youtube Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/youtube/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:59:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg youtube Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/youtube/ 32 32 La vista da qui: divario digitale, divario culturale https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui-divario-digitale/ https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui-divario-digitale/#comments Tue, 30 Sep 2014 06:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23213 In La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax), c'è un intero capitolo dedicato al tema del divario digitale in Italia, tema sempre più attuale e discusso. Lo pubblichiamo di seguito, e vi invitiamo a visitare online lo spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

 

Scendo dal treno e vado a trovare Cristoforo.[1] Cristoforo è il mago dei numeri, forse la persona che in Italia negli ultimi dieci anni ha guardato più spesso dentro la sfera di cristallo dell’accesso a internet, ne ha osservato i diagrammi e le curve, ha provato a immaginarne le tendenze. A mezzogiorno in punto suono il campanello e lui al citofono mi risponde: «Sei puntuale come la morte». Cristoforo sa cose che né io e né voi sappiamo sui motivi per cui il nostro paese è stabilmente in fondo alle classifiche europee dello sviluppo tecnologico, della banda larga, dell’utilizzo di internet nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, ovunque.

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In La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax), c’è un intero capitolo dedicato al tema del divario digitale in Italia, tema sempre più attuale e discusso. Lo pubblichiamo di seguito, e vi invitiamo a visitare online lo spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

Scendo dal treno e vado a trovare Cristoforo.[1] Cristoforo è il mago dei numeri, forse la persona che in Italia negli ultimi dieci anni ha guardato più spesso dentro la sfera di cristallo dell’accesso a internet, ne ha osservato i diagrammi e le curve, ha provato a immaginarne le tendenze. A mezzogiorno in punto suono il campanello e lui al citofono mi risponde: «Sei puntuale come la morte». Cristoforo sa cose che né io e né voi sappiamo sui motivi per cui il nostro paese è stabilmente in fondo alle classifiche europee dello sviluppo tecnologico, della banda larga, dell’utilizzo di internet nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, ovunque.

Mentre io in questi anni osservavo internet e i suoi utenti da dietro lo schermo del mio computer, sperando che anche loro sognassero le medesime cose che sognavo io, Cristoforo guardava le tabelle col distacco dell’economista, confrontava curiose torte colorate e si occupava di altre questioni bizzarre. Oggi, in questo ufficio nel centro di Roma, disegna assi cartesiani uno sotto all’altro su un foglio bianco: io, per non essere da meno, scarabocchio brutti petali di fiore mentre discutiamo di quanto sia piccola e modesta la internet italiana.

I numeri per me non sono così importanti, quando proprio non posso evitarli li cito con infastidita vaghezza. Tuttavia in questo caso è impossibile non parlarne. Secondo le ultime statistiche ufficiali disponibili, la percentuale di famiglie italiane dotate di accesso a internet è di oltre venti punti inferiore alla media dei paesi più avanzati con i quali siamo soliti confrontarci (il 69% in Italia contro l’88% della Germania e della Gran Bretagna, il 93% della Danimarca e della Svezia, l’82% della Francia); siamo fra gli ultimi nell’Europa a 28 sia come accesso sia come frequenza d’uso, peggio di noi fanno solo Bulgaria, Romania, Portogallo, Lituania e Grecia; dal 2006 a oggi siamo cresciuti meno di quasi tutti gli altri. Abbiamo poi i peggiori numeri per l’e-government di tutta Europa (a parte la Romania) e anche nel numero di collegamenti broadband siamo nel gruppo dei peggiori. Infine, ciliegina sulla torta, ben il 34% degli italiani dichiara di non aver mai utilizzato internet in vita sua.[2]

Questa débâcle digitale si potrebbe spiegare più o meno così: per un certo numero di anni, verso l’inizio del nuovo secolo, complice lo sviluppo delle connessioni broadband, il calo dei prezzi e il passaparola, sono approdati alla rete gli italiani che provavano verso internet una qualche forma di interesse. Qualche anno prima, nella seconda metà degli anni Novanta, erano già arrivati gli utenti maggiormente motivati, gli impallinati, gli universitari e i nerd, quelli che conoscevano un po’ di inglese, quelli che amavano i computer già prima che qualcuno riuscisse a collegarli tutti assieme, quelli che sapevano cosa fosse Gopher.[3]

Poi a seguire si sono accodati anche gli altri: quelli che avevano la fidanzata in Finlandia con un indirizzo email al quale si poteva scrivere, quelli che in rete c’è tutta la musica del mondo senza pagare, quelli che con Skype saluto i nipotini in Australia, quelli che forse smetto di fare la fila alle Poste, quelli che mi piace aggiornare Wikipedia, quelli che mi piace sabotare Wikipedia, quelli che leggo il New York Times che è in rete gratis, quelli che Playboy ha un sito web, quelli che ho trovato un sito di ricette fantastiche, quelli che ho aperto un blog, quelli che ho chiuso il blog tanto non lo leggeva nessuno, quelli che la mia band suona su MySpace.

La fase di ascesa, guidata da «quelli che», come sempre avviene nelle curve di adozione tecnologica, dopo un periodo imperioso si è prima attenuata e poi affievolita fino a raggiungere un sostanziale equilibrio. Oggi siamo al punto in cui chi doveva collegarsi si è collegato mentre tutti gli altri, che sono parecchi, sono lì che non sanno bene cosa fare. O meglio, lo sanno benissimo, anche se a noi non piace neanche un po’.

In ogni caso la curva di adozione che Cristoforo disegna davanti ai miei occhi è stata influenzata – e questo lo abbiamo compreso con ragguardevole ritardo – nella sua parte più ripida e iniziale da quello che i tecnici chiamano digital divide infrastrutturale, vale a dire la mancanza delle condizioni tecniche sufficienti per connettersi a internet in maniera utile.

Mentre noi, accecati dall’ottimismo sciocco della tecnologia buona e giusta, ci battevamo a colpi di fiere invettive affinché aziende delle telecomunicazioni e governi si adoperassero per portare la banda larga in tutto il paese, come se l’infrastruttura disponibile e funzionante fosse condizione sufficiente, in realtà stavamo sottovalutando l’aspetto determinante di tutta la faccenda.

Quando la curva di Cristoforo ha cominciato a farsi piatta (se non pure discendente come sembrano indicare gli ultimi dati disponibili), lì sono cominciati i guai. E i guai attuali, noi, da qualche tempo, abbiamo iniziato a chiamarli «divario culturale»: ossia il mancato interesse nei confronti della connessione a internet basato su motivazioni individuali. Un disinteresse ampio che, in una qualche percentuale, nasconde una non dichiarata difficoltà di comprensione o utilizzo del mezzo, ma che, nella maggioranza dei casi, non è altro che un autentico sentimento di estraneità. Perché – si chiedono milioni di italiani – dovrei utilizzare questa cosa di cui non sento il bisogno?

Sono arrivato qui pensando che il divario culturale sia un’anomalia italiana; Cristoforo pensa che si tratti invece di un tema legato almeno in parte al nostro essere abitanti del Sud Europa, anche se i numeri italiani sono peggiori di quelli spagnoli e inutilmente paragonabili a quelli di una Grecia in grave crisi economica.

Internet in ogni caso è stata per molto tempo quasi solo lettura e scrittura. Le pagine web erano parole su uno schermo, da leggere o comporre, e noi siamo una nazione che da sempre non legge e non scrive. Come dire che nei confronti della internet testuale del primo periodo pativamo anche una sorta di tara originaria. Tuttavia non è stata solo questa la ragione. Perché poi è arrivato YouTube e sono esplose le piattaforme sociali, che in un paese come il nostro hanno riscosso enorme successo, e qui forse tutto è diventato ancora più confuso.

Sono venuto a chiedere conferma del fatto che l’unico exploit tecnologico italiano degli ultimi decenni sia stato quello legato negli anni Novanta alla telefonia mobile, e che questo forse abbia distratto l’homo technologicus italicus dall’interesse per tecnologie più innovative a favore di prodotti con un design più accattivante, ma Cristoforo dice che – secondo lui – le cose non sono andate così, che queste motivazioni non sono sufficienti per la nostra Caporetto internettiana.

Su una cosa invece siamo d’accordo da subito: è vero che non ci sono grandi speranze, il nostro è un paese spezzato in due dall’ufficio anagrafe e dall’aumento dell’età media. Un luogo nel quale gli anziani che accedono a internet sono una sparuta pattuglia, con il restante 90% ben difficilmente recuperabile. Così come è vero che il divario culturale, il rifiuto della rete, ha colonizzato in questi anni i luoghi del potere, le stanze del Parlamento, migliaia di uffici centrali e periferici: ma anche le redazioni dei giornali, i talk show televisivi, le scuole, le cerchie degli intellettuali… Anche questa cattiva fama, così ampiamente seminata, ha avuto un ruolo. Forse piccolo, forse non fondamentale, ma si è trattato di una fama malevola, alimentata con regolarità lungo un periodo di tempo molto lungo. La goccia della internet cattiva e pericolosa ha scavato la roccia delle coscienze di molti, specie di quelli che internet non la conoscevano. Molti di costoro oggi non sanno e non vogliono sapere cosa sia la rete. Come per il critico letterario nella citazione di Manganelli, il sentimento di precauzione vince su tutto e poco importa se esiste anche solo una possibilità che quella stessa preoccupazione sia campata in aria o basata sulla somma di pregiudizi altrui.

