigia del passato, di cui limitare il numero, da trasformare in coltivatori agricoli o a cui insegnare a “modernizzarsi”. Tanto che oggi nessun paese, neanche quelli con un’ampia percentuale di contadini, accorda priorità all’agricoltura contadina. Tuttavia, i limiti del sistema attuale sono sempre più evidenti: aumento delle disuguaglianze, minacce agli equilibri ecologici, e via dicendo. Come ci ripete di continuo ogni discorso pubblicitario, politico e intellettuale, tutto il mondo aspirerebbe al comfort moderno, garanzia di felicità per l’umanità. Questa “monocultura dello spirito” mi sembra un’infinita fuga in avanti che ha consentito di giustificare tutti i “progressi” tecnologici, anche se pericolosi (penso ad esempio agli Ogm, ma si potrebbe parlare anche delle nanotecnologie o della biologia di sintesi) e una valorizzazione senza fine di una scienza onnipotente, che non è sottomessa ad alcun dibattito democratico. In un periodo in cui tutta una serie di “evidenze” non sono più tali, vale la pena interrogarsi e riconsiderare la questione contadina come centrale, non più marginale. Per esempio, non è così evidente che la natura sia innanzitutto una risorsa economica da sfruttare (c’è chi parla di “capitale naturale”). Per l’agricoltura contadina e ancor più per i popoli autoctoni la terra, le piante e gli animali fanno parte infatti di un modo di vivere, non sono dei semplici elementi economici. Per esempio, non è così evidente che la competitività sia il “motore” delle società, a scapito della solidarietà e della complementarietà. Potremmo moltiplicare gli esempi dei “valori” che abbiamo trascurato e che potrebbero tornarci utili, così come potrebbero esserlo – per affrontare lo squilibrio ecologico in corso – le varietà di piante che l’agricoltura industriale ha contribuito a distruggere.

 Lei ci invita a scegliere tra l’ideologia dello sviluppo, che porta con sé “l’idea che le agricolture contadine non siano sufficientemente produttive e che sia necessario ammodernarle”, e un insieme di saperi e saper-fare, quelli contadini appunto, che denunciano la stessa “nozione di ‘direzionalità’ insita  nel concetto di sviluppo, secondo la quale tutte le società del mondo dovrebbero seguire il medesimo destino e procedere verso un traguardo comune”. Crede che la triplice crisi che attraversiamo, economica, sociale e ambientale, sia un’occasione per sganciarci dal paradigma “sviluppista”?

Purtroppo, il paradigma “sviluppista” ha vita lunga. E oggi indossa abiti nuovi. Lo sviluppo, declinato “al particolare”, gode di un successo che non smette di rinnovarsi: è stato comunitario, locale, “dal volto umano”. Ora è “sostenibile” o “eco-cittadino”. Modi diversi per far subire alle popolazioni un processo di appropriazione del loro futuro. Attualmente, ci si sforza di soddisfare “gli obiettivi di sviluppo del millennio” per “sradicare la povertà entro il 2015”, senza ragionare sul fatto che, come in passato, un maggiore sviluppo non potrà che produrre maggiore povertà. Lo stesso vale per l’agricoltura. Lo sviluppo agricolo ha prodotto la povertà nelle campagne: le persone si sono trovate senza lavoro, mercato e cibo. È in questo modo che nel mondo i due terzi delle persone che soffrono la fame sono contadini. Sarebbe sensato che si potessero nutrire della loro produzione. Ma le risposte vanno in senso inverso. Il meccanismo si ripete, e le crisi non servono certo a mettere davvero in discussione il modello egemone. Le proposte avanzate suggeriscono infatti di fornire “sementi ad alto rendimento” e fertilizzanti chimici, di aumentare le colture destinate all’esportazione, di “insegnare ai contadini” una migliore gestione, di consentirgli l’accesso al mercato mondiale, etc..

Una delle conseguenze del modello “sviluppista” monodirezionale, reso dottrina dal presidente Truman nel discorso inaugurale al Congresso degli Stati Uniti del 20 gennaio 1949, è quello che Wolfgang Sachs definisce come “mimetismo socio-industriale”: la tendenza, da parte dei paesi una volta considerati “in via di sviluppo”, a seguire il modello dei paesi “avanzati”. Le realtà contadine che ha osservato in giro per il mondo le sembrano indicare l’abbandono di questo modello, oppure è ancora egemone?

