Xi Jinping Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/xi-jinping/ un blog di approfondimento culturale Fri, 06 Nov 2020 09:02:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Xi Jinping Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/xi-jinping/ 32 32 La Cina degli spiriti https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-cina-degli-spiriti/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-cina-degli-spiriti/#comments Fri, 06 Nov 2020 08:49:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44519 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.
Nel 2014 in un McDonald di una cittadina dello Shandong, alcuni membri della «chiesa di dio onnipotente» ammazzarono una donna, colpevole di non voler consegnare loro il suo numero di cellulare, nel tentativo di convincerla a entrare della loro organizzazione. Il fatto scatenò grandi polemiche, perché dimostrò come – nonostante i tentativi del Pcc – le «sette» fossero ancora attive in Cina.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

Lo hui delle montagne sembra un cane con faccia da uomo. È un ottimo saltatore e si muove con la rapidità di una freccia: proprio per questo si ritiene che la sua comparsa sia presagio di tifoni. Quando vede l’uomo, ride beffardo.

 

Nel 2014 in un McDonald di una cittadina dello Shandong, alcuni membri della «chiesa di dio onnipotente» ammazzarono una donna, colpevole di non voler consegnare loro il suo numero di cellulare, nel tentativo di convincerla a entrare della loro organizzazione. Il fatto scatenò grandi polemiche, perché dimostrò come – nonostante i tentativi del Pcc – le «sette» fossero ancora attive in Cina.

Due dei responsabili dell’omicidio furono giustiziati nel 2015, contemporaneamente a una nuova stretta sui culti di cui si occupa un organismo ad hoc, la China Anti Cult Associations. Le campagne contro le «sette» sono periodiche in Cina, ce ne sono state nel 1995, nei primi anni 2000 e anche di recente, nel 2017. Tra i gruppi banditi molti sono nati fuori dalla Cina, altri come la «chiesa del dio onnipotente» (la cui fondatrice sostiene di essere l’incarnazione di Cristo) o il Falun Gong (bollato come setta ma non considerato tale dai suoi aderenti) si sono sviluppati all’interno del territorio nazionale e hanno avuto la propria genesi in un momento ben preciso, ovvero a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90.

Nel momento in cui Deng Xiaoping dichiarava di voler cercare la verità attraverso i fatti e lanciava le quattro modernizzazioni, la Cina cambiava, rapidamente. L’arrivo della televisione, fin dalla fine degli anni 70 – con la sua diffusione massiccia negli anni ’80 – creò un vero e proprio bombardamento mediatico, specie se confrontato con la comunicazione unidirezionale e solo propagandistica del periodo maoista.

Contemporaneamente, in questo clima di apertura e di straordinaria vitalità, nascevano riviste, magazine e giornali, nonché canali televisivi locali, miriadi di stazioni radio e si sviluppava una sorta di cultura pubblicitaria, pur senza alcuna regolamentazione. Insieme a questo processo scientifico la popolazione, in piena demaozzazione della società e in attesa di capire cosa sarebbe stato «il socialismo di mercato», finì per tornare alla tradizione.

Le credenze, le superstizioni, i fantasmi, gli spiriti maligni di cui è pregna da sempre la cultura cinese tornarono in auge, con il beneplacito del partito comunista che all’inizio non vide niente di male nel ritorno a credenze popolari capaci, o almeno si supponeva così, di ricreare uno spirito identitario in un periodo di grandi cambiamenti.

Cibernetica e paranormale

Nel 1979 alcuni casi di bambini con poteri speciali consegnarono alla storia cinese una svolta «paranormale». Il fenomeno divenne quasi incontrollabile: ogni giorno un quotidiano locale segnalava l’esistenza di qualche bambino in grado di compiere prodigi. Queste notizie arrivarono ben presto anche a Pechino. Un film uscito nel 1981 dal titolo «Tu credi?» finì per influenzare moltissime persone che corsero a denunciare fenomeni paranormali. Si formarono numerosi gruppi di ricerca per studiare questi accadimenti e secondo il Journal of The American Society for Psychical Research che nel 1991 si occupò della vicenda, furono migliaia i bambini catalogati con «poteri speciali».

A unire la spinta alla modernizzazione con questi fenomeni pseudo scientifici fu Qian Xuesen (1911-2009), il grande protagonista della scienza cinese tra gli anni ’60 e ’90 e ancora oggi considerato uno dei «padri» dell’attuale sistema di sorveglianza cinese (perfino Xi Jinping in diversi discorsi ha parlato di «ingegneria dei sistemi», uno dei cavalli di battaglia di Qian cui oggi è dedicato un museo inaugurato nel 2018 a Shanghai).

Lo scienziato, tornato in Cina dopo anni negli Usa al Mit a seguito della campagna maccartista contro chiunque fosse sospettato di «comunismo», è considerato il fautore del sistema missilistico cinese nonché uno dei protagonisti del lancio dell’atomica cinese nel 1964. Fu lui a introdurre la cibernetica in Cina e la teoria dell’«ingegneria dei sistemi», ovvero la disciplina che prevede la possibilità di costruire «un sistema» nel quale macchine e uomini interagiscono, finendo per sovrapporsi o mischiarsi, dando vita a una riconfigurazione dei confini sia nel campo sociale che in quello tecnico.

Il concetto di «ingegneria dei sistemi uomo-macchina-ambiente», faceva parte di una ricerca interdisciplinare supportata da Qian, volta al funzionamento ottimale del «sistema» esaminando la trasmissione, l’elaborazione e il controllo di informazioni tra esseri umani, macchine e ambiente. Secondo Xiao Liu, autrice di Information Fantasies: Precarious Mediation in Postsocialist China (University of Minnesota Press, 2019), gli scienziati cinesi (che arrivavano tutti quanti da incarichi militari) avevano così sottolineato «l’ambiente come parte del sistema ultracomplesso. “Ambiente” può riferirsi all’ambiente ampio e dinamico nello spazio esterno, che di solito non è abitabile per gli esseri umani, così come a un piccolo ambiente artificiale».

Su questo approccio che considerava l’ambiente come elemento fondamentale per comprendere la possibilità di comunicazione uomo-macchina, la particolarità dell’approccio di Qian Xuesen fu quello di considerare scientifici i fenomeni paranormali, nel tentativo di stabilire una connessione tra corpo, concepito come medium, ed energie disperse nell’ambiente. A questo proposito Qian coniò il termine di «scienza somatica»: «Se applichiamo – scrisse- alla futura pratica educativa qualsiasi scoperta che facciamo sui bambini prodigio, tutti potranno diventare “saggi” nel ventunesimo secolo; se scopriamo come funzionano i poteri extrasensoriali e usiamo questi principi per sviluppare il potere latente del corpo umano, tutti saranno in grado di diventare “onniscienti”. Come conclude Xiao Liu, per Qian Xuesen il corpo umano è «un sistema di informazione» e il Qi sarebbe stata la caratteristica che consegnava alla Cina questa peculiare possibilità storica.

Queste derive pseudo-scientifiche di Qian, considerando anche il suo posto di rilievo nel panorama della Cina di allora, diedero fiato ad alcune travisazioni del movimento Qigong (negli ’80 si parlava apertamente di «Qigong fever»): una foto scattata nel 1993 – molto nota nelle storie «paranormali» cinesi – mostra una folla di persone a un raduno Qigong (attenzione non tutti i praticanti di Qigong finirono in queste derive…). Alcune di loro hanno delle pentole in testa, il cui scopo è quello di collegarsi «a qualcosa» nell’ambiente esterno.

Secondo Xiao Liu questa foto dimostrerebbe «la convinzione della necessità di una perfetta integrazione del corpo umano negli ambienti informativi. Il corpo umano è concepito contemporaneamente come un mezzo con immense potenzialità» ma in quanto «mezzo inadeguato» richiede sempre «qualche facilitazione» per rafforzare la sua connettività.

È proprio questa natura precaria della mediazione – sostiene Xiao Liu «che dà origine a varie visioni politiche e tecnocratiche nel manipolare il corpo e nel renderlo il luogo della competizione dei poteri e degli interessi economici».

