Zlatan Ibrahimović Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zlatan-ibrahimovic/ un blog di approfondimento culturale Mon, 26 Dec 2016 11:41:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Zlatan Ibrahimović Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zlatan-ibrahimovic/ 32 32 Guardiola e Mourinho, i duellanti https://minimaetmoralia.it/calcio/guardiola-mourinho-duellanti/ https://minimaetmoralia.it/calcio/guardiola-mourinho-duellanti/#respond Mon, 26 Dec 2016 08:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33219 Come da tradizione, il campionato inglese disputerà quest'oggi un intero turno di campionato nel giorno del Boxing Day. Di seguito un'intervista a Paolo Condò sul suo libro I Duellanti, protagonisti Pep Guardiola e José Mourinho, attualmente allenatori di Manchester City e Manchester United. Il pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Gabriel Feraud e Armand D’Hubert danno di spada in una sfida diventata leggendaria per il cinema, I Duellanti, il primo lungometraggio di Ridley Scott. José Mourinho, portoghese, e Pep Guardiola, spagnolo, o meglio catalano, non usano lame, ma l’ossessione celata dietro il loro rincorrersi ricorda davvero quella portata in scena da Harvey Keitel e Keith Carradine.
Mou e Pep, lontanissimi per stile ma uniti da un carisma debordante, si sono incrociati negli ultimi dieci anni sedendo su diverse panchine, battagliando attraverso l'Europa come due paladini. Paolo Condò, opinionista di Sky, firma storica della Gazzetta dello sport, si è addentrato nel fitto di questo duello, soffermandosi su pochi giorni nella primavera del 2011, quando i due sono rispettivamente sulle panchine di Real Madrid e Barcelona.

Nel libro scrivi che Guardiola è un fabbricante di universi. Cosa c’è di speciale nel suo modo di intendere il calcio?

Nella mia carriera ho incontrato diversi tecnici che attuano il loro calcio in senso pragmatico o secondo canoni estetici, e ho scelto Mourinho e Guardiola come simboli universali di queste visioni. Guardiola è un costruttore di squadre che vogliono vincere in una maniera molto precisa, mentre Mourinho vuole vincere e basta; Guardiola discende dalla scuola olandese-catalana, da quel maestro che è stato Cruijff. Non si accontenta dei tre punti: vuole che arrivino in una certa maniera.

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Come da tradizione, il campionato inglese disputerà quest’oggi un intero turno di campionato nel giorno del Boxing Day. Di seguito un’intervista a Paolo Condò sul suo libro I Duellanti, protagonisti Pep Guardiola e José Mourinho, attualmente allenatori di Manchester City e Manchester United. Il pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Gabriel Feraud e Armand D’Hubert danno di spada in una sfida diventata leggendaria per il cinema, I Duellanti, il primo lungometraggio di Ridley Scott. José Mourinho, portoghese, e Pep Guardiola, spagnolo, o meglio catalano, non usano lame, ma l’ossessione celata dietro il loro rincorrersi ricorda davvero quella portata in scena da Harvey Keitel e Keith Carradine.
Mou e Pep, lontanissimi per stile ma uniti da un carisma debordante, si sono incrociati negli ultimi dieci anni sedendo su diverse panchine, battagliando attraverso l’Europa come due paladini. Paolo Condò, opinionista di Sky, firma storica della Gazzetta dello sport, si è addentrato nel fitto di questo duello, soffermandosi su pochi giorni nella primavera del 2011, quando i due sono rispettivamente sulle panchine di Real Madrid e Barcelona.

Nel libro scrivi che Guardiola è un fabbricante di universi. Cosa c’è di speciale nel suo modo di intendere il calcio?

Nella mia carriera ho incontrato diversi tecnici che attuano il loro calcio in senso pragmatico o secondo canoni estetici, e ho scelto Mourinho e Guardiola come simboli universali di queste visioni. Guardiola è un costruttore di squadre che vogliono vincere in una maniera molto precisa, mentre Mourinho vuole vincere e basta; Guardiola discende dalla scuola olandese-catalana, da quel maestro che è stato Cruijff. Non si accontenta dei tre punti: vuole che arrivino in una certa maniera.

Quali sono le innovazioni che ha introdotto nella filosofia di gioco a cui si ispira?

Dal punto di vista tattico, direi la fusione tra il possesso della palla e il suo recupero. Anche quando i suoi giocatori hanno la palla, sono posizionati in modo tale che se dovessero perderla sono pronti a portare un pressing di tre contro uno, e riconquistarla; due fasi che sono sempre state considerate separate.

Dall’altra parte rispetto a Guardiola c’è José Mourinho. Ora, forse sarò di parte ma trovo riduttivo definirlo un pragmatico. Che personaggio è Mourinho?

Mourinho è un personaggio che vuole il comando, è un diavolo d’astuzia e scaltrezza, è un vincitore. Nel senso che sa usare tutti gli elementi del paesaggio, da quelli tecnici a quelli della comunicazione, per raggiungere il successo. Non so se ti è mai capitato di seguire dei corsi di judo: lì devi sfruttare il peso e i movimenti dell’avversario per buttarlo a tappeto. Murinho è particolarmente abile in questo. Sa usare ogni parola che viene detta nel campo avverso, la prende, la trasforma, la rifinisce e la inserisce in un contesto diverso, creando confusione, muovendo le acque.

Infatti uno dei passaggi più avvincenti del libro è proprio quando descrivi la preparazione psicologica delle rispettive conferenze stampa. Ma restando un attimo alla tattica, quanto conta la differenza tra le rose che hanno allenato?

Abbastanza poco. Ormai abbiamo tre esempi di squadre di Guardiola e diverse squadre di Mourinho, e più o meno, ragionando a grandi linee, il tipo di gioco non cambia. Mourinho gioca sempre seguendo una rielaborazione in chiave moderna del vecchio contropiede; Guardiola ha nel possesso il primo comandamento.

Nel libro ti soffermi anche sul rapporto che i due costruiscono con i rispettivi giocatori, su tutti Messi e Cristiano Ronaldo…

Sono due allenatori molto esigenti, che hanno una precisa data di scadenza. Mourinho, è dimostrato, è un uomo da due stagioni: nella prima semina, nella seconda raccoglie. Per Guardiola sono tre; ha fallito il quarto anno con il Barcelona, al Bayern ne ha fatti tre e altrettanti ne farà al City. È come a scuola con i professori: quando un professore è particolarmente esigente, per un certo periodo gli stai dietro, ricavandone anche moltissimo, poi però rischi di andare un po’ fuori di testa.

In Italia abbiamo visto Mourinho; pensi che Guardiola sarebbe in grado di attuare il suo calcio nel nostro paese?

Io penso di sì, e spero che dopo Manchester venga in Italia. È come se stia giocando una specie di risiko: ha conquistato la Spagna e la Germania, ora è in Inghilterra, e immagino che la tappa successiva sarà l’Italia. Certo, non potremo mai verificare il loro valore alla guida di squadre non dico di basso livello, ma anche medio: le loro capacità di potenziatori su club come, per dire, la Fiorentina.

Quali tecnici del passato ricordano?

Guardiola è Cruijff, è Sacchi; Mourinho è un’evoluzione del calcio all’italiana. Può ricordare Fabio Capello, o Helenio Herrera, il suo essere innovativo nella comunicazione. Ogni allenatore contemporaneo dovrebbe fare un monumento a Herrera per come ha saputo imporre al centro della scena la figura del tecnico. Ecco, se c’è un duello che può ricordare Guardiola-Mourinho guarderei a Rocco-Herrera, anche se si trattava spesso di una rivalità recitata, bonaria. Nessuno dei due possedeva la ferocia di Mourinho.

È piuttosto chiaro che uno dei motivi che hanno generato in Mourinho un evidente  risentimento verso il Barcelona è che il club catalano non l’ha mai voluto assumere, malgrado qualche abboccamento e nonostante José abbia iniziato la sua carriera proprio sulla panchina blaugrana, come assistente di Robson. Pensi che sarebbe stato capace di gestire e lavorare sull’impianto calcistico catalano?

Non lo so e credo che questa curiosità rimarrà inevasa. Conosco bene l’ambiente del Barcelona e sono molto legati al loro tipo di gioco. Mourinho, pur provenendo da lì, avrebbe fatalmente cambiato la loro tradizione e non so cosa sarebbe successo. “Questo portoghese è molto bravo”, disse Van Gaal, “ma non è della nostra famiglia. Ha un istinto per la vittoria immediata che non è il nostro”. Ecco, non sono sicuro che il matrimonio sarebbe stato felice.

Quali sono i limiti dei due duellanti?

Mourinho non sta passando un bel momento allo United, dopo essere stato esonerato l’anno scorso dal Chelsea. Può darsi che stia diventando prevedibile; si è acquietato, non fa più le sfuriate di una volta. Questa è una stagione cruciale per lui, anche perché lo United è stato costruito per vincere subito, con calciatori pronti. Guardiola ha pensato più alla prospettiva, come sempre. Vedremo chi tra i due la spunterà; all’inizio della stagione pronosticavo una vittoria immediata di Mourinho, con Guardiola che sarebbe venuto fuori sulla lunga distanza.
Un limite può essere legato paradossalmente alla loro esigenza, un aspetto che li rende spietati. Pensa a come Guardiola ha trattato il povero Hart, il portiere amato dai tifosi del City e finito al Torino, o prima ancora Eto’o, o per certi versi Zlatan Ibrahimovic. Ripeto: vedremo chi la spunterà nei prossimi mesi.

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La nemesi di Zlatan https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-nemesi-di-zlatan/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-nemesi-di-zlatan/#comments Sun, 22 Jun 2014 10:18:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21664 Questo pezzo è uscito su l'Ultimo Uomo.

Legacy

Ho l’impressione che Zlatan Ibrahimović si stia pentendo. Che abbia dei rimorsi. Mi rendo conto di non poter sapere davvero una cosa del genere, al tempo stesso non mi sembra così sbagliato se penso che, per quanto grande, si tratta comunque di un giocatore a fine carriera. Nel bouquet finale di fuochi d’artificio della sua carriera, durante il quale magari vedremo ancora cose interessanti, dopo il quale però sarà molto difficile per lui manipolare il nostro ricordo.

Credo che a Zlatan non basti entrare a far parte della storia del calcio come, in un’epoca di grandi talenti individuali, quello forse più unico e spontaneo. Quello che meno di tutti avrebbe avuto bisogno di una squadra per esprimere la propria eccezionalità, quello che ha vinto il braccio di ferro tra individuo e collettivo grazie a colpi di scena sempre più spettacolari. È riuscito a rimanere fedele a se stesso nel corso del tempo ma sembrerebbe che abbia già cominciato a pensare al braccio di ferro di lungo periodo, quello con la sua “storicizzazione”. O, per usare un termine più adatto all’ambito sportivo, “legacy”. Si sta mettendo in posa per la nostra foto ricordo, e vuole che tutto sia perfetto.

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Questo pezzo è uscito su l’Ultimo Uomo. (Fonte immagine)

Legacy

Ho l’impressione che Zlatan Ibrahimović si stia pentendo. Che abbia dei rimorsi. Mi rendo conto di non poter sapere davvero una cosa del genere, al tempo stesso non mi sembra così sbagliato se penso che, per quanto grande, si tratta comunque di un giocatore a fine carriera. Nel bouquet finale di fuochi d’artificio della sua carriera, durante il quale magari vedremo ancora cose interessanti, dopo il quale però sarà molto difficile per lui manipolare il nostro ricordo.

