Wu Tang Clan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wu-tang-clan/ un blog di approfondimento culturale Sat, 07 Sep 2019 09:51:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Wu Tang Clan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/wu-tang-clan/ 32 32 Dentro il rap americano: intervista a Cesare Alemanni https://minimaetmoralia.it/musica/dentro-rap-americano-intervista-cesare-alemanni/ https://minimaetmoralia.it/musica/dentro-rap-americano-intervista-cesare-alemanni/#respond Wed, 28 Aug 2019 05:30:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40949 Dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, dove "giorni nostri" va inteso alla lettera, perché tutto può ancora succedere – e sta succedendo adesso, ancora – la storia dell'hip hop è un enorme calderone ribollente di creatività, riscatto sociale, arti che s'incontrano, personalità esplosive e anche di morte e tragedia. Una vicenda complessa e ritmata, dove i break e gli scratch, i flow e i colpi di pistola e il crack si sono incrociati lungo tutto il vasto ventre americano, generando una quantità di musica prima clandestina e poi via via sempre più planetaria, seducendo generazioni di ascoltatori e cambiando attitudini e stili di vita.

Rendere conto di tutta questa complessità, che contempla oltretutto anche una dose abbondante di controversie e deviazioni, è un affare che richiede idee chiare e grande competenza. Rap: Una storia, due Americhe, il libro di Cesare Alemanni uscito da poco per minimum fax, riesce nell' impresa di trasmettere la densità di questa vicenda ancora in corso, toccando i temi alla base della nascita e dello sviluppo del rap, offrendo una storia completa che comprende individualità e sociologia urbana, fattori esterni e una sana dose di casualità.

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Dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, dove “giorni nostri” va inteso alla lettera, perché tutto può ancora succedere – e sta succedendo adesso, ancora – la storia dell’hip hop è un enorme calderone ribollente di creatività, riscatto sociale, arti che s’incontrano, personalità esplosive e anche di morte e tragedia. Una vicenda complessa e ritmata, dove i break e gli scratch, i flow e i colpi di pistola e il crack si sono incrociati lungo tutto il vasto ventre americano, generando una quantità di musica prima clandestina e poi via via sempre più planetaria, seducendo generazioni di ascoltatori e cambiando attitudini e stili di vita.

Rendere conto di tutta questa complessità, che contempla oltretutto anche una dose abbondante di controversie e deviazioni, è un affare che richiede idee chiare e grande competenza. Rap: Una storia, due Americhe, il libro di Cesare Alemanni uscito da poco per minimum fax, riesce nell’ impresa di trasmettere la densità di questa vicenda ancora in corso, toccando i temi alla base della nascita e dello sviluppo del rap, offrendo una storia completa che comprende individualità e sociologia urbana, fattori esterni e una sana dose di casualità. Da LL Cool J a Notorious B.I.G. e Tupac fino a Nas, Wu-Tang Clan e ancora a Kendrick Lamar e Kanye West, il libro di Alemanni illumina con precisione le sterminate sfaccettature prismatiche del rap, consentendo a chi è profano o quasi di entrare in questo mondo, o dando una mano a riordinare le idee di chi bazzica questa musica già da tempo.

Rap. Una storia, due Americhe è il racconto di un genere musicale e della nazione in cui è nato, in un periodo circoscritto dalla fine degli anni Sessanta fino ai giorni nostri. Quali sono le «due Americhe» a cui si riferisce il titolo?

Trattandosi di una musica e di una cultura nate in seno alle comunità afro-americane, le “due Americhe” del titolo non possono che essere l’America bianca e quella nera. Sempre più spesso però assistiamo a fenomeni degenerativi che lasciano pensare che le “due Americhe” in realtà siano ormai semplicemente quelle poste agli estremi della forbice delle disuguaglianze economiche.

Di fatto le comunità rurali caucasiche, storicamente già povere e oggi sempre più impoverite, non si sono mai riprese dalla crisi dei sub-prime e al momento patiscono malattie sociali – le epidemie di tossicodipendenza e “prescription drug”, la disoccupazione diffusa, l’alto tasso di mortalità e incarcerazione, le truffe immobiliari – un tempo considerate endemiche delle minoranze urbane più disagiate.