Il movimento Qigong si sviluppò in modo decisamente rapido, coinvolgendo anche molti funzionari del partito comunista, fino a che venne dichiarato «pseudo scienza» nel 1994. Nel 1992 era nato il movimento Falun Gong il cui peso politico divenne un problema per il Partito comunista che finì per bandirlo dal territorio cinese. Fu Jiang Zemin – nel 1999 – a ingaggiare la battaglia contro un movimento al quale, secondo il governo cinese, appartenevano circa 70 milioni di cinesi.

1994

Il 1994 è un anno fondamentale nella storia della Cina per quanto riguarda la scienza e le pseudoscienze: per la prima volta viene approvata una legge contro la pubblicità fraudolenta in televisione, bloccando centinaia di spot che pubblicizzavano pozioni miracolose e altri rimedi naturali o meno dalla dubbia origine scientifica.

Analogamente il 5 dicembre 1994, il Consiglio di Stato e il Comitato del Pcc stabilirono nuove regole per lo studio della scienza nelle scuole. Nel nuovo regolamento si riconosceva che «negli ultimi anni l’istruzione pubblica nella scienza è andata in declino, nello stesso tempo sono aumentate le attività di superstizione e ignoranza e si sono spesso verificati casi di antiscienza e pseudoscienza. Pertanto devono essere applicate quanto prima misure efficaci per rafforzare l’istruzione pubblica della scienza. Il livello di istruzione pubblica in scienza e tecnologia è un segno importante dei risultati scientifici nazionali ed è una questione di importanza generale relativa alla promozione dell’economia, al progresso della scienza e allo sviluppo della società».

Il 1994 è anche l’anno nel quale in Cina viene installato il primo router e viene lanciata una prima pagina web con informazioni turistiche sulla Cina da parte dello Beijing’s Institute of High-Energy Physics. Internet comincia a diffondersi in alcune delle grandi città cinesi. Il «bombardamento mediatico» si sarebbe spostato dal cavo alla rete, ma il Pcc aveva imparato la lezione: proprio dagli epigoni di Qian Xuesen, e dall’ingegneria dei sistemi, sarebbe nato il progetto di controllo della rete (e non solo) che oggi conosciamo bene.

P.S. Fantasmi e spiriti maligni

Ancora oggi in Cina, a capodanno, lo scopo dei fuochi e dei petardi non è tanto quello di fare «colore», quanto fare «rumore»: la necessità è quella di scacciare gli spiriti maligni. In Cina se ne contano a migliaia, così come nei siti e nelle galassie che si occupano di «luoghi infestati», la Cina è sempre una tappa piuttosto importante.

A Pechino ci sono perfino dei percorsi nella «città dei fantasmi», mentre periodicamente in alcuni di questi luoghi, come ad esempio la Città Proibita, vengono denunciate presenze maligne o soprannaturali. Del resto la letteratura e anche il cinema cinese, per non parlare di quello horror di Hong Kong, hanno sempre avuto una grande presenza di fantasmi e spiriti o creature soprannaturali – o postumane – capaci di ispirare anche Borges che ne ha inseriti alcuni (la fenice, la volpe, il gallo) nel suo Il libro degli esseri immaginari.

E non è l’unica cosa che Borges ha attinto dalla Cina, considerando che lo scrittore argentino ha usato il sogno di essere una farfalla di Zhuangzi (369 a.C.-286 a.C.) come punto di partenza della sua confutazione sul progresso lineare del tempo in Una nuova confutazione del tempo.

Sui fantasmi e i mostri nella letteratura cinese, infine, Xia Jia, scrittrice contemporanea di fantascienza che unisce molti elementi della tradizione cinese su scenari futuristi, in un’intervista a il manifesto ne aveva dato questa spiegazione: «le fantasiose storie di fantasmi classici mostrano preoccupazione per l’Altro e l’Alieno». In uno dei suoi racconti un androide confuso sulla sua identità, cerca di salvare i suoi simili sacrificandosi, «e in questo modo dimostra di essere non solo un androide ma una persona reale».

Xia Jia non è la prima a mischiare racconti tradizionali cinesi con la fantascienza. «L’aspetto più interessante – ha detto – è che benché due orizzonti diversi possano collidere, ognuno rimane separato dall’altro: è questa costante frontiera a offrire nuove possibilità per la narrazione».

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Ritratto di Xi Jinping, il principe rosso https://minimaetmoralia.it/politica/ritratto-xi-jinping-principe-rosso/ https://minimaetmoralia.it/politica/ritratto-xi-jinping-principe-rosso/#comments Mon, 25 Mar 2019 10:15:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39825 All'indomani del passaggio italiano del presidente cinese Xi Jinping, pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

È complicato raccontare chi è Xi Jinping a un pubblico nostrano, perché la politica cinese ha grammatica e geometria diversa da quella occidentale ed è per di più caratterizzata da quel gusto tutto cinese per l’arguzia, per l’indovinello, per le contraddizioni e il tranello.

La vita di un politico cinese si somma di tanti fattori, a partire dall’origine familiare, dagli incarichi e dalla rete relazionale capace di guadagnarsi, o consolidarsi, posizioni all’interno delle fazioni all’interno del Partito comunista cinese che tra l’altro, proprio da quando al potere c’è Xi Jinping, si sono modificate stabilendo un nuovo ordine, punto di partenza di qualsiasi ragionamento che abbia a che fare con la Cina.

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All’indomani del passaggio italiano del presidente cinese Xi Jinping, pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

È complicato raccontare chi è Xi Jinping a un pubblico nostrano, perché la politica cinese ha grammatica e geometria diversa da quella occidentale ed è per di più caratterizzata da quel gusto tutto cinese per l’arguzia, per l’indovinello, per le contraddizioni e il tranello.

La vita di un politico cinese si somma di tanti fattori, a partire dall’origine familiare, dagli incarichi e dalla rete relazionale capace di guadagnarsi, o consolidarsi, posizioni all’interno delle fazioni all’interno del Partito comunista cinese che tra l’altro, proprio da quando al potere c’è Xi Jinping, si sono modificate stabilendo un nuovo ordine, punto di partenza di qualsiasi ragionamento che abbia a che fare con la Cina.

Con Xi Jinping, poi, come accadeva per le dinastie cinesi, è in corso un dibattito su quanto la sua politica sia in linea con la recente storia del partito comunista o quanto sia invece «rivoluzionaria» (e non per forza in senso positivo), come testimonia il recente «The third revolution, Xi Jinping and the new chinese state» della sinologa Elizabeth C. Economy, secondo la quale Xi avrebbe operato una terza rivoluzione, dopo quelle di Mao e Deng.

Le origini dunque: Xi Jinping nasce a Pechino nel 1953, anche se esistono versioni che lo vogliono nato in Shaanxi. Il padre è uno dei massimi dirigenti del partito comunista cinese, ma durante la rivoluzione culturale cade in disgrazia. Xi Jinping è spedito nello Shaanxi, luogo originario del padre, a vivere con i contadini.

Si tratta di un periodo che è già diventato leggenda: il luogo nel quale Xi ha trascorso quegli anni di sofferenza e di povertà, è diventato una nuova meta di pellegrinaggio per moltissimi cinesi. I fautori della tesi secondo la quale Xi Jinping sarebbe il nuovo Mao – in realtà una forzatura perché troppe sono le differenze – hanno trovato in questa circostanza un segnale di eguaglianza (anche i luoghi «natali» di Mao sono meta del cosiddetto «turismo rosso»).

Rafforzato dall’esperienza vissuta, Xi Jinping – dopo vari tentativi – entra nel partito comunista. Una rivalsa? La volontà di governare quel sistema che gli ha scombussolato l’esistenza? Potrebbe essersi trattato di sano pragmatismo. In ogni caso, viene spedito nello Hebei, una delle nazioni più povere della Cina. Poi Fujian, una delle più corrotte, infine Zhejiang una delle più ricche. Già questo percorso che lo porta a Pechino dice moltissime cose di Xi Jinping.

In merito al suo attuale potere all’interno del partito, elemento che si ritiene fondato, esso dipende da alcuni fattori: Xi Jinping ha accentrato molte cariche, ha fatto approvare una revisione della costituzione che lo mantiene in carica fino a quando vorrà, ha creato organi importanti in tema di controllo economico, culturale e di sicurezza che di fatto gli garantiscono il pieno controllo del paese.

