Zehra Doğan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zehra-dogan/ un blog di approfondimento culturale Wed, 02 Jun 2021 09:40:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Zehra Doğan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zehra-dogan/ 32 32 Disegnare per resistere. Intervista a Zehra Doğan https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-zehra-dogan/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-zehra-dogan/#respond Wed, 02 Jun 2021 09:38:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48817   Zehra Doğan è un’artista, attivista e giornalista curda. Nel 2016 condannata a tre anni di reclusione dalle autorità turche per un disegno raffigurante la città curda di Nusaybin, situata al confine con la Siria, dopo il bombardamento dell’esercito turco. Il disegno –postato su Twitter – fa il giro del mondo e la sentenza di […]

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Zehra Doğan è un’artista, attivista e giornalista curda. Nel 2016 condannata a tre anni di reclusione dalle autorità turche per un disegno raffigurante la città curda di Nusaybin, situata al confine con la Siria, dopo il bombardamento dell’esercito turco. Il disegno –postato su Twitter – fa il giro del mondo e la sentenza di propaganda terroristica non tarda ad arrivare. Per quasi tre anni Zehra rimane in carcere, nella prigione numero 5 di Diyarbakir. Una prigione inscritta nella storia del Paese come luogo di persecuzione, ma anche di resistenza. Nonostante la mancanza di materiale, sfidando muri e divieti, continua a disegnare facendo uscire i suoi lavori dal carcere in modo clandestino. Per realizzarli utilizza materiali di fortuna: avanzi di cibo, capelli, tè, caffè e sangue mestruale. Prigione numero 5 (Becco Giallo, pagine 128, euro 20) è quindi un diario dal carcere, un pezzo di poesia, una forma di resistenza, una risposta alla rabbia. È la sua testimonianza, unica e tragica.

Questo libro per lei è il risultato di un lavoro che ha trasformato quasi tre anni di reclusione, resistenza e lotta, in testimonianza. Come è nato?

Durante il periodo in cui le città curde erano assediate, nel 2016, ho realizzato un primo fumetto. Disegnavo su tablet e mandavo le tavole a un amico perché le conservasse, poi le cancellavo, per non averle in caso di arresto, perché i pochi giornalisti rimasti lì rischiavano di essere arrestati in qualsiasi momento. Alcuni di questi disegni sono stati condivisi sui social e alla fine non sono riuscita a finire il progetto, perché sono stata arrestata e imprigionata. È nato così. Si trattava di rappresentare ciò a cui ho assistito. L’ho fatto sul retro delle lettere del mio amico Naz Oke, che su mia richiesta mi scriveva su carta kraft, lasciando il retro dei fogli vuoto. La natura, la storia del luogo e il modo in cui operiamo nella nostra vita quotidiana, la nostra vita insieme, sono stati lamia fonte di ispirazione.

La voglia di disegnare – scrive nel libro – non l’ha mai abbandonata. Cosa rappresenta per lei il disegno?

Il disegno è il mio modo di esprimermi. Spesso, per trasmettere un pensiero, registrare un evento nell’archivio della storia, coinvolgere il pubblico, informarlo, renderlo consapevole, un semplice disegno è più efficace delle sole parole. Ci sono anche riflessioni o testimonianze profonde e dolorose per le quali sentiamo un’urgenza, un bisogno di espressione, ma di fronte alla loro natura abominevole, le parole rimangono del tutto insufficienti, mentre il pennello può ritrarle.

Durante la reclusione il materiale artistico era proibito: come ha realizzato i disegni?

Il materiale “di intrattenimento”, compreso quello artistico, era proibito. Fin dai primi giorni ho sentito un forte desiderio di creare, così ho cercato mezzi alternativi. Molto rapidamente ho capito che avevo tutto ciò di cui avevo bisogno a portata di mano, dovevo solo essere creativa e trasformare i materiali di tutti i giorni in materie prime. Ho messo le mani nella spazzatura, ho usato come supporto scatole da imballaggio, pagine di giornale, lenzuola, federe, vecchi vestiti, tessuti che mia madre mi portava, ma anche il retro delle lettere, che è appunto il caso del libro. Tutto ciò che poteva fornirmi i colori è diventato vernice, dalla salsa dei piatti, al caffè, alla curcuma, al succo di bucce di melograno. Anche il sangue mestruale.

Nel libro parla dei tanti giorni con la loro «buona dose di disgrazie». Se tornasse indietro c’è qualcosa che farebbe in modo diverso?

