Zidane Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zidane/ un blog di approfondimento culturale Sun, 09 Nov 2014 10:35:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Zidane Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zidane/ 32 32 Palloni di Samotracia https://minimaetmoralia.it/fiction/palloni-di-samotracia/ https://minimaetmoralia.it/fiction/palloni-di-samotracia/#respond Sun, 09 Nov 2014 10:35:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24283 Oggi Alessandro Del Piero compie quarant'anni. Pubblichiamo un racconto di Giordano Meacci uscito nel 2000 su Incandenza. Del Piero e i recenti attacchi apparsi sulla stampa indiana raccontati dal profeta Meacci con quattordici anni di anticipo. (Fonte immagine)

Sono nato a Calcutta nel ’99, a ottobre. Il ventinove di ottobre, se non mi sbaglio. Ho fatto il giro del mondo per arrivare qui. Non dico il giro con le tappe, le vele spiegate, le spiagge solitarie, le montagne, le giungle da turisti e tutto il resto; intendo un giro vero e proprio: uno solo. Da Calcutta a Rotterdam. In realtà non è che sono stato in viaggio da ottobre a stasera: da Calcutta a Rotterdam ci ho messo meno di una giornata. Ci hanno presi tutti, me, i miei fratelli, le mie sorelle (anche se non ho ben capito quali sono) e ci hanno caricati su un aereo della TWA. Sarà un mese che sono qui. Meno di un mese. Stasera è la gran sera. Fortunatamente non si sono accorti del piccolissimo sbrego che ho sulla mia faccia di cuoio (sono piccolo ma ho già la mia brava testa di cuoio: a vedermi con una pistola a tracolla magari non mi farebbero giocare, ma avrei un futuro come nuovo Callaghan; o nuovo Heston: anche alla sua faccia di cuoio piacciono le pistole). Tendo a divagare, ma – capitemi – è la mia salvezza. Me lo ricordo ancora quando mia madre – lei avrà avuto undici, dodici anni allora – mi cucì male l’ultimo pezzo di testa (la calotta inferiore, gli antipodi dove si potrebbe coltivare il pizzetto, per intenderci). Era sera tardi, ero l’ultimo pallone, non posso darle la colpa dello sbrego, non sarebbe riconoscente da parte mia. D’altronde è chiaro: quando si è ottantaquattro fratelli al giorno non è così ovvio avere per tutti la stessa cura. Non è mancanza d’amore. È mancanza di sonno. Quindi, s’è detto, divago per paura.

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Oggi Alessandro Del Piero compie quarant’anni. Pubblichiamo un racconto di Giordano Meacci uscito nel 2000 su Incandenza. Del Piero e i recenti attacchi apparsi sulla stampa indiana raccontati dal profeta Meacci con quattordici anni di anticipo. (Fonte immagine)

Sono nato a Calcutta nel ’99, a ottobre. Il ventinove di ottobre, se non mi sbaglio. Ho fatto il giro del mondo per arrivare qui. Non dico il giro con le tappe, le vele spiegate, le spiagge solitarie, le montagne, le giungle da turisti e tutto il resto; intendo un giro vero e proprio: uno solo. Da Calcutta a Rotterdam. In realtà non è che sono stato in viaggio da ottobre a stasera: da Calcutta a Rotterdam ci ho messo meno di una giornata. Ci hanno presi tutti, me, i miei fratelli, le mie sorelle (anche se non ho ben capito quali sono) e ci hanno caricati su un aereo della TWA. Sarà un mese che sono qui. Meno di un mese. Stasera è la gran sera. Fortunatamente non si sono accorti del piccolissimo sbrego che ho sulla mia faccia di cuoio (sono piccolo ma ho già la mia brava testa di cuoio: a vedermi con una pistola a tracolla magari non mi farebbero giocare, ma avrei un futuro come nuovo Callaghan; o nuovo Heston: anche alla sua faccia di cuoio piacciono le pistole). Tendo a divagare, ma – capitemi – è la mia salvezza. Me lo ricordo ancora quando mia madre – lei avrà avuto undici, dodici anni allora – mi cucì male l’ultimo pezzo di testa (la calotta inferiore, gli antipodi dove si potrebbe coltivare il pizzetto, per intenderci). Era sera tardi, ero l’ultimo pallone, non posso darle la colpa dello sbrego, non sarebbe riconoscente da parte mia. D’altronde è chiaro: quando si è ottantaquattro fratelli al giorno non è così ovvio avere per tutti la stessa cura. Non è mancanza d’amore. È mancanza di sonno. Quindi, s’è detto, divago per paura.

È la gran sera, stasera. Sono qui con un paio di palloni che non conosco; i miei fratelli hanno già giocato tutti, credo, io ero in un’altra cassa, nell’aereo. Anche se non è detto che io non sia invece l’unico a giocare di tutta la famiglia. Quando una famiglia è così numerosa alle volte non ci si ricorda neppure i nomi, si confondono i figli vivi con quelli morti. Figurarsi quando non si hanno neppure i nomi. Comunque, davvero, speriamo non si accorgano all’ultimo momento dello sbrego – che poi è uno sbreghino, una minuscola imperfezione in rilievo – io voglio giocare. Stasera è la gran sera, dicevo. La sera della finale. È bellissimo vedere da qui, dal bordo del campo, quanto si affannino i giocatori. Avanti e indietro, avanti e indietro, come se fosse la cosa più importante, non dico vincere, ma almeno andare avanti e indietro più velocemente di tutti gli altri. Il “grande Zidane”, nome da incantatori, da maghi e fattucchieri e ipnotizzatori di serpenti, per noi che viviamo dall’altra parte del mondo, non mi sembra un granché, stasera, sinceramente. Tutta la storia che lo precede, e poi mi fa questi passaggetti inconcludenti, si compiace di una stanchezza che non ha; ha solo deciso di lasciarsi portare dai compagni di squadra. Sta giocando malissimo. Solo un coglione potrebbe vedere in lui un giocatore da marcare, stasera. E l’allenatore dell’Italia è in gamba. Lui, sì. È scuro in volto. E ha delle rughe che gli fanno la faccia triste anche quando sorride. E ora mi sembra proprio, quasi che, sembra, quasi che, sì. Sì. Sorride. C’è un boato. Fatemi vedere. Sì. Ha segnato Delvecchio per l’Italia. Uno a zero. E io qui, a bordocampo, senza aver giocato nemmeno un minuto. Non sono mai partecipe delle cose importanti della mia vita. C’è un ammasso di giocatori in maglia bianca davanti a me. Sembrano tanti palloni in piramide. Il pubblico non la smette di urlare. Fa un certo effetto. E io che sto qui. La Francia è già in attacco e io sto ancora qui. Sempre al margine, dentro una rete bianca. Chissà le arie che si darà il pallone del gol. Soprattutto se sarà lui quello preso dall’arbitro. Che magari se lo porterà a casa, lo terrà come una reliquia da far vedere ai suoi figli, se ha figli. Vedo anche Del Piero, ora che ci faccio caso. È entrato anche lui, in qualche momento della partita, e io non me ne sono accorto. Lo vedo ora, affannato. Si raccontavano leggende, a casa mia, di questo ragazzo qua. Un’amica di mia madre si vantava di essere stata lei a cucire il pallone del gol di Tokyo del ’96. L’ho sentita, una sera, mentre già ero nel mucchio. “Dev’essere uno di quelli cuciti allo stabilimento tre o quattro anni fa… Dunque… Io ho quindici anni… Sì… Già c’ero… Sì, forse uno dei primi”, diceva l’amica di mia madre a mia madre. Quest’amica di mia madre è molto più vecchia di mia madre, e la tratta come una figlia. È un po’ mia nonna, in sostanza. E quindi mia nonna ha cucito un mio zio che è entrato in rete su tiro di Del Piero in Juventus-River Plate, nel ’96. È per questo che sono affezionato al ragazzo. Siamo parenti, in fondo. Anche se. Fischiano. Fallo laterale. S’è avvicinato di corsa il biondino in tuta che mi corre intorno da un’ora. Hanno mandato l’altro pallone in tribuna. Eccolo. Sì: calma. Mi ha preso, speriamo non veda lo sbreghino. Non l’ha visto. Mi ha lanciato in campo. Ballonzolo. Sì. Sì!

Finalmente ballonzolo e volo e saltello e rimbalzo e schizzo in mezzo al campo. Eccomi al centro. Thuram mi calcia verso l’area dell’Italia. Nesta, credo, mi recupera. E rilancia. È una cosa straordinaria. Ora io non so capire se questa è una sensazione che provano tutti i miei fratelli. Ma credetemi. Dopo mesi di buio, poco sonno in mucchi ammassati, tanfo di cantina e di stiva, dopo la prigione, e l’immobilità, essere presi a calci all’aria aperta da professionisti miliardari e famosissimi è magnifico. Di fronte a queste luci, il pubblico in festa che urla, tutto diventa più bello e facile. Correre è facile, saltare da un punto all’altro del campo è semplicissimo: basta lasciarsi andare e seguire gli angoli d’ombra dei fari sull’erba. Per la prima volta sono sotto i riflettori. E mi piace. Un passaggio rasoterra. Sto andando verso i piedi di Del Piero. Sì. Eccomi. Sono in area. Esce Barthez. Del Piero, lo vedo. Arriva prima lui. Sì. Vìa! No. No. No. Non mi fermo. Ho lisciato il palo. Il cartellone pubblicitario. Sto sfilando sul fondocampo. Un ragazzino con le lentiggini mi raccoglie. Non ci capisco più niente. Non sono entrato in rete. Dài bambino rimandami in campo. Dài bambino ti prego. No. No. Il bambino più in là ha dato un altro pallone a Barthez. Eccomi fuori di nuovo. Ha sbagliato un gol a due passi, il ragazzo. Mi ha preso di esterno. Un momento: non è che adesso danno la colpa allo sbrego, no? Perché lui mi ha preso proprio sulla cicatrice. Di sguincio. Sì però non l’avranno visto lo sbrego. O sì? Eccolo là, Del Piero, è come rintontito. Parla con Totti. Non so leggere sulle labbra. Non è che gli sta dicendo dello sbrego? Siamo mezzi parenti, non lo farà. Non so cosa si sono detti. Continuano a giocare. Certo che ci avevo creduto, però.

Che poi lo so come vanno queste cose. Ora cominceranno ad attaccarlo, a dire che non si poteva sbagliare, un gol così, nemmeno a mettercisi d’impegno. E la gente non ha memoria. Non si ricorda dei gol fatti, pensa sempre e solo a quelli che devono arrivare. E io lo so anche, o almeno, lo immagino, cosa vuol dire quando gli altri si aspettano qualcosa da te. Che tu non li deluda, mai. È che la soglia di delusione, per alcuni, è particolarmente bassa. Quando li hai abituati al meglio – che è peggiore del bene, si sa – è difficile che non ti stiano addosso, sempre. Dando per scontato che tu sia, sempre, il migliore. E quando questo non accade ti guardano, con quello sguardo rasserenato, come se non avessero fatto altro, per tutta la vita, che attendere quel momento lì. Per vederti cadere. Se non cadi, è scontato. Hai fatto esattamente quello che ci si aspettava da te, non c’è nemmeno da parlarne. Se cadi, sei un bluff. E io qui. A fondocampo. Senza neanche la possibilità di giocarmela, la partita. Questo dodicenne con le lentiggini (che mi potrebbe essere padre, a pensarci bene) non mi molla. Continuano a giocare con un altro pallone. Cosa dovrei pensare – a forza di star qui comincio a essere più consapevole di quello che penso, le cose si vedono meglio, con un padre di dodici anni che ti tiene in mano illuminato dai riflettori – cosa dovrei pensare, che hanno visto lo sbrego? Che daranno la colpa al mio sbrego, che l’ha fatto calciare male? Non mi sembra giusto.

Attenzione, però. Il bambino freme. C’è una rimessa dal fondo. Mi ha dato un calcio anche mio padre. Un calcetto. Sono di nuovo in mezzo al campo. Rimbalzo verso Barthez, che mi piazza sulla striscia dell’area del portiere. Mi sporco un po’ di calce. In magazzino un vecchio pallone di Francia-Spagna m’ha detto che lui, quando gli è capitato, ha fatto qualche tirata di polvere di calce con la camera d’aria. Ha detto che si sente meno la fatica. A me sembrano tutte cazzate, perché la fatica di chi gioca a calcio è sudore, non è fatica vera. Quella di mia madre, per esempio, la sera, quando è stanca stanca. Quella mi sembra fatica. Qui è bellissimo, anche quando urlano dagli spalti. Zidane, di nuovo, mi colpisce. Un tiraccio sporco verso la metà campo italiana. Mi arpiona Cannavaro, tre quattro passi e poi mi lancia in avanti. Non riesco a seguire bene le fasi di gioco. Mi sballottano un po’ qua un po’ là. L’Italia attacca meglio, mi pare, perché intuisco la calvizie di Barthez di continuo. Toldo l’ho visto meno. Lo sbrego comincia a bruciarmi. Devono essere i colpi a rientrare. E si stanno stancando tutti, anche, sto sempre a mezz’aria. Mi gira tutto lo stadio intorno. Letteralmente. Chi è questo, Albertini? Non riesco a vedere. M’ha tirato tra due giocatori francesi. Gli sono passato accanto. Eccolo di nuovo. È lui, è arrivato Del Piero. Siamo soli, praticamente. Io, lui e il pelato. Di piatto. Eccomi, cerco di ruotare su me stesso. Mi sento bloccato non riesco a voltarmi. Un cattivo presagio. Ancora la cicatrice a un centimetro dallo scarpino. Ha tirato. Questo è gol. È il raddoppio. No. No. No, no. Il volo è finito prima di cominciare. Non so neppure più dove sono. Sento il vocìo grosso del pubblico. Non sono finito in rete, nemmeno stavolta. Si mette male. Se i francesi segnano il ragazzo è finito. Ha colpito di nuovo lo sbrego, ma stavolta non c’entra proprio niente, è sicuro. Non capisco di chi sono i piedi che mi calciano, sono stordito. Stavo in una rete, dovrei esserci abituato. Ma non sono riuscito ad andare nella rete che volevo io. Ma non è colpa mia, dopotutto. A me mi prendono a calci soltanto. Vaffanculo alle cicatrici. Il ragazzo mi sembra più stordito di me. Va avanti e indietro sulla fascia sinistra. Adesso è un po’ più arretrato. È a terra un francese. Maldini. Sì. No? Non lo so. Sta arrivando per me. Mi calcia in tribuna. Sarà per un’altra volta.

Bump.

“Raahmel!”, sento urlare. È il nome di mia madre. Mi pesa qualcosa sopra. Sono altri palloni. Non capisco. “Raaahmeeel!”, è l’amica di mia madre che grida dalla porticina, da fuori. Sono a Calcutta, nelle stanze di lamiera. “Hai saputo?”, dice l’amica di mia madre, mentre si avvicina. È preoccupata. “Cosa?” Io sono nel mucchio di palloni, non mi sono mai mosso da Calcutta. Devo essermi addormentato. “Non spediscono più i nostri, Raahmel”. “E perché?” Non sono mai partito, stavo sognando. “Mandano gli altri. Quelli del capannone di Fathwi-iir.” “Ma se sono uguali ai nostri. Lo stesso cuoio”.
“Sì ma è un altro lo stemmino”.

“Che CAZZO STATE FACENDO?” È entrato anche Ghy-Haar, il vecchio che dà le rupie a mia madre. “Sono uscita a bere un secondo”, dice l’amica di mia madre. “E tu? Vuoi CUCIRE?”, dice Ghy-Haar a mia madre. E le dà uno schiaffo. L’amica di mia madre si mette a sedere e prende una pezza da cucire. Ghy-Haar è in piedi davanti a noi. Mi sa che dopo il secondo tiro, a Del Piero gli veniva da piangere.

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Zidane allenatore. Il paradosso di un mister che non potrà mai dire “fate come facevo io” https://minimaetmoralia.it/sport/zidane-allenatore-il-paradosso-di-un-mister-che-non-potra-mai-dire-fate-come-facevo-io/ https://minimaetmoralia.it/sport/zidane-allenatore-il-paradosso-di-un-mister-che-non-potra-mai-dire-fate-come-facevo-io/#comments Fri, 19 Sep 2014 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23437 Questo pezzo è uscito originariamente su Ultimo Uomo. Ringraziamo autore e testata. di Daniele Manusia Dallo scorso 26 giugno Zinedine Zidane è ufficialmente il tecnico della squadra B del Real Madrid, retrocessa al termine della scorsa stagione in terza divisione. Dopo un anno da vice di Ancelotti si era parlato di Zidane come possibile allenatore […]

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Questo pezzo è uscito originariamente su Ultimo Uomo. Ringraziamo autore e testata.

di Daniele Manusia

Dallo scorso 26 giugno Zinedine Zidane è ufficialmente il tecnico della squadra B del Real Madrid, retrocessa al termine della scorsa stagione in terza divisione. Dopo un anno da vice di Ancelotti si era parlato di Zidane come possibile allenatore della Nazionale francese, o del Bordeaux, ma in fondo ha più senso così. Zidane comincia la sua nuova carriera con pressioni minori rispetto a una squadra “vera”, con uno spogliatoio di giovani selezionatissimi ma non ancora arrivati. Il suo compito principale è quello di prepararli al grande passo ma al tempo stesso ha un’obiettivo concreto e alla portata da raggiungere: la promozione in Liga Adelante (a differenza ad esempio della squadra B del Barcellona, che è già in seconda divisione e non può salire neanche arrivando prima). Inoltre in questo modo mantiene entrambi i piedi nel Real Madrid Football Club con l’idea, considerata anche la stima che il presidente Florentino Perez nutre nei suoi confronti, di diventare un giorno l’allenatore della prima squadra. Se tutto va bene tra non molto Zinedine Zidane potrebbe allenare Cristiano Ronaldo, Gareth Bale, Toni Kroos, James Rodriguez e qualsiasi altro fenomeno calcistico il Real Madrid avrà collezionato nel frattempo. L’unica cosa certa è che verrebbero delle foto di squadra magnifiche.

Questa generazione di ex-giocatori carismatici, Guardiola, Simeone, Conte e Luis Enrique tutti su panchine importanti, ancora in forma e con appena qualche anno in più dei loro giocatori più vecchi, ha cambiato la nostra percezione del mestiere di allenatore, ha reso più visibile il legame tra la parte speculativa e quella del calcio giocato. Bielsa accovacciato nell’area tecnica in giacca e pantaloni della tuta ha comunque l’aria di un uomo che se non avesse l’eccentrica passione del calcio potrebbe realizzare qualcosa di più significativo per l’umanità, di un filosofo diventato domatore di leoni. Simeone in piedi a bordo campo è un leone che doma altri leoni. Da un momento all’altro potrebbe togliersi la giacca nera, la camicia nera e la cravatta nera, per scendere in campo e guidare la sua squadra come faceva una volta. Nei suoi occhi non c’è traccia di un pensiero che vada al di là del campo da calcio e sappiamo che sotto la maschera da allenatore brucia ancora il giocatore che conoscevamo; anzi, se guardiamo con attenzione (neanche molta, a dire il vero) qualcosa di quel giocatore si vede anche nella squadra che allena. Ma Simeone non era Zidane. Neanche Guardiola era Zidane. Nessuno era come Zinedine Zidane.

L’unicità di Zidane da giocatore è la ragione per cui, nel bene o nel male, sarà unica anche la sua esperienza da allenatore. Le sue qualità in campo sono difficili da descrivere a parole, figuriamoci da insegnare. Il mistero di Zidane è al sicuro nella sua testa anche se gli si puntano contro diciassette telecamere, inaccessibile probabilmente anche allo stesso Zidane. Si possono selezionare i giocatori con tecnica e visione di gioco e costringerli a giocare a testa alta, ma non si può spiegare a un calciatore professionista come pensare mentre ha la palla tra i piedi, come sentire il movimento dei compagni alle sue spalle.

Zidane può allenare con l’esempio, facendo da tutorial vivente, di come si sposta il peso da una gamba all’altra per cambiare direzione mantenendo l’equilibrio, ma questo non gli permetterà di trasformare un giocatore rigido in un ballerino classico. La capacità di rallentare il tempo e accelerarlo a proprio piacimento, prendendo tutti in contropiede, sorprendendo persino il compagno a cui è indirizzato il passaggio, non è qualcosa di trasmissibile da uomo a uomo. E se un giocatore ha visione di gioco, tecnica, equilibrio, genio, che bisogno c’è che il suo allenatore si chiami Zinedine Zidane? Ho guardato le quattro amichevoli di luglio e agosto nello stadio Alfredo Di Stefano (due vittorie senza subire un gol con squadre di pari livello: Deportivo Guadalajara e Zamora; due sconfitte 4-1 con squadre di Liga Adelante, una categoria sopra: Alcorcón e Leganes) e poi l’esordio in campionato del Castilla (sconfitta esterna nel derby con l’Atletico B) provando una certa emozione ogni volta che Zidane compariva nell’inquadratura di sfuggita, in piedi di spalle davanti alla sua panchina.

