Wu Ming 1 Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wu-ming-1/ un blog di approfondimento culturale Mon, 11 Nov 2019 12:40:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Wu Ming 1 Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wu-ming-1/ 32 32 Gli anni della Tav raccontati dalla letteratura contemporanea https://minimaetmoralia.it/societa/anni-tav-letteratura-contemporanea/ https://minimaetmoralia.it/societa/anni-tav-letteratura-contemporanea/#respond Fri, 08 Feb 2019 13:00:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39414 (fonte immagine)

di Miriam Aly

Negli ultimi mesi del 2018 è ritornata al centro del dibattito politico la questione Tav, con tutto lo strascico di domande più o meno lecite che la riguardano. Il treno ad alta velocità, di interesse italiano perché collegherebbe Torino e Lione, viene trattato in una certa comunicazione istituzionale come una infrastruttura già capitalizzata ma anche già capitalizzante, ovvero viene percepito e analizzato in una sua dimensione algebrica: l’analisi costi e benefici, giudizi che perlopiù si fermano alla superficie della questione, pensare ad un ipotetico referendum, risparmiare quaranta minuti per andare in Francia, pensare ai quarantacinque chilometri di territorio italiano, affidare la questione ad una dicotomia di governo.

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di Miriam Aly

Negli ultimi mesi del 2018 è ritornata al centro del dibattito politico la questione Tav, con tutto lo strascico di domande più o meno lecite che la riguardano. Il treno ad alta velocità, di interesse italiano perché collegherebbe Torino e Lione, viene trattato in una certa comunicazione istituzionale come una infrastruttura già capitalizzata ma anche già capitalizzante, ovvero viene percepito e analizzato in una sua dimensione algebrica: l’analisi costi e benefici, giudizi che perlopiù si fermano alla superficie della questione, pensare ad un ipotetico referendum, risparmiare quaranta minuti per andare in Francia, pensare ai quarantacinque chilometri di territorio italiano, affidare la questione ad una dicotomia di governo.

Quest’ultima considerazione non solo è quella più evidente, dato che la divisione Sì Tav / No Tav sembra essere diventata più una divisione partitica che di merito, ma è anche quella che più di tutte porterebbe ad interrogarsi per opposizione su cosa è esistito prima di questo governo e su tutte le persone, luoghi, eventi, lotte, manifestazioni, piazze e idee passate negli ultimi vent’anni circa in quella zona grigia che rende le polarizzazioni devastanti. È devastante semplificare laddove la realtà si presenta come complessa e contraddittoria e non restituire questa complessità vuol dire mentire ad una comunità; le implicazioni a riguardo, oltre a quelle di stampo economico, si muovono intorno all’educazione ambientalista e ad una certa cultura industriale e per quanto siano punti da cui non si può prescindere per comprendere, in generale, il ruolo di determinate infrastrutture, ci sono altre implicazioni che assumono un’importanza sovraordinata in quanto irriducibili non solo per vivere il paese ma soprattutto per non vivere un paese classista e sono quelle che coinvolgono la questione della rappresentanza.

Negli ultimi vent’anni un numero enorme di persone è passato per i luoghi della Tav, in Val di Susa, mostrando e manifestando le proprie perplessità per poi essere processati, condannati per danni di immagine al paese, costretti a vita ad una mole non quantificabile di spese processuali, in un continuum che si protrae dalla seconda metà degli anni ’90 fino al 2003, poi tra il 2005 e il 2007, il 2011 e il 2012, passando per la sentenza del Tribunale dei Popoli del 2015 (sentenza contro l’Italia per aver violato i diritti dei cittadini della Val di Susa), arrivando ai giorni nostri. C’è anche chi è morto per la Tav.

Al di là delle volontà e delle ragioni di realizzazione o meno dell’opera, non considerare e non rispettare le mille sfumature di una realtà e di una comunità che, per quanto non si voglia vedere, è esistita apre una frattura di rappresentanza nella solidità democratica del paese. Nonostante tutto, queste vicende e tutto ciò che hanno comportato ci sono state restituite da autori e libri che raccontando la Tav hanno raccontato un’altra Italia, lasciando una testimonianza significativa della storia contemporanea di questo paese. Eccone alcuni, fra i più incisivi.

