Yuri Herrera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yuri-herrera/ un blog di approfondimento culturale Mon, 21 Apr 2014 12:50:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Yuri Herrera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/yuri-herrera/ 32 32 La Sardegna di Alessandro De Roma https://minimaetmoralia.it/libri/la-mia-maledizione-alessandro-de-roma/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-mia-maledizione-alessandro-de-roma/#comments Sun, 20 Apr 2014 05:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20099 di Cristò Chiapparino

Diffido sempre dei romanzi ambientati in alcune regioni italiane; questo è uno dei miei tanti pregiudizi da lettore. Non si tratta di pregiudizi sulle regioni, ma sulla possibilità di utilizzarle come sfondo di una storia senza che le regioni stesse prendano il sopravvento. Una di queste regioni è la Puglia in cui vivo da sempre e che non sono mai riuscito a utilizzare come scenografia di un racconto o di una novella. O meglio, probabilmente tutto quello che scrivo è segretamente ambientato in Puglia e spesso inconsciamente nascondo indizi, particolari, che possano in qualche modo mettere l’indice del lettore sul giusto punto della cartina geografica, ma ho sempre il timore che rendere esplicito questo sfondo possa spostare l’attenzione dalla vicenda al luogo; trasformare la storia di un personaggio che immagino mosso da sentimenti universali, archetipici, nella storia di un luogo che genera sentimenti locali, tipici. Del resto se persino la narrativa di genere (penso al giallo o al noir) ambientata in regioni come la Puglia, la Sicilia o la Calabria non riesce a fare a meno di massicce dosi di folklore, non vedo come la narrativa letteraria (uso l’aggettivo per contrapposizione e non con un’accezione qualitativa) possa sfuggire a questa trappola.

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di Cristò 

Diffido sempre dei romanzi ambientati in alcune regioni italiane; questo è uno dei miei tanti pregiudizi da lettore. Non si tratta di pregiudizi sulle regioni, ma sulla possibilità di utilizzarle come sfondo di una storia senza che le regioni stesse prendano il sopravvento. Una di queste regioni è la Puglia in cui vivo da sempre e che non sono mai riuscito a utilizzare come scenografia di un racconto o di una novella. O meglio, probabilmente tutto quello che scrivo è segretamente ambientato in Puglia e spesso inconsciamente nascondo indizi, particolari, che possano in qualche modo mettere l’indice del lettore sul giusto punto della cartina geografica, ma ho sempre il timore che rendere esplicito questo sfondo possa spostare l’attenzione dalla vicenda al luogo; trasformare la storia di un personaggio che immagino mosso da sentimenti universali, archetipici, nella storia di un luogo che genera sentimenti locali, tipici. Del resto se persino la narrativa di genere (penso al giallo o al noir) ambientata in regioni come la Puglia, la Sicilia o la Calabria non riesce a fare a meno di massicce dosi di folklore, non vedo come la narrativa letteraria (uso l’aggettivo per contrapposizione e non con un’accezione qualitativa) possa sfuggire a questa trappola.

Eppure, se è vero che è sempre “meglio scrivere di ciò che si conosce”, ci deve essere un modo di descrivere questi luoghi evocandone il carattere universale e non locale. Come si fa, in parole povere, a scrivere un romanzo ambientato in Puglia, Sicilia, Calabria, Sardegna che non sia troppo pugliese, siciliano, calabro, sardo? Come si fa a scrivere un romanzo ambientato in Colombia, Messico, Brasile che non sia troppo sudamericano?

Ci riesce, per esempio, Efraim Medina Reyes semplicemente trasformando il nome della sua cittadina natale Cartagena de Indias (ambientazione naturale dei suoi romanzi) in Città immobile. Questo gli consente di concentrare l’attenzione del lettore su una sola caratteristica, di guidarne il pregiudizio e di scongiurare qualsiasi tentazione di sovrapposizione della sua ambientazione colombiana a quella di, per esempio, Gabriel Garcìa Marquez.

Ci riesce anche molto bene Yuri Herrera nel suo primo romanzo “La ballata del re di denari” (la Nuova frontiera, 2011) raccontando con la lingua della fiaba il mondo dei narcos messicani e privando i luoghi e i personaggi di nomi realistici (il Castello, la Corte, il Regno, il Re, l’Artista, la Bimba, la Strega).

