Yari Bernasconi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yari-bernasconi/ un blog di approfondimento culturale Fri, 04 Jun 2021 12:41:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Yari Bernasconi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yari-bernasconi/ 32 32 Dodici mesi in Paradeplatz, flâneur a Zurigo https://minimaetmoralia.it/altro/dodici-mesi-in-paradeplatz-flaneur-a-zurigo/ https://minimaetmoralia.it/altro/dodici-mesi-in-paradeplatz-flaneur-a-zurigo/#comments Fri, 04 Jun 2021 12:41:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48848 di Simone Bachechi Strano oggetto A Zurigo, sulla luna – Dodici mesi in Paradeplatz,  il volume scritto  a quattro mani dagli svizzeri “italiani” Yari Bernasconi, nato a Lugano e da Andrea Fazioli, nato a Bellinzona, volume uscito lo scorso aprile per Gabriele Capelli, editore altrettanto svizzero “italiano”. L’iconica piazza di Zurigo è scandagliata dalla penna […]

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di Simone Bachechi

Strano oggetto A Zurigo, sulla luna – Dodici mesi in Paradeplatz,  il volume scritto  a quattro mani dagli svizzeri “italiani” Yari Bernasconi, nato a Lugano e da Andrea Fazioli, nato a Bellinzona, volume uscito lo scorso aprile per Gabriele Capelli, editore altrettanto svizzero “italiano”.

L’iconica piazza di Zurigo è scandagliata dalla penna dei due autori ticinesi, uno (Bernasconi) più propriamente poeta, l’altro (Fazioli) già autore di romanzi e raccolte di racconti, più legato alla prosa. Ne viene fuori un reportage letterario di difficile catalogazione, tanti bozzetti che ricordano un celebre scrittore zurighese: Max Frisch.

Come Monet ha dipinto la Cattedrale di Rouen seguendo la luce del giorno durante lo scorrere delle sue ore, così i due autori si recano nella celebre piazza della capitale svizzera a partire dal gennaio del 2018 e per ogni mese di quell’anno, fino a ritornarci nel gennaio del 2021, poco prima che i loro resoconti diventassero questo libro, da un altro lato, da un Andere Seite (Seite in tedesco significa pagina), in piena pandemia, per osservarla ancora da un altro punto di vista.

I resoconti mensili che i due autori armati dei loro taccuini riescono a mettere sulla pagina sulla celebre piazza di Zurigo sembrano un pretesto per parlare di poesia e letteratura, infatti a ogni loro incontro portano sempre con se una poesia diversa di autori classici o contemporanei, convinti che questa abbia sempre da dire qualcosa sulla realtà che ci circonda. Troveremo quindi all’interno del volume componimenti in versi di poeti medievali quali Guido Guinizzelli, ottave di Ludovico Ariosto dall’Orlando Furioso, poesie di Anna Achmatova, Gianni Rodari, Mario Luzi, fino al Cantico di Frate Sole di San Francesco d’Assisi, e altri meno noti poeti, quasi dei controcanti all’osservazione della vita frenetica e il vario e distratto viavai che si svolge nella piazza delle banche di Zurigo, con i minimi avvenimenti che vi hanno luogo, tra ragazze stilnoviste, sosia di Bukowski, ragazze che a luglio fanno schioccare le infradito, turisti che danno un tocco di colore alla altrimenti grigia piazza della finanza, uomini in cravatta più in sintonia con l’ambiente e guide turistiche che confermano in ogni caso che “Hier is das Geld”. Il tutto nel trambusto cittadino di camion della nettezza e l’incessante transito dei tram, perché Paradeplatz è un luogo di passaggio nel quale la gente non è abituata a fermarsi, immateriale come il denaro che pure vi circola, perché nonostante tutto “Paradeplatz rimane un luogo di potere e di soldi”.