Il Castilla ha giocatori interessanti e il filtrante di esterno, à la Laudrup, con cui Sergio Aguza ha mandato in porta Cristian Benavente contro lo Zamora da solo mi ha rimborsato del tempo speso. Benavente a vent’anni ha già esordito con la nazionale del Perù, anche se è nato e cresciuto in Spagna, e dopo pochi minuti di quella stessa partita ha segnato di nuovo con un cucchiaio dal limite dell’area. Mi sono segnato anche i nomi del centrale difensivo con l’afro, Derik; dei mediani Lucas Torró e Marcos Llorente e sopratutto Alvaro Médran (sul cui futuro scommetterei se non fosse che nella vita non c’è niente di certo). Il finlandese Eeero Markkanen, 197 cm, figlio e fratello di giocatori di basket, acquistato quest’estate dall’AIK Solna per poco più di 2 milioni di euro, è troppo grosso e a volte gioca male come uno che potrebbe smettere di giocare a calcio da un momento all’altro; ma è tecnico e si muove bene senza palla e nei suoi momenti migliori mi ha fatto pensare a una versione Hulk di Gonzalo Higuaín. Continuerò a seguire il Castilla, e a seguire Zidane, ma dopo quattro partite la domanda che mi sembra più giusto fare è: Perché ha sentito il bisogno di allenare? Chi glielo fa fare? Non gli bastava essere stato Zinedine Zidane, uno dei migliori giocatori al mondo di sempre? Certo, non deve essere bello il pensiero di “essere stato” qualcosa, accontentarsi di guardare i propri video su YouTube.

Ma questa è la dura vita dei calciatori, no? Possibile discorso di Zidane nello spogliatoio del Real Madrid: «Mi raccomando ricordate, e mi rivolgo sopratutto a Gareth e Cristiano, che con la palla tra i piedi si può anche rallentare”. Il percorso che ha portato Zidane a quella che è la più grande decisione professionale della sua vita (no, dare una capocciata a Materazzi non conta come decisione) è cominciato almeno due anni fa. Anche se ha avuto il tempo per rifletterci più a lungo, dato che sono passati sette anni da quando ha dato l’addio al calcio. Nell’estate del 2012, intervistato da Le Monde in occasione dei suoi quarant’anni, Zidane non parlava come il più felice dei pensionati: «Se mi chiedi: Sei felice nella tua nuova vita come lo eri in quella passata? La risposta è: no. Di sicuro ero più felice su un campo da calcio». Quasi esattamente un anno dopo ha comunicato la sua decisione di tornare in campo. Cioè, a bordo campo.

La scorsa estate ha detto all’Equipe di essere cosciente di dover «partire da zero», che aver giocato a certi livelli non garantisce il successo da allenatore: «Devo accettare il fatto che ho molto da imparare, ma dato che ne ho la possibilità imparerò. Imparerò, crescerò, nonostante la mia età. Devo farlo, con umiltà». Il giornalista gli ha chiesto in che senso e lui ha risposto: «Ci sono un sacco di cose che non so! Per fortuna ho fatto il corso da allenatore. Prima di insegnarmi qualcosa è servito a farmi capire che non ne sapevo niente… insomma, non un granché. (…) Qualche volta sono andato a letto con il mal di testa».

Zidane non ha torto, di calciatori di successo che hanno fallito come allenatori ce n’è più di uno. Basta pensare a Maradona, o se preferite a Bobby Charlton: campione del mondo nel 1966, è retrocesso con il Preston North End in terza divisione e da allora non ha più allenato (salvo un breve periodo di panchina vacante al Wigan a inizio anni ottanta). E non mancano esempi contrari, di grandi allenatori che non hanno mai giocato ad alto livello: Mourinho, Bielsa, Van Gaal, Wenger, Arrigo Sacchi. Perché, per dirlo con le parole dello stesso Sacchi, per fare il fantino non è necessario aver fatto prima il cavallo. Quanto meno il fatto di essere stato Zidane gli eviterà rispostacce come quella di Ibrahimovic a Van Gaal, che ai tempi dell’Ajax ha addirittura osato chiedergli di difendere: «Mi sono allenato con Van Basten e lui dice il numero 9 deve conservare le energie per la fase d’attacco. Francamente non so se devo dare retta a Van Basten, che è una leggenda, o a Van Gaal…». O quella di Sergio Ramos a Mourinho, che lo criticava per aver cambiato marcatura sul calcio d’angolo che ha portato al gol di Puyol nella Copa del Rey 2012: «A volte è necessario cambiare marcatura. Ma tu non hai mai giocato e non lo puoi sapere».

Perché è vero anche che i calciatori non sono cavalli. Zidane potrebbe ispirarsi a Franz Beckenbauer, l’unico ad aver vinto una Coppa del Mondo sia da giocatore che da allenatore, e Johan Cruyff. Entrambi però, a differenza sua, erano già degli allenatori in campo. Cruyff poi è l’esempio perfetto di un genio inseparabile dalla filosofia delle squadre in cui giocava, di cui si è nutrito, che ha innovato e tramandato. Zidane è arrivato al Real Madrid per inaugurare la stagione di “Galacticos”, una cosa più vicina al collezionismo di auto d’epoca che a un’idea di calcio che possa farsi tradizione. Michael Laudrup, che come giocatore gli somigliava, si è preso anche qualche (piccola) soddisfazione da allenatore. Il giorno della sua presentazione allo Swansea ha tagliato corto sulle sue qualità da giocatore: «Che dire? Sono dei bei ricordi che restano quando smetti di giocare. Ma, detto ciò, non sono mai stato il tipo di persona che vive attaccata al proprio passato».

Alan Tate, difensore dello Swansea, però sosteneva che quando Laudrup partecipava all’allenamento con loro era ancora «il miglior giocatore della squadra». A parte il suo primo club, il Broenby, in cui è rimasto tre stagioni, Laudrup non ha mai allenato la stessa squadra per più di due anni e al momento siede sulla panchina del Lekhwiya, squadra campione in carica della Qatar Stars League. L’esordio di Zidane in Nazionale contro la Repubblica Ceca, con una doppietta segnata in due minuti. Era il 17 agosto di venti anni fa e a fine partita dice di pensare alla moglie, incinta di due mesi. Zidane era così bravo ad esprimersi in campo, con i piedi, che non ha mai avuto bisogno di molte parole. Fino ad ora.

Il suo modo di giocare, quella somma di eleganza, potenza e un ingrediente segreto che lo rendeva imprevedibile (una specie di correzione alcoolica all’idea di calcio di un bambino di dieci anni), era una funzione naturale del suo corpo, un talento che richiedeva esercizio ma non riflessione. E non era uno di quei calciatori che mangiano e sognano calcio; il che, per uno che vuole allenare ad alto livello, non è proprio il massimo: «Io quando la partita era finita volevo stare con la mia famiglia, tornare a casa mia, riposarmi. Non sentivo la necessità di esprimermi fuori dal campo. Per me il campo da calcio era più che sufficiente» (questa citazione è tratta dallo speciale di So Foot sui numeri dieci della scorsa estate, Zidane è in copertina con un cerottino sul naso). Invece di godersi la pensione e di fare tutto quello che gli passava per la testa di fare in qualsiasi momento della giornata o dell’anno, di passare tempo con la moglie e di guardare i propri figli giocare (tutti e quattro nelle giovanili del Real Madrid: il più grande, Enzo, è del ’95 e in teoria potrebbe anche convocarlo con il Castilla), Zinedine Zidane ha scelto una carriera stressante e difficile nei confronti della quale non aveva neanche mostrato un particolare interesse fino a poco tempo fa. A gennaio, in Francia, è andato in onda un documentario che Canal Plus ha iniziato a girare nel 2012 sulla nuova vita di Zidane (si chiama, appunto, Zinedine Zidane: nouvelle vie), senza sapere come sarebbe andato a finire, mentre Zidane seguiva contemporaneamente i corsi di Diritto ed Economia dello Sport a Limoges e quelli per il patentino da allenatore della Federazione Francese.

«A un certo punto mi sono reso conto che essere il Direttore Sportivo è bello, ho imparato molto, ma non è quello che voglio fare», dice Zidane per spiegare la decisione di fare da secondo ad Ancelotti. Jean Pierre Karaquillo, presidente e fondatore del CDES di Limoges, un settantenne rugoso con l’aria cinica e sensibile al tempo stesso, dice che in futuro l’allenatore «sarà un vero e proprio manager, dovrà avere conoscenze di diritto, economia, e gestione. E questo Zinedine l’ha capito». Più avanti elogia le sue qualità umane: «È una persona che si interessa prima degli altri che di se stesso. E questo per me è il prototipo della generosità».

Parlano tutti bene di Zidane. Olivier Dacourt, suo compagno di studi, pensa che il fatto che abbia studiato sia da dirigente che da allenatore dimostra «che vuole imparare, che ha voglia di migliorarsi». Claude Makalele (che nel frattempo ha preso la panchina del Bastia esordendo contro l’Olympique Marsiglia di Bielsa, e sotto di due gol ha anche azzeccato il cambio che ha dato il via alla rimonta per il finale 3-3) sostiene che «ha talmente tanta esperienza e carisma che un po’ di questa ricchezza va anche restituita, non sarebbe giusto morire tenendola per se». Dopo un discorsetto di Zidane nello spogliatoio prima di una partita di beneficenza (non capisco se è fuori luogo, dato che tra gli spettatori c’è il “Loco” Abreu, oppure no, dato che alla fine viene applaudito) Christian Karembeu risponde così quando gli chiedono la sua opinione: «Per definirlo direi che è una persona nobile».

Al momento di prendere la sua decisione Zidane racconta di aver parlato sia con Ancelotti (dice che non avrebbe potuto fare da secondo a Mourinho, anche se fosse rimasto) che con Florentino Perez. «Qui sei a casa tua. Puoi imparare, siamo con te», gli ha risposto il presidente del Real Madrid. Florentino Perez si rende conto che Zidane «non può che essere il numero uno, è impossibile che sia il numero due», ma ha davvero, davvero, stima di lui: «È vero che è difficile cavargli le parole di bocca, ma è un uomo di grande fermezza, che conosce bene il calcio, con molto talento, affidabile. Io credo siano le qualità giuste per fare l’allenatore. Ho conosciuto parecchi allenatori che parlavano molto, che parlavano tutti i giorni, ma tecnicamente erano meno validi di altri più riservati». Gli occhi di Florentino Perez si illuminano quando parla di Zidane come di una persona «speciale».

Florentino Perez non lo chiama mai “Zinedine Zidane”, o anche solo “Zinedine”. Lo chiama sempre e solo “Zizou”, con un affetto che buca la telecamera. Da parte sua, Zidane è davvero, davvero umile. Nell’intervista all’Equipe del 2013 diceva: «Non ho un ego particolarmente grande. Mi piace discutere veramente, avere uno scambio. Perché parto dal presupposto che quello che tu mi dirai mi sarà utile nella vita e che, forse, quello che io ti dirò lo sarà nella tua. Saprò sopratutto ascoltare gli altri, che siano il presidente del Real Madrid o un dipendente di un piccolo club di provincia». Nel documentario a un certo punto ripete il concetto: «Io ho voglia di ascoltare gli altri, anche se ho delle idee, anche se so cosa voglio. Saprò ascoltare perché lo staff che sceglierò saranno persone competenti in cui avrò il massimo della fiducia. E io l’opinione di persone competenti la voglio sentire».

Zidane ha deciso di allenare perché ne aveva la possibilità, ha preso la corsia preferenziale, ma gli va dato atto di una cosa: non ha dato per scontato che le sue qualità si trasmettessero ai suoi giocatori guardandoli negli occhi, o che l’esperienza acquisita giocando bastasse per diventare un grande allenatore. Dal documentario di Canal Plus si capisce bene la sua voglia sincera di imparare. Davanti a una schermata con delle statistiche dice: «Quando scopri certi dettagli… è bello averli a disposizione per preparare la partita…». Poi lo vediamo uscire per ultimo dall’ufficio, di notte, camminando nel parcheggio vuoto. Si capisce anche, però, e quanto sforzo gli costi riflettere sul calcio dal punto di vista di un allenatore. Un allenatore che, presumibilmente, dovrà allenare gente meno dotata di lui. Anche, o sopratutto, gente meno dotata di lui. In una scena deve passare una specie di test per il patentino, con due istruttori che guardano insieme a lui un allenamento delle giovanili. Discutono sulla differenza tra un passaggio sui piedi e uno nello spazio. Uno degli istruttori sostiene che è preferibile allenare dei ragazzi a passare la palla nello spazio. Zidane ride: «Per me è strano perché direi piuttosto di passarla sui piedi». «Ok, ma se me la passi sui piedi io devo controllarla in direzione del gioco, non ti sembra sbagliato?» «Io preferivo averla sui piedi [tanto la direzione del gioco la decideva lui, nda]. Ma al tempo stesso capisco che serva a risparmiare un tempo di gioco, a stare in movimento, per attaccare il pallone, per non restare fermi sui talloni…» Più avanti in una scena girata in interno solo con la telecamera Zidane dice: «Come allenatore ti addormenti con un mal di testa e ti svegli con un altro mal di testa. Ma io so cosa voglio e anche se è difficile so che sono in grado di ottenerlo».

«Allora Zizou, preferisci la palla sui piedi o nello spazio?» «Senti, dammela come ti pare tanto per me è uguale». Non vorrei dare troppo peso al mio scetticismo ma a volte ho l’impressione che Zidane sia, o sia stato, una di quelle persone che pensano che il compito dell’allenatore sia scegliere undici persone da far giocare. In un’intervista dello scorso marzo alla rivista El Confidential ha detto che in panchina si soffre di più rispetto al campo perché «sei in panchina e quando inizia la partita già non puoi più fare niente». E francamente non è un bel pensiero per un aspirante allenatore di alto livello. Non si può neanche non tenere conto del lato oscuro del carattere di Zidane.

Se il suo talento era la principessa rinchiusa in cima alla torre, le reazioni che gli sono costate 14 cartellini rossi in carriera erano il drago che lo difendeva sputando fuoco. Quella costante tensione interiore probabilmente lo aiutava a giocare meglio, serviva a isolarlo e lo portava a delle profondità in cui pochi altri giocatori possono dire di essere stati, facendo del suo talento qualcosa di drammatico. Ma bollire in panchina non lo aiuterebbe ad allenare caratteri diversi dal suo (“bollire” è una parola che Zidane stesso usa per definire il proprio stato interiore: «Ça boue» è la prima frase che dice nel documentario di Canal Plus).

Si tratta della differenza tra spingere se stesso al proprio limite, senza esplodere, e spingerci gli altri: «Essere leader di un gruppo non è facile, però mi affascina. Ho vissuto vent’anni preso dal gioco, impegnato a diventare il migliore del mio quartiere, della mia scuola, della mia squadra e della Nazionale. Oggi mi rendo conto che la vita è molto di più, che si può continuare a crescere» (sempre dall’Equipe della scorsa estate). Zidane avrà tempo per migliorare, anche se meno degli allenatori per vocazione, o anche solo di quelli che hanno preparato la loro mossa con più anticipo di lui. A gennaio di quest’anno, in una nuova intervista all’Equipe diceva di sentirsi già migliorato e di non rimpiangere la sua scelta: «Chiamarsi Zidane mi ha aperto delle porte, mi ha fatto avere degli appuntamenti. Ho avuto la fortuna di poter vivere la mia passione fino in fondo, ma se mi fossi fermato lì a questo punto non avrei più un posto. Non saprei neanche dove cercarlo. Almeno adesso so dov’è, e so perché sono qui. Per dare qualcosa agli altri. E non solamente il pallone, piuttosto le mie idee, i miei principi, la mia esperienza…».

Manca ancora una vera e propria prova del campo e quella della sala stampa. Quando comincerà a fare sul serio non ci sarà una sola persona a Madrid come a Pechino che non avrà un’opinione sui suoi metodi e sulle sue decisioni. Il Castilla che ho visto io, in queste prime quattro partite, è giovane e inesperto e gioca un calcio verticale un po’ frettoloso più simile a quello della prima squadra che al calcio che possiamo immaginare esca dalla testa di Zidane. Come è normale che sia, dato che lo scopo delle squadre B è quello di fornire giocatori alle squadre A. Ma il punto è che difficilmente, a meno con un colpo di scena torni in campo a quarant’anni suonati, vedremo di nuovo il calcio che aveva in testa Zidane. E di questo, forse, dobbiamo farcene una ragione più noi che lui. Nessuno sarà più come Zidane, neanche Zinedine Zidane.

Update: nel frattempo il campionato del Castilla è cominciato in salita, con tre sconfitte in altrettante partite. Lo scorso sabato, però, la squadra di Zidane ha ottenuto i primi tre punti e in un’intervista successiva alla vittoria ha già dichiarato che allenare la Nazionale francese è “una possibilità”.

L'articolo Zidane allenatore. Il paradosso di un mister che non potrà mai dire “fate come facevo io” proviene da Minima et Moralia.

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Il paradosso Gourcuff https://minimaetmoralia.it/ritratti/yoann-gourcuff/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/yoann-gourcuff/#comments Wed, 29 Jan 2014 15:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17854 em>Questo pezzo è uscito su L'Ultimo Uomo.

Yoann Gourcuff ha ventisette anni, l’età migliore per affrontare il Mondiale brasiliano, e ne avrà ventinove quando la Francia ospiterà il prossimo Europeo, eppure le probabilità che partecipi a una di queste due competizioni sono prossime allo zero. Tormentato dagli infortuni, arrivato a Lione (per 22 milioni più bonus) quando il Lione ha cominciato il proprio declino dentro e fuori dai confini francesi, messo in ombra dall’esplosione recente della generazione di Alexandre Lacazette e Clément Grenier, prodotti del vivaio lionese. Grenier a ventidue anni è capitano, organizza pizza party per la squadra nei periodi difficili e ha preso il suo posto in campo, al centro del gioco del Lione; Gourcuff, costretto spesso sulla fascia, è il giocatore con lo stipendio più alto della rosa che lo scorso anno ha totalizzato appena 18 presenze (e quello prima 13 presenze, di cui solo 10 da titolare; il che significa che nelle ultime due stagioni ha realizzato appena 5 gol e 4 assist). Sull’ultimo numero di France Football è rappresentato in una vignetta sulle spalle di Jean-Michel Aulas, presidente dell’OL che, a uno sportello del Tesoro, con la faccia rossa e sudata dalla fatica, chiede una riduzione delle tasse per «persone a carico». Nella vignetta YG ha un sorriso stupido e gira la testa in direzione di una farfalla.

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Questo pezzo è uscito su L’Ultimo Uomo. (Immagine: fotomontaggio di Teo Silvani)

Yoann Gourcuff ha ventisette anni, l’età migliore per affrontare il Mondiale brasiliano, e ne avrà ventinove quando la Francia ospiterà il prossimo Europeo, eppure le probabilità che partecipi a una di queste due competizioni sono prossime allo zero. Tormentato dagli infortuni, arrivato a Lione (per 22 milioni più bonus) quando il Lione ha cominciato il proprio declino dentro e fuori dai confini francesi, messo in ombra dall’esplosione recente della generazione di Alexandre Lacazette e Clément Grenier, prodotti del vivaio lionese. Grenier a ventidue anni è capitano, organizza pizza party per la squadra nei periodi difficili e ha preso il suo posto in campo, al centro del gioco del Lione; Gourcuff, costretto spesso sulla fascia, è il giocatore con lo stipendio più alto della rosa che lo scorso anno ha totalizzato appena 18 presenze (e quello prima 13 presenze, di cui solo 10 da titolare; il che significa che nelle ultime due stagioni ha realizzato appena 5 gol e 4 assist). Sull’ultimo numero di France Football è rappresentato in una vignetta sulle spalle di Jean-Michel Aulas, presidente dell’OL che, a uno sportello del Tesoro, con la faccia rossa e sudata dalla fatica, chiede una riduzione delle tasse per «persone a carico». Nella vignetta YG ha un sorriso stupido e gira la testa in direzione di una farfalla.

Se lasciasse il mondo del calcio di lui rimarrebbe un ricordo triste, quello di un talento espresso solo in parte, ma anche così è doloroso guardare i video del suo periodo d’oro e pensare: “Wow, sembra proprio Zidane”. Se lasciasse il mondo del calcio per fare, che ne so, l’attore, il modello di biancheria intima, almeno potremmo mettere le cose in prospettiva. Potremmo ragionare sulla differenza tra sembrare Zidane, muoversi come Zidane, fare la veronica come Zidane, guardare da sotto un paio di sopracciglia sporgenti come Zidane, e diventare davvero “il nuovo Zidane”. O sulla quantità di variabili che devono allinearsi positivamente perché un calciatore dotato in  maniera ridicola di tutto quello di cui si può avere bisogno per ambire ai traguardi maggiori abbia una carriera all’altezza o per lo meno decente.