I contadini hanno ancora la possibilità di mettere in pratica le idee che difendono, con un grado di autonomia piuttosto fastidioso per il sistema. In questo senso, quando mettono in piedi delle reti di sementi vernacolari, entrano direttamente in contraddizione con un modello agro-scientifico che passa per le sementi “migliorate” e per gli Ogm. Quando decidono di coltivare con delle pratiche poco onerose, a volte articolate su alcuni saper-fare ancestrali, entrano in conflitto con una logica della modernizzazione agricola che vuole spingerli a usare sempre di più fertilizzanti chimici e macchinari costosi. Quando mettono in piedi delle filiere corte di commercializzazione, praticano una proposta alternativa a quella della mondializzazione degli scambi commerciali. Esiste dunque tutta una serie di azioni concrete che disegnano un avvenire diverso per l’umanità. Certamente, il sistema non smette di “recuperare”, di cercare di assorbire tali iniziative, e non è un caso che già si assista al processo di “indus-trializzazione” dell’agricoltura biologica, che ci siano elementi biologici prodotti dalle multinazionali o filiere corte inserite nei circuiti commerciali classici. Ma a dispetto di questo il nuovo cammino è comunque in corso.

Alla base del rafforzamento delle forme tradizionali di agricoltura, della diffusione dell’agricoltura biologica e della rinascita delle pratiche agricole indigene, oltre al diverso rapporto con la terra – investita di una funzione sociale, simbolica, religiosa – c’è soprattutto una diversa razionalità rispetto a quella economica che ha modificato il rapporto tra uomo e Natura, sostituendo la gratuità della Natura con i valori mercantili e, poi, con chiavistelli biologici, marcature genetiche e brevetti: la razionalità ecologica. Ci spiega le differenza tra le due forme di razionalità?

Provo a spiegare la differenza con un esempio. Quando si osserva il giardino di un piccolo contadino dell’America centrale, si nota che dispone di tutta una serie di piante che apparentemente non hanno alcuna utilità commerciale. Spesso il contadino ha dozzine di piante di cui soltanto qualcuna è “vendibile” e perfino “commestibile”.  Tuttavia, tutte hanno una qualche utilità, e quel contadino potrebbe spiegare che quella determinata pianta permette di compensare i deficit nutrizionali del terreno, quell’altra trattiene l’acqua, quella lì ospita il predatore di un certo insetto, quell’altra fa ombra e quell’altra ancora, infine, è bella a guardarsi! La priorità in questo caso non è quella di assicurare l’equilibrio economico, ma un altro equilibrio, più ricco, più vario e più complesso. È questo equilibrio che soddisfa le funzioni vitali degli uomini e della natura, non l’equilibrio degli economisti.

La razionalità ecologica mette a nudo la parzialità della scienza agronomica dalle pretese universaliste, e riparte dalle conoscenze locali, plurali e irriducibili a un’unica matrice. Crede che nelle lotte contadine ci sia anche la rivendicazione di quella che il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos definisce “una forma di giustizia cognitiva”?

I movimenti contadini come abbiamo visto fanno riemergere i saperi e saper-fare per lungo tempo occultati dall’egemonia della scienza e della tecnologia occidentale. Scienza e tecnologia che sono state presentate come i soli referenti della conoscenza. Questi saperi che oggi riemergono, nella maggior parte dei casi hanno dato prova della loro efficacia, sono molto diversificati, si sono adattati agli habitat locali tanto sul piano ecologico che sociale. Permettono dunque di mettere in discussione la presunzione tecno-scientifica del mondo cosiddetto “moderno”. Allo stesso tempo, in Occidente i contadini cominciano a recuperare le conoscenze e le pratiche che sono state mascherate dalla scienza agronomica. Si tratta in effetti di una forma di “giustizia cognitiva”, come dice Boaventura de Sousa Santos. Ma c’è bisogno che possa essere trasmessa, e da questo punto di vista è interessante notare la nascita di centri di formazione gestiti dagli stessi contadini in America latina, Asia e Africa.

 Come ne Il ritorno dei contadini, anche in La risposta dei contadini il punto di partenza sono i contadini in carne e ossa, che a dispetto dei tanti epitaffi hanno saputo sopravvivere alle ondate modernizzatrici, resistere, evolversi, riconfigurare le proprio pratiche e culture nel tempo e nello spazio. A cosa attribuisce l’ostinazione con cui i governi, le organizzazioni internazionali, gli esperti, “gli adepti della modernizzazione agricola così come i marxisti ‘ortodossi” “ostacolano o negano, da più di 50 anni, l’esistenza dei contadini? E come dobbiamo valutare questa “resilienza”: nella postfazione all’edizione italiana di Il ritorno dei contadini, Pier Paolo Poggio scrive che “il ritorno spontaneo dei contadini” non è solo insufficiente, ma anche apparente, “perché è molto più frutto della necessità che di una libera scelta; è il prodotto di fallimenti e delusioni piuttosto che di politiche attive e affermative”. Mentre lei sostiene che “le lotte contadine attuali si trovano all’avanguardia del movimento sociale internazionale che si è sviluppato fin dagli anni Novanta”….