Se la traiettoria racchiusa nei disegni di Cristoforo è la storia di un decennio di accesso a internet in Italia, manca a questo punto la parte più importante, quella che riguarda il dopo, il che fare e il come farlo e anche, forse, subito prima, il se valga la pena farlo oppure no.

Ma ne vale la pena?

In questo momento in Italia esiste un muro altissimo fra chi vuole e chi non vuole utilizzare la rete. Se decidessimo di occuparci dei temi economici dovremmo dire che questa polarizzazione fra connessi e disconnessi crea un grave danno finanziario al paese intero. Lasciamo perdere il commercio elettronico, tutto l’indotto digitale (app, programmazione, database, siti web, ecc.) e un mucchio di altre cose, pensiamo invece per un attimo all’amministrazione pubblica che giusto in questi mesi in Gran Bretagna è diventata digital by default, vale a dire «digitale prima di tutto». Qualsiasi pratica fra cittadino e Stato passa prima da internet che da qualsiasi altro luogo. Questa scelta crea risparmi notevoli per la comunità a patto che l’adozione digitale sia ampia (in Gran Bretagna circa nove cittadini su dieci hanno accesso a internet) e non costringa a grandi duplicazioni di servizi e risorse. Ci saranno – è vero – soldi e attenzione da dedicare a quel cittadino su dieci che non è connesso e che non può essere lasciato indietro, ma nel complesso si sta sostituendo un apparato molto costoso con uno più leggero, dinamico ed economico. Cosa succederebbe se da noi si tentasse un percorso analogo? Quando accadrà (lentamente sta già accadendo), probabilmente dovremo duplicare i servizi perché un italiano su due (quasi) non è un cittadino digitale.[4] In alternativa si potrebbe immaginare una serie di piccole spintarelle digitali (quelle che Cristoforo chiama «l’innovazione spintanea») per costringere, nella maniera più amabile fra quelle possibili, i cittadini recalcitranti a connettersi.

E se anche non fosse per ragioni economiche, che ai nostri occhi di umanisti da cartoleria suonano così volgari, varrà la pena farlo per il valore sentimentale del nostro essere connessi. Non una cosa eterea e senza spessore, ma l’essenza stessa della nostra propensione a essere persone simili e vicine l’una alle altre.

Vale la pena essere connessi, anche iniziando oggi, perché se dieci anni fa l’asticella dell’accesso era molto alta, le cose da allora sono cambiate: la tecnologia è più semplice, l’arcobaleno di cose da fare in rete scintillante e alla portata di chiunque, anche di quelli che non leggono un libro da decenni. Internet non è più (solo) la biblioteca di Alessandria ma è anche la piazza, le chiacchiere, il luna park per i bambini: il filo diretto con il mondo intorno.

Alcuni pensano che dentro questa specie di missione che ci siamo dati in favore dell’alfabeto telematico alberghi una spocchia da iniziati, il sentimento di superiorità di chi pretende di indicare il percorso, la presunzione intellettuale di chi si è già attrezzato per il futuro e si mostra ora benevolmente disposto a indirizzare gli altri. Io non credo che sia così, sono invece convinto che ne valga la pena per una ragione più semplice e meno tronfia: se internet ha migliorato la mia vita, sarei felice che fosse capace di migliorare anche la tua. È questo l’umanesimo da cartoleria di cui dicevo poco fa, una sorta di semplificazione provinciale di cui mi sentirei di essere orgoglioso. Un sentimento che ha tracciato una traiettoria lunga ormai decenni fin dai tempi delle (mie) scuole superiori: ho ascoltato una canzone bellissima, ascoltala anche tu, dimmi cosa ne pensi. Se ti piacerà come è piaciuta a me io ne sarò contento. Quindi ok, ne vale la pena, nessuna coercizione nei confronti di nessuno: ora resta il cosa fare e il come farlo.

Voce del verbo fare

Intanto dobbiamo rassegnarci: nessuna o quasi fra le azioni che potremmo intraprendere già domani per ridurre il divario culturale darà i suoi frutti in tempi brevi. Più i problemi sono radicati e profondi più le attese soluzioni richiederanno ampi intervalli di incertezza.

Paradossalmente una delle prime cose che andrebbero fatte sin da domani non ha a che fare direttamente con il divario culturale; e questa, se non altro, è una constatazione curiosa. Fino a poco fa abbiamo detto che il problema principe è stato in questi anni lo scarso desiderio dei cittadini di essere in rete, e ora scopriamo che la prima cosa concreta che si potrebbe fare è occuparsi dell’infrastruttura di rete. Eppure è proprio così: abbiamo bisogno di superare e integrare i piani di business delle compagnie telefoniche, dobbiamo insistere perché la politica riacquisti il ruolo, che le deve essere proprio, di governo dello sviluppo tecnologico. Dovremmo farlo per una sola ragione: perché il mercato, se mai ha avuto aspirazioni in tal senso, ha fallito. Lo ha fatto per una contingenza che è perfino banale ricordare: gli interessi delle società di telecomunicazioni spesso non sono quelli dei cittadini. Per esempio negli ultimi anni le telco hanno investito molto nelle reti mobili (prima col 3g e poi con lte [5]), pagando a caro prezzo le licenze per le frequenze e superando mille ostacoli normativi (alcuni dei quali tipicamente italiani), mentre sono state molto più dubbiose nei confronti della banda larga su rete fissa. Una scelta certamente ragionevole nell’ottica del business (il traffico mobile è più redditizio di quello fisso e richiede complessivamente meno investimenti strutturali) e anche prudente e saggia da molti punti di vista; una scelta, tuttavia, di segno opposto rispetto all’interesse generale.

Possiamo fare di questo una colpa alle compagnie telefoniche? No, non possiamo. Possiamo incolpare di questo mancato orientamento l’abulia decisionale della politica? Certamente sì.

Se sposiamo l’idea secondo la quale l’accesso alla rete è un punto di svolta della nostra crescita, non solo economica ma anche sociale e culturale, allora appare evidente come simili scelte di sistema non possano essere lasciate interamente a soggetti che hanno interessi privati. Se le cose stanno così e se lo Stato non può influenzare direttamente le scelte strategiche dell’industria delle telecomunicazioni, c’è una sola cosa che può fare: incentivare servizi che ritiene prioritari e che invece le telco considerano poco remunerativi. Come? Pagandoli di tasca propria.

Questi servizi oggi sono solo due: la copertura delle aree ancora non raggiunte dal broadband e la costruzione di una rete in fibra ad alta velocità. Abbiamo bisogno di meno denari da assegnare ad altre infrastrutture e di più risorse per la rete internet là dove la rete manca o va ammodernata. Questo fino a oggi quasi non è stato fatto, se si eccettuano alcuni progetti recenti, specie al Sud, legati alla disponibilità di fondi europei. E invece sarebbe la cosa a cui dare la priorità. Meno grandi opere, più cavi sottili.

A differenza di quanto sostengono alcuni autorevoli esperti di tecnologia, l’infrastruttura deve precedere l’offerta, e questo per una ragione fondamentale: molti degli utilizzi delle reti trasmissive ad alta velocità sono oggi difficili da immaginare. Saranno gli utenti che se li inventeranno domani. Dovremmo smetterla di sentirci tanto superbi da voler indovinare il futuro. Il futuro è complicato, fuori dalla nostra portata e sovente usato come alibi. Le dissertazioni odierne sul «a cosa ti servirà mai una connessione a un gigabit» assomigliano enormemente a certe imbarazzanti affermazioni sulla prevedibilità del futuro tecnologico. Domani forse ne sorrideremo ma quando questo accadrà probabilmente sarà troppo tardi.

Chiusa la parentesi «infrastruttura», il nodo cruciale della lotta prossima ventura al divario culturale è la scuola. Un decennio fa ci si inventò lo slogan delle 3 i (Inglese, Impresa e Internet), una specie di furbo vademecum per una scuola nuova e al passo con i tempi. Era il 2003 e la riforma prendeva il nome dell’allora ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. Sembra passato un secolo. Come spesso avviene da noi il progetto iniziò e finì con quella evocativa definizione. Quel governo non fece nulla per internet; un suo omologo qualche anno dopo ridusse le ore di inglese nelle scuole italiane. Per il resto ci si occupò forse di qualche impresa, meglio se pescata fra quelle vicine al presidente del Consiglio di allora.