Gli autori, due moderni flâneur, con due linguaggi diversi, l’uno con quello della poesia, attento a cogliere le minime sfumature, l’altro con quello della prosa, fluente e evocativa e che dimostra che con i suoi migliori esiti può reggere il passo della poesia, cercano di rendere narrativamente con la precisione e il lirismo dell’occhio fotografico di un Wenders al meglio della sua espressività il visibile e l’invisibile di Paradeplatz, compresa quella parte che sta “sulla luna”, che scaturisce dalla crepa nel visibile della piazza, per scoprirne un’altra, per esteso un’altra realtà oltre la superficie patinata delle boutiques e delle banche, perché lungi dal manifestarsi come un non luogo, agli occhi dei due narratori la piazza assume le sembianze di un luogo di confine tra il visibile e l’invisibile:

“L’azione di scrutare la Paradeplatz esterna, cercando di captare il suo ritmo, dischiude le vie che portano a quella intima, invisibile”

fino a una Paradeplatz più segreta, nascosta e in ogni caso fuori dallo stereotipo, colta dagli autori nell’alternarsi delle stagioni e dei dodici mesi, gli “episodi” che sono i capitoli del volume.

Il percorso dei due autori si snoda in un’osservazione intercalata da suggestioni poetiche e letterarie. Da citare alcuni versi di Franco Fortini:

Gli oppressi  / sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli / parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso / credo di non sapere più di chi è la colpa.”

fino ad arrivare a più intime e personali speculazioni di tipo esistenziale del tipo:

“Invece siamo molto più spesso quello che non possiamo diventare e quello che non siamo riusciti a fare”

oppure

“La vita potrebbe essere proprio una parentesi quadra dove inscatolare tutti gli incontri che si fanno per strada o nei libri. Creature con cui si sorride, si soffre si mangia. E alla fine non sai se sei tu a essere loro o loro a essere te. Confondi la tua voce con quella degli altri”

domandandosi ancora se quello che si sta osservando sia reale o se ci sia dell’altro:

“Sono nove mesi che torniamo in Paradeplatz, eppure a volte mi sembra di non averla ancora mai vista“

Oppure fino a più semplici domande:

“Pourquoi ici” citando il titolo di una poesia qui riportata.

La consapevolezza nasce dall’osservazione di coloro che attraversano quella piazza che diventa icastica, una grande metafora del mondo intero, perché in fondo  Paradeplatz è Paradeplatz, una tautologia, perché come suggeriscono gli autori il mondo e nemmeno Zurigo, e tantomeno una sua piazza va spiegata, basta esserci, insieme a quelle presenze che hanno la consistenza di fantasmi, o amici che si trovano nella piazza, smarriti, indolenti e che si scambiano parole tacendo, solo con gli occhi, magari mentre soffia il Favonio, un vento estivo che fa diventare tutti matti o osservando gli alberi di Natale schierati sopra il tetto della UBS che sembrano un plotone di esecuzione, realizzando infine che Paradeplatz non è che uno svincolo “un posto  da cui si deve transitare per raggiungere una destinazione” che nel caso dei due è il capolinea del tram, dal centro verso quella periferia, con quel fascino di una città che lentamente diventa campagna, come in una canzone di Paolo Conte.

“Uno snodo ferroviario, incrocio per i tram della città, un triangolo freddo, luogo di passaggio. Tutto fuorché gradevole. A nessuno viene in mente di fermarsi”

Nella resa fotografica del “falso” movimento di Paradeplatz Bernasconi e Fazioli riescono a cogliere dall’apparente banale quotidianità quel tanto di fantastico e inaspettato che è proprio di ogni testo letterario che si rispetti. Lo fanno con un andamento staccato e strappato che trova espressione nel resoconto del volume che scaturisce dai taccuini dei dodici mesi messi riportati nel finale, avanzi di scrittura, pezzi rimasti fuori eppure finiti dentro, venendo rielaborati, una piccola appendice o libro nel libro di questo singolare viaggio. Da uno di quegli appunti dei taccuini  emerge forse il vero intento poetico dell’opera:

“La scrittura come mezzo che ti consente sia pure fuggevolmente di abitare un luogo”

e la domanda che i due si pongono sul perché del loro girovagare e dell’essersi dati appuntamento ogni mese in una piazza lontano da casa:

 “Ma non abbiamo niente di meglio da fare?”

Forse la domanda che prima o poi chiunque scriva è condannato a porsi.

