Zapatero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zapatero/ un blog di approfondimento culturale Tue, 16 Sep 2014 08:06:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Zapatero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zapatero/ 32 32 Marx 2.0? “Il Capitale del XXI secolo” – Incontro con Thomas Piketty https://minimaetmoralia.it/editoria/incontro-con-thomas-piketty/ https://minimaetmoralia.it/editoria/incontro-con-thomas-piketty/#comments Mon, 15 Sep 2014 13:30:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23234 Pubblichiamo l'intervista che Marco Cicala ha fatto all'economista francese Thomas Piketty per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell'uscita italiana del suo libro Il capitale nel XXI secolo (edito da Bompiani, traduzione di Sergio Arecco). Ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Marco Cicala

Parigi. L’hanno definito il Marx 2.0. Sul suo libro hanno oscillato il turibolo benedicente guru della stazza di Paul Krugman o Joseph Stiglitz. I consiglieri economici di Barack Obama lo hanno convocato a palazzo per farsi spiegare le sue ricette in materia di lotta alle disparità sociali. Per gli accusatori, il francese Thomas Piketty non sarebbe invece che l’ennesimo gauchista plutofobo, magari tendenza Occupy Wall Street, dispensatore di soluzioni retrò, interventiste, vetero-stataliste – tipo una tassazione progressiva sui grandi capitali. Insomma, l’ultimo coniglietto spuntato dal cilindro di un keynesismo fuori tempo massimo. Per confutare le sue idee, la cosiddetta stampa neoliberista – Financial Times in testa – ha sguinzagliato tutta una muta di esperti, giornalisti da punta e da riporto. Ma il risultato della demolizione è stato piuttosto deludente. Si è cercato di cogliere in castagna Piketty aggrappandosi a minutaglie, errori marginali stanati nelle 950 pagine del suo Il capitale nel XXI secolo, che adesso esce in Italia da Bompiani. In Francia ne sono andati via 150 mila esemplari. Però, con mezzo milione di copie vendute, è stata la versione in inglese a farne un caso editoriale e un titolo à la page.

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Pubblichiamo l’intervista che Marco Cicala ha fatto all’economista francese Thomas Piketty per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell’uscita italiana del suo libro Il capitale nel XXI secolo (edito da Bompiani, traduzione di Sergio Arecco). Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Marco Cicala

Parigi. L’hanno definito il Marx 2.0. Sul suo libro hanno oscillato il turibolo benedicente guru della stazza di Paul Krugman o Joseph Stiglitz. I consiglieri economici di Barack Obama lo hanno convocato a palazzo per farsi spiegare le sue ricette in materia di lotta alle disparità sociali. Per gli accusatori, il francese Thomas Piketty non sarebbe invece che l’ennesimo gauchista plutofobo, magari tendenza Occupy Wall Street, dispensatore di soluzioni retrò, interventiste, vetero-stataliste – tipo una tassazione progressiva sui grandi capitali. Insomma, l’ultimo coniglietto spuntato dal cilindro di un keynesismo fuori tempo massimo. Per confutare le sue idee, la cosiddetta stampa neoliberista – Financial Times in testa – ha sguinzagliato tutta una muta di esperti, giornalisti da punta e da riporto. Ma il risultato della demolizione è stato piuttosto deludente. Si è cercato di cogliere in castagna Piketty aggrappandosi a minutaglie, errori marginali stanati nelle 950 pagine del suo Il capitale nel XXI secolo, che adesso esce in Italia da Bompiani. In Francia ne sono andati via 150 mila esemplari. Però, con mezzo milione di copie vendute, è stata la versione in inglese a farne un caso editoriale e un titolo à la page.

Hanno scritto: miracoloso che un ponderosissimo saggio di economia irto di cifre e tabelle sia diventato un bestseller. Forse non si erano accorti che Le capital au XXIe siècle non è solo un libro di economia. La chiave del suo successo risiede probabilmente nel fatto che torna a piazzare al centro della riflessione un tema di calda popolarità quale quello delle diseguaglianze, trottando fra storia, politica, sociologia, letteratura – da Balzac a Jean Austen; con occhiate sbarazzine al cinema – Titanic, Django Unchained – e alle serie tv americane: Dr. House, West Wing, Dirty Sexy Money… Intendiamoci, non è danzante pop economy, ma nemmeno un volumone per roditori di equazioni, grafici e statistiche. «Più che un economista, mi considero un ricercatore in scienze sociali. Le frontiere disciplinari non sono così nette come pretendono molti economisti, sentendosi depositari di un sapere scientifico esclusivo. Un’illusione totale» dice Piketty, 43 anni, nel suo ufficetto all’Eep, L’École d’économie de Paris, dove insegna. Uno studiolo monastico, angusto. C’è spazio solo per un paio di scaffali, non più di due sedie e la scrivania. Sopra, il cellulare del professore: non proprio di ultima generazione.