Resta il fatto che il punto di partenza era quello giusto: per interrompere la nostra allergia nazionale alla tecnologia e a internet anche oggi, come dieci anni fa, dobbiamo partire dalla scuola e strutturare un’agenda didattica adeguata ai tempi.

Ora, prima di provare a immaginare esattamente cosa sarebbe il caso di fare in concreto nelle scuole dei nostri figli, sono costretto ad aprire una parentesi su una delle definizioni meno esatte che abbiamo molto utilizzato in questi anni, contro la quale, prima o poi, ci toccherà andare a sbattere: quella di nativo digitale.

Sui nativi digitali

I nativi digitali sono una categoria del pensiero. Nostro però, di persone che non sono nate digitali e che lo sono in qualche maniera diventate. Nativo digitale è anche una definizione sociologica vaga che abbiamo importato dal mondo anglosassone caricandola di molti significati che non intendeva avere. Uno su tutti: quello secondo il quale, dal momento che i nostri ragazzi crescono circondati dalle tecnologie, acquisiscono per osmosi una competenza profonda al riguardo. Detto in altre parole, il nativo digitale, diversamente da noi, nasce imparato: immerso com’è nella tecnologia, non avrà alcun imbarazzo a utilizzarla nel modo migliore e più proficuo.

Chiunque abbia figli adolescenti o frequenti per qualche ragione le aule delle università o delle scuole superiori sa perfettamente che una simile definizione è del tutto priva di senso. Fatta salva una vicinanza epidermica alle tecnologie, i ventenni di oggi non sono troppo differenti da noi. Soffrono meno di noi le barriere di ingresso alla tecnologia, ma l’utilizzo che decidono di farne è spesso, purtroppo spessissimo, adeguato al contesto di divario culturale nel quale sono immersi.

Un aspetto importante legato al nuovo ecosistema digitale che i ragazzi nati dopo il 1990 si sono trovati di fronte è quello dell’impacchettamento tecnologico: mi riferisco alla disponibilità sul mercato di strumenti tecnologici le cui caratteristiche di utilizzo sono state definite in maniera molto chiara e spesso insuperabile in sede di progettazione. A differenza di quanto capitava a noi semplici «immigrati digitali» in passato, le tecnologie attuali – contenute negli smartphone e nei tablet che i nativi digitali dominano con tanta maestria – sono molto spesso chiuse e pronte all’uso. Terminati i tempi dell’informatica per smanettoni, quando i pc potevano essere assemblati, smontati e aggiornati da chi li usava, i nuovi device suggeriscono un’idea di libertà preconfezionata. Questo contesto è di per se stesso un freno alla crescita culturale degli utenti, il cui unico percorso formativo nei confronti della tecnologia sarà quello di imparare a orientarsi dentro un giardino che qualcuno ha precedentemente recintato. Ciò vale in special modo per alcuni ambiti di rete. All’interno di questo mimetismo intenzionale, internet può ridursi a Facebook, gli strumenti di controllo potranno essere celati con maggior facilità, e le politiche di indirizzo economico verranno raccontate senza troppe difficoltà come nuove frontiere della libertà di espressione. Tale aspetto rende i nativi digitali intrinsecamente più deboli nei confronti della tecnologia rispetto a chi li ha preceduti, perché la mancanza di consapevolezza, l’assenza di un percorso di formazione impedisce loro in molti casi di sviluppare personali sensibilità e competenze verso i device che utilizzano. È quindi facile comprendere come l’assioma, in Italia molto invalso, secondo il quale i nostri ragazzi potrebbero essere la leva per ridurre il divario digitale degli adulti è il racconto di una debolezza che si illude di curarne un’altra, forse più grave, ma dello stesso segno.

Perché i nativi digitali diventino veramente la molla del cambiamento sociale dovremo costruire attorno alla loro confidenza con la tecnologia un sistema didattico che li aiuti a comprendere la tecnologia; un piano culturale tutto da immaginare che allo stato manca completamente e del cui bisogno, incredibilmente, quasi nessuno parla.

A scuola, di nuovo

Quindi i nativi digitali non esistono, ma esistono ragazzi svegli che avrebbero bisogno di una scuola nella quale si parli delle cose della loro vita. Come un tempo esistevano le ore di educazione civica [6] (che tutti noi vivevamo come un intervallo di barbosa decompressione), oggi sarebbero molto utili ore di lezione in cui si impari l’abc digitale. L’universo di rete è straordinariamente complesso e pieno di sfaccettature: abbiamo bisogno che i nostri ragazzi affrontino una simile complessità e si attrezzino per decodificarla con rigore come Umberto Eco si attrezza con un libro per ristimolare la memoria.

Molti corsi di studi in tutto il mondo si aggiornano, inserendo nella didattica la programmazione e i suoi linguaggi; ma questo è solo un aspetto del problema ed è quello di cui tipicamente si occupano i sistemi educativi diversi dal nostro, molto centrati sulle materie scientifiche. A Londra ci sono alcune scuole private dove fin dalle elementari ai bambini vengono servite matematica, fisica e informatica e poco altro. Le frequentasse mia figlia non sarei contento. Per antico vizio io vorrei anche che imparasse a memoria le poesie di Ungaretti. E questo non è un altro discorso.

Ma se la scuola è la nostra grammatica del mondo, allora oggi internet deve essere compresa al suo interno nel doppio ruolo di fonte didattica e di linguaggio da imparare. Insegnare attraverso internet è un passaggio inevitabile della scuola di domani: alcuni solitari eroi lo stanno facendo già ora senza che nessun ministro glielo abbia imposto.

La dotazione minima per iniziare non è nemmeno sconvolgente: un notebook, una connessione internet e un videoproiettore, perché la rete diventi il libro di testo sfogliato dall’insegnante dentro una nuova lavagna senza ardesia. Immagini, testi, poesie, i filmati storici, la musica del mondo, ognuna di queste informazioni può uscire dalla rete per raggiungere i nostri ragazzi condotti per mano dai loro insegnanti; e se quel giorno durante la lezione di geografia si parlerà di Parigi o di Vienna, sarà possibile passeggiare nelle vie del centro [7] o osservarla dall’alto o guardare immagini della torre Eiffel in costruzione. O ascoltare Édith Piaf che canta «La Marsigliese». E poi magari vedere Marsiglia, e poi e poi e poi.

Mentre gli insegnanti gli mostreranno il mondo in questo modo nuovo e affascinante, i ragazzi, i cosiddetti nativi digitali, esperti di Instagram e Snapchat, potranno allenarsi a riconoscere i linguaggi della rete, a evitarne le trappole, a fidarsi delle migliori fonti. E a scrivere loro stessi quella rete che, a differenza dei vecchi libri di testo, non è immobile e granitica ma aperta al talento e al cambiamento. Anche al loro personale contributo, quando e se decideranno di indirizzarlo da quelle parti.

Internet a scuola è una scommessa a lungo termine, centrale e difficilissima per mille ragioni note. Ma è anche l’unica concreta possibilità di uscire dall’isolamento culturale nel quale ci siamo volontariamente rinchiusi. A questo, se tutto andrà bene, potrà seguire il resto. Si annacqueranno il biasimo degli intellettuali, le articolesse indignate dei prestigiosi quotidiani, le alte grida dell’associazionismo conservatore. Oppure le ascolteremo ancora ma sarà il suono in lontananza del pazzo, la litania della beghina alla quale nessuno presta più attenzione perché, nel momento in cui il mistero doloroso della internet cupa malvagia e soprattutto inutile viene rivelato e mostra la propria inconsistenza, tutto finirà per adagiarsi nella sua placida normalità.

I libri elettronici, che sono stati al centro delle discussioni e delle polemiche sulla scuola digitale in questi ultimi anni, quelli, poi, magari verranno. Ma è evidente che non sono i libri in questa fase il nostro problema. Non lo sono stati fin dall’inizio: l’accelerazione modernista del ministro dell’Istruzione Profumo, che voleva portare in tempi rapidi gli ebook in scuole nemmeno connesse a internet, era un’assurdità di vaste dimensioni. E in ogni caso la scuola non è i suoi libri (come direbbe Luca De Biase, autore della nota frase «i giornali non sono la loro carta»).[8] Ridurre l’innovazione didattica all’adozione di nuovi oggetti in forma di libro (più leggeri e dotati di schermo) e nuovi formati (con contenuti molto simili e affidati ai medesimi intermediari) era un’altra maniera per continuare a ragionare come in passato dopo essersi rapidamente cambiati d’abito.

