Yiyun Li Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yiyun-li/ un blog di approfondimento culturale Thu, 23 Jun 2016 11:20:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Yiyun Li Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yiyun-li/ 32 32 Discorsi sul metodo – 18: Yiyun Li https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-18-yiyun-li/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-18-yiyun-li/#comments Thu, 23 Jun 2016 13:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31375 Yiyun Li è nata a Beijing nel 1972. Il suo ultimo libro edito in Italia è Più gentile della solitudine (Einaudi 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La mia regola base, quando ho iniziato a scrivere seriamente, è sempre stata quella di scrivere sei ore al giorno, tutti i giorni. Avevo anche degli standard minimi a livello quantitativo, ogni giorno mi aspettavo di fare diverse pagine. Da quando ho figli e insegno è diventato tutto più complesso, riesco a fare sei ore solo nei giorni davvero eccellenti, ma spesso è già buono se ne faccio due o tre. In questo momento mi accontanto di dieci pagine la settimana. Non è molto, ma se le fai veramente, ogni settimana, sono comunque un passo accettabile.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho uno studio ma la verità è che non lo uso mai perché tanto i bambini vengono a chiamarmi e riesco a farli star buoni più facilmente se sto direttamente lì con loro. Quindi scrivo in cucina.

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OAKLAND, CA - SEPTEMBER 21: Fiction writer Yiyun Li is photographed at her home in Oakland, CA for the MacArthur Foundation Awards. (Photo by Don Feria/Getty Images for The MacArthur Foundation Awards)

Yiyun Li è nata a Beijing nel 1972. Il suo ultimo libro edito in Italia è Più gentile della solitudine (Einaudi 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La mia regola base, quando ho iniziato a scrivere seriamente, è sempre stata quella di scrivere sei ore al giorno, tutti i giorni. Avevo anche degli standard minimi a livello quantitativo, ogni giorno mi aspettavo di fare diverse pagine. Da quando ho figli e insegno è diventato tutto più complesso, riesco a fare sei ore solo nei giorni davvero eccellenti, ma spesso è già buono se ne faccio due o tre. In questo momento mi accontanto di dieci pagine la settimana. Non è molto, ma se le fai veramente, ogni settimana, sono comunque un passo accettabile.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho uno studio ma la verità è che non lo uso mai perché tanto i bambini vengono a chiamarmi e riesco a farli star buoni più facilmente se sto direttamente lì con loro. Quindi scrivo in cucina.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio preproduzione ma tutta mentale. Per diversi mesi, anche sei o sette, lavoro mentalmente alla struttura del romanzo, mi immagino le parti, le funzioni dei vari personaggi, l’arco temporale, le scene chiave. Solo quando sento di avere un’idea chiara di tutto, allora mi metto a scrivere. 
Per quanto riguarda la ricerca, è qualcosa che riesco a fare solo a lavori in corso. Quando comincio a scrivere, allora comincio anche a raccogliere materiali.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Sono una cesellatrice. È difficile non volere una pagina perfetta, anche se non ci si riesce mai veramente. Di solito quando comincio a scrivere riparto dalle pagine precedenti e cerco di migliorarle, quindi quando arrivo alla bozza finale di solito non è malaccio perché sono ripassata molte volte su ogni pagina.


Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, scrivo sempre due libri in contemporanea. Un romanzo e una raccolta di racconti. Con tempistiche sfalsate però. Il romanzo è come una maratona, devi essere allenato e avere il fiato. I racconti sono come una serie di scatti, o sollevamenti, o esercizi di ginnastica. Quindi si possono fare in contemporanea, basta stare attente a non sovrapporre le fasi chiave, ideazione e revisione. Quando sono oltre metà di un romanzo avvio la raccolta di racconti, e mentre la finisco comincio a raccogliere le idee per il prossimo romanzo. Questi cambi di passo mi aiutano anzi a ripulire la mente senza dover staccare o andare in vacanza.

Carta o computer?