La forza di questo dominio risiede nell’attuale rete di relazioni di Xi Jinping, maturata proprio negli anni della gavetta (durante i quali andrà anche negli Usa, nel Midwest, a imparare metodi di allevamento di bestiame, un elemento rilevante perché nella prima visita negli Usa Xi è voluto tornare dalle famiglie che lo ospitarono. E non solo perché quando la Cina ha reagito alla prima ondata di dazi americani, è andata a colpire proprio quell’area, base e «pancia» elettorale di Donald Trump, dimostrando di conoscere molto bene gli Stati Uniti).

Intanto: Xi Jinping è un «principe rosso»: così vengono definiti i discendenti degli eroi che combatterono con il padre fondatore della Repubblica Popolare Cinese Mao Zedong.

Appartiene quindi «di nascita» a una delle fazioni più potenti all’interno del partito comunista: dei «principini» si dice siano conservatori in politica interna e riformatori in politica economica. Lo stesso non si può dire di Xi Jinping, il quale, nel suo dominio all’interno del Pcc ha usato proprio il suo passato per creare una sorta di «gruppo» a lui completamente devoto, dimostrandosi conservatore nella gestione della politica interna e statalista, più che riformatore, in ambito economico.

Le regioni nelle quali ha esercitato i primi passi da funzionario risultano fondamentali oggi: i funzionari di Hebei, Fujian e Zhejiang costituiscono il cuore del suo potere. Xi ha sistemato suoi antichi collaboratori nei gangli vitali del Partito, creando una base del suo comando capace di diminuire in modo drastico il potere della Lega dei giovani comunisti (l’altra fazione, con i principini, del partito comunista, cui appartiene Li Keqiang, l’attuale premier). E non solo, perché all’ultimo congresso del partito comunista, il diciannovesimo, ha sostanzialmente resa innocua la «sesta generazione» dei leader cinesi, ovvero i candidati a sostituirlo.

Con la revisione della Costituzione che gli garantisce la possibilità di rimanere a capo del partito anche dopo il secondo mandato e con un Politburo completamente nelle sue mani, Xi ha stroncato le velleità di tutta una generazione politica a comandare. Quando venne nominato segretario del partito comunista a fine del 2012, si sapevano molto cose su Xi Jinping, molte di più di qualunque altro leader. Note biografiche, non ancora agiografiche, la moglie cantante, ben più famosa di lui quando Xi cominciò a scalare le vette del partito. Ma quasi nessuno, all’epoca, avrebbe saputo dire con certezza quale tipo di politiche Xi avrebbe sostenuto durante la sua leadership.

Al suo esordio nominò il «Sogno cinese» e promise un repulisti, come hanno fatto tutti i leader cinesi, all’interno del partito. Ed ecco ancora la sua esperienza passata, quella nella regione più corrotta della Cina. Xi sale al potere nel momento peggiore, da molti anni, per il Partito, in crisi di legittimità nei confronti della popolazione: troppa corruzione e troppi abusi.

La sua campagna anti corruzione – altro che «spazza corrotti» – ha portato davanti a giudici centinaia di migliaia di funzionari. In carcere ne sono finiti a migliaia, tanto che nelle prigioni «politiche» all’ultimo capodanno cinese hanno dovuto bloccare le visite, perché ci sarebbe stata troppa gente nei penitenziari. Con questa mossa, con l’attitudine di chi non guarda in faccia nessuno e trovate «populiste» come ad esempio andare a mangiare in posti popolari, Xi Jinping si è garantito l’amore della popolazione cinese. E ha ripulito l’immagine del Partito nel paese.

Ma tutto questo non sarebbe bastato a farne uno degli uomini più potenti del mondo, nonché uno dei leader cinesi più potenti di sempre. Arrivato al potere nel 2012 (nominato poi presidente della Repubblica nel marzo 2013), Xi Jinping in soli sette anni ha già segnato per sempre la storia della Cina e del partito comunista cinese.

Dimostrando di cogliere tanto le dinamiche interne quanto internazionali, ha contrassegnato la sua «nuova era» con due elementi determinanti: il piano «Made in China 2025» che mira a trasformare l’impianto economico-industriale del paese puntando tutto sull’innovazione e la «Nuova via della Seta» – One Belt One Road – e un piano geopolitico e geo strategico che ha come obiettivi quello di conquistare mercati e aumentare l’influenza economica cinese nel mondo, approfittando delle attuali complicazioni del mondo multilaterale e della svolta protezionista dell’America di Trump.

In questo disegno Xi Jinping si pone sia in continuità con alcuni desiderata del partito comunista, il mantenimento della stabilità, il miglioramento della vita della popolazione più povera e il saldo controllo politico del partito, ma segna una discontinuità per quanto riguarda il suo piano di governance che, per la prima volta – dopo molto tempo in cui la dirigenza cinese si è concentrata sull’interno, come richiesto più volte da Deng Xiaoping – riporta la Cina al centro del consesso mondiale.

Alcuni elementi della personalità e dei metodi di Xi si potevano intuire già alla fine del 2012, dopo lo Shibada, il diciottesimo congresso del partito comunista: Xi Jinping era arrivato al potere al termine di uno scontro clamoroso all’interno del partito comunista. Quel concetto di «guida collegiale» del partito, voluto fortemente da Deng Xiaoping, aveva difeso il Pcc da quello che era stato considerato un attacco troppo rischioso.

Il segretario del partito di allora di Chongqing, Bo Xilai, funzionario capace di reggere ogni livello mediatico e portatore di una sorta di «neo maoismo» fatto anche di folklore, come ad esempio le canzoni rosse che avevano sostituito le pubblicità sulle reti televisive locali o l’invio di giovani universitari in campagna per «imparare dai contadini», ma anche di investimenti statali, sgravi fiscali per le aziende hi-tech, sembrava aver lanciato una sorta di scalata all’interno del partito. Partito che si chiuse a riccio, escluse Bo Xilai e anzi non si limitò a tenerlo fuori dalla gara politica: lo portò a una condanna all’ergastolo che sta tutt’ora scontando.

L’esito di questo scontro diede ancora più forza a Xi Jinping; ma all’epoca non si sapeva ancora. Oggi sappiamo un po’ meglio di allora chi sia Xi Jinping. Come racconta Wang Lixiong, scrittore e attivista cinese, marito di Woeser, scrittrice e attivista tibetana, nella rivista on line «Made in China», «Per prevenire la ricomparsa di un altro Mao Zedong capace di porsi al di sopra del Partito e di danneggiare così i gruppi burocratici, Deng aveva promosso la «costruzione del partito» e la «democrazia interna al partito».

La democrazia interna può essere paragonata a una «macchinizzazione del potere» secondo cui «tutti i membri del gruppo burocratico sono parte della macchina e si sovrappongono e restringono l’un l’altro il proprio ruolo in conformità con la rigidità della struttura». L’autorità più alta è solo una «posizione», non è importante chi lo riempie. Quella persona non deve violare le regole della macchina E inoltre, «non deve distruggere la macchina stessa».

Come ben sappiamo di recente Xi Jinping ha invece cambiato registro: la sua leadership ha dato vita a un congresso, il diciannovesimo, che non ha nominato nel comitato centrale alcun successore. Quelle regole di Deng Xiaoping, formali per quanto riguarda la segreteria, e «costituzionali» per quanto riguarda la carica di presidenza della repubblica, sono dunque saltate.

Secondo gli analisti meno critici nei confronti del partito, questa svolta serve al numero uno per garantire continuità con quanto ha seminato, in primis il mega progetto della «Nuova via della Seta». Secondo i più critici, si tratta invece di un’involuzione autoritaria da parte della Cina: più il paese diventa globale – tanto economicamente, quanto nella sua postura internazionale – più si chiudono gli spazi di libertà. All’interno di queste due posizioni si staglia il grande piano di Xi Jinping, il cui pensiero è stato formalmente inserito nello statuto del partito comunista, sotto la dicitura, «Socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era».

Qual è dunque la nuova era di Xi Jinping?
Xi Jinping costituisce uno storico punto di discontinuità nella recente storia cinese. La Cina del «decennio d’oro», il periodo che va dal 2002 al 2012, era un paese contraddistinto da una crescita a doppia cifra, in grado di organizzare Olimpiadi a Pechino nel 2008 e l’Expo a Shanghai nel 2010 – entrambi eventi da considerarsi ben riusciti.

