Yanis Varoufakis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yanis-varoufakis/ un blog di approfondimento culturale Wed, 12 Apr 2017 21:20:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Yanis Varoufakis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yanis-varoufakis/ 32 32 Il terzo spazio. Intervista a Yanis Varoufakis https://minimaetmoralia.it/interviste/terzo-spazio-intervista-yanis-varoufakis/ https://minimaetmoralia.it/interviste/terzo-spazio-intervista-yanis-varoufakis/#comments Thu, 13 Apr 2017 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34155 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ATENE. Il palazzo in cui oggi abita Yanis Varoufakis è il classico condominio anni Settanta di Atene. Citofoni sbrindellati su una strada poco lontana dal centro. Luci fioche per le scale. Dietro la porta d’ingresso, un bel salone zeppo di libri e un balconcino sulla via nel traffico. Niente a che vedere con quel che di lui hanno polemicamente raccontato. Del resto, ora l’uomo odiato dai tecnocrati d’Europa in Grecia passa solo poco del suo tempo. Insieme, fra gli altri, a Ken Loach e Noam Chomsky, ha appena lanciato il primo tentativo di costruire un movimento transnazionale che possa calamitare forze per arrivare alle prossime elezioni europee. Del programma di riforme da attuare già oggi, senza trasformare i trattati europei, si può leggere ogni dettaglio nel libro che l’ex Ministro delle Finanze greco ha appena scritto assieme a Lorenzo Marsili, cofondatore di DiEM25, Democracy in Europe Movement 2025.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

ATENE. Il palazzo in cui oggi abita Yanis Varoufakis è il classico condominio anni Settanta di Atene. Citofoni sbrindellati su una strada poco lontana dal centro. Luci fioche per le scale. Dietro la porta d’ingresso, un bel salone zeppo di libri e un balconcino sulla via nel traffico. Niente a che vedere con quel che di lui hanno polemicamente raccontato.

Del resto, ora l’uomo odiato dai tecnocrati d’Europa in Grecia passa solo poco del suo tempo. Insieme, fra gli altri, a Ken Loach e Noam Chomsky, ha appena lanciato il primo tentativo di costruire un movimento transnazionale che possa calamitare forze per arrivare alle prossime elezioni europee.

Del programma di riforme da attuare già oggi, senza trasformare i trattati europei, si può leggere ogni dettaglio nel libro che l’ex Ministro delle Finanze greco ha appena scritto assieme a Lorenzo Marsili, cofondatore di DiEM25, Democracy in Europe Movement 2025. Si chiama Il terzo spazio. Oltre l’establishment e populismo (Laterza) e quel che innanzitutto colpisce il lettore è l’assoluto primato assegnato alla politica sull’economia.

“Ma perché la colpisce?” domanda lui “Guardi, qualsiasi tentativo di separare economia e politica produce sempre pessima economia e politica di estrema destra. Il fatto è che in Europa la crisi è politica. Tecnicamente gli interventi economici sarebbero semplici. Io ho visto come funziona l’Eurogruppo. Crede che si trattino mai i problemi economici? Il problema lì è la mancanza di coordinamento delle decisioni politiche. È il fallimento della politica. Incapace di definire poi chiare risposte economiche.”

Avete lanciato un movimento in grado di candidarsi.

“DiEM25 esiste da oltre un anno. Sono migliaia i membri da tutta Europa. Quel che lanciamo è un’agenda economica per quello che abbiamo chiamato il New Deal europeo. Chiamiamo a raccolta ogni partito politico, ogni movimento, ogni sindacato, chiunque voglia collaborare con noi per portare questa politica alle elezioni del Parlamento europeo nel 2019”.

Leggendo il vostro libro si ha l’impressione che questo passo sia il risultato dell’enorme delusione della sua esperienza come ministro.

“Subito dopo le mie dimissioni, furono innumerevoli le pressioni perché contribuissi a un nuovo partito politico in Grecia. Ma come avrei potuto? Avevamo portato milioni di persone in strada e nella notte del referendum le tradimmo. Cambiammo il No in Sì. Per questo mi dimisi. Ma non potevo certo tornare indietro a dire: tranquilli, ha sbagliato Tsipras, fondiamo un partito e riproviamoci. Un mese dopo, però, parlavo a un meeting in un piccolo centro francese e vennero migliaia di persone. Mi sono detto: non sono qui per me, sono qui per se stessi, perché hanno capito che quel che è accaduto in Grecia potrà capitare anche a loro. Lo spirito della Primavera Greca non era affatto morto, insomma”.

Voi dite più Europa e più attenzione alle realtà locali. Non è una contraddizione?

“Per nulla. Siamo stati portati a pensare che o c’è più Europa e poco potere a livello regionale o il contrario. Ma non è affatto vero. Ci pensi: cosa importa ai singoli cittadini dell’Europa? Quasi nulla. Quel che vivono sono le loro realtà. Ossia il dramma della forzata sotto occupazione e della forzata migrazione. Ebbene, chi risolve questi problemi? Le piccole municipalità in cui si vive? No. C’è bisogno di investimenti di grande portata. Qualcosa che è l’Europa a dover stabilire. Il problema è che oggi c’è poca Europa e poco potere a livello nazionale. Con più Europa avremo anche più libertà e democrazia a livello locale”.

Un’idea che le vale molte critiche a sinistra.

“La tradizione delle divisioni interne a sinistra è lunghissima e vorrei restarne fuori. La mia del resto è una risposta pragmatica. Le critiche che ricevo sono queste: l’Unione Europea è un progetto neoliberista contro i lavoratori che deve essere distrutta per tornare allo Stato nazione in cui la sinistra possa riappropriarsi del potere politico. Sono d’accordo con le premesse. L’Unione Europea è antidemocratica e neoliberista ma qui mi fermo e prendo un’altra strada. Se la distruggessimo si finirebbe come negli anni Trenta. Una crisi che rinforzerebbe le peggiori forze politiche, la xenofobia e il fascismo. Quel che evitò Roosevelt con il suo New Deal nel 1933. Parliamo di un amico di capitalisti convinto che il capitalismo si stesse suicidando. Usò lo Stato per prendersi cura dei deboli, investendo sul lavoro. Risultato? Niente fascismo negli Stati Uniti. La politica del LEXIT (ossia il Left Wing Exit) beneficerebbe soltanto Beppe Grillo, Marine Le Pen, Die Alternative für Deutschland e così via. Ma pensi al Brexit. Mi dicevano: porterà alla divisione dei conservatori e della classe dominante. Cosa è successo invece? Il contrario. I conservatori sono più uniti che mai e la sinistra ha perso”.

Scrivete che l’elezione di Trump ha mostrato che è possibile cambiare. Non si finirà col populismo a sinistra?

“No. Una cosa è essere popolari. Un’altra essere populisti. I populisti fanno appello ai peggiori istinti di un popolo sofferente. Per rivolgerglieli contro. Pensi al nazismo negli anni Trenta. Parlavano a gente che aveva perso soldi e lavoro suscitando l’odio antisemita. In realtà li misero contro se stessi. Quel che dico di Trump è altro. Ha provato che è possibile andare contro l’intero sistema e vincere. Del resto lo avevamo già provato nel 2015 qui in Grecia. Nessun populismo nel nostro programma elettorale. Se lo ricorda?  Due erano i punti: assicuravamo aiuti a chi guadagnava meno di 700 euro al mese e dicevamo no alla Troika. Bene, non siamo riusciti e mi sono dimesso. Ma resta il fatto che vincemmo due volte sulla base di un programma umanitario e non populista e contro tutte, dico tutte, le tv. Si può fare, dunque. Facciamolo ancora”.

C’è una cosa che non le viene perdonata: certi suoi compensi per apparizioni televisive.

“Sono contento che me ne chieda conto. Ma lei perché lo ha saputo? Sa dirmelo? Crede che i miei compensi siano stati svelati da un’inchiesta giornalistica? Per nulla. Sono stato io a mettere sul mio sito web tutti i compensi di lezioni, conferenze, tv. Sia dove non ho preso un euro sia dove ne ho presi 23.000 come alla vostra RAI. Dov’è lo scandalo? Ero a Parigi in quei giorni a lavorare per DiEM25. Mi volevano in RAI a Milano a tutti i costi. Mi offrirono aereo e compenso. Ho accettato, i soldi sono entrati nelle casse di DiEM25 e l’ho subito reso pubblico. Ma cosa preferivate? Che non dicessi nulla? Oppure che rifiutassi? Per accettare invece la donazione al movimento da parte di qualche oscuro banchiere?”

Lei quando era Ministro affrontò gli anarchici per strada a Exarchia (il quartiere del Politecnico di Atene) e seppe parlarci ma non riuscì in nessun modo con i suoi colleghi ministri nell’Eurogruppo. Perché dovrebbe riuscire ora?

“All’Eurogruppo mi guardavano come se stessi cantando l’inno nazionale svedese. Ma allora rappresentavo la Grecia. Se in futuro uno di noi parlerà in quella sede lo farà non in nome di un Paese, ma di tutta Europa, delle migliaia di sostenitori tedeschi per esempio che già ora sono 30.000. Dovranno ascoltarci. Rappresenteremo anche i loro potenziali elettori”.