Una volta usavo solo il computer, ora scrivo sempre più con carta e penna, per riflettere maggiormente sulle singole frasi. Il computer è ottimo quando sei nel pieno dei lavori, per fare botte di molte pagine, ma se c’è da stare attente, quando sei sui passaggi importanti, in cui ogni parola pesa, è meglio la carta, tanto più che poi, trascrivendo su computer, fai anche un altro giro di revisione. Invecchiando, ho finito per usare sempre più i quaderni, probabilmente perché mi interessa meno finire prima, e molto di più cercare di far meglio possibile.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Evitare Internet. Non me la sento di staccarlo proprio, sarebbe troppo e la sua assenza mi distrarrebbe ancora di più, inoltre dovrei riaccenderlo ogni volta che mi viene in mente di controllare qualcosa, perdendo altro tempo. Così tutto il mio lavoro di scrittura è in realtà una lotta continua contro la tentazione di andare online.

Come hai esordito?yun_due

È una storia bizzarra, perché è molto molto fortunata, e so quanto sia rara la fortuna sfacciata in questo mestiere. La mia carriera è cominciata infatti facilmente, quasi troppo facilmente. Ho scritto un racconto. L’ho mandato alla Paris Review. Grazie a quel racconto mi ha contattata un’agente. L’agente mi ha trovato da scrivere un racconto per il New Yorker. Grazie a quel racconto ho avuto un contratto a busta chiusa con Random House per due romanzi. Così, tutto di fila. 
E ti dirò, non mi sono neanche spaventata di fronte all’idea di scriverli, così senza preparazione, perché al momento del contratto mi era appena nato un bambino e quando sei una madre con un bimbo in braccio pensi solo al fatto che gli devi dare da mangiare, vedi qualunque cosa come una possibilità per nutrire la prole, non c’è spazio per l’ego, l’ansia o le paranoie.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Quando ho cominciato davo molto attenzione alla vicenda, ai personaggi, agli snodi. E alla quantità. Macinavo pagine su pagine tenendo sempre a mente l’asse narrativo. Ora sono più lenta, ma soprattutto mi interessa più il pensiero, farlo riverberare, rendere nuovi i pensieri a cui mi ispiro, trovare le parole giuste per articolare quelli dei personggi.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Cambiano sempre. Se scrivi seriamente, è normale innamorarsi continuamente di qualcosa di nuovo. In questo momento rileggo Guerra e pace, lo avevo letto da ragazzina ma ora mi fa un effetto completamente diverso – mi interessa, e mi influenza, il modo in cui Tolstoj guarda al mondo. 
Da giovane sicuramente sono stati decisivi nella mia formazione Ernest Hemingway e William Trevor, che come me sono indifferentemente raccontisti e romanzieri.

“Esisti” online?

Ho un sito, ma è una cosa abbastanza inutile, una specie di biglietto da visita online. Ho fatto un esperimento di due anni con Facebook e Twitter, sono divertenti ma rubano così tanto tempo, e io sono avida di tempo, se hai da leggere e scrivere il tempo non basta mai… Ho letto da qualche parte che la maggior parte della gente passa su Facebook un’ora al giorno. Se fai il conto sulle ore libere da sonno e cibo, viene quasi un mese l’anno – un mese di lavoro – bruciato là sopra. Devono essere pazzi.

[18 – continua; le precedenti intervisteCărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Il grande romanzo americano lo scriverà uno straniero https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/#respond Thu, 22 May 2014 13:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20851 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue - divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Jhumpa Lahiri. Fonte immagine.)

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue – divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

Adesso, però, Jhumpa Lahiri smonta di nuovo tutte le sue sicurezze di scrittrice, e si reinventa in un’altra lingua, accettando, anzi cercando, la sfida del “pellegrinaggio linguistico”: “Questo sforzo continuo”, dice in italiano, “questo tentativo ostinato, mi fa sentire come se fossi sbarcata in un altro mondo. Dove tutto è da esplorare, e io non mi stanco mai di farlo”. Un’esperienza simile, per alcuni versi, è quella di Francesca Marciano, italiana che scrive da sempre in inglese: “Era una lingua che mi ha sempre affascinato e che volevo possedere, farla mia. E una lingua non è solo un agglomerato di suoni, ma anche una cultura, un’etica, un comportamento, persino una postura”, dice l’autrice romana che pubblicò nel 1998 il suo primo libro, “Rules of the Wild” (da noi era “Cielo scoperto”, oggi introvabile), best seller in America dove il “New York Times” lo elogiò per la “grande forza narrativa” e solo in seguito tradotto in Italia.