Quali sono i fattori più importanti che hanno portato alla nascita del rap, e al suo successivo exploit globale? Nel libro fai riferimento a diversi fattori: politici, sociali, ma anche urbanistici.

Sebbene i primi reagenti del rap furono frutto d’intuizioni individuali che potevano anche non verificarsi, alcuni fattori contribuirono a creare condizioni favorevoli alla sua diffusione. Agli albori del genere, lo stato di anomia, autogoverno e pressoché totale abbandono di un quartiere come il South-Bronx degli anni ‘70 favorì, per esempio, la sua diffusione attraverso canali informali come le feste “illegali” di quartiere. A sua volta quella situazione era figlia di precise direttive politiche come il “benign neglect” di nixoniana memoria nonché degli effetti collaterali di pianificazioni urbanistiche, ispirate a principi di edilizia popolare “illuminata”, che un po’ in tutto l’Occidente si sono rivelate fallimentari.

Come si declina l’elemento anti-sistema all’interno di questa storia, e fino a quando è stato prevalente?

Non credo sia mai stato davvero prevalente se non in alcuni isolati esponenti. Credo invece che, anche quando non è esplicitato, il rap abbia per sua natura un carattere politico. Presenta infatti il punto di vista di comunità ai margini che, in quanto tali, hanno accusato, e ancora accusano, in modo più violento delle classi medie i problemi connessi ai modelli di sviluppo socio-economico caratteristici degli ultimi decenni. Con l’aggravante di essere spesso soggette a un razzismo, più o meno occultato o istituzionalizzato a seconda dei contesti, che di fatto negli USA non è mai stato interamente estirpato. Anzi sta ovviamente tornando d’attualità nell’evo trumpiano.

Secondo te qual è stato l’apice creativo dell’hip hop? Dovendo indicare una decina di dischi cruciali, quali sarebbero?

Per gusto personale porrei l’apice nella New York del lustro ’90 – ’95. Dovendo stilare una lista oggettiva di dischi direi Run-D.M.C. dei Run-D.M.C., It Takes A Nation Of Millions… dei Public Enemy, Follow The Leader di Eric B. & Rakim, Straight Outta Compton degli N.W.A., We Can’t Be Stopped dei Geto Boys, The Low End Theory degli A Tribe Called Quest, The Chronic di Dr. Dre, Enter The Wu Tang del Wu Tang, Illmatic di Nas, Ready To Die di Biggie, Aquemini degli OutKast, My Beautiful Dark Twisted Fantasy di Kanye West, Good Kid M.A.A.D. City di Kendrick Lamar, Dirty Sprite 2 di Future. Come per qualunque altra espressione artistica, anche la storia dell’hip-hop è stata comunque fatta da una miriade di personaggi a volte anche secondari. Molti dei quali, nei limiti del possibile, ho cercato di raccontare nel libro.

Il rap è una musica nera, ma come scrivi nel libro a un certo punto ha iniziato a trovare il suo pubblico più folto nei bianchi, spesso nei bianchi figli delle classi medio-alte. Questo fattore ha inciso sull’evoluzione (o involuzione) dell’hip-hop?

Ha sicuramente inciso nella misura in cui – un po’ per voyeurismo e un po’ per una genuina voglia di comprendere una parte d’America all’epoca invisibile – l’interesse di questa fetta di pubblico si è immediatamente indirizzato verso gli esponenti più estremi, violenti e controversi del genere. Con il risultato che le case discografiche hanno cominciato a setacciare i project in cerca di interpreti ancora più estremi, violenti e controversi da promuovere e così via. Il tutto spesso e a scapito di artisti che proponevano una visione più positiva e affermativa dell’esperienza afro-americana contemporanea. In particolare, la comparsa e l’enorme e immediato successo ottenuto a fine anni ’80 dal gangsta-rap losangelino ha rappresentato un punto di svolta e ha finito con l’oscurare moltissimo rap che con il gangsterismo non aveva nulla a che fare.

