Zeman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zeman/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 20:03:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Zeman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zeman/ 32 32 Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/#comments Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23746 Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”.

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zoff scirea

Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria e centinaia di presenze in Serie A tra Udine, Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte importante, forse la migliore della mia vita, si chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”.

Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano Nembo Kid. Il supereroe razionale che a diecimila metri ballava con Pertini tra le insidie dello scopone scientifico non ha mai truccato il mazzo delle carte. Quando risponde, pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto, devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’” e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià, con la gente che sembra che ti cada addosso, gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che sembra un fotogramma di Cartier-Bresson.

In Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra della svastica: “Un uomo libero, un contadino di vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano, in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in silenzio”.

La sua condizione preferita.

Da calciatore mi trattenevo perché del mondo che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.

Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dichiarazioniste.

Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà. Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui, poi, diventavo pazzo.

Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ex della Fiorentina che all’estro e alle stranezze doveva anche il soprannome.

L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara, nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a stringere la mano.

Davvero?

Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.

Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta tanta…

Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone di esecuzione.

Lei qualche Madonna la tirava?

Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche a me. Siamo esseri umani.

Di umanità varia si nutriva anche Sivori.

Omar era un mostro di simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di commemorazioni indebite, lo infilzava: “Omar, ti ricordi di quella partita che giocammo insieme?”. E lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri in campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.

A volte gli artisti si perdevano.

E vedere l’autodistruzione del talento era uno strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne, di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente orfano.

Episodi?

Si presentava spesso ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si pentiva: “Io vincio niente, io no buono” e poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui andavamo con la squadra: “Mister, ho saputo che mi ha convocato, eccomi qui, non ho fatto in tempo a vestirmi”. Era nudo. Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da chi voleva calmarlo, si sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male, mi dispiace molto.

Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia, divise l’esperienza del Mondiale 1974 in Germania.

Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in una sede terza per una seduta psicanalitica di gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non era neanche strano che accadesse quel che poi accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un condottiero, un trascinatore straordinario e nient’affatto stupido che si dilettava con pistole, immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera, mentre in Italia montava una polemica politica sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino dell’hotel. Dormiva sotto un albero.

In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità, le fece gol un carneade di Haiti.

Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo da un biennio magico, Newsweek mi aveva dedicato persino la copertina.

“The world’s best”. Senza necessità di traduzione.

Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre: “Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo diritto viene a mancare per costituzione”.

Tra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la scortavano c’era il potersela giocare alla pari con lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon. Tutti secondi. Gregari per l’eternità.

A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.

Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.

Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.

Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.

Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo, era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito non mi ha mai convinto. Amo vedere le cose da più prospettive e credo in una sola politica. Quella dei piccoli gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla dignità di un popolo. La politica del fare le cose come Dio comanda.

Una delle grandi passioni dell’Avvocato Agnelli, un signore che la politica la conobbe da vicino, era proprio il calcio.

Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava illudendosi che avessi chissà quali competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale. Era di una distaccata eleganza, non urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria, durante i festeggiamenti per l’inatteso scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta calcio e totalmente trasfigurati dalla passione, Agnelli custodiva un suo ironico contegno.

Ironico?

Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”. Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in spaventose puttanate”.

L’Avvocato telefonava anche a lei?

Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto. Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.

Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’anni torinesi, finì anche la sua storia juventina.

Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era la prima volta che ci andavo e rimase anche l’unica. Parlammo in generale della squadra e poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando. Scendendo dalla collina mi resi conto di essere arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e non si chiudeva nel modo migliore. In qualche modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo, era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.

Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi, ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e coppa Uefa.

Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci tondo non muori quadro. Non puoi decidere di snaturarti. Di essere altro da quel che sei.

Prima del dolore per lo strappo con la Juventus, mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.

Era così puro, educato e sincero che all’inizio pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano era proprio così. Sereno, coraggioso, buono. Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la passammo nella nostra stanza. Una cena parca, una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci somigliava.

Zeman le somiglia?

Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella divisione dei ruoli.

Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il pessimo Mondiale brasiliano.

Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità collettiva che non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il plurale. Non più l’io, ma il noi.

De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro reazione qualcuno ha scorto una dura critica a Balotelli.

Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva giocato un pessimo torneo anche lui.

Certe competizioni segnano. Ricorda l’Europeo del 2000?

Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi. Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul banco degli imputati.

Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non gentili.

Disse che ero stato indegno e mi ero comportato come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non l’ho capito.

“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi” disse. Le sue dimissioni colpirono l’opinione pubblica.

Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia, rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo momento hai preso una decisione, significa che fare altrimenti ti risultava insopportabile.

Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”, un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.

E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono certo che sapesse che al telefono non c’era il vero Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito la mattina non fumo”).

Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?

E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri profondi e malinconici come Guccini e il suo omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante. Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce. Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.

Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un attimo, la gloria” però scrive che la sua partita l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?

In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla, forse proprio del tutto non l’ho persa.

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Ti è piaciuta La Grande Bellezza? https://minimaetmoralia.it/cinema/la-grande-bellezza/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-grande-bellezza/#comments Wed, 05 Mar 2014 11:10:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19116 A Michele Masneri La Grande Bellezza è piaciuta. Da tempi non sospetti. E ha una sua teoria in proposito, che ha spiegato in questo pezzo pre-Oscar, in cui si discute soprattutto del 'momento grande bellezza ' in tutte le cene romane. Momento che non mancherà neanche domani sera alla presentazione romana di Addio, Monti, con Annalena Benini e Teresa Ciabatti. Interverranno anche i nobili Colonna di Reggio. 

Questo pezzo è uscito su L'Ultimo Uomo.

Premessa: questo pezzo sembra non mio, è poco arbasiniano, è ombelicale, è in prima persona, è scritto su un iPad mini da una camera d’hotel di Bari, è pieno dunque di refusi, è pieno di affettuosità giornalistico-incestuose. Però non è una marchetta. Premessa numero due: il mio giovane amico Tim Small era molto tempo che mi chiedeva un pezzo per l’Ultimo Uomo e pensava che io non volessi farlo per un fatto di denaro o di stronzaggine e invece no, è solo che non avevo molto tempo ultimamente, e non gli rispondevo al telefono, e poi lì scrivono tutti di calcio e io di calcio non ne capisco niente, quindi quando Tim mi ha chiamato per chiedermi un pezzo tipo per la terza volta io gli avrei detto sì per qualunque cosa, anche un pezzo su Zeman documentandomi molto; poi lui mi ha detto invece che era sulla Grande Bellezza quindi io ero molto contento, mi sembrava uno di quei momenti di svolta tipo “ah, ecco, ora tutto filerà liscio e scriverò per l’UU e Tim mi vorrà bene e non mi sentirò più in colpa”, invece ecco che mi chiede una stroncatura della Grande Bellezza e io tento di avvertirlo che a me il film invece è piaciuto molto, cioè proprio non piaciuto molto però lo ritengo un film—stavo scrivendo un libro—necessario.

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A Michele Masneri La Grande Bellezza è piaciuta. Da tempi non sospetti. E ha una sua teoria in proposito, che ha spiegato in questo pezzo pre-Oscar, in cui si discute soprattutto del ‘momento grande bellezza ‘ in tutte le cene romane. Momento che non mancherà neanche domani sera alla presentazione romana di Addio, Monti, con Annalena Benini e Teresa Ciabatti. Interverranno anche i nobili Colonna di Reggio. 

Questo pezzo è uscito su L’Ultimo Uomo.

 

Premessa: questo pezzo sembra non mio, è poco arbasiniano, è ombelicale, è in prima persona, è scritto su un iPad mini da una camera d’hotel di Bari, è pieno dunque di refusi, è pieno di affettuosità giornalistico-incestuose. Però non è una marchetta. Premessa numero due: il mio giovane amico Tim Small era molto tempo che mi chiedeva un pezzo per l’Ultimo Uomo e pensava che io non volessi farlo per un fatto di denaro o di stronzaggine e invece no, è solo che non avevo molto tempo ultimamente, e non gli rispondevo al telefono, e poi lì scrivono tutti di calcio e io di calcio non ne capisco niente, quindi quando Tim mi ha chiamato per chiedermi un pezzo tipo per la terza volta io gli avrei detto sì per qualunque cosa, anche un pezzo su Zeman documentandomi molto; poi lui mi ha detto invece che era sulla Grande Bellezza quindi io ero molto contento, mi sembrava uno di quei momenti di svolta tipo “ah, ecco, ora tutto filerà liscio e scriverò per l’UU e Tim mi vorrà bene e non mi sentirò più in colpa”, invece ecco che mi chiede una stroncatura della Grande Bellezza e io tento di avvertirlo che a me il film invece è piaciuto molto, cioè proprio non piaciuto molto però lo ritengo un film—stavo scrivendo un libro—necessario.

Ma Tim mi dice “sì, certo”, e va avanti spiegandomi perché lo considera un filmaccio—anzi dando per scontato che sia un filmaccio, e che tutte le persone intelligenti o che lui reputa intelligenti lo considerano un filmaccio, dunque proprio non gli passa neanche per l’anticamera del cervello come si diceva una volta che a me potesse non fare schifo, e mi elenca insomma dandoli anche molto per scontati tutti i motivi per cui fa schifo: gli spiegoni dei dialoghi, il glamour della fotografia lucidona per piacere ai burini americani, le post produzioni poracce, le Allegorie alla Sorrentina—la direttrice nana, la Santa, le giraffe eccetera, e mi dice per concludere che era stato poco tempo prima a casa di un tipo pettinatissimo a corso Venezia a Milano che aveva aperto la porta vestito da cavallerizzo e gli aveva detto qualcosa come “figata, La Grande Bellezza, ma sai, io amo Roma” e il sottotesto era che insomma solo i poracci dovrebbero amare questo film.

Quindi avevo questo pezzo da fare, avevo un Ipad mini senza tastiera, e poco tempo perché volevamo che uscisse prima degli Oscar, e dunque adesso lo scrivo da questo hotel Victor di Bari che sembra un po’ il Chelsea Hotel, sono in tour pauperista per la promozione del mio libro che è uscito da un mese, e lo dico non per bieca réclame ma perché  il mio libro ha una copertina con un uomo nudo che guarda Roma da un terrazzo, parla di Roma (anche) e di gente non povera, quindi tutti, giornalisti ma anche lettori e parenti anche analfabeti a un certo punto mi chiedono: e La Grande Bellezza? Con un’aria interrogativa-complice che significa: a) stai sfruttando per bene il fenomeno eh? Terrazze romane, feste, trenini. Bravo bravo. Come se avessi scritto un libro di cucina tipo plagiando la Parodi o Cracco; e poi dicono b) a parte la furbata, per cui ti stimiamo, a te il film ha fatto schifo, vero?

[Sulla pervasività della GB nella società italiana: c’è sempre un momento Grande Bellezza in certe cene a Roma: anche a una recentemente, da amica architetta, bella, di sinistra, un’ospite chiede con occhio espressionista: ma a te è piaciuta La Grande Bellezza, con sguardo tipo: si dice in giro che ti piacciano i bambini, confermi? Tornando al successo popolare, io il film l’ho visto appena uscito, a Roma, un mercoledì sera alle otto, dunque al netto degli sconti non un orario particolarmente comodo, e c’era una fila che arrivava fino a via Veneto. Più interessante: a Roma tutte le persone con cui ho parlato del film, anche i più duri—tra cui i romani teorici del “quella Roma non esiste”—l’hanno visto due volte. Tutti. Io pure l’ho visto due volte, la prima perché mi sembrava ovvio, la seconda perché c’era mio fratello in visita quest’estate e mi sembrava giusto farglielo vedere a chilometri zero (sbagliando, perché poi ho visto tutti i difetti e odiato gli spiegoni e i fenicotteri, vabbè).]

Io allora normalmente spiego che a) la GB non c’entra nulla, perché io il mio libro l’ho scritto quattro anni fa; b) è un paragone che comunque mi onora. In caso di interlocutori arguti e/o interessati aggiungo anche un mio personale tormentone e cioè che c) secondo me Sorrentino=Piperno. Il punto c) l’ho svolto finora soprattutto con Mariarosa Mancuso che mi ha detto “non sono d’accordo ma è una tesi coraggiosa” guardandomi come se le avessi detto che voglio passare un anno sulla nave di Scientology per scrivere un pezzo lungo.

Poi l’ho detto in un’intervista a una radio romana che pensavo di estrema sinistra, dopo aver sproloquiato mezz’ora di gentrificazione e di ricchi ipocriti del nord che prendono casa sulla Casilina, dopodiché la gentile intervistatrice mi ha detto che lei è ricca, è di Genova, e che a Torpignattara si sta benissimo—cioè il fatto che è ricca non me l’ha detto proprio così, ma me l’ha fatto capire (non è una battuta di Isabella Ferrari nella Grande Bellezza insomma).

[C’è poi la questione instant classic, per usare questo bel termine anni Ottanta; quest’estate a una festa di compleanno in uno studio di grafica molto hipster a Ostiense—con un pubblico probabilmente che molto vitupera la GB—a un certo punto è partito un—ironico ovviamente—trenino e le sinapsi del 100% dei presenti hanno detto immediatamente Gep Gambardella.]