Ma cambiando prospettiva – e sponda dell’oceano – Francesca Marciano non è più un caso editoriale atipico. Stando alla selezione del “New Yorker”, tra i migliori 20 scrittori sotto i 40 anni, più della metà non sono americani, nemmeno di seconda generazione, ma sono arrivati negli Stati Uniti perlopiù da adulti. Oggi non è un’iperbole affermare che la maggior parte dei giovani scrittori americani amati dalla critica non sono “americani”. Qualche nome: Yiyun Li, nata in Cina e trasferitasi in America dopo la laurea, ha scritto in inglese tutti i suoi libri, compreso l’ultimo, “Meglio della solitudine” (Einaudi, 2015); Daniel Alarcon è peruviano ma ha scelto l’inglese anche per il suo ultimo, ambizioso, romanzo “La notte camminavamo in cerchio” (Einaudi, 2015); Gary Shteyngart è nato a Leningrado e si è trasferito a New York all’età di sette anni: lo racconta nel suo ultimo memoir “Mi chiamavano piccolo fallimento” (Guanda, settembre); Boris Fishman, nato anche lui nella Russia sovietica, esordisce in USA con un romanzo autobiografico di cui già molto si parla, “A Replecement Life” (Harper, il 3 giugno); il nigeriano Teju Cole, considerato da Salman Rushdie lo scrittore “più talentuoso della sua generazione”, africano cresciuto negli Stati Uniti, racconta nel suo ultimo libro “Ogni giorno è per il ladro” (Einaudi, settembre) la storia di un uomo che torna a Laos, in Nigeria; Aleksander Hemon, nato a Sarajevo, città che ha lasciato a malincuore durante i bombardamenti del ‘92 per rimanere negli Stati Uniti, è stato paragonato addirittura a Nabokov per il suo estro linguistico.

Secondo Hemon – che sarà ospite del Festivaletteratura di Mantova per presentare il nuovo libro, “Amore e ostacoli” (Einaudi), come anche come Teju Cole e Gary Shteyngart – è “una concezione molto europea quella che nasci con una lingua e le appartieni, e in tutte le altre sei uno straniero”. Le ragioni per cui uno scrittore sceglie una lingua diversa dalla sua sono molteplici: può essere la lingua dell’esilio, e quindi acquisita in modo doloroso, può essere scelta per ragioni romantiche, o anche di mercato e convenienza editoriale (è innegabile che in USA la macchina funzioni meglio).

Per Francesca Marciano, che lo scorso maggio ha pubblicato con estremo successo la raccolta di racconti “The Other Language” (Pantheon), la scelta è stata naturale: “Quando ho scritto il mio primo libro vivevo in Kenya da tanti anni e i personaggi parlavano in inglese, mi venne spontaneo scrivere nella lingua in cui loro si esprimevano. In fondo scrivere in un’altra lingua è come avere due personalità”, continua, “la prima è quella della lingua madre, legata all’infanzia, ai genitori, mentre l’altra è quella della vita adulta, dove non ci sono testimoni, e si è più liberi, meno inibiti. Scrivere in inglese è stato una specie di tradimento che mi ha reso più sincera. Forse anche Nabokov, Beckett in questo tradire-tradurre si sono sentiti più liberi?”.

“Si fatica moltissimo ad acquisire un’altra lingua”, dice Lara Santoro, ex reporter di guerra in Africa e autrice di due ottimi romanzi scritti in inglese (per le edizioni E/O il 23 maggio in libreria “Fine estate”), “ma vuoi mettere la ricchezza lessicale di un Nabokov? Dove la trovi tra gli americani? Dopo il grosso sforzo iniziale, chi scrive in un’altra lingua ha di solito una maggior padronanza. Se si ha un dubbio su una parola, un modo di dire, bisogna controllare, e intanto che si controlla se ne imparano altre quattro”.