Credo che a Zlatan non basti entrare a far parte della storia del calcio come, in un’epoca di grandi talenti individuali, quello forse più unico e spontaneo. Quello che meno di tutti avrebbe avuto bisogno di una squadra per esprimere la propria eccezionalità, quello che ha vinto il braccio di ferro tra individuo e collettivo grazie a colpi di scena sempre più spettacolari. È riuscito a rimanere fedele a se stesso nel corso del tempo ma sembrerebbe che abbia già cominciato a pensare al braccio di ferro di lungo periodo, quello con la sua “storicizzazione”. O, per usare un termine più adatto all’ambito sportivo, “legacy”. Si sta mettendo in posa per la nostra foto ricordo, e vuole che tutto sia perfetto.

Zlatan vuole vincere su tutta la linea e per più generazioni. Vuole quello che ha sempre voluto da noi, quello che si è preso a forza: il rispetto. Ma lo vuole in una forma più duratura.

È interessante vederlo intervistato dalla BBC, sempre un po’ minaccioso anche da rilassato, generoso come una persona difficile in una giornata di buon umore, e sentirlo dire cose assolutamente sorprendenti tipo: «Penso di essere un tipo che ama fare felici gli altri. Mi metto sempre in secondo piano. Immagina che stia in gruppo, per me è più importante che il gruppo sia felice, piuttosto che io sia felice».

Lo dice senza pensarci un secondo, con una naturalezza che fa sembrare la sua risposta la più ovvia che potesse dare. Non possiamo mettere in dubbio il fatto che sia vero, a un livello profondo lo sarà senz’altro, ma esiste un calciatore presente o passato nella cui bocca una cosa di questo tipo suonerebbe strana come in quella di Zlatan Ibrahimović?

È come se non stesse dicendo esattamente l’opposto di quello che pensiamo di lui. Come se non dovesse convincerci, come se stesse parlando da solo, simulando un discorso allo specchio. E la cosa veramente strana è che Zlatan sembra sincero.

Un personaggio letterario

Non sono solo convinto che Zlatan Ibrahimović abbia paura di essere ricordato come esempio di individualismo e basta, ma ritengo che potendo tornare indietro farebbe scelte di carriera diverse.

Simon Kuper ha parlato della storia di Ibrahimović, quella del figlio di immigrati cresciuto in una periferia europea che diventa capitano della Nazionale, come di una «favola moderna». Sul Financial Times lo ha addirittura paragonato ai personaggi di Philip Roth, ai figli degli ebrei europei immigrati in America all’inizio del secolo scorso. Non si può elevare la storia di un calciatore più di così, più che mettendola sullo stesso piano della Grande Letteratura Contemporanea, e magari Ibrahimović ha anche idea di chi sia Philip Roth, scommetterei però che quando si guarda allo specchio e si prepara i discorsi pensa a Maradona, Cruyff, Best. È a questo tipo di personaggi a cui si ispira (oggi) e a cui si confronta, sperando di lasciare un ricordo altrettanto indelebile del loro.

L’allarme nella mia testa (che mi avverte quando riconosce un disturbo della personalità) è impazzito quando ho letto l’intervista di Ibrahimović allo Scotsman. In cui Zlatan sostiene che qualsiasi calciatore di alto livello vorrebbe finire la carriera ai Celtic Glasgow, con quel pubblico magnifico, e per dare credibilità alla sua affermazione fa il nome di Henrik Larsson: «Henke avrebbe potuto giocare in qualsiasi squadra d’Europa. Dopo aver giocato al Celtic Park, però, capisco perché ha scelto di non muoversi». Citare Larsson, il solo svedese più ammirato di lui, almeno in Scozia, in un’intervista per un giornale scozzese, potrebbe essere semplice furbizia (o al limite un gesto di affetto di un grande del calcio svedese nei confronti di un altro grande del calcio svedese). Supponiamo però che non sia così. Immaginiamo che Ibrahimović pensi sul serio di “capire” Larsson. Ci vuole coraggio da parte sua per confrontarsi con una bandiera degli “Hoops”, a uno di quei giocatori che hanno legato il proprio nome esclusivamente o quasi a un solo club, considerando che l’attaccamento alla maglia non è la sua qualità migliore.

È un problema strettamente calcistico. Il fatto che sia esistito un giocatore come Ibrahimović e abbia fatto le cose che ha fatto Ibrahimović porta con sé dei significati che sfuggono al suo controllo. La sua leggenda è diversa da quella di gran parte dei calciatori venuti prima di lui perché non ha un pubblico ben definito. Lo ha voluto lui, ha preferito imporre la propria presenza piuttosto che far parte di un contesto. Se ne è sempre fregato del ricordo che avrebbe lasciato alle sue spalle ma si sta avvicinando il momento in cui di lui, come calciatore, resterà solo il ricordo.

Il gol con cui la Svezia si è qualificata al Mondiale del 2006.Pallone d’oro al merito

Posso portare altre prove a sostegno della mia tesi. Prima però lasciatemi dire una cosa: il desiderio di modellare la propria storia è molto comune e comprensibile.

Zlatan non sta cercando soltanto di piacerci, vuole aggiungere al racconto del figlio di immigrati che ce la fa da solo contro tutti un capitolo più “maturo” in cui si parla di valori calcisticamente più universali. È la sua storia, è un suo diritto.

Nel 2012, quando gli hanno chiesto chi meritasse il Pallone d’oro (lui non era in corsa), la sua risposta è stata: «Dipende se si vuole premiare l’individuo o il lavoro collettivo. Xavi sta ancora giocando ad alti livelli, anche Iniesta ha avuto una grande stagione. Loro hanno vinto l’Europeo, Messi non ha vinto niente, solo la Coppa del Re». Qui di affascinante non c’è solo il fatto che Ibrahimović pronuncia le parole “lavoro” e “collettivo” all’interno di una riflessione sul calcio, ma che lasci capire che dipendesse da lui premierebbe questo piuttosto che il valore individuale (di Messi). Avrebbe potuto limitarsi a una dichiarazione di circostanza, invece si è sforzato di darci la versione migliore di se.

In un certo senso Zlatan lo sta facendo per noi e non esistono riconoscimenti per questo genere di cose. Se guardate con attenzione il video della famosa dichiarazione di quest’anno (e stavolta una minima possibilità che potesse vincerlo c’era) sul Pallone d’oro, «Non ho bisogno di un premio per sapere di essere il migliore», se lo guardate più volte, vi accorgerete che Zlatan mette l’accento sulla prima parte della frase, sul “non avere bisogno di un premio”, e non come è stato interpretato sul “sapere di essere il migliore” .

È difficile sostenere la mia posizione quando pochi mesi fa soltanto Zlatan ha dichiarato che un Mondiale senza di lui non vale la pena di essere guardato (o, se preferite, di essere Dio). Anche per motivi commerciali, di brand, non può rinunciare del tutto alla sua immagine da antieroe. Ma se si parla di calcio, individualismo e spirito di squadra non si escludono a vicenda, anzi i calciatori più grandi, quelli che chiamiamo appunto “leggende”, sono una sintesi tra le due cose. Per questo Ibrahimović può permettersi quella versione di sé più saggia che cita Xavi e Iniesta come esempio positivo di lavoro collettivo senza rinunciare al ragazzo del ghetto che nella sua autobiografia li definisce scolaretti pronti a saltare quando l’allenatore chiedeva loro di farlo (e che ancora oggi li prende a schiaffi durante una cerimonia in smoking— c’è una certa purezza in questo: andatevi a guardare il video in cui Zlatan dà uno scappellotto a Xavi durante una pausa della cerimonia del Pallone d’oro, fate caso a quanto sembra contento di incontrare Xavi e a come diventi subito affettatamente gentile salutando la moglie).

Non so se si tratta davvero di pentimento o più di una forma di dimenticanza, i tempi del Barcellona e di Guardiola sono lontani in fondo. La sostanza è la stessa, Ibrahimović non vuole essere ricordato come quel tipo calciatore. O almeno non solo in quel modo.

Figuracce

Non è detto però che Zlatan riesca a migliorarsi come persona, a volte lo sforzo è troppo visibile e l’effetto che ottiene è quello opposto. «All’inizio della mia carriera, mi ricordo, mi rappresentavano come quello arrogante, con un grande ego» è un’altra delle cose che Zlatan ha detto di recente, «ma nel calcio se sei egocentrico non vinci venti trofei». Che il talento di Ibrahimović si trasmetta ai suoi compagni di squadra, in un modo che gli ha permesso di vincere quindici degli ultimi diciassette campionati a cui ha partecipato, non vuol dire che lui non sia egocentrico, che non abbia un ego grande.

Oppure prendete quell’altra scenetta simpatica improvvisata durante l’ultima premiazione del Pallone d’oro, quella con Jürgen Klopp. «Allora quando mi porti a Dortmund?», chiede Zlatan all’allenatore del Borussia. «Eh, dovrei vendermi tutta la squadra», risponde Klopp. «No, ma io vengo gratis.» «Oh, vieni gratis…»

Ibrahimović è auto-ironico ma ancora una volta ha detto una cosa sorprendente come se fosse normale, come se per l’idea che Ibrahimović ha di se stesso non è poi così impossibile che faccia qualcosa gratis. Non quanto lo è per noi, non quanto sembra esserlo per Klopp che intimidito, o forse imbarazzato, dice al giornalista che assiste alla scena da dietro la telecamera: «Hai sentito? Ha detto che viene gratis».

L’Everest dei grandi gol. 

Nemesi

Quello che sto cercando di dire è che l’ultimo Ibrahimović, quello successivo all’incredibile rovesciata da trenta metri, per capirci, quello che non deve più dimostrare niente a nessuno, non accetta il proprio destino. Che pur sapendo che le sue conquiste come calciatore sono individuali e la sua storia non può essere che la storia del suo successo personale, dentro di se senta di non corrispondere all’immagine che abbiamo (avremo) di lui.

Allora rileggendo quello che diceva di lui Simon Kuper mi è venuto in mente un altro concetto narrativo caro a Philip Roth, quello di “nemesi”, nel suo significato comune di «nemico che non può essere sconfitto» (e non a caso è un tema ricorrente nella sua ultima parte di produzione). In senso classico Nemesi era la dea della giustizia divina, ma in questo caso va intesa come l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, di far andare le cose nel verso che vogliamo. Questa impossibilità può essere incarnata a vari livelli da una persona, che quindi è qualcosa di più di un nemico.

All’interno del mio discorso la nemesi di Zlatan Ibrahimović è Henrik Larsson, e la cosa interessante è che Larsson è una delle poche persone di cui Zlatan parla bene nella sua biografia del 2011 (oltre all’amico Maxwell, Raiola, Leo Beenhakker e veramente pochi altri). In un passaggio in particolare, dice addirittura che per lui è stato un «modello».

Il presupposto da tenere presente è che anche quella di Larsson è la storia del figlio di un immigrato che ha avuto successo. Il padre era un marinaio di Capo Verde di nome Francisco Rocha ma i genitori hanno deciso di dargli un nome svedese e il cognome della madre, operaia, perché si integrasse più facilmente, altrimenti si sarebbe chiamato Enrique Rocha («Sarebbe stato bello» ha detto Larsson a So Foot nel 2013, «fa molto attaccante portoghese»). Nonostante ciò Henke ricorda che con i ricci che presto sarebbero diventati dei dreadlocks, anche se biondi, non somigliava al tipico “Svensson”, e che a volte l’unico modo per farsi rispettare erano le botte.

Quando Larsson aveva nove anni la sua maestra di matematica e svedese gli ha detto di non contare sul calcio come possibile professione futura: «Volevo solo che fosse realistico. Ovviamente non lo avevo mai visto giocare. Sono solo contenta che non mi abbia ascoltato». E il piccolo Henke era un ragazzino sensibile: «Mi ricordo abbastanza bene quando mi ha dato quel consiglio». A tredici anni era ancora fisicamente troppo più piccolo dei suoi compagni per poter giocare e come se non bastasse i suoi genitori si erano separati. L’allenatore ha dovuto convincerlo a non smettere, «Henrik ha cominciato a provarci con maggior convinzione. Si allenava due, tre volte al giorno, da solo. E non ricordo abbia saltato un solo allenamento, e se Ibrahimović è esploso d’un colpo a diciotto anni, Larsson per arrotondare la paga da calciatore semi-professionista ha lavorato in un supermercato. Fino a ventuno anni, quando è stato acquistato dall’Helsinborg, in Superettan, l’equivalente della Serie B svedese.