La terza volta l’ho detto ieri sera a C.B., arguto giovane intellettuale barese, partendo da una domanda “che scrittori italiani ti piacciono”—che normalmente precede quella più minacciosa “e La Grande Bellezza?” Io ho risposto che mi piacciono Siti e soprattutto Piperno, aspettandomi sul secondo il solito sguardo, simile a quello dei frequentatori del bar Necci al Pigneto quando mi presento con la mia borsa di tela Vota Letizia (Letizia Moratti sindaco di Milano); invece lui mi ha detto che pure a lui Piperno piace un sacco; a quel punto gli ho spiegato la mia teoria, che Sorrentino sta al cinema come Piperno alla letteratura (italiana).

La mia teoria consiste in due punti:

1. Il regista della Grande Bellezza e lo scrittore di Inseparabili hanno in comune il successo popolare, quindi sono considerati più o meno merda da vasti strati sociali che sono poi quelli che criticano molto gli spiegoni nei dialoghi di Sorrentino, che per carità, non è che a me appassionano, però poi son gli stessi che adorano gli spiegoni di Virzì e dei suoi capitali umani, forse perché con topoi anche più semplici e con più sensi di colpa moraviani (se sei ricco tua moglie se la ciula un professore calabrese non di ruolo, e nel pacchetto c’hai pure il figlio Trota col Suv, vabbè).

2. Sorrentino e Piperno sono gli unici (vabbè, alcuni dei, ma per semplificare diciamo gli unici) autori italiani capaci di raccontare l’Italia di oggi con una tale potenza, con un impatto così forte sulla realtà, e allo stesso tempo con una lingua così burina e sporca e cafona. Per Sorrentino: movimenti di macchina, carrelli, ralenti, gigionismi vari (qui basta applicare il Grande Critico Collettivo su Sorrentino).

Piperno usa invece i giri di frase come Sorrentino il dolly: sono andato a riprendere Inseparabili per ricordarmi qual era quella parola che mi aveva tipo fatto lanciare il libro contro il muro, ai tempi, prima di immergermi godendo assai nella storia; mi sembrava fosse un perplimere nel testo (che avrebbe avuto almeno funzione mimetica, facendo parte di un parlato-televisionaro romano molto importante), invece no, era peggio. A pagina 16, mi pare, si trova un irrotta. Participio passivo femminile di irrompere. Probabilmente non usato se non in verbali polizieschi non sofisticati di questure di provincia. Qui Anna, strappona isterico-superficialotta sposa del protagonista, “era irrotta nella sua stanza”.

Poi, altra frase, la stessa Anna:

Anna fomentava bellicosi picchetti davanti alla prospera fabbrica della loro intimità.

Cioè Anna, sempre lei, non gliela dava. Cioè si parla poi sempre di figa. Per arrivarci, alla figa, qui un farraginoso giro di frase cacofonico (“bellicosi picchetti davanti”), là nella Grande Bellezza un incongruo flash back con visione del Concordia e rimembranze su incidenti nautici (con lo stesso Riva Aquarama delle Peggiori intenzioni peraltro). Insomma, per concludere: sia  Sorrentino che Piperno raccontano storie che rimangono impresse, raccontano un’Italia che altri evitano, un’Italia lager than life che forse spaventa—ricchi veri, mafiosi, personaggioni anche un po’ tridimensionali; e usando un linguaggio burino e compiaciuto che forse è insicurezza da opera prima perenne. E che però perennemente piace. Questo lo suggeriva l’intellettuale barese di ieri: a cui la GB ha fatto schifo, comunque.

Un’altra obiezione: quella Roma non esiste (e in subordine: è la Roma di Dagospia). Alla seconda visione me ne stavo convincendo anch’io. Tutte quelle suore. Dai, su. Poi la sera uscendo dal cinema mi ha attraversato la strada un gruppo compattissimo di monache con cappello a larga falda, occupando tutte le strisce, poi scomparendo dietro l’angolo. E mi sono ricordato anche una cosa: i primi miei mesi a Roma, correva l’anno 1997, dunque prima dei Dagospia, vado a visitare Palazzo delle Esposizioni a via Nazionale e subito con spiriti gambardella salgo al piano attico dove c’era una festa dove si entra subito—a Roma c’è questa cosa degli imbucati, entri dove vuoi—ed era una festa della FAO con molti cardinali e siccome era in onore di qualche Paese stremato dell’Africa si mangiava solo pane, molti tipi di pane, però si beveva molto champagne.

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Arrigo Sacchi e l’arte del pallone https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arrigo-sacchi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arrigo-sacchi/#comments Thu, 14 Nov 2013 08:12:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16356 Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell'sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall'argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo.

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Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell’sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall’argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo. Ha la seria pazzia di un artista modernista: dalla sua voce più pudica che passionale non si ascolta il calcio romantico alla Baricco, ma un ispirato sogno neoclassico, pulito, in parole usate col compasso:

E l’Argentina come giocava?

Giocava a zona, una zona pressing.

E la zona senza pressing com’è? Che differenza c’è tra la zona senza pressing e la zona con pressing?

La zona copre gli spazi e quindi fa una difesa passiva. La zona pressing fa una difesa attiva: vuol dire che, anche quando hanno la palla gli avversari, con questa pressione li obblighi a giocare a delle velocità, a dei ritmi, a delle intensità cui molto probabilmente non sono abituati e quindi sei tu attivo anche quando la palla ce l’hanno gli altri.

(Ci siamo arrivati così: stava dicendo che da responsabile della primavera e del settore giovanile della Fiorentina, nel 1983 aveva commesso “un errore, ne ho commessi tanti, quello di obbligare tutti gli allenatori a giocare a zona, tutti gli allenatori delle giovanili”. Poi, spiegando il suo gioco: “La mia era sempre una zona pressing, eh: non era solo una zona. Ebbi la fortuna alla Fiorentina di incontrami con Passarella, Passarella giocava nella Fiorentina, e tante volte lo chiamavo il martedì a parlare ai giocatori, a spiegare come loro giocavano nell’Argentina…”)

E all’epoca chi giocava con la zona senza pressing?

Aveva provato Liedholm, e aveva provato anche Vinicio col Napoli, io ero andato a vedere la sua preparazione alcuni anni prima…

E invece l’Olanda giocava col pressing?

Eh sì, l’Olanda giocava col pressing. Nella zona il riferimento è principalmente il campo, mai l’avversario, invece nella zona pressing devi sapere quando è più giusto coprire lo spazio o andare sull’uomo e devi avere una collaborazione costante, si difende collettivamente, questa fu la differenza: mentre in Italia si difendeva individualmente – ancora ora – e il riferimento principale è quasi sempre l’avversario e quasi mai il compagno. Ma se deve essere una squadra… se non c’è una connessione col compagno, un collegamento, non sei una squadra. Noi in fase difensiva avevamo tre riferimenti: l’avversario, il pallone e il compagno, e dovevamo sempre capire quando era più giusto coprire lo spazio o quando era più giusto invece marcare l’uomo e aggredirlo.

Lei giocava col 4-4-2, ma in generale la zona…

No, non è così: io ho giocato in tanti modi diversi, perché il sistema di gioco non è così importante: il sistema di gioco è importante per mettere di più a loro agio i giocatori a seconda delle loro caratteristiche, io ho giocato il 4-3-3… Il 4-4-2 io non l’ho mai fatto, era un 4-4-2 quando ci difendevamo, a volte quando ci difendevamo era anche un 5-3-2.

E chi scendeva dietro dal centrocampo?

Dipendeva: se Maldini stringeva, Evani andava a fare il quinto uomo; dall’altra parte se Tassotti stringeva, Colombo andava a fare il quinto uomo. Perché noi aggredivamo nella zona palla e cercavamo una copertura lontano dalla palla… E per far questo occorreva una squadra molto…

Tonica.

Qual è la differenza tra uno sport di squadra e uno sport singolo? È data dalla connessione che si trasforma in sinergia. Ma se non c’è un collegamento la connessione sarà minima e la sinergia sarà minima. Per far questo quindi tu devi muovere undici giocatori in modo organico e che siano nelle distanze giuste e che si vadano a smarcare nei tempi giusti e che in fase difensiva siano nelle posizioni giuste, nelle coperture giuste: avere in poche parole undici giocatori in posizione attiva con la palla e senza la palla, questo era l’obiettivo, difficile ancora ora si immagini venti venticinque anni fa.

Immagino la fatica dal punto di vista atletico, mettersi in condizioni di…

No no, altetico no: noi non spendevamo niente rispetto agli altri, noi eravamo sempre in aerobia, perché quando sei corto gli scatti non sono mai più lunghi di dieci, quindici metri, è quando sei lungo che gli scatti vanno sui venti, trenta, quaranta… Tanto che i miei giocatori – il povero Brera disse “li massacra tutti” –, Maldini ha finito di giocare a quarantun anni, Costacurta trentanove, Filippo Galli anche lui sui quarant’anni, Baresi trentasette, Tassotti trentasette. Eccetto Van Basten, poverino, perché ha avuto problemi al ginocchio, hanno avuto tutti una carriera lunga, molto lunga, perché, fra parentesi, la fatica era divisa per undici, mentre nelle squadre italiane giocavano in realtà tre quattro giocatori perché il portiere non si muoveva dalla porta e non giocava, dunque il difensore centrale non si muoveva dall’uomo perché doveva marcare: c’era un calcio specialistico. Io ho sempre pensato ad un calcio globale, ho sempre pensato di avere una squadra non di avere un singolo, e quindi allenavo la squadra per migliorare il singolo, non partivo dal singolo per arrivare alla squadra, non so se mi sto spiegando…

(Si potrebbe lasciar parlare Arrigo Sacchi di calcio senza neanche leggere il suo curriculum. La passione pedagogica toglie ogni distanza e sacralità alla telefonata: non sto parlando con chi ha vinto le prime due coppe dei campioni e il primo scudetto del Milan berlusconiano tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, sto parlando con un ex calciatore dilettante appassionato di calcio, figlio di imprenditore, che cominciando ad allenare a ventisette anni guadagnava meno che dal padre. Uno che ha “sempre amato il calcio moltissimo, una passione enorme, tanto che quando andavo alle elementari facevo la radiocronaca virtuale. Giocavo come tutti i bambini. Una cosa che mi sarebbe piaciuta fare, da piccolino, era il regista cinematografico o il direttore d’orchestra o l’allenatore, quindi sono stato fortunato perché sono riuscito a fare una di queste cose. Mi sentivo proprio la vocazione di insegnare ed ero attratto da quelle squadre che giocavano un calcio di dominio, un calcio da protagoniste…” Non una leggenda, uno che dice: “Smisi di giocare a calcio, e nessuno pianse”. Smise per un’infiammazione, andò ad allenare la squadra del paese, Fusignano, in Romagna: il direttore sportivo faceva il bibliotecario. Sto ascoltando uno che perdeva tutte le partite del precampionato con il Bellaria di Igea Marina in quarta serie “perché se lei vuol costruire una baracca non deve fare delle fondamenta, ma se vuole costruire un grattacielo deve fare le fondamenta e finché fa delle fondamenta va sottoterra e non sopra”. Uno che in quarta serie allenava giocatori di dieci anni più anziani. Uno che avendo allenato la primavera del Parma, poi il Rimini, le giovanili della Fiorentina, quindi il Rimini, arrivato alla prima squadra del Parma la porta in vantaggio a San Siro in Coppa Italia contro il Milan, e invece di inserire un difensore per un attaccante e coprirsi, in vantaggio di uno a zero mette un altro attaccante. Così, a Milano lo notano, e arriva un’offerta.)

…E Berlusconi, lui mi chiese un favore: lui sapeva che io dovevo incontrarmi con una società il venerdì, mi chiese, disse “Guardi io devo andar via alcuni giorni, le chiedo un favore, di rimandare quell’appuntamento, e noi ci ritroviamo qua lunedì prossimo”. Dissi “Sì”, però non ero convinto, andando a casa dissi no, non posso fare una figuraccia del genere, rimando un appuntamento e poi… e la mattina telefonai a Rognoni [responsabile dei servizi sportivi Mediaset, NdR] e gli dissi “Guarda, ringraziali molto ma non me la sento di fare una figuraccia del genere… Io mi devo ancora incontrare, non posso dire rimandiamo…” dice “Sei matto? Al 99% sei tu l’allenatore del Milan”. Dissi: “No no, non me la sento” e andai agli allenamenti del Parma. Ricordo che quel giorno la sera torno a casa e mia moglie mi dice “Guarda, chiama subito Ettore Rognoni che t’ha cercato due o tre volte”, e mi fa “domani sera hai degli impegni?” “No”. “Allora non ci sarà Berlusconi ma ci sarà Galliani, Paolo Berlusconi, Confalonieri”. Dico: “Mah per me son anche troppi” e andai su, e allora lì capii che volevano veramente prendermi come allenatore. Andai su e firmai in bianco. “Voi avete un grande coraggio”. Io dico: “O siete dei fenomeni o siete dei suicidi’. E comunque io firmo in bianco, e presi meno di quanto prendevo a Parma… E feci un contratto… Io facevo sempre contratti di un anno solo perché volevo smettere… perché…

Perché se non era bravo, meglio smettere… (Così disse quando smise di giocare.)