Chissà se faticò anche Apuleio a scrivere l“’Asino d’oro” – per molti aspetti il primo romanzo della storia – scritto in latino da un africano: uno che, stando alle carte geografiche, oggi sarebbe algerino. È innegabile che da quando esiste la letteratura, esiste anche un andirivieni linguistico. Beckett, Nabokov, certo. Ma anche Conrad, che era polacco (a luglio potremo leggere una nuova traduzione di “Un avamposto del progresso”, da Adelphi). Jasif Brodskij scriveva sia in russo sia in inglese. Irène Némirovsky, che conosceva sette lingue, scriveva in francese. Gao Xingjiang scrive in francese. Derek Walcott in inglese e qualche volta in patois, Herta Muller è romena e scrive in tedesco.

Anche Agota Kristof così raccontava la sua fatica: “Questa lingua non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta”, scriveva ne “L’analfabeta”, (Casagrande), il piccolo libro in cui l’autrice ungherese esiliata in Svizzera condensa nel suo consueto modo scarno i dolori e le gioie dell’esilio letterario. E proprio tra i classici, ci sono due uscite importanti tra i migrant writers del passato: Ernst Lothar, scrittore ebreo-austriaco misconosciuto, nel ‘38 fuggì dall’Austria e si rifugiò in America, dove scrisse in inglese “La Melodia di Vienna” (in libreria il 18 giugno per e/o), una sorta di “Downton Abbey” mitteleuropea, che uscì prima negli USA e solo dopo un po’ in Austria, riscritto poi in tedesco. E “Uomini in guerra” (Keller, a giugno), scritto dall’ufficiale ungherese Andreas Latzko, un romanzo-manifesto del pacifismo della Grande Guerra, censurato all’epoca, ma che continuò a circolare in tutta Europa.

L’ibridazione e lo sradicamento sono dunque essenziali per lo scrivere. Lo stato di “esiliati” è una condizione quasi naturale per lo scrittore, condizione di cui, a ben guardare, lo scrittore va quasi in cerca, perché nonostante tutto – nonostante le perdite, le nostalgie, le assenze  – è comunque stimolante: “In un certo senso”, dice ancora Jhumpa Lahiri, “ho sempre vissuto una specie di esilio linguistico. La mia lingua madre, quella della mia famiglia, il bengalese, in America è una lingua straniera. E poi io lo parlo male, il bengali, e quindi in fondo anche per me la mia lingua madre è paradossalmente, una lingua straniera”. “Ora, scrivendo in italiano da quasi due anni mi sento trasformata, quasi rinata. Ma la mia è stata soprattutto l’avventura di una lettrice. E scrivere è stato un impulso, una risposta alla lettura. Mi sento un po’ come Cesare Pavese. Lui fu talmente influenzato da Melville e dagli altri americani che lesse e tradusse che cambiò il suo modo di scrivere. Anche se non era mai stato in America. Ora quando scrivo in italiano è come se ascoltassi una voce che mi parla nel mio cervello. E mi entusiasma scrivere in questa nuova lingua. Anche se mi sento ancora un’apprendista. Quello che proprio non riesco a fare è tradurmi, tradurre quello che ho scritto in italiano in inglese”. Come faceva Beckett. E come hanno fatto altri, sempre con scarso successo.

Perché “la patria è quella che si parla”, ha detto una volta Herta Müller. E ancora molto pochi, in questo nostro paese così aperto linguisticamente alle traduzioni di testi stranieri, sono i casi di autori stranieri veramente degni di questo nome che hanno scelto  la lingua italiana per i loro libri, tra questi di certo l’argentino Adrian N. Bravi,  l’italiana di origine somala Igiaba Sciego, il moldavo di origini siberiane Nicolai Lilin, e le albanesi Ornela Vorpsi e Anilda Ibrahimi.

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