«Nel libro, che è il risultato di un lavoro collettivo, cerco di riprendere una tradizione di economia politica, studio dei processi sul lungo periodo, che si è un po’ eclissata» sintetizza. «Ho provato a ripercorrere la storia della ricchezza nei secoli e in una ventina di Paesi. Se vuole, è il racconto delle metamorfosi del denaro e delle forme di potere che le hanno accompagnate». C’è chi ha visto nel titolo un ammiccamento astutamente commerciale a Das Kapital di nonno Marx. Ma Piketty precisa: «Io parlo di capitale, non solo di capitalismo. Il capitale – nel senso di fortuna, ricchezza, patrimonio più o meno consistente, pubblico o privato – precede il capitalismo. Ed eventualmente continuerà a esistere anche dopo di lui». È grosso modo nel XVIII secolo che inizia ad affiorare una documentazione sistematica sullo stato delle ricchezze nazionali. «In Francia, la Rivoluzione non ha creato una società ideale, ma è da quel momento che si cominciano a monitorare i patrimoni immobiliari e finanziari». Piketty insegue le avventure del denaro nella modernità attraverso il rapporto fluttuante fra tassi di remunerazione del capitale – cioè quanto rende un patrimonio – e tassi di crescita, vale a dire – semplificando – i redditi da lavoro, salari e stipendi, da che esistono cose del genere. Nel confronto tra capitale e crescita è schematizzata la parabola delle diseguaglianze. Che oggi, secondo Piketty, sarebbero tornate ad acuirsi retrocedendo ai livelli di oltre cent’anni fa. Zona Belle Époque, per capirci. Coi patrimoni che crescono di nuovo cinque o sei volte più velocemente dei redditi. Una regressione? «Diciamo la ripresa di una continuità storica. Nei secoli, la divergenza tra capitale e crescita è stata la costante, la regola. E il passaggio dalla società agraria a quella industriale ha mutato la situazione meno di quanto si creda. È solo in una fase circoscritta del Novecento che si produce provvisoriamente un’inversione di rotta. Specialmente nel cosiddetto Trentennio glorioso  1945-’75, assistiamo a una diminuzione delle disparità. Per un concorso di fattori. Da un lato la brutale contrazione dei patrimoni polverizzati dalle Guerre mondiali. Dall’altro per effetto delle politiche di ricostruzione. Sono gli anni della tassazione progressiva, dello stato sociale, delle conquiste sindacali». La compresenza di questi elementi – unitamente all’impennata della produttività e allo sviluppo demografico culminato nel baby boom – «portò a un riequilibrio. Fu una parentesi, ma i suoi esiti sono stati talmente prolungati da far pensare che si fosse entrati irreversibilmente in un mondo nuovo».

Ecco invece che dagli anni Ottanta la crescita riprende a calare, «riassestandosi su quote ottocentesche», e la curva della natalità inizia a precipitare. «Oggi in alcuni Paesi europei la crescita è dell’1 per cento o addirittura in negativo. Valutata in senso strettamente economico, questa situazione non sarebbe più problematica di tante altre. Lo diventa se analizzata sul piano delle conseguenze sociali che determina». E che potrebbero essere riassunte in nuova vertiginosa concentrazione delle ricchezze. Il cocktail di crescita debole e bassa natalità allestisce secondo Piketty uno scenario dove patrimoni, rendite, eredità riacquistano un peso «del quale negli ultimi decenni ci eravamo dimenticati». I capitali accumulati nel passato staccano in volata quelli che sono frutto del lavoro dei vivi. «Le generazioni del baby boom si sono fatte in larga misura da sole. Mentre per quelli nati tra i 70 e i 90 l’eredità, o comunque il patrimonio familiare, assumono un’importanza pressoché sconosciuta ai loro coetanei del dopoguerra». Una situazione su cui la demografia ha la sua bella incidenza – insiste Piketty, con un esempio iperbolico: «In una società dove molti hanno, mettiamo, dieci figli, non puoi fare troppo assegnamento sull’eredità, visto che ogni volta dovresti dividerla in dieci parti».