Dunque tornerà a parlare anche in Grecia. Lei ha smesso dal luglio 2015 di entrare nel dibattito politico greco. Non ha mai voluto parlare di Tsipras.

“Tornerò a parlare anche in Grecia, certo. Con civiltà. Spero che non ci si tratterà come mostri. A calcio i bravi calciatori colpiscono il pallone e non la gamba. Non si evita di entrare in campo perché esistono anche cattivi giocatori”.

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Il piatto abominevole della storia. Conversazione con David Van Reybrouck https://minimaetmoralia.it/interviste/il-piatto-abominevole-della-storia-conversazione-con-david-van-reybrouck/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-piatto-abominevole-della-storia-conversazione-con-david-van-reybrouck/#comments Thu, 10 Dec 2015 06:30:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29324 Durante lo scorso festival di Internazionale, a Ferrara, ho incontrato David Van Reybrouck per discutere pubblicamente con lui del suo libro "Congo". Ecco il resoconto della nostra lunga chiacchierata.
L'intervista è uscita sull'ultimo numero de Lo Straniero, che questo mese ha moltissime cose interessanti. Vi consiglio di darci un'occhiata. Ringrazio Lo straniero (per ospitalità e sbobinatura) e il festival di Internazionale per aver favorito l'incontro con Van Reybrouck.

"La storia è un piatto abominevole preparato con i migliori ingredienti".

È questa una delle frasi che risuona di più in testa dopo aver finito di leggere "Congo" di David Van Reybrouck. Il libro uscì per la prima volta nel 2010, e fu subito salutato come la più importante opera sul Congo e in generale sull'Africa scritta negli ultimi dieci anni. Si potrebbe forse definire una meticolosissima ricostruzione storica che si avvale degli strumenti del reportage letterario, dell'inchiesta, e non racconta soltanto la storia del Congo.

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Durante lo scorso festival di Internazionale, a Ferrara, ho incontrato David Van Reybrouck per discutere pubblicamente con lui del suo libro “Congo”. Ecco il resoconto della nostra lunga chiacchierata.
L’intervista è uscita sull’ultimo numero de Lo Straniero, che questo mese ha moltissime cose interessanti. Vi consiglio di darci un’occhiata. Ringrazio Lo straniero (per ospitalità e sbobinatura) e il festival di Internazionale per aver favorito l’incontro con Van Reybrouck.

“La storia è un piatto abominevole preparato con i migliori ingredienti”.

È questa una delle frasi che risuona di più in testa dopo aver finito di leggere “Congo” di David Van Reybrouck. Il libro uscì per la prima volta nel 2010, e fu subito salutato come la più importante opera sul Congo e in generale sull’Africa scritta negli ultimi dieci anni. Si potrebbe forse definire una meticolosissima ricostruzione storica che si avvale degli strumenti del reportage letterario, dell’inchiesta, e non racconta soltanto la storia del Congo.

David Van Reybrouck, scrittore belga, fiammingo, laureato in archeologia a Cambridge e ricercatore presso l’università di Lovanio, si è lanciato in un’impresa non da poco: una grandiosa ricostruzione della storia del Congo che è anche un continuo gioco di specchi. Attraverso le vicende di quel paese, racconta anche la nostre. E attraverso le nostre, la loro.

Parte dal periodo precoloniale, ammonendoci su come le lancette della Storia in Congo (e in Africa in generale) non inizino certo a muoversi con l’arrivo degli europei, ma molto prima. Parla di come il Congo entrò nella sfera d’influenza del Portogallo e poi del Belgio, e di come (dopo la conferenza di Berlino del 1884-85) venne affidato a re Leopoldo II. Ricorda di come il numero di atrocità perpetrate dai colonizzatori verso la popolazione locale suscitò uno scandalo internazionale, prima che (dal possesso praticamente privato di Leopoldo II) il Congo diventasse nel 1908 uno stato coloniale: il Congo Belga.

E poi si parla della lotta per la liberazione del Congo che culmina con l’indipendenza del 1960, ma è un processo molto più contraddittorio di quanto vorrebbe ogni facile retorica sull’anticolonialismo, perché all’indipendenza del Congo seguirono forse più problemi di quanti ce ne fossero stati prima.

Traccia il profilo di figure controverse, affascinanti e inquietanti come Patrice Lumumba, o il dittatore per trent’anni Mobutu, che cambiò il nome del paese (da Congo a Zaire), che nel 1974 organizzò a Kinshasa quello che è l’incontro di boxe più famoso di tutti i tempi (Alì contro Foreman) e allo stesso tempo fece sentire nel paese il suo potere con una megalomania, una sottigliezza, una violenza e una malinconia degni di un tiranno shakespeariano.

Ricostruisce le terribili guerre civili che seguirono la morte di Mobutu, e arriva fino a oggi, con il Congo in mano alle multinazionali, con l’opportunità e al tempo stesso il rischio di diventare una colonia economica cinese.

Per scrivere il suo libro, Van Reybrouck non è rimasto a casa a consultare fonti storiche. Ha viaggiato moltissimo in Africa, girato città e villaggi, incontrato persone, realizzato oltre 500 interviste.

È impossibile riassumere in un discorso un libro così vasto, così partirei con la prima domanda a David Van Reybrouck.

Una cosa che colpisce, nel tuo libro, è il continuo effetto di spiazzamento con cui il lettore è costretto a convivere. Ad esempio l’impossibilità di tracciare un solco netto tra buoni e cattivi. Il Belgio potrebbe essere il colonizzatore cattivo, ma molti congolesi (dopo l’indipendenza) rimpiangevano la dominazione belga. Mobutu potrebbe sembrare uno spregevole dittatore, ma assicurò al paese un periodo di stabilità. Lumumba può sembrare un pazzo, ma ha anche un suo fascino. Si potrebbe accusare oggi la Cina di voler dominare economicamente il Congo, ma questo forse (per il benessere dei congolesi) non è soltanto una cosa negativa.

Allora vorrei chiederti, rispetto soprattutto alle ragioni e ai torti, cosa hai scoperto viaggiando per l’Africa? Quali sono le idee che ad esempio ti eri fatto studiando, e che poi sono anche solo in parte smentite avendo a che fare con la realtà? Quanto è stato importante, a un certo punto, staccarti dai libri e andare sul posto, tra la gente?

Effettivamente ho iniziato a scrivere questo libro perché non avevo trovato quello che volevo leggere. Volevo partire per l’Africa, andare in Congo, e volevo un libro da leggere in aereo nel corso del viaggio; volevo un libro che raccontasse la storia di questo paese: che fosse corretto ma anche leggibile. Avevo trovato dei libri molto leggibili ma che non avevano sfumature, da una parte, e d’altra parte trovavo dei libri estremamente pieni di sfumature ma per niente leggibili: libri accademici, tecnico-scientifici. Quindi ho cercato di avere una combinazione delle due cose.

Hai ragione: il libro che ho scritto vuole andare al di là delle storie binarie. C’è qualcosa che mi dà profondamente fastidio: quando si scrive su qualunque aspetto del passato, ma soprattutto di un passato coloniale, non si riesce a superare una certa lettura dicotomica, binaria, della Storia. Quando guardiamo i libri pubblicati in Belgio o altrove, sono sempre estremamente binari. L’epoca coloniale? Europei contro africani, gli europei portavano la civiltà, si trattava di una grande testimonianza di gentilezza, e gli africani erano poveri e avevano bisogno del nostro aiuto…

Nella lettura post-coloniale, che mi sembra molto importante, i ruoli sono stati rovesciati: gli europei sono cattivi, gli africani sono le vittime. Quindi esiste sempre un pensiero binario: il post-colonialismo perpetua gli schemi, le distinzioni del pensiero coloniale, ossia noi contro di loro, gli europei o gli occidentali contro gli africani. Secondo me non è interessante questo modo di pensare: è importante vedere la complessità della prospettiva europea ma anche la complessità della prospettiva africana.

Le persone talvolta mi chiedono “Cosa pensano i congolesi del tuo libro?”. E io rispondo: “Ci sono ottanta milioni di congolesi, ci sono più congolesi che italiani, nessuno mi chiede che cosa pensano gli italiani del mio libro…” Ad alcuni piace, ad altri piace meno… Ci sono più congolesi che tedeschi: nessuno mi chiede cosa pensino i tedeschi del mio libro. È importante vedere che si tratta di una società ricca, complessa, multipla, sfaccettata; che non c’è un’unica prospettiva congolese.

All’inizio, quando sono andato in Congo, avevo paura di dire che ero belga. Io sono nato dopo l’indipendenza, che è stata nel 1960; io sono nato undici anni dopo. E pensavo che i congolesi mi avrebbero rimproverato il fatto di essere belga; all’inizio non osavo dirlo. C’è voluto un po’ perché mi rendessi conto che i congolesi erano invece contenti di vedere dei belgi. Nel pensiero post-coloniale abbiamo l’impressione che i belgi soffrano più dei congolesi.