Il problema è che, una volta spento lo stereo, il ragazzo (bianco o meno) che risiedeva in una tranquilla suburbia middle class tornava (e torna) al suo praticello ben curato mentre, a parte svegliarsi tutti i giorni nella stessa povertà assoluta, il giovane di Compton o Queensbridge che magari, in alcuni casi, voleva pure raccontare qualcosa di diverso dalla realtà complessa e violenta in cui era cresciuto (o raccontarla in modo non necessariamente “estremo”) non aveva altra scelta che adeguarsi allo stereotipo che il mercato gli imponeva. Trovo che la riflessione di rapper come J.Cole e Kendrick Lamar intorno a questa problematica sia molto interessante. Soprattutto perché, a differenza che in passato, finalmente si sposa a delle ottime vendite e a una grande visibilità.

Su Kanye West ti dilunghi in una parte molto interessante del libro. Da quanto hai scritto emerge il ritratto di un genio, di certo con evidenti tratti egomaniaci e sbandate ai limiti del non-sense; al tempo stesso, è come se per te sia stato il liquidatore ultimo, artistico e politico, dell’hip-hop. È così?

Non so se sia così ma di sicuro è, in parte, la mia opinione. Questo anche perché più che un genio considero West un ottimo curatore di idee, dotato oltretutto di un istinto straordinario per lo “zeitgeist”. Grazie a queste qualità, nei 2000 è riuscito a fare alcuni dischi – A Beautiful Dark Twisted Fantasy su tutti – che rappresentavano una specie di summa di tutto ciò che il genere era stato nel corso dei quasi quarant’anni precedenti. Dischi che allo stesso tempo, a posteriori, hanno segnato uno spartiacque tra l’età moderna del rap e quella attuale. La quale, almeno a mio giudizio, è una specie di fase post-moderna e meta-narrativa dell’hip-hop (genere peraltro intrinsecamente post-moderno) anche a causa del passaggio di Kanye.

Concedimi una breve digressione “personale”. Qual è stato il tuo primo incontro con l’hip hop? Ti è piaciuto da subito?

Se parliamo di rap americano: una cassetta prestata da un amico a metà anni ‘90. Mi piacque subito moltissimo anche perché conteneva alcuni pezzi – di Mobb Deep, Nas, Wu Tang Clan, Boot Camp Click – tuttora tra i miei preferiti di sempre. Ricordo che la copiai immediatamente e consumai per settimane.

Il libro si conclude con una frase di certo potente: «Se di rap possiamo ancora parlare», in riferimento a questi ultimissimi anni. Cos’è successo nell’hip hop per portarti a scrivere queste parole? Forse si tratta di un linguaggio musicale ormai saturo, soprattutto per via della sua incarnazione più commerciale e abusata, vale a dire quella che identifichi con il gangsta rap?

A dirla tutto non ho mai dato particolare peso a etichette come commerciale/hardcore, mainstream/underground, puro/svenduto. Molti dei miei dischi rap preferiti hanno venduto milioni di copie (altri meno di un migliaio, ma non per questo li considero più “puri”). Per dire: mentre rispondo a queste domande sto dando un ascolto al nuovo disco di Young Thug, non proprio uno che registra nello scantinato. Per un sacco di anni in Italia si è guardato al rap con un’ottica presa in prestito dal punk o dal mondo del rock indipendente. Un’ottica che può funzionare per certi tipi di rap e di rapper mentre è totalmente fuorviante per altri. Detto questo, le ragioni di quella frase sono prevalentemente di – come dici – “linguaggio musicale”. Starò invecchiando ma trovo difficile considerare “rap” certe cose di Post Malone (per citare uno che vende milioni) o di un produttore come NEDARB (per citare uno che invece si muove più nell’underground).

Rap è anche un racconto per così dire geografico, un giro negli States. Quali sono gli elementi più caratterizzanti per città come New York, Los Angeles, Philadelphia e Atlanta, intendo gli elementi locali che hanno contribuito a generare il rap di quelle zone?