Se l’andazzo è questo, rischia di ridiventare di preoccupante attualità il cinico pistolotto che in Papà Goriot di Balzac (1835), quell’irresistibile farabutto di Vautrin rivolge al giovane rampante Eugène de Rastignac. Dicendogli in sostanza: che futuro vuoi aspettarti in una società come la nostra sgobbando a forza di studio e lavoro? Tanta fatica e sottomissione per poche e risibili soddisfazioni. Meglio addentare subito una cicciosa dote quale quella della signorina Victorine che, d’accordo, sarà pure una racchia, ma ti garantirebbe una rendita annua di 50 mila franchi. Chiosa Piketty: «Ora non intendo sostenere che nel 2014 ci troviamo ricatapultati nelle condizioni del mondo balzachiano. Sarebbe esagerato. Titoli di studio, competenze, diffusione delle conoscenze giocano ancora un ruolo importante nella riduzione delle diseguaglianze». Ma resta il fatto che le nuove sproporzioni tra patrimonio e reddito ammaccano di brutto l’idea meritocratica – sia essa favola o realtà – che è il sale delle democrazie di mercato. Cioè società fondate sul valore lavoro. Dove, per tradizione, la rendita è guardata con sospetto, se non con odio. Cascame parassitario di un capitalismo Ancien régime dal quale, con più di un’illusione, ci si credeva emancipati. Mentre eccolo riemergere nelle forme di un sistema in cui le famose chances  sembrano anchilosate e le derive oligarchiche sono dietro l’angolo.

Ma i paradossi della ricchezza non si sgranano soltanto lungo il confine tra facoltosi e meno abbienti. Sbocciano pure nel cuore dei maxi-capitali. Prendi Bill Gates. Tra 1990 e 2010, il patrimonio di Mr. Microsoft è cresciuto da 4 a 50 miliardi di dollari. In proporzione, allo stesso ritmo di quello su cui siede Liliane Bettencourt, ereditiera L’Oréal, la cui fortuna è passata nello stesso ventennio da 2 a 25 miliardi di verdoni. Embè? Dove sta la bizzarria? «Nel fatto che Gates è un imprenditore, mentre Bettencourt non ha mai lavorato. Tutto le viene da papà Eugène Schueller che fondò l’azienda cosmetica nel 1907 ed è morto 57 anni fa!». Da allora, Madame alloggia nell’Olimpo delle rendite monstre. Ma Piketty frena: «Non si tratta di fare distinzioni morali tra l’imprenditore buono e dinamico contrapposto al perfido, arroccato rentier . Perché nei grandi patrimoni le due figure spesso convivono». Come testimoniavano già i capitalisti balzachiani: «Prima di diventare rentier , Goriot è un pastaio che fa fortuna vendendo vermicelli. Quanto a César Birotteau, sul finire si lancia in un’operazione immobiliare che segnerà la sua rovina, ma aveva cominciato coi prodotti di bellezza. Esattamente come Monsieur L’Oréal». Audacia e speculazione; denaro che cresce nel movimento, nell’innovazione, nel rischio o che si autoriproduce da solo, se non altro perché è proprio tanto. «Deregulation e complessità crescente dei prodotti finanziari hanno certamente esacerbato la diseguaglianza tra i rendimenti da capitale». Oggi – dai fondi petroliferi con cui hanno fatto bingo gli oligarchi russi alle maxi-dotazioni delle grandi università americane – «i grossi portafogli possono accedere a remunerazioni dell’8-10 per cento che restano precluse a chi si presenta in banca con diecimila euro».

Tallonando l’avvitamento a spirale di un capitalismo sempre più patrimoniale, dinastico o familistico, il libro di Piketty analizza anche lo stato della ricchezza in Italia. A suo parere, «un caso estremo e perciò paradigmatico». Perché, da noi, alle tendenze generali condivise con altre economie europee si sommano fattori peculiari. In sintesi: «Livelli demografici che, senza l’immigrazione, sono quasi negativi. E una pauperizzazione dello Stato più marcata che altrove». Questo «sostanzialmente per via delle privatizzazioni – che hanno ridotto gli attivi pubblici, – e a causa dell’entità del debito». In compenso, sebbene una parte del Paese sia sempre più indebitata, la ricchezza privata è aumentata. A livelli persino spettacolari. Scrive Piketty: «Anziché pagare le tasse per equilibrare i bilanci pubblici, gli italiani – quantomeno la media – hanno prestato denaro allo Stato acquistando buoni del tesoro o attivi pubblici e accrescendo così il loro patrimonio senza accrescere il patrimonio nazionale». E dove sono finiti i quattrini del risparmio? In stragrande maggioranza nel caro vecchio mattone. Magari a gonfiare il soufflé delle bolle immobiliari. Aggiungeteci che da noi il rapporto tra capitale e reddito è ormai sbilanciato in favore del patrimonio a livelli record e avrete Renditopoli. L’Italia paradiso dei rentier.