Per esempio, le racconto un aneddoto, sul Teatro Reale Fiammingo – un teatro di Bruxelles, molto bello. Siamo andati in Congo, negli anni Cinquanta, a recitare per i colonialisti bianchi fiamminghi. Da allora non sono più andati nel Congo perché si vergognavano. Nel 2005 il Teatro Reale Fiammingo è andato per una seconda volta in Congo. Io ero lì, c’è stata una conferenza stampa, e il direttore del teatro ha detto: “Il nostro teatro era qua durante l’epoca coloniale, nel 1956. Ci scusiamo di aver fatto parte di una propaganda colonialista”. E i congolesi hanno detto: “Ma non dovete scusarvi, non vi rimproveriamo di essere stati qui negli anni Cinquanta: vi rimproveriamo di avere abbandonato questo paese per cinquant’anni”.

Quando Mobutu decide di cambiare il nome dello Stato (da Congo a Zaire) è convinto di farlo in nome del recupero delle radici, della tradizione africana pre-colonialista, e invece incorre in un abbaglio colossale. Crede che Zaire sia l’antico nome del fiume Congo, basandosi su una cartina portoghese del XVI secolo, mentre al contrario Zaire era lo spelling sbilenco della parola nzadi, una comunissima parola che in lingua kongo significa “fiume”. Quando i portoghesi arrivarono davanti a quella gigantesca distesa d’acqua chiesero agli indigeni come si chiamava, loro risposero genericamente nzadi (fiume) e i portoghesi capirono Zaire, credendo che fosse il nome proprio del fiume. 

Questo abbaglio di Mobutu (colui che avrebbe cioè dovuto incarnare lo spirito del ritorno alle origini), la dice lunga su come recuperare la propria cultura (mentre nel mezzo è successo molto altro) sia un’impresa più complessa di quanto si creda.

E allora ti chiederei come, attraverso il filtro storico della colonizzazione, il Congo ha cercato dal giorno dell’indipendenza di recuperare le proprie radici, quanto questa operazione sia possibile, auspicabile, e sensata, se lo è ancora.

Era certamente molto importante il fatto di formare una nazione. Non dimentichiamo però che dopo l’epoca coloniale i congolesi non potevano davvero viaggiare nell’ambito del loro paese, e questo perché all’inizio del ventesimo secolo c’era “la malattia del sonno” – la malattia del sonno provocava delle stragi vere e proprie. Per potersi spostare bisognava avere una cartina, un documento che consentisse di passare. Ancora oggi è così: se voglio spostarmi nel paese, ancora oggi ho bisogno di un documento per viaggiare. Bisogna passare la dogana pur essendo nello stesso paese; altri paesi forse ancora lo fanno.

Comunque al momento dell’indipendenza i congolesi non si consideravano veramente congolesi: più che altro ognuno sentiva di appartenere a una determinata tribù. Ci sono quattrocento tribù in questo paese, non lo dobbiamo dimenticare. Quindi, cosa vediamo prima dell’indipendenza? L’emergenza dei movimenti separatisti. In vari luoghi, tre o quattro luoghi, dove le tribù vogliono avere un’indipendenza regionale assistiamo a molti conflitti.

C’è la guerra tra il ’60 e il ’65, e Mobutu prende il potere nel ’65 con il sostegno degli Stati Uniti. La CIA era molto importante in quell’epoca, perché gli americani avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale con i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Questa è una cosa che sappiamo tutti. Ma pochi sanno che gli americani hanno vinto la guerra utilizzando uranio congolese, per le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki. C’è poco uranio di buona qualità, nel mondo: gli americani volevano a tutti i costi mantenere il controllo del Congo; avevano paura che il Congo cadesse sotto l’influenza sovietica – questo peraltro è il caso di tutti i paesi intorno al Congo.

Quindi gli americani spingono Mobutu in avanti – Mobutu naturalmente è molto felice di avere questo sostegno americano – però Mobutu pensa: “Bisogna creare una nazione; noi siamo una sorta di mosaico di popoli, di mosaico di tribù: noi dobbiamo creare una sorta di orgoglio nazionale”. In dieci anni Mubutu lancia quello che chiama “il programma dell’autenticità”, per cercare proprio di costruire un orgoglio nazionale. Ci può venire da ridere, perché ad esempio una giacca come la portiamo noi non si poteva portare: bisognava portare l’abito tradizionale. Tutto veniva cambiato. Ad esempio le pettinature: le donne dovevano portare il capello africano e non potevano stirarsi i capelli… Gli sport anche, come per esempio la boxe, venivano nazionalizzati… Ebbene, tutto questo faceva parte di una propaganda del nazionalismo. Certo possiamo sorridere a vedere queste cose, ma siamo costretti a dire che in dieci anni il Congo si è unito, più unito di quanto oggi sia unita l’Unione Europea dopo cinquant’anni di esistenza. Le cose stanno così:  a quell’epoca si riuscì a creare un vero e proprio orgoglio nazionale. Mobutu poi distrugge tutto: come giustamente tu hai detto, è diventata una specie di dittatura shakespeariana, tutto è stato distrutto; ma una cosa rimane intatta: l’orgoglio nazionale.

Intorno al 2000 – c’era la guerra – gli americani dicevano: “Il Congo è troppo grande, dovremo dividerlo in tre pezzi; sarà più facile controllarlo”. Come se l’America o il Canada o l’Australia non fossero grandi. Comunque, se si facesse un referendum in Congo, oggi, e si chiedesse: “Volete dividere il vostro paese in tre o quattro parti?”, il novantotto per cento della gente direbbe di no. Perché c’è questo orgoglio nazionale. Una sola volta ho incontrato un giovane che diceva “il Congo non vale niente, vendiamo tutto e dividiamo il bottino, quando durerà questa indipendenza?”: una volta sola ho ascoltato questo discorso da un giovane congolese. Perché l’orgoglio nazionale invece c’è, ed è forte.

Ora, so che questa domanda per chi conosce la storia del Congo (e dell’Africa), è molto scontata, ma è anche quello che l’uomo della strada (me compreso) si fa quando pensa al Congo e all’Africa in generale. Il Congo, tu scrivi, paese ricchissimo di materie prime, ha sempre avuto la risorsa che serviva al mondo (specie quello occidentale) via via che la modernità avanzava. Era sempre il posto giusto al momento giusto. 

Vengono inventati gli pneumatici, il Congo ha la gomma. Il Congo ha l’oro e i diamanti. Scoppia la Guerra fredda, in Congo come tu dicevi prima c’è l’uranio. Esplode la rivoluzione informatica, il Congo è ricchissimo di coltan, che serve per la costruzione dei telefonini e dei computer. (Il lancio di una nuova versione della Playstation venne ritardato a causa di una delle tante guerre congolesi).
Allora l’uomo della strada si domanda: com’è che con tutta questa ricchezza, il Congo non è mai riuscito a emanciparsi?

E a questo punto (a seconda dell’orientamento politico e culturale dell’uomo della strada) si danno due risposte. Una, che è quella dei progressisti: il Congo non riesce a emanciparsi perché l’Occidente l’ha sempre dominato in maniera brutale.
Un’altra, con un certo sottofondo di razzismo e paternalismo: il Congo non riesce a emanciparsi perché, nonostante tutte queste ricchezze, nella cultura dei congolesi manca una seria volontà di camminare bene con le proprie gambe.

Ti chiedo cosa pensi, e se le cose — come immagino — sono più complesse di così.

È vero: il Congo ha sempre avuto ciò di cui il capitalismo mondiale aveva bisogno; da secoli ormai. Prima gli schiavi: è brutto dirlo ma è così, era una risorsa naturale molto importante, per tre o quattro secoli. Poi la gomma, poi il rame, poi l’uranio, il cotone… E penso che anche in futuro il Congo avrà nuove risorse molto importanti. Innanzitutto, l’acqua potabile.

In un’Africa che è sempre più secca, assetata, il Congo è come una spugna, come un fiume immenso con un dedalo di fiumi secondari, e quindi è una risorsa d’acqua potabile, d’acqua dolce, estremamente importante. D’altro canto c’è l’energia pulita, l’energia rinnovabile: se le centrali idroelettriche in Congo funzionassero bene, il Congo potrebbe alimentare tutta l’Africa in elettricità rinnovabile; senza nucleare, senza petrolio. È incredibile ma è così.

Anche qui potremmo dire: se un paese ha tutte queste risorse, se un paese ha così tante risorse naturali, allora questo paese dovrebbe essere il più ricco del mondo; dovrebbe essere il Giappone, per esempio. Ma non è così. Di fatto, nonostante le ricchezze del sottosuolo africano, congolese nella fattispecie, il Congo è uno dei paesi più poveri, più corrotti e più affamati del pianeta. In questo contesto, nell’ambito della letteratura scientifica, spesso si parla della “maledizione delle risorse naturali”. Se il Congo non avesse avuto tutte queste risorse naturali, sono sicuro che sarebbe stato più stabile e più avanzato, più solido.