“No no, non era quello. Smettere perché facevo fatica e lo stress mi uccideva…”

Ah quindi è sempre stato così? (Smise di allenare per questa ragione, lasciando l’Atletico Madrid nel 1999 dopo le esperienze con la nazionale maggiore e un breve ritorno al Milan. Lavorò poi come direttore tecnico per il Parma e per il Real Madrid.)

Io non volevo dare la vita per… E siccome io faccio parte del partito melius abundare quam deficere, è una certezza, si può sempre far di più e meglio, quindi le notti mie erano insonni, mi sembrava sempre di rubare, di non essere un buon professionista, e tutti accettavano volentieri perché dicevano Se va male non abbiam spese. Eppure anche col Milan andai bene, vincemmo il campionato e dissi: “Adesso raddoppiamo però”, solo che il secondo anno partimmo malissimo e Biscardi annunciò che il martedì sarei stato esonerato, nel caso perdemmo tre quattro partite consecutive.

Trovo molto affascinante come ha saltato a piè pari l’anno dello scudetto… Insomma, è un anno importante, voglio dire…

Sì, fu un anno importante, il primo. All’inizio non ci fu prevenzione, diffidenza sì, ma non prevenzione quindi non trovai un ostacolo, e fu bravissima la società e Berlusconi fu bravissimo perché noi partimmo male, perdemmo la prima partita in casa, perdemmo la prima partita nella coppa UEFA, poi perdemmo in casa in coppa UEFA dall’Espanol e dissero che non sarei arrivato, non al panettone, ma a mangiare le favette, e Berlusconi: mi ricordo perdemmo 2 a 0, io tutta la notte tornai a casa, non andai a letto, studiai il Verona che dovevamo giocare la domenica e alle otto, le nove mi telefonò Berlusconi e mi disse: “Ha bisogno?” Dissi: “Sì” e venne il sabato e fece un discorso cortissimo ma efficacissimo, disse con i giocatori: “Questo allenatore lo sento io, gode della mia massima stima e fiducia, chi di voi lo seguirà rimarrà, chi non lo seguirà dovremmo rivedere…” Fu diretto, molto, mi diede veramente una gran mano. Quindi il primo anno si concluse in un trionfo inaspettato e fantastico perché riempivamo lo stadio in continuazione ovunque andavamo, dove c’erano conservatori che mi vedevano come il diavolo e l’acqua santa perché vedevano in me uno che attentava alla loro conoscenza, a quello che avevano sempre scritto del calcio.

Cosa scrivevano del suo gioco?

No, dicevan che li massacravo i giocatori, poi per loro il calcio era un’altra cosa, era fatto del singolo, era fatto del contropiede, io dicevo no, non è solo contropiede, noi facciamo anche contropiede ma noi vogliamo essere padroni del campo e del pallone, vogliamo avere inziativa…

Il termine “ripartenza” l’aveva inventato lei?

M’han detto di sì… ci son delle parole che… non lo so…

E invece il concetto di intensità lo usava già allora?

Mah, forse era un termine che usavo e quindi dopo è stato riportato… Tutte le grandi squadre hanno avuto un comune denominatore, tutte, al di là del sistema di gioco, al di là delle epoche diverse e son sempre state delle protagoniste, non ho mai visto squadre che lasciassero il gioco alle altre diventare delle grandissime squadre: potevano vincere ma non…

E quindi che dice delle squadre di Mourinho?

Ma Mourinho è un personaggio straordinario nella sua completezza…

Be’ sì certo, su più livelli diciamo, ma le sue squadre non dominano… giusto?

Be’, no non è vero, dipende: non dominano con il Barcelona ma con le altre dominano, l’anno scorso col Milan dominava sempre… Non dominano col Barcelona di Guardiola perché adesso può darsi che… Ci son state tre squadre che a parer mio hanno modificato questo calcio e hanno consentito a questo sport di aggiornarsi, modernizzarsi ed essere sempre al top: l’Ajax, il Milan e il Barcelona adesso, tre fenomeni, quasi tutte a distanza l’una dall’altra di vent’anni, dove ognuna ha raccolto il testimone dall’altra aggiornandola ai vent’anni dopo.

Oggi la maggior parte delle squadre sono cacofoniche, se fossero delle orchestre sarebbero state…

Qual è la squadra meno cacofonica nel campionato italiano adesso?

La Juventus è la squadra più armoniosa…

Be’ sì è molto bella da vedere. Io sono della Roma, quindi…

Be’ adesso la Roma ha preso un maestro, che ha fatto il corso con me, il supercorso di Coverciano l’abbiam fatto assieme, allora il supercorso era un anno scolastico, adesso il supercorso si fa in trentadue giorni: o eravamo noi degli stupidi e questi dei geni… o apprenderanno meno… Zeman non m’ha mai annoiato, le sue squadre non m’hanno mai annoiato, mi divertono, a volte raggiungono dei vertici fantastici… È un maestro, le sue squadre hanno… c’è un’impronta importante. La maggior parte delle squadre se lei non leggesse non saprebbe chi è l’allenatore. Le squadre caratterizzate, che hanno un gioco come leader, lei sa subito chi è l’allenatore. Ci sono poche squadre che sono intonate: Zeman ha la capacità e la tempistica dei movimenti, l’attacco alla profondità, i tempi di gioco, il posizionamento, in fase difensiva un attimino meno ma è una squadra che ti emoziona a vederla perché quando gioca bene la palla scorre, è come un sogno che si sta realizzando.

E come si fa ad educare la squadra a questo scorrere della palla?

Quando io allenavo, Berlusconi non voleva che venissero a vedere gli allenatori, io li ho sempre fatti venire perché ho detto: “Ho avuto tanto dal calcio, devo dare qualche cosa”, però dicevo: “Guardi che se non hanno la chiave copiano l’esercizio ma non hanno la sensibilità”. Io ho un cugino che è direttore d’orchestra. Un giorno in modo provocatorio dissi: “Ma che differenza c’è tra te e Muti? Se suonate Beethoven o la Tosca, lo spartito è quello”. Lui disse: “Be’, se Muti ha un’orchestra di duecento orchestrali, quello meno importante è quello che batte i piatti: se questo li batte un attimo prima o un attimo dopo, un po’ troppo forte, un po’ troppo piano, lui lo sente”. Allora se un giocatore è mezzo metro avanti, mezzo metro indietro, parte un attimo prima o parte un attimo dopo, lei guarda e non lo vede; chi ha questa sensibilità lo vede e sa didatticamente cosa fare per corregerlo. Io adesso sto facendo questo: insieme a Maurizio Viscidi siamo gli allenatori di tutti gli allenatori delle nazionali giovanili italiane, noi alleniamo loro, andiamo a vedere gli allenamenti, gli diciamo che cosa è giusto fare, dove stanno sbagliando, io oggi ho visto gli allenamenti che faceva l’Under 17 e l’Under 20, dove vedi l’allenatore… Non lo so, l’altro giorno giocavamo contro il Portogallo e la distanza, il tempo di sganciamento del terzino si verificava troppo presto quindi la distanza era maggiore, quando la distanza è maggiore il passaggio sarà meno veloce, meno preciso e quindi più facile da intercettarsi – e la richiesta tecnica sarà maggiore…

La richiesta di energie?

La richiesta tecnica del giocatore che è in possesso palla: se sei a dieci metri è facile se sei a trenta metri sarà più complessa, no?, e ci sarà più tempo da parte dell’avversario per intervenire. Se un giocatore si allarga e invece deve stringere, allora devi fare delle simulazioni di partita, devi, capendo quello che non sta venendo fuori, fare delle esercitazioni, ma devi poi rifare la stessa esercitazione bene, benino, male, malissimo, è come suonare non so Volare, un’orchestra la può suonare benissimo, malissimo, però è sempre Volare”.

Ma quindi adesso comunque il suo metodo è diventato la norma, se hanno preso lei.

In Italia c’è un grande problema. Purtroppo le squadre sono meno lineari di quanto fosse la torre di Babele. Perché quando andavo in un club cercavo di mandarne via il più possibile? Perché quando arrivi trovi che negli ultimi cinque anni ci son stati cinque allenatori diversi quando non son stati otto, dieci, e ognuno ha portato dei giocatori suoi che erano adatti per il suo gioco e quindi che non son funzionali al progetto.

Van Basten mi chiedeva sempre “ma perché noi dobbiamo vincere e convincere quando agli altri basta solo vincere?” e io dicevo “tu vedi la gente come si diverte”. Io arrivai che avevamo 33.000 abbonati, mi pare che il secondo anno avevamo qualche cosa come 60.000, dico: “Noi ci dobbiamo divertire per una proprietà transitiva, così riusciamo a far divertire il pubblico”. World Soccer, che è la bibbia del calcio mondiale, attraverso i suoi esperti due o tre anni fa stilò l’elenco delle squadre più belle di tutti i tempi e misero al primo posto il Brasile del ’70, al secondo posto l’Ungheria del ’53, al terzo posto l’Olanda del ’74, al quarto posto, e prima squadra di club, il Milan dell’89, e allora quando ci siam trovati non molto tempo fa per una partita che facemmo qui a San Siro, gli dissi: “Hai capito perché bisognava vincere e convincere?” Per me una vittoria senza merito non è una vittoria: adesso ai giovani dico vale più della vittoria il modo in cui la si ottiene. Perché questo non è un paese per giovani? Perché noi non giochiamo un calcio per giovani, perché giochiamo un calcio difensivo. Secondo lei i giovani sono capaci più a rompere o a costruire?

Giochiamo un calcio individuale, specialistico, giochiamo un calcio di trucchi, di mestieranti. I giovani hanno bisogno di giocare un calcio d’attacco, di generosità, dove sbagliano molto ma creano anche molto, un calcio fatto di entusiasmi e hanno bisogno di avere un filo conduttore che è il gioco. Se lei facesse l’allenatore e non fosse sicuro del suo lavoro andrebbe a prendere dei giocatori giovani?, o dei giocatori esperti che saprebbero completare quello che lei non sa? Se fosse sicuro del suo lavoro, andrebbe a prendere dei giocatori giovani che sa che sono più recettivi, con una capacità di apprendimento maggiore, una generosità maggiore, con un’energia maggiore, con un entusiasmo maggiore. Non ci sarebbe storia. Allora lei vede si capisce subito chi è più allenatore e chi è più gestore, chi è più allenatore è chi ha delle grandi idee e va sui giovani.

Se ha delle grandi idee ci deve lavorare ossessivamente.

Nell’89 andammo a Tokyo, vincemmo la coppia intercontinentale, in tre quattro mesi avevamo vinto tutto, ma non mi era piaciuta la partita, festeggiavamo, facemmo una cena a metà della cena dissi con i collaboratori: “Finita la cena ci riuniamo che voglio parlar con voi”. Sapevo che non era il momento però avevo fretta. Uno mi disse: “Dai, Arrigo, prendiamoci una sera di riposo”, e io risposi: “Sì, così gli altri ci superano”. In questa ossessione, che Pavese un giorno definii ossessione arte, questa ossessione è quella che ti brucia e la stessa che ha bruciato e sta bruciando il mio amico Guardiola, è quella che ti permette di fare qualche cosa che altrimenti non sarebbe possibile fare.

A proposito di Guardiola come funzionano i rapporti tra i grandi allenatori, lui è venuto a chiederle consigli?

Noi siamo amici da sempre, lui ama il calcio quindi gli piace parlare di calcio e quando io facevo delle conferenze in Spagna un paio di volte l’ho visto che veniva, poi parlavamo, ci trovavamo. E un giorno mi chiese: “Arrigo, dai, dimmi un nome di un difensore per iniziare il gioco”. “Guarda, questa è una richiesta che in Italia non me l’ha mai fatta nessuno perché da noi il difensore deve rompere, non costruire”. I difensori nostri per farli venir su, loro son cento anni che vedono che non torna nessuno, per far ritornare gli attaccanti che son cento anni che non ritornano… Il Barcellona è diventato grande pur mettendo via dei giocatori individualmente fenomenali, Ronaldinho, Deco, Ibrahimovic e sostituendoli con emeriti sconosciuti o con dei giocatori normali come Villa e uno dice ma com’è possibile? Anche l’Argentina ha Messi, ma quanto serve il Barcellona a Messi se con l’Argentina fino adesso ha sempre deluso?

Guardiola che domande le faceva?

Si parlava… e quando prese Ibrahimovic gli dissi: “Hai preso un bravissimo giocatore ma che conosce la sua musica e vuol cantare la sua musica”.

E lui che disse?

Mi spiegò i movimenti che gli chiedeva, però dopo ha visto com’è andata a finire… Voleva un giocatore che attaccasse la profondità, voleva un giocatore che andasse dalla parte opposta. Noi abbiamo una cosa in comune. Io son stato al Milan quattro anni e andai via perché mi sembrava di esser ritornato all’epoca della scuola quando piuttosto che andare a scuola mi sarei fermato a zappare la terra con i contadini perché non ce la facevo più dallo stress e Guardiola adesso sta vivendo la stessa situazione, io spero lui riprenda perché è un genio del calcio e non so se riprenderà però me lo auguro, m’ha telefonato un mese fa, ci siam parlati per un paio d’ore e ha detto: “Fra poco devo smettere anche con lei perché mi brucia l’orecchio”. Adesso lui va via, va lontano, va in un altro continente, e non so se riprenderà, mi dispiacerebbe…

Allenare la nazionale è meno stressante?