Nel 2003 viene pubblicato ‘’Le scarpe dei suicidi, Baleno Sole e Silvano e gli altri’’, tra le autoproduzioni Fenix, di Tobia Imperato; l’opera è anche una storia di anarchia cheracconta con toni crudi ed espliciti un evento cardine, con tutto il contesto sociopolitico che lo segue e lo precede, nella storia dei movimenti torinesi ovvero l’arresto e il seguente suicidio in carcere di Edoardo Massari, chiamato Baleno e di Maria Soledad Rosas, chiamata Sole. I due furono accusati nel 1998, insieme a Silvano Pellissero, di aver attentato alla sicurezza dei primi cantieri Tav e quindi di ‘’associazione eversiva’’, nonostante le loro dichiarazioni di estraneità alla vicenda e nonostante le varie contestazioni esplicitate dai No Tav, i tre furono comunque condannati. Poco dopo l’incarcerazione, Edoardo si toglie la vitanel carcere delle Vallette e dopo neanche quattro mesi Sole lo seguirà. Solo nel 2002 Silvano verrà scarcerato per inconsistenza di prove. Il libro non ci racconta solo una vicenda tra le tante ma per estensione ci parla anche di movimenti, di carcere e di cosa voglia dire iniziare a pensarlo come un progetto e non più come un’istituzione, di una storia e di particolari che per molti che si ostinano a parlare di Tavsono veramente sconosciuti, di vite già vissute.

Nel 2013, Luca Rastello e Andrea De Benedetti pubblicano con Chiarelettere “Binario morto. Lisbona-Kiev. Alla scoperta del Corridoio 5 e dell’alta velocità che non c’è”: un viaggio narrativo che segue e racconta rigorosamente il percorso integrale dei treni ad alta velocità, tra ovest ed est, in una tratta mai percorsa ufficialmente prima di quel momento da nessuna merce, che da una parte si pone l’obiettivo di raccontare senza fatalismi e pregiudizi la realtà nuda di quell’opera, per poi ritrovarsi di fronte ad un treno che oltre l’enorme retorica neoliberista si dimostra un feticcio ovvero propone percorsi discontinui e di fortuna ben lontani dall’aspettativa ipermoderna seminata nel comune immaginario, mentre dall’altra parte ci racconta l’Europa. Il continente che viene presentato è un luogo demoralizzante e depressivo in quanto realisticamente deluso dal grande sogno del secolo scorso; gli autori raccontano fedelmente quanto la realtà risulti diversa, che si sono trovati di fronte a un groviglio logistico fatto di caselli, percorsi estremamente veloci ed altri estremamente lenti, impossibilità di trasportare merci a causa delle velocità elevate. E poi, un futuro che darà risposte riguardo le sue dimostrazioni di successo ancora tra molto tempo (si diceva che lo sapremo solo nel 2073); nel frattempo, forse, ci chiederemo chi e che cosa abbiamo perso in tutti questi anni, mentre le nostre strade cadevano a pezzi e qualcuno parlava da lontano senza conoscere i luoghi che accolgono i famelici sogni europei.

Il lavoro di Rastello e di De Benedetti non è solo un reportage o una testimonianza geopolitica, ma rappresenta il racconto di un paesaggio e di un contesto deturpati dal continuo bisogno di altro, che già conosciamo ma che continua a sorprenderci, cioè la fotografia di uno stato dell’anima che ci viene proposto e imposto senza soluzione di continuità.

Sempre nel 2013 viene pubblicato con Derive Approdi ‘’A sarà dura. Storie di vita e di militanza no tav’’ a cura del Centro Sociale Askatasuna di Torino. Il libro racconta i grandi movimenti di massa che sono stati e continuano ad essere protagonisti di una lotta secolare che, al di là delle ragioni presentate, pongono direttamente o meno degli interrogativi che risultano sempre più spesso marginali nel racconto pubblico e mediatico ma che dovrebbero essere fondativi verso il modo in cui ognuno di noi si sente cittadino e si sente appartenente e rappresentato all’interno di un territorio: capire il ruolo e i significati che si celano dietro parole che lo scorrere delle vicende sembra dare per scontato ovvero, cosa vuol dire democrazia? Istituzione? Risorse? E sviluppo? Termini decisivi non solo per intendere cosa significa nell’Italia contemporanea la presenza di quell’opera ma anche necessari a sviluppare un coscienza economica, politica e ambientalista che si possa porre su basi consapevoli rispetto l’inevitabile presente.