Oggi, infatti, se il sottosuolo è ricco, e se lo Stato è così povero, ci sono sempre delle possibilità che delle forze esterne vengano a sfruttare quello che c’è. Per me il Congo è come una sorta di enorme negozio, un enorme deposito di stoccaggio, il deposito dell’economia mondiale. E i muri di questo deposito sono deboli, sono marci, e tutti cercheranno di infilarci le mani in questo deposito, per prendere ciò di cui hanno bisogno. È terribile, però è così.

Vediamo cosa ha comportato l’arrivo dei portoghesi nel sedicesimo secolo. I portoghesi facevano business con i leader locali in cambio di schiavi, e quindi era una élite locale ad essere avvantaggiata da questo commercio; e questo sistema continua ad esistere. È stato così con i portoghesi, è stato così con i belgi, è così con i cinesi, e con tutti gli altri attori economici che arrivano. Non è forse vero che dopo i belgi ci sono stati i cinesi? Sì, è vero; però ci sono una serie di nuovi attori: i coreani, i turchi, i brasiliani, i sudafricani… Tutti, tutti vengono in Congo; tutti si dirigono verso il Congo. In linea di principio potrebbe essere una buona cosa: se tu vuoi vendere una casa, sicuramente è meglio avere venti possibili acquirenti che due; certo; puoi ottenere un miglior prezzo se ci sono più concorrenti nell’acquisto, certamente. Ma questo non è il problema; il problema non è far aumentare il prezzo: il problema è dividere i proventi con il popolo. E anche qui è una situazione triste e tragica.

A volte sembra che il tentativo di far arrivare la democrazia in Congo abbia prodotto nel Novecento più sciagure che prodigi. In Occidente spesso si dice che (rispetto alla seconda metà del Novecento) noi rischiamo di vivere oggi già in un’era post-democratica, almeno se consideriamo alcuni pilastri della democrazia che credevamo acquisiti una volta per tutte.

Se le cose stanno così da noi (viviamo forse in una democrazia molto indebolita), cosa succederà in Africa? Il Congo del XXI secolo può fare a meno della democrazia e vivere bene?

Vero: la democratizzazione del Congo è estremamente problematica e povera. Però dobbiamo anche renderci conto che questo paese esiste da centotrent’anni. Nel corso di questi centotrent’anni ci sono stati solo quindici anni di democrazia: tra il ’60 e il ’65, e dal 2006 ad ora. Tra il ’60 e il ’65 è stata una catastrofe, e ora, tra il 2006 e il 2016, la situazione democratica non è veramente migliorata. Bisogna essere pazienti, io penso che quindici anni di esperienza democratica sia un periodo estremamente limitato. Però, ciò detto, anche gli occidentali hanno fatto degli errori.

Il Congo è stato in guerra tra il 1996 e il 2003; dopo l’armistizio ci dovevano essere le elezioni per garantire la democrazia. E sono stati gli occidentali che hanno preteso che nel Congo ci fossero delle elezioni secondo il modello europeo – quindi, facciamo questo rituale e il giorno dopo il Congo sarà come la Danimarca o come la Svezia. Ma è una visione estremamente semplicistica, estremamente povera. Io ho visto le elezioni del 2006, ho visto quelle del 2011: le elezioni hanno dato al paese molta violenza, molta criminalità, molta corruzione, e molta poca democrazia. Abbiamo la tendenza a pensare che organizzare delle elezioni sia abbastanza per avere una democrazia.

Ho scritto un altro libro, che si chiama Contro le elezioni, è appena uscito in Italia. È un libro che ho scritto sulla democrazia in Europa, in Belgio, in Italia, negli altri paesi, perché anche qui iniziamo a renderci conto che la democrazia non è per forza sinonimo di elezioni. In Europa da tremila anni funzioniamo su base democratica, ma è solo da duecento anni che lo facciamo con delle elezioni. In linea generale funziona, però Hitler e Berlusconi sono stati eletti anche loro. Dobbiamo constatare che le elezioni non garantiscono automaticamente la democrazia. Se questo è vero per l’Italia e il Belgio, è ancora più vero per il Congo.

Le guerre congolesi degli anni Novanta sono state terribili. La prima — quella del 96-97, che vide l’attacco delle forze ribelli ruandesi e congolesi — e la seconda, quella del 1998-2003, una sorta di guerra mondiale africana che vide battersi sul territorio congolese gli eserciti di diversi paesi per il controllo dei giacimenti minerari di oro, coltan, diamanti.

Guerre talmente violente (nel libro sono raccontati episodi raccapriccianti, che vanno dal cannibalismo allo stupro etnico e si spingono anche oltre) e complicate, da arrivare a noi in modo assai confuso. Tanto che ne sappiamo poco. E ne sapremmo meno senza leggere un libro come “Congo”.

Durante quei conflitti, abbiamo assistito alle fallimentari prove di intervento umanitario poste in essere dall’Unione Europea. A distanza di vent’anni, davanti a un’emergenza umanitaria che si consuma molto più vicino a noi (quella dei migranti) l’Europa si è fatta trovare di nuovo impreparata.

So che i piani e gli scacchieri sono molto diversi, ma queste crisi internazionali che infiammano i paesi in via di sviluppo, e il modo di gestirle, che cosa dicono (ieri e oggi) di noi europei?

Quello che mi colpisce del dibattito sui migranti è che i leader europei ne fanno un problema di management, un problema di gestione. Mentre per me si tratta prima di tutto di un problema morale. Non solo una questione di percentuali, di distribuzione dei rifugiati attraverso l’Unione Europea: secondo me la questione principale è morale. Si tratta di sapere che cosa fare degli stati, delle frontiere, in un momento di globalizzazione. Qualcuno diceva, da poco, che l’idea stessa dello stato-nazione è una forma di apartheid in sé, è una forma di discriminazione. Se sei nato in Guinea, o se sei nato in Burundi, o se sei nato in Danimarca, ebbene questo determinerà il resto della tua vita. E non è perché lo meriti: è un caso.

Ciò che vedo con questa sfida, questa sfida immensa… Tutti dicono che l’Europa non ce la può fare, l’Europa non si organizza: è vero, trovo che la gestione di questo problema sia stata fatta in modo estremamente amatoriale; però, contemporaneamente, non siamo mai stati così europei come nel 2015. Prima di tutto una crisi finanziaria, poi la sfida della Grecia, poi ora la sfida della migrazione: per la prima volta gli europei iniziano a considerarsi europei – è la prima volta nella mia vita che io conosco il nome del ministro delle finanze greco: prima di Varoufakis non sapevo chi fosse il ministro delle finanze in Grecia.

Per la prima volta abbiamo una discussione, un dibattito pubblico, in una sfera pubblica, europea, sul futuro dell’Europa. Constatiamo di non avere una vera politica europea, però contemporaneamente abbiamo per la prima volta un dibattito europeo. E penso che il passo successivo sia un’integrazione più spinta soprattutto sulla migrazione e sulla fiscalità, per esempio. Ci vorranno anni e anni, l’ambiente dei popoli non è sempre così sviluppato, ma non so quale potrebbe essere l’alternativa.

Non so da voi, ma in Italia c’è chi auspica la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Chi ritiene insomma che un’ulteriore cessione di sovranità sia la via da percorrere, e chi pensa che sia un tragico errore. C’è l’ostacolo della molteplicità linguistica, ad esempio.

 Io vengo dal Belgio, e questo aiuta, perché il Belgio è l’Europa in piccolo, se vogliamo: è la versione in miniatura dell’Europa. Quindi mi sembra importante determinare quali competenze politiche devono rimanere nazionali, e quali competenze politiche invece diventeranno europee. Io non credo che si debba voler creare una cosa tipo Stati Uniti d’Europa, sarebbe troppo difficile; però come giustamente dicevi il problema è quello delle lingue.

Negli Stati Uniti è stato facile, tutti parlavano inglese; in Europa, vista la bellissima ricchezza linguistica del nostro continente, mi sembra veramente difficile un’ipotesi del genere. Allora, come diventare un impero senza ricorrere a strumenti imperiali? Questa è la domanda. L’Europa non diventerà mai un impero rimanendo dolce, e questa è una fortuna dovuta alla sua diversità. Ciò nonostante mi sembra importante delimitare le competenze europee e le competenze nazionali. E, cosa più importante ancora: l’Europa stessa deve iniziare ad investire massicciamente nelle democrazie nazionali.

Ci sono due cose che mi colpiscono. Per prima cosa, l’Europa lavora molto di più a vantaggio delle mucche francesi che a vantaggio dei cittadini francesi. Se guardiamo ai bilanci dell’agricoltura per la Francia, l’Europa fa tanto; ma non fa niente per quanto riguarda la democrazia nazionale francese.

Seconda osservazione: gli unici paesi nei quali l’Europa si immischia a seconda del tasso di democraticità sono i paesi candidati all’ingresso, cioè Albania, Serbia, Turchia; una volta che il paese fa parte dell’Unione Europea, allora non si parla più di democrazia. Guardiamo quello che sta succedendo in Ungheria con Orbàn: è terribile che nel cuore dell’Unione Europea ci sia un paese che veramente superi tutti i limiti di quella che deve essere una democrazia, e l’Unione Europea non debba dire niente.

