Yasmina Reza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yasmina-reza/ un blog di approfondimento culturale Sat, 28 Jan 2017 00:27:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Yasmina Reza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yasmina-reza/ 32 32 Il cinema italiano offre molto di meglio che “Perfetti sconosciuti” https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cinema-italiano-offre-molto-di-meglio-che-perfetti-sconosciuti/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cinema-italiano-offre-molto-di-meglio-che-perfetti-sconosciuti/#comments Sat, 14 May 2016 05:30:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30967 1.

Sette amici a cena (tre coppie a diversi livelli di armonia, da idillio a catastrofe imminente, più l’amico separato sensibile e un po’ impacciato) decidono di condividere messaggi e telefonate che riceveranno nell’arco della serata, un po’ per gioco e un po’ per dimostrarsi a vicenda che non hanno niente da nascondere.

Invece sono pieni di segreti più o meno sordidi, e l’esperimento traligna in una resa dei conti che manderà all’aria le loro relazioni e le loro vite.

Attorno a questo spunto, che in una scuola di sceneggiatura verrebbe probabilmente utilizzato per illustrare agli studenti il concetto di idiot plot – coniato negli anni Settanta da Roger Ebert per indicare le trame che si risolverebbero da sole se i personaggi evitassero di comportarsi come degli idioti – si sviluppa Perfetti sconosciuti, commedia di Paolo Genovese premiata ai David di Donatello come miglior film italiano dell’anno.

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perfetti

1.

Sette amici a cena (tre coppie a diversi livelli di armonia, da idillio a catastrofe imminente, più l’amico separato sensibile e un po’ impacciato) decidono di condividere messaggi e telefonate che riceveranno nell’arco della serata, un po’ per gioco e un po’ per dimostrarsi a vicenda che non hanno niente da nascondere.

Invece sono pieni di segreti più o meno sordidi, e l’esperimento traligna in una resa dei conti che manderà all’aria le loro relazioni e le loro vite.

Attorno a questo spunto, che in una scuola di sceneggiatura verrebbe probabilmente utilizzato per illustrare agli studenti il concetto di idiot plot – coniato negli anni Settanta da Roger Ebert per indicare le trame che si risolverebbero da sole se i personaggi evitassero di comportarsi come degli idioti – si sviluppa Perfetti sconosciuti, commedia di Paolo Genovese premiata ai David di Donatello come miglior film italiano dell’anno.

Secondo una tendenza che se non altro testimonia il tentativo di adeguarsi ad una logica industriale, sempre più spesso il cinema italiano medio-alto si presenta ad ondate di esemplari molto simili e fortemente caratterizzati. Se la stagione 2014/2015 è stata quella delle commedie grottesche sui disoccupati che tentano di sbarcare il lunario con espedienti estremi (sulla scia del successo di Smetto quando voglio, a sua volta una variante scalcagnata e caciarona di Breaking Bad), ora è il momento delle tragicommedie borghesi di impianto teatrale, in approssimativa unità di tempo, luogo e azione.

Con il solito decennio di ritardo, il riferimento immediato è alla Yasmina Reza del Dio del massacro/Carnage, ma i modelli seminali nella storia del cinema sono numerosissimi, da La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams portato sul grande schermo da Richard Brooks a Il grande freddo di Kasdan, passando per il filone delle drammaturgie in interni newyorkesi degli anni ’70 e ’80 di Allen, Pinter ed epigoni. Anche la tradizione nostrana è nutrita, e la mente va subito alla caustica Cena di Scola o alla farsa familiare di Parenti serpenti di Monicelli (ma al netto dell’impronta autoriale di Ferreri persino La Grande Abbuffata potrebbe essere ricondotto al genere).

In questa stessa stagione, pochi mesi prima che Genovese sbancasse il botteghino con la trovata dei cellulari (“incredibile che nessuno ci abbia pensato prima di me!” ha detto a Vanity Fair), Francesca Archibugi aveva ottenuto un certo successo con Il nome del figlio, in cui un cast consumatissimo (Lo Cascio, Papaleo, Golino, Gassman, Ramazzotti) risignificava secondo le coordinate del Pigneto (radicalchic vs burini) il francese Cena tra amici, trasposizione della piéce teatrale Le Prénom.

Il genere ha regole e stilemi ben precisi: l’ambiente borghese e/o intellettuale, perché il meccanismo del disvelamento è tanto più efficace quanto più sofisticati sono i personaggi, ovvero quanti più strati di protezione culturale e psicologica indossano; il linguaggio ironico, che consente di introdurre gradualmente i conflitti e gestirne i tempi di deflagrazione; le ambizioni analitiche e cliniche della scrittura, in senso sociologico, politico e psicanalitico (la quarta parete è la lastra di vetro al di là della quale si svolge un esperimento, condotto e illustrato dall’autore a vantaggio del pubblico).

In apparente contrasto con la dimensione privata in cui sono spesso ambientati, questi film portano quasi sempre avanti una riflessione di senso politico: un equivoco o un incidente portano alla sospensione momentanea delle convenzioni sociali, permettendoci di vedere la verità dei personaggi e delle loro relazioni. La riuscita è spesso direttamente proporzionale alla capacità di mettere in discussione valori e comportamenti prevalenti, come succedeva nel Grande Freddo con le pretese di eccezionalità dei figli del Sessantotto e ne Il coltello nell’acqua con il modello maschile paternalista.

2.

Senza dubbio Perfetti sconosciuti declina con un certo mestiere la lezione formale dei suoi predecessori. A cominciare dal montaggio iniziale si introduce una base ritmica che non perderà colpi fino alla fine, e si inizia a lavorare sulla rappresentazione visiva dei temi del film: i confini della privacy, le bugie quotidiane, il cellulare come diaframma che separa la realtà dalla messinscena. Genovese in regia trova soluzioni per dare movimento in spazi ristretti, e i dialoghi sono abbastanza asciutti e allusivi da farci venire voglia di saperne di più.

Altrettanto evidenti fin dai primi minuti sono però anche la convenzionalità dell’immaginario e la prevedibilità di molte soluzioni di sceneggiatura: la scenetta di apertura della giovane veterinaria che al telefono con una cliente giustifica risatine e palpeggiamenti del marito dicendo “non si preoccupi, è il mio cane” afferisce – credo – involontariamente all’universo televisivo più che alla realtà (o al massimo al cinema di Verdone: “no dottore non mi disturba affatto, sto salendo le scale”), così come il quadretto familiare disegnato nella cornice figlia adolescente che sbuffa e si trucca-preservativi trovati nella borsa-madre isterica-padre comprensivo. Insomma, la leggerezza del tratto non sembra rientrare tra le qualità della scrittura di Perfetti Sconosciuti.