Partire dalle scuole significa per ora collegarle a internet e riporre fiducia nello spirito costruttivo e nella fantasia degli insegnanti e, possibilmente, del legislatore. Trovare un governo delle 3 i (uno qualsiasi) disposto ad andare oltre gli slogan per spendere soldi per l’innovazione a scuola e per premiare come merita chi, durante l’ora di geografia, non segnerà più con l’asta di legno la carta plastificata dell’Europa politica indicandoci dove sia Parigi e raccomandandoci di studiarla su una scheda fotocopiata male, ma porterà a spasso gli alunni con Street View per Rue de Seine a sbirciare le vetrine delle gallerie d’arte e poi giù in fondo fino alla Senna. E poi, guardate, lo vedete il Louvre di là dal fiume? La vedi Notre-Dame laggiù a destra su quella specie di isola?

In tutta questa idea di rivoluzione scolastica è evidente che gli insegnanti rappresentano il tessuto connettivo sul quale sarà necessario appoggiarsi. Personalmente sono assai dubbioso sul fatto che il passaggio verso una scuola digitale possa avvenire attraverso un processo di alfabetizzazione rigidamente imposto ai docenti. Vale per loro, esattamente come per qualsiasi altra categoria lavorativa, l’incombente problema del divario digitale, poiché è ovvio che dentro quel 40% di italiani che non accedono alla rete sarà possibile trovare anche un numero abbastanza cospicuo di insegnanti. Anche in questo caso le imposizioni rigide verso l’utilizzo delle tecnologie nell’insegnamento rischiano di determinare fenomeni di rifiuto più o meno organizzati. Forse il percorso giusto potrebbe essere quello di immaginare una serie di imposizioni deboli legate alla «innovazione spintanea» ma, soprattutto, meccanismi di incentivazione anche economica ai nuovi maestri digitali. Esiste un’agenda digitale che passa per la scuola e che deve organizzarsi per riconoscere, premiare e incentivare le buone prassi: compito dello Stato è stabilire quali siano (non è per nulla scontato che una simile idea di didattica digitale sia ampiamente accettata) per poi creare un percorso preferenziale per i migliori fra i nostri insegnanti, suggerendo allo stesso tempo ad altri di seguirne l’esempio.

L’incastro complicatissimo tra infrastrutture scolastiche in muratura e digitali, formazione e nuove prospettive dell’insegnamento, dotazione tecnologica e criteri di accesso ai contenuti, è una delle assolute priorità del paese. Lo so, si dice sempre così, per tutto, eppure forse oggi davvero è giunto il momento in cui occorre uscire dalla banalità di una simile frase per iniziare a valutarne con esattezza il peso. Dobbiamo trasformarci in Nick Hornby e iniziare a fare una lista delle dieci cose più importanti per noi.[9]

La rivoluzione digitale del nostro sistema scolastico è in cima a questa benedetta lista, viene prima di mille altre emergenze e deve essere affrontata subito, sapendo che è un tema a lungo termine. Il divario culturale nel quale siamo precipitati è oggi la ragione principale per cui questo paese è sull’orlo dell’abisso. Continuare a parlarne e basta non ci aiuterà.

 


[1]. Cristoforo Morandini, associated partner di Between S.p.A., responsabile dell’Osservatorio Banda Larga; il suo blog è www.cristoforomorandini.com.

[2]. Dati Eurostat, riferiti all’anno 2013. (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-18122013-BP/EN/4-18122013-BP-EN.PDF)

[3]. Gopher è un protocollo di rete che prevede l’organizzazione dei contenuti di un server secondo una struttura gerarchica. Creato nel 1991 da Mark McCahill e Paul Lindner dell’Università del Minnesota, deve il suo nome a uno dei suoi creatori, Farhad Anklesaria, che si è ispirato al roditore mascotte dell’università. (Fonte: Wikipedia)

[4]. Secondo l’indagine Eurostat sopra citata, il 69% delle famiglie italiane dispone di un collegamento a internet, ma il 52% degli individui vi accedono tutti i giorni e il 2% non tutti i giorni, ma almeno una volta la settimana; in pratica, meno del 60% degli italiani usa internet con qualche regolarità.

[5]. L’acronimo lte sta per Long Term Evolution: si tratta dell’evoluzione tecnologica per gli accessi in larga banda mobile delle tecnologie 3g. Per ragioni di marketing molti operatori telefonici usano oggi per le loro offerte commerciali lte la denominazione 4g.

[6]. Introdotte da Aldo Moro nel 1958, le ore di educazione civica comprendevano lo studio delle forme di governo di una cittadinanza ed erano riservate agli studenti delle scuole medie e superiori. Due ore al mese obbligatorie, senza valutazione, affidate all’insegnante di storia. Furono eliminate dai programmi didattici nel 1990 in tempi di iniziale ristrettezza dei fondi per la scuola pubblica.

[7]. Scrive sul suo blog Davide Profumo, che insegna in un liceo sul lago d’Iseo: «Perché per fare geografia a me serve una connessione all’internet; perché mi servono le immagini e il web è pieno di immagini; e Google mi trova tutte le immagini che voglio, quando le voglio; e in più c’è anche Google Maps, che mi fa andare in giro nei posti che sto spiegando proprio come se fossi nei posti che sto spiegando: e allora io prendo i miei alunni e li porto un po’ in giro per le strade di Parigi (visto che è di Parigi che stiamo parlando, in questi giorni: è questa la notizia), e li porto a vedere Rue Sufflot, che mi piace tanto, e l’isola di Saint-Louis in mezzo al fiume, e i giardini del Lussemburgo, e il Beaubourg, e naturalmente Place des Vosges, che è una delle piazze più belle del mondo, e tutto questo, insomma, posso farlo solo perché nel laboratorio di chimica e c’è la Lim, e c’è la connessione, e c’è Google Maps. E mi pare che funzioni, e lo faccio da un paio di anni ormai (anche se nessuno lo sa e a nessuno importa niente che io lo faccia, ovviamente)». (http://sempreunpoadisagio.blogspot.it/2012/03/la-notizia.html)

[8]. Luca De Biase, «Il giornale non è la sua carta», in Problemi dell’informazione, 2009, numero 3-4 (http://blog.debiase.com/paper/giornalisti-innovatori/).

[9]. Nel romanzo di Nick Hornby Alta fedeltà (Guanda, Milano 1996) i protagonisti elencano spesso le loro «top five», classifiche sugli argomenti più vari come libri preferiti, dischi preferiti, film preferiti.

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Traducendo La Rock Encyclopedia di Lillian Roxon https://minimaetmoralia.it/editoria/traducendo-lillian-roxon-rock-encyclopedia/ https://minimaetmoralia.it/editoria/traducendo-lillian-roxon-rock-encyclopedia/#comments Thu, 25 Sep 2014 13:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23568 Pubblicata nel 1969, l’anno del festival di Woodstock, la leggendaria Rock Encyclopedia e altri scritti di Lillian Roxon arriva ora in libreria (a breve per minimum fax).

Segnaliamo che venerdì 26 settembre il libro sarà presentato in anteprima a Roma, al Monk club, da Emiliano Colasanti e dalla sua traduttrice Tiziana Lo Porto e festeggiato con un dj-set di Omaggio a Lillian Roxon.

Pubblichiamo qui una riflessione che Tiziana Lo Porto ha scritto sul suo lavoro di traduzione al libro. (Nella foto, Lillian Roxon con Lester Bangs. Fonte immagine).

di Tiziana Lo Porto 

La prima volta che ho sentito parlare di Lillian Roxon è stato a un festival di cinema. Tra i film minori in programma c'era un documentario che si chiamava Mother of Rock: Lillian Roxon, diretto da Paul Clarke. La scheda del film diceva che era la storia di una giornalista rock australiana (anche se era nata in Italia da genitori polacchi) vissuta a New York negli anni sessanta e settanta e lì diventata amica di molti celebri musicisti rock. Tra i suoi amici c'era Iggie Pop.

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roxon bangsPubblicato nel 1969, l’anno del festival di Woodstock, Rock Encyclopedia e altri scritti di Lillian Roxon arriva ora in libreria (a giorni per minimum fax). Di seguito una riflessione che Tiziana Lo Porto ha scritto sul suo lavoro di traduzione al libro.

Segnaliamo che venerdì 26 settembre il libro sarà presentato in anteprima a Roma, al Monk Club, da Emiliano Colasanti e Tiziana Lo Porto e festeggiato con un dj-set di Omaggio a Lillian Roxon(Nella foto, Lillian Roxon con Lester Bangs. Fonte immagine).