Il primo gol di YG in Ligue 1 con la maglia del Rennes, stagione 2005-2006.

Invece capita, tra un infortunio e l’altro, tra una ricaduta e la ricaduta della ricaduta, che YG torni in campo e faccia qualcosa di così sorprendente che sembra davvero tutto ancora possibile. L’ultimo dei momenti Gourcuff (quei momenti in cui, appunto, non si può fare a meno di pensare: “Wow sembra proprio Zidane”) è di quest’estate, quando alla prima giornata di campionato ha realizzato due assist (entrambi, primo e secondo, notevoli) e un gol. Una punizione da trentadue metri, calciata forte e a giro, con una parabola alta a uncino che si piega all’ultimo sotto l’incrocio dei pali. YG ha preparato la punizione con i passettini divertenti che fa sempre prima dei calci da fermo, ha seguito la traiettoria della palla come il campione mondiale di bowling prima dell’ennesimo strike. Si è tolto qualcosa dal naso con una mano girando su se stesso in senso orario, non si capisce bene se per scrollarsi di dosso l’abbraccio dei compagni, con l’aria fiera ma anche a testa bassa.

La punizione perfetta. 

Il venerdì successivo YG ha segnato ancora contro il Sochaux e al giornalista dell’Equipe che gli ha chiesto come si sentisse a essere in testa alla loro classifica di rendimento ha risposto compiaciuto e pessimista: «Per me le statistiche contano meno che per voi. Io sono già contento di essere in campo». Libération gli ha dedicato una pagina intera, descrivendolo sia come: «Un utopista con le idee chiare, seguace di un gioco soave e collettivo mentre tutto intorno a lui è violenza e aggressività»; sia come «un tipo furbo, contento di sé, quasi provocatorio quando commenta le partite […] con un paio di stupidaggini tipo: “Quello che conta è il collettivo”, o ancora: “Mi concentro sulle mie sensazioni con il pallone”». Rémi Garde, allenatore dell’OL, ha persino detto di vedere «un giocatore liberato, contento di far parte del gruppo».

Poi nel giro di una settimana il Lione ha perso tre partite (facendosi eliminare dalla Real Sociedad in Champions League con un complessivo 0-4), Didier Deschamps ha deciso di non convocarlo in Nazionale per motivi di «concorrenza» (la fascia sinistra è di Ribery e al centro preferisce Valbuena o Grenier) e alla quarta giornata YG si è infortunato alla coscia uscendo dopo neanche un tempo. Era il 31 agosto e due mesi dopo non è ancora tornato in campo. Adesso forse si allena col gruppo e magari sarà presto disponibile ma quanto passerà prima del prossimo infortunio o, peggio, della prossima prestazione eccezionale che ci illuda di nuovo che Yoann Gourcuff sia sul serio uno dei migliori calciatori della sua generazione?

Il career high di YG risale alla stagione 2008/9, quando aveva ancora ventidue anni, al Bordeaux in prestito dal Milan, dove non ha trovato spazio e/o non è riuscito ad ambientarsi (Berlusconi diceva di confonderlo con Kakà guardando gli allenamenti, mentre Ancelotti nella sua autobiografia lo ricorderà come un ragazzo «strano, molto strano, egocentrico: pensava sopratutto a se stesso, aveva potenzialità pazzesche, però le teneva tutte per sé»). Si tratta di un unico e lungo momento Gourcuff composto da momenti Gourcuff più brevi, che si concluderà con la vittoria del campionato del Bordeaux dopo dieci anni di astinenza e la consegna a YG del premio come Miglior Giocatore del campionato. Come punto di inizio si potrebbe prendere l’11 ottobre 2008, giorno in cui YG in Romania, alla sua seconda presenza da titolare con la maglia della Nazionale, ha lasciato partire un tiro da lontanissimo, traversa-gol, che è valso il 2-2 finale. (Wow, sembra proprio Zidane: ZZ all’esordio in Nazionale nel 1994 ha segnato una doppietta contro la Repubblica Ceca, portando il risultato sul 2-2: e il primo dei due è un tiro da lontano di sinistro meno bello di quello di YG, ma ZZ prima aveva saltato un uomo con un elegantissimo doppio passo).

Il primo gol in Nazionale. Salvatore della patria.

Una settimana dopo, in campionato contro il Tolosa, si ritrova al limite dell’area di rigore con la palla tra i piedi in mezzo a due avversari, ma è di traverso rispetto alla direzione del gioco, fronte al fallo laterale, e senza lo spazio per girarsi si sposta la palla di suola all’indietro e, da dietro la gamba d’appoggio, se l’allunga di piatto oltre i difensori. Poi calcia con decisione anche se al centro e la palla entra. Intervistato da Liberation spiega: «Per due o tre secondi mi sono trovato in una situazione strana. La palla non era mia. Ma neanche del mio avversario diretto. In effetti non era di nessuno. Ambiguo». In quello stesso articolo si dice che YG era «un pelo ombroso, lo sguardo pesante, come fosse truccato», e che rispondesse controvoglia alle domande personali: «Non ho voglia di parlare di me. Non lo so fare. Richiede un sacco di energia. Tutto ciò che viene scritto e detto non può che disturbare il piano del gioco».

Tra i soprannomi che hanno dato a Yg il migliore è “GourCruyff”.

Non sembra un tipo affascinante ma è sicuramente bello (a quanto pare  ci sono ragazze che caricano su YouTube video di calciatori belli ripresi in istanti avulsi dal  gioco con sotto canzoni che le fanno sognare, per questo ci sono video di Gourcuff, che in bretone significa “homme doux”, con rallenti dei suoi sorrisi, dei suoi capelli bagnati, di magliette lucide di sudore appiccicate al suo plesso solare – quelle stesse ragazze curano anche tumblr e blog molto documentati e utili, probabilmente con la speranza di arrivare a conoscerlo e finire col gestire il suo sito ufficiale) e il 5 dicembre dopo la partita contro il Valenciennes resta in mutande in mezzo al campo. Grazie allo spogliarello viene eletto “Bomba del mese” da Tetu, magazine LGBT. Contemporaneamente i giornali e i lettori bretoni lo scelgono come “Bretone dell’anno”, davanti a JM Le Clézio che proprio quell’anno aveva vinto il Nobel per la letteratura.

Al culmine di un periodo simile, l’11 gennaio 2009, YG segna quello che è il suo gol più bello di sempre (e uno dei più belli che io abbia mai visto) contro il PSG. Quando riceve palla è al limite dell’area, spalle alla porta e alla linea difensiva avversaria. Prima si gira con una veronica, evitando un difensore in arrivo da sinistra. Poi, fronte a un altro difensore, lo salta con un cambio di piede destro-sinistro (non so dirlo meglio di così, in Spagna per Iniesta usano il termine “croqueta”). Infine, per evitare un terzo dribbling su un difensore in arrivo, calcia di esterno destro sul secondo palo. Parlando della veronica sul canale del Bordeaux dice che «lo scopo è l’efficacia, non lo faccio solo per la bellezza del gesto». Che lui crede nella predisposizione naturale ma che «poi bisogna lavorare quotidianamente, ripetere i gesti».

I tifosi allo stadio esultano una seconda volta quando viene mostrato il replay.

YG fa un altro gol memorabile contro il Le Havre controllando un pallone di tacco, cioè di piatto ma sempre dietro la gamba d’appoggio («Pensavo che il difensore riuscisse a spazzare l’area, mi ha un po’ sorpreso») e il Bordeaux vince il campionato interrompendo il dominio del Lione che durava da sette anni (quindi YG ha cominciato quel declino dell’OL che poi finirà per simbolizzare). In tutto ha realizzato 12 gol e 10 assist e vince meritatamente il premio come Miglior Giocatore che gli consegna proprio Zidane. Una specie di passaggio di consegne. YG, con una camicia bianca a maniche corte e una cravatta disegnata sopra, lo chiama «Monsieur Zidane». Nel 2008 ZZ aveva detto: «Io sono stato paragonato a Platini. La prima volta fa piacere. Poi la seconda… meglio passare ad altro. Gourcuff è Gourcuff, punto e basta». Adesso mostrano in parallelo i loro movimenti e chiedono a ZZ se gli secca che YG gli abbia rubato la veronica: «Be’ no. Perché anch’io l’ho rubata senz’altro a qualcuno». Ma è vero che stiamo seguendo un po’ la stessa traiettoria (…) Poi voilà, c’è del talento, si vede, sono contento per lui perché, voilà, è un bravo ragazzo». Qualche mese dopo (nelle prime tre giornate della stagione 2009/10 realizza due doppiette e due assist) Michel Platini dirà che Yoann Gourcuff si muove come Zinedine Zidane ma «ha un maggiore senso del gol». YG arriva ventesimo al pallone d’oro con sei voti (Ribéry, ventottesimo, ne prende uno solo).

YG e Chamak prossimi alla telepatia.

Prima di passare al career low c’è un video fondamentale di cui tenere conto. È più o meno del marzo 2009, quindi esattamente in mezzo al periodo d’oro di YG. La Nazionale francese è in ritiro a Clairefontaine e sono stati chiamati dei campioni di ping pong a dare una dimostrazione e scambiare qualche palla con i giocatori. Prima si vede Thierry Henry letteralmente bombardato di palline. Titi si diverte, prova a prenderle tutte e i compagni che guardano lo incitano, sono con lui. Poi si vede YG nella stessa situazione, si muove rigido da destra a sinistra scivolando sul parquet del salone, si sta impegnando per fare del suo meglio, è concentrato e questo lo rende ridicolo e scatena le risate dei compagni, non sono con lui. Quando lo scambio finisce lascia la racchetta sul tavolo e torna al suo posto ingobbito, con un sorriso timido e le braccia incrociate. In un momento successivo si vedono sia Henry che Gallas schiacciare appena possono con tutta la loro forza, si sente la stanza fare «Olééé», Evra si diverte moltissimo e dà il cinque a Benzema. Persino Domenech ride. Poi vediamo di nuovo YG. Chiude uno scambio che si svolge nel silenzio quasi assoluto con un rovescio bello e impostato, da tennista, con un angolo stretto. I suoi compagni reagiscono con un «Ehhhh» di ammirazione. È questa differenza tra un «Olééé» e un «Ehhhh» a sembrarmi importante per capire Yoann Gourcuff.

Pressione.

Career low. YG arriva al Mondiale 2010 con un carico di aspettative ben rappresentato dalla pubblicità Adidas con Zidane dal barbiere. La voce fuori campo comincia: «Un playmaker di talento ha le speranze di una Nazione intera sulle sue spalle». YG è sullo stesso piano di Kakà e Messi: «Ogni squadra ha bisogno del suo creatore, ma chi sarà a portare la propria alla vittoria?». Ma il suo stato di forma non è quello dell’anno prima: i primi infortuni, il calo del Bordeaux che getta nove punti di vantaggio in campionato e si fa soffiare il titolo dall’Olympique Marsiglia, con cui perde anche in finale di Coppa di Lega, poco prima di farsi eliminare dal Lione agli ottavi di Champions League. Già a febbraio 2010 France Football si chiedeva a proposito di YG: «Il suo calcio è meno seducente dello scorso anno? Perché influisce meno sul gioco?». (Non che siano mancati momenti Gourcuff come la punizione incredibile più o meno voluta contro l’Olympiakos). Il preparatore fisico del Bordeaux sostiene che il problema non sono le troppe partite: «Ha bisogno di correre, è fisiologico: lui recupera correndo. Ha un volume di gioco straordinario e delle capacità aerobiche fuori dal comune, recupera correndo a 16 Km/h e non a 10 Km/h come gli altri calciatori. Però è un perfezionista che vuole fare sempre tutto bene: tecnicamente, tatticamente, e su questo dobbiamo contenerlo. (…) Deve imparare a relativizzare e a capire che non giocherà sempre il tipo di calcio che desidera».

La Nazionale francese si qualifica al Mondiale solo grazie al doppio spareggio con l’Irlanda e il tocco di mano di Henry nei tempi supplementari (YG era uscito tra i fischi dello Stade de France due minuti prima del novantesimo). Il pubblico francese non si riconosce più nella Nazionale e se è vero, come dice Christian Gourcuff, padre di Yoann e allenatore da più di dieci anni del Lorient, che «dopo la vittoria del Mondiale del ’98 la Francia ha iniziato ad appassionarsi al calcio senza che ci fosse veramente una cultura calcistica», la Nazionale del 2010 è la nemesi di quella black blanc beur simbolo d’integrazione. Contro l’Uruguay, all’esordio, finisce 0-0. YG gioca dietro ad Anelka, con Ribéry e Gouvu sulle fasce, ma qualcosa non funziona. Anche se per YG il problema è «collettivo», Domenech decide di tenerlo fuori per la seconda partita.

Tutti i tocchi di YG contro l’Uruguay.

Contro il Messico, con Malouda a sinistra e Ribéry spostato al centro, e YG che non gioca neanche un minuto, la Francia perde 2-0. Anelka sostituito a fine primo tempo offende Domenech e viene cacciato dal ritiro. Evra e Ribéry in conferenza stampa parlano di un traditore e la squadra rifiuta di allenarsi. YG c’entra poco con quello che forse è il momento più drammatico della storia del calcio francese, se volete questo è l’aspetto tragico della faccenda, ma la stampa lo dipinge come il bravo ragazzo con una bella faccia vittima di un gruppo di coatti di periferia (senza mai esplicitarlo ne fanno il simbolo della Francia bianca, anche se i bretoni da molti francesi sono considerati quasi come degli immigrati). Secondo l’Equipe quando YG incontra Ribéry (che oltre ad essere un burino è anche convertito all’Islam) evita di incrociare il suo sguardo e si incolla al muro: «Come il primo della classe si sposta davanti al capetto per paura di prendere un schiaffo». Si dice addirittura che la sua esclusione nella seconda partita sia stata voluta da Zidane.

Contro il Sud Africa, YG torna titolare. Se la Francia vince passa il turno, nonostante tutto, ma dopo venti minuti sono già sotto 1-0. Cinque minuti dopo su una palla contesa nell’area di rigore  sudafricana YG salta per colpire di testa, anticipa di molto il suo avversario diretto che finisce contro il suo gomito a squadra e l’arbitro pensando a una gomitata volontaria non ci pensa due volte e lo espelle. «Il pallone stava arrivando e ho preso lo slancio, allargando le braccia. La sua testa ha sbattuto sul mio avambraccio… mi sono stupito. È stata dura».

Wow, sembra proprio Zidane che esce dopo la testata a Materazzi! 

La Francia perde 2-1 e il Mondiale finisce con Henry a colloquio da Sarkozy, allora Presidente della Repubblica, le dimissioni del presidente della FFF, Domenech che viene sostituito da Laurent Blanc, Evra e Ribéry (e Toulalan) sospesi per poche partite per il ruolo tenuto durante lo “sciopero di Kinshasha”, quando la squadra ha rifiutato di allenarsi. Una volta tornato in Nazionale, Ribéry assicura che non ci sono mai stati problemi con YG. In conferenza stampa pronuncia male il suo nome, come se al posto della G iniziale e dalla C in mezzo ci fossero due K: «Non so dove la siete andata a pescare questa cosa tra me e Yoann Kourkuff. Non ho mai avuto problemi con Yoann Kourkuff». (Mi sento un po’ in colpa a descrivere i difetti di pronuncia di Ribéry perché quello del francese parlato male è un argomento che l’élite francese usa per discreditare i calciatori milionari di umili origini). Ribéry continua: «La sola cosa che posso… non è che ce l’ho con Yoann… ma ho discusso con lui durante la Coppa del Mondo, non mi piaceva che mi facessero passare per il cattivo e lui per la vittima… e la cosa che mi aspettavo da lui, voglio dire a un certo punto avrei voluto facesse una smentita e che vi venisse a dire che non aveva problemi con me. Non l’ha fatto, ormai non fa niente, sono qui e non vi nascondo che dobbiamo chiarirci io e lui».

Ci sono altri due video extra-calcistici di YG significativi dei problemi calcistici di YG. Il primo è quello di YG intervistato da una bella donna (Cécile de Ménibus) su una barca a remi in mezzo a un laghetto come due innamorati. «Dicono che hai un carapace», fa lei. «Mi piacerebbe che mi lasciassero in pace, certo», risponde YG. Gli viene chiesto della Coppa del Mondo: «Mi ha dato un’altra visione del calcio. Una visione che non mi pia… che è lontana dalla mia. È vero che dopo ero un po’ nauseato». «Hai pensato di smettere?» «No. Perché comunque è la mia passione. È vero che ultimamente non riuscivo a divertirmi in campo». Poi la bella intervistatrice gli chiede: «Sennò il futuro come lo vedi?» «Faccia fatica a immaginarmi nel fu…» Ma lei lo interrompe: «Con me? No?»

Il secondo è il documentario di Canal Plus sul periodo passato da YG nel sud della Francia dopo l’infortunio al ginocchio del 2012 (con Tiburce Darou il fisioterapista dei giocatori francesi dell’Arsenal, un tipo anziano buffo e affascinante, che zoppica da una scena all’altra in tuta con i capelli lunghi bianchi spettinati). YG lavora con serietà e mette tutto se stesso negli esercizi. Recupera in anticipo sui tempi e una maratoneta che si allena con lui dice: «È mostruoso. Non ho mai visto un calciatore correre a medie di 19, 22 Km/h». YG è un ragazzo bellissimo e dolce (a proposito, questa è la sua ragazza) che indossa sciarpe anche all’interno, infilate nei maglioni di lana, e parla perfettamente francese. È gentile ed educato. Fatica a dire la parola «odio». Sorride anche. Sorride imbarazzato. Ma nelle poche situazioni pubbliche, quando gioca a basket su una carrozzina per allenare le braccia insieme a una squadra  di paraplegici (così come nelle molte foto coi fan che si trovano su internet) ha l’aria di uno che non vede l’ora di andarsene.

Ispirazione.  

Quello che mi sembra interessante è come alla base dei problemi di YG ci sia un’inconciliabilità di fondo tra le sue capacità tecniche e il suo tipo di carattere. Al di là degli infortuni che hanno caratterizzato i tre anni al Lione, tra momenti Gourcuff tipo un assist di petto per Gomis e alcune partite in cui è sembrato esplosivo anche se meno fluido, costante, capace di resistere al pressing e di tessere trame con grande qualità, facendo pensare che potesse tornare ai livelli del 2009, deludendo ogni volta questo genere di attese con altri infortuni o prestazioni mediocri (ma non sempre per colpa sua, come quando Laurent Blanc, suo allenatore al Bordeaux, ha deciso di escluderlo dall’Europeo del 2012).  Nel 2005, in un’intervista a Ouest France, YG non sa quale sia il suo peggior difetto: «Credo che la timidezza mi tiri dei brutti scherzi. La gente non mi vede per come sono davvero. Non sono freddo e chiuso. Sono piuttosto generoso». A dir la verità il giornale gli aveva chiesto quale fosse il suo peggior difetto e quale il miglior pregio, ma alla parte sul pregio YG non ha risposto. Nel 2009 il padre, suo consigliere tranne quelle due domenica all’anno che giocano contro («Quando ha la palla vorrei la perdesse, è semplice») spiega all’Equipe la personalità di YG: «Yoann è un’introverso che sa analizzare il contesto (…). Ci sono degli introversi che non sanno fare passi verso le altre persone, ma Yoann non è così».

Gourcuff in slow-motion è l’equivalente calcistico di Federer: un modello classico, la manifestazione terrena di un’armonia superiore tra uomo e gioco del calcio, un tutorial vivente di come si controlla e colpisce una palla. Ovviamente il fatto che sia bello aiuta, ma la sua bellezza sta anche nel fatto che in molti calciatori sanno fare una veronica ma pochi con quell’insieme di grazia e potenza. Per quanto però il paragone col tennis possa sembrare pertinente (a dodici anni Yoann era abbastanza bravo da  partecipare all’Open Super 12 di Auray, un torneo di livello internazionale a cui è uscito al primo turno e che quell’anno è stato vinto dal suo quasi coetaneo Rafael Nadal) nessun calciatore può permettersi quel tipo di solitudine. Gourcuff padre racconta di avergli fatto guardare videocassette del Brasile di Pelé fin da quando aveva cinque anni, che è stato questo a renderlo «sensibile ai gesti tecnici». Una sensibilità che YG ha faticato praticamente da sempre a comunicare se è vero (come ha scritto Liberation nel 2009) che già tra gli educatori del Rennes c’era chi gli rimproverava la lentezza con cui sembrava «scomporre i gesti come se lo si stesse guardando sotto la luce di uno stroboscopio».

YG palleggia da solo.