Il cast si accorda discretamente alla performance corale, e meglio di tutti se la cavano Valerio Mastandrea e Marco Giallini, che del resto hanno a disposizione i due personaggi più sfumati e interessanti del carnet.

Battiston e Rohrwacher fanno se stessi per la milionesima volta, per cui non stonano mai ma è difficile giudicarli.

Faticano invece ad andare oltre la caricatura Kasia Smutniak e Anna Foglietta, i cui personaggi femminili in crisi sono fondamentalmente proiezioni delle nevrosi che li caratterizzano (Smutniak vuole rifarsi le tette, Foglietta beve di nascosto: nemmeno il racconto della paura di invecchiare segue traiettorie originalissime).

Quel che ha invece una sua brutale efficacia è il meccanismo “a orologeria” dell’espediente centrale. Dal momento in cui i cellulari vengono messi sul tavolo, al netto del notevole sforzo di sospensione dell’incredulità che viene richiesto allo spettatore e di cui ho già scritto, il livello di interesse e di attesa sale notevolmente. Le crepe che la sceneggiatura ha fin lì distribuito tra i personaggi sono pronte ad allargarsi in voragini da un momento all’altro, e noi non vediamo l’ora di guardarci dentro. Chi si scannerà prima? La giovane coppia che amoreggia ma non comunica o quella più matura che galleggia in una palude di non detti e tensioni irrisolte?

Già, perché evidentemente nel mirino di Genovese c’è la coppia, da mettere a nudo nella sua natura di sistema narcisistico di mutua validazione, in un mondo di adulti-bambini dove i figli sono pochi (due in tutto per sette adulti) e restano fuori dalla scena, ridotti a oggetti di tensione e competizione tra personaggi totalmente autoriferiti.

Dopo una serie di falsi allarmi, da uno scambio di telefoni e un malinteso parte finalmente la reazione a catena che farà crollare il mondo dei sette amici, ma anche in questo passaggio ritroviamo una certa stanchezza di idee e – quel che è peggio – alcuni elementi di ritardo culturale da cui molto cinema italiano sembra davvero non riuscire ad emanciparsi: salta fuori che uno dei personaggi è gay, e da quel momento la sua sottotrama ruota tutta intorno alla sua omosessualità, o meglio intorno alle reazioni degli altri personaggi alla scoperta di essa. Insomma, al netto della scontata morale progressista, tra i quarantenni del 2016 di Perfetti sconosciuti il sospetto di omosessualità è ancora un evento che dà scandalo, come nei drammi degli anni’50 di Tennessee Williams, dove però si esplorava l’esperienza soggettiva dell’omosessualità in una società oscurantista, mentre qui si sta solo giocando a: “cosa faresti se scoprissi che il tuo migliore amico è gay?”.

Al di là di questi inciampi e di qualche battutaccia da meme di Facebook ((“Gli uomini sono come i pc, prendono i virus e sanno fare solo una cosa alla volta!” “E le donne sono come i Mac, costano caro e sono compatibili solo tra loro”, o addirittura: “non voglio che finiamo come Barbie e Ken, tu tutta rifatta e io senza palle”) i contorni dell’ambiente descritto da Genovese si rivelano talmente poco definiti da rendere impossibile  non solo una critica sociale minimamente incisiva, ma anche una vera identificazione dalla parte dello spettatore. I personaggi di Perfetti Sconosciuti sono amici da una vita e vanno regolarmente a cena insieme, ma non sembrano condividere niente.

L’unica appartenenza che possiamo intuire è quella ad una classe media designata in modo un po’ pigro, un insieme demoscopico ampio e grossolano che potrebbe racchiudere i clienti di un tabacchino del centro all’ora di pranzo ma difficilmente può segnare il tratto di identità di un gruppo di antica amicizia. Persino il registro lessicale sbanda senza criterio apparente dal vernacolo caricaturale (la scenata paracula sulla pronuncia di “frosciiii!”) a una lingua emotivo-ampollosa da sceneggiatori di mezza età (“siamo tutti frangibili”).

Mentre il congegno narrativo srotola il conto delle loro menzogne e delle loro ipocrisie, non ci viene fornita alcuna indicazione su quale ambiente li abbia generati, nessuna coordinata su quale storia abbia scavato i loro egoismi, le loro fragilità e soprattutto la loro profonda infelicità. A voler azzardare un’interpretazione, alla base di tutto sembra esserci una sorta di maledizione generazionale, una tendenza vagamente millenarista alla dissoluzione morale che ricorda da vicino quella che affliggeva i protagonisti di un altro classico del qualunquismo sentimentale come L’ultimo bacio.

Poco da dire, infine, su un finale di rara slealtà, che dopo aver alzato vertiginosamente l’asticella della sorpresa e quindi dell’implausibilità (capita, in mancanza di reali percorsi psicologici da concludere e di immagini complesse da risolvere) nasconde la mano dietro un violento ribaltamento introdotto da un’involontariamente comica citazione di Inception (!) e impastato di un cinismo grossolano, anche preoccupante da rilevarsi in un film di intenti cosi profondamente mainstream: la verità delle persone fa schifo – sembra essere la morale – quindi forse vivere nella menzogna è il meno peggio.

3.

I David di Donatello made in Sky vogliono essere la risposta italiana agli Oscar, e questo forse spiega la scelta di premiare un prodotto indubbiamente competitivo sul piano produttivo. Perfetti sconosciuti ha un’ottima confezione, ha fatto incassi eccellenti e grazie all’idea dei cellulari ha ancora notevoli potenzialità economiche (come ha scritto giustamente Luca Pacilio su Gli Spietati: “se qualche produttore americano presta attenzione ci scappa un remake”).

Ciononostante la decisione lascia perplessi nel contesto di un’annata molto positiva per il cinema italiano. Ha davvero senso affidare il testimone di rappresentanza del nostro cinema a un film come Perfetti sconosciuti nell’anno in cui Non essere cattivo, Lo chiamavano Jeeg Robot e Fuocoammare (tutti titoli abbondantemente ricompensati con i premi secondari, va detto) hanno percorso con successo strade molto poco battute dalle nostre parti, proposto con successo scenari diversi dagli appartamenti della borghesia romana e lanciato giovani artisti come Mainetti, Marinelli e Rosi?