 

La prima volta che ho sentito parlare di Lillian Roxon è stato a un festival di cinema. Tra i film minori in programma c’era un documentario che si chiamava Mother of Rock: Lillian Roxon, diretto da Paul Clarke. La scheda del film diceva che era la storia di una giornalista rock australiana (anche se era nata in Italia da genitori polacchi) vissuta a New York negli anni sessanta e settanta e lì diventata amica di molti celebri musicisti rock. Tra i suoi amici c’era Iggie Pop. Nel documentario (che sono andata a vedere) Iggie Pop c’era spesso. Parlava della sua amica giornalista Lillian Roxon con molto affetto e passione, soprattutto trattandola da pari. Lillian Roxon era spiritualmente una come lui. Tornata a casa dopo avere visto il film ho ordinato su Amazon i libri suoi e su di lei in commercio (tutti quanti inediti in Italia). Uno di questi era una vecchia edizione usata di questa fantastica Rock Encyclopedia, l’altro la bella biografia scritta da Robert Milliken, Lillian Roxon, Mother of Rock, che in fondo aveva anche una selezione dei suoi articoli migliori (quelli che trovate in appendice a questa edizione italiana della Rock Encyclopedia). Quando ho iniziato a leggere Lillian Roxon avevo aspettative altissime. Mi aspettavo di trovare una Lester Bangs donna, e non vedevo l’ora. È andata anche meglio di così.

Tradurre ti permette di entrare nella scrittura di un’altra persona. Non è che perdi di vista chi sei, né il tuo modo di scrivere. Solo stabilisci un compromesso tra una scrittura altra e la tua, cercando di arricchire entrambe, creando una scrittura di mezzo che sia pari o addirittura migliore delle due scritture di cui si compone. Con Lillian Roxon la prima difficoltà stava nel fatto che la sua è una scrittura praticamente perfetta. Mai un aggettivo o una frase di troppo, mai un esercizio di stile o un episodio raccontato per vanità (ed essendo stata amica del meglio della scena musicale rock avrebbe avuto molto di cui vantarsi), mai un istante dato al lettore (e al traduttore) per mettere in dubbio la necessità di una parola. Una scrittura da cui c’era solo da imparare.

La seconda difficoltà stava nell’infilata di musicisti e canzoni citate che nell’era di youtube richiedevano una pausa di qualche minuto ogni poche righe di traduzione per verificare il sound e vedere le facce, per sapere com’era la canzone che citava Roxon in quella determinata pagina, perché Lillian Roxon di sicuro scriveva ascoltando molta musica, e tradurla ascoltando quella stessa musica era il minimo che si potesse fare. Youtube ha finito per diventare così una specie di dizionario sentimentale, da consultare a ogni nome di band o musicista citato per stabilirne il correlativo emotivo e sonoro, evocando aggettivi che poi avrei trovato più avanti nell’enciclopedia. Quegli aggettivi, prima ancora di leggerli e tradurli, li ho ascoltati in una canzone dei Bee Gees con un sottofondo orchestrale inequivocabilmente “lussureggiante” o nella voce “sottile e diffidente” di un giovane Leonard Cohen che per la prima volta saliva su un palcoscenico e diventava oltre che poeta e scrittore di romanzi anche cantautore.

Così è andata la storia di questa traduzione. Piena di concerti visti sul piccolo schermo del computer portatile, un po’ sgranati, spesso in bianco e nero, tutti quanti bellissimi. A immaginare una lingua che fosse quella del lì e allora in cui ha abitato Roxon, e che, a dirla con lei, che desse “alle parole la stessa magia della musica”.

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Zenobattaglia! il Novissimo Dizionario di YouTube: filmati privi di qualsiasi ambizione artistica recensiti per voi https://minimaetmoralia.it/cinema/zenobattaglia-il-novissimo-dizionario-di-youtube-i-filmati-pubblicati-su-youtube-privi-di-qualsiasi-ambizione-artistica-recensiti-per-voi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/zenobattaglia-il-novissimo-dizionario-di-youtube-i-filmati-pubblicati-su-youtube-privi-di-qualsiasi-ambizione-artistica-recensiti-per-voi/#comments Tue, 21 Jan 2014 20:52:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17788 Abbiamo deciso di ospitare alcuni post di Zenobattaglia, dal cui sito ricopiamo la spiegazione del progetto. “Dallo sforzo creativo a dall’applicazione certosina di Michelangelo Zeno e Remo Battaglia nasce lo ZenoBattaglia – il Novissimo Dizionario di YouTube: i filmati pubblicati sul browser americano privi di qualsiasi ambizione artistica recensiti per voi. Lo ZenoBattaglia è sia […]

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Abbiamo deciso di ospitare alcuni post di Zenobattaglia, dal cui sito ricopiamo la spiegazione del progetto.

“Dallo sforzo creativo a dall’applicazione certosina di Michelangelo Zeno e Remo Battaglia nasce lo ZenoBattaglia – il Novissimo Dizionario di YouTube: i filmati pubblicati sul browser americano privi di qualsiasi ambizione artistica recensiti per voi.
Lo ZenoBattaglia è sia un’impresa letteraria, che un’esplorazione sul futuro del cinema che intende aprire un dibattito sulle nuove forme della settima arte attraverso un’opera narrativa autonoma e originale. L’obiettivo dello ZenoBattaglia è raccogliere un numero sterminato di recensioni e consegnare all’umanità una Summa Artis del ventunesimo secolo.
Ed ora una tautologica e tediosa necessaria spiegazione del sito:
1) Recensiamo unicamente filmati amatoriali che sono stati pubblicati su YouTube senza alcuna operazione di montaggio.
2) Le recensioni trattano i filmati come pellicole d’autore facendone un’analisi formale e cinematografica.
3) Le categorie suddividono i filmati in base alla votazione conseguita: Flop, 1 stella, 2 stelle, 3 stelle, 4 stelle, Pietre Miliari.
4) Oltre a queste categorie ne compare un’altra: quella delle Epopee. Questa sezione è nata dall’esigenza di analizzare in modo collettivo i filmati di uno stesso regista, datosi l’inscindibilità della sua opera totale.
Lo ZenoBattaglia è un’idea, un progetto, una creatura di Matteo Salimbeni e Diego Zanoni.”

Ed ecco, dunque, il primo film recensito.

Drunk Girl Pole Dancing Accident Wedding / Garota bêbada causa acidente em um casamento.

Di AndersonLuiis. Durata 1’31”, Polonia-Brasile(?), 19 Novembre 2009, , sonoro.

Voto *****

Esilarante, caustico, multiforme, scioccante, Alcolizzata rovina il matrimonio dell’amica è un capolavoro di apocalittico splendore. Durante una festa di matrimonio le persone ballano e scalciano a ritmo di musica, come da copione, circondando la sposa. Una ragazza dai capelli e dal vestito rosso si scatena al centro della pista. Trascinata dall’esaltazione agguanta lo sposo e balla con lui. La sposa rimane sullo sfondo. Emarginata, seduta in sé, osserva la vera regina della festa. AndersonLuiis riproduce il progressivo disorientamento della festeggiata, alternando zoom e primi piani di lei, a stacchi improvvisi sulla danzatrice.

Schiavi della Valchiria in rosso gli invitati pian piano stringono l’attenzione attorno all’ospite prodigiosa e ben presto una festa di matrimonio si tramuta nel trionfo di una barbara. Di una dea libidinosa. Tutti dimenticano la bianca e bionda sposa. Ma nei suoi occhi increduli, gonfi di indicibile livore, attraversati da oscuri presagi vediamo riflessa una tela simbolica di dimensioni megalitiche: la stizza abissale della donna umiliata dalla donna; l’orrore muto di una principessa che, come in una fiaba claustrofobica, è costretta, per incantesimo, a fissare l’angosciante futuro che la attende; lo squagliarsi come neve al sole di una civiltà posta di fronte al germe dell’anarché che di lì a poco decreterà col suo scroscio allarmante di ormoni e con i suoi palpiti di troppo la fine sua e di tutti i filistei.
La donna in rosso è il fuoco fatuo delle verità sepolte. In una cerimonia in cui si celebra la sacralità della famiglia una baccante diventa incontrollabile sirena del caos che vive sotterraneo alle convenzioni (e alle convinzioni) della specie umana. Nei suoi ululati scorgiamo la rappresentazione terrificante dell’uomo come bestia, ovverosia nel suo stato più cristallino e vitale, osceno e distruttivo. E infatti: nell’enfasi del ballo, l’ospite prodigiosa si attacca a un palo. Al pilastro portante del tendone sotto il quale si svolge la cerimoniosa, secolare festa di nozze. E tutto crolla. Anche la pellicola di AndersonLuiis non è più la stessa.
La musica è finita. L’alba del day after illumina un paesaggio postnucleare. Altra poetica, altre simbologie, saltando di palo in frasca, da un campo semantico all’altro, senza mai (ed è questo il miracolo del film) perdere l’organicità formale. Il mondo è ora ribaltato come un calzino: è l’assieparsi di una carovana di miserabili intorno alle ceneri del vitello d’oro: grida, pianti, nasi insanguinati, tacchi che schizzano come topi terrorizzati su ciuffi d’erba. Solo la stentorea, ma gratificante, presenza di due belle figone ci ricorda, come un antico rudere, l’odiosa ostinazione della tracotanza umana; il persistere dell’errore che sopravvive alle sue conseguenze. E qui l’allegoria diventa apocalittica. La morale disarmante.