La nazionale… Ha presente un eunuco in un harem con delle belle donne? Ecco, la nazionale è questa, dove diventi un teorico. Io non ho mai detto che un giocatore della nazionale è un mio giocatore, perché non era un mio giocatore. Io sono testardo, anche lì io ho cercato di dare un gioco,  agevolato dal fatto che avevo convocato specialmente nella prima parte parecchi giocatori che erano stati al Milan. Arrivammo secondi al mondiale [USA ’94, NdR] e fu un capolavoro quello, veramente, di volontà, di impegno, e arriviamo alla finale in un ambiente non consono a noi perché giocando noi un calcio in velocità a quelle temperature era problematico, però c’era una straordinaria volontà, un gruppo molto coeso, determinato, è come sempre poi, quando c’è il gioco non è che se ne avvantaggiano in maniera uguale, chi ha più attitudine se ne avvantaggia ancora di più…

Attitudine a cosa?

Baggio le sue migliori partite le ha fatte con la nazionale più che nei club. Baggio ricordo che quando lo chiamai lui stava andando male con la Juventus tanto che ero andato a vederlo a Genova e davanti a me c’era l’avvocato Agnelli, nell’intervallo parlavamo, e gli dissi: “Ma Avvocato, chi è dei suoi che è in forma?” E lui sa cosa mi disse? “I tre tedeschi”, per dirmi che non c’era nessuno in forma… Io a Baggio dissi: “Guarda, ti chiamo, non so se ti farò giocare però t’ho chiamato perché ho fiducia”. E lui fu bravissimo devo dire finché io lo sostituì in una partita, una partita drammatica per noi perché avendo perso la prima se perdevamo pure la seconda tornavamo subito a casa, ci trovammo dopo dieci minuti in una situazione di 38 gradi a dover giocare tutta una partita in dieci contro undici e io presi la decisione più difficile, quella meno ovvia, di togliere il giocatore più famoso che avevamo e lui in quel momento capì che io non ero l’allenatore suo, ero l’allenatore di tutti. Fu molto bravo con noi, da noi giocava come secondo attaccante, dove cercavamo di utilizzarlo nel migliore dei modi, avendo un attaccante che gli aprisse gli spazi, che andasse più di lui in profondità in modo che lui potesse andare a raccogliere la palla incontro o di fianco, cercammo d’avere più gioco noi degli altri, io avevo una statistica dei palloni che lui toccava mediamente nella squadra di club; dissi “Se tu ti muovi con la squadra, la toccherai due o tre volte in più” e così fu. Ci diede dei grandi risultati. Fu una fatica immane, il campionato del mondo è una cosa che ti distrugge e dove devi dar fondo a tutte le tue esperienze, conoscenze.

E non le veniva di cambiare sistema?

Ma io non avevo un sistema, io non ho un sistema. Ho il gioco del calcio, non ho sistema.

(Questa non è una domanda: è un bell’aneddoto sul denaro, saltato fuori in un punto del racconto, e mi pare una bella conclusione.)

Quando decisi di smettere di lavorare per far l’allenatore, io dissi con mio padre: “Ho capito che vivrò una vita sola e quindi devo viaggiare”, perché purtroppo morì mio fratello e dovetti io far la parte commerciale: “Devo viaggiare e non mi piace il lavoro, a me piace il calcio. Vivendo una vita sola dico smetto di lavorare e vado a fare l’allenatore”. Andai a fare l’allenatore al Cesena e il presidente mi disse “cosa vuole?” e io dissi “mi dia lei quello che vuole”, e lui disse: “No: poco, ma mi dica lei”, e prendevo di stipendio in un anno quello che a lavoro con mio padre io prendevo in un mese, e quando dovevo fare dei contratti all’inizio mi vergognavo sempre perché mi vergognavo di chiedere dei soldi per una cosa che mi piaceva così tanto, e quando mi son fatto pagare, e le assicuro che ho preso molto di meno di quanto avrei potuto… l’unica volta che ho preso davvero dei soldi fu il secondo anno al Milan. Dicevano che Berlusconi mi voleva mandare via e Biscardi disse che mi avrebbe mandato via il martedì. Galliani disse: “Ti vuol parlare il Presidente”, e andammo ad Ascoli. Lui entrò, mi abbracciò e disse: “Lei ha la fortuna che è il più bravo di tutti, però non posso tutti gli anni darle il doppio”, perché io avevo chiesto per il secondo anno il doppio del primo. Mi disse: “Perché vedi, Arrigo, ormai in campionato siamo staccati, e la Coppa dei Campioni son vent’anni che non la vinciamo”. Allora io dissi: “Guardi, Dottore, se non vinciamo la Coppia dei Campioni mi dà l’ingaggio che vuole lei, la cifra che mi ha proposto lei, però se la vinciamo quella differenza me la moltiplica per tre”. E così fu e devo dire che io ho una clip di lui che mi viene in campo ad abbracciare e lui ricordo che mi disse: “Non ho mai speso meglio i miei soldi”.

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Chi tifa Zeman non perde mai https://minimaetmoralia.it/sport/chi-tifa-zeman-non-perde-mai/ https://minimaetmoralia.it/sport/chi-tifa-zeman-non-perde-mai/#comments Fri, 08 Feb 2013 08:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12949 Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Messaggero.

“Il risultato è casuale. La prestazione no”. Nel 1998 un gruppo di amici aveva scelto questa frase per stampare la prima di una magnifica serie di magliette intitolate ZZ. Erano anni di felicità calcistica assoluta. Andavamo allo stadio a vedere un calcio stellare e a volte folle. Lontano dall’Olimpico, frequentavamo le sale dotate di maxischermo di una casa in collina sulla Nomentana dove era stato creato uno spazio intitolato “Zona Zeman”. Passavamo la settimana a considerare le possibilità di travolgenti successi e trionfi epocali. Ci emozionavamo per minuti di intensità agonistica mai vista prima. Una combinazione di numeri cominciò a creare rime con qualunque nostro desiderio. Quattrotretré, quattrotretré. Era come un mantra. Il calcio per me era rinato. Dopo anni di disinteresse e noia, undici giocatori mossi da una mano inconfondibile. Di nuovo un sogno da bambini. Una dimensione di felicità e speranza, fatta di ideali, bellezza, serietà, rigore. Vennero partite esaltanti e sconfitte da non dormirci la notte. Arrivò un divorzio che nessuno si aspettava. Eppoi dimenticammo.

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Messaggero.

“Il risultato è casuale. La prestazione no”. Nel 1998 un gruppo di amici aveva scelto questa frase per stampare la prima di una magnifica serie di magliette intitolate ZZ. Erano anni di felicità calcistica assoluta. Andavamo allo stadio a vedere un calcio stellare e a volte folle. Lontano dall’Olimpico, frequentavamo le sale dotate di maxischermo di una casa in collina sulla Nomentana dove era stato creato uno spazio intitolato “Zona Zeman”. Passavamo la settimana a considerare le possibilità di travolgenti successi e trionfi epocali. Ci emozionavamo per minuti di intensità agonistica mai vista prima. Una combinazione di numeri cominciò a creare rime con qualunque nostro desiderio. Quattrotretré, quattrotretré. Era come un mantra. Il calcio per me era rinato. Dopo anni di disinteresse e noia, undici giocatori mossi da una mano inconfondibile. Di nuovo un sogno da bambini. Una dimensione di felicità e speranza, fatta di ideali, bellezza, serietà, rigore. Vennero partite esaltanti e sconfitte da non dormirci la notte. Arrivò un divorzio che nessuno si aspettava. Eppoi dimenticammo.

Negli anni, molti di noi e molti come noi hanno continuato a seguire le gesta di quest’uomo diventato sigla: ZZ; trasformato in mantra: quattrotretré; incarnato in ideale: onestà. Dovunque fosse, in giro per il mondo a insegnare calcio, una musica suonava. La musica di chi sfida se stesso ogni giorno perché è la sfida ai propri limiti ciò che dà il senso più profondo a quella dimensione chiamata sport. Finché un giorno, più inaspettato di qualunque sorpresa natalizia, lo abbiamo visto tornare a Roma. Raccontare cosa sia stato in questi mesi, è difficile. Tornare allo stadio, per esempio. Qualcosa per me e i miei amici dimenticato da anni, e anzi precisamente dal 17 giugno del 2001 quando un biglietto falso comprato a peso d’oro ci spinse sulla tribuna Tevere del terzo scudetto della Roma. Ma cos’era quello scudetto in confronto al sogno di un trionfo con ZZ? E così eccolo, il vero sogno.

Avevamo stabilito ogni cosa con cura. Innanzitutto quella che è la passione di ogni più funambolico romanista: la Coppa Italia. La decima. La coccarda d’oro sul petto. Quella sì che si doveva raggiungere con ZZ. Intanto la squadra prendeva forma, sfornava campioncini adolescenti, riplasmava campioni, consacrava la definitiva resurrezione del più grande Capitano di sempre. Via via si tentava di creare bellezza e salire in classifica verso i trampolini europei. Chi non ci credeva di noi? Sere a affannarci. Numeri, piani, progetti. Mattine di ansia dopo gli insuccessi. Dolore dopo rimonte intollerabili. E felicità assoluta per quei minuti da squadra perfetta. Dio, sì, quei 25 minuti contro l’Udinese! Zemanlandia era tornata. O stava tornando. Certo, mica ci si mette poco a realizzare i sogni. Ma non era questa la città del grande Progetto? E così ecco anche le partite intere. Roma-Fiorentina 4-2. Eravamo in curva nord, 95 minuti in piedi a cantare. Eppoi Roma-Milan, due giorni prima di Natale, il vero regalo. Ancora 4-2. Tre gol secchi in mezz’ora. Distinti sud. L’Olimpico in coro che pareva una festa destinata a non finire mai più.

Quel che è venuto dopo, è inutile raccontarlo. Una strana partenza per l’America tra Topolino, Minnie e Pippo a celebrare il sole caldo di Orlando. Una partita all’assalto della porta del Napoli, mentre Cavani castigava la porta della Roma, una all’assalto della porta del Catania, di nuovo invano. Fino a un epilogo dirigenziale di rara pochezza. Ma non possiamo parlare di ciò che non è in nostro potere. Ce lo ha insegnato ZZ. Che con il suo spirito di sfida perenne ha tentato di resistere oltre ogni ragionevole possibilità. Adesso c’è chi ripete la solita tiritera sugli sportivi vincenti e quelli perdenti. Come se Menelao e Antiloco non avessero entrambi perso la prima e più famosa fra le gare cantate nel poema che ha dato origine alla letteratura occidentale: l’Iliade. Secondo e terzo, arrivarono i due eroi nella gara di cavalli indetta da Achille. Si contesero i premi, litigarono, persero entrambi e entrambi vinsero, perché di essi Omero volle parlare assegnando alle loro gesta agonistiche una gloria immortale. E sarebbe facile ora scommettere sulla gloria e la fama, nell’arco anche di un solo secolo, di ZZ, mentre innumerevoli presunti vincenti di oggi saranno invece persi nell’oblio. Ma ancora una volta è inutile parlare di ciò che non è in nostro potere.

Di una cosa soltanto possiamo parlare ringraziando di nuovo questo grande maestro di sport. Della disponibilità al rischio, a mettere tutto in gioco, a non temere il fallimento. Un atteggiamento rarissimo, oggi. Che in ZZ è legge. Scommettere su se stessi, sempre e fino alla fine. A volte vincere. A volte perdere. Ma senza timori. Una scelta di vita raccontata bene da un aneddoto in uno fra i più belli dei molti libri usciti su ZZ in questi mesi: Un marziano a Roma. Erano i primi tempi in città. ZZ arrivò in piscina. Totti, giovane e scanzonato, lo provocò: “A mister, gira voce che era un gran nuotatore. Scommettiamo diecimila a testa che nun le po’ fa’ tre vasche sott’acqua?” ZZ si liberò dall’accappatoio, posò la sigaretta, si rivolse a Tommasi: “Damiano raccogli soldi”. Un tuffo, la lentezza flemmatica dell’alligatore. Tre vasche intere sott’acqua. Poi subito fuori in tempo per riprendere la sigaretta ancora accesa e mormorare alla squadra: “Ci vediamo su gradoni”.

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Librai https://minimaetmoralia.it/libri/librai/ https://minimaetmoralia.it/libri/librai/#comments Sun, 23 Dec 2012 10:19:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12150 Da settembre Paolo Cognetti sta girando l'Italia per presentare Sofia si veste sempre di nero. Pubblichiamo un pezzo, uscito sul suo blog, in cui racconta alcuni dei librai che ha incontrato.

di Paolo Cognetti

Quella di Sansepolcro aveva fatto l’ostetrica per tutta la vita. Negli anni Settanta, a Firenze, aveva fondato un ambulatorio femminista, che promuoveva il parto in casa e aiutava le donne a praticarlo. Poi si era sposata, aveva avuto tre figli, si era trasferita lì con la famiglia. Anni dopo il marito e i figli se n’erano andati, lei invece aveva aperto una libreria con alcune ragazze più giovani. Mi disse che di quelle ragazze si sentiva un po’ la mamma. Che l’ostetrica e la libraia non le sembravano mestieri poi tanto diversi. Dei suoi figli parlava con orgoglio: uno stava cominciando a esercitare come medico pediatra, l’altra studiava diritto internazionale a Londra, il terzo aveva coltivato il sogno di fare il musicista e inseguendolo si era un po’ perduto.