«Da solo in campo, non sono niente», ha spiegato YG all’Equipe. «Le mie qualità sono adatte al gioco di squadra, non sono il tipo di giocatore che prende palla e dribbla venticinque persone. Non lo so fare. Non sono Cristiano Ronaldo, non sono Franck Ribéry (…) Per me non dribblare è un segnale positivo. Significa che ci sono molte opzioni intorno, che si riesce a trovare l’uomo smarcato». O ancora, a Ouest France in tempi recenti: «Non mi considero come un creatore. Preferisco dire che sono un passatore. Ho bisogno di toccare molte palle. Non per tenerle, ma per farle circolare. Cerco di mettere le mie qualità individuali al servizio della squadra (…) Cerco sopratutto di giocare nel modo più semplice possibile, che è la cosa più difficile di tutte nel calcio. Riuscire a vedere la soluzione prima dell’avversario, trovare il compagno al momento giusto, o al posto giusto, e continuare l’azione, questo è il mio lavoro. Non faccio molti dribbling. I soli che faccio sono per tenere palla, non per andare in porta. Non ne avrei la velocità. Riesco a correre bene senza palla, ma con la palla tra i piedi no».

Quindi Yoann Gourcuff è un playmaker. Non per niente i suoi modelli sono Redondo, Zidane, Rivaldo, Seedorf, Pirlo, e tutti quei giocatori «che hanno qualcosa in più, a loro agio quando si tratta di tenere palla, che corrono con classe. Mi piacciono le sequenze controllo-passaggio pulite».

Il paradosso del playmaker è che pur essendo il ruolo interpretato, di solito, dal giocatore tecnicamente più dotato della squadra per giocare bene dipende dai suoi compagni e dal tipo di relazione instaurata con essi. Se il playmaker non riesce a rendere partecipe del proprio talento chi lo circonda in campo, se per qualsiasi motivo i compagni non si fidano di lui, non gli fanno giocare un numero sufficiente di palloni e non si muovono creando possibilità di attacco, la sua incidenza sulla gara e anche la sua creatività diminuiscono (una cosa simile, anche se più brutale, succede nel football americano quando la difesa decide di boicottare il quarterback). Ma non è il problema dell’uovo e la gallina, saper risolvere questo paradosso è parte delle caratteristiche di tutti i grandi play. Gourcuff pur non essendo un individualista, per caratteristiche di gioco e filosofia, non è riuscito a sciogliere la tensione tra individuo e collettivo. J-L Gasset, allenatore in seconda di Blanc, racconta che anche se a volte avrebbe voluto dirgli di mostrare chi è veramente quando ha la palla tra i piedi, sapeva che YG avrebbe risposto una cosa del tipo: «Come faccio se i miei compagni non me la passano, la palla?». In questo senso lo spostamento a sinistra subito negli ultimi anni è sintomatico del fallimento di YG come meneur de jeu. «Mi diverto poco in una posizione non mia», ha detto l’ultima volta che è stato chiamato in Nazionale per sostituire Ribéry a sinistra. «Al centro posso influenzare il gioco, orientarlo, essere il fulcro del gioco collettivo. Ho bisogno di toccare molti palloni, di passare, di muovermi, di essere attivo per avere fiducia in me stesso e poter provare cose. Si ha più libertà di espressione al centro e si resta concentrati».

Quando YG era un bravo ragazzo ma di carattere.

YG è davvero un ragazzo troppo educato (come dimostra il video in cui l’allenatore del Saint-Etienne che, per non offendere i propri tifosi, rifiuta all’ultimo di stringergli la mano dopo il derby, e YG che fa addirittura un piccolo gesto di comprensione col braccio sinistro) per le pressioni del calcio di alto livello, ma il suo limite caratteriale è anche un problema tecnico. Abidal diceva di Zidane: «Avrei fatto di tutto perché fosse contento di me. Io che col destro non so che farci facevo finta di sapere giocare con entrambi i piedi» (qui al minuto 25.20). Al tempo stesso ZZ, non esattamente il massimo dell’espansività, dopo la vittoria della Francia con il Brasile nel 2006 grazie una delle sue migliori partite in assoluto, ha ballato sul tavolo dello spogliatoio pur sapendo di essere ridicolo per far ridere i compagni.

YG finora ha preferito difendersi dai messaggi che arrivavano dall’esterno e messo in difficoltà da un ambiente ostile si è rifugiato in un’idea solipsista di calcio: «Io resto me stesso. Mi concentro sul gioco. Vado rispettato con la mia personalità. Appena una volta non sorrido si dice di tutto e di più. Ma se non sorrido è perché sono totalmente concentrato sul mio lavoro e alla ricerca delle sensazioni giuste». Non è narcisismo: in questo modo YG pensa di non dipendere dal giudizio degli altri. Il problema però è che anche limitando il proprio gioco alle sensazioni interne, rinunciando a fare da fulcro, YG continua a fare i conti con la fiducia di compagni, dirigenti e tifosi e con il modo in cui tutto questo lo influenza. In un’intervista televisiva particolarmente crudele in cui gli mostrano il gol contro il PSG parlandogli del periodo in cui “camminava sull’acqua” dice che: «Cose di questo tipo si fanno quando si ha confidenza col pallone e autostima. Oggi come oggi il mio gioco ha perso spontaneità, rifletto di più, mi assumo meno rischi». Il presentatore gli chiede: «E come ci si libera?». «Non lo so. Provando a ritrovare piacere in campo. Provando di nuovo quel tipo di cose, anche a costo di sbagliare.»

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Su Francesco Totti https://minimaetmoralia.it/sport/francesco-totti/ https://minimaetmoralia.it/sport/francesco-totti/#comments Mon, 30 Sep 2013 14:51:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15560 Questo pezzo è uscito sul blog l'Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

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FTotti

Questo pezzo è uscito sul blog l’Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

Le sue azioni erano così in alto che si poteva permettere di essere scettico dicendo che se le cose fossero andate male avrebbero saputo con chi prendersela: «Hanno portato un vecchio, hanno portato quello che ha rovinato il gruppo».  Nel derby dell’otto aprile aveva realizzato il suo nono gol in totale alla Lazio, raggiungendo Marco Delvecchio e Dino Da Costa in cima alla classifica dei marcatori, sempre all time, della stracittadina: «Il mio record più bello». Lo aveva festeggiato a lungo e per un attimo sembrava si fosse fermato il tempo, anche se in realtà le lancette correvano e quello di Totti era il gol dell’1-1 di una partita che la Roma, proprio per quelle ambizioni non ancora sopite, avrebbe dovuto provare a vincere. Poco dopo il New York Times gli aveva dedicato un bel pezzo, in cui le dichiarazioni di Totti, secondo il quale solo Messi faceva cose che lui non immaginava di poter fare, venivano interpretate come mancanza di «false modesty» anziché, secondo la lettura italiana, semplice arroganza. Totti a quel punto voleva raggiungere il record di Piola (lontano quarantasette gol) ma non dipendeva solo da lui. Con un solo anno di contratto (scadenza giugno 2014) sarebbe stato difficile, anzi impossibile, ma lui si diceva fiducioso, sicuro di poter trovare un accordo con la società.

Il mio rapporto da tifoso con Totti è sempre stato all’insegna dell’ambiguità. Sono nato nel 1981 e mio padre è laziale, non avevo nessuno che mi portasse allo stadio da piccolo e se la Roma era nata grande (o se lo era stata nella prima metà degli anni ottanta come mio zio materno raccontava) io non lo potevo ricordare. La prima Roma di cui ho piena coscienza è quella che ho seguito durante gli ultimi anni del liceo. Quella dello scudetto laziale del 2000 e, solo tre giorni dopo, dell’addio di Giuseppe Giannini con l’aereo passato sopra l’Olimpico con la scritta “Lazio Campione” e il saluto amaro al Principe finito in invasione di campo e le porte e il manto erboso distrutti come per dire che basta, il calcio era finito, in questo stadio, in questa città, non ha più senso giocare. Ma anche la Roma capace di risorgere dalle sue ceneri e vincere lo scudetto nel 2001, il terzo della storia romanista, scucendolo direttamente dall’odiata maglia celeste. In quel periodo seguivo con così grandi speranze la Roma (speranze rafforzate dalla vittoria per 3-0 sulla Fiorentina in Supercoppa) e credevo così tanto che potesse diventare una delle migliori squadre europee, che sono andato allo stadio a vedere Roma-Real Madrid l’11 settembre (la mia prima partita di Champions League, la prima della Roma dopo la finale tremenda del 1984) e nonostante un tipo seduto affianco a me con in testa una bandana americana e il clima poco festoso, devo ammettere che mi sono emozionato. Per la cronaca: abbiamo perso 1-2, una punizione al bacio di Figo da trenta metri, un cross al bacio di Figo per la testa di Guti, poi Totti su rigore.

Nonostante quella sconfitta una parte di me pensava che ero stato fortunato a capitare nel momento storico in cui la Roma stava davvero per tornare grande, e in effetti la prima metà di stagione è stata strepitosa. Le mie speranze sono naufragate nel pareggio esterno con il Venezia già retrocesso (2-2), a cinque giornate dalla fine, in cui di fatto è diventato chiaro che non avremmo vinto il secondo scudetto consecutivo e che forse l’era Capello sarebbe stata meno interessante di quel che credevamo. Già qualche settimana prima, dopo il 5-1 sulla Lazio, la Roma aveva perso il primato in classifica perdendo a Milano con l’Inter lo scontro diretto, e alla fine è andata bene che siamo arrivati secondi grazie al 4-2 proprio della Lazio sull’Inter all’ultima giornata (quel famoso cinque maggio 2002). E le stagioni successive avrebbero confermato i timori più che le speranze.

Il campionato  2002-2003 della Roma è stato a dir poco mediocre (ottavo posto) e in Champions League, dopo aver preso tre gol in casa dal Real Madrid ed essersi rifatti al Santiago Bernabeu (gol di Totti)  la squadra di Capello è stata eliminata come ultima del secondo girone di qualificazione che avrebbe dato accesso ai quarti, vincendo una sola partita. Quella che era la migliore Roma da quasi due decenni, per due anni di seguito non è riuscita ad arrivare neanche ai quarti di Champions League. Come se non bastasse, nella doppia finale di Coppa Italia è stata battuta dal Milan 4-1 all’Olimpico, a cui è seguito un inutile 2-2 a San Siro (3 gol di Totti in due partite, tutti su punizione).

L’anno dopo (2003-2004), sembrava essere tornata la Roma migliore, capace di battere la Juventus 4-0 e 4-1 l’Inter, ma perdendo entrambi gli scontri diretti col Milan alla fine è arrivata di nuovo seconda. In Coppa Uefa si è fatta eliminare agli ottavi dal Villareal ma anche questo non sarebbe stato poi così grave se a fine stagione Capello (che ha portato la visione di gioco di Totti a un livello superiore con uno schema fisso che prevedeva che lanciasse in diagonale alle sue spalle, senza guardare, senza guardare ma con la solita precisione golfistica, per uno tra Del Vecchio e Batistuta, e che tuttavia gli diceva: «Francesco, hai il culo basso») non avesse fatto le valigie e lasciato Roma per Torino, la Roma per l’odiata Juventus, si dice di notte, per evitare incontri spiacevoli.

Ed è al termine di una delle più brutte stagioni che ricordi, quella 2004-2005, quella dei quattro allenatori (Prandelli → Voëller → Del Neri → Bruno Conti), di un altro mediocre ottavo posto in campionato, del girone di qualificazione di Champions League concluso senza neanche una vittoria e della sconfitta in finale di Coppa Italia contro l’Inter (0-2 in casa all’andata, 0-1 al ritorno a Milano), che Totti ha dovuto scegliere tra la sua Roma e il Real Madrid. Come sappiamo, Totti alla fine ha scelto di rinnovare: «Preferisco vincere uno scudetto qui che dieci altrove». Questa frase ai romanisti piace molto, ma poteva essere interpretata anche come mancanza di ambizione.

A ventotto anni (quasi ventinove) Totti aveva già battuto il record di Pruzzo (107 gol) diventando il più grande cannoniere della storia della Roma e, d’accordo, non era un mercenario, non era un calciatore moderno, ok, ma perché non potevamo vincerli noi dieci scudetti? Come andava preso quel rinnovo: era un contentino alla tifoseria arrabbiata, il parafulmine da ogni critica, o Totti avrebbe davvero riportato la Roma sulla strada del successo? Totti si stava accontentando? Aveva scelto di restare perché pensava davvero che avrebbe vinto qualcosa di importante o perché a Roma si poteva fare le magliette tipo quella Vi Ho Purgato Ancora?

Comunque già nel caso di quel quinquennale (10,5 milioni di euro lordi a stagione) del maggio 2005 si parlava di contratto “a vita” e un ruolo in società di “reciproca soddisfazione” una volta terminata la sua carriera. Se non vi rendete conto di quanto è lontano il 2005 pensate che è l’anno di nascita di YouTube, dell’uragano Katrina, degli attentati alla metro di Londra e che appena smaltita la folla di fedeli al Vaticano per i funerali di Giovanni Paolo II, un mese dopo il rinnovo di cui sopra, Totti ha riempito di un tipo di fedeli diverso le scalinate di Santa Maria in Aracoeli sposando Ilary Blasi in diretta Sky, dando poi il ricavato in beneficenza al canile di Porta Portese.

Appena usciti gli sposi dalla chiesa è partito il coro «un capitano/ c’è solo un capitano», io passavo dalle parti di piazza Venezia e mi sono fermato a guardare, e questa è la cosa più simile a un matrimonio regale che possa avere Roma, visto che il Papa non si può sposare. (E non posso fare a meno di ricordare che pochi giorni dopo Del Piero, una delle nemesi con cui Totti è stato confrontato nel corso degli anni, si è fatto sposare da Don Ciotti in un paese sulle colline torinesi, in gran segreto, una cerimonia che il Corriere della Sera ha definito «sobria, molto intima», col capitano della Juve accompagnato da una «piccola comitiva», dodici invitati in tutto.)

Mentre scrivevo questo pezzo mi consultavo con un amico romanista, la persona che ho sentito parlare meglio di Totti in tutta la mia vita e che quindi adesso chiamerò il Mio Amico Tottiano. Gli ho chiesto secondo lui qual è stato il picco nella carriera di Totti. Il Mio Amico Tottiano ha risposto: «Nessuno. Ho visto tutte le partite della Roma all’Olimpico, tranne cinque o sei, dal 1997 a oggi, e nel 90% di esse Totti è stato il migliore in campo. Non il migliore della Roma, in generale, considerando anche gli avversari. Quindi direi un unico picco lungo sedici anni». Per il Mio Amico Tottiano la Roma viene comunque prima di Totti, ma sostiene che dal vivo non ha mai visto un giocatore migliore di Totti. Che gli è sembrato meglio Totti di Cristiano Ronaldo. Ho chiesto anche ad altri Amici Tottiani e ho riscontrato una certa difficoltà ad ammettere l’inferiorità del Capitano di fronte anche a grandissimi campioni come Cantona, Zidane, per non parlare dei rivali italiani R. Baggio e Del Piero. Per quanto sia sbagliato fare confronti è interessante la loro difficoltà ad ammettere: «Sì: ___________ è più forte di Totti e avrei preferito che la Roma avesse speso i suoi soldi per ___________ anziché per il Capitano».

Dopodiché, ci sono due ipotesi.

La prima è che il suo momento migliore corrisponda alla sequenza Europeo  2000/Scudetto 2001. A favore di questa tesi ci sono: il cucchiaio a van der Sar in semifinale, il premio come Man of The Match in finale e in generale l’idea che se fosse dipeso soltanto da lui quella partita forse l’avremmo vinta: non solo grazie al tacco con cui, dopo aver difeso palla e aspettato esattamente il momento giusto, manda Pessotto al cross per  il gol di Del Vecchio che ha portato l’Italia in vantaggio (al minuto 4.00 del video qui sotto col commento in giapponese e tutti i tocchi di Totti in quella partita) ma anche per un’occasione in cui ha messo Del Piero davanti alla porta per il possibile raddoppio (minuto 4.56: Del Piero incrocia malissimo di sinistro cadendo goffamente a terra) e un’altra di poco successiva in cui resiste a una carica a centrocampo con una specie di piroetta prima di lanciare in diagonale Del Vecchio che però calcia sull’esterno della rete (minuto 5.50).

Totti stesso ritiene che se l’Italia avesse vinto quella finale, magari gli avrebbero dato il Pallone d’Oro (lo ha detto sempre nell’intervista di Gazzetta del 29 marzo scorso, ma in realtà in quell’edizione 2000 Totti è arrivato quattordicesimo nella classifica di France Football e il suo miglior piazzamento è dell’anno successivo, quinto, probabilmente merito dello scudetto). Riguardo la finale con la Francia però va detto che i suoi critici più pignoli gli rimproverano di aver sprecato quello che sarebbe potuto essere l’ultimo pallone della partita, a pochi secondi dalla fine dei quattro minuti di recupero, con un lancio a Pessotto in fuorigioco che ha lasciato il tempo alla Francia per giocare l’azione del pareggio di Wiltord (nel video giapponese questo passaggio non c’è; ed è forse a partire da quel giorno che Totti diventa il miglior giocatore al mondo nel perdere tempo tenendo palla sulla bandierina del calcio d’angolo vicina alla porta avversaria, a volte anche a cinque minuti dalla fine della partita). Per quanto riguarda il periodo scudetto, c’è chi sostiene che Totti sia stato poco più di un comprimario, il protagonista di un film con molti protagonisti, gente come Batistuta, Samuel, Cafu, Emerson, Montella. Che se fosse dipeso veramente da lui, avremmo vinto molto di più in tutti questi anni. Un punto di vista comprensibile.

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Vikash Dhorasoo. La vita è una e la maggior parte di noi la passa in panchina https://minimaetmoralia.it/sport/vikash-dhorasoo/ https://minimaetmoralia.it/sport/vikash-dhorasoo/#comments Thu, 09 May 2013 13:47:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14229 Questo pezzo è uscito su Vice.

The Substitute è il film girato da Vikash Dhorasoo durante quel mondiale del 2006 passato quasi interamente in panchina. A 36 anni, quel mondiale avrebbe potuto essere l'happy-ending  di una carriera complicata da un carattere difficile (problemi con gli allenatori, pochi amici tra i calciatori). Una ciliegina senza torta, o quasi (ha comunque vinto due campionati da titolare nel Lione di Le Guen). Se lo era conquistato giocando praticamente tutte le partite di qualificazione. In nazionale poi aveva ritrovato l’allenatore più amato, Raymond Domenech, con cui dieci anni prima aveva partecipato alle Olimpiadi con la nazionale under 21. Ma quello del 2006 sarebbe stato sopratutto il mondiale del ritorno di Zidane e dell'esplosione di Ribery (che ha esordito in nazionale proprio in Germania). Il video qui sopra mostra i dieci minuti di Dhorasoo contro la Svizzera, prima partita del girone, a cui vanno aggiunti altri sei minuti contro la Corea del Sud pochi giorni dopo, per avere l'integralità del suo contributo alla spedizione francese. Quel tiro di controbalzo su assist di Luis Saha è l'unica occasione avuta da Dhorasoo per cambiare, non sapremo mai come, mai quanto, il suo ruolo in quel mondiale e, probabilmente, il ricordo che i francesi avrebbero avuto di lui.

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Questo pezzo è uscito su Vice.

The Substitute è il film girato da Vikash Dhorasoo durante quel mondiale del 2006 passato quasi interamente in panchina. A 36 anni, quel mondiale avrebbe potuto essere l’happy-ending  di una carriera complicata da un carattere difficile (problemi con gli allenatori, pochi amici tra i calciatori). Una ciliegina senza torta, o quasi (ha comunque vinto due campionati da titolare nel Lione di Le Guen). Se lo era conquistato giocando praticamente tutte le partite di qualificazione. In nazionale poi aveva ritrovato l’allenatore più amato, Raymond Domenech, con cui dieci anni prima aveva partecipato alle Olimpiadi con la nazionale under 21. Ma quello del 2006 sarebbe stato sopratutto il mondiale del ritorno di Zidane e dell’esplosione di Ribery (che ha esordito in nazionale proprio in Germania). Il video qui sopra mostra i dieci minuti di Dhorasoo contro la Svizzera, prima partita del girone, a cui vanno aggiunti altri sei minuti contro la Corea del Sud pochi giorni dopo, per avere l’integralità del suo contributo alla spedizione francese. Quel tiro di controbalzo su assist di Luis Saha è l’unica occasione avuta da Dhorasoo per cambiare, non sapremo mai come, mai quanto, il suo ruolo in quel mondiale e, probabilmente, il ricordo che i francesi avrebbero avuto di lui.

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The Substitute parla di due cose. Del rapporto tra Dhorasoo e Domenech (“Giocavo per lui, avevo l’impressione che mi stesse mandando in missione ogni volta”) e dell’ingiustizia di cui sente di essere vittima. Un’ingiustizia inesistente in termini razionali, persino assurda in alcuni momenti. Domenech, come qualsiasi altro allenatore al mondo, non deve proprio niente ai suoi giocatori, se non: prendere le scelte giuste e farli esprimere al loro meglio. La cosa che rende interessante il delirio di Vikash è che lui queste cose le sa. Il cuore del film sta nel conflitto tra l’affetto che proviamo per lui e la consapevolezza che non sarebbe potuta andare diversamente. Che non sarebbe stato più giusto, se fosse andata diversamente.