Caravanserraglio di generi- dal musical, all’erotico, alla commedia, al cinema verità, a quello di guerra, con tuffi nella favola dell’orrore e ammiccamenti splatter. Una sconvolgente metafora sulla civiltà edonista? Un dramma sintetico sul crollo dell’impero? Una screwball comedy un po’ hard che si trasforma in una sagra della morte? Un clamoroso fake, un mockumentario coi fiocchi? O, semplicemente, una risata vi seppellirà?

Come ogni grande opera, Alcolizzata rovina il matrimonio dell’amica è entrata a far parte del chiassoso tourbillon delle interpretazioni. C’è chi lo avvicina a un pastiche underground alla Alberto Grifi e c’è chi vi vede- negli evidenti richiami (la festa di matrimonio, il caos e la follia finale)- un sintetico rifacimento de Il cacciatore di Cimino. (Zeno&Battaglia)

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Il concerto è interrotto https://minimaetmoralia.it/musica/il-concerto-e-interrotto/ https://minimaetmoralia.it/musica/il-concerto-e-interrotto/#comments Wed, 07 Apr 2010 09:19:02 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2184 Questo pezzo è uscito sulla rubrica curata da Stefano Catucci per il settimanale Romac’è. di Stefano Catucci Spopolano su youtube le immagini del concerto interrotto al Pantheon domenica 28 febbraio: 10.000 visioni al giorno, links dai maggiori quotidiani on-line. Se uno spettatore non avesse postato il video l’episodio non sarebbe mai diventato una notizia. Ora, […]

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Questo pezzo è uscito sulla rubrica curata da Stefano Catucci per il settimanale Romac’è.

di Stefano Catucci

Spopolano su youtube le immagini del concerto interrotto al Pantheon domenica 28 febbraio: 10.000 visioni al giorno, links dai maggiori quotidiani on-line. Se uno spettatore non avesse postato il video l’episodio non sarebbe mai diventato una notizia. Ora, invece, le autorità sono state costrette a reagire. Il Ministro Bondi ha scritto una lettera ai vocalisti russi del Bach Consort scusandosi «per l’inqualificabile comportamento di alcuni custodi del Pantheon che hanno interrotto platealmente un concerto a motivo della chiusura del monumento» (alle 18 la domenica). Il sottosegretario Giro si è scusato con il sindaco, il Direttore Generale Roberto Cecchi ha annunciato un’ispezione ma ha anche preso atto del mea culpa degli organizzatori (Iter Percorsi Culturali): autorizzato per le ore 16, il concerto è stato pubblicizzato per le 18 ed è iniziato intorno alle 17. Nel video (c’è anche una versione lunga), sugli applausi che chiudono un brano una custode si avvicina al palco con passo deciso e annuncia al microfono la fine del concerto, invitando i presenti a uscire. Di fronte alle furiose proteste del pubblico la donna si sbraccia come un direttore d’orchestra per far sgombrare il palco e un suo collega cerca di placare i tumulti con un’involontaria allusione musicale: il suo «siamo in una chiesa signori» ricorda Scarpia nella Tosca («un tal baccano in chiesa»). La scena è brutta, il modo atrocetemente romano, ma la vicenda è anche sufficientemente confusa da richiedere un giudizio meno viscerale. La diffusione di iniziative musicali in luoghi monumentali della città sta generando un fenomeno culturale interessante che non può trascurare, però, condizioni concrete come gli orari di apertura e la disponibilità del personale a compiti nuovi, non regolamentati. D’altra parte leggendo i resoconti è impossibile capire quale concerto sia stato interrotto. Per il Tgcom mancavano «4 minuti della sinfonia», per il Corriere della Sera si trattava di un «quintetto d’archi russo» che eseguiva Vivaldi, per altri restava in programma «l’ultimo movimento di Vivaldi». Su youtube si vede un quartetto vocale con basso continuo realizzato da archi e clavicembalo che esegue un mottetto di Bach (Lobet den Herrn) e a cui (forse) mancava di eseguirne uno di Vivaldi, In exitu Israel, in effetti molto breve. Finché però la musica resta fuori dalla notizia, finché si parla a vanvera di sinfonia o di quintetto d’archi, come stupirsi che qualcuno possa concepire l’idea di interrompere un concerto? Bisognerebbe ringraziarli, i custodi del Pantheon, per aver atteso la fine del mottetto di Bach prima di cacciare il pubblico. Nessun rispetto culturale li obbligava a tanto.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=zUXd7U-A9FA]

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La scomparsa del Graal https://minimaetmoralia.it/interviste/la-scomparsa-del-graal/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-scomparsa-del-graal/#respond Mon, 29 Mar 2010 08:18:14 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2109 Sulle possibilità dell’archivio, la frammentazione della memoria, la nostalgia e il suo superamento. Intervista a Marco Giusti apparsa su Link 7. Più grande è l’archivio, più forte è il bisogno di dare senso ai frammenti. Questo è il lavoro di un autore-guida come Marco Giusti, creatore di Blob, Cocktail d’amore e Stracult tutti programmi che […]

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Sulle possibilità dell’archivio, la frammentazione della memoria, la nostalgia e il suo superamento. Intervista a Marco Giusti apparsa su Link 7.

Più grande è l’archivio, più forte è il bisogno di dare senso ai frammenti. Questo è il lavoro di un autore-guida come Marco Giusti, creatore di Blob, Cocktail d’amore e Stracult tutti programmi che hanno a che fare con la memoria e il gusto dello spettatore. Oggi, però, il web mette in discussione questo ruolo. I frammenti cine-televisivi diventano accessibili a tutti in numero potenzialmente infinito; spettatori privi di consapevolezza storica accedono a questa raccolta, la usano, commentano e la rimontano senza più alcuna guida. È un bene? Un male? Sono domande che hanno ancora senso?

Partiamo da Blob e dal tuo rapporto con l’archivio televisivo.
In realtà tutto parte dall’amore per il cinema, più che per la tv. Quando affidi un programma a gente come me o Freccero, è inevitabile riportare a galla vecchi film e vecchi programmi tv come fossero cose nuove, perché siamo anche storici del cinema e della tv. Faccio un solo esempio. Quando i Cahiers du cinéma rileggevano John Ford agli albori della Nouvelle Vague, lo rendevano vitale per il presente e il futuro. Lo stesso fa oggi Quentin Tarantino quando rilegge Sergio Leone, gli spaghetti western o i vecchi film di kung fu: li rende vitali per oggi e «progetta»
il loro futuro con un nuovo linguaggio cinematografico. In qualche modo la nostra piccola rivoluzione dentro Blob è stata quella di riprenderci il materiale sia della Rai sia del cinema, e renderlo vivo per il momento stesso. Quando per spiegare un fatto politico inserivo un vecchio film o una vecchia battuta non facevo che trasformare quel frammento in un momento di «culto» per il presente. Cosa che i ragazzi capivano al volo e rielaboravano come loro stessi culti cinematografici attuali. Un atteggiamento molto sofisticato rispetto alla tv che si faceva allora. Blob è stato un progetto forte proprio grazie al suo approccio cinéphile e alla rimasticazione della tv del presente come fosse un racconto cinematografico. Ha usato il materiale tv vecchio come fosse vecchio cinema, da riprendere e rimettere in moto. Ecco, anche adesso che faccio Stracult il lavoro è simile. Stracult vive, oltre che sui ricordi del vecchio attore trovato chissà dove, sulle sue apparizioni televisive o su film assurdi, che diventano materiale nuovo per uno «straculto» attuale. Blob aveva però anche un carattere educativo: voleva spiegare cos’era la tv giorno per giorno, cioè il presente.

In un certo senso tutto era repertorio, il vecchio filmato e il programma del giorno prima.
La cosa buffa è che per me alla fine il repertorio partiva dal pezzo di un minuto prima. Questa abitudine mi ha reso quasi impossibile lavorare a programmi dal vivo per un po’ di anni, perché tendevo a vedere tutto, anche quello che stavo facendo, come se fosse già accaduto, parte della memoria. Il mio lavoro di autore era stato completamente assorbito dall’archivio: trovare, scegliere e rimontare. Dare un senso nuovo e originale a frammenti di un’altra epoca e di altri contesti. Non puoi costruire immagini «nuove» quando tendi a vedere il nuovo come parte di una cosa antica, una sua ri-composizione. E questo è stato una sorta di lascito, ma anche di degenerazione di Blob. Del mio Blob. Nei primi anni seguivo ogni aspetto del lavoro e non mi sono perso nemmeno una puntata. Penso che il periodo d’oro sia quello tra il 1992 e il 1994. Il mio rapporto con Blob era totalizzante, perché il programma era stato costruito seguendo il mio gusto. Stracult è tarato sul gusto dei fan del cinema B che hanno trenta o quarant’anni, Cocktail d’amore era per i fan della tv dagli anni Ottanta, ma Blob era fatto proprio sul mio gusto. Per questo l’ho visto come parte della mia vita. E, allora, mi assorbiva completamente.