Le peripezie della ricchezza variano naturalmente a seconda delle latitudini, ma Thomas Piketty è convinto che una crescita sempre più in affanno dietro alle remunerazioni patrimoniali sia tendenza che accomuna ormai i Paesi industrializzati e la chiave per spiegare l’aumento delle disparità. Diseguaglianze di cui si fa un gran parlare anche negli States. Dove – checché se ne pensi – non sono sempre state così aspre. «In Europa» dice il professore «abbiamo tendenza a considerare gli Stati Uniti terra dei grandi contrasti di ricchezza. Perché ci fissiamo sulla fase del post- reaganismo. Ma guardi che fino agli anni 30, gli Usa sono più egualitari dell’Europa. Il Paese era giovane; i capitali non tanto concentrati essendoci stato meno tempo per accumularli; la tassazione su patrimoni e successioni molto elevata. In America, tra le due guerre, questo sistema era segno di distinzione e motivo di vanto: non volevano riprodurre le società classiste del Vecchio continente, non volevano assomigliargli. Oggi sono alle prese con un tasso di diseguaglianza incompatibile con quella tradizione». A proposito di States: negli anni 90, dopo aver insegnato al Mit, Piketty volta le spalle all’America e se ne torna a lavorare in Europa. Divergenze di metodo: «Nei dipartimenti di economia delle università americane c’è una specie di disprezzo verso le altre discipline. Rientrando in Francia volevo riavvicinarmi a una tradizione più aperta allo scambio tra saperi. Detto questo, come fai a parlar male dei campus americani? Sono posti formidabili. Mentre le università francesi o italiane spesso fanno acqua». È stata comunque la contraerea anglosassone a respingere con più zelo le sue tesi: «Sulle prime il Financial Times  mi ha trattato con curiosità e una certa simpatia. In seguito sono forse rimasti spaventati dal successo del libro. La curiosità è finita dove cominciavano gli interessi materiali dei  lettori. O almeno: di quelli che il FT  immagina siano gli interessi dei suoi lettori. Certa stampa ritiene di avere come missione quella di difendere gruppi sociali che il mio libro minaccerebbe» dice con smorfia perplessa. Ma è legittimo il sospetto che in un’epoca dove identità e culture politiche si fanno sempre più fluide, quello delle diseguaglianze non sia più un tema esclusivamente di sinistra? «Beh, in Inghilterra il governo Cameron, che non è tanto a gauche , ha tassato i patrimoni immobiliari più dei laburisti. In Spagna, il centrodestra di Rajoy ha reintrodotto l’imposta sul patrimonio abolita dal socialista Zapatero».

Suvvia, il Piketty-pensiero potrà non piacere, ma come si fa a dare dell’anticapitalista a uno che in ogni intervista ribadisce: «Il capitale è qualcosa di socialmente utile. La proprietà privata e il mercato sono necessari non solo all’efficacia economica, ma alle libertà e all’emancipazione»? Con uno spruzzo di ecologia, anche la croissance  gli piace un sacco: «Non sono un decrescista. Sono per la crescita e penso che possa ripartire se inventiamo energie pulite. Sono anche per la natalità. Ho tre figli: di 11, 14 e 17 anni. E vorrei averne altri». Auguroni. Quanto al suo preteso neomarxismo, lo liquida con un sorrisetto: «Sono diventato adulto assistendo al collasso dei regimi dell’Est. Come molti giovani ho abbastanza viaggiato in Romania, Bulgaria, Russia per immunizzarmi da ogni tentazione comunista».

Alla fine, riemergendo dalla lettura di Le capital…  come da una nuotata di fondo, ti dici che le analisi di Piketty sono innovative e persino avvincenti, mentre i suoi rimedi inducono a qualche scetticismo. Per esempio: come si fa a tassare capitali ormai senza frontiere? «Mica è così complicato, questioni quali il surriscaldamento climatico sono molto più rognose! Non è un problema tecnico, ma di organizzazione politica. E nessun Paese può più pensare di affrontarlo da solo. Per questo difendo l’idea che l’Europa o un nucleo duro di Paesi Ue facciano squadra in questo senso. Non si può rinunciare alla sovranità monetaria, portare avanti l’Euro mantenendo 18 sistemi fiscali e sociali in feroce concorrenza tra loro. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: populismi, ripiegamenti nazionali… Tendiamo a dimenticare che, malgrado tutto, i fondamentali dell’Ue sono buoni. L’Europa è ancora un posto molto ricco: rappresenta un quarto del Pil mondiale, più degli Stati Uniti. E a quanti gridano contro l’invasione dei capitali stranieri andrebbe ricordato che sono molti di più gli interessi europei all’estero che non il contrario! Quando disponi di una forza simile avrai pure qualche capacità di pressione». Già, ma in fatto di concertazione, l’Europa continua a dar pessima prova di sé. Contro chi taccia le sue soluzioni di velleitarismo, Piketty argomenta: «Nel secolo scorso la tassa sul reddito sembrava fantascienza, eppure ci si è arrivati. Però facciamo un esempio più recente: fino a pochissimi anni fa il segreto bancario in Svizzera pareva intoccabile, ma sono bastate un po’ di sanzioni americane contro le banche per cambiare le cose. La storia è piena di sorprese».