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Da settembre Paolo Cognetti sta girando l’Italia per presentare Sofia si veste sempre di nero. Pubblichiamo un pezzo, uscito sul suo blog, in cui racconta alcuni dei librai che ha incontrato. (Immagine: Hanif Shoael.)

di Paolo Cognetti

(a R, angelo custode)

Quella di Sansepolcro aveva fatto l’ostetrica per tutta la vita. Negli anni Settanta, a Firenze, aveva fondato un ambulatorio femminista, che promuoveva il parto in casa e aiutava le donne a praticarlo. Poi si era sposata, aveva avuto tre figli, si era trasferita lì con la famiglia. Anni dopo il marito e i figli se n’erano andati, lei invece aveva aperto una libreria con alcune ragazze più giovani. Mi disse che di quelle ragazze si sentiva un po’ la mamma. Che l’ostetrica e la libraia non le sembravano mestieri poi tanto diversi. Dei suoi figli parlava con orgoglio: uno stava cominciando a esercitare come medico pediatra, l’altra studiava diritto internazionale a Londra, il terzo aveva coltivato il sogno di fare il musicista e inseguendolo si era un po’ perduto.

Quello di Foggia mi raccontò degli anni di Zeman, e del trio delle meraviglie Baiano-Signori-Rambaudi. Eravamo in macchina dall’aeroporto di Bari, cento chilometri sotto il diluvio. Mi disse che, per lui, quella era l’epoca del sogno, un tempo che non sai più se sia esistito davvero o l’abbia inventato tu dormendo; perché era un bambino, allora, e amava il calcio nel modo dei bambini, studiando a memoria i tabellini delle partite e gli albi d’oro. Ancora adesso ricordava ogni risultato, ogni formazione, ogni gol. L’ultimo era stato quello subito in casa con il Napoli, che aveva negato al Foggia l’ingresso in coppa Uefa e gli aveva spezzato il cuore. Tre rigori ci dovevano dare, mi disse scuotendo la testa. Poi si consolò raccontandomi di Kolivanov, genio incompreso.

Quello di Fermo era un anarchico, e in un angolo teneva due poltrone e po’ di vino. Gli piaceva offrire un bicchiere alla gente che si sedeva lì a sfogliare un libro. Era esuberante, litigioso e dedito ai vizi come capita spesso agli anarchici, non so ai librai. Nella sua stessa via, solo cinquanta metri più in là, gli avevano aperto una libreria di catena, e lui si rifiutava di passarci davanti: quando doveva andare in piazza prendeva un vicolo laterale e faceva un lungo giro. Si arrabbiò perché all’incontro vennero solo cinque persone. “Città di merda”, sibilò tra i denti, ma più tardi ammise che non l’avrebbe mai lasciata. Bevemmo il suo Rosso Piceno per tutta la sera, la mattina doveva accompagnarmi in stazione molto presto; lo salutai di fretta, col vino che mi picchiava in testa, sapendo che poi di quella fretta mi sarei pentito, correndo fuori dalla sua macchina per non perdere il treno.

Quello di Palermo mi portò al ristorante e voleva farmi assaggiare tutto. Siccome non potevo ordinare dieci piatti diversi, ognuno dei suoi amici ne ordinò uno e me ne offrì un boccone. Al tavolo di fronte c’erano tre camionisti svizzeri ubriachi: chiesero se stessimo celebrando un addio al celibato, forse perchè ci vedevano allegri o forse nella speranza di unirsi a noi. Il libraio disse di no, che ci eravamo appena conosciuti e stavamo festeggiando il nostro incontro. I camionisti capirono perfettamente. Per via dell’accento il libraio chiese se fossero tedeschi, e loro si offesero a morte. Dissero no, noi siamo normali. Avevano appena ordinato un giro di birre dopo il caffè, ma della normalità ognuno ha la sua idea, e non ci parve il caso di discuterne. Facemmo la pace brindando all’internazionalismo e all’amicizia tra i popoli.

Quello di Venezia aveva cominciato con una libreria di libri usati. Sgomberava le biblioteche dei morti, che i figli si vendevano per pochi soldi e certe volte senza sapere di dar via rarità preziose. Mi raccontò che a Venezia le cantine non esistono, esistono i solai; ed è lo stesso un problema tenere i libri all’asciutto. A un certo punto, oltre che ai libri usati, si era appassionato ai piccoli editori, e aveva cominciato a vendere anche loro. Di quelli grandi non ne voleva sapere. Entrava qualcuno a chiedergli un Einaudi, un Mondadori, e lui diceva mi spiace, non ce l’abbiamo. Si può ordinare?, domandavano quelli. No, diceva lui, non si può ordinare. Quella sera mi aveva fatto una sorpresa, esponendo in vetrina tutti i libri che avevo citato nel mio.

Quello di Ivrea mi raccontò di Adriano Olivetti, che si era messo in testa di far leggere gli operai. Per questo, mi disse, a Ivrea c’è il più alto rapporto librerie-abitanti, lo sapevo? Risposi che non lo sapevo. Anche lui prima faceva un altro lavoro, come tutti gli altri. Il venditore di qualcosa che si vendeva meglio dei libri. Disse che però a un certo punto si era accorto di non stare bene, e allora si era licenziato, usando la liquidazione per aprire la libreria; con cui non guadagnava quasi niente, se non la felicità che prima gli sfuggiva.

Quello di Pietrasanta voleva vendere anche gli e-book. Il suo amico cercava di spiegargli che non aveva senso, ma per lui un senso ce l’aveva eccome: uno viene qui con il suo coso, mi disse, il suo e-reader, mi chiede un libro e io glielo scarico dalla come si chiama, dalla chiavetta no? Tutti i librai discutevano di e-book fingendo di non preoccuparsene affatto, come si snobba l’annuncio di una catastrofe, la fine del mondo. Tutti disprezzavano i best-seller, e in particolare le loro sfumature, ma con i libri brutti ci campavano, mi dissero, a vendere solo libri belli non si arriva a fine mese. Quella di Torino per i libri brutti si era inventata questa cosa: aveva preso un tavolino e gli aveva segato una gamba a metà. I libri brutti li vendeva anche lei, ma li teneva lì sotto a reggere il tavolo. Mi chiese un elenco di titoli da esporre in vetrina per una settimana; io feci per lei una vetrina sui pirati.

Per qualche motivo le libraie erano spesso in due e piuttosto belle, i librai quasi sempre trasandati e soli. Quello di Bari faceva eccezione: secondo me assomigliava a Klaus Kinski, ma secondo i suoi amici a David Bowie, e secondo il cameriere cocainomane a Andy Warhol. Non riuscivamo a metterci d’accordo. La libreria l’aveva aperta da un mese: era specializzata in musica, fumetti, cinema, piccoli editori punk. Era un punk anche lui, magrissimo, capelli biondi ossigenati, abiti attillati e neri, un sorriso che ti faceva venir voglia di sorridere anche te. Le libraie di solito erano gentili, però dopo l’incontro tiravano giù la serranda e mi davano la buonanotte; i librai invece mi accompagnavano al ristorante e al bar. Parlavamo di calcio e letteratura. A volte pure di donne. Sentivo di capirli meglio, e loro capivano me. Le libraie mi facevano trovare sul tavolo un bicchiere d’acqua; i librai mi guardavano in faccia e mettevano il vino.

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Un ritratto di Paul Gascoigne https://minimaetmoralia.it/ritratti/ritratto-paul-gascoigne/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ritratto-paul-gascoigne/#comments Tue, 04 Dec 2012 16:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11830 Questo pezzo è uscito su Studio.

A vent'anni dal suo esordio in serie A Paul Gascoigne, uno dei maggiori talenti del calcio inglese, è tornato sotto la curva dei tifosi della Lazio con cui giocò per tre stagioni negli anni Novanta. Qui “Channel4” lo riprese festante “schiena arcata e braccia alzate” dopo il gol del pareggio nel derby. Fu proprio il passaggio di Gascoigne a Roma la molla che convinse nel 1992 il canale inglese a portare il calcio italiano in diretta tv in Inghilterra (venne prodotto anche un documentario "Gazza, Italian Job"). Quarantasette presenze e sei gol in tre anni travagliati sono assai pochi ma l'alta fedeltà dei tifosi per il mito Gascoigne si spiega con una frase: “immagina Balotelli e Robin Williams fusi insieme, era così in campo.” Inevitabile quindi il revival intorno al giocatore ma anche al suo dramma, perché da troppo tempo tra i tifosi c'è il timore di ricevere prima o poi una notizia fatale.

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Questo pezzo è uscito su Studio.

A vent’anni dal suo esordio in serie A Paul Gascoigne, uno dei maggiori talenti del calcio inglese, è tornato sotto la curva dei tifosi della Lazio con cui giocò per tre stagioni negli anni Novanta. Qui “Channel4” lo riprese festante “schiena arcata e braccia alzate” dopo il gol del pareggio nel derby. Fu proprio il passaggio di Gascoigne a Roma la molla che convinse nel 1992 il canale inglese a portare il calcio italiano in diretta tv in Inghilterra (venne prodotto anche un documentario “Gazza, Italian Job”). Quarantasette presenze e sei gol in tre anni travagliati sono assai pochi ma l’alta fedeltà dei tifosi per il mito Gascoigne si spiega con una frase: “immagina Balotelli e Robin Williams fusi insieme, era così in campo.” Inevitabile quindi il revival intorno al giocatore ma anche al suo dramma, perché da troppo tempo tra i tifosi c’è il timore di ricevere prima o poi una notizia fatale.

Delle foto del Daily Mail che celebra oggi l’eroe Gascoigne non stupisce l’aspetto diverso dall’immagine di venti anni fa, dimagrito, sciupato, il viso scavato, i capelli quasi a zero. Piuttosto meraviglia il sorriso ritrovato, la gioia. Perché dal momento del suo mesto ritiro dal calcio (2004), il giocatore autoproclamatosi buffone alla corte del pallone ha lasciato definitivamente il posto all’ubriaco con disturbi tipici della sindrome di Tourette. “Sun”, “Daily Star” e “Mirror” vanno a nozze con il continuo rehab. Da allora Gascoigne vive di promesse infrante e di tregue sotto osservazione. La più lunga di queste ultime gli ha dato in premio una serata romana.

Da ragazzino aveva talento ma non era un prodigio, “la falcata sbilenca, la corsa un po’ sporca”. Middlesbrough, Ipswich e Southampton lo scartarono anche per via del fisico. Al Newcastle, dove esordì in Premier a 18 anni, tutta quella ciccia non andava bene. Dimagrì, ma sul fisico robusto gli rimase quel volto per cui Agnelli lo definì “un soldato di ventura con la faccia da bambino”. Allegro, caciarone, in campo giocava sempre due volte, una per la squadra, l’altra per sé. Gli scherzi che combinava erano comiche da Mister Bean o Paperissima: abbracciava la bambola gonfiabile di un tifoso, nascondeva la palla sotto la maglia, ammoniva un arbitro, faceva la linguaccia durante l’inno, gavettoni e maschere, torte in faccia e siparietti. Come quando Vinnie Jones, lui sì davvero rissoso e senza gloria, gli strizzò gli attributi per reazione. Nonostante l’infanzia povera e difficile, Gascoigne non era il bullo delle cassanate. Non aveva la scorza dura del coatto, era un clown.

La generosità in campo e l’estrosità del personaggio mantengono ancora un credito verso il pubblico. Nel 1993 la rivista letteraria “Granta” gli dedicò la copertina e gran parte del numero di novembre, “un viaggio poco letterario e molto emotivo”, scrisse Cesare Fiumi sul “Corriere della Sera”. Bill Buford e Ian Hamilton orchestrarono il ritratto di “un Sansone irrequieto, sfacciato e fuoriclasse, un eroe di quelli che se non partecipa a una vittoria, la vittoria vale meno”, un personaggio fatto di oscenità e birra, vicino a Ken Loach e Shakespeare, affetto da una sindrome che lo rende capace di “lacrime nervose e interminabili in mondovisione che sotterrano un’ora di allegre boccacce” e “di ricevere come un bimbo dall’arbitro durante Lazio-Genoa un chewing gum in premio per aver smesso di protestare”. Quelli di “Granta” lo rivolevano indietro, al sicuro sui campi inglesi, la sola unica nursery capace di contenerlo.