Secondo poi, The Substitute parla dell’amicizia tra Dhorasoo e Fred Poulet, l’amico artista che gli consegna due cineprese Super 8 spingendolo a riflettere sulla sua situazione.  Che lo conforta, che gli dà spago, che gli mostra la via dell’arte come uscita dalle frustrazioni terrene (“Sarà la storia di te con questa. La storia delle Super 8 che non funzionano. La storia che non c’è abbastanza luce…” The Substitute è la versione altrettanto artistica ma più autenticamente dolorosa di Zidane, un portrait du 21e siècle). Certo, ci sono anche scene pretenziose, da artista dilettante (un rallenti di un minuto con Dhorasoo che si filma da solo controluce in una stanza con una manichino da sartoria alla sua sinistra; Dhorasoo che filma quadri e servizi da tè, corridoi verdi, mappamondi e cartelli con su scritto in corsivo TOUT EST DANS MA TÈTE), ma che c’è di male nel dilettantismo pretenzioso? Dhorasoo non ci vuole convincere di niente, la sua è una confessione sincera e dolorosa su cosa significa essere messi da parte, perdere una Coppa del Mondo senza neanche partecipare veramente. Né semplice spettatore, né giocatore di calcio, né veramente artista. La bellezza sta proprio in questa cifra imperfetta, incompiuta, mai pienamente espressa.

La sua attesa senza senso di entrare in campo ricorda la nostra quotidiana, che ci venga data l’opportunità di lasciare una traccia di noi stessi. Per questo anche per noi è importante. La sua è la perdita di tempo di chi crede che il proprio posto nel mondo sia ancora da definire, ancora definibile. L’immaturità, il cazzeggio, la sciatteria, la presunzione, la paranoia, l’egocentrismo, l’enorme voglia di giocare a calcio di Dhorasoo. L’incapacità di partecipare veramente a una cosa che non lo riguardi strettamente in prima persona, l’impossibilità in una società individualista e competitiva di rappresentare e di sentirsi rappresentato. La speranza che qualcosa possa succedere da un momento all’altro, la frustrazione di sentirsi piccoli di fronte all’ostilità di eventi al di fuori della nostra portata. Soprattutto, piccoli di fronte ad altri uomini, di fronte a Zidane, a Ribery, a Gouvu.

Quello che segue è un play by play delle scene che mi hanno più impressionato. E per impressionato intendo: che mi hanno fatto venire le lacrime agli occhi, che mi hanno fatto stare male per il fallimento umano esaltandomi al tempo stesso per la riuscita artistica.

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Dhorasoo, cresciuto tra gli HLM di Le Havre (“Quando vivi in periferia, è strano, non vai al mare. È una cosa culturale. Non è automatico, andare al mare”—immagini di coatti quindicenni che danno del Lei all’operatore e palleggiano tenendosi su i jeans con le mani), viene fischiato al momento del suo ingresso in campo durante l’amichevole Francia-Messico, quando prende il posto di Zidane.

Vikash riflette su quelle persone che lo hanno fischiato, sulla distanza che li separa:

“Queste persone che vengono allo stadio che mi fischiano, che mi detestano, sono sicuro che sono il tipo di persone che amo e che difendo. È loro che difendo. Perché immagino facciano parte della massa.”

Immagini di tifosi con bandiere e cappelli ridicoli, bambini con la faccia dipinta, francesi, tedeschi, africani in abiti tradizionali.

“Gente di periferia, che viene da dove vengo io, sono queste le persone che difendo, che amo… anche se non ho più a che fare con loro, questa gente… Politicamente, socialmente, come vuoi tu, queste sono le persone che difendo. Al tempo stesso mi rendo conto che non sono più come loro. È paradossale, ma ciò non toglie che continuerò a difenderli.”

Il suono è qualitativamente discontinuo, la prima parte di monologo e faccia alla telecamera, la seconda, invece, sembra registrata in seguito.

“Io sono il tizio che sostituisce questo e quello. Sono il tizio che sostituisce Zidane non so a che minuto, mentre tutti aspettavano Ribery, aspettavano… tutti tranne me.” C’è molta lucidità, ma la lucidità non modifica di una virgola il dolore. I nostri desideri sono irriducibili alle verità esterna. In un certo senso, desiderare davvero qualcosa significa pensare di meritarla a priori. Immagine di Vikash in panchina: si inquadra da solo o si fa inquadrare da qualcuno?

Nella partita d’esordio contro la Svizzera, come abbiamo visto, Dhorasoo entra a pochi minuti dalla fine e va vicino al gol.

Conversazione telefonica con Fred Poulet, mentre è in pullman, poco prima della seconda partita contro la Corea del Sud.

“Se fosse entrata magari sarebbe cambiato qualcosa per la partita dopo. Dieci centimetri più in qua e sarebbe tutto diverso.”
“Diciamo 20.”
“20 centimetri, sì. La Gloria dipende da venti centimetri, è così eh.”
“Già.” 
“Sai qual è la cosa divertente? Di solito sei in panchina e in situazione simili, quando mancano dieci minuti, pensi: che palle. E invece alla fine della partita mi dicevo che dieci minuti così vanno bene. In altre partite magari quei dieci minuti li fai senza neanche toccare palla… sono contento dei miei dieci minuti. Adesso viene il bello. Sono contento di esserci. Pensavo di giocare un po’ di più. Ma sai alla fine… Ce ne sono sette o otto che non hanno giocato per niente e che magari non giocheranno per niente. Più altri 30 che avrebbero voluto essere qui. È vero che anche la terza partita rischia di essere decisiva, quindi… sarebbe stato meglio se la terza partita avessimo potuto giocarla tutti.”

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Il documentario raggiunge un picco di crudeltà quando Dhorasoo, con la polo della Francia fischia l’inno nazionale nella sua stanza, e la voce fuori campo dice che contro il Togo non giocherà neanche un minuto.

“A un certo momento mi chiedo: Cos’è la mia Coppa del Mondo? La mia stanza e delle partite di poker, mentre per due anni sono stato titolare di questa squadra. Mi sembra strano.”
“Sai, stiamo facendo un film proprio su questo.”

Dialogo telefonico, Fred e Vikash sono a 50 metri di distanza, separati da un muretto, si riprendono a vicenda.
“Allora sei felice?”
“Non sono triste. Mi rode per un fastidio all’adduttore…”
“Altrimenti ti avrebbe fatto entrare?”
“Sì, mi ha chiesto come stavo perché mi avrebbe fatto entrare, forse a fine primo tempo o poco più tardi ma mi avrebbe fatto entrare. Ma mi faceva male l’adduttore e ha preferito non rischiare. E ha fatto bene perché era una partita importante. Ma insomma ero abbastanza arrabbiato. Alla fine però ci siamo qualificati e quella è la cosa più importante.”

Immagini da un allenamento. Dhorasoo si tocca sotto la coscia, si avvicina a uno dello staff di spalle con le braccia conserte e una tracolla verde che non se lo fila per niente, poi va da un altro tipo grande e grosso coi capelli bianchi, che scuote la testa su e giù, poi lo prende per un braccio e lo rimanda in campo.

“Nella mia carriera ho giocato per salvarmi la pelle, per ottenere un contratto.” Nelle immagini dell’allenamento si aggiusta le mutande. “Ma ora non è cosi. Non mi sentirei apposto se mi portassero via la mia Coppa del Mondo. Ma vedrai, domani entro e qualcosa succede. Mi sento abbastanza bene.”

Vikash deve lanciare il girato a Fred oltre un muretto. Per prendere al volo la sacca con le pellicole, prima che finisca in mezzo alla strada, Fred posa la telecamera. In fase di montaggio aggiunge un’inquadratura sfocata di un cartello che dice: LE FAVOLE FINISCONO BENE. Di chi è l’inquadratura? Sua? Di Vikash?

“La verità è questa. Che mi hanno seppellito non so perché e non mi vogliono più far giocare.”
“C’è ancora tempo, ci sono ancora delle occasioni.”
“Sì, ma ogni occasione può essere l’ultima. Quindi oggi è una delle ultime”.
“È così.”
“Vedremo. Però. Mi piacerebbe sapere cosa è successo.”
“Qualcosa è successo, tra di voi, e non cambierebbe niente, qualsiasi cosa tu faccia.”
“Lo rispetto e non dirò mai niente di male su di lui. Ma alla fine ha mollato, come gli altri in passato hanno mollato.”

E appena finisce di parlare dall’albero dietro a lui un mucchio di foglie si stacca da un ramo e si posa a terra.

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27 giugno, ottavo di finale Francia-Spagna.

“Sei in una situazione veramente particolare.”
“La cosa è questa. È come se fossi suo figlio. Per due anni mi ha allenato per scalare una montagna, capisci? E il giorno in cui bisogna scalarla sceglie il figlio del vicino. Sono chiuso in casa e non so perché.”

Immagini dell’allenamento. Dhorasoo si avvicina a dei palloni di fianco a Domenech. Tra di loro c’è un tizio con cui sta parlando Domenech. Dhorasoo palleggia, credo, con Malouda e Gallas, che non gli passano la palla.

“L’impressione che ho io è di un tradimento. Capisco che vincere è bello, ma tradire le persone è orribile. E non è che gli vado a dire: fammi giocare. Me ne frego. Ma voglio che capisca che mi sta tradendo. E questo… non è umano, ecco.”

Fred Poulet ride. Si rende conto che Vikash la sta sparando grossa, ma la loro è una forma di amicizia basata sulla complicità nel bene e nel male. Senza alcun desiderio che l’uno corregga i difetti dell’altro. Anzi, probabilmente per Fred l’egocentrismo di Vikash non è un difetto. Ma l’affetto non va frainteso con la lealtà.

“Non mi interessa che mi dica: non giochi perché è meglio qualcun altro o ho scelto così, me ne frego. Di quelli con cui non andavo d’accordo non mi interessa, e ce ne sono stati. Ma tra quelli che io ho stimato, alla fine, è praticamente il solo che mi ha tradito.”
“Pensi che potresti parlargli?”
“Sì, certo.”
“Ma?”
“Be’, se lo faccio ora, ecco, quello che gli vorrei chiedere è: perché mi ci hai fatto credere solo per poi scartarmi..”

La Francia batte la Spagna. Partita incredibile di Zidane. Dhorasoo non gioca. Fred teme che Vikash possa perdere interesse. Lo chiama mentre passeggia col resto della squadra: “Non vi costringono a tenervi per mano?” Gli chiede come va il morale, se sta ancora filmando. Vikash dice di sì, solo che non sta registrando molto audio.
“Perché nella mia stanza non parlo con nessuno.”
“Certo. Te lo avevo dato pensando che magari avresti avuto voglia di parlare a te stesso.”

Durante questa conversazione telefonica lo spettatore del film capisce davvero che in tutta questa storia Domenech ha ragione (si è dimostrato debole magari di fronte a Zidane, ha concesso qualcosa alla nazione che gli chiedeva Ribery, che non era il Ribery che conosciamo adesso, ma una cosa è certa: non doveva proprio niente a Dhorasoo).

(…)

“Hai parlato con Domenech?”
“Sì, ci ho parlato ma… fa le sue scelte, non ha niente contro di me. Ho preso la temperatura, non sono proprio convinto, ma almeno l’ho fatto. Quello che mi sono detto dopo è: ho fatto bene a non restare col dubbio perché altrimenti avrei rimpianto di non avergli chiesto niente. Non è importante quello che che lui ha detto a me ma quello che ho detto io.”
“Ma lui non è voluto rientrare nell’aspetto umano della questione?”
“No, ma mi sono fatto capire. Quello che dice è anche vero.”

Vikash racconta che mentre era in terrazza con la moglie Emilie ha tirato fuori la cinepresa, per la prima volta in un’esterna, e forse Domenech se ne è accorto.

“Credo mi abbia visto. C’erano le telecamere, e io filmavo loro che filmavano me. E lui deve avermi visto. Era la prima volta che tiravo fuori la telecamera all’esterno. E mi ha detto: ‘Ho visto che stai filmando…’” (In una scena precedente, Dhorasoo aveva detto di tirare raramente fuori la cinepresa, di filmare con discrezione per non farsi vedere, anche se in realtà se ne erano accorti tutti ma non dicevano niente).

Fred gli dice che per i quarti (Brasile) indosserà la sua maglia numero 8.

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La Francia ha battuto il Brasile ai quarti. Un risultato storico, incredibile, inaspettato, ma Vikash è triste, solo nella sua stanza, stanco. Ha perso la speranza, ormai, di giocare. Monologo.

“Che giorno è? Domenica, non so che numero. Abbiamo battuto il Brasile ieri. Cioè: loro hanno battuto il Brasile ieri…” Sembra drogato, o appena sveglio. “Sono stufo di parlare da solo. Adesso parlo con qualcuno. Allora parlo con te, Fred, tanto sei te che ascolterai il nastro. E in effetti non ho voglia di parlare con nessun altro. Inizio a non poterne più di essere in Germania. Mi chiedo cosa sono venuto a fare oltre che a fare un film. La mia Coppa del Mondo è andata un po’ male. Non come avrei voluto io. Oggi va un po’ meglio. Ma tre giorni fa contro la Spagna, avevo più voglia di piangere che di ridere. Adesso posso anche aver voglia di ridere, ogni tanto. Devo relativizzare: mi dico che comunque sono nei 23, che sto vivendo quest’avventura… e che… ma io non sono un tifoso, non sono uno spettatore, sono un giocatore di calcio e non sto giocando… è questo che mi dà fastidio. E non ne posso più.”

Possibile che sia così solo? Perché tra quei 23 non ha neanche un amico, una persona con cui passare il tempo? Ha ragione chi dice che è colpa sua se non ha mai legato con nessuno da nessuna parte? È per via dei suoi interessi extra-calcistici, troppo raffinati? È perché è di origini indiane?

“In più devi far finta. Devi sorridere, devi sembrare contento, di buon umore. E sarà peggio dopo, una volta finito tutto. Perché ci sarà lo sguardo degli altri e pfff… non ho più voglia di rispondere al telefono, non ho più voglia di parlare di calcio, non ne posso più del calcio, non ho più voglia di accendere la tv. Quindi… vorrei che finisse tutto, ma al tempo stesso sto così bene solo nella mia stanza, senza dover rendere conto a nessuno. Sarà dura tornare coi piedi per terra. In mezzo agli altri che non capiranno nulla, nel loro mondo… e va bene, stiamo facendo un film, no? Almeno in questo ci credo. Il solo sms carino che ho ricevuto è il tuo. Mi rendo conto che questa Coppa del Mondo sta facendo soffrire tutti quanti attorno a me. È questo che mi rende triste. So che la mia famiglia è triste e mi rendo conto che non è un bel momento per nessuno. Non lo so, magari fra vent’anni mi dirò che ci sono stato, è stato bello, spero… Cosa sarebbe stato meglio: venire qui per vivere quello che sto vivendo o non venire per niente? Mi dico che deve essere sempre meglio essere qui. Faccio poche telefonate. Il meno possibile. Parlo da solo, in effetti. Penso sempre alle stesse cose. Non sto diventando pazzo, eh. Sono abituato a stare in una stanza d’hotel. Anche a lungo, non mi dà fastidio. Mi dico che succederà qualcosa. Allora mi aggrappo a questo pensiero e vado avanti. Ma ci credo sempre di meno. È questo il problema. Prima o poi uscirò da questa stanza. Uscirò, non c’è problema. Tutta la mia carriera è stato questo: affrontare le cose dritto sulle proprie gambe, guardare la gente negli occhi senza abbassare la testa.” Vikash si mette a letto con un libro Gallimard in canottiera e slip bianchi.

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Dopo la delusione col Brasile Vikash torna di buonumore. Ha perso le speranze di giocare e questa, adesso, sembra la cosa migliore che potesse capitargli. Adesso ragiona così:

“Immaginiamo che vinciamo la finale. Bisogna che arrivi ad impossessarmi di un pezzettino di medaglia. Non so come. Mi dico che c’ero. Che facevo parte dei 23… e… mi piace questa canzone (“Another Sunny day“)… e che in ogni caso ho fatto qualificare la Francia, ho giocato tutte le partite. Poi sono stato fatto fuori, d’accordo, il mio piccolo orgoglio potrebbe essere questo, di aver fatto le partite in Irlanda, in Svizzera, contro Cipro, in Israele. Quelle partite dove—viene da ridere anche a lui, si rende conto che quelle partite non sono niente in confronto a queste—ho partecipato comunque a questa bella avventura anche se non ho avuto il dessert. Ecco, mi hanno tolto il dessert, credo sia questa l’immagine. Ho mangiato bene ma è mancata una bella torta al cioccolato. Mettiamola così. E non fa niente… Lo mangerò rientrando il mio dessert. Magari la mia torta al cioccolato è questo film. Magari devo pensare a questo.”

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Prima della finale, con i Ricchi e Poveri in sottofondo, Vikash è ottimista: “Mi sono svegliato di buon umore. Ho voglia di alzarla questa coppa, quindi.. mmh… faremo il massimo. Sarà un gran momento. Credo ci siano 80.000 persone, tre miliardi davanti la tv. Cioè credo, tre miliardi, forse sto esagerando. Un po’ meno [ride]. Una finale di Coppa del Mondo. Sono già fortunato a giocarne una, non siamo in molti… quando mi dico che ci sono solo 23 francesi che giocano la coppa del mondo e che ogni quattro anni ci sono solo 40 giocatori che giocano la finale e io sono uno di questi pochi giocatori a poter vivere questo, sono contento.”

Arriva davanti allo spogliatoio.

“Eccoci qui: mi metto la tuta, mi faccio bello. Poi spero di togliermela.”

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Dopo la sconfitta Dhorasoo tira fuori la telecamera nello spogliatoio.

Trezeguet che si aggiusta il colletto, giocatori irriconoscibili con l’asciugamano sulle ginocchia. Quello dietro a Vikash sembra un minacciosissimo Viera. Poi Dhorasoo torna in Francia. Si affaccia dalla terrazza dell’Hotel Crillon su Place de la Concorde piena di tifosi. Sale le scale di casa coi bagagli. Si siede al tavolo in salotto, davanti alla corrispondenza accumulata. È finita, si ricomincia. Titoli di coda. La vita di tutti i giorni. Prende un gran respiro, si mette le mani nei capelli, se li pettina. Poi inizia a smazzarsi la posta.

The Substitute significa di fatto la fine della carriera di Dhorasoo. L’idea generale, quando torna, è che non pensi più a giocare a calcio, che sia partito per la Germania solo per girare un film.

Considerato un calciatore intellettuale (definizione che rifiuta, primo perché “non è carino  nei confronti degli intellettuali e dei calciatori”; secondo perché una simile caratteristica “mi ha causato più problemi durante la mia carriera che vantaggi adesso”) scrive su Le Monde e SoFoot e ha fondato il suo movimento calcistico, Tatane (dall’argot: scarpa, pantofola) “per un calcio sostenibile e gioioso”.

Il calcio di oggi, per come lo vede Vikash, è schiacciato tra interessi economici (che ne determinano una legislazione anomala: ha scritto contro la precarietà dei calciatori e le indennità di trasferimento—in quale altro settore due datori di lavoro scendono a patti tra di loro per garantirsi le prestazioni di un dipendente?) e la cattiva reputazione dei calciatori che guadagnano troppo. Vikash difende il calcio senza pregiudizi, può difendere Nasri perché rompe il muro di ipocrisia che i giornalisti pretendono, e attaccare Nasri come rappresentante supremo di un calcio individualista all’eccesso.

Vikash non ha voluto allenare o restare in maniera attiva all’interno del mondo del calcio, e forse non sarebbe stato simpatico ad un numero sufficiente di persone da ricevere offerte in tal senso. Ha preferito mettersi in disparte, cercando di influenzare culturalmente quello sport che ama senza avidità, senza più egoismo, per il suo valore sociale e umano. Perché la vita è una e la maggior parte di noi la passa in panchina.

L'articolo Vikash Dhorasoo. La vita è una e la maggior parte di noi la passa in panchina proviene da Minima et Moralia.

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Mario Balotelli: una visita guidata https://minimaetmoralia.it/sport/mario-balotelli-una-visita-guidata/ https://minimaetmoralia.it/sport/mario-balotelli-una-visita-guidata/#comments Thu, 14 Jun 2012 13:08:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8376 Tra poche ore l'Italia giocherà la seconda partita degli Europei. Pubblichiamo un racconto di Francesco Pacifico, contenuto nell'antologia «Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio» uscita nel 2010, che decostruisce splendori e miserie del «caso Balotelli».