Nel 2016, ancora, Wu Ming 1 pubblica “Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav”, edito da Einaudi. Questa è una testimonianza precisa e dettagliata di ciò che è stata la Tav per la contemporaneità, a livello prettamente strutturale ma anche sul piano sociale. L’autore infatti ci offre un enorme repertorio di materiali d’archivio, dati, documenti di sentenze e altre tantissime vicende giudiziarie, stralci di giornali, interviste e racconti di viaggi, all’interno di un’opera che può definirsi a tratti saggio, a tratti inchiesta e a tratti romanzo. La grandezza di questo racconto forse si trova proprio nel fatto di aver tenuto insieme la staticità dei fenomeni coinvolti raccontati senza contaminazioni e l’esperienza così come è stata vissuta da chi ha abitato quei luoghi cioè la descrizione intima della loro inquietudine, tramite ad esempio l’uso di inclinazioni narrative e tagli allegorici ripresi dall’horror che talvolta riportano a scenari cyber punk (l’infrastruttura in questione viene spesso raccontata come ‘’l’Entità’’), rimanendo però nella non-fiction e ricordandoci anche la chanson de geste.

Attraverso questo libro, Wu Ming 1 non solo aiuta a comprendere le particolarità della questione, ma soprattutto porta il lettore o la lettrice a conoscere le imprese di una comunità che non parla di depredare ma sempre e solo di condividere e partecipare, dando in continuazione esempi notevoli di autogestione nella storia dei movimenti italiani. L’opera apre uno spaccato estremamente rappresentativo del paese a partire da un microcosmo che restituisce chiaramente tutto ciò che negli ultimi venticinque anni circa ha sfiorato la pelle, i cuori e le sensibilità politiche di tantissime persone, a volte leggermente ed altre in modi più stravolgenti.

Oltre ai testi citati, particolarmente significativi, in questi anni sono stati pubblicati tantissimi altri libri, e poi articoli e scritti di vario genere che portano con sé le storie (bellissime) di sensibilità diverse che, volendo o meno, non raccontano solo individui, territori o pensieri ma più di tutto ci restituiscono un’Italia dimenticata che non si può ignorare per quante implicazioni ha comportato e per rispetto di chi in questa vicenda, che dopo più di venti anni non è più solo una vicenda, ci ha messo tutto e anche drammaticamente più di tutto. In quest’ottica la Tav diventa oramai corollario di una questione sociologica che si pone trasversalmente nella grande storia dei movimenti di massa italiani: un pezzo di storia che in quanto tale non si può rendere marginale di fronte a nessuna volontà politica che si possa definire democratica.

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I doveri di uno scrittore: intervista a Don Winslow https://minimaetmoralia.it/interviste/i-doveri-di-uno-scrittore-intervista-a-don-winslow/ https://minimaetmoralia.it/interviste/i-doveri-di-uno-scrittore-intervista-a-don-winslow/#comments Sun, 31 Jan 2016 06:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29809 Questo articolo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Angelo Murtas

Don Winslow si è conquistato un posto tra i grandi della letteratura poliziesca. In due dei suoi libri in particolare, Il potere del cane e Il cartello (entrambi pubblicati da Einaudi Stile Libero), affronta l’intricato mondo dei cartelli della droga messicani. Sono due opere imponenti sempre in bilico tra fiction e non fiction che solcano il baratro dell’impotenza del mondo nel suo regno dei morti.