E se invece si è scelto un approccio più conservatore, perché non premiare uno tra i film dei soliti Sorrentino e Garrone, entrambi imperfetti ma semplicemente di altro livello rispetto a quello di Genovese? Il nuovo cinema d’autore italiano ci ha già stufati?

Una vecchia battuta che circola molto nell’ambiente del cinema americano dice che “gli Oscar sono il modo in cui Hollywood si congratula con se stessa”. La giuria dei David, che come quella degli Oscar si compone soprattutto di addetti ai lavori e quindi rappresenta il cinema italiano, quest’anno aveva tutte le ragioni per congratularsi con se stessa.

Lo ha fatto, ahimé, per il film sbagliato.

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Come si racconta una storia: l’incipit secondo Jhumpa Lahiri https://minimaetmoralia.it/estratti/come-si-racconta-una-storia-lincipit-secondo-jhumpa-lahiri/ https://minimaetmoralia.it/estratti/come-si-racconta-una-storia-lincipit-secondo-jhumpa-lahiri/#comments Sat, 13 Jun 2015 06:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27296 È in libreria per nottetempo L'arte di raccontare, dieci interviste di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini a John Banville, Emmanuel Carrère, Javier Cercas, Jhumpa Lahiri, Petros Markaris, Yasmina Reza, Colm Tóibín, Edward St Aubyn, Elizabeth Strout e Luis Sepúlveda. Le conversazioni riguardano metodi di lavoro e tecniche di scrittura, dalla costruzione dei personaggi ai dialoghi, dall'ambientazione al punto di vista. Pubblichiamo di seguito l'intervista di Caterina BonviciniJhumpa Lahiri: il tema è l'incipit di una storia(fonte immagine)

di Caterina Bonvincini

Jhumpa Lahiri, una delle migliori scrittrici americane contemporanee, Premio Pulitzer nel 2000, di origine bengalese ma cresciuta negli Stati Uniti, da un paio di anni ha lasciato New York per trasferirsi a Roma e studiare la nostra lingua. L’ha imparata così bene che ha pubblicato un libro in italiano (In altre parole).

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È in libreria per nottetempo L’arte di raccontare, dieci interviste di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini a John Banville, Emmanuel Carrère, Javier Cercas, Jhumpa Lahiri, Petros Markaris, Yasmina Reza, Colm Tóibín, Edward St Aubyn, Elizabeth Strout e Luis Sepúlveda. Le conversazioni riguardano metodi di lavoro e tecniche di scrittura, dalla costruzione dei personaggi ai dialoghi, dall’ambientazione al punto di vista. Pubblichiamo di seguito l’intervista di Caterina BonviciniJhumpa Lahiri: il tema è l’incipit di una storia(fonte immagine)

di Caterina Bonvincini

Jhumpa Lahiri, una delle migliori scrittrici americane contemporanee, Premio Pulitzer nel 2000, di origine bengalese ma cresciuta negli Stati Uniti, da un paio di anni ha lasciato New York per trasferirsi a Roma e studiare la nostra lingua. L’ha imparata così bene che ha pubblicato un libro in italiano (In altre parole).

Nei suoi romanzi, editi da Guanda, fin dalle prime pagine compare il cuore della storia che verrà. Nell’Omonimo assistiamo al parto e al dilemma intorno al nome del neonato, che poi è un dilemma fra culture, quella indiana e quella americana, tra modi diversi di definire l’identità. Nella Moglie vediamo due fratelli ancora bambini, Subhash e Udayan, davanti al golf club di Calcutta, luogo simbolo delle differenze tra il mondo indiano e quello occidentale, luogo che tornerà tragicamente dopo, quando Udayan ormai adulto verrà ucciso dalla polizia per aver progettato un attentato proprio lí. Sono incipit potenti, molto evocativi, che prefigurano il resto.

C.B.: Quando comincia una storia ha già tutto chiaro?

J.L.: Non è chiaro, all’inizio. Spesso ho un’idea, ma è un’idea molto vaga. Provo a entrare nel mondo della storia, cerco la porta giusta. Può essere quella porta oppure un’altra, oppure una finestra, non lo so, ma devo trovarmi dentro la storia, devo trovare l’ingresso. È difficile, perché spesso una storia non comincia con l’incipit.

Come si arriva all’incipit allora?

Io ci arrivo scrivendo e pensando. A volte comincio una storia, scrivo, scrivo e a un certo punto mi dico: “Ah, deve iniziare qui!” E magari succede dopo aver scritto molte pagine. Arrivo a un momento che mi sembra giusto, spesso ci vuole qualche mese per scoprire l’incipit. Lo spunto può essere un dettaglio, una scena, un pezzettino di dialogo, dipende. Di rado un incipit è ovvio, di rado si presenta così, purtroppo.

Un esempio?

Con La moglie io sapevo che la descrizione dell’ambiente era l’incipit giusto. Ma ci ho messo anni per ridurre quella descrizione a una pagina. Prima era un capitolo di otto o nove pagine e mi sembrava troppo. Ho dovuto togliere tutto. La scena al Tolly Club è arrivata dopo qualche anno. Perché io devo capire innanzitutto i personaggi, senza averli capiti non riesco a capire la storia: loro mi danno tutto, anche la struttura.

Ci parla del lavoro preliminare, quello che si svolge nella sua mente, prima di cominciare? Quando capisce che un’idea può diventare un romanzo?

Non riesco a capire senza scrivere. Ho in mente una cosa, un’idea vaga, poi prendo qualche appunto o scrivo un paragrafo, una descrizione: un viso, un paesaggio, un sentimento, un’emozione. Poi, però, ci vuole un motore. Capisco che è giusto quando c’è un movimento, quando la storia si svolge. Allora è chiaro: se c’è un movimento che posso seguire, c’è un’energia, c’è qualcosa di inevitabile.

Che cosa deve avere un incipit per catturare il lettore fin dalle prime righe? Ci sono inizi lenti e inizi folgoranti. Lei cosa preferisce?

Dipende. Può essere lento o può essere folgorante. A me piace cambiare. Per esempio, ho scritto un racconto intitolato Una volta nella vita che inizia molto lentamente: non si capisce dove andrà la storia, è un incipit disteso, non c’è una tensione o un dramma che si vede subito. Ma è arrivato così. Come si entra in un posto? Si può entrare direttamente: ecco la porta, andiamo. Ma la via può anche essere lunga, rilassata. A me piace seguire il mio istinto, non ho nessuna formula.