Mi sembra quantomeno strano il fatto che da questo punto di vista abbiamo degli obiettivi millenari per l’Africa ma non li abbiamo per l’Europa. Io sono un attivista democratico. E credo che sarebbe molto importante dare la parola non ai leader politici nazionali ma al popolo: al popolo francese, al popolo italiano, al popolo greco, al popolo estone. Affinché la gente ci dica come vede l’Europa nel 2030, nel 2050, quali sono le priorità. Io non ho la sensazione che l’Europa abbia digerito tutto dal basso verso l’alto: l’Europa digerisce dall’alto in basso; digerisce dalla Banca Centrale Europea, dai mercati finanziari internazionali, e questo è estremamente nocivo per quanto riguarda lo stato democratico dell’Unione Europea.

Tu dici che in nessun posto come in Africa il XXI secolo va così veloce…

C’è qualcosa che mi disturba nello sguardo europeo rivolto all’Africa. Si parla sempre del “cuore di tenebra”, come dice Joseph Conrad; si parla sempre della violenza, la violenza in Congo che è qualcosa di tribale, qualcosa di primitivo, qualcosa di esotico, quasi qualcosa di precoloniale. Come se il Congo non appartenesse alla nostra epoca, al nostro mondo. Il mio libro racconta una storia, vuole mostrare una cosa: vuole mostrare che è lo stesso nostro mondo, è lo stesso presente, che vive il Congo. Non mi piace questo sguardo esotico verso l’Africa. Lo vediamo ovunque; spesso ci sono persone che dicono “Ah, io adoro l’Africa! Però ci sono quei microbi…”. Non si dice questo del Canada, per esempio; non si dice questo dell’Australia. Quando si parla dell’Africa ci dev’essere sempre una specie di delirio irrazionale – anzi molti pensano che l’Africa sia un paese e non un continente. Ecco, questo sguardo a me non piace.

Accadono cose strane. Oggi per esempio in Europa si iniziano a vendere i cellulari con due SIM. Ci sono molte persone – per esempio, che so, ministri – che vogliono avere lo stesso telefono, cambiano il numero, affinché nel fine settimana non siano disturbati. In Italia li vendete, ce li avete anche voi i cellulari con due SIM? Ci sono? In Belgio iniziano a venderli ora, questi cellulari; in Congo ce li hanno già da dieci anni.

Nell’ultimo capitolo del mio libro io sono partito dal Congo e sono andato in Cina, quindi ho fatto Kinshasa-Nairobi, Nairobi-Bangkok, e poi sono tornato in Cina. L’aereo era vuoto: quasi tutti i passeggeri erano commercianti, donne, che andavano a comprare vestiti e telefonini. Io, in quanto antropologo, ho fatto quella che si chiama “partecipazione osservante”, e quindi ho comprato anch’io un cellulare in Cina pagandolo venti dollari. Poi ho comprato dei cellulari per i miei amici africani; e c’erano già brutte copie dell’I-Phone ma con due SIM. Sono infine tornato a Kinshasa con una valigia piena di falsi cellulari, falsi I-Phone – diciamo che ho un po’ aiutato la globalizzazione della Apple – per venderli a delle persone che avevo incontrato in Congo.

Ecco, questo semplicemente per farvi un esempio tecnologico. Il cellulare in Africa è ovunque: l’Africa sta diventando il continente più importante per quanto riguarda la tecnologia informatica. Il Kenya, per esempio, è un paese dove ci sono pochissime banche, ma c’è un sistema bancario che funziona con il cellulare, molto più avanzato di quello che abbiamo noi.

Quando noi belgi guardiamo il Congo, spesso diciamo: “Prima dei belgi non c’era storia, dopo i belgi non c’è stato futuro”. Secondo me le cose non stanno così: per certi versi il terzo millennio va molto più veloce in Africa centrale di quanto lo faccia in Europa occidentale.

In Italia ultimamente c’è stata una polemica a proposito dell’uso delle fonti nei reportage letterari e la loro indicazione in appendice ai libri. Tra chi ritiene che se ne possa fare a meno e chi ritiene che le fonti debbano sempre essere dichiarate. Come la pensi al riguardo?

Per ciò che riguarda le fonti, in questo libro io ho trovato molto importante indicarle: dato che ho avuto una formazione scientifica, per me era fondamentale dichiarare i documenti e gli archivi che avevo consultato. All’inizio avevo pensato di mettere tutto su internet, però poi ho messo tutto nel libro perché mi sembrava estremamente importante farlo… Però capisco anche Roberto Saviano, che ha una scrittura diversa, e difendo il suo diritto ad avere un approccio più libero.

Per quanto mi riguarda, ho consultato circa cinquemila fonti e ho fatto circa cinquecento interviste. Ho parlato a tante persone che ho incontrato per caso: ho intervistato pochi ministri, pochi militari, pochi diplomatici, perché ciò che loro dicono è facile da trovare, lo troviamo già nei documenti, lo troviamo sulla stampa, nei giornali; è facile. Però io sono interessato a sapere come una donna di ventisei anni – che ha quattro figli e tutti i giorni va al mercato a lavorare – ha vissuto la fine della guerra; io sono interessato a capire come un signore anziano ha vissuto la transizione tra l’epoca coloniale e l’indipendenza; io voglio chiedere ad una donna che ha novant’anni quale fosse la lingua che parlavano a casa, che cosa mangiavano, dove preparavano i pasti.

Ho voluto fare una sorta di scrittura partendo dal basso, una scrittura sociale in qualche modo. Perché la storia di un paese va oltre la sua storia politica, militare, diplomatica, che è una storia sempre molto maschile. La Storia è anche la storia dei bambini, dei poveri, delle donne, la storia delle persone emarginate; e quindi ho voluto lasciare la parola ad una diversità di voci. E per me era molto importante mostrare la diversità e la ricchezza di un paese per il quale non abbiamo abbastanza amore.

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Wolfgang Streeck: l’Euro, un errore politico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/#comments Wed, 29 Jul 2015 15:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27968 Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

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draghi

Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

In Tempo guadagnato, un libro pubblicato nel 2013, lei accoglieva con favore l’emergere in Grecia di una forza politica di sinistra «che avrebbe potuto decidere di annullare unilateralmente il debito sovrano del proprio paese». A distanza di due anni quella forza di sinistra, Syriza, è al governo, ma il negoziato sugli “obblighi” è ancora in corso. Come giudica la contesa sul debito greco? 

Credo che si tratti di una battaglia tra il nord Europa, con la Germania in testa, e i paesi mediterranei. Quel che è stato presentato ai popoli europei come un processo di unificazione è in realtà un processo di consolidamento dell’egemonia dell’Europa del Nord e del capitalismo internazionale sui paesi mediterranei, affinché diventino parte integrante di una forma di capitalismo che implica il predominio dei sistemi finanziari e l’aggiustamento delle politiche di bilancio statali alle loro richieste. Lo scontro in ogni caso non è soltanto tra il Nord dell’Europa e i paesi mediterranei. Anche le società mediterranee appaiono divise – come dimostra il caso italiano – tra un settore che punta alla ‘modernizzazione’ e che include le elite e le classi medie che vogliono liberarsi dall’eredità ‘feudale’ e quella parte di società che teme – a ragione – che i propri interessi verranno sommersi in questo processo di modernizzazione e trasformazione globale. Nel caso della Grecia, la spaccatura è evidente anche all’interno di Syriza, dove ci sono due fazioni: la prima, rappresentata dal ministro delle Finanze Varoufakis (nel frattempo si è dimesso, ndr), è quella di chi ritiene che convenga restare nell’euro e ottenere dall’Europa quanti più sostegni e benefici possibili per modernizzare il paese. L’altra, incarnata dall’economista greco Costas Lapavitsas, docente a Londra, è quella di chi suggerisce invece di uscire dall’euro e di recuperare qualche forma di sovranità monetaria, perché sul lungo periodo l’euro imporrà una disciplina molto rigida e nessuna protezione per coloro che soffriranno i danni di questo rapido processo di ‘riforme’ e modernizzazione euro-capitalistica.

Con il referendum del 5 luglio, Tsipras ha reclamato i diritti della democrazia contro le imposizioni dell’economia, alzando il prezzo che i creditori devono pagare per evitare che la Grecia, paese debitore del Sud, abbandoni la partita. È una mossa azzeccata?