Alta fedeltà

Anche per Larsson non è stato facile imporre il proprio talento. Quando è arrivato a Glasgow nel 1997 (tra l’altro per sostituire Di Canio) era uno sconosciuto semi-panchinaro del Feyenoord. Il suo esordio con la maglia del Celtic si può riassumere con un passaggio sbagliato che ha portato a un gol avversario. La sua prima partita europea con un autogol: Henke recupera troppo generosamente nella propria area di rigore e anticipa malamente un avversario solo al centro dell’area. (Notate come sia finito a parlare bene di Larsson anche descrivendo un suo autogol.)

I Rangers avevano vinto gli ultimi nove campionati consecutivi, una serie interrotta dal Celtic al termine della prima stagione di Larsson. Tirando le somme, Henke ha vinto quattro campionati in sette anni, ristabilendo l’equilibrio nell’Old Firm e segnando la bellezza di duecentoquarantadue gol. Avrei potuto scriverlo a numero, ma a parole fa più impressione: duecentoquarantadue.

Dick Advocaat, allenatore dei Rangers in quegli anni ha detto di lui: «Larsson è uno dei migliori attaccanti in Europa. Forse del mondo. Se guardate Batistuta magari non tocca una palla per novanta minuti ma fa due gol. Larsson è ancora meglio perché oltre a segnare molto lavora anche molto per la squadra».

Il suo compagno di squadra e connazionale svedese Johan Mjällby ha fatto un paragone ancora più alto: «L’unico che ha avuto un impatto come il suo su una squadra è stato, forse, Maradona a Napoli».

Larsson ha segnato anche dei gol memorabili, il più bello di tutti forse nel derby dell’Old Firm del 2000.

Restare così a lungo in Scozia è stato interpretato come mancanza di ambizione personale, ma Larsson dice di non aver mai sentito il desiderio di giocare in una squadra diversa: «Perché sarei dovuto andar via? Per farmi dare diecimila sterline in più? Ero già pagato abbastanza bene. Soprattutto per uno che a diciassette anni riempiva gli scaffali di un supermercato di mele e banane».

Ha vinto la Scarpa d’oro nel 2001 (l’anno prima si era spezzato la gamba) e giocato la finale di Coppa UEFA nel 2003, quando valeva ancora qualcosa. Il Celtic ha perso contro il Porto di Mourinho, era andato sotto due volte nei tempi regolamentari quella sera e in entrambi i casi Larsson aveva pareggiato i conti di testa, prima del definitivo 3-2 di Derlei a cinque minuti dal termine dei tempi supplementari.

Non vorrei sembrare retorico ma finché a Glasgow si giocherà a calcio, ed esisterà una squadra chiamata Celtic con dei tifosi, Henrik Larsson non verrà mai dimenticato. Anche grazie a frasi come: «Non vedo niente di positivo nella mia prestazione in finale. Segnare due gol non significa niente se poi si perde».

Henke non era tipo di molte parole, sul Guardian è riportato l’aneddoto di un giornalista svedese esasperato dal suo silenzio, «Ti prego Henke dimmi qualcosa. Qualunque cosa, tipo, che ne so, dimmi come ti prepari prima di una partita», a cui Larsson ha risposto: «Prima di una partita penso che mi farò male. Che sono forte, però, più forte degli avversari. Che anche se mi farò male, farò più male io a loro».

I video di Larsson che saluta il pubblico del Celtic Park, e viceversa, fanno venire la pelle d’oca e sarebbe troppo facile paragonare l’intervista successiva alla sua ultima partita di campionato, in cui non riesce a parlare perché il pianto gli spezza la voce, al cinismo vero o apparente con cui Ibrahimović ha cambiato più volte maglia. Sarebbe sbagliato, oltretutto, perché la mia tesi di partenza è che Zlatan si rende conto di quello a cui ha rinunciato.

La finale di Coppa UEFA quando ancora valeva qualcosa.

L’esempio giusto ma di cosa?

È interessante che Ibrahimović nel suo libro ci dica che Henrik Larsson è stato un modello per lui (e io tenderei a credergli) senza spiegare in che modo.

Ecco i punti più significativi in cui Zlatan nomina Henrik Larsson (anche solo Henrik, o Henke) all’interno della sua biografia:

– quando viene comprato dall’Ajax, Zlatan riflette su quanto lo avevano pagato caro: «Nessuno svedese, nessuno scandinavo, neppure Henke Larsson o John Carew erano stati pagati una cifra vicina alla mia». (Non so a chi ho prestato la mia copia italiana di Io, Ibra per cui le citazioni che trovate qui sono mie traduzioni dall’inglese.)

– quando parla della sua prima convocazione in Nazionale, Zlatan si lamenta che c’era troppa pressione su di lui da parte dei giornalisti: «Ma cazzo, avrei voluto dirgli: c’è Henke Larsson giusto lì, andate da lui piuttosto». Nonostante il suo atteggiamento aggressivo si sentiva comunque molto insicuro e non voleva far incazzare nessuno: «specialmente Henke Larsson, che era un Dio per me».

– quando racconta di Euro 2004, in cui hanno fatto coppia in attacco. Una bella coppia in campo, completa per caratteristiche e con un buon feeling. Larsson era all’apice del successo, era appena passato dal Celtic al Barcellona. Si era già ritirato una prima volta dalla Nazionale ma poi a grande richiesta era tornato sui suoi passi. Zlatan era la stella dell’Ajax (si sarebbe trasferito dopo l’estate alla Juventus) e non sapendo più come gestire la pressione dice di essersi rivolto a Henke chiedendogli come fare. Ricorda che Henke gli ha risposto: «Mi dispiace Zlatan, non ti posso aiutare. Un casino come questo non lo hanno montato per nessun calciatore svedese prima!»

A quell’Europeo la Svezia si è fermata ai quarti, ai rigori, contro l’Olanda. Larsson ha preso una traversa nei supplementari, Zlatan lo nomina di passaggio per dire che Henke aveva segnato il secondo rigore e lui aveva sbagliato il terzo. (L’Europeo del 2004 è quello del gol di tacco di Ibrahimovic all’Italia, ma come più bello del torneo è stato votato quello di Larsson contro la Bulgaria.) 

– anche quando parla dell’Europeo del 2008 Zlatan lo cita solo di passaggio per parlare della sconfitta con la Spagna: «Eravamo io e Henke davanti. Ma la Spagna era molto forte». (Larsson aveva dato l’addio per la seconda volta, ma era tornato di nuovo. Anche Zlatan aveva dato l’addio alla Nazionale ma dopo la brutta esperienza a Barcellona aveva cambiato idea. Una scelta che qualcuno aveva interpretato proprio come cura per il suo ego ferito. In tutto il torneo Ibrahimovic ha segnato solo due gol, quello contro la Grecia era nato da una bella combinazione con Henke, nel libro parla del gol ma non dell’assist.)

Il gol di Larsson nella partita vinta 4-0 contro la Bulgaria a Usa ’94. 

Dimenticanze importanti #1

Ci sono due momenti nella biografia di Zlatan in cui non parla di Larsson anche se avrebbe potuto.

Il primo è Usa ’94. La Svezia che è arrivata terza a quel Mondiale, guardandola oggi, sarebbe potuta essere una squadra davvero eccitante agli occhi di un tredicenne svedese figlio di immigrati.

C’era Martin Dahlin (figlio di un musicista afro-venezuelano, chiamato Martin in onore di Martin Luther King ucciso dodici giorni prima la sua nascita) e Larsson, con i dread lunghi che gli sbattevano correndo sulla schiena, è riuscito a lasciare un segno pur non giocando moltissimo. Era esploso all’Helsingborg, allenandosi tutti i giorni con dei professionisti, e dopo solo due stagioni era stato acquistato dal Feyenoord, dove però si era bloccato di nuovo. Non era ancora una star, insomma. È entrato a mezz’ora dal termine nella partita d’esordio contro il Camerun e ha preso una traversa importante perché Dahlin ha segnato sulla ribattuta. È partito titolare contro il Brasile nell’ultima del girone. Ha calciato l’ultimo rigore del quarto di finale contro la Romania e ha segnato nella finalina con la Bulgaria “dei sogni” (il sogno vero e proprio era finito per entrambe le squadre, ma l’undici bulgaro era lo stesso della semifinale con l’Italia).

Il piccolo Zlatan avrebbe potuto riconoscersi nel giovane Henke. Nel libro però accenna a Usa ’94 solo per evidenziare il crepaccio culturale che lo separava dal resto della Svezia: «Ero di Rosengård. Me ne fregavo della Nazionale svedese. Tifavo per i brasiliani, per Romario e Bebeto».

Dimenticanze importanti #2

Zlatan non cita Henke e quasi non racconta di uno dei momenti più alti vissuti in Nazionale: l’ottavo di finale con il Senegal di Bruno Metsu nel Mondiale del 2002, la sua prima grande competizione con la maglia della Svezia. In sostanza Zlatan ricorda di essere stato poco utilizzato: «Ho giocato solo cinque minuti contro l’Argentina e un pezzetto degli ottavi con il Senegal, in cui a dire il vero ho avuto qualche bella occasione».

Entrato a un quarto d’ora dalla fine dei tempi regolamentari, sull’1-1 (gol di Larsson), Zlatan ha avuto tra i piedi la palla che avrebbe potuto cambiare la partita. Un lancio sulla fascia destra che è stato bravo lui a trasformare in occasione da gol, togliendosi di dosso la marcatura del terzino, Coly, e dribblando verso l’interno appena entrato in area. Un numero abbastanza bello che avrebbe potuto concludere servendo Larsson a pochi passi dalla porta, ma Zlatan ha calciato forte sul primo palo e Sylva, il portiere del Senegal, ha parato.

Il tiro, come si dice, ci stava. Ci stava anche il passaggio, però. Nelle immagini si vede Larsson allargare le braccia.

La cosa struggente è che lo stesso istinto che gli ha fatto sprecare questa occasione gli ha detto che non era una cattiva idea provare un pallonetto da metà campo contro l’Inghilterra.

La morale della storia

Episodi in cui viene fuori il lato più egoista del carattere fanno parte delle biografie di tutti i grandi personaggi, ma Ibrahimović si sta ribellando anche contro gli aspetti positivi del suo destino da individualista.

Sul palco della FIFA per ricevere il premio Puskás del gol più bello del 2013 (perché non esiste un premio speciale per il gesto tecnico più assurdo della storia del calcio), Zlatan ha ringraziato con un’umiltà eccessiva: «Di solito non è importante chi fa gol, in questo è capitato segnassi io ed è diventato una specie di simbolo per il modo in cui ho segnato».

La rovesciata da centrocampo con cui ha scavalcato Hart e mezza difesa dell’Inghilterra è così incredibile che sposta i limiti del nostro immaginario, di quello che crediamo umanamente possibile fare con una palla da calcio in un campo da calcio. Il problema è che era il gol del 4-2 di un’amichevole internazionale di cui non fregava niente a nessuno, si era nel recupero e Zlatan personalmente aveva già segnato due gol. Se quel gol simboleggia qualcosa è la grandezza individuale come concetto, e in particolare quella di Zlatan Ibrahimović. Non ci sarebbe potuto essere un momento più strano della celebrazione ufficiale di quell’impresa per dire: «Di solito non è importante chi fa gol».

