Yitzhak Rabin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yitzhak-rabin/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Yitzhak Rabin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yitzhak-rabin/ 32 32 La sinistra italiana e Israele https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/#comments Wed, 16 Mar 2016 13:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30292 Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

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Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

Allorché il rabbino Moshe Sebbag gli ha risposto: “La nostra casa è la Francia”. Per giorni, a margine del dibattito sulla natura del terrorismo dello Stato islamico, sulla guerra globale in atto, sul diritto di satira di “Charlie” se ne apre un altro, solo apparentemente più ristretto, sul rapporto tra Israele e il mondo ebraico francese (e più in generale europeo). Dove corre il discrimine dell’identità e dell’appartenenza? Può il premier dello stato israeliano parlare a nome di tutti gli ebrei del mondo? Quali sono oggi i tratti salienti della diaspora? Come vive questa il nuovo antisemitismo? Per la cronaca, proprio nel corso del 2015 il numero degli ebrei francesi che si sono trasferiti in Israele è nettamente aumentato…

Il secondo è più recente. A fine gennaio, negli stessi giorni in cui alla Statale di Milano viene conferita la laurea honoris causa a Amos Oz, in Israele il gruppo di estrema destra “Im Tirtzu” lancia una campagna contro David Grossman, Abraham Yehoshua e lo stesso Oz, definendoli “talpe nella cultura”, e accusandoli – in pieno stile maccartista – di essere dei traditori, per il solo fatto di essere storicamente vicini alla sinistra del paese, e continuare a credere nella soluzione dei “due stati”.

I due episodi, più o meno a un anno di distanza, evocano un cumulo di confusioni e sovrapposizioni, spesso reciproche. Chi oggi difende il progetto di Grande Israele portato avanti dal governo di Netanyahu, e da una destra spostata sempre più a destra, oltre a rigettare nella pratica ogni passo verso la soluzione dei “due stati” (oggi indebolita anche a causa delle fratture interne al mondo palestinese), produce intenzionalmente una costante identificazione tra Israele, stato ebraico, mondo ebraico al di fuori del paese e adesione incondizionata alle politiche di questo governo. Chi viene meno all’ultima adesione, risale presto l’intera catena (data per oggettivamente logica) fino a essere associato alla categoria di traditore, se non addirittura a quella di antisemita.

Viceversa, rovesciando la stessa catena logica, ma in fondo sussumendola in toto nei propri ragionamenti, chi critica le politiche di questo governo, spesso arriva a sparare a zero non solo contro l’intero progetto dello Stato israeliano, ma contro gli “ebrei” in quanto tali. Nel mezzo di questa doppia rincorsa viene stritolata ogni considerazione che tenga conto delle differenze, delle pluralità, delle stratificazioni, e dell’esercizio del diritto di critica (o di tradimento) di ogni ideologia o contro-ideologia. Esattamente, cioè, la pasta di cui sono fatti i romanzi e i saggi di Amos Oz.

Da un’angolatura particolare ha guardato a tale universo di questioni e scissioni Roberto Delera, che a lungo ha lavorato a un libro stampato solo dopo la sua morte, con la prefazione di Gad Lerner e Luigi Manconi: L’asinello di Elisha. La solitudine degli ebrei di sinistra in Italia, dal dopoguerra all’attentato a Rabin (edizione fuori commercio; per informazioni scrivere a betti.guetta@fastwebnet.it).

Delera non solo ricostruisce il rapporto spesso difficile tra Israele e la sinistra italiana, specie dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967 (riesamina le posizioni filo-israeliane del Psi e di Nenni, da sempre vicino all’esperienza dei kibbutzim; e quelle anti-israeliane del Pci, con la pressoché unica eccezione, tra gli alti dirigenti, di Umberto Terracini), ma analizza, nello specifico, il tormentato percorso degli “ebrei di sinistra” rispetto a tali questioni.

Il percorso, cioè, di coloro i quali (non pochi) per biografia, scelta, militanza, si sono trovati nell’intersezione fra i due mondi, nel momento in cui i due mondi si sono distanziati, ed è a tratti emerso – Delera non usa mezzi termini – un nuovo, strisciante antisemitismo di sinistra, che è passato dalla critica delle politiche adottate da Israele verso i palestinesi (del tutto legittima, e sovente sacrosanta) alla condanna dell’esistenza stessa di Israele, se non addirittura degli ebrei, tout court. Di questo si sono occupati anche Matteo Di Figlia in Israele e la sinistra (Donzelli) e Gadi Luzzatto Voghera in Antisemitismo a sinistra (Einaudi).