Continuo a ripetermi che avrei dovuto disegnare e dire di più. Avrei dovuto parlare di più, ad esempio, dei bambini imprigionati con la madre, dei prigionieri malati, descrivendo altri momenti della vita quotidiana o della storia. Ma queste tavole sono state realizzate di nascosto, e molto rapidamente, per poterle far uscire dalla prigione il più rapidamente possibile. Quando oggi guardo il libro finito, ho l’impressione che nell’insieme questo aspetto si percepisca e rispecchi quindi una realtà, un’urgenza.

Com’è la situazione oggi in Turchia? Anche rispetto alla libertà di stampa.

In Turchia viene messa la museruola non solo al giornalismo d’opposizione, ma anche alle espressioni individuali, con intimidazioni, minacce, procedimenti penali, arresti, incarcerazioni. Una singola frase, a volte estrapolata dal contesto, può essere usata contro di te. Centinaia di giornalisti vengono incarcerati e arrestati dietro il pretesto delle accuse di terrorismo, e migliaia di persone sono perseguite per i loro commenti sui social network. Ciò rende estremamente difficile il lavoro dei pochi media dell’opposizione, che stanno lottando per sopravvivere e cercano di continuare a funzionare. Di fronte a minacce di chiusura, multe e sanzioni, a volte si tratta di autocensura. I giornalisti vengono arrestati, rilasciati, arrestati di nuovo, all’infinito. Ma queste donne e uomini determinati continuano nonostante tutto, instancabilmente.

In passato ha anche ricevuto premi internazionali come segno della lotta e dell’impegno nella lotta per l’emancipazione femminile. Com’è la situazione su questo fronte?

Il destino delle donne è simile in tutto il mondo. Sono nel mirino del sistema. Il mondo patriarcale vomita le sue guerre su di noi, impone le sue discriminazioni di genere, sociali ed economiche. La guerra che sta conducendo contro di noi non è una semplice guerra dei sessi, di dominio, è anche una guerra ideologica, che detta ancora regole sul modo di comportarsi, di vestirsi, di essere belli, di praticare il sesso, di procreare. Ma le donne lottano. Sono, in diversi angoli del mondo, su più fronti, ma è una lotta. Dobbiamo porre fine al dominio perpetuato dal capitalismo, oltre che dal patriarcato. In Kurdistan il posto delle donne è molto diverso. Perché c’è una resistenza come quella del Rojava, e sono le donne che stanno in prima linea. È la prima volta in Medio Oriente che una rivoluzione è guidata dalle donne. Anche in Turchia, in particolare dagli anni ’90, c’è stata una resistenza molto significativa da parte delle donne. Cito esempi dalla mia terra, ma ci sono casi simili dappertutto. Non è solo una lotta per l’identità. Contemporaneamente alla lotta per l’identità, le donne conducono una lotta di genere. Questo incontra quasi sistematicamente una risposta violenta da parte degli stati, perché la lotta delle donne è vista come una minaccia, perché tutte le leggi sono principalmente patriarcali e maschiliste. E il campo dell’arte non fa eccezione. Sono ancora tante le conquiste da fare, anche tra noi donne. Il potere maschile ha avuto origine con la civiltà e risale a milioni di anni fa. Quando a volte parlo di “estirpare il maschile in noi”, penso a questo dettame considerato naturale, come una norma, che è presente negli uomini come nelle donne, ma penso che le donne – con la loro lotta – stanno marcando questa epoca e che saranno loro a cambiare il mondo.

C’è un pensiero positivo che l’ha guidata durante la prigionia?

“Avremo anche buone giornate”. E conservo in me questa convinzione, anche oggi.

Una delle parti più commoventi del libro è il racconto delle azioni più semplici e quotidiane, come la sveglia, i pasti, i turni delle pulizie: come è riuscita a raggiungere il giusto distacco per raccontare quella routine che trasmette in maniera così lucida un senso di oppressione?

Oltre al resoconto di quei giorni c’è una consistente parte di racconto che riguarda il passato. Quanto è importante conoscere il passato per comprendere ciò che è accaduto?

Le radici del presente si estendono nel passato. Per capire oggi, è estremamente importante conoscere ieri. La storia viene riscritta dai vincitori e le verità vengono cancellate. La storia delle donne, degli oppressi, è parte di questo procedimento. Per costruire il futuro, un mondo migliore, dobbiamo affrontare la realtà e dobbiamo integrarla con tutti i suoi aspetti con coerenza, perché è una questione di continuità. La memoria storica collettiva si costruisce attraverso la trasmissione.

Che cos’è stata la Prigione N° 5?