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Questo articolo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Angelo Murtas

Don Winslow si è conquistato un posto tra i grandi della letteratura poliziesca. In due dei suoi libri in particolare, Il potere del cane e Il cartello (entrambi pubblicati da Einaudi Stile Libero), affronta l’intricato mondo dei cartelli della droga messicani. Sono due opere imponenti sempre in bilico tra fiction e non fiction che solcano il baratro dell’impotenza del mondo nel suo regno dei morti.

Art Keller e Adán Barrera sono i due protagonisti del libro; agente della DEA il primo e capo del cartello della droga più potente del mondo il secondo. Sono due personaggi agli antipodi. Rappresentano rispettivamente, in una estrema semplificazione, il bene e il male. Sono due personalità complesse di cui offri uno scavo psicologico notevole. Cosa è stato per te entrare in empatia con due figure così diverse tra loro?

Come uomo posso avere un’opinione sul bene e sul male, su quello che è giusto e quello che è sbagliato. Posso distinguere gli individui in buoni e cattivi. Ma in quanto scrittore non posso essere obbiettivo, non è il mio mestiere. Il mio lavoro consiste nel portare i lettori nel mondo del personaggio, mostrare la realtà attraverso gli occhi del personaggio, farla sentire attraverso il suo cuore e la sua anima. Nello specifico, mentre scrivo di Art Keller e di Adán Barrera io non sto pensando ad antipodi morali – quello è un privilegio del lettore –, io penso a come possa portare colui che leggerà il mio libro quanto più vicino all’esperienza dei protagonisti.

Naturalmente è più semplice quando ti trovi ad affrontare una personalità che possa definirsi “buona”, ma il mio lavoro è ritrarre il punto di vista del personaggio anche qualora lo trovassi ripugnante e malvagio. È certamente più difficile ma è un mio dovere.

Penso ai libri di James Ellroy e trovo che in due tuoi romanzi in particolare, Il potere del cane e Il cartello, tu sia arrivato a un livello di realtà successivo. Wu Ming 1 a proposito della letteratura di non fiction afferma che un narratore non debba porsi gli stessi problemi di uno storico, e quindi, aggiungo, di un giornalista. Dice che deve essere più spregiudicato. Fuori dai vincoli della pura cronistoria, fino a che punto può spingersi la letteratura?

Uno dei miei difetti in quanto romanziere, almeno nelle prime bozze, è di scrivere troppo come uno storico. Sono stato addestrato al mestiere del giornalista e per questo tendo a restare molto ancorato ai fatti reali, alla cronistoria. A volte questo può risultare dannoso ai fini del romanzo, può capitarmi di perdere di vista oppure non prestare sufficiente attenzione all’evoluzione drammatica della trama.

Nelle successive bozze devo fare uno sforzo: prendere la decisione di accantonare i fatti realmente accaduti e concentrarmi sulla finzione letteraria, pur rimanendo entro i confini del reale. Gli scrittori hanno l’arma dell’immaginazione, quindi la possibilità di entrare nei pensieri profondi e nelle emozioni dei personaggi e la libertà di ordinare gli eventi in funzione della trama. Possono dunque arrivare al cuore di una storia in un modo che ai giornalisti, almeno a quelli etici, non è concesso.

Mi pare di capire che la spirale di violenza collegata ai cartelli della droga in Messico non abbia avuto negli anni alcuna frenata decisiva. E che la guerra alla droga non abbia sortito gli effetti sperati. È così? Qual è lo scenario che immagini per il futuro?

Allora, dopo più di quattro decenni si può dire certamente che la guerra alla droga non ha ottenuto i risultati sperati. A ogni modo, la violenza in Messico ha subito un calo dopo una escalation che ha fatto registrare la sua punta più alta nel duemiladodici. Questa frenata è dovuta al fatto che un cartello, quello di Sinaloa, ha vinto la guerra del narcotraffico e si è imposto come l’organizzazione dominante, causando quella che viene generalmente chiamata pax narcotica.

Ma la situazione sta mutando di nuovo. La spirale di violenza è sul punto di registrare una nuova impennata nell’area di Tijuana perché alcuni gruppi locali stanno principiando a mettere in discussione il dominio del Cartello di Sinaloa sulle rotte principali del narcotraffico. È un ciclo. Abbiamo sempre assistito a una tensione centrifuga e poi centripeta nelle organizzazioni che controllano il traffico di droga. Queste si uniscono e poi si dividono. E questo esatto periodo storico possiamo collocarlo in quest’ultimo stadio, nella sua fase centrifuga.