Spesso, scrive Delera con l’attenzione a tanti piccoli passaggi che gli deriva dall’aver militato nelle formazioni della nuova sinistra italiana, quegli “ebrei di sinistra” si sono trovati schiacciati tra chi – nel mondo ebraico – pretendeva una adesione incondizionata alle decisioni dei governi israeliani e a tutto il rosario di guerre che si sono susseguite nei decenni, proprio “perché ebrei”; e chi – nelle formazioni di sinistra, sia parlamentare, sia extraparlamentare – chiedeva loro non semplicemente di dissociarsi da quelle scelte, ma di operare una sorta di abiura radicale proprio “perché ebrei”. E questo indipendentemente dal fatto che quegli “ebrei di sinistra”, esattamente come gli “israeliani di sinistra”, abbiano criticato radicalmente l’uso della forza e delle armi quale risoluzione di ogni controversia.

La pietra di paragone di questo rovesciamento è la guerra semantica (a volte sommersa, a volte del tutto esplicita) intorno al termine “sionismo”, oggi spesso ridotto a sinonimo di “colonialismo” o “imperialismo”… Eppure, come dice David Bidussa citato da Delera: “Il sionismo è un movimento il cui lessico politico è omologo, o almeno contiguo, a quello della sinistra europea, di una sinistra di matrice libertaria e populista più che socialdemocratica. E per quanto all’interno del movimento sionista siano presenti aree politiche assimilabili alla destra nazionalista, ai liberali, ai movimenti politici confessionali, non sono queste aree a dare forma al discorso politico sionista. È la cultura politica della sinistra a dare forma al sionismo.”

Al di là dell’eredità di figure come Martin Buber o Gershom Scholem (oggi praticamente rimosse dal dibattito pubblico), la contiguità di cui parla Bidussa è evidente nelle biografie di molti. Prendiamo in considerazione, ad esempio, i fratelli Sereni: Enzo, sionista socialista, dopo aver fatto aliyah in Palestina e aver fondato il kibbutz di Givat Brenner, tornò in Italia per partecipare alla Resistenza, fu catturato e torturato dai nazisti e morì a Dachau; Emilio fu invece militante comunista clandestino e ministro dei primi governi antifascisti. Emilio Sereni si era laureato alla Scuola superiore di agricoltura di Portici insieme all’amico Manlio Rossi-Doria, e Portici è un luogo chiave per comprendere l’intreccio tra socialismo, meridionalismo e sionismo negli anni venti e trenta del secolo scorso. In fondo, c’era una intuizione molto simile che spinse molti italiani ad andare al Sud e molti ebrei italiani ad andare in Palestina: fare della rivoluzione nelle campagne (sia nei rapporti di lavoro, sia nei rapporti tra lavoratori, sia nei modi di produzione) la leva per una trasformazione generale della società.

Quando, allora, il sionismo è stato interpretato come altro da sé, fino a essere travisato in un modo tale per cui l’antisionismo è giudicato da molti una forma di anti-imperialismo? Da dove nasce tale confusione? Sono responsabili coloro i quali, nella destra israeliana e tra i suoi alleati fuori del paese, hanno rivestito di un involucro sionista le politiche degli ultimi decenni? O sono responsabili anche coloro i quali – specie a sinistra – hanno accuratamente rimosso l’intreccio tra sionismo e socialismo nella storia di una costola importante della stessa sinistra europea (e mediorientale)?

Sono le domande che si pone Roberto Delera lungo tutto l’arco del suo saggio, che si conclude evocando la figura di Yitzhak Rabin, forse l’ultimo grande leader sionista in grado di contribuire alla costruzione di una pace reale con i palestinesi. Il suo assassinio, al termine di un comizio nel novembre del 1995, segna uno spartiacque decisivo nelle vicende mediorientali, e in quelle ovviamente interne al paese. È evidente che, in seguito, c’è stato un netto scivolamento verso posizioni sempre più conservatrici delle politiche dei governi che si sono succeduti, e che molti termini politici sono stati ridefiniti negli anni di Netanyahu.