Uno dei mezzi usati dagli Stati per tentare di far scomparire i contadini è stato quello di negare loro l’autonomia. Trasformati in coltivatori agricoli, hanno cominciato a dipendere dai prezzi, dai concimi, dai mercati, dalle sovvenzioni, dall’energia. Li si è fatti entrare nel gioco economico, privandoli del dominio sulla loro vita. Inoltre, a causa dell’ideologia dello sviluppo a cui abbiamo fatto cenno prima, i poteri non sopportano che parti della popolazione mantengano forme d’autonomia, e questo può spiegare l’accanimento nel ridurre i contadini a vestigia del passato. Ciò che è interessante nei movimenti contadini che si sono affermati negli ultimi venti anni è il fatto che le loro rivendicazioni non sono animate dal corporativismo. Le questioni della biodiversità, delle pratiche di coltivazione che mantengono gli equilibri ecologici, del nutrimento della popolazione, del lavoro, dei rapporti tra città e campagne, vanno ben al di là dei problemi agricoli. Attualmente, dunque, i problemi più importanti per il nostro pianeta sono affrontati proprio dai movimenti contadini. Che si occupano di questioni migratorie, dei rapporti tra uomini e donne, dell’habitat ecologico, dell’energia. I movimenti contadini sono piena espressione dei nostri tempi. D’altronde è significativo che, dopo una certa diffidenza, diversi movimenti sociali tendano sempre più a unirsi alle lotte contadine. Ritengo dunque che i “nuovi” movimenti contadini riflettano delle vere alternative sociali e che in certi casi le mettano anche in pratica, come fa per esempio il Movimento dei sem terra brasiliani. Si intende che più contadini ci sono e più ciò diventa possibile. Nei paesi in cui lo sviluppo ha ridotto il numero dei contadini a qualche centinaia di migliaia è più difficile, ma perfino in Europa si notano un po’ dappertutto delle strategie di “ricontadinizzazione”, con l’istituzione di mercati agricoli, con le reti di sementi, con nuove pratiche di coltura, etc. Non sarà facile, e le forze che si oppongono hanno una potenza distruttrice. Ma il “ritorno” dei movimenti contadini, che interrogano le nostre società sul loro sviluppo, pone questioni essenziali quali il cibo, l’energia, la biodiversità, la salute, il rapporto città-campagne, e suggerisce soluzioni praticabili. Per questo, si può parlare di avanguardia.

Lei sostiene che occorre resistere alle promesse dell’agricoltura industriale, “latrice di morte sia al livello ecologico che sociale”, perché non è né emendabile né riformabile. Cosa risponde a quanti affermano che l’industrializzazione dell’agricoltura e l’aumento della produttività sono gli unici strumenti per garantire il cibo a tutta la popolazione mondiale?

La prima constatazione è che l’agricoltura industriale non nutre il mondo perché in questo momento c’è più di un miliardo di persone che soffre la fame e un altro miliardo che mangia troppo. Il sistema agro-alimentare non può nutrire l’umanità perché questo non è il suo obiettivo (d’altronde oggi non esita a trasformare gli alimenti in agro-carburante). Quanto alla questione del rendimento tutto dipende da come si calcola. Certo, l’agricoltura industriale ha permesso di aumentare considerevolmente le quantità prodotte, ma lo ha fatto al prezzo di una considerevole distruzione ambientale (inquinamento, perdita della biodiversità, consumo del 70% dell’acqua dolce del pianeta…), il che ci suggerisce di riconsiderare i nostri calcoli. Se nutrire l’umanità dovesse dipendere da tre o quattro multinazionali che decidono cosa debba essere coltivato e consumato in ogni angolo del pianeta, ci troveremmo veramente nei guai. Si può produrre tutto e si possono mantenere nel lungo termine gli equilibri ecologici e sociali. Per farlo, c’è però bisogno di una classe contadina numerosa, ripartita sul territorio, che abbia recuperato i suoi saperi e saper-fare.

Di fronte alla liberalizzazione degli scambi commerciali agricoli, “principale politica d’estirpazione della società contadina nel mondo”, lei suggerisce di “rilocalizzare la produzione e il commercio degli alimenti”, rafforzando “un’agricoltura su piccola scala, che mira più all’equilibrio che allo sviluppo”. Come risponde a quanti obiettano che mettere in discussione il modello industriale di produzione e distribuzione è irrealizzabile, o addirittura utopico?