“Prigione N° 5”, dal suo sinistro nome “La galera d’Amed” (Amed: Diyarbakır in curdo), fu creata nella sua forma attuale dopo il colpo di stato del 12 settembre 1980. Gli anni ’80 e ’90 furono i periodi più brutali, quando gli oppositori politici, per lo più militanti socialisti e curdi, subirono torture sistematiche. Ma ogni persecuzione e oppressione provoca come reazione una propria resistenza. Questo luogo è quindi anche la culla di una grande resistenza che ha segnato la storia.

Una domanda che nel libro lascia aperta: che cos’è la libertà?

La libertà per me non è “fare quello che vuoi”, ma essere in grado di dire “no”, essere sé stessi. E questo, indipendentemente dalle condizioni, in prigione o nel bel mezzo della guerra.

L’ultima pagina, quella con il timbro della commissione di censura, è una pagina di poesia. Quanto è stata importante la poesia, anche quella delle piccole cose, per resistere?

Tra i Curdi, la poesia ha una grande importanza popolare. Le nostre serate, con amici e famiglia, sono sempre poetiche. Ma soprattutto, la poesia è un’arma. Riunisce tutte le metafore in una parola. Vale a dire che non è necessario dire molte cose, la poesia può esprimere tutto in un colpo solo. Non c’è bisogno di pagine intere piene, né di lunghi discorsi politici. È come un dipinto. Si concentra su quello scatto e lo realizza sempre in modo sincero. È perché è sincera che è forte. Nella poesia c’è sincerità e sentimento. Penso che l’arte plastica e la poesia procedano di pari passo. Nei miei disegni, ciò che orientava e canalizzava le mie emozioni era la poesia. Questo è il motivo per cui le poesie di Ahmed Arif, Didem Madak, Nilgün Marmara, Forough Farrokhzad sono importanti per me. Mi hanno sostenuta. E per esempio due miei amici, mentre guardavano, scrivevano poesie, ispirandosi ai disegni che facevo. Uno è stato tenuto nella prigione di Tarso, l’altro nella prigione di Diyarbakir. Sono stata felice che un disegno che avevo realizzato ha risvegliato in loro un’altra ispirazione. Magari leggendo le loro poesie, un’altra persona, con altre emozioni, scriverebbe un articolo, o un racconto, o un testo letterario. Vale a dire che tutto fa nascere qualcos’altro e si autoalimenta. Questa è la bellezza dell’arte. Produci disegni, poesie, scritti, crei e rimani in piedi. E diventa un modo per resistere. È così, soprattutto in prigione.

 

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Pubblichiamo la prefazione a Prigione numero 5, il diario dal carcere dell’artista, attivista e giornalista curda Zehra Doğan. Il libro è uscito per BeccoGiallo, che ringraziamo.

di Elettra Stamboulis*

Piegati, amore, finché non passa la tempesta Mi sono piegata così tanto che la mia schiena è diventata un arco.
Quando scoccherai la tua freccia? (Allunghi le mani e trovi una manciata di farina)

Piegati, amore, finché non passa la tempesta Mi sono piegata così tanto che la mia schiena è diventata un ponte.
Quando lo attraverserai? (Cerchi di spostare il piede, ma il ferro non si sposta)

Piegati, amore, finché non passa la tempesta Mi sono piegata così tanto che la mia schiena è diventata un punto
interrogativo. Quando risponderai? (L’agente che conduce l’interrogatorio mette un disco pieno di applausi).

Mahmud Darwish, Diario di ordinaria tristezza, in Una trilogia palestinese, Milano 2014, p. 57

Darwish, insieme a Edward Said, è la voce che testimonia l’esistenza della cultura palestinese, il popolo senza patria per eccellenza, dicono. Dicono perché la terra che loro abitavano è stata concessa ad altri come risarcimento per il grande male che l’Europa aveva commesso verso di loro. Anche i curdi sono un popolo senza patria, ma non essendo legato questo spoglio, almeno direttamente, alle mani delle potenze occidentali, spesso sono dimenticati nell’elenco dei senza terra.

C’è però un’altra ragione: il nostro ondivago oblio, che si ricorda dei curdi quando diventano utili alleati on the ground per dirimere conflitti in cui anche gli eserciti più forti della terra si trovano in difficoltà, è rinforzato dall’assenza delle voci di questo popolo, dalla insipienza nostra verso questa specifica cultura. Zehra Doğan si è trovata ad essere la voce più autorevole, la sintesi iconica di queste molte voci silenziate. E non è un caso che sia una donna.