Oltre alle ovvie differenze socio-culturali tra queste città, direi che, essendo il rap un genere che attinge molto da patrimoni passati, sia fondamentale considerare le diverse tradizioni musicali in cui, a seconda dei contesti, mette le radici. Non stupisce quindi che, per esempio, il rap newyorkese negli anni abbia pescato molto dal jazz che storicamente è uno dei sound più caratteristici della Grande Mela. Allo stesso modo in cui artisti nati e cresciuti nelle grandi città del sud – Atlanta, Houston, New Orleans e così via – si sono rivolti invece al blues e allo spiritual che fanno parte del DNA musicale di quella parte d’America.

Non abbiamo ancora affrontato una caratteristica centrale dell’hip hop: la parola, i testi. Quali sono stati (o sono tutt’ora) secondo te gli scrittori più dotati nel rap americano?

Nas, Rakim, Jay-Z, GZA, Biggie, Andre 3000, MF Doom, Tupac, Kendrick, Big L, Black Thought, Kool G Rap, Raekwon, Scarface, Slick Rick, Ice Cube, Eminem, Big Daddy Kane, Chuck D, Earl Sweatshirt, Immortal Technique e sicuramente ne sto dimenticando diversi…

Nel libro non ti sottrai quando si tratta di notare gli aspetti più retrivi del genere. È il caso della raffigurazione delle donne in certo rap. Cosa pensi a questo proposito? Ad esempio, sei particolarmente duro con Eminem.

Penso sia una questione quasi intrattabile. Di fatto è il dilemma con cui chiunque ascolti rap con un po’ di spirito (auto)critico si trova a dover fare i conti e che in passato mi ha anche fatto allontanare, per un paio d’anni, dal genere. Nel libro cerco di raccontare, il più possibile senza moralismi, le ragioni per cui si è affermato un certo tipo di linguaggio a scapito di altri. Alcune hanno, per esempio, a che fare con opportunismi del business della musica imparentati con la domanda che mi hai rivolto poco fa sulla questione del pubblico middle-class. Ciò che scandalizza, molto banalmente vende. Altre hanno invece a che fare con specificità linguistiche e socio-culturali dei contesti da cui molti rapper provengono e di cui sono, a mio modo di vedere, le prime vittime.

Detto questo: dovrebbe esserci una maggiore attenzione? Senz’altro ma dovrebbe partire anche dal pubblico. E inoltre: nasce prima l’uovo o la gallina? È il rap che riflette pensieri tossici che circolerebbero comunque o contribuisce a validarli, diffonderli o addirittura a crearli? È un po’ il “dilemma di Call of Duty”. Io, di mio, posso dire che ho sempre saputo fare la tara tra quello che ascolto e quello che poi penso e faccio nella vita ma posso dire con certezza che un ragazzino di 13 anni sia in grado di fare lo stesso? Il problema esiste e per questo sono stato così critico nel capitolo dedicato Eminem. Parliamo infatti di un rapper che (pur essendo innegabilmente molto abile) sul ricorso a una teatralizzazione tossica dei propri rapporti personali con le donne ha costruito, almeno all’inizio, gran parte del proprio enorme successo.

Nell’introduzione scrivi che il nostro è «un paese di moralismi da rotocalco», notando come per anni l’ascolto del rap è stata una faccenda carbonara. Almeno fino all’exploit che fai coincidere con gli ultimi dieci anni. Come valuti la percezione attuale dell’hip hop in Italia, e cosa ne pensi della scena nazionale attuale? Cosa differenzia il rap italiano da quello americano, esistono punti di contatto tra queste due storie?

Mi sembra che persista ancora una distanza notevole tra il “peso” specifico che ha raggiunto il genere, perlomeno a livello di numeri e popolarità,e lo spazio che gli danno i media “adulti” nonché la competenza con cui lo raccontano. Credo sia una distanza figlia di una concezione, molto nostrana e paternalista, della cultura “popolare”. Riguardo alla scena italiana attuale: non è mai stata così ricca anche se, ultimamente, mi pare un po’ appiattita sulle stesse sonorità.