Zlatan non ha la credibilità per dire questo tipo di cose, mentre ce l’avrebbe Henke. La cosa affascinante non è se le pensa davvero, ma che al termine di un percorso completamente diverso da quello di Larsson sembra essere arrivato alle stesse conclusioni. Zlatan sta cercando di appropriarsi dei contenuti delle storie di calciatori diversi da lui, ma non sta mentendo del tutto quando dice di “capire” quello che ha capito Larsson.

A un livello profondo Ibrahimović e Larsson sono imparagonabili, rappresentano due tipi di grandezza, raggiungibile sempre attraverso il calcio, diversi tra loro. La grandezza pacificata di Larsson, però, Ibrahimović non sa che sapore abbia.

Barcellona

C’è qualcosa di spirituale se si confrontano le esperienze di Larsson e Ibrahimović a Barcellona. Quella di Zlatan la si potrebbe raccontare in forma di parabola: «Egli disse: Un giorno il calciatore individualmente migliore di sempre aveva deciso, per vincere la Champions League, di trasferirsi nella squadra migliore di sempre per gioco collettivo». Sappiamo tutti come è finita e quanto conta quell’esperienza e quanto conterà nel bilancio finale di Zlatan.

Il rapporto tra individuo e collettivo è uno dei temi di fondo di qualsiasi grande storia di calcio e quella di Ibrahimović e Guardiola forse è la storia che più di tutte lo incarna come conflitto irrisolvibile. Zlatan ha perso l’occasione per sentirsi parte di qualcosa di grande senza per questo annullarsi.

Quando Larsson è arrivato in Spagna aveva trentatré anni, aveva già tagliato i dread e non poteva fare altro che mettersi a disposizione di Rijkaard e cercare di integrarsi nel gioco di squadra: «Calcisticamente non ho imparato niente a Barcellona. A quel punto della mia carriera avevo già giocato più di una volta a un tocco, due tocchi. Raramente prendevo palla e dribblavo tre giocatori di fila. Durante tutta la mia carriera c’era gente che diceva che non ero abbastanza egoista. Non è mai stato il mio stile. Se qualcuno è messo meglio di me, e può segnare, io gli passo la palla».

Dopo pochi mesi in Catalogna però Henke si è rotto menisco e legamenti del ginocchio, saltando praticamente tutto il primo anno, al termine del quale in teoria scadeva il suo contratto. Il presidente del Barça dell’epoca, Joan Laporta, glielo ha rinnovato subito dopo l’infortunio così da non dargli altri pensieri al di fuori del proprio recupero fisico.

Era stato acquistato come super-panchinaro di uno dei tre ruoli del tridente offensivo e non sarebbe stato sicuro di andare neanche in panchina, nella finale di Champions League con l’Arsenal, del 2006, se Messi non si fosse infortunato. Dopo quella partita però, grazie ai due assist per Eto’o e Belletti, se ne è andato a trentacinque anni come una specie di mito.

Thierry Henry a fine partita, arrabbiato per l’arbitraggio che aveva lasciato l’Arsenal in dieci uomini, deluso per il risultato forse ingiusto, ha comunque trovato la forza di spendere belle parole per Henke: «Di solito si parla di Ronaldinho ed Eto’o, ma bisogna parlare del giocatore che ha fatto la differenza: e questa è stata la notte di Henrik Larsson».

La ultime parole di Larsson invece sono state: «Visca Barça/ Visca Catalugna».

Entrare nella storia di un club con quattro tocchi.

Epilogo

Larsson è tornato in Svezia, ha giocato qualche stagione all’Helsingborg che lo aveva lanciato, vincendo una coppa nazionale e qualificandosi per l’Europa League.

Nel gennaio del 2007, mentre il campionato svedese era in pausa, è andato in prestito al Manchester United di Ronaldo e Rooney, segnando tre gol in due mesi ed entrando in qualche modo nella memoria dei tifosi. Ferguson avrebbe voluto tenerlo più a lungo, ma Henke è tornato in Svezia per l’inizio della nuova stagione: «Non dico che non sono tentato o grato dell’opportunità, ma ci sono altre cose a cui devo pensare». A fine stagione lo United vincerà la Premier League e farà stampare una medaglia in più per lui e Alan Smith che aveva saltato la stagione infortunato, anche se per il numero totale di presenze in campo non ne avrebbero avuto diritto.

Ancora nel 2009, a trentasette anni, si è rotto la rotula, ma ha recuperato ed è tornato a giocare. Arrivato il momento dei saluti ha pianto di nuovo davanti ai suoi primissimi tifosi.

In Svezia Larsson aveva un fratello minore con seri problemi di droga, gli somigliava molto e per un periodo portava i dread in suo onore, prima di tagliarli quando i rapporti tra loro sono peggiorati a causa della sua dipendenza. Henke ha raccontato in radio la storia commovente del fratello dopo la sua morte nel 2009 (il giorno in cui Henke ha giocato la sua ultima partita con la maglia della Nazionale): «Pensavo che una volta tornato a casa lo avrei aiutato a risolvere i suoi problemi. Ho pensato a lui ogni giorno in quegli anni passati in giro per il mondo. Ma la realtà era un incubo. I miei super-poteri immaginari non potevano nulla contro i suoi demoni».

È tornato a Glasgow per la partita tra le leggende del Celtic (i tifosi lo hanno inserito, unico non britannico, nel Greatest Team di tutti i tempi) e quelle del Manchester United. Era il 2011, sembrava in forma e ha segnato una tripletta. È diventato prima allenatore del Landskorna, poi dirigente della sua primissima squadra, l’Högaborgs, in cui giocava anche il figlio Jordan (dal numero 23 dei Chicago Bulls, Michael Jeffrey), ma ufficialmente ha smesso di giocare solo lo scorso anno. A giugno 2013, in un momento in cui tutti gli attaccanti della squadra erano infortunati, Henke è sceso in campo con il figlio (che gioca con la Nazionale Under 21 e su cui pare abbia messo gli occhi il Manchester United). Dallo scorso dicembre allena il Falkenbergs, neopromosso nella massima divisione svedese.

Non capisco lo svedese ma credo che a un certo punto Henke interrompa l’intervista post-partita per andare a festeggiare coi compagni. Cioè anche con suo figlio.

Zlatan come detto sta cercando di cambiare, anche forse per potersi godere un giorno questo tipo di emozioni. Sta cambiando a modo suo, però. In un’intervista recente, ritirata in parte, il suo compagno di squadra al Psg Lucas Moura lo descriveva come un capitano esigente e un esempio difficile da seguire in campo: «Brontola molto, chiede sempre palla e strilla. Ibra è complicato, ma sbaglia molto poco. Strilla, ma cerchiamo di capire quello che vuole, in qualsiasi lingua si esprima».

Quando a Larsson è stato chiesto com’è giocare con Zlatan ha risposto: «Non è facile perché ha talmente tante idee su cosa fare con la palla che a volte è difficile seguirlo. Ma senza alcun dubbio è il più grande giocatore che abbiamo avuto in Svezia. Sarei scemo se adesso ti dicessi che sono meglio di lui».

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Mario Balotelli: una visita guidata https://minimaetmoralia.it/sport/mario-balotelli-una-visita-guidata/ https://minimaetmoralia.it/sport/mario-balotelli-una-visita-guidata/#comments Thu, 14 Jun 2012 13:08:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8376 Tra poche ore l'Italia giocherà la seconda partita degli Europei. Pubblichiamo un racconto di Francesco Pacifico, contenuto nell'antologia «Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio» uscita nel 2010, che decostruisce splendori e miserie del «caso Balotelli».

«L’infanzia difficile, il pallone come unica arma di riscatto sociale e un sogno nel cassetto: quello di diventare calciatore...»

Non gliela si fa ai giornalisti sportivi: hanno un cuore tenero e un armamentario di immagini retoriche per far sentire al lettore da bar – una nevicata di sfoglie di cornetto sulla pagina aperta – che leggere un quotidiano sportivo non è un’attività alienante. Questo giornale contiene valori!

«Se saltelli muore Balotelli», gridano alcuni dei lettori dei quotidiani sportivi quando, lasciato il giornale sul tavolino del bar, si ritrovano allo stadio per la partita – in questo caso Juve-Inter di campionato, primavera 2009.

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Tra poche ore l’Italia giocherà la seconda partita degli Europei. Pubblichiamo un racconto di Francesco Pacifico, contenuto nell’antologia «Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio» uscita nel 2010, che decostruisce splendori e miserie del «caso Balotelli».

«L’infanzia difficile, il pallone come unica arma di riscatto sociale e un sogno nel cassetto: quello di diventare calciatore…»

Non gliela si fa ai giornalisti sportivi: hanno un cuore tenero e un armamentario di immagini retoriche per far sentire al lettore da bar – una nevicata di sfoglie di cornetto sulla pagina aperta – che leggere un quotidiano sportivo non è un’attività alienante. Questo giornale contiene valori!

«Se saltelli muore Balotelli», gridano alcuni dei lettori dei quotidiani sportivi quando, lasciato il giornale sul tavolino del bar, si ritrovano allo stadio per la partita – in questo caso Juve-Inter di campionato, primavera 2009.

Tra la favola collodiana e un rapporto terribile con i tifosi delle squadre avversarie, il giovane interista è una figura già leggendaria. Molti sanno che diventerà un campione e molti lo odiano; solo ieri mi è capitato di parlarne con qualcuno – un interista! – e per l’ennesima volta sentivo dire: «Quant’è stronzo, quello».

Ricordo nitidamente che la Sera della Linguaccia, un Inter-Roma a San Siro del marzo 2009, nel veder apparire la lingua beffarda di MB che irrideva noi poveri romanisti dopo averci fatto gol, io e due amici con cui guardavo la partita in tv sapevamo già che era antipatico e scorretto e andava odiato: come se lo odiassimo da sempre, come se MB facesse linguacce da sempre.

Pochissimo da sapere

È un italiano grosso, nero, fiero, dispettoso, con una storia complicata alle spalle, un talento che promette la quinta vittoria ai mondiali, una faccia da schiaffi. Nasce a Palermo da genitori ghanesi, cresce in provincia di Brescia da una coppia di italiani. È la favola calcistica di questi anni e perciò sembra un classico, una storia che si sa a memoria, pur non conoscendone praticamente i dettagli. Mettendomi a fare ricerche su di lui mi sono sorpreso a scoprire che è in serie a da nemmeno due anni, d’altronde è nato nel 1990, e lo odiamo tutti per un paio di episodi che sono colati sul fondo della nostra coscienza calcistica e sociale senza che nemmeno ce ne accorgessimo.

Diventa famoso il 30 gennaio del 2008 con una doppietta alla Juve in Coppa Italia. Quella sera, però, dà anche delle gran gomitate al difensore avversario Nicola Legrottaglie: saltando in anticipo sullo juventino, che gli sta alle spalle, per intercettare un rinvio lunghissimo del portiere interista, MB tira il gomito destro all’indietro in un modo che mi pare volontario, e lo colpisce in faccia, e immediatamente dopo sgancia un colpo con il gomito sinistro, centrando forte la nuca del difensore. È un gesto bello da vedere al replay, abbastanza complesso, diviso in quattro parti: salto, prima gomitata, seconda gomitata, atterraggio. Il replay lo fa sembrare lungo e meditato, ovviamente non può esserlo, ma è una di quelle occasioni in cui lo spettatore in panciolle si rende conto che in sostanza quegli omini in televisione sono persone che per farsi radicalmente aumentare lo stipendio devono dare spallate ad altre persone.

Dopo la doppia gomitata, MB cresce per un anno fra Primavera e prima squadra, segna in tutte le competizioni, si comincia a conoscere il suo nome, alcuni lo chiamano l’anti-Pato: perché è grosso mentre Pato, il coetaneo milanista, è un minuscolo papero; perché non esulta quando segna mentre Pato fa il gesto del cuore unendo pollici e indici.