«L’infanzia difficile, il pallone come unica arma di riscatto sociale e un sogno nel cassetto: quello di diventare calciatore...»

Non gliela si fa ai giornalisti sportivi: hanno un cuore tenero e un armamentario di immagini retoriche per far sentire al lettore da bar – una nevicata di sfoglie di cornetto sulla pagina aperta – che leggere un quotidiano sportivo non è un’attività alienante. Questo giornale contiene valori!

«Se saltelli muore Balotelli», gridano alcuni dei lettori dei quotidiani sportivi quando, lasciato il giornale sul tavolino del bar, si ritrovano allo stadio per la partita – in questo caso Juve-Inter di campionato, primavera 2009.

L'articolo Mario Balotelli: una visita guidata proviene da Minima et Moralia.

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Tra poche ore l’Italia giocherà la seconda partita degli Europei. Pubblichiamo un racconto di Francesco Pacifico, contenuto nell’antologia «Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio» uscita nel 2010, che decostruisce splendori e miserie del «caso Balotelli».

«L’infanzia difficile, il pallone come unica arma di riscatto sociale e un sogno nel cassetto: quello di diventare calciatore…»

Non gliela si fa ai giornalisti sportivi: hanno un cuore tenero e un armamentario di immagini retoriche per far sentire al lettore da bar – una nevicata di sfoglie di cornetto sulla pagina aperta – che leggere un quotidiano sportivo non è un’attività alienante. Questo giornale contiene valori!

«Se saltelli muore Balotelli», gridano alcuni dei lettori dei quotidiani sportivi quando, lasciato il giornale sul tavolino del bar, si ritrovano allo stadio per la partita – in questo caso Juve-Inter di campionato, primavera 2009.

Tra la favola collodiana e un rapporto terribile con i tifosi delle squadre avversarie, il giovane interista è una figura già leggendaria. Molti sanno che diventerà un campione e molti lo odiano; solo ieri mi è capitato di parlarne con qualcuno – un interista! – e per l’ennesima volta sentivo dire: «Quant’è stronzo, quello».

Ricordo nitidamente che la Sera della Linguaccia, un Inter-Roma a San Siro del marzo 2009, nel veder apparire la lingua beffarda di MB che irrideva noi poveri romanisti dopo averci fatto gol, io e due amici con cui guardavo la partita in tv sapevamo già che era antipatico e scorretto e andava odiato: come se lo odiassimo da sempre, come se MB facesse linguacce da sempre.

Pochissimo da sapere

È un italiano grosso, nero, fiero, dispettoso, con una storia complicata alle spalle, un talento che promette la quinta vittoria ai mondiali, una faccia da schiaffi. Nasce a Palermo da genitori ghanesi, cresce in provincia di Brescia da una coppia di italiani. È la favola calcistica di questi anni e perciò sembra un classico, una storia che si sa a memoria, pur non conoscendone praticamente i dettagli. Mettendomi a fare ricerche su di lui mi sono sorpreso a scoprire che è in serie a da nemmeno due anni, d’altronde è nato nel 1990, e lo odiamo tutti per un paio di episodi che sono colati sul fondo della nostra coscienza calcistica e sociale senza che nemmeno ce ne accorgessimo.

Diventa famoso il 30 gennaio del 2008 con una doppietta alla Juve in Coppa Italia. Quella sera, però, dà anche delle gran gomitate al difensore avversario Nicola Legrottaglie: saltando in anticipo sullo juventino, che gli sta alle spalle, per intercettare un rinvio lunghissimo del portiere interista, MB tira il gomito destro all’indietro in un modo che mi pare volontario, e lo colpisce in faccia, e immediatamente dopo sgancia un colpo con il gomito sinistro, centrando forte la nuca del difensore. È un gesto bello da vedere al replay, abbastanza complesso, diviso in quattro parti: salto, prima gomitata, seconda gomitata, atterraggio. Il replay lo fa sembrare lungo e meditato, ovviamente non può esserlo, ma è una di quelle occasioni in cui lo spettatore in panciolle si rende conto che in sostanza quegli omini in televisione sono persone che per farsi radicalmente aumentare lo stipendio devono dare spallate ad altre persone.

Dopo la doppia gomitata, MB cresce per un anno fra Primavera e prima squadra, segna in tutte le competizioni, si comincia a conoscere il suo nome, alcuni lo chiamano l’anti-Pato: perché è grosso mentre Pato, il coetaneo milanista, è un minuscolo papero; perché non esulta quando segna mentre Pato fa il gesto del cuore unendo pollici e indici.

A febbraio, dopo un contrasto con Cristiano Ronaldo in Manchester United-Inter, si mette l’indice sulla bocca come per azzittire l’avversario, che è peraltro il calciatore più antipatico in attività.

Poi, la vera gloria: il primo marzo, in campionato, per coincidenza proprio la Sera della Linguaccia. MB segna due gol alla Roma – una partita memorabile che la Roma conduce 3-1 fuori casa e riesce a pareggiare: è il giorno in cui si smantella l’impresa low cost di Spalletti, il giorno in cui si capisce che una squadra ricca poco ispirata può recuperare contro una Roma ispiratissima. MB segna due gol, uno dei quali su un rigore che lui stesso si procura, e lasciate che vi ricordi come…

La Roma è avanti 3-1. Entrando in area da sinistra, di lato, MB passa tra Motta e Taddei con un tocco d’esterno, uno d’interno e un terzo d’esterno meravigliosi, e dopo una cosiddetta hesitation, una sorta di anti-finta, di sospensione del controllo di palla, somministra altri due tocchi d’interno per non farla sfiorare a De Rossi, che invece sfiora MB – boh, forse, diciamo di sì… – il quale cade opportunamente a terra di faccia. Non proprio il rigore più lampante della storia, ma i cinque tocchi delicati dentro l’area sono un gran gesto, considerato il traffico in quella zona del campo.

Dopodiché lo stesso MB tira dagli undici metri con una mezza finta alla Figo, segna, e subito alza l’indice guantato Nike e se lo porta alla bocca per mettere a tacere gli ultras romanisti in trasferta. E questa cosa non si fa. Ancora peggio: tornando verso la sua metà campo, si volta per fare la linguaccia – agli avversari più che alla curva. Per linguaccia intendo: lingua di fuori e rituali occhi da pazzo, tipo wrestler americano, tipo Joker.

Un gesto veramente irritante, quasi disturbante. (Dopodiché alla Roma come al solito crollano i nervi e finisce 3-3.) È qui che io e i miei amici seduti davanti al televisore, all’oscuro delle gomitate a Legrottaglie e della provocazione a Cristiano Ronaldo, mediaticamente raccogliamo non so come dagli umori collettivi della nazione che MB è un giocatore antipatico e molesto, un antisportivo navigato: lo si sapeva.

Francesco Totti, che se la prende moltissimo, sosterrà poi che il gesto fosse rivolto a Panucci. I tifosi romanisti, a detta del Giornale, hanno cantato «non-ci-sò-no-né-gri-ta-lià-ni». Il procuratore federale deferirà Balotelli, per «avere rivolto gesti offensivi nei confronti di un calciatore avversario». Il 40% dei 47.000 partecipanti a un sondaggio di gazzetta.it decretano che i comportamenti di MB «non si giustificano in alcun modo da parte di chi ambisce ad essere un campione». Per il 9,7% «si giustificano solo se prima è stato provocato».

Un po’ di rispetto per gli sconfitti!

Di fronte al dito sulle labbra e alla linguaccia, Totti ha una reazione isterica. Il Capitano sostiene di far parte di un’altra generazione, e al Corriere dello Sport-Stadio spiega: «Se io a diciannove anni avessi avuto lo stesso atteggiamento di Balotelli, i miei compagni di squadra di allora, Cervone e Giannini, mi avrebbero preso a calci. Mazzone mi avrebbe dato due schiaffi e a casa avrei preso il resto dai miei genitori. Probabilmente oggi è un altro calcio, e c’è un’altra maniera di educare i giovani». (Ho praticamente la stessa età di Totti, so quale gusto si prova a ritrovarsi a parlare dei ventenni come di un’altra generazione, per giunta scostumata, quindi a queste dichiarazioni farei la tara.) «Ricordo che nella finale di Supercoppa, mentre si accingeva a battere un calcio d’angolo, l’ho sentito pronunciare la frase “romani di m…” Può capitare un momento di rabbia, ma offese come questa non si dovrebbero ripetere. Invece si sono puntualmente ripetute domenica, con l’aggiunta della linguaccia ai miei compagni che si sono risentiti e prendevano le difese dei 2500 tifosi che sono stati derisi». La conclusione di Totti è un po’ debole: «Magari stando a contatto con grandi uomini come Materazzi e Gattuso, se un giorno li incontrerà in Nazionale, potrà imparare tante cose, soprattutto come ci si comporta. In campo fanno della grinta e della forza la loro arma migliore ma sono sempre stati corretti in tutte le situazioni». Insultando la sorella di Zidane durante la finale di Germania 2006, Materazzi ha causato un finimondo (e ha tolto di mezzo il grande francese, Napoleone calcistico, espulso/esiliato dopo aver ripagato Materazzi con una capocciata sul plesso solare, permettendoci di trascinare la Francia in dieci uomini ai calci di rigore, dove abbiamo vinto perché la Fortuna ce ne doveva un paio post Francia ’98 e Stati Uniti ’94). «Mi ha dato fastidio», precisa Totti, «vedere Balotelli avere un comportamento irriguardoso con Panucci. Magari se Christian gli fa vedere tutti i trofei che ha vinto in carriera, Balotelli si potrebbe fare una foto ricordo […] Personalmente posso anche risultare antipatico con certi atteggiamenti, ma mi sono sempre attenuto a queste regole di vita importanti. Ricordo che quando mi sono infortunato nel 2006 mi sono arrivate tantissime telefonate, anche da avversari con i quali avevo avuto grandissimi scontri in campo. Uno per tutti Stanković, il quale mi ha testimoniato la sua vicinanza durante il mio infortunio […] In passato posso aver commesso tanti errori, sia nei confronti di avversari e anche di qualche tifoseria avversaria, ma ho sempre pagato e riconosciuto di aver sbagliato in prima persona».

Una cinquantina di giorni dopo, il 18 aprile del 2009, Juve-Inter finisce 1-1 e la curva juventina canta: «Se saltelli muore Balotelli!»

Risultato: per punizione la Juventus dovrà giocare a porte chiuse una partita di campionato. In realtà le autorità ci mettono un po’ a prendere provvedimenti; si vede che preferirebbero evitare. La Federcalcio non ha mai avuto un progetto estetico sul calcio italiano e non si è mai fermata davvero per correggere i comportamenti più antiestetici, come i cori razzisti e i falli tattici a centrocampo.

In realtà, a forza di polemiche e considerando che tutto sommato stavolta si tratta di un cittadino italiano, e un cittadino che giocherà quasi sicuramente nella Nazionale maggiore, e un cittadino che ha rinunciato alla chiamata della Nazionale ghanese per mantenersi calcisticamente vergine e ha sempre dichiarato il suo amore per la patria che l’ha cresciuto, che gli ha dato la salute e una famiglia amorevole, la vicenda di Torino ha portato alla modifica del regolamento della Federcalcio: in caso di atteggiamenti razzisti del pubblico, l’arbitro può decidere di sospendere la partita. (E invece quando a settembre 2009, in Cagliari-Inter, si ripete la scenetta razzista di cori colonial-gutturali rétro, contro MB ma pure contro il camerunense Eto’o, l’arbitro non sospende la partita. Il presidente del Cagliari segue la gara in tv dagli Stati Uniti e intervistato risponde di non essersi accorto di nulla dalla telecronaca: «Balotelli è un ragazzo frizzante, attira l’attenzione con qualche comportamento, direi di non ingigantire questi episodi».)

(Un semidio vendicativo)

Il corpo di MB dice qualcosa di forte, è un corpo elegante, sprezzante, fiero, il corpo di un campione naturale. Apporre in cima a quel corpo la firma di un dito che fa il gesto di star zitti, o la linguaccia, scatena il panico. La linguaccia dopo aver segnato è peggio che se Dio si affacciasse tra le nuvole durante un uragano e rombasse: Sì, sì, ce l’ho proprio con voi! Vi odio! (Non vincerete mai più lo scudetto!)

(La solita piega dei dibattiti di educazione civica quand’ero al liceo)

In Italia ogni tanto quando si discute di violenze sessuali qualcuno dice in forme variamente eufemistiche: certo però se le ragazze si vestono come mignotte con la minigonna e le scollature poi non si lamentino se qualcuno le violenta. Nel dibattito su MB, la linguaccia e il dito sulla bocca di MB sono come scollature e minigonne.

Gangsta

Comunque MB rimane all’altezza di questa fama campata in aria di giocatore poco sportivo. No, «poco sportivo» non spiega la situazione: MB, in campo, passa il tempo a imporre la propria personalità calcistica e non. Lo fa con le mezze rovesciate e i tiri potenti, lo fa con trovate da gradasso. È successo diverse volte che nella stessa partita segnasse un gran gol e facesse qualcosa di molto scorretto.

Durante l’estate del 2009, agli europei Under 21, viene espulso per un fallo di reazione nella stessa partita (Italia-Svezia) in cui segna un gol meraviglioso e poi festeggia facendo la sua faccia da duro, senza sorridere, la faccia da duro che fa morire di rabbia gli sconfitti: l’avversario che ci ha appena fatto gol non è impegnato a godere o gioire, ma ad attirare il tuo sguardo di sconfitto. Come dire: questa situazione è troppo seria per festeggiare; fermiamoci a riconoscere che tu, Panucci, hai appena subito un gol; tu stai nella squadra che non vince mai, io da quando sono qui non faccio che vincere scudetti.

La faccia da duro, in pieno controllo, la faccia gangsta, Jay-z, 50 Cent è finalmente arrivata anche in serie a. Il gangsta è quello che ti fa rabbia perché sa di farti rabbia: non lo puoi ammirare, vuole solamente essere invidiato e ottenere giustizia, ossia dominare e farti ammettere che ha vinto lui. Così i testi-invettive dei gangsta rapper, con l’elenco delle loro conquiste e la spiegazione del perché tu non vinci come loro. Ma il gangsta non vuole solo trionfare: facendo il duro nel momento del trionfo vuole farti sapere che lui è arrivato dove è arrivato a furia di ingoiare bocconi amari, e adesso che è arrivato farà calare la sua vendetta sopra di te!, come dice Jules Winfield in Pulp Fiction. (Mi sembra evidente che in fondo tale atteggiamento sia se non piacevole perlomeno comprensibile. Prendiamo «Bad News» di 50 Cent: Shit I been hated since the 5th grade… that’s why my best friend’s the trey pound, a ice pick, and a switch blade… I don’t like you, you don’t like me, it’s not likely that we’ll ever be friends, why pretend? Ossia, più o meno: Mi odiano da quando ho dieci anni… per questo il mio migliore amico è una pistola, un punteruolo, un serramanico… Non mi stai simpatico, non ti sto simpatico, è improbabile che diventeremo amici, allora perché fingere?)

Allo stesso atteggiamento si può attribuire l’espulsione che MB ha rimediato nel corso di quella stessa partita con l’Under 21: commette un fallo di reazione abbastanza evidente dopo aver subito un fallo sulla tre quarti, poi rimane seduto per terra dov’era caduto, come uno scout attorno al fuoco, le ginocchia alte raccolte fra le mani intrecciate, mentre l’arbitro gli compare accanto, si ferma impalato alla sua destra, con il cartellino rosso dietro la schiena, da mostrargli appena il giocatore vorrà alzarsi. MB però non si alza e guarda avanti a sé per qualche lungo momento. L’arbitro gli fa segno di darsi una mossa e lui annuisce e ancora non si alza. Quando lo fa, dà direttamente le spalle all’arbitro e si allontana. L’arbitro, dopo essere stato inquadrato di culo nella posa imbecille di uno che nasconde un cartellino rosso che mezzo stadio ha intravisto e i telespettatori hanno ammirato sullo sfondo color antracite della sua goffa divisa da arbitro, sfila il cartellino da dietro la schiena e glielo mostra. Al che MB si gira. Un gran momento un po’ Clint Eastwood. Rovinato dal fatto che il ragazzo di colpo appare sbalordito per l’espulsione e perde un po’ della sua ineffabile freddezza. Il che vorrebbe dire, se è vero stupore (e così pare), che MB è rimasto seduto a terra in quel modo spaccone aspettandosi solo un’ammonizione. Che a pensarci è ancora più strano: un’espulsione avrebbe magari giustificato tutto quel teatrino di starsene seduto. Il replay mostra in effetti che il fallo di reazione non era stato eccessivo e che l’avversario ha simulato buttandosi a terra come colpito da un raggio laser al primo sfioramento. Quindi MB poteva legittimamente aspettarsi solo un giallo. Diciamo che ha lisciato l’avversario pur cercandolo col piede. Diciamo che poteva aspettarsi solo un giallo: e ha fatto quella scenetta a terra per un giallo? Ha costretto l’arbitro al ridicolo di quella pausa teatrale per fargli pesare la decisione di ammonirlo? Vecchio come sono, vecchio quasi come Totti, in questo caso mi viene da dire: dove andremo a finire? Se tutte le prime donne si mettono a umiliare l’arbitro costringendolo a quella posa da maggiordomo, chi potrà più rispettarlo?

L’importante è che rispettino me

Nel novembre del 2007, MB rilasciava dichiarazioni da rapper. «Non mi viene spontaneo [esultare quando segno]. Fare gol è il mio dovere. Se non ci riesco è come se non facessi il mio compito». «Quando lasciai Lumezzane mi dissero che avrei giocato a San Siro nel giro di un anno. Ci sono riuscito». «Bisogna lavorare per confermarsi. Non dimentichiamo che tanti giocatori sono partiti come grandi talenti e poi scomparsi da un giorno all’altro». Su TuttoSport riferiscono: «È capace, come ha fatto, di andare da Moratti e dirgli: “Tranquillo, presidente, sarò io il nuovo Ronaldo”. È capace, come ha fatto, di andare da Mancini e dirgli: “Mister, ma perché gioca Crespo se io segno di più?”»

Fuori dal saloon

Questo stile antipatico ha il suo apice simbolico nello screzio con il compagno di squadra Zlatan Ibrahimović del maggio 2009. L’Inter è già campione d’Italia con qualche giornata d’anticipo. Ibrahimović si gioca il titolo di capocannoniere del campionato con Di Vaio del Bologna e Milito del Genova. L’Inter non ha altri motivi per impegnarsi in campo che aiutare Ibra a segnare. Pare venga dato ordine ai compagni di farlo contento e passargli la palla; Mourinho dichiara che un titolo di capocannoniere per Ibra sarebbe una vittoria di tutta la squadra. Chiaramente il vero contenuto è: facciamolo contento così non prende e se ne va. All’epoca l’idea era che l’Inter dipendesse da Ibrahimović. Forse perché nella stagione precedente – 2007-08 – il suo infortunio provocò un crollo della squadra prima in classifica, con relativa risalita della Roma, unica vera inseguitrice, la quale finì con l’essere potenziale campione d’Italia per mezz’ora nell’ultima giornata, finché il personaggio Marvel Comics di Ibra non entrò in campo ancora convalescente e sbloccò lo 0-0 di Parma-Inter con due gol: fuori ritmo, senza il contributo dei compagni, come un supereroe.

Dunque, in una delle ultime partite della stagione 2008- 09, Inter-Siena, a San Siro, il giorno in cui si festeggia il titolo con i tifosi, MB riceve palla sulla tre quarti da Figo, un lungo lancio preciso che controlla benissimo, portandosi fino in area, superando con una finta il portiere, segnando a porta vuota. Ibra, che lo seguiva sulla destra aspettandosi di ricevere la palla benché fosse coperto da un avversario, si arrabbia per l’atto di lesa maestà. Pure Mourinho si arrabbia, tutti dicono che MB è davvero un ragazzino.

Ibra vincerà lo stesso la classifica cannonieri, e lo stesso lascerà l’Inter per andare a giocare nel Barcellona con Messi, Xavi, Iniesta e Henry, dopo aver dichiarato per tutta l’estate che sarebbe restato a Milano al novantanove per cento.

Ibrahimović non pensa alla squadra; MB non pensa alla squadra; Mourinho forse ci pensa, ma lui a suo tempo, quando allenava il Porto vincitore a sorpresa della Champions League 2004, la notte della finale si sottrasse all’ultimo, con gran senso del melodramma, alla foto di gruppo della squadra. Il lupo solitario, genio snob, stava per andare ad allenare il Chelsea, e voleva fare il gesto teatrale di lasciare il palcoscenico agli altri per ritirarsi nel sublime languore del proprio egocentrismo.