Se dovessi rifare Blob oggi, lo rifaresti diverso?
Blob oggi è un programma vecchio, che ha perso gran parte del rapporto con il suo spettatore. È molto antipatico da dire, perché io sono uscito da Blob. Ma i programmi hanno un valore finché sono vivi, finché sono in contatto con uno spettatore ideale e riescono a catturarne di nuovi. Se un programma ripete sempre lo stesso schema e non colpisce più con gusto innovativo, è morto. Già nel 1992 secondo me Blob il meglio l’aveva dato in termini di innovazione, poi è diventato un grande programma di analisi politica. Oggi preferisco guardare Santoro.

Qual è la differenza tra i tuoi programmi e quelli recenti che usano l’archivio, come Tutti pazzi per la tele o I migliori anni?
Noi li abbiamo fatti in maniera un po’ più cosciente, un po’ più storica, andando a fondo nel gusto e nella memoria del pubblico. Un programma come Stracult o Cocktail d’amore prende lo spettatore di trenta o trentacinque anni e seziona il suo immaginario. In questo caso il repertorio è parte del suo amore, del gioco che intrattiene con la sua vita. È chiaro allora che non è un repertorio morto, ma vivo, che prende di petto l’interesse dello spettatore e lo colpisce subito. Cocktail andava dritto al segno, Amanda Lear incarnava la vitalità e la sensualità del repertorio stesso e in questo modo potevi arrivare dove volevi, creando contemporaneamente, per chi era un po’ più giovane, un gusto retrò che lo rendeva attuale.

Cosa ne pensi, proprio come prosecuzione naturale di questo approccio alla televisione, del lavoro che viene fatto su YouTube dagli utenti, andando a recuperare frammenti di televisione, isolandoli e mettendoli in contatto tra loro?
YouTube in realtà è al tempo stesso sia il massimo sogno di Blob – tutto quello che vuoi vedere, subito – sia la sua negazione, perché elimina il montaggio, e quindi l’autorialità. Il gioco di Blob era mettere insieme un frammento televisivo di Craxi con uno cinematografico di Bombolo: un gioco fatto dalla autorialità di te che monti, dal senso che vuoi dare attraverso il montaggio. YouTube ti fornisce solo il pezzo integrale, quindi il gioco è dello spettatore che sceglie cosa vedere e scopre, se è curioso, il repertorio; c’è qualcuno che cerca e qualcuno che mette in rete, fine della storia. C’è comunque un aspetto politico forte: in rete metto quello che voglio, non solo il programma che mi piace ma anche il frammento che per me ha maggiore significato. Quindi c’è ancora un lavoro politico, forse anche ideologico, sul repertorio, manca però, lo ripeto, la componente autoriale che era il fondamento di Blob. Se elimini questa parte vuol dire che il gioco è diventato un altro. Quando realizzavo VHS di comici di culto per Mondadori, mettevo insieme i frammenti e davo loro un percorso razionale, logico, storico. Costruivo una storia. Adesso non è più possibile. Non interessa più questo lavoro di interpretazione, ma soltanto avere a disposizione i pezzi integrali tra cui scegliere e da rivedere fino alla morte. Diciamo che è la vittoria del repertorio sul montaggio.

Aldo Grasso dice che gli elementi fondanti dell’archivio sono sì la quantità e la qualità dei contenuti, ma soprattutto la capacità di collegarli tra loro, quindi il ruolo dell’interprete che conosce l’archivio. Mi sembra che tu sia d’accordo…
Lo scopritore, l’Indiana Jones delle Teche o del cinema, ha proprio questa funzione, serve a portare a galla il filmato con un giovane Giuliano Ferrara, a renderlo vivo per te e a farlo diventare un culto nuovo. Quando Tarantino fa un film sui nostri film di guerra, rende vivo un materiale che lui studia e che è un materiale storico. Però dietro c’è una rielaborazione artistica. E questa rielaborazione che diventa nuovo gusto per lo spettatore del 2009 è diversa dal pezzo bruto che vuole il fan. In questo trovo che possa esserci un aspetto negativo della fruizione del repertorio attuale. Hai tutti i materiali delle tue ricerche davanti, ma chi ti dice quale cosa è più rara, più importante? Spesso è come essere di fronte a una biblioteca infinita senza indicazioni di percorso.

Ti sei fatto un’idea di come funziona la memoria dello spettatore, o meglio le diverse memorie generazionali dello spettatore? Il fan adesso vuole «materiale», ha già in qualche modo il suo culto e gli serve semplicemente alimentarlo.
Trovo che accadano cose molto buffe. Quelli che, come me, hanno circa cinquant’anni sono cresciuti in pieno Novecento, e lo conoscono bene: io so se quel film l’ha diretto Richard Thorpe o John Ford. Posso riconoscerlo da un’inquadratura. Lo spettatore di oggi, invece, conosce solo il presente e quelle «schegge» del passato che vengono rimesse in circolazione come se si vivesse in un sempre-presente. È per questo che dico che programmi come Stracult o come Cocktail hanno senso, perché «fanno ordine» nel gusto del pubblico storicizzando il repertorio. Ma quando ti limiti a mettere a disposizione l’archivio allo Spettatore Senza Memoria che caratterizza il presente, quel che accade è che un pezzo di Umberto Lenzi finisce per valere quanto uno di John Ford. Il tema è molto importante e ha pesanti conseguenze. Per quello spettatore non esiste più un divario storico tra le due cose; fatto questo impensabile per noi «vecchi» che abbiamo condotto aspre battaglie critiche su questi temi. Io, Ghezzi, Freccero, Tatti Sanguineti, Grasso, siamo tutti nati negli stessi anni, mentre quelli che sono venuti dopo hanno un’altra impostazione e un rapporto completamente differente con il passato. L’esempio classico è ancora Tarantino, che appunto può non amare John Ford perché è più giovane di noi, mentre adora Leone perché negli anni Settanta lo ha visto come noi vedevamo Ford, cioè come Cinema Puro, e lo leggeva primo regista postmoderno, cosa che dicevano già Jean Baudrillard e Bernardo Bertolucci, il primo che ha usato la citazione del cinema classico come parte del suo amore per un nuovo cinema. Ovvio che più vai avanti, più il quadro di riferimento storico cambia. Io vedo opere di artisti intorno ai trent’anni che usano il repertorio senza alcuna complicazione storica e temporale.

Il passato si schiaccia sul presente…
Diciamo che il passato è visto in un altro modo. Noi cinquantenni abbiamo un rapporto con il tempo e con la storia molto forte, un rapporto oggi scomparso perché i tempi sono più brevi rispetto a quello che abbiamo vissuto e poi rimesso a posto noi. Quando su YouTube vedi contemporaneamente uno spot che non hai mai visto prima e un qualcosa fatto invece di recente, tendi a metterli insieme, a stringerli assieme. Devi estraniarti dalla lettura immediata per fare una vera distinzione storica. Non è più immediata.

Se non c’è più una lettura storica dell’archivio, quali altri utilizzi si danno di questo materiale? Come gli stanno dando senso i nuovi spettatori?
Attraverso nuove forme artistiche. La confusione del materiale bruto su internet o nelle Teche Rai ha ancora bisogno di un artista, di un autore o di un movimento culturale che rimettano in gioco tutto e lo rendano un prodotto culturale nuovo. Ho visto, per esempio, nuovi artisti inglesi e americani che lavorano su repertori d’arte quasi nuovi e rimettono tutto in gioco. Penso a un finalista del Turner Prize, celebre premio d’arte inglese, Mark Lekhy, che gioca sulla forma rotonda da Felix a Homer Simpson e a Jeff Koons, usandoli per creare una nuova forma artistica. Il suo progetto è un mega-saggio, e questo è molto moderno ma anche molto autoriale, perché oggetto della sua arte è il suo gusto e la lettura che ne fa. Siamo sempre lì. A me piace Tarantino perché mi interessa lo studio che fa sul suo gusto proprio nel momento in cui rielabora un nuovo senso artistico. Però stiamo parlando di livelli molto alti di ristrutturazione autoriale. Blob, nel suo piccolo, era un saggio sulla tv strutturato come un racconto cinematografico e giocato con il montaggio dei suoi tempi, cioè in analogico. Tutto questo all’epoca aveva un senso e non era certo casuale. Per questo il suo impatto fu così forte.