Sarà, ma quando il sorpresone di François Hollande fu la cosiddetta tassa Depardieu sulle grandi fortune tutto finì in un flop: «Perché, ripeto, nessun Paese può più illudersi di poter agire in solitario. Ad ogni modo, se i grossi patrimoni procedono a un ritmo compatibile con i redditi della classe media non c’è motivo di tassarli tanto. Se invece crescono al 7-8 per cento, come ci raccontano le classifiche Forbes, non si può dire che un’imposta del 1-2 per cento ammazzerà la crescita!». Epperò «da sole, più crescita e più concorrenza non risolveranno i problemi dell’Europa». Vallo a raccontare ai mercatisti . Chi sono? Quelli parodiati in un storiella apocrifa che tra gli economisti è un piccolo classico. Pare che il grande studioso e cattedratico a Yale Irving Fischer avesse addestrato un pappagallo. Che a qualsiasi domanda gli rivolgessero gli studenti dava sempre la stessa risposta: È la legge della domanda e dell’offerta! È la legge della domanda e dell’offerta, sgnak-sgnak!

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L’immigrazione e le sue retoriche: intervista ad Alessandro Dal Lago https://minimaetmoralia.it/interviste/limmigrazione-e-le-sue-retoriche-intervista-ad-alessandro-dal-lago/ https://minimaetmoralia.it/interviste/limmigrazione-e-le-sue-retoriche-intervista-ad-alessandro-dal-lago/#comments Fri, 03 Jul 2009 19:15:54 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=7 La redazione di minimum fax intervista Alessandro Dal Lago, per anni professore e rettore all’Università di Genova ed esperto sociologo impegnato nella ricerca sulle migrazioni internazionali e sul conflitto nella metropoli. Poiché ieri è stato approvato in via definitiva dal Senato il pacchetto sicurezza, che introduce nel nostro paese il reato di clandestinità (oltre a […]

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La redazione di minimum fax intervista Alessandro Dal Lago, per anni professore e rettore all’Università di Genova ed esperto sociologo impegnato nella ricerca sulle migrazioni internazionali e sul conflitto nella metropoli. Poiché ieri è stato approvato in via definitiva dal Senato il pacchetto sicurezza, che introduce nel nostro paese il reato di clandestinità (oltre a istituzionalizzare le discusse ronde), ci sembra appropriato, e necessario, riportare qui, ora, il pensiero di un uomo che a queste tematiche ha dedicato un’intera vita di studi.

Alessandro Dal Lago, in questi giorni la questione immigrazione è tornata ad essere la prima notizia del giorno, e lei sembra essere su questo tema uno degli intellettuali di riferimento in Italia. Ma da subito qui faccio mia una contraddizione che lei metteva in luce in un’intervista tempo fa, quando confessava in modo paradossale ma non troppo, di non essere interessato per nulla all’immigrazione. Quello che lasciava intendere è che il discorso sui migranti viene sempre formulato secondo una retorica fuorviante e pericolosa. Per esempio, a destra parlando di sicurezza, a sinistra parlando di società multietnica o multicultura. Che cosa occultano queste retoriche?

Vorrei chiarire: non mi interessa l’immigrazione così come è definita dal discorso dominante (uso il termine “discorso” nell’accezione foucaultiana di complesso testuale per lo più implicito, o dalle regole implicite, che regola a priori l’interpretazione di determinati fenomeni). A questo complesso – che a un certo punto fa sistema – appartengono luoghi comuni come l’immediato accostamento di migrazioni e questioni di sicurezza, ma anche, appunto, la retorica gommosa del multiculturalismo. Ammesso che i paesi di destinazione dei migranti abbiano una cultura (Ma quale? Nazionale, europea, occidentale, cristiana, laica, ecc. ecc.), si assume non tanto che i migranti siano esseri che agiscono in base a riferimenti culturali (il che è ovvio), ma che rappresentino la loro cultura, e quindi siano una specie di cultura in movimento. Dappertutto spuntano manifestazioni alle “culture migranti”, ma sono gli esseri umani che migrano, non le culture. Potrà sembrare una questione di lana caprina, ma la differenza è fondamentale. Un soggetto, per quanto dotato di un suo rapporto con qualche cultura, si sposta e quindi, in misura diversa, cambia. Magari resta islamico per certi aspetti, se lo è, ma può avere convinzioni democratiche o no, laiche o no ecc. ecc. A parte il fatto che inevitabilmente finirà per condividere alcuni aspetti della “cultura”in cui finisce (lavoro, consumi e così via, come è manifesto per i giovani), quello che conta è che un essere per definizione mobile come un migrante viene inchiodato alla bizzarra definizione di microcosmo culturale, di un cultural dope. E non parliamo di sciocchezze come una cultura “specifica” dei migranti, come se l’essere un migrante fosse un fatto culturale più o meno immutabile. In Italia ci sono migranti di più di cento nazionalità, con diversi rapporti con i paesi d’origine, le famiglie, le religioni e così via. E con la società in cui vivono. Un caleidoscopio di soggetti mutevoli, non di pezzi di cultura.