La repubblica delle banane

6 giugno 2009. MB è a Ponte Milvio per l’aperitivo in borghese con Criscito e Giovinco, in uno dei luoghi più affollati e cafoni per ricchi a Roma (Ponte Milvio è l’equivalente urbanistico-sociale di un’infradito). I tre sono in ritiro con l’Under 21 nella capitale per prepararsi agli europei. «Qualche mente “illuminata” pensa che sia il caso di vendicarsi per il rigore che Balotelli si guadagnò con mestiere e segnò con freddezza nell’ultimo Inter-Roma 3-3. Partono gli sfottò, qualche coro e qualche insulto. Balotelli è un armadio, ma certa gente, soprattutto se in gruppo, non ha paura neanche del diavolo. Il gruppo aumenta e si passa al gesto più odioso: un paio di banane lanciate verso il giocatore. Balotelli e compagni non reagiscono, si avvicinano a una macchina delle forze dell’ordine, la cui sola presenza fa disperdere i razzisti. Ai carabinieri della Compagnia Trionfale [il giocatore] spiega che si è trattato di un episodio “da nulla” e che non intende sporgere denuncia. Questa è l’immagine che Balotelli vuole che esca ufficialmente. Giusto così: meglio non dare spago a chi cerca una ribalta, per spregevole che sia».

Per la saggia reazione MB riceve i complimenti del ct Casiraghi e del presidente dell’Inter Massimo Moratti, che esprime «totale solidarietà e gli rivolge i complimenti più sinceri per aver minimizzato, con grande maturità, l’ennesimo bruttissimo episodio di intolleranza del quale il calciatore italiano è stato vittima».

L’articolo è corredato da una foto di MB in allenamento con l’Italia. Un’immagine forte: MB in ginocchio, proteso in avanti, guarda a ore dieci con un’espressione sospesa. Fronte aggrottata, labbra chiuse a un passo dal cruccio e due occhi difficili da interpretare. A me sembrano fieri e preoccupati contemporaneamente. È una foto che si può guardare per ore, è sul suo sito, nel pdf dell’articolo: guardatela e potrete risparmiarvi il resto di questo pezzo.

E ora qualcosa di completamente diverso

Una domenica pomeriggio della scorsa primavera, nel traffico di Boccea, ho avuto l’illuminazione.

Un tipo sullo scooterone taglia la strada a uno scooterone sulla corsia opposta per infilarsi in una via laterale. Ecco la dinamica: il tipo vede che ha un secondo di vantaggio sul suo avversario della corsia opposta e prendendo le misure con gli occhi, flettendo la schiena per seguire più dall’alto la manovra e avere una visione panoramica della strada, senza rallentare si piega elegantemente per imboccare la via laterale e taglia la strada all’altro scooterone, che inchioda e poi lo manda a cacare. Il tempo guadagnato per non aver fatto passare chi aveva davanti è di pochi secondi. Lo stress procurato al secondo scooterone è notevole.

La scioltezza della manovra mi ha confermato un’idea che mi sono fatto ultimamente: l’italiano ha uno spiccato senso estetico e per onorarlo segue una regola molto antisociale: non deve mai sembrare goffo. Se il tipo si fosse fermato per far passare l’altro scooterone, quel gesto di attenzione consistente nel frenare e sporgere magari il naso con poca grazia per capire le intenzioni dell’altro gli avrebbe fatto perdere lo smalto, il flow, lo swing stradale. Tagliando la strada conservava invece la sua classe di scaltro pilota provetto. Il tutto ovviamente senza mettere la freccia.

A Roma e sulla a1, ossia i luoghi in cui guido abitualmente la macchina, pochissima gente mette la freccia. Si imbocca una strada, si supera una macchina, si fa manovra o inversione a u, si parcheggia, si esce da un parcheggio o da un garage, senza mettere la freccia, senza segnalare le proprie intenzioni.

Ora, la società è un luogo che esiste dove c’è coordinazione tra individui secondo norme scritte e non scritte. Se passiamo tanto tempo nel traffico, il fatto che d’abitudine una buona parte di quanti guidano macchine motorini e scooteroni rinunci a segnalare agli altri le proprie intenzioni produce un’enorme quantità di stress: durante il tempo che passiamo fra la gente dobbiamo sempre indovinare cosa vuole quello e dove gira quell’altro, perché non ce lo annunciano chiaramente in anticipo. Dobbiamo stare sempre all’erta in situazioni che un’abitudine alla collaborazione renderebbe meno impegnative. Siamo nervosi per questo inutile sovrappiù di complessità dato dal fatto che lo stronzo davanti a noi può inchiodare da un momento all’altro, o cambiare corsia, o che mentre siamo sulla corsia sinistra dell’autostrada una macchina a destra può decidere di superare chi ha davanti mettendosi di colpo, senza segnalare, fra noi e il tratto di strada libera che abbiamo davanti. (Quest’estate ho guidato per le autostrade spagnole e mi sono rilassato moltissimo. Nessuno faceva sorpassi impulsivi senza segnalare.)

Non mettere la freccia vuol dire non ritenere necessario un minimo di collaborazione. Il discorso vale anche per i contesti competitivi: naturalmente spero di arrivare prima di te, sia nel traffico che in una partita di calcio. Ma proprio i contesti sociali in cui c’è in palio un vantaggio sono quelli in cui la meta-collaborazione diventa più importante: un vincitore non deve far soffrire troppo lo sconfitto; un pilota più veloce non deve far venire una crisi isterica a un pilota meno veloce spuntandogli davanti dalla corsia di destra senza battere ciglio.

Umiliare l’arbitro non accettando un cartellino, fare la linguaccia agli avversari, insultare i tifosi: questi sono gesti che hanno di irritante, anzi stressante, il fatto di essere antisociali, di sospendere quel tipo di collaborazione che rende più prevedibili e digeribili le situazioni della vita in cui ci si trova in presenza degli altri, in questo caso le situazioni tipo di una partita di calcio. Come un brusco sorpasso senza freccia. Esempio: se la Roma ha preso un gol, sta già soffrendo a sufficienza per la propria incapacità di rimanere in vantaggio. De Rossi si sta chiedendo per quale motivo si ostina a non farsi comprare dal Real Madrid; si chiede se vincerà mai un campionato in vita sua. La regola per cui non bisogna irridere gli avversari non ha una natura morale. Non stai facendo un favore a qualcuno se non lo umili. Questa regola di non irridere serve a tenere in movimento l’insieme di norme e interessi da regolare che è una partita di calcio, a evitare che scoppi d’ira e faide gratuite inceppino il meccanismo della partita, e che i partecipanti non trovino troppo sgradevole partecipare. Per dire: chi decide di andare in campo accetta l’idea di poter perdere; ma se per ogni sconfitta si dovesse fare un giro di campo nudi, chi vorrebbe più fare il calciatore?

Autorazzismo: finalmente gli italiani hanno cominciato a odiare se stessi

Gli italiani che fischiano MB credono di essere dei normali razzisti (non-ci-sò-no-né-gri-ta-lià-ni), ma stanno solo finalmente trovando pane per i loro denti: in MB odiano un italiano vero, uno che come noi ha messo il concetto di società alle spalle e non mette la freccia e fa solo di testa sua perché in realtà non si fida di nessuno e ha un altissimo concetto del proprio stile e vuole uscire da ogni situazione immacolato e vincente come James Bond.

Percepiscono, secondo me, la natura antisociale dei comportamenti di MB, e reagiscono in modo molto intenso perché anche loro sono così.

MB dice di amare l’Italia, e anche i tifosi razzisti la amano. Ma secondo me l’uno e gli altri odiano a morte gli italiani, perché gli italiani sono insopportabili. Gli juventini e i romanisti che hanno fischiato MB per i suoi comportamenti hanno fischiato per una volta, finalmente, se stessi e ciò che stanno diventando. La nuova epica italiana dell’individuo, dell’ineffabile movimento del singolo controvento, contro il vento della società, l’epica italiana con scooterone e bandana e occhiali da sole e X-Factor e io sono fatto così non mi scassate il cazzo, sarà buona davanti allo specchio, sarà utile a irrigare con un po’ di autostima i nervi tesi dei cittadini di un paese con poco futuro, ma è veramente stressante.

Intervallo

Nel resto della visita guidata parlerò delle cose buone che riguardano MB e i Balotelli: una famiglia non comune. Terrò presente, più di quanto abbia fatto finora, che MB non ha nemmeno vent’anni e passa le domeniche a farsi fischiare dai razzisti di ogni parte d’Italia. Racconterò qual è la storia di MB e quale il progetto dei Balotelli per fare di lui una persona in gamba.

MB

Mi dispiace dover scrivere MB invece che Mario Balotelli. Ma a forza di leggere articoli di giornale in cui lo chiamano Mario e SuperMario come se fossero andati all’oratorio con lui mi è passata la voglia di usare il nome. Quanto al cognome, la B sta sia per Barwuah che per Balotelli, e non volevo stare a precisare tutto il tempo se avevamo di fronte Mario Barwuah o Mario Balotelli.

Ricominciamo: la favola di MB

Partiamo da alcune parole ispirate di Candido Cannavò, direttore della Gazzetta scomparso nel febbraio del 2009. Cannavò era un cristiano devoto e so di prima mano che era pure una brava persona, quindi lascio introdurre a lui il punto centrale della favola di MB, ossia la scena in ospedale in cui la signora Balotelli osserva il piccolo, abbandonato lì dai genitori naturali: «Quel bambino l’ha incantata quando, a soli due anni, al primo approccio, ha preso per mano il marito e gli ha detto: «Andiamo». Il “dove” era affidato ai misteri della vita. Un pallone subito nel destino, ora è un gigante e promette di essere un campione».

Nasce nell’estate dei mondiali Italia ’90, a Palermo, da genitori ghanesi, i coniugi Barwuah, che poi si trasferiscono per lavoro a Brescia, e lì abbandonano il figlio malato in ospedale, dove si occupa di lui il personale finché, guarito, non viene affidato a Silvia e Franco Balotelli, una coppia di bresciani con figli, che lo crescono sano e forte. Lo inizia al calcio l’oratorio di Mompiano; nel 2001 entra nel settore giovanile del Lumezzane e il 2 aprile 2006 esordisce quindicenne in serie c1, con deroga speciale, diventando il più giovane esordiente della categoria. Nell’estate del 2006 fa un provino col Barcellona, che lo inserisce nella squadra di vivaio «Cadete B» per un torneo. Segna molti gol in una manciata di partite, ma «chi aveva accompagnato Balotelli a Barcellona chiese la luna al club catalano. Che rifletté a lungo e decise di non alterare lo schema finanziario del vivaio, consolidato da anni».

Giustamente, finisce all’Inter, che non ha schemi finanziari.

Moratti lo acquista in prestito con diritto di riscatto della comproprietà, nell’agosto del 2006. Fra i concorrenti interessati, oltre al Barcellona: Fiorentina, Chelsea, Liverpool e Tottenham. Vince il campionato con la Primavera, segnando il rigore decisivo in finale. Con la Primavera vince anche il Torneo di Viareggio segnando sette gol in sei partite. È il febbraio 2008. Ma a questo punto la Primavera conta poco: a dicembre ha esordito in serie a e segnato una doppietta in Coppa Italia contro la Reggina. Ancora meglio: il 30 gennaio del 2008 segna due gol alla Juve nei quarti di Coppa Italia. Vince l’Inter 3-2 a Torino, è la partita di ritorno. Segna il primo gol in serie a contro l’Atalanta ad aprile. Vince lo scudetto. Ad agosto 2008, pochi giorni dopo aver compiuto diciott’anni e aver quindi ottenuto la cittadinanza italiana, riceve la sua prima convocazione in Nazionale Under 21. Poi vince la Supercoppa italiana contro la Roma: segna il secondo gol dell’Inter e uno dei rigori. A novembre diventa il più giovane marcatore interista in Champions League. Il 1° marzo 2009, prima doppietta in serie a: sempre contro la Roma.

Tutto velocemente, tutto a conferma che i giornalisti saranno retorici ma la sua è davvero una favola.

La fata

Non si capisce quale sia la strega cattiva – se le leggi italiane o la famiglia d’origine – mentre è molto chiaro che in questa favola il ruolo della fata lo interpreta Silvia Balotelli. Su di lei Candido Cannavò si espone senza mezzi termini: «Se davvero si può nascere mamma, lei è un prototipo di questa benedizione. Ha rinunciato a una carriera paramedica di tecnica da sala operatoria per assolvere a questa missione». Silvia Balotelli è infermiera ma ha una passione per la famiglia e il volontariato: tre figli naturali; tre affidi, da famiglie in difficoltà che lasciano i figli a Silvia per alcune ore al giorno; in più, per sette anni ospita le tre figlie di suo fratello, rimasto vedovo. «Come si fa a dire di no dinanzi a certe situazioni e a certi sguardi che ti implorano? Ma, dopo quella triplice esperienza, ho detto basta. Cari assistenti sociali, vi prego, non chiamatemi più. Ho chiuso». «Poi, però, un assistente sociale nel ’92 mi chiamò perché vedessi un bimbo di colore di due anni», Mario Barwuah, che combatteva dalla nascita con una malformazione all’intestino e l’abbandono dei genitori in ospedale. «Eravamo scettici, ma non sapemmo dire di no. Entrammo in questa stanza con una tv, venti africani intorno e un morettino che non stava mai fermo. Mio marito aveva portato una macchinina e il bimbo lo prese per mano e gli disse: “Amigo, andiamo”. Facemmo una prova. Lo caricammo sulla nostra Uno. Mancava un letto, dormì su un tappetino». Cannavò: «La scena […] ti regala i brividi di una grazia celeste».

«Avevamo un corridoio molto ampio. Mario ne fece il suo campo da calcio. L’inizio della fine. Dalla palla di spugna non si sarebbe separato neanche a letto, giocava match interminabili contro avversari immaginari. Aveva l’argento vivo addosso. Scalava mobili e credenze, si arrampicava su un albero di fronte a casa e non c’era verso di tirarlo giù. “È la mia seconda casa”, mi spiegava. […] Ha imparato l’italiano in tre mesi, ma quando iniziò l’asilo fu subito chiaro che in classe non era gestibile. Ogni mattina, anche d’inverno, lo portavano a correre intorno all’edificio. Poi iniziò la scuola. Pagella ottima», e qui il redattore della Gazzetta dice che la signora ha tirato fuori la pagella come prova, «ma anche i primi problemi di integrazione per il colore della pelle. Veniva accettato senza problemi solo dagli scout e sul campo da calcio, per la sua bravura».

Nel nome del padre

Il nome sulla maglia, Balotelli, è una specie di provocazione. L’ha usato per tutta la carriera calcistica (o così pare da tutto ciò che ho letto di lui), e però MB fino al compimento dei diciott’anni è stato solo in affidamento e dunque si è chiamato Mario Barwuah. Io non amo prendere posizione su queste cose e non sono un giornalista investigativo, quindi dirò solo quel poco che so: per l’adozione di MB minorenne sarebbe stato necessario che i genitori naturali concedessero il permesso. Per mettere in moto la procedura di adozione MB ha dovuto aspettare il diciottesimo compleanno, il 12 agosto 2008. (Di questa adozione si parla molto nelle interviste del periodo minorenne. Ma dall’estate del 2008 in poi le notizie scarseggiano, non capisco se i Balotelli abbiano rinunciato all’adozione – in fondo al di là del valore simbolico a questo punto non sarebbe strettamente necessaria – oppure la procedura sia ancora in corso.)

Per forza di cose il ragazzo ha le idee chiare su questa vicenda, che tra l’altro gli ha impedito di giocare nelle rappresentative nazionali fino a diciott’anni. «Mio padre è Franco, mia madre Silvia: lo so io, lo sanno loro, lo sanno tutti. Ma per l’Italia, il paese in cui sono nato e vivo, non è così. Mi chiamo Balotelli, come i miei genitori: ma sulla carta d’identità non è questo il cognome che porto». «La legge prevede che, ancora minorenne, un ragazzo possa dire con chi e dove vuole vivere: io l’ho fatto, ma finora non è servito». Altrove si chiede come mai «nessuno abbia chiesto ai signori Barwuah, che oggi si fanno fotografare sui giornali con facce tristi e la mia foto con maglia dell’Inter in mano, [perché] una volta che sono guarito non hanno fatto domanda in tribunale per riprendermi? E perché per sedici anni, a parte qualche visita all’inizio, grazie alla pazienza di mamma e papà che mi portavano da loro (anche se parecchie volte non si facevano trovare a casa), hanno pensato bene di sparire salvo venire allo scoperto ora che sono diventato un giocatore di serie a? […] Penso che se non fossi diventato Mario Balotelli, di me ai signori Barwuah non gliene importerebbe nulla».

In ogni caso, MB non vuole che si tiri fuori il suo cognome ghanese. Il fratello Corrado, suo procuratore, dice: «Lui è Mario Balotelli e basta. Pensi che la rivista ufficiale dell’Inter gli ha dedicato un servizio di due pagine con tanto di gigantografia. Tutto bellissimo, peccato che campeggi la scritta Barwuah a lettere cubitali… Mario è italiano dentro, parla il dialetto bresciano, l’Africa non l’ha mai vista».

«Il giorno in cui questa storia finirà, più che una festa, sarà la fine di una battaglia che i miei genitori portano avanti da anni». «Coi miei genitori naturali non ho mai avuto un buon rapporto. Lei, Rose, non voleva tenermi. Sono nato con una malformazione intestinale, il megacolon. In più ero vivace, forse troppo: ma, a due anni, quale bambino non lo è? Fatto sta che mi hanno dato via. Ora li vedo due o tre volte all’anno, ma solo perché voglio incontrare i miei fratelli, due femmine e un maschio. A loro sì che sono affezionato. Dico sempre che ho sei fratelli: questi, e Corrado, Giovanni e Cristina, i figli di Franco e Silvia. Quando incontro i miei genitori biologici è come incrociare degli estranei».

I genitori ebbero l’«affido con decreto». Dice la signora Balotelli: «Non sarebbe stato il solito affido consensuale, ma ne serviva uno con decreto perché mancava la sponda della famiglia naturale. L’unico incontro in tribunale con i genitori avvenne quando Mario aveva quattro anni. Non si erano più fatti sentire. Mario era bloccato. Voleva la cittadinanza italiana, ma senza il loro consenso per noi era impossibile riconoscerlo e adottarlo. Fu chiamato dall’Under 14 e s’infuriò perché i suoi amici partivano e lui doveva restare, non avendo i documenti. Ogni due anni dovevo rinnovare permesso di soggiorno e tessera sanitaria».

«I miei m’hanno raccontato la mia storia quando avevo dodici-tredici anni. Prima sapevo il come e il perché fossi arrivato da loro, ma non così bene. Ho fatto mille domande, ogni giorno. Volevo essere rassicurato sul fatto che mamma e papà m’avevano voluto davvero e che mi avrebbero tenuto per sempre. No, non per paura che mi abbandonassero pure loro: solo, mi piaceva sentirmelo dire. Oggi ho smesso. Le uniche domande che faccio riguardano l’adozione: voglio sapere quando finalmente anche lo stato mi riconoscerà quale figlio loro».

Bisogna ricordare al lettore abituale di Gazzetta e Corriere dello Sport (ossia me) che i calciatori di solito non rispondono così in dettaglio a domande così serie. Anzi, sentite qui: «Io spero che la mia vicenda serva a tutti i bambini che sono nella situazione in cui ero io: uno rifiutato e poi accolto, che diventa qualcuno grazie a una famiglia. “Qualcuno” non nel senso di “famoso”: un individuo con una sua identità sociale e affettiva». Un individuo con una sua identità sociale e affettiva! S’è mai sentito un calciatore parlare così bene?

L’alfabetizzazione contro la fine della società civile.

La famiglia come ufficio stampa

Ho citato fin qui diffusamente, tra e più delle altre cose, un paginone della Gazzetta spartito fra Candido Cannavò e il redattore Luca Taidelli, tutto dedicato alla famiglia Balotelli. Ecco l’origine del paginone, e della mia gran voglia di citarlo: è la fine di un movimentato febbraio 2008, tutti stanno addosso alla giovane promessa dell’Inter, che si è fatto conoscere vincendo il Torneo di Viareggio con la Primavera dell’Inter e segnando e sgomitando contro la Juve. La «madre» e la «sorella» compiono un gesto significativo, singolare, affascinante: si mettono in contatto con Candido Cannavò per chiedere appuntamento in redazione. Vogliono raccontare la loro versione di MB: mettere in chiaro qual è la sua storia, il suo passato, la sua peculiare situazione, per poterlo tutelare di fronte alla folla alternatamente furiosa o adulante.