Nei racconti, spesso lei comincia da un accidente o da una situazione: da un guasto alla luce o da un trasloco. L’incipit di un racconto dev’essere diverso da quello di un romanzo?

L’inizio deve introdurre gli elementi della storia. Il romanzo può iniziare in modo più lento, invece nel racconto è importante iniziare in mezzo alle cose, l’incipit deve essere più veloce perché tutto è più urgente. Dà velocità al racconto, un incipit del genere, è importante. Un racconto è come un treno che passa. Un romanzo è come andare in macchina: si entra, si gira la chiave, poi si accelera.

Scrive in ordine, partendo dall’inizio, oppure torna indietro? Fa molte stesure?

Una valanga. Ogni stesura è molto imperfetta. Vado avanti e torno indietro continuamente. Di solito scrivo a mano e poi lavoro al computer. Poi c’è un manoscritto, qualcosa di stampato, insomma. Rileggo sulla carta, prendo appunti ai margini e torno sullo schermo. A me serve qualcosa di fisico in mano, di palpabile. Senza, non riesco a capire quello che scrivo. Sullo schermo c’è una distanza che non mi piace. E preferisco sempre scrivere a mano.

E passa del tempo fra una stesura e l’altra?

A me piace molto lasciar riposare un manoscritto almeno per qualche mese. L’omonimo, per esempio: ho iniziato a scriverlo e poi non l’ho toccato per due anni. Temevo che fosse un fallimento. Un giorno l’ho riletto e sono riuscita a vedere delle cose che mi sfuggivano. Non è un processo lineare. Inizio con intensità, poi c’è un momento in cui sembra impossibile andare avanti. E ci ritorno. Anche con La moglie è stato così perché ho iniziato quel romanzo nel ’97, con la scena madre, in cui Udayan viene ucciso. È la prima cosa che ho scritto. Dopodiché, non sono più riuscita ad andare avanti. Sembrava una porta chiusa. Quindi ho messo le pagine in un armadio. Ho pubblicato altri tre libri e dopo dieci anni l’ho ripreso.

Quindi La moglie in realtà è il suo primo romanzo?

Sí, lo è. È incredibile, ma in realtà è il primo. Io lo ritengo il mio primo libro insomma, ma non l’avrei mai scritto senza i successivi…

Quando nasce un personaggio nella sua mente o sulla pagina, lei lo conosce già o lo scopre nel tempo?

Io scopro tutto tramite la scrittura. I personaggi cominciano ad accompagnarmi, come fantasmi accanto a me. Prendo il tè e loro sono lì, nella periferia della visione, sempre, per tutto il periodo della scrittura. In questo modo crescono i personaggi, piano piano, perché penso sempre a loro. Mi appaiono anche fisicamente.

E la stupiscono, fanno delle cose che non si aspettava da loro?

Certo. Per esempio io non sapevo che la moglie se ne sarebbe andata, non lo sapevo. Mi chiedo ancora adesso: “Ma chi è? Da dove è venuta?” Vengono dal cervello, i personaggi, o dalle suggestioni. Magari conosco una persona, scambiamo due parole, mi dice qualcosa che rimane con me e questo qualcosa diventa uno spunto. La persona in questione, poverina, non è consapevole di avermi regalato un punto di partenza che mi interessa, ma spesso è così.

Quali sono gli incipit di romanzo che le piacciono di più?

La camera di Giovanni di James Baldwin. García Márquez ha degli incipit fantastici. C’è una situazione già iniziata, ricca e complessa, poi arriviamo noi lettori per raggiungere la storia. Questo mi piace!

Tre cose da non fare.

1. Non giudicare.

2. Non essere impaziente.

3. Non restare in superficie.

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Letteratura condominiale https://minimaetmoralia.it/letteratura/letteratura-condominiale/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/letteratura-condominiale/#comments Thu, 11 Jul 2013 08:52:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14968 Questo pezzo, lievemente rimaneggiato, è uscito sul manifesto. (Immagine: Chris Ware, Building Stories.)

di Graziano Dell'Anna

Ogni palazzo è un mondo. Una città in scala ridotta. Se ne erano già accorti alcuni autori dell’Ottocento, che avevano distolto lo sguardo dalle ambientazioni rustiche e dai panorami da grand tour per puntarlo sugli interni delle pensioni e dei primi alveari urbani. In Papà Goriot (1834) i maneggi di Rastignac e altri esemplari di umanità balzacchiana sono impensabili fuori dalla cornice della pensione di madame Vauquer. Ed è probabile che se non avesse abitato in affitto nel claustrofobico sottotetto di un palazzo, le cui scale lo costringevano a incrociare la padrona di casa residente al piano inferiore, il Raskol'nikov di Delitto e castigo (1866) non avrebbe mai ucciso la vecchia usuraia a colpi d’accetta. Allo stesso modo le peripezie lavorative e sentimentali di Octave Mouret avrebbero poca ragion d’essere senza il calderone residenziale di rue de Choiseul, di cui in Pot-Bouille (1882) Zola, tra i primi a sfruttare appieno il potenziale narrativo del palazzo, passa in rassegna appartamenti e inquilini con la puntigliosità di un amministratore condominiale. Man mano che il mondo si affolla e si urbanizza e l’avanzata delle città verticali fa indietreggiare i mari in tempesta di Conrad e le campagne in cui il conte Tolstoj ambientava le sue scene di caccia, anche lo spazio letterario si contrae. Le distese d’erba diventano strati di moquette. Le scene di guerra si convertono in liti sul pianerottolo. E il cannocchiale del nostromo è rimpiazzato dallo spioncino sulla porta dei dirimpettai.