Di mio: ci sono cose che mi lasciano indifferente e altre che seguo con piacere, tipo la nuova scena napoletana (anche perché trovo che sia un dialetto che si sposa alla perfezione con il rap), La Madame o Massimo Pericolo, il quale, al di là di Sette Miliardi, ha un grande talento nella scrittura. Riguardo ai punti di contatto: storicamente non ne vedo molti…percorsi diversi, contesti diversi, anche se devo dire che oggi, soprattutto a livello di produttori, ci sono talenti in Italia che potrebbero tranquillamente fare il salto oltreoceano.

Verso la fine arrivi alla genesi e all’exploit clamoroso della trap; si può sostenere che in questa fase l’hip hop sia stato quasi fagocitato da un suo sottogenere?

Fagocitato non direi. Sicuramente, soprattutto in Italia, è il sottogenere su cui un po’ tutti si sono adagiati. In America invece dove la scena è esponenzialmente più grande, la trap convive con moltissimi altri modi di intendere e fare rap.

Ammesso che questa storia non sia finita; se dovessi scommettere su due-tre nomi di artisti hip hop di cui sentiremo molto parlare nei prossimi anni, chi indicheresti?

Se intendi che ne sentiremo parlare anche in Italia, non saprei: le logiche con cui le cose americane sfondano qui mi sembrano sempre molto opache ed etero-dirette dalle etichette e dalle solite due o tre radio. Gli artisti che invece vorrei vedere sfondare ancora di più a livello globale sono molti, vecchi e nuovi: da Pusha T a Vince Staples, da Sheck Wes a Sheff G, da CupcaKKe a Benny the Butcher, da Maxo Kream a TakeJay e così via. Il rap americano è davvero un oceano.

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Tutta la grazia del punk https://minimaetmoralia.it/musica/tutta-la-grazia-del-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/tutta-la-grazia-del-punk/#comments Tue, 17 Nov 2015 14:37:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9814 Riprendiamo questo reportage di Tiziana Lo Porto uscito nel 2007 su XL Repubblica: racconta della scena punk musulmana negli Stati Uniti. "La notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale", raccontavano i Kominas, la band di Boston il cui ultimo album, TBA, è del 2014 (fonte immagine).

L’idea di essere deportati a Guantanamo Bay probabilmente è il loro incubo peggiore, a cui si aggiungono malumori, scontenti, finanche minacce da parte di un Islam fondamentalista, che di certo non vede di buon occhio il fatto che una manciata di ragazzi musulmani si svegli una mattina e decida di fare musica punk. E come non bastasse, che lo faccia cantando proprio le cose dell’Islam, trasformando in anatemi le sure del Corano e gridando a squarciagola che, sì, Maometto era un punk. Capita in America, dove l’uscita di un romanzo intitolato The Taqwacores (pubblicato in Italia per Newton Compton con il titolo Islampunk) e firmato da una delle figure di punta del nuovo Islam d’America, il trentenne Michael Muhammad Knight, ha tirato le fila e dato visibilità a tutta una scena di punk musulmani che, sparsi in tutta America, si presenta come una delle cose più vivaci e irriverenti della scena musicale tout court.

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Riprendiamo questo reportage di Tiziana Lo Porto uscito nel 2007 su XL Repubblica: racconta della scena punk musulmana negli Stati Uniti. “La notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale“, raccontavano i Kominas, la band di Boston il cui ultimo album, TBA, è del 2014 (fonte immagine).

L’idea di essere deportati a Guantanamo Bay probabilmente è il loro incubo peggiore, a cui si aggiungono malumori, scontenti, finanche minacce da parte di un Islam fondamentalista, che di certo non vede di buon occhio il fatto che una manciata di ragazzi musulmani si svegli una mattina e decida di fare musica punk. E come non bastasse, che lo faccia cantando proprio le cose dell’Islam, trasformando in anatemi le sure del Corano e gridando a squarciagola che, sì, Maometto era un punk. Capita in America, dove l’uscita di un romanzo intitolato The Taqwacores (pubblicato in Italia per Newton Compton con il titolo Islampunk) e firmato da una delle figure di punta del nuovo Islam d’America, il trentenne Michael Muhammad Knight, ha tirato le fila e dato visibilità a tutta una scena di punk musulmani che, sparsi in tutta America, si presenta come una delle cose più vivaci e irriverenti della scena musicale tout court.