Sì. Il governo greco deve cercare di ottenere il più possibile dall’Unione economica e monetaria. Dopotutto, è stata proprio l’Unione monetaria a imporre alla Grecia cinque anni di austerità, senza la minima prospettiva di una ripresa futura. Il rischio, sul lungo termine, è che la Grecia non abbia comunque speranze all’interno dell’eurozona, nonostante le concessioni che riuscirà a strappare. È in corso un conflitto su chi pagherà il conto della Grecia, molto elevato sul lungo periodo. Ma tutto deriva da un’idea sbagliata: l’idea che un’economia di mercato comune conduca inevitabilmente alla convergenza della prosperità dei paesi che ne fanno parte. Piuttosto, è vero il contrario. All’interno dell’Unione europea, i paesi del Nord prosperano e prospereranno, mentre quelli del Sud soffrono. Ne deriva un’enorme pressione politica da parte del Sud per avere qualche forma di compensazione per la loro permanenza nell’euro. Credo che tale compensazione alla fine diverrà insostenibile, dal punto di vista economico ed elettorale. Non è un caso che nel Nord tutte le elezioni abbiano registrato una vittoria o una significativa affermazione dei partiti che si battono contro l’Unione europea.

Torniamo alle due ‘fazioni’ presenti anche all’interno di Syriza. Si direbbe che lei sostenga la seconda: in Tempo guadagnato definisce l’introduzione dell’Unione monetaria europea un grave «errore politico», simbolo di  un «progetto di modernizzazione tecnocratica socialmente spericolato». Perché?

L’errore principale sta nell’aver imposto una moneta unica a una società eterogenea e multinazionale, un regime monetario molto rigido a paesi e sistemi economici che non solo non ne traggono beneficio, ma ne soffrono. L’euro impedisce ai paesi del Sud di usare lo strumento ella  politica monetaria per bilanciare la loro relazione con il resto del mondo. Si tratta sostanzialmente della reintroduzione del Gold standard (il sistema di tassi di cambio fissi della valuta all’oro, ndr), così come esisteva prima della prima guerra mondiale. John Maynard Keynes aveva ragione quando negli anni Trenta del Novecento diceva che non si può usare il Gold standard in un’economia. Perché? Perché con il Gold standard un governo non ha strumenti per impedire che la popolazione si ritrovi nei guai a causa della bassa competitività. Non ci sono difese possibili. Le uniche sono quelle dell’abbassamento dei salari, della riduzione dei diritti, etc, tutte quelle misure che in Italia ha provato a introdurre Mario Monti. Le politiche economiche monetarie dell’Unione rispecchiano l’idea tedesca della stabilità monetaria. Imporre tali politiche a sistemi economici diversificati come quello italiano o francese è stata un’insensatezza.

Nel suo libro scrive che «l’abolizione delle monete nazionali e la loro sostituzione con una moneta unica facevano parte della logica propria della svolta liberista, che mirava a liberare l’economia e il mercato dagli interventi della politica», favorendo la «giustizia di mercato» contro la «giustizia sociale». Ci spiega meglio?

L’euro è stato ‘inventato’ negli anni Novanta, quando tra i paesi ricchi dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, c’era consenso sul fatto che l’appropriazione delle risorse economiche da parte dello Stato – in altre parole il processo democratico – fosse andato troppo oltre e andasse fermato. Come? Con le politiche dell’aggiustamento e del pareggio di bilancio. Ne seguì un periodo di consolidamento fiscale in tutta Europa, nel quale sia a Bruxelles sia al Fondo monetario internazionale era senso comune pensare che i governi dovessero puntare innanzitutto a quello. Il guaio è che, soprattutto se introdotto quando la capacità di tassare i ricchi è in declino, il pareggio di bilancio ha delle implicazioni negative: significa meno Stato, uno Stato più ‘snello’, e dunque privatizzazione dei servizi e della sicurezza sociale, e ciò a sua volta significa che gli effetti redistributivi dell’intervento pubblico (volti alla giustizia sociale) spariscono in favore della giustizia del mercato.

Lei contesta non solo l’attuale funzionamento dell’eurozona, ma l’equazione – data per scontata nel discorso pubblico – tra l’euro da una parte e l’Europa e l’europeismo dall’altra. Come replica alla cancelliera Angela Merkel, che continua a ripetere che «se l’euro fallisce, allora fallisce anche l’Europa»?

Per me l’Europa rappresenta una cultura millenaria, non ha niente a che fare con l’Unione monetaria. D’altronde l’Europa intesa anche come unione politica esiste da prima dell’Unione monetaria. L’equazione tra euro ed Europa è semplice ideologia. Ha la funzione di nascondere interessi molto prosaici. Lo dimostra il caso della Germania. Il settore esportazioni, trainante nell’economia tedesca, ha bisogno di un mercato dell’export che impedisca ai paesi importatori di svalutare la propria moneta come mezzo di protezione e difesa rispetto ai paesi esportatori. L’euro in Germania è un dogma perché è il cuore della politica economica ed estera. Angela Merkel è una donna molto intelligente, ma non nutre alcun sentimento particolare verso l’Europa. In fondo sa anche lei che l’equazione tra euro ed Europa è una sciocchezza.

Rimane il fatto che l’idea che esista una corrispondenza tra la moneta-euro e il progetto politico europeo rimane ben radicata. Anche tra i partiti di sinistra, perfino tra quelli che contestano l’Europa dell’austerity. Da dove nasce quest’idea?

Forse per capirne qualcosa di più possiamo fare un passo indietro. Alla nascita dell’Unione monetaria, che per ironia della storia fu ‘inventata’ da un francese, non da un tedesco. I francesi hanno sempre sofferto il fatto che per tutto il dopoguerra abbiano dovuto svalutare la moneta, contro quella tedesca. Ciò contraddiceva lo spirito della grandeur nazionale. In più, a partire dagli anni Ottanta, tutte le banche centrali europee seguivano le politiche interstatali della Bundesbank, la banca centrale tedesca. I francesi pensarono dunque di puntare a due obiettivi diversi, che si sarebbero dimostrati incompatibili: europeizzare la Bundesbank, in modo da poterne condizionarne la politica monetaria e introdurvi politiche economiche ‘francesi’, e allo stesso tempo usare la Banca centrale europea per imporre maggiore disciplina all’interno dell’economia francese. Jacques Delors, allora ministro francese dell’Economia e delle Finanze, all’inizio degli anni Ottanta fu spedito dal presidente Mitterand in Europa per favorire questo radicale mutamento della politica francese, che mirava a una moneta stabile e all’internazionalizzazione dell’economia. Lo stesso proposito che in Italia avevano Monti e i bocconiani, che insieme agli economisti liberali francesi pensavano in qualche modo di tornare al presidente Luigi Einaudi, un ordoliberale di stampo tedesco, importando dalla Germania una certa idea di stabilità economica che portasse all’indebolimento delle forze sindacali e dei partiti di sinistra. In Italia e in Francia c’era anche chi pensava che in questo modo si potesse imprimere alle politiche economiche europee una direzione ‘mediterranea’. Fu uno sbaglio. Quando oggi gli italiani – sbagliando – vedono in Mario Draghi l’eroe che introduce elementi non liberisti nella politica monetaria europea contro la cattiva Merkel dimostrano che la battaglia su cosa significhi l’unione monetaria è ancora in corso.

Contrariamente a quanti difendono l’euro a tutti i costi, indipendentemente dai risultati che ha prodotto o meno fino a oggi e da quelli che ci si aspetta in futuro, lei non nasconde la sua idea di «rinunciare all’euro nella veste di moneta unica», e ha proposto una sorta di Bretton Woods europea. Di cosa si tratta?

Oggi di fronte a noi abbiamo due opzioni: aggravare l’errore dell’euro, oppure favorire il ritorno in Europa a un sistema ordinato di tassi di cambi fissi, ma aggiustabili in modo flessibile, che sappia riconoscere e apprezzare le differenze tra le società europee. Nel mondo già si è fatta esperienza della combinazione di due diverse politiche monetarie, con una moneta ‘centrale’, di riferimento e di ancoraggio, associata a monete nazionali ad essa legate. L’essenza di Bretton Woods era proprio questa. Nel dopoguerra e fino agli anni Settanta, questo sistema ha permesso a paesi come l’Italia e la Francia di fare delle concessioni interne, soprattutto ai partiti comunisti e ai sindacati, in termini di concessioni salariali e generose politiche sociali, e di correggere il generale orientamento economico volto soltanto a una maggiore competitività, aggiustando l’inflazione o il deficit.  È un esempio di come si possano gestire sistemi politici diversificati e allo stesso tempo far parte di un’economia internazionale. Non è un caso che molte persone stiano ragionando su questa possibilità. Lo fanno, insieme tra loro, l’economista greco Lavapitsas e l’ex ministro delle Finanze tedesche Oskar Lafontaine.

Nel suo libro sottolinea che ciò non significa che l’euro dovrebbe essere abolito. Nel caso della Grecia, cosa comporterebbe?

L’adesione della Grecia all’Unione monetaria europea non funziona. Non può reggere. Va trovata una via d’uscita. Se la Grecia intende recuperare almeno una parte del controllo democratico sulla sua economia e cessare di essere un distretto della Germania, alla fine dovrà uscire dall’euro. Una soluzione potrebbe essere quella di  reintrodurre la moneta nazionale in parallelo all’euro. Se i salari pubblici versati dallo Stato e altre forme di pagamento fossero diciamo per il 70% in euro e per il 30% nella moneta locale, nel mercato ci sarebbero meccanismi di aggiustamento tra le due monete. Non sarebbe un passaggio del tutto inedito. Forse, è l’unica maniera per evitare la bancarotta del paese.