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Questo pezzo, lievemente rimaneggiato, è uscito sul manifesto. (Immagine: Chris Ware, Building Stories.)

di Graziano Dell’Anna

Ogni palazzo è un mondo. Una città in scala ridotta. Se ne erano già accorti alcuni autori dell’Ottocento, che avevano distolto lo sguardo dalle ambientazioni rustiche e dai panorami da grand tour per puntarlo sugli interni delle pensioni e dei primi alveari urbani. In Papà Goriot (1834) i maneggi di Rastignac e altri esemplari di umanità balzacchiana sono impensabili fuori dalla cornice della pensione di madame Vauquer. Ed è probabile che se non avesse abitato in affitto nel claustrofobico sottotetto di un palazzo, le cui scale lo costringevano a incrociare la padrona di casa residente al piano inferiore, il Raskol’nikov di Delitto e castigo (1866) non avrebbe mai ucciso la vecchia usuraia a colpi d’accetta. Allo stesso modo le peripezie lavorative e sentimentali di Octave Mouret avrebbero poca ragion d’essere senza il calderone residenziale di rue de Choiseul, di cui in Pot-Bouille (1882) Zola, tra i primi a sfruttare appieno il potenziale narrativo del palazzo, passa in rassegna appartamenti e inquilini con la puntigliosità di un amministratore condominiale. Man mano che il mondo si affolla e si urbanizza e l’avanzata delle città verticali fa indietreggiare i mari in tempesta di Conrad e le campagne in cui il conte Tolstoj ambientava le sue scene di caccia, anche lo spazio letterario si contrae. Le distese d’erba diventano strati di moquette. Le scene di guerra si convertono in liti sul pianerottolo. E il cannocchiale del nostromo è rimpiazzato dallo spioncino sulla porta dei dirimpettai.

Ma se con Balzac, Dostoevskij e Zola il palazzo è ancora poco più che il nuovo habitat, il microcosmo sociale in cui i personaggi si aggirano in opere dall’impianto ottocentesco, nei decenni successivi la letteratura di palazzo ha uno scatto di reni evolutivo. Appartamenti e mezzanini rompono gli steccati della location realistica e iniziano a interagire più in profondità con trame e figure e col modo di raccontarli. La struttura del condominio si infiltra nelle gabbie narrative. Suggestiona e condiziona la forma romanzo, quando non diventa l’agente catalitico di poetiche moderniste o postmoderne.

Ecco allora Cornell Woolrich adattare le caratteristiche dei nuovi agglomerati urbani allo statuto del genere noir. Il paradigma indiziario inaugurato da Delitto e castigo è alla base del suo La finestra sul cortile (1942), dove i traffici del dirimpettaio spione, figura già presente in Zola e qui elevata a potenza dalla sua attività di fotoreporter, sono replicati nell’indagine sull’improvvisa scomparsa della moglie di una coppia di condòmini. Non a caso su It Had to Be Murderer, titolo originale del racconto, Alfred Hitchcock si avventerà con l’agilità predatoria di uno dei suoi uccelli per trarne l’ennesimo capolavoro filmico e inaugurare quel filone di cinematografia condominiale che passerà da L’inquilino del terzo piano di Polański e Delicatessen di Jeunet e Caro fino ai recenti Carnage dello stesso regista polacco e Nella casa di Ozon.

Il paradigma indiziario – l’inchiesta sul furto di gioielli ai danni della vedova Menegazzi e sull’omicidio della condomina Balducci nel «palazzo degli ori» – è invece in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) poco più che il pretesto, la molla romanzesca con cui Carlo Emilio Gadda dà slancio alla figura di Don Ciccio Ingravallo e a una baraonda narrativa di eventi e comparse. Ricerca investigativa, interazioni tra personaggi e lo stesso palazzo di via Merulana, prefigurato più di vent’anni prima dallo stabile milanese de L’incendio di via Keplero, sono per Gadda i fili indisciplinati dello gnommero, cioè il gomitolo, il caos barocco e inestricabile che secondo i canoni della sua poetica costituisce tanto la realtà quanto la lingua che la riedifica.

Al gomitolo gaddiano George Perec oppone il puzzle. Per lo scrittore francese al caos espressionista è da anteporre il razionalismo delle forme euclidee. Meglio dell’arruffio linguistico è il rigore dell’elenco. Ed è così che in Vita, istruzioni per l’uso (1978) l’impalcatura romanzesca è consegnata alle forme di un inventario di condominio. Le vicende dei protagonisti sono narrate circolarmente a partire dagli interni e arredi del palazzo al civico 11 di Rue Simon-Crubellier, un «biquadrato» di dieci stanze per piano distribuite su dieci piani per un totale di cento camere. L’incastro dei destini individuali ricalca le geometrie dell’architettura condominiale e del puzzle, correlativo oggettivo del condominio e del romanzo stesso, che il protagonista Bartlebooth si ostina a scomporre e ricomporre.

Negli stessi anni e nei successivi la narrativa di palazzo dà alcuni dei suoi frutti migliori impossessandosi del paradosso che fa da piedistallo a ogni moderno caseggiato: la sua contraddittoria e irriducibile combinazione di isolamento e anonimato da una parte e convivenza coatta dall’altra. Con una duttilità narrativa che finora solo l’ufficio burocratico aveva conosciuto, il condominio diventa il campo di ricognizione per scrittori intenti a esplorare le problematiche dell’alienazione contemporanea e dell’incerta esperienza del reale coi loro corollari tematici e stilistici: dalle picchiate negli strapiombi dell’inconscio alla miscela di familiare e ignoto che genera il perturbante, dalle possibilità di montaggio narrativo alla moltiplicazione e parcellizzazione dei punti di vista.

È così che Roland Topor, ne L’inquilino del terzo piano, titolo originale Le locataire chimérique (1964), trasforma gli attriti della vita di palazzo in un surreale dramma psicologico. Alla sostituzione di inquilini, col subentro di Trelskoski nell’appartamento della suicida Choule, corrisponde un ribaltamento sempre più schizofrenico tra il piano della realtà e quello psichico finché il precipitare degli eventi porta il protagonista, e il lettore con lui, a perdere il contatto col mondo reale e a non sapere più chi è chi. Un’atmosfera simile, greve di ostilità e paranoia, si respira in Condominio (1975) di James G. Ballard. Qui il blackout di un quarto d’ora manda in tilt la recita delle convenienze sociali e fa ripiombare il dottor Laing e tutta la media e alta borghesia che popola il grattacielo nelle tenebre dell’animalità. La visionarietà antropologica di Ballard, che ritroveremo anni dopo nella claustrofobica pièce condominiale Il dio del massacro (2006) di Yasmina Reza, sta lì a dirci che, scrostando con l’unghia la vernice tecnologica e borghese del palazzo moderno, rimaniamo i vecchi, eterni vicini di caverna.