Ma non è stato solo un clown. I vizi a cui ha ceduto si attribuiscono ai fantasisti belli e irrisolti. Fantasista Gascoigne non era, vestiva la maglia numero otto, non era un dieci indolente come i sudamericani. Era un centrocampista possente e veloce (ecco la sassata su punizione nella semifinale di Coppa di Lega del 1991, che piega le mani al vecchio leone Seaman), a cui piaceva segnare (25 reti col Newcastle, dieci nella Nazionale, 33 con gli Spurs), busto dritto e agile, ovviamente a modo suo: gomiti alti per sopravvivere alla seconda divisione inglese, dove a fine partita poteva mancare qualche dente al suo sorriso. A differenza dei suoi eccessi grossolani, Gazza è stato un giocatore molto tecnico, quasi classico. L’archivio fotografico di Getty Images racconta bene questa fisicità. Talento, potenza, eccessi e stranezze da “Cretinetti”: questa la dote che Gazza portava in Italia. Elton John lo sconsigliò: “Attento, vai nella tana del lupo”.

L’affetto verso Gascoigne è legato anche alla carriera infranta su due gravi infortuni alla gamba destra: i legamenti del ginocchio nel 1991 a Wembley (aveva già firmato con la Lazio ma non si risparmiò nella finale di coppa di Lega, entrò da difensore con un tackle su Gary Charles e crac), poi la tibia e il perone nel 1994 in allenamento a Roma per un contrasto con il giovane Nesta. Nello sconforto del 1991 sorge la domanda: e adesso chi la racconta più la storia del clown che piange?

La stampa sportiva italiana è stata spesso più vicina a Scrooge che a Oliver Twist, raccontando quasi con sadico piacere i fallimenti dei giocatori che non hanno reso come potevano, e allo stesso tempo gettando alle ortiche i dettagli che pure hanno fatto la differenza tra le storie interrotte. Dal “what if” al fallimento il passo è breve, la via più veloce per rinverdire pigramente una nostalgia e richiuderla dopo poche righe. Sono in molti gli ex grandi giocatori ad aver avuto bisogno più di un onesto biografo che di un avvocato in preda al fatalismo.

Non fece eccezione Gazza: già il suo esplosivo talento era per Mario Sconcerti “un rischio” che però “vale la pena” correre. Poi da infortunato per Gianni Mura era senza remore “una sòla di mercato, un giocatore da bar” (nonostante l’endorsement di Maradona). All’arrivo a Roma il “Corriere dello sport” regalò un poster con Gascoigne vestito da pagliaccio e sopra un “benvenuto” cubitale. Era il prezzo da pagare per il sottotitolo: “una conquista per la Lazio, un vanto per il campionato”.

Per un rutto in diretta a un microfono Rai viene difeso da Aldo Grasso, che parla del diritto all’“esecrabile flatulenza del figlio d’Albione” (tanto più che, da squalificato, Gascoigne non poteva comunque parlare): “Una volta i cronisti di Samarcanda, un’altra i redattori sportivi, un’altra ancora i corpi speciali della notizia; tutti a molestare vecchiette, tormentare clienti al ristorante, gettarsi sul neodisgraziato per la fatidica richiesta: Ha qualcosa da dirci? A volte qualcuno non ci sta, e si libera dai flati”. Sempre meglio che niente ma nulla a paragone con Karl Miller, il fondatore della “London Review of Books”, che dopo un gol al Cagliari nel 1994 trova le parole per descrivere così l’esultanza di Gascoigne paragonandolo a una statua dello Stadio dei Marmi: “Impetuoso e comico, formidabile e vulnerabile, trovatello e monello insieme, un testone e un petto muscoloso inversamente proporzionali all’aspetto fragile delle gambe, dello sguardo, del volto roseo, un corpo teso e dritto, un monolite fallico sotto il sole del Mediterraneo”.

In Nazionale non possono farne a meno da quando con Gascoigne a dirigere il traffico l’Inghilterra arriva quarta a Italia ’90, miglior piazzamento dal 1966: nella semifinale contro la Germania persa ai rigori, Gascoigne, diffidato, finirà in lacrime  dovendo saltare la finalina con l’Italia. Ma in patria quelle lacrime gli valsero il rispetto di una nazione. Nel 1996 agli europei del “football is coming home”, Gascoigne, capelli platinati alla Sick Boy di Trainspotting, fa impazzire Wembley contro la Scozia, poi guida l’Inghilterra verso una storica rivincita contro l’Olanda.

Nel 1997 a Roma l’Italia di Zola viene ridimensionata, un Gascoigne senza fronzoli detta legge: gli inglesi si qualificano per Francia ’98, l’Italia va allo spareggio. Il giocatore “pazzo come una spazzola” (definizione dell’ex ct Bobby Robson) non convince quello nuovo, Hoddle, che lo taglia dai 22.  Scelta tecnica (che non pagherà) o punizione per notte brava (ma non era solo), l’esclusione toglie a Gazza da sotto i piedi la terra per arginare i suoi eccessi. Distrugge la camera d’albergo in ritiro e dà di matto. Inizia così il suo declino psichico. Soltanto un anno prima aveva condotto i Rangers di Glasgow al nono titolo consecutivo, l’ultima grande annata prima di naufragare nelle serie minori e in inutili ingaggi tra Cina e Dubai.

Paradossalmente per la Lazio  nel 1992 doveva essere l’acquisto della solidità: la serie B oramai alle spalle, niente più debiti,  i conti in regola di Calleri e l’imminente passaggio a Cragnotti, la faccia seria di Zoff come allenatore, il burbero e severo uomo di sport che viene sedotto da Gazza fin dal ritiro. “Gascoigne non si faceva trovare, lo feci chiamare, lui arrivò a tavola nudo. Non nudo con gli slip e i calzini: proprio nudo! Dicendo: ‘Mister so che mi voleva parlare, non ho fatto in tempo a vestirmi’. Fece breccia anche nella maschera di cera di Zeman, lo voleva anche Ferguson che conosceva bene i debiti del Tottenham, e pare pure il Napoli per il dopo Maradona.

Nei 16 mesi di riabilitazione dopo il primo infortunio succede di tutto: in una rissa a Londra Gazza si rompe una rotula, fa fuggire il suo tutore, beve in continuazione. La Lazio vacilla più volte, vuole rassicurazioni, i tifosi aspettano. Viene a Roma due volte osannato da convalescente, impotenza & speranza. Alla fine Gascoigne debutta ma non è ancora al 100%. Gioca dieci partite senza segnare. Il 29 novembre al derby (di fronte a 73,504 spettatori) viene accolto rudemente e con sarcasmo dalla curva Sud, con striscioni che lo raffigurano in carrozzella e zoppo. Ha generosamente promesso un gol per farsi perdonare l’affetto ricevuto nell’attesa, ma sembra non arrivare arriva. Poi allo scadere raccoglie di testa in area una punizione di Signori e pareggia il gol di Giannini. Non scalcia le bandierine né mostra i muscoli né le  mani sulle orecchie: semplicemente si commuove. È una delle poche promesse mantenute da Gazza in Italia insieme alle gemme contro il Milan, il Torino e lo slalom vincente di Pescara, il gol che fa impazzire gli inglesi che lo seguono su Channel4. Nick Hornby was here.

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Del perché Zeman non è l’allenatore del movimento del calcio a cinque stelle https://minimaetmoralia.it/sport/del-perche-zeman-non-e-lallenatore-del-movimento-del-calcio-a-cinque-stelle/ https://minimaetmoralia.it/sport/del-perche-zeman-non-e-lallenatore-del-movimento-del-calcio-a-cinque-stelle/#comments Mon, 04 Jun 2012 09:14:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8244 Pubblichiamo un articolo di Stefano Ciavatta, uscito su Linkiesta, su Zeman.

di Stefano Ciavatta

L'ossessione Zeman non finisce mai: mentre è in procinto di tornare alla Roma dove lo aspettano come un salvatore della patria, la sua casa in Abruzzo viene svaligiata dai ladri. La festa a Pescara è finita? E perché tutto questo delirio di attenzioni? Per molti tifosi sulla barricata calcistica degli anni Novanta c'è stato solo Zeman, quello di cui l'Avvocato Agnelli disse perentorio “no, non lo prenderei, non mi piace come allena la squadra”. Il suo calcio sembra essere l'unico degno di stupore e idolatria. Nessuno infatti ha mai raccontato il Cagliari di Bruno Giorgi che arrivò a sorpresa alla semifinale di Coppa Uefa (1994) schierando a centrocampo Allegri. Neanche il Vicenza di Guidolin è stato mai celebrato eppure vinse la coppa Italia (1997) e venne sconfitto in semifinale di coppa delle Coppe dal Chelsea di Zola e Vialli.

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Pubblichiamo un articolo di Stefano Ciavatta, uscito su Linkiesta, su Zeman.

L’ossessione Zeman non finisce mai: mentre è in procinto di tornare alla Roma dove lo aspettano come un salvatore della patria, la sua casa in Abruzzo viene svaligiata dai ladri. La festa a Pescara è finita? E perché tutto questo delirio di attenzioni? Per molti tifosi sulla barricata calcistica degli anni Novanta c’è stato solo Zeman, quello di cui l’Avvocato Agnelli disse perentorio “no, non lo prenderei, non mi piace come allena la squadra”. Il suo calcio sembra essere l’unico degno di stupore e idolatria. Nessuno infatti ha mai raccontato il Cagliari di Bruno Giorgi che arrivò a sorpresa alla semifinale di Coppa Uefa (1994) schierando a centrocampo Allegri. Neanche il Vicenza di Guidolin è stato mai celebrato eppure vinse la coppa Italia (1997) e venne sconfitto in semifinale di coppa delle Coppe dal Chelsea di Zola e Vialli.

Rimosso anche il Parma di Nevio Scala vincitore della coppa delle Coppe (1993) e di quella Uefa (1995). Il carisma dell’allenatore boemo senza successi resiste invece al passare del tempo come un brand vintage, nonostante anni di esilio, fallimenti sparsi e quell’Italia juventina che non gli ha ancora perdonato le allusioni alle farmacie e ai muscoli di Vialli e Del Piero nell’intervista a “l’Espresso” nel 1998. Una battaglia che gli è costata la carriera ma che lo ha eletto a simbolo anti-Palazzo.

Con la risalita del Pescara in serie A, il partito trasversale di Zeman è tornato alla carica portando in dote molto più di un campionato cadetto appena vinto. Già pronta la definizione: “Zeman è il leader del movimento cinque stelle del calcio” (Ivan Zazzaroni, GQ). È davvero così? Nonostante il successo locale di Parma, lo scetticismo verso le capacità di Grillo come politico nazionale è ancora forte. È lo stesso elastico che accompagna Zeman dagli esordi. A differenza di Grillo però, che dopo Stalingrado ha dichiarato di sognare Berlino, Zeman ha già avuto l’esperienza della grande piazza dove le potenzialità si sono scontrate con pressioni ed esigenze molto forti. È accaduto a Roma, capitale che lo ha esaltato sulle panchine di Lazio e Roma ma poi lo ha consumato, divorato, infine cacciato. E che ora dopo più di dieci anni lo rivuole, sponda giallorossa, con lui che ammette: “è vero, la Roma mi fa vacillare”.

Eppure in barba agli anni di Roma è ancora Zemanlandia (1989-1994) il suo salvacondotto sportivo, la grande stagione di Foggia che è stata celebrata anche dal mondo della cultura con il doppio dvd pubblicato da minimum fax a cura di Giuseppe Sansonna, da una ospitata da Fazio a “Che tempo che fa” per mostrare il lato “dolce e tenero” al pubblico femminile, e infine dall’omaggio della copertina di “Alias”, il supplemento culturale del manifesto con una doppia pagina interna tutta dedicata al boemo. Si preferisce insomma ricordare l’immagine di uno Zeman riverito e osannato a Foggia, dove la vita del profeta in patria fu piuttosto facile – fatta di poche aspettative e tanto entusiasmo -, piuttosto che guardare con realismo a Roma dove l’allenatore ha mostrato le corde del suo credo. Peccato, perché oltre l’eterna promessa di gioco si scoprirebbe che i fallimenti non sono serviti a Zeman per correggere il tiro, semmai lo hanno convinto ad andare ancora più a fondo, per la sua strada. Anche questo fa parte del marchio Zeman, più filosofo che scienziato. Chissà come si sarebbe comportato Grillo al posto del boemo.

Alla Lazio lo volle Cragnotti nel 1994, primo torneo con i tre punti, un posto solo per la Champions. Zeman ritrova Signori, da due anni capocannoniere con 49 gol. Tutta la dote laziale è di livello: quarto posto, Zoff allenatore, 35mila abbonati. Gascoigne è ancora infortunato ma Casiraghi, Signori e Marchegiani sono vicecampioni del mondo. In azzurro finiscono anche Fuser, Rambaudi, Di Matteo, Negro, Favalli e Nesta (questi ultimi tre con Eriksson vinceranno scudetto e coppe). Boksic, Winter e Chamot sono nazionali titolari. Con Zeman Signori vince il terzo titolo di cannoniere, la Lazio segna 69 reti ed è record per il campionato. Otto gol alla Fiorentina, sette al suo Foggia, 5 a Padova e Napoli, tre a zero esterno alla Juve dopo 31 anni. Zeman stecca il derby d’andata per la felicità di Mazzone che esulta sotto la Sud, ma si riprende quello di ritorno. Alla fine ottiene un secondo posto ma a dieci punti dai bianconeri che hanno già ipotecato la vittoria da tempo. In Europa il Borussia lo ferma ai quarti. La Primavera che ha appena vinto lo scudetto gli darà Nesta titolare e Di Vaio in panchina.