Ma in entrambi i casi lo stratagemma, per quanto efficace, risulta più che esplicito o quantomeno troppo letterario (questa volta nel senso di artificioso, artefatto). Non è più l’ambientazione che prende il sopravvento sui personaggi, ma la presenza dello scrittore.

Ci riesce meglio Alessandro De Roma nel suo romanzo “La mia maledizione” (Einaudi 2014): mentre in libreria leggevo le alette del libro, ero sicuro di avere tra le mani uno di quei romanzi in cui l’ambientazione – sarda, in questo caso – prende inevitabilmente il sopravvento.

Sfogliandolo incontravo luoghi (Nuoro, Oristano, Cagliari, Cala Ginepro) e cognomi (Mulas, Corrias, Murgia) che non potevano non confermare il mio pregiudizio da lettore. Però l’incipit, per quanto apparentemente semplice e lineare, mi aveva colpito: «Nella primavera del ’91 l’ingegner Corona, mio padre, annunciò che tutta la famiglia doveva seguirlo a Nuoro.», e poi mi era stato consigliato, volevo leggerlo. Insomma, probabilmente avrei letto un bel libro troppo sardo.

L’ho comprato e l’ho letto. Come dicevo, ho fatto bene.

Alessandro De Roma riesce a raccontare una storia e a raccontarla in Sardegna senza che il folklore prenda il sopravvento. E lo fa senza penalizzare la natura intima della regione, anzi descrivendone i luoghi nei particolari, usando tutta la scenografia a disposizione.

La storia è quella di un adolescente che da Oristano si trasferisce a Nuoro dove decide di isolarsi stringendo amicizia con il reietto della classe, Cosseddu, soprannominato dai coetanei La Fogna; è quella delle loro fughe nella natura incontaminata alla ricerca di luoghi misteriosi e panorami aperti; è quella di un’amicizia malata tra due ragazzi appartenenti a classi sociali troppo diverse che diventeranno uomini agli antipodi della scala sociale. Ma è anche la storia di un’ossessione, quella del protagonista e voce narrante Emilio Corona, per un’amicizia che sente sbagliata sin da subito e di cui sopporta le stranezze e le puzze (le scarpe da ginnastica di Cosseddu); un’ossessione che ha che fare con la propria idea di sé, con l’autostima di un adolescente che conosce già il suo futuro, che non può sfuggire al destino che lo vuole costruttore di villette a schiera nell’azienda edile del padre e che cerca in Cosseddu un alter-ego, la propria parte sgraziata, povera, puzzolente, affamata eppure così aggraziata, veloce, esperta nelle arrampicate lungo i tratturi delle boscaglie.

Un’ossessione che mi ha ricordato quella di Antonio Dorigo (architetto milanese) per Laide (prostituta minorenne) nel romanzo “Un amore” di Dino Buzzati e che, come in Buzzati, trova compimento in una scrittura misurata e regolare nella descrizione dei moti interiori e, invece, estremamente libera nel racconto dei luoghi. Una scrittura che sembra voler contenere l’ossessione, arginarla, giustificarla e che si scontra inevitabilmente con le contraddizioni del tempo e del luogo che prendono il sopravvento solo per mettere l’io narrante di fronte alla realtà dei fatti.

È proprio la scrittura, la lingua di sapore novecentesco, che fa del romanzo di Alessandro De Roma un’opera letteraria (questa volta nel senso più nobile del termine) in cui la Sardegna degli anni ’90 è contemporaneamente quel luogo in quel tempo, ma anche un luogo in un tempo qualsiasi.

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La favola del Potere https://minimaetmoralia.it/libri/9783/ https://minimaetmoralia.it/libri/9783/#comments Thu, 11 Oct 2012 14:48:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9783 Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi, uscita sul Messaggero, su La ballata del re di denari di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera). (Immagine: Santiago Rusiñol.)

La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, 2011, p. 128, euro 15) è il primo libro di Yuri Herrera tradotto magistralmente in italiano da Pino Cacucci, e la prima parte di una trilogia già edita in altre lingue. Alla sua uscita, in Messico, e qualche anno dopo in Spagna, ha ricevuto due premi importanti e un immediato consenso di critica e di pubblico. Elena Poniatowska ha scritto che la sua prosa “sa di polvere da sparo” e che con questo romanzo Herrera “entra di diritto tra i grandi della letteratura messicana”.