Ancora oggi la legalizzazione di tutte le droghe appare un’utopia. Credi comunque possa essere una svolta in grado di portare risultati concreti, maggiori di quelli raggiunti con la lotta militare? E quali potrebbero essere le reazioni?

Ne sono assolutamente convinto. È bastato che soli tre Stati legalizzassero la marijuana per fissare una decrescita delle esportazioni dal Messico del quaranta percento. La legalizzazione non è un’utopia, è l’esatto contrario, è un approccio pratico e di buon senso. A essere utopico è il proibizionismo: un piano strategico assolutista, irrealizzabile e che non conduce ai risultati anelati. Rispetto alle reazioni, credimi, l’esercito, ma lo stesso vale anche per la polizia, non vuole giocare la sua parte nella lotta al narcotraffico. Potrebbero non ammetterlo pubblicamente (anche se cresce il numero di quelli che lo fa), ma la maggior parte dei poliziotti auspica una fine della guerra alla droga per tornare al lavoro che più gli compete.

Attualmente il sessanta percento degli stupri e il quaranta percento degli omicidi restano irrisolti, e tutti i poliziotti con cui ho parlato – e parlo spesso con molti di loro – preferirebbero potersi concentrare nel risolvere questi piuttosto che consumare tutte le loro energie ad arrestare gli spacciatori. Soprattutto perché questi cicli di arresti non li hanno portati a raggiungere risultati concreti.

In un articolo uscito sul Daily Beast, in cui evidenzi delle interazioni economiche, legate anche e soprattutto al traffico di armi, tra i cartelli e il terrorismo, dici che i media, loro malgrado, fanno il gioco dell’ISIS e dei narcotrafficanti in quanto offrono loro quella visibilità a cui tanto anelano. La letteratura può andare incontro a un rischio analogo? 

Certo. Questo è stato sempre un problema con la letteratura e con i film incentrati sul crimine, e forse ancora di più con il cinema. Questo ci riporta indietro e mi fa pensare a Robin Hood. È un problema con cui combatto, mi chiedo se con i miei libri sto mitizzando i narcotrafficanti, gli assassini, i torturatori. E per alcuni lettori forse la risposta è sì. Mi ritrovo a dover bilanciare due valori contrastanti: è giusto correre il rischio di mitizzare il mondo del narcotraffico pur di fare luce su quello che accade? Ovviamente la risposta che mi sono dato è stata sì.

Allo stesso tempo ho sempre cercato di ritrarre questo mondo nella maniera più realistica possibile, e il realismo non è certamente glorioso e attraente, almeno per la maggior parte delle persone: questa realtà finisce sempre con la galera, la morte e la distruzione dell’anima.

Il cartello è un libro ambizioso, dallo sguardo vasto. Uno di quei romanzi dall’impatto visivo forte. Mentre lo leggevo non ho potuto fare a meno di figurarmi alcune grandi scene di un certo cinema americano. Poi ho scoperto che è già in programma un film la cui regia sarà affidata a Ridley Scott. Come la immagini la sua trasposizione cinematografica? Pensi possa essere ben gestita la mole di fatti narrati? Non ti pare che una serie tv possa prestarsi meglio nel dare alla storia quel respiro che merita?

Si tratta di una grande storia, quindi penso abbia bisogno di un grande format. Uno schermo gigante, un buon sistema audio. Sono convinto che il cinema sia la dimensione adatta. Capisco che le serie televisive siano diventate una ragionevole alternativa, ma io voglio vedere un film importante su una materia importante. Voglio che la gente vada a vederlo con altra gente, e voglio che ci sia una reazione di gruppo, che le persone una volta uscite dalla sala vadano in un bar a discuterne. Sono molto contento che Ridley Scott dirigerà il film e Shane Salerno ne scriverà la sceneggiatura. Entrambi hanno confidenza con le grandi storie e non ne sono spaventati. È una buona cosa.

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