E se in Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2006) di Amara Lakhous la moltiplicazione delle finestre sul cortile dà l’assist all’esplosione polifonica dei narratori e al melting-pot dei personaggi con l’assunzione del condominio a specchio dell’attuale società multietnica, I malcontenti (2010) di Paolo Nori compie un’operazione di segno opposto. Il gomitolo gaddiano è qui assottigliato fino alla resa in filigrana. La storia di Giovanni e Nina affiora attraverso scorci, frasi orecchiate, reticenze e ipotesi con la frammentaria fugacità di una serie di incontri sul pianerottolo. In Un certo senso (2007) di Francesco Fagioli un guasto alle condutture – l’incidente domestico che, alla stregua del gesto violento,  fa saltare il tappo della quiete condominiale è già più che un topos letterario – dà il la a un eccentrico romanzo epistolare. Il formalismo e il gergo avvocatesco della lettera di protesta sono presto sgomitati via dal tono confessionale e da un vocabolario manierista. L’epistola a tema è scassinata dal flusso delle digressioni. E ancora una volta il Super Io del condominio non riesce a fare da coperchio alla pentola in ebollizione dell’Es individuale.

Ma chi tra gli altri autori condominiali ha osato di più in termini di eclettismo è senza dubbio il fumettista Chris Ware. Composto da quattordici elementi che variano per formato e dimensioni – dalla riproduzione del condominio in stile «gioco da tavolo» al diario, dal giornale alle vignette miniaturizzate – il multiforme grafic novel Buindilg Stories (2012) incorpora rigore euclideo e caos combinatorio, prospettive multiple, link narrativi. I protagonisti dei tre racconti che s’incrociano in un palazzo di Chicago sono una donna con una gamba amputata,  la vecchia padrona di casa smemorata e una coppia di giovani. La varietà compositiva dell’opera, che mima la struttura composita del condominio stesso, consente al lettore di decidere il come e il quando, stabilire le connessioni, scegliere a proprio arbitrio la porta d’ingresso e quella di uscita di una storia.

Che il palazzo della narrativa condominiale abbia raggiunto quella che Ballard definisce la “massa critica”, il momento in cui ogni spazio è abitato, la struttura è piena e ogni possibilità tematica e stilistica sia stata occupata? Poco probabile. Per cui non resta che sporgersi dalla finestra sul cortile o incollare un orecchio sulla porta della letteratura, nell’attesa che arrivi il prossimo inquilino.

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Ostaggi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ostaggi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ostaggi/#respond Wed, 18 Apr 2012 09:13:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7499 Graziano Dell'Anna fa il punto su alcuni romanzi italiani di recente uscita: «Gli intervistatori» di Fabio Viola, «Elisabeth» di Paolo Sortino, «Il demone a Beslan» di Andrea Tarabbia e «Nelle mani dell'uomo corvo» di Matteo Corona.

di Graziano Dell'Anna

1.

«Io credo nel dio del massacro, il dio che governa indiscusso dalla notte dei tempi.» È la frase più icastica nonché la chiave di accesso al film Carnage di Roman Polański, che ha macinato un buon successo di critica e pubblico nel trascorso 2011 e tratto, appunto, da Le dieu du carnage di Yasmina Reza. La trasposizione cinematografica del regista polacco toglie poco all’impianto teatrale della pièce dell’autrice francese, costringendo le due coppie protagoniste nell’uccelliera umana di un appartamento borghese.

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Graziano Dell’Anna fa il punto su alcuni romanzi italiani di recente uscita: «Gli intervistatori» di Fabio Viola, «Elisabeth» di Paolo Sortino, «Il demone a Beslan» di Andrea Tarabbia e «Nelle mani dell’uomo corvo» di Matteo Corona.

di Graziano Dell’Anna

1.

«Io credo nel dio del massacro, il dio che governa indiscusso dalla notte dei tempi.» È la frase più icastica nonché la chiave di accesso al film Carnage di Roman Polański, che ha macinato un buon successo di critica e pubblico nel trascorso 2011 e tratto, appunto, da Le dieu du carnage di Yasmina Reza. La trasposizione cinematografica del regista polacco toglie poco all’impianto teatrale della pièce dell’autrice francese, costringendo le due coppie protagoniste nell’uccelliera umana di un appartamento borghese.

La carneficina che ne segue è una guerra di nervi e battute tra due famiglie della middle class compresse nella scatola da scarpe di una convivenza forzata: le formule di cortesia e i riti sociali di facciata s’incrinano gradualmente fino a venir meno, e non riescono più  camuffare la diffidenza e l’istintiva, primordiale brutalità che puntella i rapporti tra esseri umani. Inutile dire che alla storia interamente ambientata in un interno domestico la vicenda personale del regista – Polański vive da oltre due anni agli arresti domiciliari con controllo elettronico sulla base di una mandato di cattura internazionale spiccato per una condanna per violenza sessuale – conferisce un surplus di valore simbolico.

Di più recente uscita il documentario dal titolo magrittiano Questo non è un film di Jafar Panahi, regista iraniano anche lui ai domiciliari dopo la condanna a sei anni per la partecipazione ai movimenti di protesta contro il regime del suo Paese. Il film, girato in parte con un I-Phone e uscito clandestinamente dall’Iran in una chiavetta usb, incornicia la quotidianità del confino fisico e artistico di Panahi, al quale la stessa condanna ha vietato per vent’anni di dirigere, scrivere e produrre film e viaggiare e rilasciare interviste sia all’estero che in Iran. «Da tempo avevo intenzione di girare un documentario speciale,» afferma il regista di Il cerchio, «su un film che non ha ottenuto l’autorizzazione dal governo. Così abbiamo fatto come i parrucchieri che, quando non hanno i clienti, si aggiustano i capelli l’un l’altro». Clausura coatta, divieti governativi e penuria di mezzi non fermano l’occhio del regista iraniano, che rimarca: «Vogliamo dimostrare che tra i film su ordinazione e il divieto di esprimersi con la propria opera esiste una terza via: fare film ugualmente. Quando non è possibile orientare la cinepresa fuori, possiamo rivolgerla verso noi stessi, riflettendo quello che accade nella società». La quarantena domestica come opportunità di scorcio eccentrico, vetrino da laboratorio su cui adagiare se stessi e attraverso se stessi il mondo: l’idea alla base dei lavori di Reza- Polański e di Panahi è il piedistallo concettuale su cui poggia una schiera di quattro romanzi pubblicati recentemente in Italia e legati tra loro da una ragnatela di fils rouges.

2.