Analogamente era il paese che, a seguito dell’epoca delle Riforme volute da Deng Xiaoping, aveva saputo inserirsi nei meccanismi economici mondiali, guidando la propria economia in modo pianificato e sapendola difendere da pericolose ingerenze esterne, tanto che la crisi finanziaria del 2008 colpì Pechino solo di rimbalzo mettendo in difficoltà il suo modello legato all’esportazione.

Quella Cina era un paese guidato dal Partito comunista, non senza polemiche sui temi dei diritti umani, ma di cui veniva riconosciuta la capacità di una dirigenza di tecnocrati in grado di fare andare la locomotiva cinese nella direzione voluta. Si parlava, non a caso, di «dirigenza» in modo generico: l’allora numero uno Hu Jintao non era certo nei radar dei media internazionali; in pochi ricordano il suo contributo teorico dello «sviluppo scientifico» del socialismo cinese data la sua figura grigia, diluita nella «guida collettiva» del partito.

Dal 2012 tutto questo è cambiato: alla segreteria del Partito e alla presidenza della Repubblica popolare è arrivato Xi Jinping. Il suo nome, allora, venne identificato come «segnale di continuità» con il passato. La realtà ha dimostrato il contrario, fin dall’inizio: quella che doveva essere una successione «pacifica» ha portato alla luce del sole una lotta terribile all’interno del partito.

È sicuramente vero che Xi abbia attirato su di sé più cariche di Mao Zedong e con la campagna anticorruzione si è presentato come il risolutore del «male dei mali» della Cina guadagnando sostegno e credibilità popolare. Ha posto sotto di sé militari, sicurezza nazionale ed economia. È stato nominato «cuore» del partito comunista e il «pensiero di Xi Jinping», così come il «pensiero di Mao Zedong» e la «teoria di Deng Xiaoping» è finito nello statuto del partito comunista, divenendo una linea guida associata al suo nome finché il partito esisterà. Di fatto Xi Jinping non è solo l’uomo più potente della Cina ora, ma è l’uomo più potente dalla nascita della Repubblica popolare. Questo accentramento dei poteri ha avuto come direttrici tanto la politica interna, quanto – e soprattutto – quella estera.

Il «nuovo sogno cinese», ovvero la volontà di riportare il paese al posto che gli compete, al centro del mondo, «la rinascita della nazione cinese», un mix di tentativi immaginifici molto simili al soft power (calcio, cinema ad esempio) insieme allo smart power (progetti di acquisizione economica tout court) costituisce il fulcro attraverso il quale Xi Jinping ha rimesso la Cina al centro di trame mondiali.

Xi Jinping ha disegnato per il futuro una «globalizzazione alla cinese», costituita dalla Nuova via della seta; si tratta di una globalizzazione paternalistica, sicuramente egemonica e per quanto nazionalistica, molto distante dalla muscolarità americana. Internamente Xi Jinping ha spinto su innovazione, robotica, intelligenza artificiale, big data e su una maggiore compenetrazione tra pubblico e privato, arrivando a desiderare una partecipazione statale anche nelle aziende fiore all’occhiello del rinnovato «made in China», non più solo fake, ma campioni del mondo dell’e-commerce (Alibaba) o delle app e gaming (Tencent, in particolare con la super app WeChat, strumento indispensabile per chiunque sia in Cina).

Ma non solo perché Xi ha dimostrato di sapersi muovere anche a livello immaginifico. Quasi tutti gli osservatori della Cina sono concordi nel ritenere che una delle principali caratteristiche dell’attuale presidente della Repubblica popolare sia stato quello di recuperare all’interno di un discorso politico l’uso dei classici cinesi.

Citazioni colte contraddistinguono la retorica di Xi Jinping nei suoi interventi, tanto da essere di recente raccolte in un libro, nonostante l’attuale numero uno cinese sia cresciuto durante la rivoluzione culturale quando i classici erano proibiti. Maurizio Scarpari, importante sinologo italiano, ritiene che Xi miri a tratteggiare su di sé l’immagine dello junzi confuciano, l’uomo retto, saggio, colto che vive in perfetta armonia (Ritorno a Confucio, Il Mulino).

Un essere confuciano capace di rispettare dunque l’armonia in qualsiasi forma si presenti nel mondo. In questo modo – puntando a un’armonia costante – il confucianesimo recuperato dal presidente Xi Jinping potrebbe permettere alla Cina di puntare a un’armonia universale. Che naturalmente la Cina metterebbe a disposizione di tutti, come ha lasciato intendere ogni discorso internazionale di Xi.

Ma non solo, perché un altro lato della medaglia di Confucio, è quello più gerarchico, secondo il quale il mondo è rigidamente organizzato e schematizzato in rapporti di potere, laddove il sovrano – o in questo caso il partito comunista – deve guidare il paese, attraverso una condotta retta e capace di arrivare «al cuore del popolo».

Chi può fermarlo dunque?
Secondo il Wall Street Journal in una Cina di questo genere il pericolo potrebbe arrivare dai miliardari. Ma Xi ha già dimostrato di sapere come gestirli: arrestandoli. Che Cina sarà dunque: un paese sempre più improntato ad allargare il più possibile la classe media e a fare pesare il proprio ruolo internazionale. Ma nelle mani di una sola persona, come non accadeva da tempo. Sistemate le cose internamente, Xi ha volto lo sguardo all’esterno timbrando la propria presidenza con il progetto della Nuova via della Seta. Questo progetto – insieme alla proposta «globale» della Cina sullo scacchiere internazionale – è perfettamente in linea con la recente storia cinese.

Quando nel 1949 la rivoluzione ebbe successo, con i nazionalisti rifugiati a Taiwan, i cinesi ripescarono uno slogan usato per la prima volta dagli intellettuali nel 1915, a sottolineare la memoria del secolo orrendo appena trascorso: «non dimenticare mai l’umiliazione nazionale» (wuwang guochi). La Cina non deve dimenticare, perché non dovrà essere umiliata mai più. Ecco allora la linea di continuità con quanto predica il presidente Xi Jinping dall’inizio del suo mandato. Non a caso Xi Jinping, poco dopo essere stato nominato a capo del Partito comunista ha detto: «noi dobbiamo conservare il vincolo che esiste tra la ricchezza di una nazione e la sua forza militare, per costruire una solida difesa nazionale».

In queste parole riecheggia il concetto di «benessere e potere» (fuqiang) che ha costituito un leitmotiv per la Cina del dopoguerra. I primi segnali della politica estera che ha in mente Xi Jinping sono arrivati poco dopo la sua nomina ufficiale a presidente della Repubblica popolare avvenuta nel marzo 2013.

A una conferenza del Partito nel novembre di quell’anno Xi Jinping pronuncia un discorso dal titolo «Facciamo in modo che il senso di una comunità dal comune destino sappia conquistare anche i nostri vicini», nel quale afferma – ancora denghianamente – che la Cina deve assicurarsi «buone relazioni internazionali perché possa procedere alle proprie riforme, al proprio progresso e alla propria stabilità», aggiungendo – e in questo caso c’è uno scarto rispetto a Deng – che la Cina deve ancora sviluppare un senso di «comunità di interessi» in Asia.

In questo modo Xi indicava la necessità di utilizzare un approccio «proattivo» della Cina sullo scenario internazionale (di questo ne scrivono in modo chiarissimo Alessandra C. Lavagnino e Bettina Mottura in «Cina e modernità», Carocci editore, 2016), pur mantenendo alcune linee guida fondamentali come l’ascesa pacifica e la non ingerenza negli affari interni degli altri stati.

In altre occasioni Xi Jinping specificherà che la Cina dovrà condurre una diplomazia «alla stregua di una grande potenza» e consolidare la propria leadership in Asia. Secondo Xi il paese è di fronte a un momento strategicamente propizio, ma la sua forza nel panorama internazionale dipenderà esclusivamente dagli sforzi diplomatici che Pechino saprà mettere in atto.

Xi Jinping ha indicato più volte la strada per «iniettare più elementi cinesi nell’ambito delle regole internazionali». Qui siamo di fronte a un vero scarto, perché mai nessun leader in passato aveva espresso l’intenzione di una postura internazionale così forte della Cina, anzi, si era sempre sottolineata l’importanza di rafforzare il paese, prima di dedicarsi agli aspetti internazionali.