L’anno dopo arriva terzo a 14 punti dal Milan, il 4 a zero con la Juve di Lippi all’ottava giornata inganna. Nelle coppe esce presto, non si scompone e continua a fumare davanti alle telecamere. L’infortunio di Marchegiani pesa molto, qualche dirigente vorrebbe Scala ma Zeman recupera nel finale e ha la meglio. Vince un derby grazie a Signori e per il quarto anno consecutivo la Lazio arriva sopra la Roma. Il monte ingaggi sale, Boksic (che accuserà Zeman per i carichi di preparazione) e Winter vogliono più soldi e vanno via. Arriva Nedved, Cragnotti fa annusare al boemo l’ipotesi Ronaldo. Zeman non batte ciglio, “Davanti siamo coperti…”, e continua a cavalcare la sua utopia.

È a fine ottobre del 1996 che si consuma lo strappo. La Little Big Horn di Zeman è Tenerife, ritorno di Coppa Uefa. Signori suggerisce di difendere lo zero a uno dell’andata e Zeman risponde: “Se Signori pensa questo è preoccupante”. Finisce che la Lazio ne fa tre ma il Tenerife cinque e passa il turno. Qualcuno parla di “immortale vulnerabilità” della Lazio zemaniana. Signori confessa: “Realizzati tre gol in trasferta, nessuna formazione al mondo si sarebbe fatta sbattere fuori”. Anche Fuser sbrotta: “Stavolta le colpe non sono dei giocatori, vanno cercate altrove. Pazzesco. E per quanto riguarda l’atteggiamento tattico, chiedete all’allenatore. Inutile alludere ad atleti svogliati, che non lo seguono negli allenamenti. Gli svogliati restano a casa, non si portano a Tenerife”.

Il 26 gennaio 1997 dopo una sconfitta interna contro il Bologna Zeman viene esonerato. “Senza Lazio sono un uomo distrutto, non sono mai stato peggio di così. Sono deluso, ma non da me stesso: alla Lazio ho dato sempre tutto quello che potevo dare. Avrò pure fatto qualche sbaglio: il principale è quello di non essere stato abbastanza convincente”. La Lazio in mano a Zoff risale dal dodicesimo al quarto posto, perdendo due partite in sedici incontri. Signori arriva a 105 gol. Ancora sopra la Roma. Ma la Lazio di Zeman è finita.

A sorpresa il 6 maggio del ’97 Franco Sensi convoca Zeman, dopo il no di Trapattoni. Il grande tradimento segue la grande delusione, il passaggio è un peccato di narcisismo: “Come dovrei sentirmi? Io non cambio, sono fatto sempre allo stesso modo. Credo nel lavoro. Credo nelle mie idee”. Promesse ai tifosi? “Nessuna”. Quando gli chiedono se in caso di scudetto smetterebbe di fumare, la risposta è “no”. Dopo gli anni di Mazzone e il fallimento Carlos Bianchi, a salvare la Roma dalla bassa classifica era stato richiamato addirittura Nils Liedholm. Poi la scelta del boemo. Anche tra i giallorossi ci sono otto futuri vincitori dello scudetto del 2001: Aldair, Cafu, Candela, Tommasi, Di Francesco, Totti, Delvecchio e Balbo.

Nonostante i 67 gol fatti, a Trigoria soffia aria di contestazione. È l’anno dello slogan “Franco Sensi bla bla bla”. La Roma è fuori dalle coppe ma arriva quarta, sopra la Lazio che vince la coppa Italia. Zeman riesce a perdere quattro derby in un anno, compresi quelli di coppa. Il primo della serie a novembre: Favalli espulso già dopo sette minuti ma Zeman non ne approfitta. Anche con la Roma in superiorità per più di un’ora finisce 3-1 per la Lazio. Al raddoppio di Casiraghi la curva Nord si ricorda di lui e lo sbeffeggia: “Facci un saluto, boemo, facci un saluto”. Al derby, al solito, dà poca importanza: “Non credo che questa sconfitta, per quanto pesante, azzeri tutto il lavoro svolto finora. Il problema, invece, è che molti la penseranno in questo modo”. Il “Pupone” Totti ha finalmente spazio e riceve la prima convocazione nella nazionale di Zoff. Più tardi rivelerà: “All’inizio tutti mi parlavano male di lui. Poi le cose cambiarono”.

Nel 1998 la contestazione va avanti, si accusa Sensi di non voler spendere. Alti e bassi, Zeman si difende: “Fate pure, parlate pure. Tanto ho capito una cosa. Quando la Roma vince, si dice che Zeman è cambiato; quando perde, Zeman è sempre lo stesso… Manca equilibrio, anche quando si valutano i giocatori di questa Roma: dopo una sconfitta sono delle schiappe, dopo una bella vittoria sono tutti Pelè”. A marzo contro il Bari cartellino rosso al portiere Konsel e Zeman toglie Balbo, migliore in campo, che lo insulta: “Sei un laziale figlio di puttana”. Anche il clan brasiliano è contro l’allenatore. Totti, Di Biagio e Tommasi restano fedeli. In tribuna si accusa Zeman di non saper gestire le gare. Riemergono i vizi delle tre stagioni laziali. In coppa Uefa arriva solo ai quarti. In estate arriva lo sconosciuto argentino Bartelt per 13 miliardi, sfuma Trezeguet. In precedenza, soffiato Stankovic dalla Lazio, era arrivato Tomic, “più lento di un cespuglio” secondo la curva Sud.

Poi Zeman fa esplodere la bomba doping: a luglio qualche accenno sul Messaggero, ad agosto vuota il sacco al’Espresso. Una vicenda che si trascinerà dietro per un anno intero e che per Zeman condizionerà tutto il resto della carriera con gli esoneri di Napoli, Salernitana e Lecce, e i mancati ingaggi con Bologna e Palermo. Secondo Zeman è tutta colpa di Moggi. La Roma arriva sesta, ma che fatica. Sensi protesta per due rigori contro a Udine, è guerra contro il Palazzo. Il capo degli arbitri Gonella assicura che anche secondo la moglie il rigore c’era. Zeman incalza: “Per mia moglie invece non c’era”. L’incubo di Tenerife ritorna in casa contro l’Inter allenata da Roy Hodgson, quarto allenatore in un anno dopo gli esoneri di Simoni, Lucescu e Castellini. Prima della gara Zeman confessa: “Perdiamo. Anziché allenarsi, in questa settimana, i miei giocatori pensavano solo ad andare in sede per parlare del loro futuro”. La Roma va sotto di due gol, chiude il primo tempo 3-1. Poi pareggia 3-3 e riacciuffa anche il quarto gol dell’Inter. Ma Simeone all’ultimo fissa il punteggio sul 4-5. Zeman si sfoga: “Mi hanno dato del coglione. Alla fine di una partita con otto gol, gli altri erano tutti fenomeni. Da ridere”.

A ridere a fine stagione non è Zeman. Sensi se ne sbarazza in malo modo, arriva Capello e il presidente della Roma rinnega l’indipendenza del boemo: “Il nuovo mister ha la personalità vincente e riceve più rispetto da parte del Palazzo. Noi crediamo molto nei benefici determinati dal suo avvento”. Franco Melli, cronista laziale innamorato del boemo, commenta sconsolato sul Corriere della Sera: “Sensi, Liedholm e gli altri dirigenti tradiscono improvvise emozioni. Si brinda a champagne. Dell’utopia passata, non resta traccia”. Il Corriere dello Sport saluta Zeman con una pagina intera pagata dai giornalisti. È finita un’epoca.

A ottobre ’99 Zeman racconterà così l’esonero in un’intervista: “Quando sono stato esonerato dalla Lazio c’era una ragione. Un allenatore che non vince si cambia. Con la Roma no. I risultati mi davano ragione. Sensi in estate, prima di salutarci, mi aveva detto di lasciar perdere con l’Italia, un paese in cui non potevo allenare per un po’. Ma poi in Italia non mi aveva contattato nessuno. Avevo rifiutato anche il Barcellona per restare alla Roma. Ma non ho rimpianti”. Alla domanda se sia davvero un allenatore tanto scomodo Zeman risponde: “Bisogna vedere per chi. A tanti ho fatto comodo”. A molti tifosi pure, compresi quelli che lo reclamano oggi a Roma.

È dunque ancora febbre Zeman, usata per esorcizzare parecchi vuoti (il progetto Luis Enrique fallito, la prima stagione fuori dalle coppe dopo 15 anni, la società costretta a un aumento di capitale di 50 milioni di euro, la supremazia cittadina a sfavore dal 2011) e riempirli con un personaggio feticcio, la cui unica garanzia rimane però la fedeltà a se stesso e non ai tifosi. Una dote che nelle stagioni anonime seguite alla cacciata da Roma, ha fatto diventare definitivamente Zeman un mito, proprio perché sconfitto e allontanato dal calcio che conta. Un mito che si è alimentato episodicamente con l’amarcord di Zemanlandia e più in generale con l’elezione a spartano antidoto all’industria del pallone. Quindi, complice l’ultimo campionato a Pescara, non a caso lontano dalle grandi piazze, la filosofia di Zeman è diventata per estensione un principio quasi politico, ovviamente anti-casta, da riportare in serie A.

C’è chi aggiunge infatti che Zeman è “l’allenatore del popolo incazzato”, l’uomo giusto “per un mondo del calcio senza soldi e con gli stadi vuoti”. Però è anche vero che si allena una squadra per volta. E fuori da Pescara come da Foggia, ancora una volta i tifosi chiederanno a Zeman di andare oltre l’essere il silenzioso outsider di un mondo cialtrone e corrotto. Gli chiederanno di vincere. Un po’ come se Grillo si candidasse a Milano, o a Palazzo Chigi. Non basterebbe più convincere gli aficionados del blog. Per ora da Pescara Zeman ha già avvisato tutti: “Io qui sto bene. Ma se qualcuno vuole farsi del male…”

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Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Sansonna, uscito su «Alias», sulla promozione in serie A del Pescara di Zeman.

di Giuseppe Sansonna

Gli enfants terribles del Pescara lo artigliano e lo scagliano in aria, riagguantandolo euforici. Zeman non oppone resistenza, rassegnato all’affetto selvaggio dei suoi. Conquistare la serie A rende lecito ogni eccesso. Si può persino lasciar scorrere due lacrime pesanti sul fitto reticolo di rughe, pudicamente diluite nella pioggia. Commoventi come il cedimento emotivo di un androide, di un replicante sensibile come Rutger Hauer, mentre i bagliori elettrici di Marassi e il cielo di piombo completano il set da Blade runner.

“Piango per Franco Mancini, perché non è qui a festeggiare con noi una vittoria anche sua”. Mancio, il figlio materano, che irradiava carisma tra i pali e in un’area smisurata, dilatata dalle strategie boeme ai limiti del centrocampo. Una stella fissa, nelle mappe zemaniane. Ogni portiere doveva somigliargli, se lui in persona era indisponibile. È morto a fine marzo, per un infarto assurdo, a quarantatre anni. Stava acuendo i riflessi ed esorcizzando le paure dei nuovi portieri zemaniani, Anania, Ragni e Cattenari. Vent’anni fa era l’estremo difensore del Foggia, la prima Zemanlandia, approdata in serie A a suon di gol e verticalizzazioni estreme. Trainata dal trio puntuto, Baiano, Signori e Rambaudi. All’epoca le stelle dell’attuale Pescara, Verratti, Insigne e Immobile,  vagivano in neonatologia o brancolavano ignari nel liquido amniotico. “Più che un padre, sono diventato un nonno”, sorride guardandoli. Tra la promozione foggiana e quella odierna, vent’anni in chiaroscuro. Nessun altro campionato vinto, sentenziano gli aridi almanacchi. La costante bellezza del gioco non gli è bastata a schivare addii e rimpianti.

L’avversità al doping e ai poteri nemmeno tanto occulti del calcio consegnerà Zeman ad un graduale esilio, ai silenzi ovattati dei campi da golf. “Ho cambiato erba” raccontava a se stesso negli ultimi anni, con ironia obliqua, picchiando forte sulle palline bianche. Partite alternate alle mattine passate al bar di Collina Fleming, “Il mio ufficio”,  macinando sigarette e giornali sportivi. Onnisciente come sempre, a livelli di Rischiatutto, persino sui campionati minori. In vista di un ingaggio ventilato dalla stampa, ma perennemente destinato a sfumare. Finché, nel 2010, il Foggia non si ripresenta nel suo destino. Annunciato, come un tempo, dalla napoletanità suadente di  Don Pasquale Casillo. Tornato in possesso della squadra rossonera, nel frattempo sprofondata in Lega Pro e deciso come John Belushi a rimettere insieme la banda, superate le traversie giudiziarie.  Zeman, prossimo ai sessantaquatro anni, sente che è l’ultima fiche, prima del definitivo oblio. Accetta, ma l’incanto dura pochi mesi. I ventenni a disposizione sono quasi tutti in prestito, raccolti con un budget di diecimila euro. “Non si sentivano tatuata addosso la maglia del Foggia” constata Zeman.