I personaggi de Gli intervistatori (Ponte alle Grazie, 2010) di Fabio Viola  condividono tutti la stessa sorte: il sequestro da parte di una banda di terroristi che li sottopone a incalzanti interrogatori. L’asse drammatico su cui ruota il romanzo è l’assenza, nel gesto dei sequestratori, di qualsiasi movente economico o politico. Le loro domande vertono infatti sulla vita privata dei loro ostaggi, sul rimosso delle loro colpe e ipocrisie. Le atmosfere del libro oscillano tra Kafka e Lynch. Il testo è intriso di un’ironia crudele, masochista. I dialoghi sono un’ambigua altalena tra un terzo grado poliziesco e un esercizio di maieutica socratica con le cui pinze la surreale cellula di terroristi-psicologi cerca di strappare alle loro vittime il molare di una confessione. E una forma di brigatismo familiare è nel romanzo di Paolo Sortino, Elisabeth (Einaudi, 2011), che trasporta sul pianeta narrativo, facendolo sottostare alla sua legge di gravità, un fatto realmente accaduto: la segregazione per ventiquattro anni da parte del padre, in una cantina appositamente riadattata a bunker, di Elisabeth Fritzl. La scrittura di Sortino è un dedalo visionario e ipermetaforico non meno denso e perturbante del labirinto di scale, muri e oggetti in cui la vergine adolescente viene data in pasto al minotauro paterno. Il demone a Beslan (Mondadori, 2011)  di Andrea Tarabbia è, come Elisabeth, la versione romanzata di un fatto di cronaca: il sequestro e il successivo massacro di donne e bambini  nella scuola di Beslan da parte di un gruppo di ribelli ceceni. Dotato di una prosa asciutta e compatta ben lontana dagli arabeschi sortiniani, il  romanzo fa la spola tra narrazione del passato, allestita nel chiuso della scuola n.1, e racconto del presente, che vede il protagonista e voce narrante Marat Bazarev dietro le sbarre di una prigione. Il manicheismo bene-male su cui è impiantata la riflessione dostoevskiana di Tarabbia è appunto in questa struttura polarizzata del romanzo, ondeggiante tra claustrofobia delle vittime e claustrofobia del carnefice.

Nelle mani dell’uomo corvo  (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2011) di Matteo Corona, a differenza dei romanzi di Sortino, Viola e Tarabbia dove alcune scene sono girate alla luce del sole e malgrado la centralità  degli interni è indicata o riconoscibile una città di riferimento (Roma, Amstetten, Beslan, Mosca), si esaurisce dalla prima all’ultima riga in un alloggio privo di qualsiasi specificazione geografica. La storia, quella di una ragazza fatta ostaggio in una casa-prigione da uno sconosciuto, è più che una piatta eco della vicenda Friztl. La prosa thrilleristica di Corona è sincopata, ansiogena: nelle frasi brevi, frantumate dai frequenti accapo, si alternano le poche e scarne descrizioni dell’autore, i discorsi dei personaggi e, percentualmente la fetta più cospicua del testo, i pensieri virgolettati della protagonista Vanessa. La ristretta forbice anagrafica tra gli autori va dal 1975, data di nascita di Viola, al 1982 di Sortino. E ancor più stringato è il lasso di tempo in cui i loro libri hanno visto la luce, poco meno di un anno compreso tra ottobre 2010 (Gli intervistatori) e settembre 2011 (Nelle mani dell’uomo corvo). Per cui, se ha un qualche fondo di verità l’adagio di Agata Christie secondo il quale «una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze somigliano a una prova», è interessante gettare un’occhiata dietro il lancio di dadi che ha portato quattro scrittori italiani quasi coetanei e pressappoco esordienti a cimentarsi nello stesso ristretto arco temporale con storie di segregazione e sevizie dotate, pur nella loro originalità e differenza reciproca, di un’innegabile consanguineità.

3.

È indubbio che da quell’11 settembre 2001 in cui l’equipaggio e i passeggeri dei voli American Airlines 11 e United Airlines 175 furono fatti ostaggio da un manipolo di dirottatori sauditi, le storie di terrorismo e sequestri hanno invaso l’immaginario collettivo con la stessa prepotenza con cui i due Boeing entrarono nelle torri gemelle del World Trade Center. A ravvivare e irrobustire questo scomparto mentale, più forti di qualsiasi retorica e cerimonia commemorativa, non passa settimana che a pranzo o cena i telegiornali di tutto il mondo non ci buttino lì nel piatto un rapimento piratesco al largo del Golfo di Aden o qualche sequestro di giornalisti nei dintorni di Bassora. Foto e servizi che non colgono certo alla sprovvista l’immaginario dell’italiano medio che abbia gettato anche solo un’occhiata distratta agli ultimi trent’anni di storia nazionale e la cui memoria abbia perciò una qualche familiarità con locuzioni come «Anonima Sequestri», «rapimento  Moro» e «caso Farouk Kassam». Ma se questo filone cronachistico ci dice quale sia il corredo tematico, il deposito di idee e immagini da cui hanno attinto in parte e in maniera più o meno diretta Tarabbia e compagni, resta il fatto che questa massa di eventi non basta in sé a spiegare perché i nostri quattro autori si siano votati alla loro vena sequestratrice e claustrofobica.

Una risposta parziale ma più che plausibile alla questione ci viene dal saggio Senza trauma (Quodlibet, 2011) di Daniele Giglioli. Secondo il critico romano la vasca di anestetico in cui attualmente siamo a mollo – le nostre vite tenute a distanza di sicurezza da carestie, epidemie, guerre e esiliate in casa nel riverbero ipnotico di un monitor o di una tv al plasma – comporta un vuoto di esperienze traumatiche. Ma poiché il trauma dà forma al nostro stare al mondo e alla nostra visione delle cose e di noi stessi, nonché alle parole che li esprimono, l’assenza di trauma o meglio «il trauma dell’assenza di trauma» apre un cratere fumante nel centro delle nostre vite. Questa enorme cavità psichica, che la psiche individuale si ingegna di arginare col vagheggiamento del trauma, in ambito letterario è cauterizzata dal ricorso alla «scrittura dell’estremo». Giglioli si sofferma sulle due forme di estremo narrativo, la letteratura di genere e l’autofiction,  in qualche modo più  rappresentative e gettonate. Estreme sia nei loro assunti teorici – la finzionalità scoperta e stereotipa del genere e il cortocircuito realtà/finzione dell’autofiction come reazioni estetiche alla difficile rappresentabilità dell’esperienza – che nei contenuti, dov’è primaria l’eccezionalità del soggetto e da cui è bandito il quotidiano.