L’agricoltura industriale, e l’industria agroalimentare sulla quale si poggia, dimostra quotidianamente il proprio fallimento sul piano ecologico, su quello della qualità dell’alimentazione prodotta, sul piano dell’occupazione. Inoltre, anche se ha permesso di aumentare la quantità di alimenti prodotti, questi rimangono inaccessibili a più di un miliardo di persone. Non dovrebbe essere considerato irrealistico perseverare con questo tipo di agricoltura, piuttosto? I sistemi agricoli su piccola scala assicurano invece in tutto il mondo un’alimentazione di qualità e permettono ai contadini di vivere del proprio lavoro, dimostrando una grande efficacia, soprattutto in termini di equilibri ecologici. In un rapporto redatto nel maggio 2007 da alcuni esperti riuniti alla Fao, sono stati riconosciuti i vantaggi di questo tipo di agricoltura, che permetterebbe di nutrire meglio l’umanità. Esistono però ostacoli di natura politica ed economica all’affermazione di questo orientamento, perché intorno all’agricoltura industriale si sono costituiti interessi notevoli: le industrie chimiche, di biotecnologia, delle sementi ma anche quelle farmaceutiche e veterinarie difendono l’agricoltura industriale e i benefici, considerevoli, che ne traggono. Nel periodo delle sommosse per il cibo del 2007-8, la Monsanto ha registrato un aumento del 120% dei suoi ricavi. Inoltre, per ora, non c’è nessuno Stato che consideri prioritaria la promozione della piccola agricoltura.

Lei non risparmia critiche anche molto aspre alla Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura: in Il ritorno dei contadini scrive per esempio che la costanza con la quale “si ostina a presentare proposte, che pur hanno dimostrato la loro inefficacia, è avvilente”. Dove sbaglia la Fao, e perché è importante distinguere – come fa lei – sicurezza alimentare da sovranità alimentare?

Le cifre, diffuse proprio dalla Fao, secondo cui ci sono più di un miliardo di persone che soffrono la fame, indicano il fallimento delle sue politiche e di tutte le politiche di sviluppo adottate finora. La Fao ha sostenuto la cosiddetta Rivoluzione verde degli anni Sessanta, in particolare in America latina e in Asia e oggi ne sostiene una nuova, soprattutto in Africa. Ma le ricette sono sempre le stesse, e si riducono all’aumento della produzione attraverso le tecnologie (sementi “migliorate”, meccanizzazione, fertilizzanti chimici). Ricette che hanno negato le potenzialità locali dei contadini, conducendoli a una situazione di dipendenza, se non di rovina. L’adozione di queste politiche conduce allo sviluppo delle bidonville e delle migrazioni. La nozione di “sicurezza alimentare” fa riferimento al fatto che le persone devono avere accesso al cibo per l’alimentazione, anche se interamente importato. Mentre la nozione di “sovranità alimentare”, introdotta dal movimento Via Campesina nel 1996 nel contro-summit della Fao per l’alimentazione, fa riferimento al diritto dei popoli a coltivare il proprio cibo secondo le pratiche che ritiene proprie. E’ questo il modo per garantire autonomia e un controllo dei propri modi di vivere.

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Quando più significa meno https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-piu-significa-meno/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-piu-significa-meno/#comments Mon, 10 Oct 2011 14:26:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5334 Dopo avere perseguito a lungo una visione che vede nell’aumento della produzione di cibo la condizione per alleviare la fame, la Fao affronta un necessario rinnovamento. Seguendo forse, finalmente, le indicazioni di studiosi come Wolfgang Sachs o Annette Desmarais. L’articolo, uscito per il manifesto, è una versione ridotta e rivista di un saggio, Per una critica della Fao, che uscirà sul prossimo numero della rivista Parolechiave.

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Dopo avere perseguito a lungo una visione che vede nell’aumento della produzione di cibo la condizione per alleviare la fame, la Fao affronta un necessario rinnovamento. Seguendo forse, finalmente, le indicazioni di studiosi come Wolfgang Sachs o Annette Desmarais. L’articolo, uscito per il manifesto, è una versione ridotta e rivista di un saggio, Per una critica della Fao, che uscirà sul prossimo numero della rivista Parolechiave.

di Giuliano Battiston

Ai vari organismi internazionali che si occupano di politiche agricole e alimentari Silvia Pérez-Vitoria, nel suo Il ritorno dei contadini, non aveva risparmiato critiche anche molto aspre. Ma tra questi, la Fao (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) si era meritata l’attacco più duro, perché ancorata a quella visione produttivista contestata aspramente anche nell’ultimo saggio dell’economista franco-spagnola, La risposta dei contadini.