Il suo nuovo Foggia gioca un buon calcio, segna gol a raffica, ma perde alcune partite chiave. Nel finale la squadra si sfalda, mancando l’obiettivo dei play off. Per Zeman, un fallimento relativo: ha mostrato di non essere un anacronismo vivente, di produrre un calcio ancora pieno di senso. Se ne accorge De Cecco,  re della pasta, patron di un Pescara ancora nostalgico dell’effervescenza di Galeone. Da lui Zeman pretende un premio promozione solo per la volata diretta in serie A, eludendo la grana dei play off . Altra condizione, una casa sulla riviera Nord, con vista sui palmizi, sui lidi in serie e su quel lungomare dove i pescaresi corrono a frotte dalle prime luci dell’alba: “Si allenano duro, eppure nessuno li paga” constata fumando dal suo balcone. E pensa al mare di Mondello, che lo stregò nel 1969. Lenendogli la nostalgia di Praga e convincendolo a farsi adottare da zio Cesto Vycpalek. Nessuno in città gli chiede la promozione diretta, ma tutti la sognano, dopo anni di purgatorio. Zeman la ottiene al primo colpo, in un’annata romanzesca. Piena di euforia e di dolori. La squadra lo segue da subito, dando vita ad un gioco vertiginoso. Un folgorante filotto di vittorie viene spezzato dalla piaga biblica della neve, inedita a queste latitudini, che lo costringe a impugnare la vanga per liberare la pista atletica.

La morte di Mancini è poi una pugnalata crudele, inattesa. Seguita dall’agonia in campo di Morosini, a due passi dalla sua panchina. Traumi e ferite finiscono però col cementare il gruppo. In questa sera di fine maggio, sul prato fradicio di Marassi, il suo Pescara cancella la Sampdoria e sale in Paradiso. Romero, il portiere blucerchiato, è da incubo, come il suo omonimo creatore di zombie. Ne approfittano Caprari e Immobile. Poi il ragazzo romano si ripete, nel secondo tempo, con un gol d’autore, su lancio vellutato di Insigne. È il segnale: milioni di ghiandole lacrimali cedono, in ogni landa d’Italia,  in simultanea con quelle boeme. L’uomo di Praga torna dove gli spetta, senza aver mai rinunciato a se stesso. Ossessivo come una artista, ricercatore metodico dell’essenza pura del gioco, come Morandi cercava l’anima delle  bottiglie e Burri quella dei sacchi. Manda tutti in visibilio, inclusi i nemici più efferati. I complimenti più inattesi arrivano da Big Luciano. Li lancia dal suo scranno catodico “Ieri Moggi e domani”, mostra delle atrocità di Gold Tv,confortato dallo sguardo limpido dell’ex arbitro De Santis e dalla reliquia semovente di Pippo Franco. Zeman se li scrolla di dosso “Mi rovinano la giornata”. “Grande Pescara! E complimenti a Zeman che concquista un altra promozione. Dopo vent’anni” è il tweet di Gianluca Vialli. Una reazione scomposta, dall’ortografia incerta. Ancora bruciano le considerazioni boeme sulla lievitazione artificiale dei suoi polpacci. Ma  lui non è Moggi, il suo è uno sbuffo d’invidia più umano, meno protervo. È stato amato e non temuto, proprio come il Boemo. Vent’anni fa anche lui trionfava a Marassi e somigliava molto a quei ragazzini. Smilzo, ricciuto, felice. Allenato da un padre slavo come Boskov. Dalla parlata strana, quasi alla Zeman.

Nell’euforia generale, voci insistenti annunciano il ritorno trionfale del Boemo a Trigoria, tredici anni dopo,  in sostituzione dell’hombre vertical. “Er proggetto” riacquisterebbe fascino. A patto che questa volta lo si assecondi in tutto, a qualsiasi costo. Gli si comprino i giocatori che vuole, campioni o giovani promesse che siano, e li si costringa a massacrarsi sui gradoni, a seguirlo senza ostruzionismi. Se lo merita, ce lo meritiamo.

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Zeman e il flipper dei lillipuziani https://minimaetmoralia.it/sport/zeman-e-il-flipper-dei-lillipuziani/ https://minimaetmoralia.it/sport/zeman-e-il-flipper-dei-lillipuziani/#comments Wed, 09 Mar 2011 08:49:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3949 di Giuseppe Sansonna

Giuseppe Sansonna, autore del documentario Zemanlandia, sta seguendo il campionato di Zeman col Foggia in Lega Pro. L’intento è quello di realizzare un secondo documentario per raccontare il calcio lontano dai riflettori. Intanto, questa cronaca è stata pubblicata recentemente sul Manifesto.

Ti chiami Corona e per molti tifosi sei Re Giorgio, in omaggio a una carriera da sovrano nomade dell’area di rigore. Stagioni volate via troppo in fretta, a troneggiare sui campi di provincia, rimpinguando i magri compensi con serate da cameriere.

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di Giuseppe Sansonna

Giuseppe Sansonna, autore del documentario Zemanlandia, sta seguendo il campionato di Zeman col Foggia in Lega Pro. L’intento è quello di realizzare un secondo documentario per raccontare il calcio lontano dai riflettori. Intanto, questa cronaca è stata pubblicata recentemente sul Manifesto.

Ti chiami Corona e per molti tifosi sei Re Giorgio, in omaggio a una carriera da sovrano nomade dell’area di rigore. Stagioni volate via troppo in fretta, a troneggiare sui campi di provincia, rimpinguando i magri compensi con serate da cameriere. Fisico da corazziere, classe intermittente, in bilico tra Ibraimovic e Riganò. Una serie A arpionata fuori tempo, ormai trentaduenne, con la maglia del Catania. E oggi che le primavere sono 37, conduci la Juve Stabia all’assalto del feudo zemaniano. Esibisci una chioma fluente e ramata, lustra d’olio, da bagnino erotomane. Ma il fiato è corto e il passo pesante. Le zampate non graffiano. I gialloblù stabiesi, nel bestiario calcistico, hanno fama di vespe. Ma oggi, a sciamarti intorno, sono i puledri scatenati di Zemanlandia. Sembri un Gulliver stremato, stritolato dalle corde dei frenetici lillipuziani rossoneri. Da volpone consumato, cerchi di innervosire quei ventenni impudenti caricati a molla. Sputi, schiaffeggi, annaspi, provochi con mestiere questi ragazzini imberbi, che potrebbero essere tuoi figli. Che non ci cascano e ti lasciano solo nel tunnel, tra primo e secondo tempo, a urlare la tua frustrazione. «Non scende nessuno?», gridi al vuoto, pazzo come il tuo omonimo sovrano d’Inghilterra.
I pupilli del boemo sono bravi ragazzi anacronistici, equidistanti da tronisti e ciellini. Come Vasco Regini, purosangue di Cesena, sorriso aperto da garibaldino romagnolo, ultimo dei pendolini inventati da Zeman. Terzino votato all’attacco, ara incessantemente la fascia sinistra. Si procura un rigore, fa espellere uno stabiese. Deposita, dopo l’ennesimo affondo, una palla zuccherata sui piedi di Sau. Ma è tutto il flipper che funziona con tempi da nuoto sincronizzato. Il principe polacco Salomon, perno della giostra, sradica palloni con grazia e apre il gioco sulle fasce. Regolare come un metronomo, innesca frenetiche sovrapposizioni, dettando i tempi dell’assalto incessante alla porta avversaria. Movimenti calcolati e destabilizzanti che collocano persino il centrale difensivo Romagnoli al cospetto del portiere vesuviano. Dandogli il tempo di guardarlo negli occhi, prima di trafiggerlo con un destro da centravanti. Insigne corona il trionfo con una doppietta da fuoriclasse, confermandosi capocannoniere del torneo. «Ai giocatori ci piace attaccare. Non ci piace difendere», è un vecchio adagio zemaniano. Sussurrato in italiano sghembo appreso a Palermo, negli anni sessanta, appena arrivato in Italia. Oggi il Mister gongola muto, mentre guarda i satanelli fagocitare il suo spartito, segnare quattro gol e sbagliarne otto, correre a perdifiato fino all’ultimo minuto. Polverizzano una squadra che li sovrasta in classifica. Percepiti dagli avversari sfiatati come un’allucinazione sfocata, tra i peana del pubblico di casa. Un match utile a cancellare le recenti stecche: una vittoria acquisita gettata alle ortiche nel gelo di Foligno e una disfida amara con gli odiati cugini barlettani, persa tra le mura amiche, paralizzati dalla paura.
Dopo il 4-1 finale Zeman, soprabito nero e cravatta in tinta alla Lee Van Cleef , si manifesta in sala stampa. C´è chi scova il pelo nell’uovo del trionfo, sottolineando l’ennesimo gol incassato su calcio piazzato. Zeman sfiata un lungo sospiro e oppone un’accorata disamina. «Non abbiamo giganti. In settimana ho provato annaffiare Sau, Insigne e Farias. Ma non mi si allungano». Qualche giorno dopo, in allenamento, occhi indiscreti hanno colto Insigne intento a misurarsi con i pupazzi di plastica da finta barriera. Registrandosi, malinconicamente, più basso anche delle sagome. Il sabato successivo il clan rossonero parte per la Versilia. I play off sono tornati nel mirino. Con il Viareggio occorre confermarsi, emanciparsi dai trionfi estemporanei e illusori. Come in una visione di Bela Tarr, il pullman rossonero scivola sul lungomare viareggino, lambendo immensi cetacei semoventi di cartapesta, indifferente al delirio dei figuranti variopinti. I foggiani doppiano indenni anche l’immenso scheletro giurassico di un Tyrannosaurus Rex, sormontato dalla testa ghignante del premier. Nonostante gli sforzi meritevoli degli autori la copia allegorica in cartapesta appare meno grottesca e più viva dell’originale in cerone e ossa. Ma nulla può turbare la quiete interiore dei satanellli. Il carnevale, quello vero, sta per esplodere al «Dei Pini», coreografato dagli enfants terribles rossoneri. Sugli spalti si registra l’ovvia assenza del divo locale, del Paul Newman da Bagaglino, alias Marcello Lippi. Avrà portato la sua spocchia e il suo sigaro a largo, nelle verdastre acque versilane. Si perderà lo spettacolo di arte varia di una squadra non sazia, che riprende l’assalto all’arma bianca interrotto sei giorni prima. Diego Farias, arruolato in inverno della legione zemaniana, si rivela un brasiliano essenziale, tagliente come un bisturi, sempre più accordato alle sinfonie boeme. Martella la difesa toscana, innesca due gol, gliene annullano uno per motivi ignoti.
Il periscopio Salamon svetta oblungo al centro del campo, come sempre. Zeman gli ha detto una volta: «Pensa a passare. Non tirare in porta. I registi non segnano». Il polacco ha assimilato il dogma e non tira mai. Ma su una torre di Romagnoli, ballonzolante in area, la tentazione si fa irresistibile. Il giovane Bartosz flette fiducioso il suo collo da giraffa pensante. Impatta il pallone, segna, ma non può sottrarsi alla sua nemesi. Ovvero alla ruvida carezza di una calzatura viareggina, che gli imprime i tacchetti sulla pallida fronte. Ma il fosforo è intatto e la veggenza da Vieira polacco inalterata. A tutto beneficio degli attaccanti. Insigne, il romarietto di Frattamaggiore, impazza, salta uomini, regala perle, getta lo scompiglio e trascina in alto l’amico Sau nella classifica cannonieri. Lo scugnizzo esuberante ha trovato una simbiosi ideale con l´accigliato bomber sardo, che sembra uscire dalla Orgosolo di De Seta. 27 gol in due, rapidi e minuti come furetti, stelle fisse del tridente. Tra i protagonisti del miglior attacco del calcio professionistico, 53 gol segnati in 24 partite. Anche Agodirin spiana il suo sorriso contagioso, dopo aver infilzato il portiere viareggino. Chiude i conti Moussa Kone, cotonatura crespa da blaxploitation , tra Shaft e Barbadillo. Sigla il 4-0 sulla linea di porta dopo l´ennesima girandola di triangolazioni.
Dopo un gennaio di passione, trascorso con quotidiane ascese sulla Scala Santa dei gradoni, i ragazzi sembrano illuminati dalla grazia del bel gioco. Abbandonando l´alta Toscana Zeman si imbosca, come sempre, sul fondo del pullman. Nel suo privè, circondato dagli amici fidati, s’immerge nella solita maratona itinerante di scala quaranta. Ripensa ai due poker consecutivi del suo Foggia e ai quindici gradi di Viareggio. Sarà il surriscaldamento globale oppure un anticipo di primavera, la sua stagione preferita, che sbrina i muscoli e accende i desideri. Quando i carri armati sovietici invasero Praga, congelandone i sussulti primaverili, il boemo ventenne si autoesiliò. Preferì svernare tra le zagare e le granite al gelso di Palermo. Accolto dallo zio Vykpalek, suo mito d’infanzia, allenatore dei rosanero e della Juve. Tornò a casa 25 anni dopo. Ma questi sono pensieri cupi, ricordi che feriscono ancora. Un passato da lasciare sepolto in fondo al cuore. Adesso c´è da giocarsi l´assalto ai play off. Dieci match da roulette russa, o dentro o fuori. E l’adrenalina, insospettabile, comincia a ribollire nelle vene di quel ragazzo di 64 anni.

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