Guantanamo Bay, dicevamo, non a caso citata nel titolo dell’album d’esordio della punjabi islampunk band di Boston The Kominas (“i bastardi” in punjabi) che uscirà a novembre come Wild Nights in Guantanamo Bay. Basta trascorrere qualche giorno con i Kominas e gli altri musicisti della scena islampunk, che la domanda arrivi inesorabile: “Ma tu hai presente cosa succede a Guantanamo Bay?”

A me viene chiesto a Baltimore, Maryland, in una libreria anarcoindipendente del centro, dove incontro Michael Knight, i Kominas e le altre band durante una delle tappe del Taqwa Tour, ovvero la prima tournée taqwacore che da Boston a Chicago ha portato in giro per la East Coast il meglio della musica islampunk d’America. Un evento memorabile, si direbbe. O quantomeno l’inizio di qualcosa di nuovo e dirompente. “Già”, mi conferma Michael, “la cosa più bella è che lungo la strada si vanno unendo al tour musicisti che arrivano da posti diversi: dal Texas al Pakistan, da Boston a Chicago”. Il che corrisponde esattamente al loro sound, contaminazione riuscita di Oriente e Occidente che ha in sé l’irriverenza del punk e tutta la grazia della musica. Perché, di fatto, è uno stato di grazia quello che raggiungono i taqwacores quando cominciano a suonare. Una di quelle esperienze che non ha niente di forzatamente mistico, ma che ha in sé tutta la vitalità dei vent’anni e la forza spudorata e travolgente del punk. Ma tutto questo lo scoprirò solo la sera dopo, cantando e pogando qui a Baltimore, dentro la chiesa metodista di St. Joseph.

“Il tour è cominciato a Boston, a casa di amici”, mi racconta Michael, “e la serata è andata talmente bene che se non fosse arrivata la polizia a interrompere il concerto nessuno avrebbe smesso di suonare”. Polizia a Boston, e polizia anche a New York, seconda tappa del tour, dove il bus è stato fermato e perquisito. “La polizia ha cercato e non ha trovato quello che cercava”, mi racconta Kim, fotografo ufficiale del tour, “per cui ci hanno lasciato andare. Ma da qui alla fine del tour ci fermeranno ancora. Quantomeno ce l’aspettiamo”.

Intanto, fuori dalla libreria, i musicisti discutono animatamente di un articolo pubblicato lo scorso giugno dal settimanale Newsweek. L’articolo si chiamava Slam Dancing for Allah e parlava proprio di loro, irriverenti musicisti della nuova dirompente scena islampunk americana. Ma loro non ne sembrano affatto contenti. “Il fatto è che i giornalisti finiscono sempre per scrivere stereotipi e luoghi comuni. Ci fanno lunghe interviste e poi semplificano, generalizzano, riducono il tutto a frasi che devono fare comunque notizia. E la notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale”, mi spiegano, precisando poi che non tutti i musicisti delle band islampunk sono musulmani, e che si può essere musulmani in molti modi diversi. Faccio sì con la testa, e immediatamente mi presento, consapevole che dire di volere scrivere di loro adesso probabilmente equivale a dire di essere il diavolo. E invece resto totalmente spiazzata quando li vedo aprirsi in grandi sorrisi, incuriositi principalmente dal fatto che dall’Italia sia arrivata fino al Maryland per vederli dal vivo. “Già”, dico, pensando tra me e me che talvolta ne vale anche la pena. “E sei proprio sicura di volere venire in tour con noi?”, mi domanda Shahjehan, chitarrista dei Kominas. “Certo”, dico. “E allora sali sul bus che andiamo in aeroporto a prendere Kourosh”. Dico ok, e sono già sul bus.