 

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I giganti passi dell’uomo e l’importanza di essere piccoli https://minimaetmoralia.it/cultura/festival-limportanza-di-essere-piccoli/ https://minimaetmoralia.it/cultura/festival-limportanza-di-essere-piccoli/#respond Thu, 31 Jul 2014 14:37:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22580 di Daria Balducelli e Azzurra D’Agostino

“Quando uno spettacolo riesce a risuonarci come una festa, accade qualcosa, si rimane sbigottiti dall'entusiasmo collettivo. È un processo di ipnotica meraviglia, ed è così che da spettatore singolo e isolato si diventa pubblico - diventare pubblico significa avere una postura e farla risuonare con gli altri.”

Spettatori e pubblico, una differenza complicata, qui difficile da spiegare, ma su cui ci piace riflettere riprendendo la bella intuizione di Piergiorgio Giacché appuntata dopo un incontro pubblico al Festival Kilowatt di San Sepolcro, all'interno del progetto “Centro della Visione”. Incipit che ci serve per parlare delle persone che “fanno” un festival, una lettura, un concerto, qualsiasi evento culturale collettivo.

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(La foto è di Guido Mencari)

di Daria Balducelli e Azzurra D’Agostino

“Quando uno spettacolo riesce a risuonarci come una festa, accade qualcosa, si rimane sbigottiti dall’entusiasmo collettivo. È un processo di ipnotica meraviglia, ed è così che da spettatore singolo e isolato si diventa pubblico – diventare pubblico significa avere una postura e farla risuonare con gli altri.”

Spettatori e pubblico, una differenza complicata, qui difficile da spiegare, ma su cui ci piace riflettere riprendendo la bella intuizione di Piergiorgio Giacché appuntata dopo un incontro pubblico al Festival Kilowatt di San Sepolcro, all’interno del progetto “Centro della Visione”. Incipit che ci serve per parlare delle persone che “fanno” un festival, una lettura, un concerto, qualsiasi evento culturale collettivo.

Ecco, allora, due istantanee scelte dall’album de l’importanza di essere piccoli,  festival di poesia e musica quest’anno al varo della quarta edizione.

Per iniziare una del 2011: il poeta Fabio Franzin nel cortile di una vecchia casa di campagna che attende insieme al cantautore Giangrande che la serata inizi. Le persone arrivano lentamente, passi brevi e attenti alla terra che calpestano, il buio appena illuminato dalle torce non regala niente e a ogni metro si può trovare il dosso che fa inciampare. Arrivano piano tutti quegli individui che tra un’ora diventeranno “pubblico” grazie all’ascolto comune.  E la postura di quelle persone che hanno lasciato l’auto lungo la strada provinciale per il lago di Suviana e compaiono a piccoli gruppi nella penombra è una postura che ha qualcosa di non ordinario. Portamento che dipende forse anche dalla scelta di andare a sentire un poeta, o di scoprire una frazione di montagna sconosciuta e semiabbandonata. Poi donne, bambini, anziani e ragazzi si siedono sulla stortura delle sedie disposte nel terreno sconnesso, guardano l’aia, la casa, il campo con uno sguardo strano e bello, per delle parole dure come quelle che dicono il nostro presente:

(…) restano le foglie secche che / corrono per l’aia di un mondo idiotad’acciaio / e plastica, di bande elettroniche fitte di voci che hannoperso per / sempre il nome dei fiori, menzogne che in un / istanteoltrepassano oceani e montagne, / anime che si vendono per compraredelle cose, che / rubano l’aria agli alberi, il canto all’acqua.

Alla fine si rimane lì anche se non c’è più niente da ascoltare: il padrone di casa abbraccia il poeta, un bambino suona il pianoforte che ha accompagnato il concerto, e noi raduniamo le nostre cose con l’allegria di chi ha allargato la sua idea di felicità a un paese.

L’altra immagine si apre con un bosco di castagni che si concede nella sua tempesta privata di insetti voraci che pungono le foglie facendole appassire. Il bosco è su un crinale disabitato che esploriamo con Giuliano Scabia, il poeta che fa diventare i sopralluoghi dei sentieri di canti, aperture che fanno girare la testa. Ecco Rita sul ciglio di un vecchio e sdentato borgo, in ciabatte, che ci guarda perplessa: siamo effettivamente gente strana, per i boschi con taccuini, libri e matite e l’aria di essere un po’ persi. Poi Giuliano entra nella casa di lei, dove il fratello e un altro uomo stanno ancora mangiando; la cerimonia dell’accoglienza nelle dimore dei contadini è una stretta di mano e una sedia che si stacca dalle altre per farti accomodare. Ripartiamo per il bosco insieme a Rita e i suoi racconti di lupi che di notte la fanno star sveglia, delle mulattiere abbandonate, della malattia dei castagni che la rende triste e del fatto che non ha mai scritto una poesia.