Idee affini a quella di Giglioli erano già nel saggio Letteratura dell’inesperienza (Bompiani, 2006) di Antonio Scurati, più concentrato sul processo di virtualizzazione dell’esperienza nell’attuale società mediatica, e, secondo un’ottica più storicizzata e generazionale, in Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009) di Nicola Lagioia. L’ultimo romanzo dell’autore barese è una rievocazione degli anni Ottanta del Belpaese i cui protagonisti, attraversando un intero decennio sequestrato dal riflusso degli anni di piombo e dalla fuga nel privato, dalla virtualità televisiva e dallo scollamento sempre più patologico tra politica e società, sono i portavoce di una generazione cresciuta all’ombra di un vuoto o, per dirla con espressione lagioiana molto vicina alla formula di Giglioli, di un «trauma senza evento». Riflesso di un mutamento antropologico esploso negli ultimi cinquant’anni o negli ultimi venti, internazionale o italiano che sia, l’idea di una crisi dell’esperienza controbilanciata dal ricorso all’estremo percorre in filigrana tutti e quattro i romanzi in questione. Tanto più se si tiene conto che, al contrario di Polański e Panahi che della reclusione carceraria e domiciliare hanno fatto reale esperienza, il dramma del sequestro nei libri di Viola, Sortino, Tarabbia e Corona non ha radici autobiografiche. Anzi, a conforto della tesi di Giglioli, in Elisabeth e Il demone a Beslan, e in maniera indiretta in Nelle mani dell’uomo corvo, l’evento traumatico al centro della narrazione è preso di peso da vicende estranee, che addirittura scavalcano i confini nazionali,  resoconto di un altrove non vissuto se non per procura mediatica. E a loro modo anche gli anonimi e impersonali intervistatori di Viola, maggiormente svincolati dal dato di cronaca, sembrano, come il sogno dello stupro di attempate zitelle vergini, fantasmi evocati dalla nostalgia del non vissuto.

4.

L’impossibilità o il rifiuto di«orientare la cinepresa fuori», per dirla con Panahi, non comporta solo la scelta obbligata dell’ambientazione interna: sono gli stessi moduli narrativi a uscirne riformati. L’unità di luogo implica infatti lo zoom sui personaggi, sui loro moti interiori – la visionaria alienazione di Elisabeth, il lungo monologo-confessione di Marat Bazarev, gli intervistatori-voci della coscienza o i virgolettati mentali di Vanessa – ma anche sui loro corpi. La compressione spaziale, la riduzione del raggio di manovra fisica non sono che l’anticamera di violenze ben più acute e profonde. Il sequestro diventa sevizia. L’alterazione mentale rotola lungo la stessa china e alla stessa velocità dell’abiezione fisica. È così che angoscia, perdita del sentimento del tempo, allucinazioni si accompagnano alla mortificazione dei bisogni corporali e agli abusi fisici, dagli stupri a oltranza subiti da Elisabeth e Vanessa alla raffinata variante della cura Ludovico a cui sono sottoposti gli ostaggi di Viola. Anzi, la discesa nel degrado corporeo è tale da toccare il gradino estremo della disumanizzazione: le voci metalliche, robotiche degli intervistatori e degli aguzzini russi, il sentimento di fusione coi muri della cantina-prigione di Elisabeth e il corpo piastrellato di Vanessa. Che le vittime paghino la contropartita dei loro torti e delle loro incoerenze, come i mediocri morali di Viola, o siano le adolescenti senza macchia di Sortino e Corona e le donne e i bambini incolpevoli di Tarabbia, sagome per il rito a segno dell’arbitrarietà del Male, cambia poco. Tutti i protagonisti di questo poker letterario sono esposti alla gogna psicologica e fisica,  mortificati nel corpo e nello spirito secondo i canoni di quella che in un recente articolo apparso sul “Sole 24 ore” Giorgio Vasta ha battezzato «narrativa dell’umiliazione» (sebbene, degli autori presi qui a campione, l’autore de Il tempo materiale  tiri in ballo solo Viola).

L’articolo di Vasta è interessante anche perché, rispetto a quelle di Giglioli, Scurati e Lagioia, l’analisi che propone è ancor più schiacciata sul presente. Le figure di umiliati e offesi al centro di alcuni romanzi italiani di recente uscita sarebbero il riflesso su carta della violenza a cui è sottoposta un’intera generazione, tenuta sotto schiaffo costante e, intrappolata tra le cuffiette microfonate dei call center o in una matrioska  infinita di stage e contratti a termine, perennemente sulla soglia dell’ingresso nel lavoro e nel mondo adulto. Tuttavia l’umiliazione fisica e morale, l’abiezione portata avanti fino ai limiti dell’osceno non sono che un’ulteriore, consequenziale declinazione della scrittura dell’estremo, dove il rovescio di una quotidianità ovattata è lo scatenarsi di morbose fantasie traumatiche e l’ordinario autobiografico è esteticamente redento dagli schizzi di merda e sangue del pulp o dalla brutalità abnorme e sovraesposta di sevizie, stupri e omicidi. Ma i romanzi degli autori presi qui in considerazione, le loro storie di sequestratori e ostaggi rappresentano uno scatto in avanti nella narrativa del trauma dell’assenza di trauma, perché non solo fanno letteratura di un vuoto con il ricorso all’estremo, ma perché nel farlo il soggetto utilizzato – il sequestro, l’isolamento tra quattro mura, la privazione – è la mise en abyme dell’assenza stessa del trauma (così come di vuoto e privazione, logica e sensoriale, ci parla l’esperienza dell’eroina su cui cala il sipario nel romanzo di Lagioia). Porte e finestre sono chiuse o murate. Gli ostaggi sono legati o costretti all’immobilità o a walzer da polli in batteria.  I paesaggi esterni sono confiscati ai cinque sensi. La possibilità stessa di esperire la realtà è messa sotto esproprio. La condizione dell’ostaggio nei romanzi di Viola, Sortino, Tarabbia e Corona fa rivivere il mito della caverna di Platone aggiornato ai tempi di internet: i contorni fisici e la cornice del mondo fuori sono vicini, prossimi a combaciare, fino alla riduzione del corpo al suo abbiccì fisiologico e delle funzioni mentali all’elaborazione di domande la cui elementare, quasi infantile essenzialità ha la potenza dei grandi quesiti escatologici: «Dove sono? Chi sono? Perché mi trovo qui?»

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