Che cosa nascondono queste retoriche? La risposta è lunga e spazia dalla pigrizia intellettuale, dall’orecchiamento di slogan importati dall’estero, fino a qualcosa di più sinistro: direi che è molto più facile considerare gli stranieri come collettivi culturali che non come soggetti portatori di diritti. Ed ecco spuntare le “consulte”, gli imam che parlano a nome degli “islamici”, la divisione degli stranieri in “etnie” e tutto il ciarpame pseudo-sociologico e pseudo-antropologico che copre un fatto essenziale: laddove si parla di culture, si tace di cittadinanza.

Quanto alla retorica della sicurezza, si tratta di una specie di accecamento collettivo a cui , da una quindicina d’anni, hanno contribuito non solo la Lega nord e la destra, ma, significativamente, il centro-sinistra (che ha governato, non dimentichiamolo, per quasi tutti gli anni Novanta, con quotidiani e sociologi di stato al seguito ecc.). Naturalmente, anche il fatto di considerare gli stranieri come delinquenti potenziali ha i suoi vantaggi: il primo è disporre di una quota di forza-lavoro semischiavizzata e a cui non si riconoscono i diritti elementari. Qualcosa che in un paese come il nostro ha una funzione economica evidente. Non voglio ridurre tutto allo sfruttamento, ma il nesso tra criminalizzazione e neo-schiavismo mi pare evidente.

Una delle contraddizioni che lei spesso fa notare è l’accostamento quasi brutale tra le notizie di guerre che producono migliaia e migliaia di profughi e gli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste: quando e come avviene questo slittamento semantico, da profughi a clandestini? Non si tratta delle stesse persone?

Beh, è un esempio del “discorso” a cui facevo riferimento prima. Direi che si tratta di un’evoluzione, per vie che si possono ricostruire, del colonialismo. Il punto di partenza è che loro non sono come noi: non è un punto di arrivo, è qualcosa di trascendentale, un implicito fondante, come quando Bergson, nel saggio sul Riso, diceva che – cito a memoria – un “negro” fa “naturalmente ridere”. Oppure quando un notissimo accademico democratico (non ne faccio il nome per carità), di fronte a una platea di studenti di tutto il mondo, rivendica la superiorità della Bildung europea su qualsiasi altra. Lo stesso avviene per lo slittamento da profughi in clandestini. Qui l’abietto utilitarismo politico (“Non vogliamo seccature”) diventa genocidio: se uno scappa dalla guerra e dalla fame per venire qui non è più un essere umano, ma un caso di “illegalità”, e quindi qualcosa da rimuovere a priori. Anche i sassi sanno che la sorte dei respinti sarà atroce: l’internamento a tempo indeterminato nei lager libici o la morte, per non parlare di vessazioni di ogni tipo. I politici lo sanno. L’uomo della strada non è in grado nemmeno di immaginarlo, non vede letteralmente il problema. Per quanto i sondaggi debbano essere presi con le molle, che il 65% di un campione di nostri concittadini approvi il sequestro in mare degli stranieri e i “respingimenti” è qualcosa che fa disperare del nostro futuro. Ma devo dire che lo stesso atteggiamento si può riscontrare anche tra gli intellettuali che si considerano critici per natura. Forse, la questione dell’immigrazione scatena riflessi profondi di tipo difensivo. Dopo trent’anni di bavardage sull’alterità, ecco che gli altri in carne e ossa mandano in frantumi retoriche filosofiche e così via. L’immigrazione è qualcosa di inquietante per costoro. Non mi dimenticherò mai quello che mi ha chiesto una volta un amico filosofo a cui dicevo che l’immigrazione è una realtà con cui convivere: “Allora tu sei per lo sradicamento?”. Non c’è Foucault o Derrida che tenga. Alla fine scatta l’idea che noi siamo un popolo o una nazione che deve essere radicata in un territorio: è quello che Abdelmalek Sayad chiamava il “pensiero di stato”.