Il tour bus di fatto è uno school bus ridipinto di verde e con in testa, grande e a stampatello, l’eloquente scritta TAQWA, parola islamica che sta per “consapevolezza di Dio” e che consiste pressappoco in una costante oscillazione tra amore e timore. Dentro il bus una manciata di sedili, un paio di divani sul retro, strumenti musicali di ogni sorta, e scritte, disegni e foto appiccicate più o meno dappertutto. “L’ho comprato su eBay”, mi dice fiero Michael, proprietario del bus e autista ufficiale del tour. Cresciuto in una famiglia cattolica irlandese, convertitosi all’Islam a quindici anni dopo aver letto l’autobiografia di Malcolm X e avere scoperto la musica dei Public Enemy, partito alla volta del Pakistan a diciassette per studiare l’Islam, e di lì in Cecenia per partecipare alla jihad, Michael se n’è infine tornato in America dedicandosi alla ricerca di un Islam non integralista e alla scrittura: romanzi fotocopiati e distribuiti a mano, fanzine, siti web e infine libri. Attualmente è autore di tre volumi importanti: il bel romanzo The Taqwacores, l’impeccabile saggio The Five Percenters (scissione della Nazione dell’Islam di cui fanno parte i Wu Tang Clan e altri musicisti della scena hip hop americana) e il più recente Blue-eyed Devil, affascinante racconto autobiografico di un viaggio di sessanta giorni in Greyhound in cerca dell’Islam americano. Avendo coniato la parola “taqwacore” Michael è anche formalmente responsabile della nascita della nuova scena islampunk americana (precisiamo: le singole band esistevano anche prima, lui le ha semplicemente collegate tra loro).

Nel frattempo siamo già in aeroporto, e anche Kourosh, in arte Vote Hezbollah, sale sul bus. Ci presentano e mi domanda: “Sicura di volere venire in tour con noi?” Faccio sì con la testa. “Ma sei l’unica ragazza!”, insiste dopo essersi guardato intorno. Faccio ancora sì con la testa, e lui spiazzandomi mi dice: “Ok, ti proteggeremo noi!” Marwan, della band di Chicago Al-Thawra (“la rivoluzione” in arabo), intanto guarda le mani di Fatima che porto alle orecchie, e sorridendo esclama: “I tuoi orecchini sono belli”. Poi mi dice che anche lui e Basim, cantante e bassista dei Kominas e dei Dead Bhuttos (progetto parallelo che ha appena avviato in Pakistan), hanno la mano di Fatima. Tatuata addosso.

“Il mondo viene da Allah, per cui prendi ciò che t’ha dato”, scrive a un certo punto del suo Blue-Eyed Devil Michael, rendendo a pieno il senso della musica taqwacore. Una musica che è indubbiamente legata all’Islam, ma che è talmente urlata e irriverente da riportare la religione alla dimensione privata che le appartiene. Michael si definisce – appropriatamente e con cognizione di causa – radical femminista. E di fatto sono impreziositi da figure femminili tutti i suoi scritti e discorsi, così come è costellato di ritagli del fumetto Persepolis il soffitto del bus, che se provi a dormirci dentro e di colpo spalanchi gli occhi invece delle stelle ti ritrovi davanti la faccia fumettata di Marjane Satrapi incorniciata di nastro adesivo azzurro. Ed è ancora una donna la persona che Michael attualmente ammira di più della nazione islamica. “Si chiama Ingrid Mattson, è presidente dell’Isna, la Islamic Society of North America. Ed è una persona che rispetto enormemente”, mi dice. Una donna è anche il personaggio più ammaliante del suo romanzo. Si chiama Rabeya, “che è il nome di una famosa santa sufi che ha promosso una visione dell’Islam più comprensiva e tollerante”, mi spiega. E se chiamando Rabeya l’eroina del suo romanzo ha voluto rendere omaggio a quella che considera una figura eroica dell’Islam, di sicuro c’è riuscito inventando un personaggio talmente estremo, onesto e bello da farla apparire agli occhi di chi legge come una sorta di Anna Karenina punk, femminista e in burqa (per scelta). “Si direbbe un’Anna Karenina della nostra generazione”, gli dico. “Alla fine Rabeya però mi taglierà la testa”, mi dice lui, anticipandomi la fine del romanzo che ha appena finito di scrivere. “Il libro si chiama Osama Van Halen, è la continuazione di The Taqwacores ed è un’altra tappa del cammino che sto facendo. Sto cercando di confrontarmi con la natura dell’autorità religiosa, sto cercando di capire cosa significhi esattamente essere un profeta, e cosa significhi seguirne uno. Probabilmente finirò per nascondermi in un qualche ordine sufi con i miei blocchi per appunti. Lì comincerò a scrivere e vediamo cosa ne salta fuori”. Approdiamo, intanto, al motel, e la notte avanza tra chitarre e tamburi, senza che nessuno abbia voglia di smettere di suonare.