Gli stessi spazi di elaborazione politica si sono ridotti. In questo, complici anche i diktat dei nuovi conflitti globali e l’avanzata dell’islamismo radicale (che ha fatto propri i canoni della predicazione antisemita), la solitudine degli ebrei di sinistra, in Italia e in Europa, si è accresciuta. Per certi versi, è speculare alle stesse accuse di tradimento di cui sono oggetto i più noti intellettuali progressisti israeliani.

Tuttavia, proprio nel momento in cui il sentiero sembra farsi più stretto, e i motivi di confusione si infittiscono, è inevitabile tornare a far riferimento a quella complessa stratificazione di esperienze che stavano alla base dell’intreccio tra pensiero ebraico, movimenti d’emancipazione, dibattito intorno al sionismo, creazione di rapporti nuovi con gli arabi. Non resta che tener viva quella stessa fiammella che attraversa le pagine di Oz o di Grossman. Chi nega che tutto ciò esista o sia esistito, soprattutto da sinistra, rende il migliore dei servigi alla retorica di Netanyahu.

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Intervista a Amos Gitai https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-amos-gitai/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-amos-gitai/#comments Wed, 06 Aug 2014 05:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22611 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Gli aerei israeliani hanno appena bombardato la spiaggia adiacente l’albergo di Gaza dove alloggia la stampa straniera. Quattro bambini sono morti e molti altri sono feriti. Stavano giocando a pallone ed qualcuno dice che forse le bombe sono cadute così vicine ai giornalisti perché questi ultimi amplificassero la portata del gesto.

Amos Gitai ascolta il resoconto dell’ennesimo bombardamento e poi, come chi non ha bisogno di sapere altro perché cambiano i nomi delle strade e dei morti, ma la storia è sempre la stessa, aggiunge: «Probabile che lo abbiamo fatto per questo. Ma il problema dell’informazione di oggi è lo stesso di ieri: abbiamo scarsa conoscenza dei fatti, l’enorme quantità di notizie diffuse ci illude che qualcosa sia cambiato, ma non è così, facciamo ancora molta fatica a sapere come sono andate veramente le cose».

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Gli aerei israeliani hanno appena bombardato la spiaggia adiacente l’albergo di Gaza dove alloggia la stampa straniera. Quattro bambini sono morti e molti altri sono feriti. Stavano giocando a pallone ed qualcuno dice che forse le bombe sono cadute così vicine ai giornalisti perché questi ultimi amplificassero la portata del gesto.

Amos Gitai ascolta il resoconto dell’ennesimo bombardamento e poi, come chi non ha bisogno di sapere altro perché cambiano i nomi delle strade e dei morti, ma la storia è sempre la stessa, aggiunge: «Probabile che lo abbiamo fatto per questo. Ma il problema dell’informazione di oggi è lo stesso di ieri: abbiamo scarsa conoscenza dei fatti, l’enorme quantità di notizie diffuse ci illude che qualcosa sia cambiato, ma non è così, facciamo ancora molta fatica a sapere come sono andate veramente le cose».

Il regista israeliano che non piace ai critici israeliani (la sue posizioni politiche sono poco amate dai falchi del governo e della stampa conservatrice) è in Sicilia, ospite dell’Ortigia Film Festival. È venuto per fare una lezione su architettura e cinema e per presentare tre dei suoi film più recenti: il road movie Free Zone, il documentario sul padre architetto del Bauhaus Munio Gitai, Lullaby to my Father e il recente Ana Arabia, che mostra con talento e intelligenza la possibile coabitazione tra arabi e israeliani attraverso le storie degli abitanti di un piccolo borgo in una delle periferie di Tel Aviv. Un piccolo borgo dove la coabitazione di fatto accade.

Tornerà in Italia, poi, tra qualche settimana, quando alla Mostra del Cinema di Venezia, invece, presenterà fuori concorso il suo nuovo film, Tsili, da un romanzo di Aharon Appelfeld (Paesaggio con bambina, Guanda, pp. 154, euro 14), ambientato ai tempi dell’Olocausto ma distante dagli stereotipi e interamente girato in yiddish. «Era la lingua della diaspora in quegli anni, e oggi c’è sempre meno gente che lo parla», spiega il regista «il cinema ha a che fare con la memoria, può servire a far rivivere una lingua oppure a far vedere la realtà sotto una luce diversa. L’arte, quando è ben fatta, ti aiuta a capire le correnti sotterranee, a vedere cose che normalmente non vedresti, e anche a umanizzare il prossimo, a rifiutarti di vedere l’altro come un nemico. L’altro è una persona interessante, con una sua visione del mondo».