Se le critiche alla Fao non sono dunque una novità, più recente è invece la piena e diffusa consapevolezza che questo organismo, istituito formalmente il 16 ottobre 1945 in Québec, abbia bisogno di una profonda rifondazione. Ne è consapevole il brasiliano José Graziano da Silva, che dal prossimo gennaio assumerà la carica di direttore generale, e che, appena eletto, ha sostenuto di voler «condurre a una conclusione soddisfacente» il processo di riforma della Fao. E ne sono consapevoli tutti i suoi dipendenti, soprattutto dopo la pubblicazione, nell’ottobre 2007, del rapporto Fao. The Challenge of Renewal («Fao. La sfida del rinnovamento»), commissionato due anni prima dalla Conferenza della Fao (il più alto organo politico dell’organizzazione) a un’agenzia di valutazione esterna e indipendente.

Prospettive obsolete
Primo di questo genere, il rapporto riconosce apertamente i limiti di un’organizzazione «in profonda crisi finanziaria e programmatica», viziata da «una burocrazia pesante e costosa», che la rende «conservatrice e lenta ad adattarsi e a distinguere le aree di genuina priorità da quelle che sono le ultime tendenze», e invoca una nuova cornice strategica per un ente ridotto «a una forma istituzionale di vita assistita».
Anche il più recente rapporto redatto dal Britain’s Department for International Development non risparmia critiche a un organismo che, per essere trasformato in «una istituzione moderna trasparente e responsiva, particolarmente al livello nazionale», avrebbe «bisogno di un profondo cambiamento culturale…». In effetti, prima ancora che alla vulnerabilità istituzionale e finanziaria e alla difficoltà di agire all’interno di un’architettura internazionale tutt’altro che sistemica, i limiti della Fao sembrano rimandare innanzitutto alla sclerotizzazione culturale denunciata da Silvia Pérez-Vitoria: la Fao ha perseguito a lungo, e continua a perseguire, una visione che è stata definita econometrica e tecnologica, basata su una concezione quantitativa dello sviluppo, che si è tradotta nell’invito ad abbandonare «le tecniche agricole tradizionali giudicate arcaiche e poco produttive» in favore della modernizzazione agricola.

False equivalenze
È, questa, una prospettiva analizzata criticamente già da Soulaïmane Soudjay nel suo La Fao (L’Harmattan 1996) e più di recente, nel saggio La Via Campesina (Jaca Book 2009), da Annette Desmarais, che critica l’idea di «estendere i benefici dello sviluppo mediante programmi di miglioramento tecnologico e attraverso l’aumento della produttività e della produzione». Un’idea – quella che «aumentare la produzione di cibo sia una condizione sufficiente per ottenere la sicurezza alimentare», giudicata parziale persino nel già citato rapporto interno commissionato dalla Conferenza della Fao.
Sta proprio qui, dunque, il vizio di fondo, ideologico, delle politiche della Fao: l’incapacità di sottrarsi al paradigma «sviluppista», quel veicolo concettuale della monocultura economicistica che, ci ha insegnato Wolfgang Sachs con il suo Dizionario dello sviluppo (Gruppo Abele 1998), pur avendo subito nel tempo una tornata di inflazione concettuale, non ha smesso di orientare politiche pubbliche e immaginari simbolico-culturali, da quando il presidente americano Henry Truman se ne fece portavoce, nel discorso inaugurale al Congresso degli Stati Uniti del 20 gennaio 1949.
Si tratta di quel paradigma che per tutto il Novecento ha contribuito a naturalizzare l’equivalenza tra crescita economica e giustizia sociale, in base all’assunto che il progresso e la crescita potessero di per sé risolvere le disuguaglianze sociali, sostituendo o rendendo meno rilevanti le politiche redistributive. In questi termini, così come in ambito economico è prevalsa l’idea – quasi monopolistica nel secolo scorso – che «l’espansione della torta economica (crescita del Pil) rappresentasse il modo migliore per alleviare i confitti economici distributivi tra gruppi sociali» (J. Martinez Alier, L’ecologia dei poveri Jaca Book 2009), allo stesso modo, nell’ambito delle politiche agro-alimentari elaborate dal principale organismo delle Nazioni Unite in materia, è prevalso quel modello culturale che «percepisce ancora l’industrializzazione come progresso associandolo ai falsi concetti della produttività e dell’efficienza» (Vandana Shiva, Il ritorno della terra, Fazi 2009).