Eppure nel dibattito pubblico sembra che le uniche due soluzioni, tra loro opposte, siano più austerity o default…

È vero. Anche sul fronte greco non se ne parla molto, perché si vuole ottenere quanto più possibile dall’Europa. Condivido questa strategia: a volere la Grecia nell’eurozona sono stati soprattutto la Germania e la Francia. E allora che ne paghino il conto. Conoscevano i problemi greci, il clientelismo, la corruzione, eppure l’hanno ammessa. Perché? Perché alla fine degli anni Novanta la Grecia, che non riusciva ad attingere al mercato del capitale privato, dipendeva dai trasferimenti di Bruxelles tramite i programmi di aggiustamento. Ma era un periodo nel quale i maggiori paesi europei stavano consolidando il proprio budget, mentre alti paesi – pensiamo ai Balcani – reclamavano nuovi finanziamenti. Annettendo la Grecia all’eurozona, Francia e Germania hanno pensato che i greci potessero prendere in prestito il denaro anziché riceverlo sotto forma di sussidi. Così la Commissione europea e alcuni governi hanno fatto intendere ai mercati finanziari che il debito greco fosse in qualche modo un debito europeo. Nel 2009 invece, a causa della situazione economica generale, i tedeschi hanno cominciato a dire che il debito greco era soltanto greco. I problemi veri sono cominciati allora.

Vuol dire che il governo greco ha tutte le ragioni per tenere alto il livello dello scontro con la Troika?

Qui in Germania è diffusa la percezione che i greci siano i ‘cattivi ragazzi’, perché pretendono troppo. Al contrario, dovrebbero chiedere di più. Hanno diritto a farlo. I vari Schröder, Monti, Chirac, i leader europei del periodo in cui si è affermata questa particolare concezione dell’Unione monetaria e della politica economica comune, potrebbero essere chiamati in tribunale: devono rispondere di aver mentito ai propri ‘clienti’ sulla validità e sulla solidità dei prestiti che stavano erogando, o sui quali ‘garantivano’. Quanto ai greci, nel momento in cui hanno accettato i prestiti  avevano ragione di credere che li stavano ricevendo come ricompensa per la disponibilità ad accettare il Gold standard in economia, una cosa ridicola sin da allora, ridicola almeno quanto la dollarizzazione dell’economia argentina. Gli europei distribuivano il veleno al governo greco. E il governo greco a quel tempo era abbastanza corrotto da distribuirlo al proprio popolo.

Secondo la sua analisi, il fatto che per i paesi debitori sia sempre giusto e doveroso ripagare i propri debiti «è un mito che serve a costruire il mito della moralità dei mercati finanziari globali». La sovranità di uno Stato si esercita anche decidendo di non pagare i debiti?

Storicamente, ci sono stati molti governi che hanno negoziato con i creditori un alleggerimento o una ristrutturazione del debito, o che si sono semplicemente rifiutati di pagare. Non c’è nulla di morale in questo. Dipende dai casi. Senza contare che se un debitore finisce in bancarotta, in parte è anche colpa dei creditori, che non sono stati abbastanza vigili. Le banche fanno operazioni di controllo del rischio: gestiscono un portfolio di prestiti distribuito in modo tale che la percentuale minoritaria di debitori insolventi non pregiudichi il profitto totale. Da una banca ci si aspetterebbe questa forma di responsabilità. Se una banca decide di comprare titoli di stato greci, lo fa perché ritiene che dietro al rischio ci sia una forma di assicurazione politica che quei crediti verranno comunque rimborsati. Per questo, possiamo criticare i creditori quanto i debitori.

È molto diffusa l’opinione che la crisi finanziaria e fiscale degli Stati europei mediterranei, e non solo, vada ricondotta al fatto che la popolazione abbia prelevato per sé, a causa di un eccesso di democrazia, troppe risorse dai fondi pubblici. Lei sostiene invece che la causa dell’indebitamento pubblico vada ricercata non «nelle spese elevate, bensì nelle basse entrate dovute a un’economia e a una società fondate sul principio dell’individualismo della proprietà privata». Ci spiega meglio?

Su questo, il punto di vista va rovesciato. I governi devono sempre trovare un equilibrio tra le richieste dei cittadini e quelle dei ‘creditori’, ma per farlo devono essere in grado di tassare l’economia. Se trovano resistenza alla tassazione, ecco che si crea un deficit. Negli anni 70 la spesa sociale è cresciuta molto, specie per i benefit legati alla disoccupazione. Quell’aumento non dipendeva però dall’eccesso di benefit e di tutele sociali, ma dall’incapacità del sistema di creare e mantenere posti di lavoro. Intendo dire che i governi sono tenuti a compensare i danni causati da un’economia capitalistica che si evolve velocemente a scapito della struttura sociale e della sua tenuta. In Italia si criticano sempre le baby-pensioni. É una cosa stupida. Non è questa la causa della crisi fiscale dello Stato. Le vere spese sono quelle che lo Stato effettua per garantire le precondizioni affinché i mercati possano operare, oltre a quelle con cui compensa i danni dell’economia liberista. Stiamo sperimentando un problema sistemico: i costi per il mantenimento dell’economia capitalistica eccedono i benefici che ne ricaviamo. La natura sociale della produzione e la natura capitalistica delle relazioni di proprietà collidono. Dietro la crisi fiscale c’è questo.

 C’è una scuola di pensiero – riconducibile a Jürgen Habermas, con cui lei ha polemizzato all’uscita del suo libro – che dice: ‘è vero, esiste un deficit democratico in Europa, ma si può colmare politicamente, attraverso un processo di democratizzazione che culmini in una vera Costituzione europea’. Lei è molto scettico su questa possibilità. Perché?

Perché non si può elaborare alcune teoria istituzionale democratica senza tener conto della politica economica. Habermas ragiona in termini di diritto internazionale, di teorie istituzionali, ma se non teniamo conto dei fattori sistemici sottostanti, se non consideriamo le ragioni per cui la produzione capitalistica schiaccia il pubblico, qualsiasi invenzione istituzionale non risolverà nulla. Occorre riconoscere seriamente il problema attuale: il modo di produzione capitalistico è in guerra con la democrazia e con le società democratiche. Tutto ciò è evidente nel Mediterraneo: la disoccupazione giovanile lascerà tracce importanti, nella testa dei giovani e nella loro capacità di accumulare reddito. Pretendere che non sia importante è insensato. Davvero non riesco a capacitarmi di come un uomo così intelligente ancora creda che la democrazia europea possa essere una sorta di democrazia giacobina, in cui ciascuno vota per un partito, esiste un parlamento centrale rappresentativo di tutti ma non esistono i mercati, la finanza internazionale, gli egoismi nazionali. Nessuno ha idea di chi scriverà una eventuale Costituzione europea sovranazionale, e tantomeno di come potrebbe passare nei parlamenti nazionali, dove sono fortissimi i partiti contrari all’integrazione europea. Al contrario di quel che pensa Habermas, molti paesi vogliono stare in Europa non perché mirino a una Costituzione unica e democratica, ma per proteggere la propria nazionalità. Pensare alla Costituzione europea mi pare irrealistico. Soprattutto oggi, quando abbiamo problemi ben più importanti da risolvere. E molto in fretta.

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Gli unici tedeschi che stanno con i greci https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-unici-tedeschi-che-stanno-con-i-greci/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-unici-tedeschi-che-stanno-con-i-greci/#comments Wed, 17 Jun 2015 05:30:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27358 Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

“Se Tsipras e Varoufakis non ricevono l’appoggio dei grandi Paesi europei, e in primis di Francia e Italia, è difficile che la loro azione abbia un senso. Tutti noi che crediamo in un’Europa coesa, solidale e votata allo sviluppo sociale, tutti noi dobbiamo offrire aiuto e supporto ai greci. Altrimenti l’Unione finirà sotto il fuoco incrociato degli egoismi nazionali in lotta fra di loro”. Siamo a pochi passi da Alexanderplatz e a parlare è uno dei due leader della terza forza politica tedesca. Fa un certo effetto ascoltare proprio qui parole che sono anni luce lontane da quello che l'unilateralità dell'informazione ha ormai accreditato come “pensiero unico tedesco”. Ma lo stordimento cade subito quando ci si ferma a pensare a chi, in questi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi, abbiamo ascoltato quasi fosse il portavoce di un popolo più che l’integerrimo Ministro delle Finanze di un governo democraticamente eletto. Ossia, Wolfgang Schäuble, pronto a ripetere (fino a pochi giorni fa in una conversazione uscita su Repubblica) che il vero problema della Grecia è la perdita di competitività. “Chissà perché, eh! Strani giochi del destino. Se un Paese prostrato da anni di austerità e tagli perde competitività c’è davvero da sorprendersi” sorride ironico Bernd Riexinger. Cinquantanovenne, ex banchiere e sindacalista, Riexinger esattamente tre anni fa, assieme a Katja Kipping, è diventato Presidente di Die Linke, ossia La Sinistra, e ora si aggira fra pile di carte distribuendo caffè agli ospiti, mentre un improvviso sole ha aperto l’estate anche qui a Berlino.