A febbraio, dopo un contrasto con Cristiano Ronaldo in Manchester United-Inter, si mette l’indice sulla bocca come per azzittire l’avversario, che è peraltro il calciatore più antipatico in attività.

Poi, la vera gloria: il primo marzo, in campionato, per coincidenza proprio la Sera della Linguaccia. MB segna due gol alla Roma – una partita memorabile che la Roma conduce 3-1 fuori casa e riesce a pareggiare: è il giorno in cui si smantella l’impresa low cost di Spalletti, il giorno in cui si capisce che una squadra ricca poco ispirata può recuperare contro una Roma ispiratissima. MB segna due gol, uno dei quali su un rigore che lui stesso si procura, e lasciate che vi ricordi come…

La Roma è avanti 3-1. Entrando in area da sinistra, di lato, MB passa tra Motta e Taddei con un tocco d’esterno, uno d’interno e un terzo d’esterno meravigliosi, e dopo una cosiddetta hesitation, una sorta di anti-finta, di sospensione del controllo di palla, somministra altri due tocchi d’interno per non farla sfiorare a De Rossi, che invece sfiora MB – boh, forse, diciamo di sì… – il quale cade opportunamente a terra di faccia. Non proprio il rigore più lampante della storia, ma i cinque tocchi delicati dentro l’area sono un gran gesto, considerato il traffico in quella zona del campo.

Dopodiché lo stesso MB tira dagli undici metri con una mezza finta alla Figo, segna, e subito alza l’indice guantato Nike e se lo porta alla bocca per mettere a tacere gli ultras romanisti in trasferta. E questa cosa non si fa. Ancora peggio: tornando verso la sua metà campo, si volta per fare la linguaccia – agli avversari più che alla curva. Per linguaccia intendo: lingua di fuori e rituali occhi da pazzo, tipo wrestler americano, tipo Joker.

Un gesto veramente irritante, quasi disturbante. (Dopodiché alla Roma come al solito crollano i nervi e finisce 3-3.) È qui che io e i miei amici seduti davanti al televisore, all’oscuro delle gomitate a Legrottaglie e della provocazione a Cristiano Ronaldo, mediaticamente raccogliamo non so come dagli umori collettivi della nazione che MB è un giocatore antipatico e molesto, un antisportivo navigato: lo si sapeva.

Francesco Totti, che se la prende moltissimo, sosterrà poi che il gesto fosse rivolto a Panucci. I tifosi romanisti, a detta del Giornale, hanno cantato «non-ci-sò-no-né-gri-ta-lià-ni». Il procuratore federale deferirà Balotelli, per «avere rivolto gesti offensivi nei confronti di un calciatore avversario». Il 40% dei 47.000 partecipanti a un sondaggio di gazzetta.it decretano che i comportamenti di MB «non si giustificano in alcun modo da parte di chi ambisce ad essere un campione». Per il 9,7% «si giustificano solo se prima è stato provocato».

Un po’ di rispetto per gli sconfitti!

Di fronte al dito sulle labbra e alla linguaccia, Totti ha una reazione isterica. Il Capitano sostiene di far parte di un’altra generazione, e al Corriere dello Sport-Stadio spiega: «Se io a diciannove anni avessi avuto lo stesso atteggiamento di Balotelli, i miei compagni di squadra di allora, Cervone e Giannini, mi avrebbero preso a calci. Mazzone mi avrebbe dato due schiaffi e a casa avrei preso il resto dai miei genitori. Probabilmente oggi è un altro calcio, e c’è un’altra maniera di educare i giovani». (Ho praticamente la stessa età di Totti, so quale gusto si prova a ritrovarsi a parlare dei ventenni come di un’altra generazione, per giunta scostumata, quindi a queste dichiarazioni farei la tara.) «Ricordo che nella finale di Supercoppa, mentre si accingeva a battere un calcio d’angolo, l’ho sentito pronunciare la frase “romani di m…” Può capitare un momento di rabbia, ma offese come questa non si dovrebbero ripetere. Invece si sono puntualmente ripetute domenica, con l’aggiunta della linguaccia ai miei compagni che si sono risentiti e prendevano le difese dei 2500 tifosi che sono stati derisi». La conclusione di Totti è un po’ debole: «Magari stando a contatto con grandi uomini come Materazzi e Gattuso, se un giorno li incontrerà in Nazionale, potrà imparare tante cose, soprattutto come ci si comporta. In campo fanno della grinta e della forza la loro arma migliore ma sono sempre stati corretti in tutte le situazioni». Insultando la sorella di Zidane durante la finale di Germania 2006, Materazzi ha causato un finimondo (e ha tolto di mezzo il grande francese, Napoleone calcistico, espulso/esiliato dopo aver ripagato Materazzi con una capocciata sul plesso solare, permettendoci di trascinare la Francia in dieci uomini ai calci di rigore, dove abbiamo vinto perché la Fortuna ce ne doveva un paio post Francia ’98 e Stati Uniti ’94). «Mi ha dato fastidio», precisa Totti, «vedere Balotelli avere un comportamento irriguardoso con Panucci. Magari se Christian gli fa vedere tutti i trofei che ha vinto in carriera, Balotelli si potrebbe fare una foto ricordo […] Personalmente posso anche risultare antipatico con certi atteggiamenti, ma mi sono sempre attenuto a queste regole di vita importanti. Ricordo che quando mi sono infortunato nel 2006 mi sono arrivate tantissime telefonate, anche da avversari con i quali avevo avuto grandissimi scontri in campo. Uno per tutti Stanković, il quale mi ha testimoniato la sua vicinanza durante il mio infortunio […] In passato posso aver commesso tanti errori, sia nei confronti di avversari e anche di qualche tifoseria avversaria, ma ho sempre pagato e riconosciuto di aver sbagliato in prima persona».

Una cinquantina di giorni dopo, il 18 aprile del 2009, Juve-Inter finisce 1-1 e la curva juventina canta: «Se saltelli muore Balotelli!»

Risultato: per punizione la Juventus dovrà giocare a porte chiuse una partita di campionato. In realtà le autorità ci mettono un po’ a prendere provvedimenti; si vede che preferirebbero evitare. La Federcalcio non ha mai avuto un progetto estetico sul calcio italiano e non si è mai fermata davvero per correggere i comportamenti più antiestetici, come i cori razzisti e i falli tattici a centrocampo.

In realtà, a forza di polemiche e considerando che tutto sommato stavolta si tratta di un cittadino italiano, e un cittadino che giocherà quasi sicuramente nella Nazionale maggiore, e un cittadino che ha rinunciato alla chiamata della Nazionale ghanese per mantenersi calcisticamente vergine e ha sempre dichiarato il suo amore per la patria che l’ha cresciuto, che gli ha dato la salute e una famiglia amorevole, la vicenda di Torino ha portato alla modifica del regolamento della Federcalcio: in caso di atteggiamenti razzisti del pubblico, l’arbitro può decidere di sospendere la partita. (E invece quando a settembre 2009, in Cagliari-Inter, si ripete la scenetta razzista di cori colonial-gutturali rétro, contro MB ma pure contro il camerunense Eto’o, l’arbitro non sospende la partita. Il presidente del Cagliari segue la gara in tv dagli Stati Uniti e intervistato risponde di non essersi accorto di nulla dalla telecronaca: «Balotelli è un ragazzo frizzante, attira l’attenzione con qualche comportamento, direi di non ingigantire questi episodi».)

(Un semidio vendicativo)

Il corpo di MB dice qualcosa di forte, è un corpo elegante, sprezzante, fiero, il corpo di un campione naturale. Apporre in cima a quel corpo la firma di un dito che fa il gesto di star zitti, o la linguaccia, scatena il panico. La linguaccia dopo aver segnato è peggio che se Dio si affacciasse tra le nuvole durante un uragano e rombasse: Sì, sì, ce l’ho proprio con voi! Vi odio! (Non vincerete mai più lo scudetto!)

(La solita piega dei dibattiti di educazione civica quand’ero al liceo)

In Italia ogni tanto quando si discute di violenze sessuali qualcuno dice in forme variamente eufemistiche: certo però se le ragazze si vestono come mignotte con la minigonna e le scollature poi non si lamentino se qualcuno le violenta. Nel dibattito su MB, la linguaccia e il dito sulla bocca di MB sono come scollature e minigonne.

Gangsta

Comunque MB rimane all’altezza di questa fama campata in aria di giocatore poco sportivo. No, «poco sportivo» non spiega la situazione: MB, in campo, passa il tempo a imporre la propria personalità calcistica e non. Lo fa con le mezze rovesciate e i tiri potenti, lo fa con trovate da gradasso. È successo diverse volte che nella stessa partita segnasse un gran gol e facesse qualcosa di molto scorretto.

Durante l’estate del 2009, agli europei Under 21, viene espulso per un fallo di reazione nella stessa partita (Italia-Svezia) in cui segna un gol meraviglioso e poi festeggia facendo la sua faccia da duro, senza sorridere, la faccia da duro che fa morire di rabbia gli sconfitti: l’avversario che ci ha appena fatto gol non è impegnato a godere o gioire, ma ad attirare il tuo sguardo di sconfitto. Come dire: questa situazione è troppo seria per festeggiare; fermiamoci a riconoscere che tu, Panucci, hai appena subito un gol; tu stai nella squadra che non vince mai, io da quando sono qui non faccio che vincere scudetti.

La faccia da duro, in pieno controllo, la faccia gangsta, Jay-z, 50 Cent è finalmente arrivata anche in serie a. Il gangsta è quello che ti fa rabbia perché sa di farti rabbia: non lo puoi ammirare, vuole solamente essere invidiato e ottenere giustizia, ossia dominare e farti ammettere che ha vinto lui. Così i testi-invettive dei gangsta rapper, con l’elenco delle loro conquiste e la spiegazione del perché tu non vinci come loro. Ma il gangsta non vuole solo trionfare: facendo il duro nel momento del trionfo vuole farti sapere che lui è arrivato dove è arrivato a furia di ingoiare bocconi amari, e adesso che è arrivato farà calare la sua vendetta sopra di te!, come dice Jules Winfield in Pulp Fiction. (Mi sembra evidente che in fondo tale atteggiamento sia se non piacevole perlomeno comprensibile. Prendiamo «Bad News» di 50 Cent: Shit I been hated since the 5th grade… that’s why my best friend’s the trey pound, a ice pick, and a switch blade… I don’t like you, you don’t like me, it’s not likely that we’ll ever be friends, why pretend? Ossia, più o meno: Mi odiano da quando ho dieci anni… per questo il mio migliore amico è una pistola, un punteruolo, un serramanico… Non mi stai simpatico, non ti sto simpatico, è improbabile che diventeremo amici, allora perché fingere?)