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Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi, uscita sul Messaggero, su La ballata del re di denari di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera). (Immagine: Santiago Rusiñol.)

La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, 2011, p. 128, euro 15) è il primo libro di Yuri Herrera tradotto magistralmente in italiano da Pino Cacucci, e la prima parte di una trilogia già edita in altre lingue. Alla sua uscita, in Messico, e qualche anno dopo in Spagna, ha ricevuto due premi importanti e un immediato consenso di critica e di pubblico. Elena Poniatowska ha scritto che la sua prosa “sa di polvere da sparo” e che con questo romanzo Herrera “entra di diritto tra i grandi della letteratura messicana”.

Come Juan Rulfo, l’autore di Pedro Páramo, Herrera parla dei deserti della terra, e dei suoi dannati. Mette in scena l’eterna e sanguinaria favola del Potere, della sua “locura”, del suo esercizio. La sua ultima maschera messicana non è più quella di un Patriarca con gli speroni che conta i soldi e i figli illegittimi su una scrivania e amministra i latifondi. Il nuovo Re è un Palazzo pieno di cianfrusaglie, di tavoli di domino, di collezioni di serpenti, di bottiglie di sotol, un distillato dell’agave, e di Bimbe vendute da piccole per una camionetta. Una Corte di Streghe e di Giornalisti, di Eredi e di Gerenti, e di Artisti che cantano le gesta del Re, tutti con la iniziale maiuscola.

Ma vecchi e nuovi patriarchi hanno gli stessi rancori, e la stessa furia, e la stessa pelle. I loro cani ululano allo stesso modo. Gli stessi sono gli abusi e gli insulti, i cerchi di voci e di ombre, le stuoie dove dormono le donne. Perché il loro paesaggio è un paesaggio mortale, il “cielo nero pieno di stelle” della frontiera.

C’è un quadro della fine dell’Ottocento, del pittore catalano Santiago Rusiñol, che ha per titolo La cruz de término, in cui si vede un cane disteso a terra, all’ombra, in una strada terrosa, con il filo dell’orizzonte in fondo, e un carro, e un palo con una borsa appesa. Sembra un valico di mare, un varco, una linea segnata col gesso sulla sabbia. È la croce di confine ed esprime perfettamente il sentimento della frontiera in un Sud fatto di polvere, di sole e di pietra. Un luogo che è Spagna, ma può essere Messico o Sicilia o Calabria o Campania… Un luogo difficile, dove la realtà e l’allucinazione convivono, e si sente l’odore del sangue.

Il libro di Herrera è come quel posto, abitato dai cani, e dalle croci, e dalla polvere. Anche le parole sono taglienti come sassi scheggiati, paiono affilate dall’arrotino di paese. Non c’è n’è una di più né una di meno, solo quelle che servono, per questo apologo universale e shakesperiano che ha la forma asciutta e breve di una ballata popolare. Corrido, si chiamano. O Narcocorrido, nella loro ultima variante. Narrano le imprese di un capo e dei suoi paladini, come se fossero i pupi di Carlo Magno. Hanno il tempo dispari di un valzer. Nel modo più tradizionale e antico, edificano e vendono leggende. E non importa se il brigante, il filibustiere di turno, il fuorilegge, è stavolta un narcotrafficante, un padrino mafioso, un camorrista… In Italia abbiamo una certa esperienza, dai Fra Diavolo, ai Salvatore Giuliano di Montelepre, ai Sandokan descritti da Roberto Saviano. Tutti boss, capimassa, assassinati o finiti in un carcere o a organizzare stragi per conto di altri, più forti di loro. Colpisce solo come una debolezza questo bisogno dei potenti di farsi cantare e della gente di avere un eroe, un protettore contro la latitanza e la corruzione dello Stato, una famiglia alla quale affiliarsi, in una distorta, e rovesciata, percezione della giustizia.

La parabola di Lupo, musico di strada e poi di corte, racconta tutto questo. L’incontro con il proprio destino, l’ambizione di diventare Artista, e infine la scelta di liberare la propria voce da ogni padrone, di smascherare l’impotenza del monarca, di non farsi dominare da nessuno. Ne viene fuori una palpitante e coraggiosa dichiarazione d’indipendenza dell’arte e del suo ruolo di fronte ai Re e ai Patriarchi di tutti i tempi e di tutti i Sud.

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