Cannavò accetta, anzi si incarica di lanciare la sfida narrativa, e per essere credibile presso i suoi lettori fa una premessa da quel gentilissimo catechista che è (era): «Spero [che Mario] si liberi subito di certi piccoli vizi, tipici di chi è arrivato di colpo sulla luna. L’altra sera contro la Roma un paio di cose non mi sono piaciute». (Ecco! Ecco perché la Sera della Linguaccia odiavamo già Balotelli. Un Inter-Roma con pareggio di Zanetti a fine partita, ricordo solo la rabbia e la delusione, ma non le scorrettezze di Balotelli, e ora facendo una ricerca non riesco a trovare niente di concreto. Niente gomitate né linguacce.) Fatta la premessa, riferisce della telefonata all’origine del paginone: uno squillo dalla sorella di MB, Cristina Balotelli, la quale – ed è insolito per l’entou­rage di un calciatore – fa la giornalista e lavora per Radio 24 – Il Sole 24 Ore: «Mi chiamo Cristina Balotelli, parlo a nome della mia famiglia che è anche la famiglia di Mario. Vorremmo che lei ascoltasse la storia del ragazzo dalla bocca di nostra madre. Capirà, la curiosità è grande, verità e invenzioni si incrociano, il momento è delicatissimo, Mario deve compiere ancora diciotto anni e scegliere, insieme al suo cognome definitivo, di essere italiano. Non vorremmo che questo ciclone di popolarità lo travolgesse. Lei ha esperienza e può aiutarci, lei ha scritto che Mario esprime la bellezza dell’integrazione nella società in cui viviamo. Sono i nostri concetti. Ecco perché le sto telefonando».

Come se Cannavò fosse il preside del liceo Calcio Italiano e ricevesse la madre di un alunno afro-italiano per chiarire meglio il contesto di una scazzottata in cortile a ricreazione. Solo che in questo affollato e scalcagnato liceo sono iscritti tutti gli italiani appassionati di calcio, e invece di un paio di bulli ci sono gli ultras della Juventus.

Cannavò comprende il senso della cosa e invita le due donne in redazione, poi scrive un pezzo e lascia l’intervista vera e propria a Luca Taidelli.

Qui evidentemente privato e pubblico si mischiano come ormai avviene spesso, ma la sensazione non è di aver di fronte il solito processo di realityizzazione del reale. Ma di ritorno al reale del reality: la signora Balotelli forse vede veramente il mondo come una scuola e pensa che di qualunque ordine di grandezza si parli è necessario comunicare da persone civili, meglio se con il preside. Un approccio interessante: tutto sommato all’epoca dell’intervista il suo ragazzo è ancora minorenne. Ed è un minorenne che deve ancora capire se riuscirà a mettere le mani sul Fondo Perpetuo che una carriera da grande calciatore gli assicurerebbe. Il ragazzo va tenuto con i piedi per terra, ed è meglio se non litiga con mezzo mondo.

Insisto sulla metafora del liceo, perché la madre nell’intervista dà molta importanza anche al problema del rendimento scolastico – il figlio non mi studia – come una buona mamma qualsiasi. (La sorella Cristina la appoggia: «Alle elementari e alle medie [Mario] era tra i migliori della classe, adorava la matematica e amava risolvere i problemi».) Di fronte al calciomercato e ai grandi interessi, la madre ancora non considera il figlio adulto e capace di difendersi da solo, quindi accorre in suo aiuto.

Lo scopo, mi pare di capire, è distogliere l’attenzione dal linguaggio del corpo di MB, dalla sua posa in campo, dai suoi lati gangsta, per far intravedere quale responsabile cittadino italiano potrebbe sbocciare nel giro di qualche anno. Non uno che si fa criticare dai campioni della sua squadra perché si allena meno della metà di loro. Non uno che umilia arbitri e avversari, ma un onesto bresciano tutto casa e bottega.

Sono i nostri concetti

La famiglia Balotelli non ha offerto la sua articolata versione dei fatti solo presentandosi dall’uomo di buona volontà a capo della Gazzetta. Un altro sistema, tipico dei tempi ma interpretato qui in chiave originale, è quello del sito internet personale. Su mariobalotelli.com la famiglia raccoglie una rassegna stampa ben selezionata per costruire il racconto dei veri problemi di MB e soprattutto dei veri valori in cui è stato cresciuto: un quadro preciso centrato su studio, severità, boyscout, wwf e soprattutto famiglia.

Qui di seguito ho sistemato un po’ di citazioni divise in tre parti: 1) famiglia, 2) educazione, 3) mondo del calcio. La Magna Charta della Repubblica dei Balotelli ha nella famiglia il principio fondamentale, nell’educazione l’unico vero sistema per la conservazione/trasmissione dei valori familiari, e nel calcio il campo da gioco in cui scendere armati fino ai denti di consapevolezza (e anche di retorica – usata a scopo difensivo).

È una mappa, questa, perciò la lascio alla fine della mia visita guidata. Credo che nelle dichiarazioni che seguono l’equilibrio fra la profonda convinzione e la retorica sia bilanciato. Non penso siano frottole da ufficio stampa.

1) La famiglia come punto di riferimento totale

Cominciamo dalla madre: «La prima cosa che mi viene in mente di lei sono proprio le sue sgridate. Aveva ragione, perché ne combinavo una al giorno. Ogni volta le dicevo: mamma, scusa, ti prometto che questa è l’ultima. La più grossa? Una volta, alle elementari, giocavamo a sgambettarci. Solo che gli altri facevano cadere i compagni mentre camminavano, io ho buttato giù uno che correva: si è spaccato due denti davanti. Me ne ha date, di punizioni, mamma. Una volta mi proibì di andare all’allenamento di pallone».

«A chi lo dico per primo, se sono innamorato? A Corrado e Giovanni [i fratelli, n.d.a.]: da uomo a uomo c’è più complicità, su certe questioni. Mi fanno raccomandazioni, ma sanno anche scherzare. Lo direi pure a papà, se non fossi sicuro che lo riferirebbe subito a mamma; quindi, loro vengono per ultimi insieme con Cristina, perché anche lei, come mamma, parla tanto e sta sempre lì a spiegarmi le cose […] Invece, se sono arrabbiato, triste o deluso, mamma è la prima con cui mi sfogo. Contro il Torino avevo giocato male: l’ho chiamata appena salito sul pullman…»

2) L’educazione, per portare fuori nel mondo i valori della famiglia

Qui un po’ di buffe parole sane da ragazzino beneducato: «Non bevo alcol. […] Preferisco cocktail di frutta analcolici». Sulle vacanze del 2008: «…in Sicilia, a un “campo avventura” del wwf. Ho trascorso dieci giorni insieme ad altri ragazzi della mia età, in mezzo alla natura. […] Non avevamo televisione, play-station e cellulare. […] Ma in gruppo, anche con poco, ci si diverte». «È un’esperienza che consiglierei a tutti i giovani della mia età. A me non importa dove vanno gli altri calciatori, io sono Mario e faccio le mie scelte». Il giornalista chiede affascinato se sia vero che al ritorno il futuro milionario ha disdetto l’aereo per tornare in treno con gli altri ragazzi. «L’esperienza ambientalista l’ha proprio segnata», dice il giornalista dimenticandosi incredibilmente che a diciott’anni in generale contano di più i propri pari che qualunque altra cosa (specialmente se nel gruppo ci sono ragazze idealiste sognatrici stile Jack Frusciante è uscito dal gruppo). MB risponde: «Vero, sono tornato in treno col gruppo. Certe esperienze bisogna viverle tutti insieme, fino alla fine. All’inizio magari sei un po’ timido, ma dopo l’affiatamento della squadra, proprio come in una squadra di calcio, è grande. Ed è allora che ci si diverte ancora di più». (Qui la squadra diventa una meravigliosa ipermetafora. Considerato che come giocatore sembra un solitario. Insomma, «gioco di squadra» quasi rimbomba, detto da lui.)

Il nodo centrale dell’educazione: la scuola, ossessione familiare. «Il “dramma” [della madre] è che il calcio distrae Mario dagli studi», scrive la Gazzetta sul paginone: «In terza media», spiega Silvia Balotelli, «inizia a faticare, si allenava due volte al giorno e giocava sabato e domenica. Costringo il Lumezzane, che non vuole perderlo, a pagargli un liceo privato. […] Dopo un provino a Barcellona, si fece avanti l’Inter. Soluzione ideale per la vicinanza e perché poteva frequentare l’Itc di Milano. Ma lui passò subito dagli Allievi, che si allenavano in città, alla Primavera, quindi ad Appiano Gentile. Altro ostacolo per gli studi, ma in una scuola privata poteva ancora farcela. Prima di questo mese maledetto speravo ancora che riuscisse a fare terza e quarta per terminare l’anno prossimo». Sublime: il mese maledetto è quello in cui il figlio è diventato famoso.

Il fratello procuratore Corrado: «All’Inter c’è un progetto serio, con il pulmino che viene a prenderlo sotto casa e il collegio che lo aiuterà a crescere come persona». E sui primi tempi di MB all’Inter, da minorenne, la stampa scriveva: «La sua famiglia non intende perderlo di vista e proprio per questo motivo lo costringe a fare il pendolare, malgrado avesse la possibilità di vivere nel pensionato con alcuni compagni di squadra. Infatti esige che Mario abbia a scuola la stessa attenzione che presta su un campo di calcio».

3) In campo consapevole

MB è stato educato a parlare di calcio in una certa maniera, facendo vincere i valori familiari sul resto. Le sue dichiarazioni sono candide e retoriche allo stesso tempo. Il calcio «per me è soprattutto divertimento, anche se sento la responsabilità di fare il mio dovere. Altrimenti il primo a non essere contento sono io». «La [mia] rovesciata sul cross di Motta? Bel gesto, ma tanto fumo e poco arrosto. Le punizioni? Ho detto a Seba di tirarle lui. Le avrei tirate io se non se la fosse sentita». «Ho segnato il gol del 2-1 a fine primo tempo e nell’intervallo sono scoppiato a piangere dalla felicità. Credevo che fosse la rete decisiva. È normale che alla mia età si fatichi a gestire certi momenti». «Con questi campioni diventa tutto più facile. Loro mi aiutano e mi sgridano ma lo fanno per il mio bene». E d’altra parte la sera stessa del coro juventino «Se saltelli muore Balotelli» (coro che non smetto di ripetere perché ha l’originalità del male, e nell’associare l’atto elementare del saltellare a quello molto poco elementare della morte, del non essere, crea un cortocircuito da vertigini che ha il sapore di quei ragionamenti sulla violenza differita per cui premere un bottone che sgancia una bomba all’altro capo del mondo è più facile che sparare a qualcuno), intervistato in campo da Sky a fine partita, Mario Balotelli commenta l’episodio quasi con grazia: «Il mio carattere è così […] gli altri sanno che è una parte debole del mio carattere e mi provocano. Però devo migliorare, questo sì […] A volte succede che mi dimentico, che sono un attimo sbadato».

Mister Hyde

C’è un MB che dice: «La [mia] rovesciata sul cross di Motta? Bel gesto, ma tanto fumo e poco arrosto», e quest’altro MB: «Tranquillo, presidente, sarò io il nuovo Ronaldo». C’è un MB vittima stressata di una cultura calcistica squallida, labirinti burocratici e genitori maldisposti, e c’è un MB tardoadolescente che manca di rispetto ad arbitri e avversari. E poi: MB si difende dalla società grazie ai valori della sua famiglia; MB offende la società con i suoi comportamenti antisociali; MB si difende dalla società grazie ai valori della sua famiglia; eccetera. È un circolo vizioso? I Balotelli devono difendersi, i giornalisti devono pontificare, MB deve imporsi sulla scena calcistica internazionale e levarsi pure i sassolini dalle scarpe, come fanno tutti. Con quale criterio posso separare l’MB che offende gli avversari dall’MB che si difende dagli italiani razzisti rispondendo con proprietà di linguaggio e di pensiero alle domande dei giornalisti? I comportamenti antisportivi di MB sono colpa dell’età o il futuro che ci aspetta è un calcio gangsta di inutili sbruffonate e umiliazioni dell’avversario? La sua vicenda significa qualcosa? Ha senso interrogarsi sul calcio italiano? È un corpo che ha vita?

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Una giornata di campionato https://minimaetmoralia.it/sport/una-giornata-di-campionato/ https://minimaetmoralia.it/sport/una-giornata-di-campionato/#comments Mon, 23 Jan 2012 08:49:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6267 di Nicola Lagioia

La diciannovesima giornata di serie A del campionato 2011/12, vale a dire il giro di boa, il turno che segna la fine del girone d'andata, è la conferma squillante di come io abbia fatto bene, negli ultimi anni, ad allontanarmi da questo torneo, cioè a restarci sempre più attaccato considerandolo non un rito (impossibile), o la manifestazione sportiva che non è ormai da tempo, ma uno schermo abbastanza fedele sul quale seguire le vicende della pornografia di massa nazionale.

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di Nicola Lagioia

Domenica 22 gennaio 2012.

La diciannovesima giornata di serie A del campionato 2011/12, vale a dire il giro di boa, il turno che segna la fine del girone d’andata, è la conferma squillante di come io abbia fatto bene, negli ultimi anni, ad allontanarmi da questo torneo, cioè a restarci sempre più attaccato considerandolo non un rito (impossibile), o la manifestazione sportiva che non è ormai da tempo, ma uno schermo abbastanza fedele sul quale seguire le vicende della pornografia di massa nazionale.

Se la serie A avesse per esempio a che fare ancora con un torneo sportivo, la Juventus non avrebbe potuto laurearsi matematicamente campione d’inverno per il fatto di aver giocato e vinto ieri (sabato), cioè un giorno prima, la partita decisiva contro l’Atalanta, rendendo dunque – ai fini della nostra emozionabilità per ciò che riguarda la vetta della classifica – questa domenica completamente inutile. A meno che si voglia considerare il cardiopalma della seconda classificata (il Milan), la quale, dal meno quattro di ieri sera è passata, vincendo contro il Novara, al meno uno di stasera.

Mi rendo conto di poter sembrare uno di quei nostalgici per i quali le partite avrebbero dovuto continuare a giocarsi per sempre tutte contemporaneamente la domenica pomeriggio, per i quali 90° minuto sarebbe dovuto rimanere eternamente il primo momento utile per far “vedere” cosa era successo sui campi di gioco a chi non si era conquistato il merito di raggiungere uno stadio.

Non è così. Il calcio nell’epoca della sua morte come sport, della sua rinascita come porno deluxe nelle pay tv e come gonzo su yotube o sui canali pirata ha smesso di emozionarmi e mi fa schifo per quanto esercita a volte su di me il suo potere d’attrazione, ma continua a interessarmi molto: proprio attraverso la sua trasfigurazione, è infatti riuscito a rimanere uno specchio fedele della nostra società, cioè della nostra emotività. Se prima eravamo una società che poteva rispecchiarsi nello sport nazionale, adesso possiamo rispecchiarci nel porno nazionale, una variante di quello mondiale.

Il porno ovviamente è a propria volta un rumore di fondo e un palinsesto, probabilmente una copertura involontaria, il discorso dal quale siamo distratti mentre lì sotto, nelle cantine, accade qualcosa di tremendo. Qualcosa per la quale non troviamo un nome. Per questo mi sento un cretino a parlare di “Juventus prima in classifica” e “Milan secondo”, a parlare di “cardiopalma”, di “campione d’inverno”, di “giro di boa”. Mi sento ridicolo perfino a parlare di “società”, di “specchio”. Di specchio non ancora. Davanti allo specchio avevamo a un certo punto provato a mettere qualcosa. Cosa producono due specchi che si fronteggiano senza più niente in mezzo? Il Milan soffre un tempo, ma poi ci pensa Ibra. Conte non si sbilancia, ora aspetta i rinforzi. Nonostante il titolo di campione d’inverno, saremo di nuovo capaci, io per primo, di dare il 120 per cento per tutto il girone di ritorno. Oggi possiamo parlare di primi della classe come neanche nella più bella delle favole. Perché è inutile girarci intorno. Ci sarebbe da sfruttare lo smisurato talento di Elia. Della città di Tishbà, nel paese di Galaad, e perciò detto il Tishbita. Ecco, io invierò il profeta prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore. Poi ci pensa Ibra. Smaltita l’amarezza per un derby buttato via. Orgoglioso del record. Il capitano del presente dilagante e nuovamente da record. Totti divino. Del presente dilagante. La Roma, insieme alla goleada al Cesena, riscopre anche il suo leader. Col nostro popolo e con la nostra fede: governare l’Italia non è difficile, è inutile. Desidero dunque rivolgere un elogio alla gente di Puglia perché è feconda e crede coi fatti nell’unico primato che veramente conta nella vicenda e nella lotta dei popoli: il primato dei figli, il primato della vita. L’Europa sarà dominata dalla Germania. Il figlio finisce all’ospedale, attimi di paura per Morrone. Grande spavento, per fortuna poi rientrato, nelle file del Parma durante il derby col Bologna. A metà gara il capitano gialloblù, Stefano Morrone, ha abbandonato in gran fretta lo stadio a causa del ricovero in ospedale del figlio, di pochi mesi. Dio stramaledica gli inglesi. La moglie era molto preoccupata e impaurita e credo che per lei avere di fianco il marito fosse la cosa più giusta, ha raccontato ancora l’allenatore. La moglie dell’allenatore. A letto con il confessore. Donandoni ha poi ringraziato l’arbitro Bergonzi per l’atteggiamento di comprensione durante l’intervallo. I più grandi statisti del secolo. I quattro la stuprano e la picchiano con delle rocce, lasciandola priva di sensi. Non sarà campione d’inverno, non sarà una squadra spettacolare, ma intanto l’Udinese sbriga con un gol per tempo la pratica Catania. Se Dio esiste, gli do due minuti per fulminarmi. Ha ancora sedici anni quando subisce una seconda violenza carnale a opera di “Preacher”, lo zio biker di Jack, il suo primo fidanzato. Il Catania, tutto riversato in avanti per sfruttare un angolo a favore, si è fatto sorprendere da una veloce ripartenza dei padroni di casa. Prova a seguire le orme della madre come showgirl a Las Vegas, ma viene più volte scartata perché non è dell’altezza, allora richiesta, di 173 cm. Gli etnei hanno provato a reagire ma al 39′. Calcio piazzato da 24 metri. Da 35 metri. Da 11 metri. Dell’1 a 1 con Gomez e Marchese. 5 a 1. 5 a 3. Ecco la lista dei 20 trasferimenti più costosi di sempre. Cristiano Ronaldo: 93,9 milioni di euro. Zinedine Zidane 68,8 milioni di euro. Una morte è una tragedia, un milione una statistica: Ricardo Kakà, 67 milioni. La settima vittoria consecutiva, l’ottava considerando quella di coppa Italia con il Genoa. Jenna torna a casa e si toglie l’apparecchio con delle pinze. Il giorno dopo torna al locale e ottiene il posto. Nel primo tempo gioca meglio e passa in vantaggio con Rocchi. Viene introdotta nel mondo del porno grazie a un provino tenuto di fronte al pornoattore e produttore Randy West. Quando Alvarez si sitema dietro le punte, qualcosa migliora nel finale. Non è mai stato trovato un ordine scritto e firmato, e forse, tale ordine, non è mai neanche esistito. Il sorpasso, nella ripresa, lo firma Pazzini (in lieve fuorigioco) con un pallonetto, alla fine di un’azione rocambolesca in cui la difesa laziale si fa sorprendere da un lancio di Lucio (di testa) dalla linea di metà campo, dato che Klose, ben smarcato da Rocchi, fallisce il pareggio a dimostrazione che l’Inter è la sua bestia nera, senza contare che l’assalto finale dei biancocelesti risulta vano poiché Ledesma, un gigante in mezzo al campo, ci prova sino alla fine. Un linguaggio circonvoluto e burocratico teso a nascondere alla maggior parte della popolazione quello che stava realmente accadendo. Il gol più bello del 2011. Siamo operai al servizio della riscossa dopo anni magri. Contattò l’agente Mark Spiegler attraverso internet, quindi si trasferì a Los Angeles. Nella misura in cui è giunto a definire la disumanità del nostro tempo, esso ha dunque svolto una funzione morale. Un’invenzione di Pirlo e molto contenimento dei danni ci hanno consentito di battere per 2-0 l’Atalanta. È fuori di noi ma è intorno a noi, è nell’aria. Il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui. Il suo aspetto giovanile fornì lo spunto a Tyra Banks per criticare la sua scelta di intraprendere una carriera in quel settore. ll Los Angeles Magazine, pur disapprovando la sua scelta professionale, ha dichiarato che la Grey ha le potenzialità nel divenire una stella, forse la prossima Jenna Jameson. Carissimo Dott. Panza, se ben ricordo, Pirlo cercava una nuova sfida ma era disposto a rimanere al Milan in caso Galliani gli avesse offerto un triennale. Siccome l’a.d. gli offrì solo un rinnovo annuale decise di lasciare, in quanto la Juventus gli offriva due cose: nuova sfida e contratto soddisfacente, contro le zero del Milan. Gli stranieri possono dire che siamo stati creati dallo Stato. No! Siamo noi “lo Stato”. Noi non obbediamo agli ordini di nessuna potenza terrena, ma soltanto agli ordini di Dio, che ha creato il popolo tedesco. O vi si sfaccia la casa. La malattia vi impedisca. I vostri nati torcano il viso da voi.

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