Allo stesso atteggiamento si può attribuire l’espulsione che MB ha rimediato nel corso di quella stessa partita con l’Under 21: commette un fallo di reazione abbastanza evidente dopo aver subito un fallo sulla tre quarti, poi rimane seduto per terra dov’era caduto, come uno scout attorno al fuoco, le ginocchia alte raccolte fra le mani intrecciate, mentre l’arbitro gli compare accanto, si ferma impalato alla sua destra, con il cartellino rosso dietro la schiena, da mostrargli appena il giocatore vorrà alzarsi. MB però non si alza e guarda avanti a sé per qualche lungo momento. L’arbitro gli fa segno di darsi una mossa e lui annuisce e ancora non si alza. Quando lo fa, dà direttamente le spalle all’arbitro e si allontana. L’arbitro, dopo essere stato inquadrato di culo nella posa imbecille di uno che nasconde un cartellino rosso che mezzo stadio ha intravisto e i telespettatori hanno ammirato sullo sfondo color antracite della sua goffa divisa da arbitro, sfila il cartellino da dietro la schiena e glielo mostra. Al che MB si gira. Un gran momento un po’ Clint Eastwood. Rovinato dal fatto che il ragazzo di colpo appare sbalordito per l’espulsione e perde un po’ della sua ineffabile freddezza. Il che vorrebbe dire, se è vero stupore (e così pare), che MB è rimasto seduto a terra in quel modo spaccone aspettandosi solo un’ammonizione. Che a pensarci è ancora più strano: un’espulsione avrebbe magari giustificato tutto quel teatrino di starsene seduto. Il replay mostra in effetti che il fallo di reazione non era stato eccessivo e che l’avversario ha simulato buttandosi a terra come colpito da un raggio laser al primo sfioramento. Quindi MB poteva legittimamente aspettarsi solo un giallo. Diciamo che ha lisciato l’avversario pur cercandolo col piede. Diciamo che poteva aspettarsi solo un giallo: e ha fatto quella scenetta a terra per un giallo? Ha costretto l’arbitro al ridicolo di quella pausa teatrale per fargli pesare la decisione di ammonirlo? Vecchio come sono, vecchio quasi come Totti, in questo caso mi viene da dire: dove andremo a finire? Se tutte le prime donne si mettono a umiliare l’arbitro costringendolo a quella posa da maggiordomo, chi potrà più rispettarlo?

L’importante è che rispettino me

Nel novembre del 2007, MB rilasciava dichiarazioni da rapper. «Non mi viene spontaneo [esultare quando segno]. Fare gol è il mio dovere. Se non ci riesco è come se non facessi il mio compito». «Quando lasciai Lumezzane mi dissero che avrei giocato a San Siro nel giro di un anno. Ci sono riuscito». «Bisogna lavorare per confermarsi. Non dimentichiamo che tanti giocatori sono partiti come grandi talenti e poi scomparsi da un giorno all’altro». Su TuttoSport riferiscono: «È capace, come ha fatto, di andare da Moratti e dirgli: “Tranquillo, presidente, sarò io il nuovo Ronaldo”. È capace, come ha fatto, di andare da Mancini e dirgli: “Mister, ma perché gioca Crespo se io segno di più?”»

Fuori dal saloon

Questo stile antipatico ha il suo apice simbolico nello screzio con il compagno di squadra Zlatan Ibrahimović del maggio 2009. L’Inter è già campione d’Italia con qualche giornata d’anticipo. Ibrahimović si gioca il titolo di capocannoniere del campionato con Di Vaio del Bologna e Milito del Genova. L’Inter non ha altri motivi per impegnarsi in campo che aiutare Ibra a segnare. Pare venga dato ordine ai compagni di farlo contento e passargli la palla; Mourinho dichiara che un titolo di capocannoniere per Ibra sarebbe una vittoria di tutta la squadra. Chiaramente il vero contenuto è: facciamolo contento così non prende e se ne va. All’epoca l’idea era che l’Inter dipendesse da Ibrahimović. Forse perché nella stagione precedente – 2007-08 – il suo infortunio provocò un crollo della squadra prima in classifica, con relativa risalita della Roma, unica vera inseguitrice, la quale finì con l’essere potenziale campione d’Italia per mezz’ora nell’ultima giornata, finché il personaggio Marvel Comics di Ibra non entrò in campo ancora convalescente e sbloccò lo 0-0 di Parma-Inter con due gol: fuori ritmo, senza il contributo dei compagni, come un supereroe.

Dunque, in una delle ultime partite della stagione 2008- 09, Inter-Siena, a San Siro, il giorno in cui si festeggia il titolo con i tifosi, MB riceve palla sulla tre quarti da Figo, un lungo lancio preciso che controlla benissimo, portandosi fino in area, superando con una finta il portiere, segnando a porta vuota. Ibra, che lo seguiva sulla destra aspettandosi di ricevere la palla benché fosse coperto da un avversario, si arrabbia per l’atto di lesa maestà. Pure Mourinho si arrabbia, tutti dicono che MB è davvero un ragazzino.

Ibra vincerà lo stesso la classifica cannonieri, e lo stesso lascerà l’Inter per andare a giocare nel Barcellona con Messi, Xavi, Iniesta e Henry, dopo aver dichiarato per tutta l’estate che sarebbe restato a Milano al novantanove per cento.

Ibrahimović non pensa alla squadra; MB non pensa alla squadra; Mourinho forse ci pensa, ma lui a suo tempo, quando allenava il Porto vincitore a sorpresa della Champions League 2004, la notte della finale si sottrasse all’ultimo, con gran senso del melodramma, alla foto di gruppo della squadra. Il lupo solitario, genio snob, stava per andare ad allenare il Chelsea, e voleva fare il gesto teatrale di lasciare il palcoscenico agli altri per ritirarsi nel sublime languore del proprio egocentrismo.

La repubblica delle banane

6 giugno 2009. MB è a Ponte Milvio per l’aperitivo in borghese con Criscito e Giovinco, in uno dei luoghi più affollati e cafoni per ricchi a Roma (Ponte Milvio è l’equivalente urbanistico-sociale di un’infradito). I tre sono in ritiro con l’Under 21 nella capitale per prepararsi agli europei. «Qualche mente “illuminata” pensa che sia il caso di vendicarsi per il rigore che Balotelli si guadagnò con mestiere e segnò con freddezza nell’ultimo Inter-Roma 3-3. Partono gli sfottò, qualche coro e qualche insulto. Balotelli è un armadio, ma certa gente, soprattutto se in gruppo, non ha paura neanche del diavolo. Il gruppo aumenta e si passa al gesto più odioso: un paio di banane lanciate verso il giocatore. Balotelli e compagni non reagiscono, si avvicinano a una macchina delle forze dell’ordine, la cui sola presenza fa disperdere i razzisti. Ai carabinieri della Compagnia Trionfale [il giocatore] spiega che si è trattato di un episodio “da nulla” e che non intende sporgere denuncia. Questa è l’immagine che Balotelli vuole che esca ufficialmente. Giusto così: meglio non dare spago a chi cerca una ribalta, per spregevole che sia».

Per la saggia reazione MB riceve i complimenti del ct Casiraghi e del presidente dell’Inter Massimo Moratti, che esprime «totale solidarietà e gli rivolge i complimenti più sinceri per aver minimizzato, con grande maturità, l’ennesimo bruttissimo episodio di intolleranza del quale il calciatore italiano è stato vittima».

L’articolo è corredato da una foto di MB in allenamento con l’Italia. Un’immagine forte: MB in ginocchio, proteso in avanti, guarda a ore dieci con un’espressione sospesa. Fronte aggrottata, labbra chiuse a un passo dal cruccio e due occhi difficili da interpretare. A me sembrano fieri e preoccupati contemporaneamente. È una foto che si può guardare per ore, è sul suo sito, nel pdf dell’articolo: guardatela e potrete risparmiarvi il resto di questo pezzo.

E ora qualcosa di completamente diverso

Una domenica pomeriggio della scorsa primavera, nel traffico di Boccea, ho avuto l’illuminazione.

Un tipo sullo scooterone taglia la strada a uno scooterone sulla corsia opposta per infilarsi in una via laterale. Ecco la dinamica: il tipo vede che ha un secondo di vantaggio sul suo avversario della corsia opposta e prendendo le misure con gli occhi, flettendo la schiena per seguire più dall’alto la manovra e avere una visione panoramica della strada, senza rallentare si piega elegantemente per imboccare la via laterale e taglia la strada all’altro scooterone, che inchioda e poi lo manda a cacare. Il tempo guadagnato per non aver fatto passare chi aveva davanti è di pochi secondi. Lo stress procurato al secondo scooterone è notevole.

La scioltezza della manovra mi ha confermato un’idea che mi sono fatto ultimamente: l’italiano ha uno spiccato senso estetico e per onorarlo segue una regola molto antisociale: non deve mai sembrare goffo. Se il tipo si fosse fermato per far passare l’altro scooterone, quel gesto di attenzione consistente nel frenare e sporgere magari il naso con poca grazia per capire le intenzioni dell’altro gli avrebbe fatto perdere lo smalto, il flow, lo swing stradale. Tagliando la strada conservava invece la sua classe di scaltro pilota provetto. Il tutto ovviamente senza mettere la freccia.

A Roma e sulla a1, ossia i luoghi in cui guido abitualmente la macchina, pochissima gente mette la freccia. Si imbocca una strada, si supera una macchina, si fa manovra o inversione a u, si parcheggia, si esce da un parcheggio o da un garage, senza mettere la freccia, senza segnalare le proprie intenzioni.

Ora, la società è un luogo che esiste dove c’è coordinazione tra individui secondo norme scritte e non scritte. Se passiamo tanto tempo nel traffico, il fatto che d’abitudine una buona parte di quanti guidano macchine motorini e scooteroni rinunci a segnalare agli altri le proprie intenzioni produce un’enorme quantità di stress: durante il tempo che passiamo fra la gente dobbiamo sempre indovinare cosa vuole quello e dove gira quell’altro, perché non ce lo annunciano chiaramente in anticipo. Dobbiamo stare sempre all’erta in situazioni che un’abitudine alla collaborazione renderebbe meno impegnative. Siamo nervosi per questo inutile sovrappiù di complessità dato dal fatto che lo stronzo davanti a noi può inchiodare da un momento all’altro, o cambiare corsia, o che mentre siamo sulla corsia sinistra dell’autostrada una macchina a destra può decidere di superare chi ha davanti mettendosi di colpo, senza segnalare, fra noi e il tratto di strada libera che abbiamo davanti. (Quest’estate ho guidato per le autostrade spagnole e mi sono rilassato moltissimo. Nessuno faceva sorpassi impulsivi senza segnalare.)

Non mettere la freccia vuol dire non ritenere necessario un minimo di collaborazione. Il discorso vale anche per i contesti competitivi: naturalmente spero di arrivare prima di te, sia nel traffico che in una partita di calcio. Ma proprio i contesti sociali in cui c’è in palio un vantaggio sono quelli in cui la meta-collaborazione diventa più importante: un vincitore non deve far soffrire troppo lo sconfitto; un pilota più veloce non deve far venire una crisi isterica a un pilota meno veloce spuntandogli davanti dalla corsia di destra senza battere ciglio.

Umiliare l’arbitro non accettando un cartellino, fare la linguaccia agli avversari, insultare i tifosi: questi sono gesti che hanno di irritante, anzi stressante, il fatto di essere antisociali, di sospendere quel tipo di collaborazione che rende più prevedibili e digeribili le situazioni della vita in cui ci si trova in presenza degli altri, in questo caso le situazioni tipo di una partita di calcio. Come un brusco sorpasso senza freccia. Esempio: se la Roma ha preso un gol, sta già soffrendo a sufficienza per la propria incapacità di rimanere in vantaggio. De Rossi si sta chiedendo per quale motivo si ostina a non farsi comprare dal Real Madrid; si chiede se vincerà mai un campionato in vita sua. La regola per cui non bisogna irridere gli avversari non ha una natura morale. Non stai facendo un favore a qualcuno se non lo umili. Questa regola di non irridere serve a tenere in movimento l’insieme di norme e interessi da regolare che è una partita di calcio, a evitare che scoppi d’ira e faide gratuite inceppino il meccanismo della partita, e che i partecipanti non trovino troppo sgradevole partecipare. Per dire: chi decide di andare in campo accetta l’idea di poter perdere; ma se per ogni sconfitta si dovesse fare un giro di campo nudi, chi vorrebbe più fare il calciatore?

Autorazzismo: finalmente gli italiani hanno cominciato a odiare se stessi

Gli italiani che fischiano MB credono di essere dei normali razzisti (non-ci-sò-no-né-gri-ta-lià-ni), ma stanno solo finalmente trovando pane per i loro denti: in MB odiano un italiano vero, uno che come noi ha messo il concetto di società alle spalle e non mette la freccia e fa solo di testa sua perché in realtà non si fida di nessuno e ha un altissimo concetto del proprio stile e vuole uscire da ogni situazione immacolato e vincente come James Bond.