La morte in vita
La Fao ha sposato la logica economica prevalente, anche quando se ne è dissociata apertamente, senza accorgersi – ha sostenuto Jean Ziegler, già special rapporteur delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, in Dalla parte dei deboli, Marco Tropea 2004 – che «puntare in modo circoscritto sull’aumento della produzione non può alleviare la fame perché non altera la distribuzione di potere economico – altamente concentrata – che determina chi può comprare cibo in eccesso». Senza riconoscere quindi la tautologia che sta a fondamento del sistema alimentare moderno, un sistema che «crea la povertà proprio mentre favorisce l’abbondanza di cibo, determina fame e malattie tramite i suoi meccanismi di produzione e distribuzione», come scrive Raj Patel ne I padroni del cibo (Feltrinelli).
I problemi del cibo, la fame, non derivano dalla scarsa produttività dei contadini e dei piccoli agricoltori, dal loro presunto «ritardo» rispetto ai «progressi» dell’agricoltura industrializzata, ma sono l’esito di processi di esclusione, come autorevolmente segnalava già diversi anni fa il medico e attivista brasiliano Josué de Castro, tra i fondatori della Fao e suo direttore dal 1951 al 1955, in Geografia della fame: «Fame significa esclusione. Esclusione dalla terra, dal lavoro, dalla paga, dal reddito, dalla vita e dalla cittadinanza. Se una persona arriva al punto di non aver nulla da mangiare, è perché tutto il resto le è stato negato. È una forma moderna di esilio. Di morte durante la vita».

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Giustizia ecologica e sociale https://minimaetmoralia.it/libri/giustizia-ecologica-e-sociale/ https://minimaetmoralia.it/libri/giustizia-ecologica-e-sociale/#comments Wed, 20 Jul 2011 12:17:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4800 di Giuliano Battiston

Il reportage è un genere caduto in disuso: troppa fatica costruire un percorso coerente e solido, rinunciare all’effimero per un’unica, costante idea di fondo, macinare chilometri, accumulare materiali e interviste, per poi trasformare il tutto in una forma compiuta. Soprattutto, troppa fatica partire da domande vere, piuttosto che da pretesti per ribadire le proprie certezze.

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di Giuliano Battiston

Questo articolo è uscito per il manifesto.