C’è stato in quest’ultima puntata della politica del governo sui respingimenti, un innalzamento di livello. Personaggi quali Berlusconi o Maroni hanno rivendicato il pugno duro, andando allo scontro frontale anche con l’Onu, la Chiesa, il presidente dello Stato. L’affermazione di questa nuova destra non è siamo razzisti ma lo nascondiamo, ma è vero, siamo razzisti, basta ipocrisie. E quindi viene ripetuto da più parti che Zapatero agisce allo stesso modo se non peggio. Mi sembra che questo upgrading del razzismo abbia due aspetti, da una parte il tentativo della destra di autolegittimarsi come gestore dell’esistente al di là di un’espressione ideologica; dall’altro il livello di minorità politica a cui i cittadini italiani si sono autoconfinati: ad accettare un razzismo rivendicato, in nome dell’assenza di ipocrisie.

Se devo dire francamente quello che penso, preferisco la brutalità all’ipocrisia. Mi spiego: quando Berlusconi dice che il suo governo è umano perché non mette gli stranieri nei Cpt o Cie, che sono dei lager, rivela una verità profonda. Che i Cpt li ha inventati la cultura progressista, anche se in seguito a spinte di destra. Al di là della strumentalizzazione ideologica dell’ineffabile Cavaliere, a me questo sembra il punto, e cioè una strategia condivisa che si avvale di tattiche diverse. È il nostro sistema politico (oggi con l’evidente assenso della società) che butta a mare i migranti, dopo che gli internamenti temporanei non funzionavano o erano troppo costosi. Il che ci porta al cuore del problema. Si sta difendendo una patria immaginaria. Forse, la storia sgangherata di questo infelice paese spiega questi sviluppi: che l’identità italiana si stia costruendo a spese degli stranieri? Secondo me sì, e qui io vedo qualcosa che, in mancanza di altri termini, chiamerei letteralmente neo-fascismo. Aggiungo qualcosa sul senso comune razzista. Non mi sorprendono le boutades della Lega nord. Quello che mi agghiaccia è leggere in fior di manuali di sociologia – i cui autori, da giovani, magari erano sessantottini – che non si deve più ignorare l’importanza della “razza” per buonismo ecc. E dove sarebbe mai il buonismo? Chi l’ha visto? E da quando la razza – dico il concetto relativo al colore della pelle – è stata riammessa in società? Una ricostruzione dell’ideologia razzista in Italia dovrebbe prendere in considerazione questi slittamenti, questi cedimenti al senso comune dominante ammantati di langue de bois “pseudo-scientifica”. In Italia ci sono scienziati sociali che non hanno mai letto un libro di Stephen Jay Gould.

Perché a suo parere ogni retorica di contrasto – che sia quella delle associazioni, della chiesa, degli studiosi di globalizzazione – in questi giorni si arena, senza capacità di far valere le sue ragioni dialetticamente a quelle del governo?

Perché, a parte sparuti intellettuali, la mia impressione è che l’opinione pubblica approvi tutto questo. Nessuno si chiede: come mai la berlusconizzazione del paese procede di pari passo con la militarizzazione delle frontiere e, all’interno, l’ossessiva persecuzione delle devianze (ordinanze contro i borsoni, contro la mendicità, rastrellamenti dei clandestini, schedatura di rom e homeless)? Una risposta molto materialista è nel fatto che da noi i salari sono i più bassi in Europa. Insomma, viene la tentazione di dire che l’ossessione per la sicurezza e gli stranieri, tutto sommato, è distrazione di massa. Non minimizzo la questione, ma penso che si dovrebbe tener conto soprattutto di un movimento per la trasformazione di un paese in una neo-nazione sotto la guida del nostro padrone mediatico. Quanto alla Chiesa, non esageriamone il ruolo!. Le proteste dei vescovi mi appaiono molto rituali. Alla fine, la loro vera trincea è la difesa della vita non cosciente (feti, malati in coma ecc.) e su questo il governo di destra ha il loro consenso. Non credo che la Chiesa si opporrà davvero alla destra in nome dei migranti.

Lei ha spesso parlato di non-persone, come Giorgio Agamben parla di condizione di homo sacer. Nel libro di Stefano Liberti, A sud di Lampedusa, si usa spesso la parola identità in transito. E si vede come gli africani abbiano elaborato l’esperienza di questi viaggi come un percorso iniziatico, quasi: accettando una zona di spersonalizzazione come un rito di passaggio. Dall’altra parte però il tentativo di questo governo sembra sia quello di allargare sempre di più sia geograficamente che temporalmente questa zona grigia, rendendo cronica una dimensione di passaggio.