Ponendosi, di fatto, alla guida del mondo, con un proprio concetto di «globalizzazione» e una «teoria politica» che viene definita ormai compiuta, tanto da poter finire nelle teorie fondamentali del pensiero cinese, Xi Jinping segna una profonda discontinuità con il recente passato cinese.

Ed ecco ancora la complessità: quanto per noi è contraddittorio, per i cinesi non lo è. Il prisma politico cinese è variegato e ambiguo, ai nostri occhi. E in questa costante tensione tra continuità e rivoluzione, si trova l’essenza del potere di Xi. Benché si debba sempre tenere a mente quanto diceva Simon Leys, ovvero: «a meno di sapere come decifrare iscrizioni inesistenti scritte con inchiostro invisibile su una pagina bianca, nessuno dovrebbe tentare di analizzare la politica cinese».

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Big Data e intelligenza artificiale. La sfida della Cina https://minimaetmoralia.it/politica/big-data-intelligenza-artificiale-la-sfida-della-cina/ https://minimaetmoralia.it/politica/big-data-intelligenza-artificiale-la-sfida-della-cina/#comments Tue, 12 Feb 2019 09:27:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39431 Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

La corsa cinese ai Big Data e all'intelligenza artificiale sembra sempre di più una «campagna», simile a quelle che, nel tempo, il partito comunista ha lanciato in Cina sui più disparati argomenti, dal «socialismo con caratteristiche cinesi», alla politica del figlio unico, fino al più recente «sogno cinese» del presidente Xi Jinping. Si tratta di obiettivi non soltanto annunciati, perché poi finiscono per essere declinati in ogni campo della vita sociale del paese, attraverso striscioni presenti nelle città, iniziative, eventi e una serie di indicazioni – rappresentati nella loro ufficialità da documenti del partito comunista – che diventano poi «norma» all'interno dell'organizzazione sociale del paese.

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

La corsa cinese ai Big Data e all’intelligenza artificiale sembra sempre di più una «campagna», simile a quelle che, nel tempo, il partito comunista ha lanciato in Cina sui più disparati argomenti, dal «socialismo con caratteristiche cinesi», alla politica del figlio unico, fino al più recente «sogno cinese» del presidente Xi Jinping. Si tratta di obiettivi non soltanto annunciati, perché poi finiscono per essere declinati in ogni campo della vita sociale del paese, attraverso striscioni presenti nelle città, iniziative, eventi e una serie di indicazioni – rappresentati nella loro ufficialità da documenti del partito comunista – che diventano poi «norma» all’interno dell’organizzazione sociale del paese.

Non è un caso, infatti, che qualche giorno dopo le parole con cui Xi Jinping per la prima volta – all’interno di un gruppo di lavoro a latere del summit del comitato centrale del partito comunista svoltosi un mese fa – ha fatto esplicito riferimento all’intelligenza artificiale, è arrivata la notizia secondo la quale da quest’anno l’Ai diventerà una materia scolastica per gli istituti di primo e secondo grado. In precedenza, i media cinesi avevano spiegato che in alcune scuole saranno attivi alcuni droni dotati di telecamere «intelligenti», in grado di monitorare ogni secondo gli alunni, studiandone i comportamenti durante le lezioni.

La corsa all’Ai finisce per irretire tutta la popolazione: investimenti, educazione e formazione, è il cocktail che la dirigenza cinese sta cercando di ottimizzare affinché si renda credibile l’obiettivo che la leadership si è data, ovvero colmare il gap con gli Stati uniti entro il 2020 e diventare la prima potenza in fatto di intelligenza artificiale entro il 2030.

Naturalmente, questo processo non viene letto solo nella sua direzione e nei suoi impatti immediati di natura economica e tecnologica. Se è vero, infatti, che la Cina punta a sviluppare l’Ai per migliorare la propria produzione manifatturiera, la medicina, le ricerche per quanto riguarda lo spazio e, più in generale, l’«internet delle cose», è altrettanto chiaro che questo approccio sia ormai da riferirsi anche a tutto quanto l’Ai può dare a un partito unico in un paese, in termini di controllo sociale e «mantenimento della stabilità» (il vero mantra della dirigenza cinese, da Deng Xiaoping in avanti).

È bene ricordare che la storia della Cina è segnata, da sempre (pur nelle tante differenze che emergono nel periodo imperiale tra le varie dinastie) da più o meno velati tentativi di irrigimentare la società attraverso un controllo diffuso e, in alcuni casi, «militarizzato». A questo proposito non ci sono esempi solo nella – più vicina a noi – Rivoluzione culturale.

Come scrive Kai Vogelsang nel suo prezioso Cina, una storia millenaria (Einaudi, 2014, pp.632, euro 35), uno dei volumi migliori per quanto riguarda la straordinaria storia cinese, «anche nella vita quotidiana la società dei Qin era organizzata in modo perfettamente militare. Tutti gli abitanti erano divisi in gruppi di cinque o dieci famiglie che lavoravano insieme e si controllavano a vicenda. Nacque così un vigoroso sistema di sorveglianza in cui tutti erano sottoposti all’obbligo della denuncia e della responsabilità collettiva». Questo sistema fu pensato da Shang Yang, colui che in precedenza aveva convinto tutti a fare del «legismo» la guida dell’allora impero: più in là, venne accusato di aver fomentato una rivolta e finirà la sua vita squartato.

Sulle tendenze securitarie e più in generale sulla corsa cinese all’Intelligenza artificiale ne abbiamo parlato con Jeffrey Ding, ricercatore presso l’Università di Oxford. Spesso citato da media internazionali, come il Washington Post, il South China Morning Post, la Mit Technology Review, ha pubblicato nel marzo del 2018 un report dal titolo Deciphering China’s Ai Dream. The context, components, capabilities, and consequences of China’s strategy to lead the world in Ai, nel quale analizza natura e tendenze su tecnologia, Big Data e, naturalmente, intelligenza artificiale. Oltre a questo, cura una newsletter fondamentale per chi si occupa di questo paese asiatico e di intelligenza artificiale.

Quali sono secondo lei i principali obiettivi della Cina legati all’intelligenza artificiale?

Gli obiettivi riguardano la necessità di costruire competitività economica e sicurezza militare. I migliori analisti di questo processo hanno identificato l’intelligenza artificiale come una tecnologia in grado di fornire un vantaggio strategico decisivo nel campo della sicurezza internazionale. Alcuni hanno ipotizzato che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe costituire una rivoluzione nel settore bellico, cambiando il carattere della guerra e della competizione militare. Potrebbe avere impatti simili nella sfera economica, poiché è un campo in grado di alterare i processi di produzione in una vasta gamma di settori.

Crede che il divario tra Cina e Usa possa diminuire?

Penso che gli Stati Uniti siano abbastanza all’avanguardia in termini di sviluppo dell’intelligenza artificiale. Nel mio report stilo una sorta di Indice di Potenzial Ai: in questo indice gli Stati Uniti hanno il 33 percento del potenziale mondiale di intelligenza artificiale, mentre la Cina è in scia con il 17 percento. Per quanto riguarda il lungo termine, è troppo difficile da prevedere, perché i diversi driver (hardware, dati, talento di ricerca e sviluppo e l’ecosistema commerciale) che alimentano l’intelligenza artificiale stanno rapidamente trasformandosi e quanto è vero oggi potrebbe non esserlo più in futuro. Ad esempio, i progressi nella creazione di dati sintetici e nella simulazione dei dati potrebbero smorzare l’importanza di avere accesso a dati grandi e ben strutturati.

Quali sono le start-up preminenti di Ai (e gli imprenditori) che sono più connessi con la vita quotidiana in Cina oggi?

Molte startup, come Sensetime, lavorano su tecnologie fondamentali di cui gli utenti ordinari non hanno molta esperienza nella loro quotidianità. Le aziende, come Baidu, che hanno adattato le tecnologie di Ai in prodotti (oratori intelligenti) sono più legate alla vita quotidiana in Cina.

Sulla base dei suoi studi e delle sue ricerche, è preoccupato per le implicazioni cinesi in questo settore e le potenziali forme di sorveglianza sociale?