L’assertività del percorso artistico, politico ed intellettuale di Zehra e delle altre si basa su un presupposto ideologico essenziale, che viene ripreso anche in questa importante Graphic Memoir, ovvero la gineologia (in curdo jineolojî) messa a punto dal prigioniero politico zero dell’odierno regime turco, Öcalan. Nel testo Liberare la vita – La rivoluzione delle donne, pubblicato in inglese nel 2013, che comprende suoi testi precedenti al rapimento e all’arresto del 1999, l’ideologo curdo analizzava il processo antropologico che ha portato alla costruzione del patriarcato, riflettendo sull’esperienza socialista e sui suoi limiti rispetto ai processi liberatori, facendolo concludere che senza un processo completo di liberazione del femminile la libertà non può essere conseguita pienamente.

Le sue teorie si sono tradotte in pratiche di governo e di istruzione in Rojava e anche nelle città che sono state guidate da sindaci e sindache curdi, ma soprattutto si sono innestate in una cultura che come tutte subisce processi di trasformazione sociale che partono dalla narrazione culturale, e sono divenute una delle componenti fondamentali del pensiero politico connesso al processo di emancipazione del popolo curdo.

La Scienza delle donne, come la definisce il leader del PKK, è il presupposto che sta alla base di questo libro, dell’esperienza di Zehra e delle molte altre detenute politiche e non, nelle carceri turche, ma anche siriane. Lo è nel senso che senza questa forte determinazione a prendere la parola, a dirsi protagoniste della propria vita e del cambiamento, non si capirebbe da dove emerge questa assenza profonda di vittimismo, questo ribaltare i ruoli tra vittima e carnefice. Molti commentatori l’hanno definita determinazione alla speranza, che è anche una virtù teologale connessa con la fede nella felicità eterna, ed è quindi una categoria utopistica e che pone fuori dal portato politico l’orizzonte della felicità. Non rappresenta quindi in modo corretto lo sguardo delle attiviste curde, schiettamente femministe e impegnate a costruire in questo mondo una realtà diversa.

Da quando la conosco e curo il suo lavoro d’artista, ho potuto notare quanto questa intrinseca connessione tra identità politica e fare artistico mettesse in difficoltà i suoi interlocutori occidentali. Joyce Lussu, la straordinaria mediatrice tra noi e Nazim Hikmet, scriveva di lui: Vita e poesia, azione e parola, erano legate in modo così organico e solare, che è illuminante per conoscere la sua poesia, conoscere le sue vicende. Lo stesso si può dire di Doğan, parafrasando però la parola vicende con «la cultura politica del femminismo curdo». E anche questo libro ne è testimonianza.

Siamo di fronte ad un testo dallo straordinario valore storico, antropologico, artistico. Che si inserisce ovviamente nel filone della letteratura carceraria (che da Boezio a Marco Polo ci è nota), passando attraverso l’egiziana Nawal El Saadawi, che reclusa da Sadat nel 1981 a seguito delle sue critiche alle politiche governative non solo non smise di scrivere — Il pericolo ha fatto parte della mia vita da quando ho preso in mano una penna e ho scritto. Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente — ma lo fece usando qualsiasi cosa fosse a portata di mano, come ha fatto Zehra in carcere. Lo fece soprattutto senza dimenticare le altre, perché come scrive Zehra «senza le altre sei perduta» e quindi Nawal appena uscita fondò l’Associazione Arab Women Solidarity. Chiaramente c’è nella narrazione sull’enorme prigione turca sempre come riferimento Nazim Hikmet e il suo Poema dal carcere. C’è quindi un mondo di rimandi e sottili emersioni di questa linea rossa della letteratura umana reclusa che è tutta humus per questo fumetto, scritto sul retro delle lettere ricevute da un’amica attivista turca naturalizzata francese, durante il periodo di prigionia.

C’è però una peculiarità che va subito riconosciuta e circoscritta, ed è che si tratta del primo fumetto realizzato in un carcere in diretta, fatto «evadere» come le opere dell’artista attraverso una rete di attivisti, realizzato quindi in stretta collaborazione con le altre e in forma mista, disegnata e scritta. C’è infatti anche una certa tradizione del fumetto carcerario, cito ad esempio In prigione del giapponese Hanawa, o Pericolose in cui la protagonista della storia Zezè è stata coadiuvata da Hermans nel renderla una Graphic, o il più letterario ma ugualmente forte e diretto Una metamorfosi iraniana di Mana Neyestani, in cui gli autori e autrici sono anche testimoni diretti dell’esperienza carceraria narrata. Tuttavia qui siamo di fronte a qualcosa di diverso, perché in tutti gli altri casi menzionati si tratta di una rielaborazione personale dell’esperienza di reclusione fatta ex post, una volta fuori dalle mura. Qui invece abbiamo il «privilegio» di entrare nelle celle della prigione 5, e in quella di Tarso, nel momento in cui Zehra disegna e scrive. Siamo di fronte a un documento storico, oltreché artistico.