Forse questo valeva prima dei “respingimenti”. Ora siamo all’aleatorietà estrema. Naturalmente i migranti continueranno ad arrivare. Ma non metterei sullo stesso piano le “identità in transito” . – qualunque cosa siano – con questa specie di guerra a bassa intensità, o deportazione preventiva. Analogamente, non sono del tutto convinto dell’utilità della nozione di homo sacer. Qui non si sacrifica nessuno, non c’è parvenza di ritualismi. Non c’è festa sacrificale, alla René Girard. C’è – come chiamarla? – l’obliterazione a priori, l’applicazione di procedure militari ai migranti. In fondo, la nostra marina, che agisce come tutte le altre su scala globale, un giorno blocca i pirati e l’altro intercetta i migranti. Ai primi sarà concesso un processo, ai secondi no…Qui torniamo al problema delle guerre. Sono sempre più convinto che la truce espressione “guerra all’immigrazione clandestina”debba essere presa alla lettera. Sì, è una guerra e come ogni altra ha i suoi “danni collaterali”; per esempio si vuole combattere il traffico e si colpiscono le sue vittime.

Sentivo parlare spesso rappresentanti del Pd in questi giorni di mancanza di mezzi per le forze dell’ordine, in relazione ai respingimenti. Secondo lei, quando è avvenuto questo passaggio nell’immaginario valoriale della sinistra? E perché negli ultimi anni non si è riusciti a sinistra in Italia a elaborare un progetto politico coraggioso su questi temi, lasciando alla dimensione culturale, o sociale il compito di esaurire la questione?

Perché la sinistra non esiste più da tempo, parliamoci chiaro. Quel poco di opposizione morale a Maroni e soci non è venuta da ciò che resta del Pd (parlo dell’opposizione parlamentare), ma da ex democristiani di sinistra. Il consenso ai respingimenti è venuto invece da classici uomini d’apparato come Chiamparino o Fassino, per non parlare dell’ex radicale e neo-cattolico Rutelli. Io la metterei in questi termini: svaniti i “valori” sociali del vecchio Pci, è rimata la crosta di arroganza, di perbenismo, di localismo di leader piccoli piccoli – per lo più abbonati alla sconfitta – che hanno un’idea fissa, o meglio una sola idea in testa.: che la destra si contrasta condividendone i valori, con in più una spruzzata di razionalismo amministrativo. Quello che li eccita dolorosamente è l’idea che Maroni, mentre fa bloccare i barconi, non dà auto nuove alla polizia! Il loro immaginario è un mondo di pattuglie e di volanti. Sono , a parole, contro le ronde, perché hanno un’idea centralistica dell’ordine pubblico – in fondo detestano ogni iniziativa “popolare”, che sia di destra o di sinistra. Ma amano l’ordine a ogni costo, gli studenti che pendono dalle labbra dei professori, le università manageriali e obbedienti, la pulizia delle strade dai rifiuti umani. Sono caricature della pedagogia sovietica, come si vede dal loro eloquio burocratico e dai tristi completi in grisaglia. Il bello è che, perseguendo il loro sogno gogoliano, non si sono accorti che diffondevano un senso comune che la destra sa sfruttare più abilmente. La “legalità” è da sempre la loro ossessione, e ora si trovano il padrone d’Italia che la applica ai poveri e ai marginali mentre inventa ogni giorno leggi a suo favore.

Apparentemente, la sinistra radicale è più libertaria, ma non ci giurerei troppo, a giudicare almeno dai travasi di voti dai partitini verso l’ex poliziotto ed ex magistrato Di Pietro.

Penso che su questo terreno ci sia tutto da ricostruire, magari ripartendo da una sinistra capace di lavorare sugli interessi reali, non su quelli immaginari, una sinistra che la smetta di far politica solo alle elezioni, e soprattutto che getti a mare la sua propensione a predicare bene e a razzolare male. Ci siamo dimenticati che Diliberto, quando era ministro della Giustizia, ha inventato i Gom, i reparti speciali della polizia penitenziaria incaricati di mettere ordine nelle prigioni? O che Bertinotti, una volta eletto Presidente della Camera, è stato il politico più salottiero e istituzionale del mondo? O che i governatori delle regioni di centro-sinistra firmavano appelli per la chiusura dei Cpt prima delle elezioni del 2006, per poi lasciar cadere la questione?

Credo che sia molto meglio ammettere che la sinistra è morta in Italia, tra opportunismi, narcisismi e ed equivoci, e che quindi dobbiamo, noi, reinventarla, invece di tenerne in vita i pallidi fantasmi. Senza dimenticarci che la partita non si gioca entro i nostri confini, ma nel mondo. Noi viviamo in uno dei paesi politicamente più disastrati d’Europa. Beh, cerchiamo di dare un’occhiata a quello che c’è fuori.

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