Sì, lo sono. Vi sono diversi rischi che le tecnologie di intelligenza artificiale possano consentire una censura e una «vigilanza» più efficienti.

All’interno del campo dei Big Data e dell’intelligenza artificiale finisce anche il cosiddetto sistema dei crediti sociali cinesi. Non a caso uno dei capitoli del suo report è intitolato proprio «Implicazioni dell’Ai sul modello di governance sociale della Cina». Come descriverebbe questo «piano» a un pubblico occidentale? Siamo di fronte al Grande Fratello o semplicemente a Confucio?

Il sistema del credito sociale cinese potrebbe essere definito come uno sforzo del governo cinese per aumentare la fiducia nella società, monitorando le attività dei cittadini. Nella pratica, però, non esiste un sistema nazionale coerente al momento, quanto una rete disgiunta di sistemi che include anche quelli molto simili ai modelli di valutazione del credito finanziario. Tuttavia, c’è il rischio che i progressi dell’intelligenza artificiale possano portare alla sorveglianza di massa.

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Xi Jinping e Kim Jong-un, tra la Cina e la Corea del Nord https://minimaetmoralia.it/mondo/xi-jinping-kim-jong-un/ https://minimaetmoralia.it/mondo/xi-jinping-kim-jong-un/#respond Tue, 03 Apr 2018 06:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36793 di Simone Pieranni

Cosa può fare un uomo esperto e navigato che guida la Cina di oggi, e le cui scelte garantiscono la vita del regno del giovane Kim Jong-un, nel momento in cui quest’ultimo sembra prendere appuntamenti storici con chiunque, ma non con lui? Lo convoca a casa sua. E così ha fatto Xi Jinping.

E il giovane Kim Jong-un è andato, capendo che era giusto recarsi a Pechino, senza stare a fare troppe discussioni.  E questo incontro l’ha suggellato con le sue parole finite nei comunicati ufficiali: «È opportuno che il mio primo viaggio sia nella capitale della Cina ed è mia responsabilità continuare a considerare le relazioni tra la Corea del Nord e la Cina importanti al pari della vita».

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kim

di Simone Pieranni

Cosa può fare un uomo esperto e navigato che guida la Cina di oggi, e le cui scelte garantiscono la vita del regno del giovane Kim Jong-un, nel momento in cui quest’ultimo sembra prendere appuntamenti storici con chiunque, ma non con lui? Lo convoca a casa sua. E così ha fatto Xi Jinping.

E il giovane Kim Jong-un è andato, capendo che era giusto recarsi a Pechino, senza stare a fare troppe discussioni.  E questo incontro l’ha suggellato con le sue parole finite nei comunicati ufficiali: «È opportuno che il mio primo viaggio sia nella capitale della Cina ed è mia responsabilità continuare a considerare le relazioni tra la Corea del Nord e la Cina importanti al pari della vita». Paragoni impegnativi, ma comprensibili anche perché la vulgata, i «si dice», davano Xi e Kim lontani anche per una mera questione di antipatia. O forse Xi sentiva una mancanza di rispetto che pare colmata. Prima di addentrarci in questo mondo di diplomazia, di sicure indicazioni e mosse future, è bene raccontare anche il mistero all’interno del quale Cina e Corea del Nord hanno voluto sfumare questo momento storico. Lunedì in Cina è arrivato un treno dalla Corea del Nord. Un convoglio verde militare, lo stesso usato dal padre di Kim Jong-un, quel Kim Jong-il che dentro a uno di quei vagoni pare ci sia perfino morto. Poi abbiamo saputo di auto nere, dai vetri offuscati, a percorrere rapide quelle strade della capitale cinese che chi è stato in Cina conosce bene: ampie, che sembrano sempre asfaltate di fresco e lavate come ogni sera. Poliziotti ovunque, a segnalare che qualcosa di speciale era in corso, stava avvenendo.

Ci siamo chiesti se tutto questo bailamme fosse per Kim, e ci siamo risposti di sì, perché alcuni riti si conoscono, si percorrono da secoli e vengono elargiti, talvolta. Come l’usanza che vuole rivelare la presenza di un leader nordcoreano a Pechino, solo quando è tornato a Pyongyang. Così è stato in precedenza, così è stato questa volta. C’è un «prima», dunque, fatto di attesa, di mezze parole, come quelle della portavoce di Pechino: «a tempo debito vi diremo», ha raccontato ai giornalisti. Ed è apparso come un segnale evidente: allora Kim è in Cina. Non solo, perché nel «prima» non si poteva non cogliere un dettaglio dirimente: in Russia a breve andrà il ministro degli esteri nord coreano. Per quanto Kim sia a suo modo coraggioso, non era immaginabile un’umiliazione diplomatica per la Cina, mandando anche a Pechino un semplice funzionario. Xi Jinping ha invitato Kim a casa sua. E Kim doveva andare.

Poi c’è un «mentre», nel quale Kim e Xi Jinping, forse, hanno pensato al loro destino. Ci sono questi due uomini quindi, seduti uno di fronte all’altro. C’è uno di loro, quello giovane, al potere dal 2011: ha dovuto affrontare non pochi problemi; a soli 34 anni ha ereditato un paese che tutti definiscono «eremita». Ma non lo è affatto, anzi, è connesso in modo complicato con tutto il resto del mondo. La complessità del potere di Kim si è snodata, fin da subito, attraverso l’esigenza di ottenere il rispetto degli anziani nel nome di Confucio. Si dice che nessuno lo conosceva, che nessuno sapeva che faccia aveva, come parlava, come camminava, come teneva le mani durante i discorsi, quale fosse il suo passo nelle ispezioni fuori  dal suo quartier generale. Kim Jong-un – però – assomiglia molto al «Presidente Eterno», a suo nonno, il fondatore della dinastia Kim Il-sung. A risolvere i problemi ci ha pensato il marketing: Kim ha fatto mettere la sua foto ovunque, perché il popolo potesse cogliere la somiglianza con il nonno, ottenendo rispetto. Poi ha dovuto gestirsi il partito, il partito dei lavoratori nord coreano. Il padre governava e comandava, ma aveva elargito potere e favori per anni. Lui aveva solo debiti. Si è destreggiato, ha epurato persone, ne ha promosse altre: non si sa neanche bene come, ma è rimasto in sella al suo trono. Si è allora messo a pensare ad altro: a come garantire la continuità dinastica della stirpe dei Kim, dei padri della patria coreana, dei padri del juche, di questa economia che vive di Cina, di piccoli mercati illegali, di fatica e che intrallazza nella globalizzazione, quasi in disparte, come quei piccoli furfanti dei film western. Kim ha dovuto pensare all’unica arma che poteva garantirgli il potere, il nucleare.

In tutto questo, in soli sette anni, Kim Jong-un si è guadagnato il rispetto dei suoi e – per quanto possa sembrare strano – perfino del mondo intero. Mentre tutti i media – per lo più quelli nostrani – insistevano sulla sua follia, il suo cinismo e la sua abilità diplomatica lo hanno portato a compiere, mossa dopo mossa, un vero e proprio scacco alla comunità internazionale. Tanto che adesso è con lui che bisogna negoziare.

Nel «mentre» di fronte a lui c’è Xi Jinping. Lui è arrivato al potere dopo Kim, nel 2012, ma è tutta un’altra storia. Xi Jinping è diventato il numero uno al termine di una hollywoodiana lotta interna al partito comunista cinese (cose che fossero successe negli Usa sarebbero già diventate serie tv e film). Il suo rivale, o supposto tale, Bo Xilai era il segretario di Chongqing, la Gotham City cinese. Faceva cantare la canzoni rosse, mandava i giovani a rieducarsi, aveva tolto le pubblicità dai palinsesti televisivi. Era un «nuovo maoista». Xi lo ha schiacciato, sfruttando l’omicidio di un britannico, di cui ha accusato la moglie del rivale; ha fatto cadere uno a uno tutti gli alleati di Bo Xilai. Ora il «nuovo maoista» è in carcere, condannato all’ergastolo. Xi Jinping è l’uomo più potente della Cina: segretario del Pcc, presidente della Repubblica, capo delle forze armate. Grazie a una recente manovra politica ha fatto cancellare il limite dei mandati: se vuole può essere il capo a vita. Come poteva sopportare l’idea che il suo giovane amico nord coreano lo snobbasse? Non poteva. Si è detto, nel «prima» e perfino nel «mentre», che Xi Jinping non abbia grande interesse nella difesa della Corea del Nord. Ma Xi sa cosa sia il patriottisimo, sa quali corde fare vibrare. Xi Jinping ha dimostrato di sapere che esiste un momento per tratteggiare i contorni di un futuro da controllare, da puntellare con le proprie forze – mentali e fisiche – e un momento nel quale è necessario invocare forze storiche per legittimare un passaggio politico. Durante lo scorso congresso del partito, il diciannovesimo svoltosi a ottobre, aveva parlato tre ore e mezza sciorinando numeri e prospettive economiche e di global governance. Poi, una volta rinominato capo supremo, ha invece usato parole di fuoco, in grado di riscaldare quella nazione cinese che Xi Jinping vuole riportare ai fasti della sua storia.