Percepiscono, secondo me, la natura antisociale dei comportamenti di MB, e reagiscono in modo molto intenso perché anche loro sono così.

MB dice di amare l’Italia, e anche i tifosi razzisti la amano. Ma secondo me l’uno e gli altri odiano a morte gli italiani, perché gli italiani sono insopportabili. Gli juventini e i romanisti che hanno fischiato MB per i suoi comportamenti hanno fischiato per una volta, finalmente, se stessi e ciò che stanno diventando. La nuova epica italiana dell’individuo, dell’ineffabile movimento del singolo controvento, contro il vento della società, l’epica italiana con scooterone e bandana e occhiali da sole e X-Factor e io sono fatto così non mi scassate il cazzo, sarà buona davanti allo specchio, sarà utile a irrigare con un po’ di autostima i nervi tesi dei cittadini di un paese con poco futuro, ma è veramente stressante.

Intervallo

Nel resto della visita guidata parlerò delle cose buone che riguardano MB e i Balotelli: una famiglia non comune. Terrò presente, più di quanto abbia fatto finora, che MB non ha nemmeno vent’anni e passa le domeniche a farsi fischiare dai razzisti di ogni parte d’Italia. Racconterò qual è la storia di MB e quale il progetto dei Balotelli per fare di lui una persona in gamba.

MB

Mi dispiace dover scrivere MB invece che Mario Balotelli. Ma a forza di leggere articoli di giornale in cui lo chiamano Mario e SuperMario come se fossero andati all’oratorio con lui mi è passata la voglia di usare il nome. Quanto al cognome, la B sta sia per Barwuah che per Balotelli, e non volevo stare a precisare tutto il tempo se avevamo di fronte Mario Barwuah o Mario Balotelli.

Ricominciamo: la favola di MB

Partiamo da alcune parole ispirate di Candido Cannavò, direttore della Gazzetta scomparso nel febbraio del 2009. Cannavò era un cristiano devoto e so di prima mano che era pure una brava persona, quindi lascio introdurre a lui il punto centrale della favola di MB, ossia la scena in ospedale in cui la signora Balotelli osserva il piccolo, abbandonato lì dai genitori naturali: «Quel bambino l’ha incantata quando, a soli due anni, al primo approccio, ha preso per mano il marito e gli ha detto: «Andiamo». Il “dove” era affidato ai misteri della vita. Un pallone subito nel destino, ora è un gigante e promette di essere un campione».

Nasce nell’estate dei mondiali Italia ’90, a Palermo, da genitori ghanesi, i coniugi Barwuah, che poi si trasferiscono per lavoro a Brescia, e lì abbandonano il figlio malato in ospedale, dove si occupa di lui il personale finché, guarito, non viene affidato a Silvia e Franco Balotelli, una coppia di bresciani con figli, che lo crescono sano e forte. Lo inizia al calcio l’oratorio di Mompiano; nel 2001 entra nel settore giovanile del Lumezzane e il 2 aprile 2006 esordisce quindicenne in serie c1, con deroga speciale, diventando il più giovane esordiente della categoria. Nell’estate del 2006 fa un provino col Barcellona, che lo inserisce nella squadra di vivaio «Cadete B» per un torneo. Segna molti gol in una manciata di partite, ma «chi aveva accompagnato Balotelli a Barcellona chiese la luna al club catalano. Che rifletté a lungo e decise di non alterare lo schema finanziario del vivaio, consolidato da anni».

Giustamente, finisce all’Inter, che non ha schemi finanziari.

Moratti lo acquista in prestito con diritto di riscatto della comproprietà, nell’agosto del 2006. Fra i concorrenti interessati, oltre al Barcellona: Fiorentina, Chelsea, Liverpool e Tottenham. Vince il campionato con la Primavera, segnando il rigore decisivo in finale. Con la Primavera vince anche il Torneo di Viareggio segnando sette gol in sei partite. È il febbraio 2008. Ma a questo punto la Primavera conta poco: a dicembre ha esordito in serie a e segnato una doppietta in Coppa Italia contro la Reggina. Ancora meglio: il 30 gennaio del 2008 segna due gol alla Juve nei quarti di Coppa Italia. Vince l’Inter 3-2 a Torino, è la partita di ritorno. Segna il primo gol in serie a contro l’Atalanta ad aprile. Vince lo scudetto. Ad agosto 2008, pochi giorni dopo aver compiuto diciott’anni e aver quindi ottenuto la cittadinanza italiana, riceve la sua prima convocazione in Nazionale Under 21. Poi vince la Supercoppa italiana contro la Roma: segna il secondo gol dell’Inter e uno dei rigori. A novembre diventa il più giovane marcatore interista in Champions League. Il 1° marzo 2009, prima doppietta in serie a: sempre contro la Roma.

Tutto velocemente, tutto a conferma che i giornalisti saranno retorici ma la sua è davvero una favola.

La fata

Non si capisce quale sia la strega cattiva – se le leggi italiane o la famiglia d’origine – mentre è molto chiaro che in questa favola il ruolo della fata lo interpreta Silvia Balotelli. Su di lei Candido Cannavò si espone senza mezzi termini: «Se davvero si può nascere mamma, lei è un prototipo di questa benedizione. Ha rinunciato a una carriera paramedica di tecnica da sala operatoria per assolvere a questa missione». Silvia Balotelli è infermiera ma ha una passione per la famiglia e il volontariato: tre figli naturali; tre affidi, da famiglie in difficoltà che lasciano i figli a Silvia per alcune ore al giorno; in più, per sette anni ospita le tre figlie di suo fratello, rimasto vedovo. «Come si fa a dire di no dinanzi a certe situazioni e a certi sguardi che ti implorano? Ma, dopo quella triplice esperienza, ho detto basta. Cari assistenti sociali, vi prego, non chiamatemi più. Ho chiuso». «Poi, però, un assistente sociale nel ’92 mi chiamò perché vedessi un bimbo di colore di due anni», Mario Barwuah, che combatteva dalla nascita con una malformazione all’intestino e l’abbandono dei genitori in ospedale. «Eravamo scettici, ma non sapemmo dire di no. Entrammo in questa stanza con una tv, venti africani intorno e un morettino che non stava mai fermo. Mio marito aveva portato una macchinina e il bimbo lo prese per mano e gli disse: “Amigo, andiamo”. Facemmo una prova. Lo caricammo sulla nostra Uno. Mancava un letto, dormì su un tappetino». Cannavò: «La scena […] ti regala i brividi di una grazia celeste».

«Avevamo un corridoio molto ampio. Mario ne fece il suo campo da calcio. L’inizio della fine. Dalla palla di spugna non si sarebbe separato neanche a letto, giocava match interminabili contro avversari immaginari. Aveva l’argento vivo addosso. Scalava mobili e credenze, si arrampicava su un albero di fronte a casa e non c’era verso di tirarlo giù. “È la mia seconda casa”, mi spiegava. […] Ha imparato l’italiano in tre mesi, ma quando iniziò l’asilo fu subito chiaro che in classe non era gestibile. Ogni mattina, anche d’inverno, lo portavano a correre intorno all’edificio. Poi iniziò la scuola. Pagella ottima», e qui il redattore della Gazzetta dice che la signora ha tirato fuori la pagella come prova, «ma anche i primi problemi di integrazione per il colore della pelle. Veniva accettato senza problemi solo dagli scout e sul campo da calcio, per la sua bravura».

Nel nome del padre

Il nome sulla maglia, Balotelli, è una specie di provocazione. L’ha usato per tutta la carriera calcistica (o così pare da tutto ciò che ho letto di lui), e però MB fino al compimento dei diciott’anni è stato solo in affidamento e dunque si è chiamato Mario Barwuah. Io non amo prendere posizione su queste cose e non sono un giornalista investigativo, quindi dirò solo quel poco che so: per l’adozione di MB minorenne sarebbe stato necessario che i genitori naturali concedessero il permesso. Per mettere in moto la procedura di adozione MB ha dovuto aspettare il diciottesimo compleanno, il 12 agosto 2008. (Di questa adozione si parla molto nelle interviste del periodo minorenne. Ma dall’estate del 2008 in poi le notizie scarseggiano, non capisco se i Balotelli abbiano rinunciato all’adozione – in fondo al di là del valore simbolico a questo punto non sarebbe strettamente necessaria – oppure la procedura sia ancora in corso.)

Per forza di cose il ragazzo ha le idee chiare su questa vicenda, che tra l’altro gli ha impedito di giocare nelle rappresentative nazionali fino a diciott’anni. «Mio padre è Franco, mia madre Silvia: lo so io, lo sanno loro, lo sanno tutti. Ma per l’Italia, il paese in cui sono nato e vivo, non è così. Mi chiamo Balotelli, come i miei genitori: ma sulla carta d’identità non è questo il cognome che porto». «La legge prevede che, ancora minorenne, un ragazzo possa dire con chi e dove vuole vivere: io l’ho fatto, ma finora non è servito». Altrove si chiede come mai «nessuno abbia chiesto ai signori Barwuah, che oggi si fanno fotografare sui giornali con facce tristi e la mia foto con maglia dell’Inter in mano, [perché] una volta che sono guarito non hanno fatto domanda in tribunale per riprendermi? E perché per sedici anni, a parte qualche visita all’inizio, grazie alla pazienza di mamma e papà che mi portavano da loro (anche se parecchie volte non si facevano trovare a casa), hanno pensato bene di sparire salvo venire allo scoperto ora che sono diventato un giocatore di serie a? […] Penso che se non fossi diventato Mario Balotelli, di me ai signori Barwuah non gliene importerebbe nulla».

In ogni caso, MB non vuole che si tiri fuori il suo cognome ghanese. Il fratello Corrado, suo procuratore, dice: «Lui è Mario Balotelli e basta. Pensi che la rivista ufficiale dell’Inter gli ha dedicato un servizio di due pagine con tanto di gigantografia. Tutto bellissimo, peccato che campeggi la scritta Barwuah a lettere cubitali… Mario è italiano dentro, parla il dialetto bresciano, l’Africa non l’ha mai vista».

«Il giorno in cui questa storia finirà, più che una festa, sarà la fine di una battaglia che i miei genitori portano avanti da anni». «Coi miei genitori naturali non ho mai avuto un buon rapporto. Lei, Rose, non voleva tenermi. Sono nato con una malformazione intestinale, il megacolon. In più ero vivace, forse troppo: ma, a due anni, quale bambino non lo è? Fatto sta che mi hanno dato via. Ora li vedo due o tre volte all’anno, ma solo perché voglio incontrare i miei fratelli, due femmine e un maschio. A loro sì che sono affezionato. Dico sempre che ho sei fratelli: questi, e Corrado, Giovanni e Cristina, i figli di Franco e Silvia. Quando incontro i miei genitori biologici è come incrociare degli estranei».

I genitori ebbero l’«affido con decreto». Dice la signora Balotelli: «Non sarebbe stato il solito affido consensuale, ma ne serviva uno con decreto perché mancava la sponda della famiglia naturale. L’unico incontro in tribunale con i genitori avvenne quando Mario aveva quattro anni. Non si erano più fatti sentire. Mario era bloccato. Voleva la cittadinanza italiana, ma senza il loro consenso per noi era impossibile riconoscerlo e adottarlo. Fu chiamato dall’Under 14 e s’infuriò perché i suoi amici partivano e lui doveva restare, non avendo i documenti. Ogni due anni dovevo rinnovare permesso di soggiorno e tessera sanitaria».