Il reportage è un genere caduto in disuso: troppa fatica costruire un percorso coerente e solido, rinunciare all’effimero per un’unica, costante idea di fondo, macinare chilometri, accumulare materiali e interviste, per poi trasformare il tutto in una forma compiuta. Soprattutto, troppa fatica partire da domande vere, piuttosto che da pretesti per ribadire le proprie certezze. Anche per questo al reportage, all’inchiesta sul campo, allo scavo e al “carotaggio” è andata sostituendosi la scorciatoia dell’invettiva e della denuncia, il moralismo consolatorio, oppure il travestimento, reale o simbolico, con cui penetrare occasionalmente in luoghi e situazioni ritenuti altrimenti impenetrabili. Land grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo (minimum fax) l’ultimo libro di Stefano Liberti – giornalista del manifesto già vincitore del premio Montanelli per A sud di Lampedusa – restituisce dignità al genere. Perché costruito nel tempo, lasciando che i materiali fossero filtrati dal setaccio narrativo, e perché rivendica la parzialità di uno sguardo: quello di chi rinuncia in modo esplicito all’esaustività, per proporre un percorso persuasivo proprio perché declinato secondo una prospettiva personale, intorno alla consapevolezza che, se qualche interpretazione si può dare di “un fenomeno destinato a cambiare gli equilibri di buona parte del Sud del mondo”, può venire solo “dai dati raccolti sul campo”.
Quello di Liberti è dunque un viaggio. Che comincia ad Awassa, nel cuore della Rift Valley, trecento chilometri a sud di Addis Abeba, in un pezzo di quell’Etiopia che è diventata la “meta di businessmen e avventurieri provenienti da mezzo pianeta” da quando, nel 2007, il governo locale ha “lanciato un piano di affitto a lungo termine di una parte dei suoi terreni a investitori intenzionati a farli fruttare”. Una politica attuata senza alcuna discussione pubblica, con l’obiettivo di “riempire le casse dello stato di denaro straniero da reinvestire”, e prontamente accolta da quei paesi (in primis quelli del Golfo) ricci di liquidità ma poveri di cibo: di fronte alla crisi del 2007/2008, agli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari di base e ai meccanismi protezionisti e al blocco delle esportazioni adottati dai paesi produttori, questi paesi hanno voluto “garantirsi a qualunque costo la sovranità alimentare” attraverso una esternalizzazione controllata, producendo il necessario ma su terre altrui, più fertili e a basso costo.
Per farlo, come denuncia Yefred Myenzi, direttore di HakiArdhi, un centro di ricerca che si occupa di diritto alla terra a Dar er Salaam, capitale della Tanzania, occorrono però governi complici o inetti, ministri dell’Agricoltura disposti a trasformarsi in piazzisti per affittare terre preziose a meno di un dollaro l’ettaro (in alcuni casi anche gratis, per un certo periodo), pur di assicurarsi l’“investimento internazionale”. Che può venire anche da fondi speculativi, grandi multinazionali, fondi pensione, da tutti quegli attori finanziari che dopo il crollo del sistema economico del 2007/2008 hanno iniziato prima a investire nei “beni rifugio”, le commodity (grano, riso, mais, soia), per poi puntare verso “qualcosa di ancora più tangibile delle materie prime alimentari: la terra, il bene primario per eccellenza, l’investimento redditizio e sicuro”. Il viaggio di Liberti tocca così anche le stanze ovattate dei lussuosi hotel di Ginevra dove si riuniscono “uomini d’affari, operatori dell’industria, gestori di strumenti finanziari interessati a lanciarsi nel settore dell’agricoltura”, oltre che i concitati pit, i “pozzi” del grattacielo di Jackson Bouvelard che ospita il Chicago Board of Trade, la borsa merci di Chicago dove, ogni giorno, “si scambiano più di dieci milioni di contratti al giorno” e “si decide il valore di quei prodotti di base che definiscono il prezzo del cibo in tutto il pianeta”. Per operatori finanziari e governi autoritari, le terre da cui viene quel cibo sono vuote, inutilizzate, sottosfruttate. Eppure su quelle terre ci sono uomini e donne in carne e ossa: per esempio gli abitanti del villaggio di Muhaga, un centinaio di casette di legno nel distretto di Kirawase, 70 chilometri a sud di Dar er Salaam, espropriati con l’inganno e promesse non mantenute; oppure gli indios guaraní del Mato Grosso do Sul, nell’estremo occidente del Brasile, una zona “letteralmente assediata dalle grandi piantagioni di soia”, costretti a vivere in una riserva di 3500 ettari. Perché quello del land grabbing, scrive Liberti, “è soprattutto un grande inganno nei confronti dei contadini”, una “forma moderna di neocolonialismo”, una battaglia tra contadini e capitale, il cui esito determinerà “i contorni del pianeta in cui ci troveremo a vivere nel corso del XIX secolo”: da una parte le “economie di scala”, l’aumento della produttività, la conquista dei mercati esteri, la piantagione estensiva a monocultura, i grandi gruppi dell’agrobusiness, dall’altra i contadini, che puntano alla sovranità alimentare, alla stabilità ecologica, alla diversità rurale e produttiva, all’equa distribuzione delle terre. Si tratta “di modelli opposti, sia dal punto di vista pratico che ontologico”, “di uno scontro tra concezioni diverse del territorio e dello sviluppo”.

Congedarsi dall’industrialiamo
L’accaparramento delle terre “interroga un modello di sviluppo – quello dell’aumento della produttività a ogni costo – che è anche un modello culturale”, scrive Liberti. E proprio al modello culturale dello sviluppo e del “produttivismo” è dedicato Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa (Edizioni Ambiente). Un libro redatto da un’equipe di 30 ricercatori del Wuppertal Institut coordinati da Wolfgang Sachs e finanziato dalla maggiore associazione ambientalista tedesca, il Bund, insieme alle due istituzioni della Chiesa evangelica per la Cooperazione allo sviluppo, come ricorda Marco Morosini, che ne ha curato l’edizione italiana. Un libro importante e necessario, perché analizza le conseguenze dell’industrialismo produttivista che ha governato politiche economiche, immaginario simbolico e orientamenti culturali negli ultimi duecento anni, e propone vie d’uscita praticabili. Di fronte alla “patologia strutturale della società industriale, cioè alla sua dipendenza da materie prime finite e, se usate in modo massiccio, incompatibili con l’integrità della natura”, ci sono infatti due vie: proseguire con il tradizionale paradigma fossile-centralistico, che prevede “enormi capitali, grandi strutture, prevalenza di petrolio, carbone, gas naturale ed energia atomica e l’obiettivo di una maggiore offerta d’energia”, oppure invertire la rotta, per un’economia solare, decentrata e interconnessa, che avvii la transizione verso un’era postfossile basata sulla combinazione tra dematerializzazione (efficienza), compatibilità ambientale (biocoerenza) e autolimitazione (sufficienza). Perché qualunque ricorso all’efficienza energetica, qualunque razionalizzazione intelligente dei mezzi è inutile, se non si accompagna anche all’interrogativo, ormai inelubidile, sul “quanto basta?”, sui fini, sui limiti che dobbiamo porci. In questo senso, abbandonare la concezione dell’industrialismo del XIX secolo, secondo cui la produzione richiede un flusso sempre crescente di materali, vuol dire non solo gestire il metabolismo di materiali tra l’economia e la natura – in modo che “la capacità rigenerativa della natura rimanga intatta nel tempo” – ma occuparsi anche della distribuzione dei beni naturali nella società globale. Interrogarsi, dunque, piuttosto che sulla crescita, sulla distribuzione. E prendere atto di due elementi: da una parte che “non si potrà salvaguardare la biosfera senza congedarsi dalla posizione d’egemonia del Nord nella politica mondiale”, e dall’altra che il Nord, la civiltà euro-atlantica, deve il suo sviluppo a circostanze storiche uniche, riconducibili all’accesso improvviso al carbone e alle materie prime biotiche delle colonie, alla “mobilitazione di risorse dalle profondità del tempo geologico e dalla vastità dello spazio geografico”, in altri termini allo sfruttamento della cesura economicamente ed ecologicamente decisiva tra economica organica ed economia minerale. Quelle condizioni, però, sono oggi irripetibili, e sta proprio qui “la tragedia dell’attuale momento storico: l’immaginario dei paesi emergenti si ispira alla civiltà euro-atlantica, ma i mezzi per la sua realizzazione non sono più a disposizione”. Occorre quindi rompere l’incantesimo del mimetismo “socio-industriale”, rinunciare all’economia da rapina ecologica e sociale, “dare una nuova direzione al progresso economico e tecnico, trasformare tecnologie, rapporti organizzativi e abitudini”, infrangere l’alleanza tra indifferenza e interessi e rispondere agli imperativi della “missione cosmopolita dell’ecologia: consentire più giustizia globale senza rendere la Terra ospitale”.