La mattina dopo sono la prima a svegliarmi. Rimedio giornale e caffè, e mi siedo nel cortile del motel. Uno dopo l’altro i musicisti escono dalle stanze e dal bus, attrezzato di amaca per riuscire a sfangare tutti quanti, più o meno comodamente, la notte. Da una delle stanze esce fuori Omar Majeed, regista indipendente che è qui con la sua crew per girare un documentario sulla scena taqwacore (The Taqwacores il titolo provvisorio del film). “Ho contattato Michael via email, e abbiamo deciso di organizzare le riprese durante il tour”, mi racconta. “Finito il tour andremo in Pakistan con Basim per girare la seconda parte del film. L’idea è di raccontare la scena taqwacore in Occidente e in Oriente”. Poi mi domanda com’è che dall’Italia sono arrivata fino a lì, e ancora una volta rispondo che volevo sentirli dal vivo. Tutto qui.

Ancora una mezza giornata e il concerto comincia. Dentro la chiesa di St. Joseph ad aprire la serata sono i Kominas, accompagnati da Marwan degli Al-Thawra, e poi da Kourosh alias Vota Hezbollah e da Omar dei Diacritical (band che si è appena sciolta, a quanto mi dicono proprio per colpa dell’articolo del Newsweek). Ancora assenti all’appello le Secret Trial Five, unica islampunk girl band che li raggiungerà nella tappa di Chicago, dove i taqwacores si esibiranno per l’annuale convention dell’Isna. “Le Secret Trial Five al momento sono l’unica girl band della scena taqwacore, e non vediamo l’ora di sentirle dal vivo. La leader della band è una musulmana queer che canta travestita da drag king”, mi dice Michael. Di sicuro non è roba per signorine, mi dico tra me e me, consapevole che di lì a poco sarò anch’io totalmente travolta da melodie e testi al punto da ballare e pogare su canzoni tipo The Suicide Bomb The GAPI Want a Handjob Fuck You.

A metà concerto si avvicina Omar con la sua troupe e mi domanda se secondo me la musica può riuscire a cambiare la mentalità della gente. Gli rispondo che non lo so, e che magari il punto non è nemmeno quello. Gli dico che si tratta solo di trovare la propria identità e difenderla. E demolire i propri idoli può essere un buon modo per farlo. Perché si può pure non credere in Dio né in Allah, o crederci enormemente, e in entrambi i casi ritrovarsi a cantare a squarciagola che, sì, “Muhammad was a punk rocker / he tore everything down / Muhammad was a punk rocker / and he rocked that town…”

Qualche giorno più in là, il Taqwa Tour sbarcherà a Chicago, alla convention dell’Isna, e a esibirsi per prime saranno proprio le Secret Trial Five. Il pubblico, fatto prevalentemente di giovani musulmane rigorosamente in velo, apprezzerà la loro musica, non altrettanto gradita dall’organizzazione della convention. Un paio di canzoni, e la polizia farà irruzione sul palco interrompendo il concerto adducendo come giustificazione che trattasi di “materiale islamicamente inappropriato”. A detta dei presenti, la cosa più inappropriata è stata giudicata il fatto che un manipolo di sfrontate ragazzette abbia osato salire su un palco e suonare della musica punk senza nemmeno indossare il velo. Be’, che Allah le benedica.

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