La visione del mondo di Gitai prevede la coesistenza pacifica malgrado il disaccordo? 

«Non dobbiamo per forza essere d’accordo con tutti su tutto, e dobbiamo accettare il disaccordo senza bisogno di uccidere. Questo sarebbe già un buon punto di partenza per migliorare lo stato delle cose. Nel caso del Medio Oriente la situazione è più delicata perché la coalizione al potere è fatta da gente che non vuole la pace. Ogni volta che si arriva a una forma di coesistenza pacifica, loro la destabilizzano immediatamente».

Questo da entrambe le parti?

«Assolutamente sì. Jihadisti, ultranazionalisti, fanatici religiosi, estrema destra israeliana, sfortunatamente da molto tempo perseguono lo stesso fine: perpetuare la violenza. Sacrificando un giorno le vite dei tre ragazzi israeliani che facevano l’autostop, e pochi gioni dopo dei quattro bambini palestinesi che giocavano a calcio. So perfettamente che è impopolare dirlo, ma la direzione di trattative con i palestinesi avviata da Yitzhak Rabin (sulla cui vita Gitai girerà il suo prossimo film) è un’opzione di gran lunga migliore della guerra permanente o degli accordi unilaterali. C’è stato un momento in cui un accordo sembrava possibile, ed è quella la direzione da percorrere. Non ci sono alternative».

Come vive un artista questa situazione?

«La settimana scorsa ho ricevuto da Ramallah la richiesta di mostrare il mio documentario, House. E la cosa mi ha commosso. Sono convinto che l’arte sia in grado di arrivare sotto pelle e aprire la mente della gente mostrando che possiamo prenderci cura del prossimo senza nutrire le nostre vite di separazioni e conflitti. L’unica convivenza possibile è quella basata su una profonda comprensione e non su un accordo superficiale e temporaneo destinato a sfociare in una nuova guerra. Bisogna lavorare sul lungo periodo».

Ana Arabia è stato distribuito in Israele?

«Sì, e mi sembra sia stato apprezzato. È delicato mostrare un film come Ana Arabia nel bel mezzo del conflitto. L’intenzione del film è di andare nella direzione completamente opposta rispetto alla violenza. Ognuna delle due parti vuole dare un’immagine di sé esclusivamente angelica e un’immagine degli altri totalmente demoniaca. Per me entrambe le parti sono sia angeli che demoni. Nessuno è perfetto in questa storia. Fintanto che si continuerà a pensare che una delle due parti abbia completamente ragione e l’altra torto ci sarà guerra. Bisogna accettare che tra gli uomini non esiste la perfezione e che la soluzione potrà essere soltanto umana».

Nell’epistolario che firma con sua madre Efratia (Storia di una famiglia ebrea, Bompiani, pp. 522, euro 21,50) che adatterà al teatro e porterà in scena il prossimo anno ad Asti, questa duplicità dell’uomo, angelo e demone, è il tema di una lettera che le scrive sua madre.

«Mia madre era molto impegnata nel difendere i diritti delle donne. E diceva sempre che una società che non rispetta le donne è segnata ed è destinata a finire. Non possiamo essere autoritari e machi e al tempo stesso volere la pace».

Potete, invece, coabitare arabi e israeliani?

«Si può trovare una soluzione confederativa, in cui sia palestinesi sia israeliani abbiano la propria indipendenza. Si è versato troppo sangue e non è realistico pensare di interrompere gli scontri da un giorno all’altro con un semplice annuncio.  Troppa gente è morta da entrambe le parti. Ed entrambe le parti hanno diritto all’indipendenza e all’autonomia, magari prendendo come esempio l’Europa:gli europei si sono uccisi tra loro nei modi più brutali, in Europa è morta più gente che in Medio Oriente. Hanno quasi distrutto un intero continente. E poi, però, sono riusciti a costruire una pace duratura e addirittura un’unità politica ed economica».

L’Europa s’è formata solo quando i Paesi in guerra si sono trovati davanti a un muro, quando hanno capito di essere a un passo dalla distruzione dell’intero continente. sente che per voi quel punto è lontano? 

«No e per questo spero che in Medio Oriente si decidano a trovare una soluzione prima che non sia troppo tardi. Sperarlo non è un’illusione. Dobbiamo continuare a pensare che sia possibile. Le idee sono più forti delle armi e dei soldi, e possono cambiare il Pianeta. È di idee che dobbiamo parlare».

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