Per un nuovo keynesianesimo verde
Giustizia globale in una Terra ospitale è l’obiettivo condiviso anche da Susan George, attivista altermondialista, presidente del board del Trasnational Institute di Amsterdam, che in Whose Crisis, Whose Future (Polity Press) torna a criticare aspramente la natura predatoria del capitalismo neoliberista, che è riuscito a sottomettere il pianeta, le società, l’economia agli interessi della finanza. E che ha edificato mura di ingiustizia: da quelle della povertà e della disugualianza crescenti sia al Nord che al Sud a quelle che impediscono l’accesso alle risorse fondamentali per buona parte della popolazione. Secondo la lettura della George, la crisi economico-finanziaria non è che la manifestazione più evidente dell’implosione del modello imposto dalla “classe di Davos”, ma è anche un’occasione per abbattere quelle mura. Come farlo? Capovolgendo la gerarchia stabilita dal neoliberismo: se nell’ordine neoliberista alla finanza spetta occupare la “sfera concentrica” più ampia, che include a sua volta l’economia, le società e per finire e in ordine decrescente il pianeta, occorre ri-attribuire al pianeta la priorità gerarchica, sottoponendogli la società, l’economia e, infine, la finanza. L’operazione non è facile, ma la crisi è l’occasione per intraprendere e finanziare una conversione verde – simile “agli sforzi fatti dagli Alleati per vincere la seconda guerra mondiale” -, un nuovo keynesianesimo che incoraggi gli investimeti nell’industria eco-friendly, nelle energie alternative, nella produzione di materiali leggeri, nel trasporto pubblico efficiente e pulito, nella ricerca e nello sviluppo. Lo si può fare, sostiene Susan George, convincendo la classe politica che la trasformazione ecologica paga in termini politici, e mettendo in campo una narrazione convincente, un mito: “non una bugia, una leggenda o una fiaba, ma la grande narrazione che un mondo disincantato chiede a gran voce”.

Percorsi di lettura

Sulle diverse correnti dell’ecologismo e sul rapporto tra ecologia politica ed economica, una lettura originale è quella proposta da Joan Martínez Alier in Ecologia dei poveri. La lotta per la giustizia ambientale (Jaca Book 2009); sulla necessità di superare la nozione di crescita, si veda Tim Jackson, Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale (Edizioni Ambiente 2011, ed. it. a cura di Gianfranco Bologna). Sui movimenti internazionali di contadini e sulla sovranità alimentare, rimangono indispensabili Il ritorno dei contadini di Silvia Pérez-Vitoria e La vía campesina. La globalizzazione e il potere dei contadini (entrambi editi da Jaca Book), oltre che Food rebellions! La crisi e la fame di giustizia, di Eric Holt Gimenez e Raj Patel (Slow Food 2010). Per una prospettiva più ampia, si veda Peasants and globalization: political economy, rural transformation and the agrarian question, a cura di Haroon Akram-Lodhi e Cristobal Kay (Routledge 2009). G.B.

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