Il sentimento dominante nell’utilizzo del passato, la nostalgia, sembra rimanere fuori dalle ultime cose che hai detto.
La nostalgia non esiste più. In queste cose non c’è più nostalgia, ma un’operazione sul gusto, una creazione del culto. Se non riesci a collocare qualcosa nel passato perché non l’hai conosciuta prima e la ritrovi mischiata al presente, la nostalgia non si dà. Ormai sono pochissime le cose che sono in grado di creare quell’effetto: le cose smettono di esistere troppo in fretta. Il loro ciclo di vita è accelerato. Forse un telefonino del 1998 sarà in grado di suscitare quel sentimento, perché non ce l’hai più davanti agli occhi. Però si tratta di un processo molto casuale: adesso hai tutto, anche quello che non possiedi più. Internet ha cambiato le cose. I nostri oggetti erano pochissimi, oggi invece siamo pieni di oggetti, di scarti della nostra infanzia, di cose, di piccoli culti.

E le varie operazioni nostalgia che comunque vengono fatte?
La mia nostalgia è per il 1961 o il 1962, ma è completamente inutile che ce l’abbia. Il fatto di scoprirmi ad avere un momento nostalgia diventa quasi una fruizione pornografica. Ovvio che pianga sulle merendine e i giocattoli del passato. Ma alla fine questo tipo di nostalgia è un peso che non mi serve. Io devo studiare, spostarmi rapidamente, studiare e capire ad esempio Le tartarughe Ninja, se voglio essere al tempo con la nostalgia del pubblico. Quando capisco il tuo gusto, la nostalgia è solo una parte del gioco. Altrimenti è troppo facile. Quando studiai Carosello, lo guardai tutto per un anno intero in 35 mm e feci una mostra, un libro, un programma ecc. Devo dire che Carosello mi colpiva basso: quando rivedi qualcosa che non hai visto per trent’anni è come un colpo allo stomaco, vedi quello che hai visto quand’eri bambino e rivedi te stesso bambino, il tuo mondo di allora. Ma quando questo viene portato a galla, il Graal scompare e si trasforma subito nell’effettino nostalgia. Una cosa che non mi interessa e che voglio combattere. A me interessa il mio gusto.

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Essere altro https://minimaetmoralia.it/politica/essere-altro/ https://minimaetmoralia.it/politica/essere-altro/#comments Thu, 24 Dec 2009 09:53:36 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1411 Questo articolo, in forma ridotta, è uscito ieri 23 dicembre sul quotidiano Il manifesto In questi giorni di semiotiche febbrili concentrate su un unico fenomeno – Berlusconi colpito al volto da Massimo Tartaglia con un souvenir del Duomo di Milano – per ogni segno è stato individuato un simbolo e ogni simbolo è stato connesso […]

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Questo articolo, in forma ridotta, è uscito ieri 23 dicembre sul quotidiano Il manifesto

In questi giorni di semiotiche febbrili concentrate su un unico fenomeno – Berlusconi colpito al volto da Massimo Tartaglia con un souvenir del Duomo di Milano – per ogni segno è stato individuato un simbolo e ogni simbolo è stato connesso a un altro simbolo per comporre, nell’insieme, il rebus di ciò che è accaduto, e l’eventuale soluzione del suo significato. In alcuni momenti la sensazione è stata quella di avere a che fare con un’ermeneutica impazzita, con l’ostinata ricerca di un’allegoria interna all’episodio, o per lo meno di una metafora esplorabile. Si tratta di tentativi di lettura comunque legittimi e indispensabili per provare a comprendere, dal particolare, qualcosa di più ampio. E se è del tutto naturale che in questi casi il nostro sguardo si focalizzi sul centro dell’immagine – il corpo di Berlusconi, il suo volto ferito – è ugualmente utile far lavorare anche la coda dell’occhio per andare in cerca di ciò che si colloca più in là, al margine, confuso e defilato, per quanto drammaticamente decisivo nel determinare ciò che è successo: il corpo di Massimo Tartaglia. Ed esattamente il momento in cui, nel brulichio della folla, Tartaglia solleva il braccio destro, lo carica facendolo oscillare un paio di volte nell’aria e poi scaglia contro Berlusconi il suo proiettile di pietra. Questa immagine – che ognuno di noi ha assorbito, in televisione o in rete, al ralenti o in un fermo immagine – ha attivato l’equivalente della coda dell’occhio nell’ambito del ricordo, una sorta di “coda della memoria”, facendomene venire in mente un’altra e generando così una rima, sia di struttura sia di senso. Un’alternativa pratica e politica.


Tempo fa, al termine di una puntata di Porta a Porta, Berlusconi si avvicina alla platea per stringere la mano al pubblico presente in studio. Pur in un contesto più asciutto e controllato e di certo meno caotico di quello di piazza Duomo a Milano, formalmente le due circostanze si somigliano e quasi si sovrappongono. In entrambi i casi siamo di fronte a una piccola ritualità, al contempo autentica e retorica – il momento nel quale il leader stringe la mano alla gente – raccoglie ringraziamenti, congratulazioni e sorrisi. È una scena che rafforza un contesto, quello della piena condivisione tra chi ha parlato e chi ha ascoltato.
Fin qui gli elementi in comune tra i due episodi. Perché quello che accade a questo punto al termine di Porta a Porta segna una differenza fondamentale.
Una donna – nelle immagini visibili su You Tube si vede una ragazza bionda seduta in prima fila su una poltroncina bianca – nel momento in cui Berlusconi le è davanti e le porge la mano non allunga speculare il suo braccio verso il presidente del consiglio, e invece solleva l’avambraccio e apre il palmo della mano destra a significare una specie di stop, un no grazie tranquillo e immodificabile. Di fronte al brevissimo spaesamento di Berlusconi la donna solleva anche l’altro avambraccio e, a ribadire il senso della postura, apre il palmo della mano sinistra. Berlusconi prende atto e prosegue.
Non dando la mano a Berlusconi questa donna chiarisce due cose: di non aderire alla persona e alla sua condotta politica, ma anche di non voler assecondare quel meccanismo inerziale secondo il quale in televisione (e non solo lì), in circostanze di questo genere, si porge la mano corrispondendo a un riflesso intrinseco al contesto. Come, nelle nursery degli ospedali, al pianto di un neonato segue, per contagio, il pianto degli altri bambini.
Apparentemente quella donna compie un’azione passiva perché quel sottrarsi imbarazzato può essere letto come una forma di rinuncia. In realtà – e sono consapevole di spostarmi adesso da un piano legittimo, la descrizione dei segni, a quello forse abusivo della lettura simbolica dei segni medesimi – quella donna compie una vera e propria scelta perché sottrarsi, eludere, de-ludere (nel senso di “interrompere” il gioco complice delle aspettative), vuol dire compiere un’azione “attiva”. Un’azione che seppure non risalta – nella ripresa televisiva questo civilissimo rifiuto dura un istante e tende a disperdersi nel flusso – nel momento in cui viene assunta nel suo pieno traumatico significato è di fatto un’azione politica. Perché, sottraendosi, quella donna si oppone concretamente, pacificamente, politicamente, al braccio di Tartaglia che si tende all’indietro e scaglia il souvenir del Duomo. Si oppone chiarendo che, nella disperazione presente, un’alternativa esiste e che del proprio dissenso è possibile fare qualcosa di non distruttivo.
Se nel momento in cui colpisce Berlusconi, Tartaglia, rinchiuso nella sua allucinazione, è convinto di avere riconosciuto il suo nemico (semplificando lo scenario e prescindendo dal fatto che oggi la cosa che chiamiamo nemico è culturale, è molecolare, fa parte dei legami, del commercio umano), la donna che non vuole salutare Berlusconi non dimostra semplicemente di non voler dare la mano a Berlusconi in quanto, immaginiamo, non se ne sente rappresentata, ma di non voler sottostare a una ritualità meccanica – i saluti a fine trasmissione – che lei ha la capacità, per nulla scontata, di decifrare e di non condividere. Non vuole riconoscere, con la sua mitissima protesta, né la persona né il contesto. Vuole scegliere di contraddire e di disattendere, criticamente, la regola silenziosa ma potente di un galateo automatico. E comprende che oggi contraddire il contesto – soprattutto quello di una rabbia regressiva e disarticolata che ci fa presumere di essere nel diritto di colpire – può essere una pratica di civiltà nella quale la rabbia si fa adulta manifestandosi nelle forme della consapevolezza e della cittadinanza critica. Il neonato sceglie di diventare grande interrompendo il contagio del pianto.
Nel mettere a confronto questi due diversi modi di “essere altro”, quello di Tartaglia e quello della donna che non dà la mano a Berlusconi – la mano che scaglia e quella che si sottrae – mi accorgo che risalta una differenza di genere: il maschio colpisce e la femmina non colpisce (eppure, così facendo, straordinariamente agisce: per sottrazione, costruisce). Senza esasperare questa differenza c’è però da augurarsi di essere tutti, nell’azione politica di questa Italia contemporanea, il più rapidamente possibile, femmine.

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