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Riexinger

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“Se Tsipras e Varoufakis non ricevono l’appoggio dei grandi Paesi europei, e in primis di Francia e Italia, è difficile che la loro azione abbia un senso. Tutti noi che crediamo in un’Europa coesa, solidale e votata allo sviluppo sociale, tutti noi dobbiamo offrire aiuto e supporto ai greci. Altrimenti l’Unione finirà sotto il fuoco incrociato degli egoismi nazionali in lotta fra di loro”. Siamo a pochi passi da Alexanderplatz e a parlare è uno dei due leader della terza forza politica tedesca. Fa un certo effetto ascoltare proprio qui parole che sono anni luce lontane da quello che l’unilateralità dell’informazione ha ormai accreditato come “pensiero unico tedesco”. Ma lo stordimento cade subito quando ci si ferma a pensare a chi, in questi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi, abbiamo ascoltato quasi fosse il portavoce di un popolo più che l’integerrimo Ministro delle Finanze di un governo democraticamente eletto. Ossia, Wolfgang Schäuble, pronto a ripetere (fino a pochi giorni fa in una conversazione uscita su Repubblica) che il vero problema della Grecia è la perdita di competitività. “Chissà perché, eh! Strani giochi del destino. Se un Paese prostrato da anni di austerità e tagli perde competitività c’è davvero da sorprendersi” sorride ironico Bernd Riexinger. Cinquantanovenne, ex banchiere e sindacalista, Riexinger esattamente tre anni fa, assieme a Katja Kipping, è diventato Presidente di Die Linke, ossia La Sinistra, e ora si aggira fra pile di carte distribuendo caffè agli ospiti, mentre un improvviso sole ha aperto l’estate anche qui a Berlino.

Nella storia di questo partito socialista democratico che ondeggia attorno al dieci percento dei consensi, una forza tanto importante quanto sottovalutata all’estero, si specchia, rifrangendosi in una sintesi perfetta, tutta la storia politica tedesca fra Novecento e primo scorcio del nuovo millennio. Non è una storia semplice, dunque, eppure riusciamo a vederla riassunta addirittura nelle pietre di questo edificio, la Karl Liebknecht Haus. Fu qui, infatti, che nel 1926 prese sede il KPD, il Partito Comunista tedesco, intitolando quella che era nata come una fattoria alla memoria dell’avvocato che nel 1914 aveva fondato, assieme a Rosa Luxemburg, la Lega di Spartaco (movimento rivoluzionario socialista) e cinque anni dopo il Partito Comunista, poco prima di essere torturato e ucciso. Nel 1933 sul palazzo fu issata la bandiera incisa dalla svastica, il nome di Liebknecht fu sostituito da quello di Horst Wessel (attivista nazista assassinato) e in queste stanze occupate dalla polizia, si susseguirono detenzioni e torture di ebrei e avversari politici fino a quando il dipartimento per le finanze dello stato prussiano rese il Palazzo solo apparentemente più accettabile. Nel 1948, semidistrutto, l’edificio tornò a onorare la memoria di Liebknecht, accogliendo l’Istituto marxista leninista fino al 1990. È allora, caduto il muro, che questa ex fattoria inizia a raccontare definitivamente la storia della Linke. Il PDS, Partito del Socialismo Democratico, erede della SED, partito unico della Repubblica Democratica Tedesca, sostituisce l’Istituto marxista leninista e comincia il suo percorso di maturazione. Nel 2005 il PDS si prepara ad accogliere l’abbraccio di un altro partito nato in quegli anni nella nuova grande Germania unita. Sindacalisti e politici (tra cui Oskar Lafontaine), delusi dalla svolta liberista con cui Schroeder sta trasformando la SPD (il partito socialdemocratico), hanno infatti creato la WASG, Partito della Giustizia Sociale, che nel 2007 assieme ai cugini dell’est va a formare Die Linke.

“Oggi il partito deve affrontare i pregiudizi di una società profondamente anticomunista che in parte vede ancora in noi gli eredi della DDR” spiega Bernd Riexinger “C’è molta demagogia, ovvio. Siamo il partito del socialismo democratico mica un monopartito da socialismo reale. Tuttavia, è politicamente conveniente inserire l’avversario in una zona d’ombra dove cresce la paura dell’elettore. Qualcosa però sta cambiando. Le ultime elezioni regionali in cui è stato per la prima volta eletto un Presidente del nostro partito, Bodo Ramelow, in Turingia, hanno dato un segno: è possibile cominciare a immaginare una situazione di normalità politica in cui Die Linke sia accettata dalle coscienze di tutti i tedeschi”. Il caso della Turingia è notevole. Ramelow è stato eletto con il supporto del voto socialdemocratico e verde. Un’alleanza che a livello locale è molto più semplice che su scala nazionale. “Ma noi non ci precludiamo la possibilità di un’ alleanza con la SPD. Ci sono molti problemi aperti – è evidente. La precondizione necessaria per noi è che essi abbandonino le politiche neoliberiste. Diversamente, nessun punto di vista comune sarebbe immaginabile”. La possibilità di un cambiamento interno non è dietro l’angolo e Riexinger lo sa bene. L’epoca della Merkel non accenna a finire: “La propaganda governativa finora ha lasciato poco spazio agli oppositori. Da una parte essa ha a che fare con l’orgoglio nazionale, dall’altra con la paura. Mi spiego. Sono stati molto abili nel far credere ai tedeschi che qui da noi tutto va bene e che le colpe e i problemi si annidano soltanto nei Paesi più deboli economicamente. È infatti molto semplice e altrettanto convincente dire: rispetto a Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, noi stiamo bene. A questo senso di orgoglio si contrappone la paura che tutto ciò possa finire, e questa fine si fa coincidere con la paventata fine del lungo periodo di potere di Angela Merkel. Cosa succederebbe senza di lei? – ci si domanda. La polarizzazione così diventa fortissima. Ma sotto la superficie le cose stanno cambiando. C’è una progressiva presa di coscienza. Le crepe di questo gioco di potere e di propaganda iniziano a mostrarsi”.

In Europa, dopo la vittoria di Syriza, queste crepe sembra siano state riassorbite in uno scontro frontale in cui sia i governi che la stampa hanno lasciato soli i greci. Le accuse politiche a Varoufakis si sono mescolate a una campagna mediatica di delegittimazione senza precedenti. “C’è un deficit di competenza nell’analisi macroeconomica che unisce tutti i Paesi. Si fonda sull’idea che il modello tedesco possa funzionare anche altrove. Eppure chiunque, anche un inesperto, può rendersi conto che si tratta di un controsenso. L’economia tedesca è fondata sull’esportazione ed è evidente che non possono esportare tutti. Ma c’è un’altra questione: Merkel e Schäuble coltivano solo gli interessi nazionali. E guardano all’Unione Europea soltanto per la competitività del mercato e non per lo sviluppo sociale. Per questo, ripeto che dovremmo tutti sostenere la Grecia nelle trattative aperte dopo la vittoria della sinistra. L’austerità non ha portato a nulla e se lo spazio di azione dei greci è talmente stretto che un governo democraticamente eletto non può proporre la ricetta che vuole, significa che siamo arrivati a un punto di non ritorno. Dobbiamo tutti contribuire a cambiare la natura dell’Unione Europea, altrimenti finirà con una guerra intestina dagli esiti imprevedibili”.

Per Riexinger, uno dei primi passi necessari da compiere è una presa di coscienza legata alla capacità di scardinare alcune questioni date ormai per scontate, certezze che nessuno più mette in discussione. “Per esempio l’idea che i soldi alla Grecia servano a salvare i greci e invece sono soldi che vanno alle banche. Oppure l’idea che la crisi greca coincida con il fallimento del Paese, dello Stato, laddove si tratta di una crisi finanziaria”. Analogo il discorso per la questione ucraina. Dove sono all’opera evidentemente “interessi geopolitici e militari”. Non è strano dunque che, mentre si discute di quanto gli europei dovrebbero pagare alla Grecia, si passi sotto silenzio quanto gli europei stanno pagando per l’Ucraina. “Ma un’Europa pacifica esiste solo con la Russia. Senza, invece, sarà completamente impossibile. Dunque è necessario normalizzare le relazioni con Putin, perché quel che sta succedendo può rientrare negli interessi degli Stati Uniti ma non certo di noi europei”. Quanto all’Italia? A parlar di noi, Riexinger si illumina. Sorride. Apre le braccia. “Quando ero giovane vi invidiavo. Venivo spesso. Avevate quello straordinario partito che era il PCI. Poi la frammentazione, i dissidi interni hanno sbriciolato un grande patrimonio. Credo che ci sia davvero bisogno di un partito di sinistra vitale che restituisca speranza e motivazioni, che sappia unire e non dividere. Io sono fiducioso. Conosco le vostre risorse”.

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