L’immagine si chiude alcuni mesi dopo, Rita che aspetta il pubblico in una tappa della passeggiata condotta da Giuliano Scabia durante il festival. È pronta per leggere la sua prima poesia, il ‘compito’ datole da Giuliano, la sua serenata al lupo. Indossa un vestito lungo e scarpe eleganti. Ha cucinato tutto il giorno, ora sono pronte cento ‘tigelle’ da offrire alle persone che ci hanno seguito, ha la voce rotta ed è tanto emozionata, e forse non si è accorta che mentre l’ascolta Giuliano si è  commosso.

Sono tracce come queste, ricordi che entrano a far parte della vita, a farci  credere nel  valore di  un’azione di politica culturale e a farci riconoscere la dignità di questo lavoro che non può continuare ad essere afflitto dalle leggi di un mercato troppo grande o essere scambiato per un passatempo. Per noi la valenza di un progetto culturale sta nel sentimento che si respira tra le persone, in quel sorprendente risuonare.

Si tratta del senso che può avere per noi oggi aprire degli spiragli che lascino intravedere altre possibilità di stare tra noi e nel mondo, si tratta di fornire a noi stessi e agli altri l’occasione di esperire un’alternativa: condividere un momento collettivo che sia il contrario della ‘distrazione’ e dell’intrattenimento’ , di cui oggi c’è forse fin troppa abbondanza di offerta, e di fare un passo indietro rispetto alla spettacolarizzazione e all’individualismo.

Quello che viviamo molto spesso non ci piace, ci fa stare e sentire fuori luogo. La poesia (nelle sue varie forme, fatte di versi ma anche di piante, di musicisti, di contadini, di appassionati) è allora, nel suo essere sempre fuori misura, lo spazio in cui le contraddizioni e le complessità possono diventare occasione. Certo è complicato cercare di realizzare questa (ma sì, usiamola questa parola desueta) utopia dovendo agire secondo le regole che sembrano osteggiare questo tipo di pensiero e  accadimento in luoghi minoritari. Eppure c’è chi ancora crede in tutto questo, e bastano alla fine pochi – o meglio, rari – esploratori e il margine in cui ci si muove diventa un giardino fertile di confine.

Questo è dunque un ringraziamento a tutte le persone che sono diventate e che ancora vorranno diventare ‘pubblico’, custodi di quel dialogo taumaturgico tra il paesaggio e chi lo abita. Ci riproviamo dal 5 al 9 agosto, sotto l’immagine di una libellula che nella sua fragilità comunque se ne sta ferma nell’aria in un punto esatto. La libellula, il ‘panegirico della libertà’ cantato dal poemetto di una poetessa amatissima e centrale come Amelia Rosselli, da cui abbiamo preso i versi che ci guidano quest’anno:

io amo più forse

le colline e le fresche brezze e le verdescuro

pinete, che i giganti passi dell’uomo

 

www.sassiscritti.wordpress.com
fb: l’importanza di essere piccoli

 

Programma 

5 agosto – “Scaialbengo” centro culturale ippico, Castel di Casio ore 21
Dina Basso, Yari Bernasconi, Alberto Cellotto (letture)
Roberto Angelini (live acustico)

6 agosto – Molino del Pallone, Granaglione ore 21
Luigi Socci (lettura/incontro)
Davide Toffolo (concerto/spettacolo Graphic Novel is Dead)

7 agosto – Pieve della Rocca di Rofeno, Vergato ore 21
Mario Benedetti (lettura/incontro)
Felpa Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax, Magpie (live acustico)
Riccardo Sinigallia (concerto)

8 agosto – Capugnano, Porretta Terme ore 21
Fabio Pusterla (lettura/incontro)
Peppe Voltarelli (live acustico)

9 agosto – Castagno, Pistoia ore 21
Chandra Livia Candiani (lettura incontro)
Mara Redeghieri (concerto progetto Dio Valzer)

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