Mi soffermo un attimo anche su quest’ultimo aggettivo, perché anche in questo c’è un post quem, una unicità. Si tratta infatti di un fumetto di un’artista, che al momento dell’arresto era piuttosto conosciuta per la sua attività di giornalista, per la quale aveva ricevuto il prestigioso premio Metin Göktepe nel 2015 per il suo lavoro di indagine sul campo sulle donne yazide. Il premio, ricevuto a soli 26 anni, viene conferito in memoria del giornalista omonimo, morto sotto la custodia della polizia nel 1988, e in un certo senso fu una sorta di profezia che in parte si è auto avverata. Comunque arrestata e condannata per un disegno, formata all’Accademia di Belle Arti della sua città di origine, con all’attivo alcune mostre realizzate in luoghi militanti, Zehra è diventata un’artista contemporanea in carcere attivando le sue risorse più profonde, grazie alla palestra di formazione che è la prigionia delle detenute politiche, al lavoro collettivo, a quella che ha definito «la lotta contro la pigrizia della reclusione». Appena è stata liberata, dopo aver scontato tutti i giorni previsti dalla sentenza, è dovuta andare in esilio volontario e a Londra la aspettava una installazione alla Tate Gallery. Nel giro di poco tempo è stata acclamata come una dei 100 artisti più influenti al mondo.

Conosciamo l’intrinseco senso di colpa che il modo del fumetto e dei fumettisti si portano addosso da sempre, per il quale è sempre opportuno puntualizzare che malgrado facciano fumetti, sono artisti, oppure che «ricordiamoci che il fumetto è arte», e via dicendo. Ecco, il libro di Zehra spiazza per questo, perché non si tratta come spesso è successo di un passaggio dal fumetto all’Arte (spesso senza ritorno, vedi ad esempio Marjane Satrapi oppure per rimanere in ambito italiano, Marcello Jori) perché il ritorno all’arte sequenziale viene visto come una condanna. Non voglio con questo dimenticare la stagione che va dai Metal Hurlant a quello che Francesca Alinovi definì il nuovo fumetto italiano, un momento di inestricabile energia e di ricerca che ancora non ha dissipato le sue particelle atomiche. Che sembrano tutte esplodere nelle pagine di questa Graphic, che non a caso esce in contemporanea in Francia e in Italia, creando come una saldatura di vicende artistiche che sembrano trovare una sintesi in questa opera.

Doğan intuisce quello che è stato, pur non conoscendolo materialmente, provenendo da un paese che ha una importantissima tradizione di fumetto popolare, alternativa e di ricerca, che ha seguito però strade sostanzialmente proprie. Raccoglie queste intuizioni, creando pagine che sembrano combaciare con quanto sempre Alinovi scriveva proprio di Jori su Flash Art nel 1982, quando parlava di penetrazione, attraverso cunicoli ramificati come arterie di sangue, dentro al grembo della terra-utero materno. Una definizione che sembra perfetta per queste pagine.

Vorrei aggiungere infine un’ultima osservazione: questo libro è pieno di nomi e cognomi, di chi ha attraversato per colpa delle proprie idee, le porte della galera. Credo non sia un caso che sia edito proprio da BeccoGiallo, che è stata la prima casa editrice a dedicare una finestra importante, utilizzando il fumetto, alle vite e quindi ai nomi e ai cognomi di chi si è dedicato alla verità e giustizia. Così, come si fa nel primo giorno di primavera con Libera e che coincide con il Newroz, il capodanno curdo, ripetiamo questi nomi insieme al libro, in una forma di liturgia laica che preservi il senso di queste e questi testimoni dimenticati. La schiena di Zehra e le altre è una freccia, un ponte e un punto interrogativo per tutte noi.

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Elettra Stamboulis è curatrice d’arte e sceneggiatrice di fumetti. Ha curato per Zehra Doğan la mostra Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche al Museo di Santa Giulia di Brescia (novembre 2019 – marzo 2020), le sue performance per Ravennafestival durante il concerto dell’Amicizia diretto da Riccardo Muti nell’estate 2020 a Ravenna e Paestum, e il progetto per il PAC di Milano Il tempo delle farfalle. Dedicato a Patria, Minerva, Teresa Mirabal (novembre 2020 – maggio 2021).

 

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