E per commuovere i cuori cinesi basta fare riferimento all’unità e alla sovranità territoriale. Quel «mai più» che echeggia in Cina è proprio riferito alle umiliazioni patite nel recente passato dal paese: un momento umiliante, con il territorio cinese innaffiato prima di oppio e poi scalzato e rigirato tra le mani di potenze occidentali o nemici vicinissimi, come il Giappone. Quel «mai più» risuonava già nelle parole di Mao e non ha smesso di percuotere i discorsi dei leader cinesi: Deng Xiaoping, Jiang Zemin, Hu Jintao, perfino lui, il triste e grigio predecessore di Xi. Tutti i leader cinesi sanno bene come toccare le corde del patriottismo e del nazionalismo cinese. Xi Jinping, poi sembra saperlo meglio di tutti, lui ha costruito gran parte della sua popolarità su questo. E la Corea del Nord rappresenta un orpello ancora valido di questi sentimenti: i cinesi non vogliono gli americani, le loro basi miliari, i loro generali, le loro armi, vicino al territorio cinese. Punto.

Poi, rispetto a Kim Jong-un e Xi Jinping, c’è un «dopo». Le immagini raccontano di un appuntamento storico, rappresentato da quella grazia sinuosa che solo l’Asia può regalare. I due leader e le mogli che bevono tè, i due leader riuniti attorno a un tavolo a scambiarsi opinioni, con il giovane Kim Jong-un a prendere veloci appunti durante l’intervento di Xi. Il contrario, ovviamente, non è accaduto. In questa circostanza è cristallizzata la profondità di tradizioni, usi millenari e Confucio: il giovane che ascolta e anzi segna su un quaderno le parole dell’uomo più esperto. Una bella soddisfazione per Xi, il capo più potente della Cina e del mondo – Economist dixit – che forse si era sentito snobbato da quel millennialalla guida di una potenza piccola ma dotata del deterrente nucleare.

L’incontro pechinese riporta la Cina dove è giusto che sia, per i cinesi: al centro di ogni trama, in perenne fibrillazione cerebrale di fronte al complicato quadro asiatico. Xi Jinping deve aver voluto sondare di persona le intenzioni di Kim. In ballo non c’è solo la pace, c’è anche il prestigio, «la faccia», c’è un leader che ha sradicato gli ultimi limiti al proprio potere, chiedendo e ottenendo l’abolizione del limite al secondo mandato, e che deve ormai stare attento a ogni passo, segreto e pubblico. Allora, infine, cosa aspettarsi? Kim ha ribadito quanto aveva già detto: la Corea sarebbe pronta a bloccare la sua corsa nucleare, a un dialogo con tutte le parti, Moon Jae-in, Trump, Abe, chiunque. «Il tema della denuclearizzazione della penisola coreana può essere risolto, se Corea del Sud e Stati uniti risponderanno ai nostri sforzi di riconciliazione con buona volontà, creeranno un’atmosfera di pace e stabilità e adotteranno misure progressive e sincronizzate per la realizzazione della pace» ha detto Kim Jong-un. Dopo il via libera di Mosca, entrata in questa danza asiatica da tempo, si cominceranno a definire le agende: ieri intanto Seul ha fatto sapere di aver ricevuto i nomi della delegazione nord coreana per l’incontro con il presidente Moon Jae-in.

Scriviamoci le date: fine aprile – il 27 aprile – Kim Jong-un incontrerà Moon, entro fine maggio toccherà a Trump. A quel punto si capirà se esiste la possibilità di un compromesso, se esiste la chance che Cina e Usa si fronteggino, con in mezzo la Corea del Nord, in una delle aree che, nonostante l’eurocentrismo nostrano, sembra sempre più centrale per il futuro della comunità internazionale.

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La Birmania pronta a scegliere il suo futuro https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-birmania-pronta-a-scegliere-il-suo-futuro/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-birmania-pronta-a-scegliere-il-suo-futuro/#respond Fri, 06 Nov 2015 16:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28997 Questo pezzo è uscito sull'Unità. Ringraziamo l'autore e la testata (Foto di Luisa Altobelli).

di Alessandro Mazzarelli

L’aereo atterra puntuale sulla pista di Yangon, anche se per smaltire la coda del controllo passaporti servono quasi due ore. È da poco passata l’alba ma la città già brulica di traffico, l’aria satura di smog e clacson, le strade intasate di furgoni e motorini. La Birmania sembra avere fretta. Il prossimo 8 novembre si svolgeranno le elezioni politiche, un appuntamento che in Europa ha suscitato molte speranze democratiche.

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birmania

Questo pezzo è uscito sull’Unità. Ringraziamo l’autore e la testata (Foto di Luisa Altobelli).

di Alessandro Mazzarelli

L’aereo atterra puntuale sulla pista di Yangon, anche se per smaltire la coda del controllo passaporti servono quasi due ore. È da poco passata l’alba ma la città già brulica di traffico, l’aria satura di smog e clacson, le strade intasate di furgoni e motorini. La Birmania sembra avere fretta. Il prossimo 8 novembre si svolgeranno le elezioni politiche, un appuntamento che in Europa ha suscitato molte speranze democratiche.

Il tassista che ci accompagna dice soddisfatto che Barack Obama ha visitato il Paese ben due volte, e quando passiamo davanti all’albergo dove ha alloggiato il Presidente americano rallenta indicandolo con il braccio. In linea d’aria è vicino alla casa di Aung San Suu Kyi, dice. Avevamo capito che bisognasse essere prudenti con i discorsi sulla politica, ma il nostro tassista non ha dubbi, The Lady (come tutti la chiamano) vincerà.

Premio Nobel per la pace nel 1991, agli arresti domiciliari per quasi dieci anni, gli ultimi terminati solo nel 2010, The Lady è la principale oppositrice del governo e in molti, oltre al nostro tassista, ci dicono che senza dubbio il suo National League for Democracy (NLD) vincerà le elezioni, ma. Già, ci sono parecchi ma in questa storia. Aung San Suu Kyi, in base alla Costituzione Birmana modificata dalla Giunta militare nel 2008, non può diventare Presidente perché l’articolo 59 F lo vieta a chiunque sia sposato con uno straniero o abbia figli cittadini di paesi stranieri. No, non è un caso che Aung San Suu Kyi fosse sposata con un cittadino britannico e i suoi due figli abbiano passaporto inglese.

In giro per Yangon veniamo travolti da un flusso di persone indaffarate, e chi non va da qualche parte staziona davanti a bancarelle di cibo fritto, o ciotole fumanti, o consulta uno smartphone seduto sui mini sgabelli di plastica colorata, tantissimi gli smartphone non solo tra i ragazzi, non solo a Yangon. Anche i monaci capita di vederli con il capo chino e lo sguardo sul display. A terra sputi rossi di betel, e nelle orecchie il rumore di quegli sputi, parabole blu su balconi scrostati, cani randagi e odori forti, e ogni tanto, svoltando un angolo, alti i palazzi coloniali di una decadenza struggente. O forse è solo il caldo umido che col passare delle ore si fa asfissiante. Quando il fuso orario e la corrente elettrica lo permettono, in tanti si accalcano nei bar per guardare le partite di calcio, la Premier League è la più amata, segue la Liga, di italiani si sentono solo nomi di calciatori anni ‘90.

La comunità internazionale ha salutato con favore la recente liberazione di circa settemila detenuti per “ragioni umanitarie”, ma. Ancora dei ma sulle speranze democratiche birmane. E sono di nuovo le modifiche alla Costituzione del 2008 a suscitare preoccupazioni, a prescindere dal risultato di novembre, infatti, il 25% dei posti nel Parlamento sarà riservato ai militari e per poter effettuare modifiche alla Costituzione serve la maggioranza di almeno il 75%. Che tradotto vuol dire potere di veto dell’esercito su qualunque modifica significativa.

Alcuni esponenti del National Democratic Force (NDF), formazione nata da una costola dell’NDL, chiedono che i militari considerino l’ipotesi di ridursi volontariamente quel 25% che la Costituzione assicura loro. Sembra una posizione velleitaria, ma non sono i soli a sostenerla. Anche il Shan Nationalities League for democracy (SNLD) è su questa linea. Ecco, la formazione di un fronte democratico con al centro l’NLD, insieme al NDF e ad alcuni dei partiti etnici come l’Arankan National Party (ANP) e appunto l’SNLD potrebbe essere una delle chiavi di queste elezioni; il fatto che i governi locali stiano provando a ritagliarsi uno spazio di autonomia dal governo centrale viene letto come un segnale in questa direzione.

In attesa di capire come si muoverà l’Europa, a giugno Aung San Suu Kyi è andata per la prima volta in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping. Gli investimenti cinesi sono di gran lunga i più consistenti, insieme a quelli indiani e thailandesi, e i rapporti con l’ingombrante vicino non sono da sottovalutare nemmeno in queste elezioni. La Birmania, del resto, soffre di carenze infrastrutturali, e le piogge monsoniche di fine luglio hanno causato allagamenti e vittime in molte zone del Paese, quasi cento i morti e un milione le persone colpite.

Ai semafori di Yangon, e lungo la carreggiata tra le macchine che sfrecciano, ragazzi giovanissimi raccolgono soldi per le vittime dell’alluvione. Ci fermiamo per parlare con alcuni di loro, ci dicono tutti di essere volontari. E mentre parliamo la pioggia torna all’improvviso, intensa, scrosciante, gli uomini si tirano su i longyi (una specie di saio-pantalone legato in vita e lungo fino ai piedi), le ragazze aprono gli ombrelli, li tengono aperti anche in motorino, sedute dietro con le gambe di lato, come da noi facevano un tempo le signore italiane portate in vespa, ma a differenza che altrove, le ragazze birmane non siedono solo dietro, in molti casi guidano, escono da sole, si vestono come vogliono, studiano.

Proseguiamo a nord fino a Mandaly, sul pullman i rallentamenti sono frequenti, per l’allagamento e per le strettoie dei lavori, ma anche per far salire nuovi passeggeri e pagare pedaggi, rallentiamo ma non ci fermiamo mai del tutto, un uomo accanto all’autista fa tutto al volo, con un braccio tira su persone, con la mano lascia scivolare soldi. Non ci sono ricevute, non ci sono resti. È sempre lui, l’aiutante di complemento, che durante il viaggio, sporgendosi dal finestrino, suggerirà all’autista quando sorpassare. In Birmania la guida è a destra ma il senso di marcia è quello dei Paesi con guida a sinistra, e questo – soprattutto nelle strade strette a doppio senso – crea per l’autista zone cieche inquietanti. L’aria condizionata al massimo, invece, è una certezza sempre.

Mandalay è una città caotica, rumorosa quanto Yangon ma con meno fascino. Andiamo a parlare con i Muostache Brothers, il taxi ci lascia davanti a una casa con una rampa. Erano tre fratelli, e per anni hanno fatto satira politica in giro per il Paese. Lu Maw, il baffo numero due come usa chiamarsi, quando sente che veniamo dall’Italia ci fa l’imitazione di Dario Fo e Roberto Benigni, e durante lo spettacolo cita più volte Sophia Loren, di cui si dichiara innamorato da sempre, di nascosto dalla moglie (anche lei sul palco); è un uomo segaligno di 65 anni, Lu Maw, con due lunghi baffi bianchi e una vitalità travolgente, ma sulle elezioni di novembre non nutre molte speranze.

È tutto un trucco, ci dice, è una farsa, non mi aspetto niente. Nel 1989 Par Par Lay (il baffo n. 1) fu arrestato e condannato a sei mesi di prigione per una gag sulla corruzione dei militari e di nuovo nel 1996, a seguito di un nuovo spettacolo di satira, fu prelevato di notte dalla sua abitazione e condannato a undici anni di lavori forzati, a spaccare pietre nel Mytkna. A me non mi hanno mai arrestato, dice, perché ero più intelligente di lui. Ride, ma si vede quanto ha sofferto per il carcere del fratello. Par Par Lay, che anche grazie alle pressioni di Amnesty International venne rilasciato nel 2001 dopo cinque anni e sette mesi di carcere, è morto nel 2013. Alle pareti di quello che è uno stanzone al piano terra della loro casa (dove sono costretti a fare gli spettacoli), le foto dei tre Moustache Brothers con Aung San Suu Kyi.

È lì davanti che nel 2000 The Lady ha pronunciato uno dei suoi famosi discorsi. Oggi gli spettacoli di Baffo n. 2 e Baffo n. 3 sono in inglese, per un pubblico di turisti, un mix colorato di battute e danze tradizionali, Quando sono andato dal dentista in Thailandia mi ha chiesto, ma perché fino a qui? Non avete bravi dentisti in Birmania? Sì, ma in Birmania non possiamo aprire la bocca. Ride sornione e poi saltella sul palco per una nuova gag sulla corruzione dei vigili urbani, mentre si aiuta con cartelli colorati per farsi capire da tutti. Obama è venuto in Birmania, dice mostrando una foto in cui il Presidente americano dà un bacio a Aung San Suu Kyi, uno a zero per gli americani, ma noi abbiamo risposto, e tira fuori una foto in cui Aung San Suu Kyi dà un bacio a Obama. Uno a uno, pari.

Sulla strada di ritorno ci fermiamo a Bago, sono le sei del mattino quando vediamo i monaci sciamare silenziosamente fuori dal monastero in due file ordinate, scalzi, nel loro saio bordeaux, ciascuno con in mano una ciotola, escono per ricevere le offerte dalla popolazione, riso soprattutto e in alcuni casi soldi, rientrati al Monastero metteranno tutto in comune, per poi alle 11.00 mangiare insieme l’unico pasto della giornata. In Birmania i monaci sono circa 500mila (su 55 milioni di abitanti), sono stati loro a iniziare le proteste di piazza del 2007 e da allora molti non accettano più le offerte dei militari.

Rientrati a Yangon, percorriamo a piedi il lungo viale fino alla casa di Aung San Suu Kyi. Arriviamo davanti al 54 di University Avenue senza essere fermati, non c’è più il blocco che impediva il passaggio fino al 2011, ma un alto muro circonda la casa e impedisce la vista. Sul portone il simbolo e le bandiere dell’NLD. Non sono settimane facili per la regale leader birmana, dopo le polemiche seguite alla mancata presa di posizione sulla questione della minoranza mussulmana rohingya vittima di attacchi da parte di estremisti buddisti (sic!), deve ancora sciogliere il nodo del candidato presidente del suo partito.

Fallito ogni tentativo di modificare l’articolo 59 F, Aung San Suu Kyi ha dichiarato che sarà comunque scelta una personalità dell’NLD, anche se uno dei nomi che venivano fatti con più insistenza, quello dell’ottantanovenne U Tin Oo, in un’intervista al The Irrawaddy ha fermamente smentito di essere interessato. Le beghe della politica giornaliera non sono facili da affrontare nemmeno per un Premio Nobel.

L’8 novembre si avvicina e gli appelli affinché i rappresentanti dei partiti abbiano libero accesso ai seggi si moltiplicano. La paura d’irregolarità continua a essere molta. Lungo le strade i ragazzi proseguono la raccolta per le vittime dell’alluvione, sono tanti i birmani che si fermano e allungano la mano per fare una donazione; nonostante le difficoltà economiche, aggravate da anni di isolamento, si avverte un forte spirito di comunità, di aiuto reciproco, del resto già Orwell faceva dire al suo Flory che i birmani non lasciano morire nessuno di fame.

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