«I miei m’hanno raccontato la mia storia quando avevo dodici-tredici anni. Prima sapevo il come e il perché fossi arrivato da loro, ma non così bene. Ho fatto mille domande, ogni giorno. Volevo essere rassicurato sul fatto che mamma e papà m’avevano voluto davvero e che mi avrebbero tenuto per sempre. No, non per paura che mi abbandonassero pure loro: solo, mi piaceva sentirmelo dire. Oggi ho smesso. Le uniche domande che faccio riguardano l’adozione: voglio sapere quando finalmente anche lo stato mi riconoscerà quale figlio loro».

Bisogna ricordare al lettore abituale di Gazzetta e Corriere dello Sport (ossia me) che i calciatori di solito non rispondono così in dettaglio a domande così serie. Anzi, sentite qui: «Io spero che la mia vicenda serva a tutti i bambini che sono nella situazione in cui ero io: uno rifiutato e poi accolto, che diventa qualcuno grazie a una famiglia. “Qualcuno” non nel senso di “famoso”: un individuo con una sua identità sociale e affettiva». Un individuo con una sua identità sociale e affettiva! S’è mai sentito un calciatore parlare così bene?

L’alfabetizzazione contro la fine della società civile.

La famiglia come ufficio stampa

Ho citato fin qui diffusamente, tra e più delle altre cose, un paginone della Gazzetta spartito fra Candido Cannavò e il redattore Luca Taidelli, tutto dedicato alla famiglia Balotelli. Ecco l’origine del paginone, e della mia gran voglia di citarlo: è la fine di un movimentato febbraio 2008, tutti stanno addosso alla giovane promessa dell’Inter, che si è fatto conoscere vincendo il Torneo di Viareggio con la Primavera dell’Inter e segnando e sgomitando contro la Juve. La «madre» e la «sorella» compiono un gesto significativo, singolare, affascinante: si mettono in contatto con Candido Cannavò per chiedere appuntamento in redazione. Vogliono raccontare la loro versione di MB: mettere in chiaro qual è la sua storia, il suo passato, la sua peculiare situazione, per poterlo tutelare di fronte alla folla alternatamente furiosa o adulante.

Cannavò accetta, anzi si incarica di lanciare la sfida narrativa, e per essere credibile presso i suoi lettori fa una premessa da quel gentilissimo catechista che è (era): «Spero [che Mario] si liberi subito di certi piccoli vizi, tipici di chi è arrivato di colpo sulla luna. L’altra sera contro la Roma un paio di cose non mi sono piaciute». (Ecco! Ecco perché la Sera della Linguaccia odiavamo già Balotelli. Un Inter-Roma con pareggio di Zanetti a fine partita, ricordo solo la rabbia e la delusione, ma non le scorrettezze di Balotelli, e ora facendo una ricerca non riesco a trovare niente di concreto. Niente gomitate né linguacce.) Fatta la premessa, riferisce della telefonata all’origine del paginone: uno squillo dalla sorella di MB, Cristina Balotelli, la quale – ed è insolito per l’entou­rage di un calciatore – fa la giornalista e lavora per Radio 24 – Il Sole 24 Ore: «Mi chiamo Cristina Balotelli, parlo a nome della mia famiglia che è anche la famiglia di Mario. Vorremmo che lei ascoltasse la storia del ragazzo dalla bocca di nostra madre. Capirà, la curiosità è grande, verità e invenzioni si incrociano, il momento è delicatissimo, Mario deve compiere ancora diciotto anni e scegliere, insieme al suo cognome definitivo, di essere italiano. Non vorremmo che questo ciclone di popolarità lo travolgesse. Lei ha esperienza e può aiutarci, lei ha scritto che Mario esprime la bellezza dell’integrazione nella società in cui viviamo. Sono i nostri concetti. Ecco perché le sto telefonando».

Come se Cannavò fosse il preside del liceo Calcio Italiano e ricevesse la madre di un alunno afro-italiano per chiarire meglio il contesto di una scazzottata in cortile a ricreazione. Solo che in questo affollato e scalcagnato liceo sono iscritti tutti gli italiani appassionati di calcio, e invece di un paio di bulli ci sono gli ultras della Juventus.

Cannavò comprende il senso della cosa e invita le due donne in redazione, poi scrive un pezzo e lascia l’intervista vera e propria a Luca Taidelli.

Qui evidentemente privato e pubblico si mischiano come ormai avviene spesso, ma la sensazione non è di aver di fronte il solito processo di realityizzazione del reale. Ma di ritorno al reale del reality: la signora Balotelli forse vede veramente il mondo come una scuola e pensa che di qualunque ordine di grandezza si parli è necessario comunicare da persone civili, meglio se con il preside. Un approccio interessante: tutto sommato all’epoca dell’intervista il suo ragazzo è ancora minorenne. Ed è un minorenne che deve ancora capire se riuscirà a mettere le mani sul Fondo Perpetuo che una carriera da grande calciatore gli assicurerebbe. Il ragazzo va tenuto con i piedi per terra, ed è meglio se non litiga con mezzo mondo.

Insisto sulla metafora del liceo, perché la madre nell’intervista dà molta importanza anche al problema del rendimento scolastico – il figlio non mi studia – come una buona mamma qualsiasi. (La sorella Cristina la appoggia: «Alle elementari e alle medie [Mario] era tra i migliori della classe, adorava la matematica e amava risolvere i problemi».) Di fronte al calciomercato e ai grandi interessi, la madre ancora non considera il figlio adulto e capace di difendersi da solo, quindi accorre in suo aiuto.

Lo scopo, mi pare di capire, è distogliere l’attenzione dal linguaggio del corpo di MB, dalla sua posa in campo, dai suoi lati gangsta, per far intravedere quale responsabile cittadino italiano potrebbe sbocciare nel giro di qualche anno. Non uno che si fa criticare dai campioni della sua squadra perché si allena meno della metà di loro. Non uno che umilia arbitri e avversari, ma un onesto bresciano tutto casa e bottega.

Sono i nostri concetti

La famiglia Balotelli non ha offerto la sua articolata versione dei fatti solo presentandosi dall’uomo di buona volontà a capo della Gazzetta. Un altro sistema, tipico dei tempi ma interpretato qui in chiave originale, è quello del sito internet personale. Su mariobalotelli.com la famiglia raccoglie una rassegna stampa ben selezionata per costruire il racconto dei veri problemi di MB e soprattutto dei veri valori in cui è stato cresciuto: un quadro preciso centrato su studio, severità, boyscout, wwf e soprattutto famiglia.

Qui di seguito ho sistemato un po’ di citazioni divise in tre parti: 1) famiglia, 2) educazione, 3) mondo del calcio. La Magna Charta della Repubblica dei Balotelli ha nella famiglia il principio fondamentale, nell’educazione l’unico vero sistema per la conservazione/trasmissione dei valori familiari, e nel calcio il campo da gioco in cui scendere armati fino ai denti di consapevolezza (e anche di retorica – usata a scopo difensivo).

È una mappa, questa, perciò la lascio alla fine della mia visita guidata. Credo che nelle dichiarazioni che seguono l’equilibrio fra la profonda convinzione e la retorica sia bilanciato. Non penso siano frottole da ufficio stampa.

1) La famiglia come punto di riferimento totale

Cominciamo dalla madre: «La prima cosa che mi viene in mente di lei sono proprio le sue sgridate. Aveva ragione, perché ne combinavo una al giorno. Ogni volta le dicevo: mamma, scusa, ti prometto che questa è l’ultima. La più grossa? Una volta, alle elementari, giocavamo a sgambettarci. Solo che gli altri facevano cadere i compagni mentre camminavano, io ho buttato giù uno che correva: si è spaccato due denti davanti. Me ne ha date, di punizioni, mamma. Una volta mi proibì di andare all’allenamento di pallone».

«A chi lo dico per primo, se sono innamorato? A Corrado e Giovanni [i fratelli, n.d.a.]: da uomo a uomo c’è più complicità, su certe questioni. Mi fanno raccomandazioni, ma sanno anche scherzare. Lo direi pure a papà, se non fossi sicuro che lo riferirebbe subito a mamma; quindi, loro vengono per ultimi insieme con Cristina, perché anche lei, come mamma, parla tanto e sta sempre lì a spiegarmi le cose […] Invece, se sono arrabbiato, triste o deluso, mamma è la prima con cui mi sfogo. Contro il Torino avevo giocato male: l’ho chiamata appena salito sul pullman…»

2) L’educazione, per portare fuori nel mondo i valori della famiglia

Qui un po’ di buffe parole sane da ragazzino beneducato: «Non bevo alcol. […] Preferisco cocktail di frutta analcolici». Sulle vacanze del 2008: «…in Sicilia, a un “campo avventura” del wwf. Ho trascorso dieci giorni insieme ad altri ragazzi della mia età, in mezzo alla natura. […] Non avevamo televisione, play-station e cellulare. […] Ma in gruppo, anche con poco, ci si diverte». «È un’esperienza che consiglierei a tutti i giovani della mia età. A me non importa dove vanno gli altri calciatori, io sono Mario e faccio le mie scelte». Il giornalista chiede affascinato se sia vero che al ritorno il futuro milionario ha disdetto l’aereo per tornare in treno con gli altri ragazzi. «L’esperienza ambientalista l’ha proprio segnata», dice il giornalista dimenticandosi incredibilmente che a diciott’anni in generale contano di più i propri pari che qualunque altra cosa (specialmente se nel gruppo ci sono ragazze idealiste sognatrici stile Jack Frusciante è uscito dal gruppo). MB risponde: «Vero, sono tornato in treno col gruppo. Certe esperienze bisogna viverle tutti insieme, fino alla fine. All’inizio magari sei un po’ timido, ma dopo l’affiatamento della squadra, proprio come in una squadra di calcio, è grande. Ed è allora che ci si diverte ancora di più». (Qui la squadra diventa una meravigliosa ipermetafora. Considerato che come giocatore sembra un solitario. Insomma, «gioco di squadra» quasi rimbomba, detto da lui.)

Il nodo centrale dell’educazione: la scuola, ossessione familiare. «Il “dramma” [della madre] è che il calcio distrae Mario dagli studi», scrive la Gazzetta sul paginone: «In terza media», spiega Silvia Balotelli, «inizia a faticare, si allenava due volte al giorno e giocava sabato e domenica. Costringo il Lumezzane, che non vuole perderlo, a pagargli un liceo privato. […] Dopo un provino a Barcellona, si fece avanti l’Inter. Soluzione ideale per la vicinanza e perché poteva frequentare l’Itc di Milano. Ma lui passò subito dagli Allievi, che si allenavano in città, alla Primavera, quindi ad Appiano Gentile. Altro ostacolo per gli studi, ma in una scuola privata poteva ancora farcela. Prima di questo mese maledetto speravo ancora che riuscisse a fare terza e quarta per terminare l’anno prossimo». Sublime: il mese maledetto è quello in cui il figlio è diventato famoso.

Il fratello procuratore Corrado: «All’Inter c’è un progetto serio, con il pulmino che viene a prenderlo sotto casa e il collegio che lo aiuterà a crescere come persona». E sui primi tempi di MB all’Inter, da minorenne, la stampa scriveva: «La sua famiglia non intende perderlo di vista e proprio per questo motivo lo costringe a fare il pendolare, malgrado avesse la possibilità di vivere nel pensionato con alcuni compagni di squadra. Infatti esige che Mario abbia a scuola la stessa attenzione che presta su un campo di calcio».

3) In campo consapevole

MB è stato educato a parlare di calcio in una certa maniera, facendo vincere i valori familiari sul resto. Le sue dichiarazioni sono candide e retoriche allo stesso tempo. Il calcio «per me è soprattutto divertimento, anche se sento la responsabilità di fare il mio dovere. Altrimenti il primo a non essere contento sono io». «La [mia] rovesciata sul cross di Motta? Bel gesto, ma tanto fumo e poco arrosto. Le punizioni? Ho detto a Seba di tirarle lui. Le avrei tirate io se non se la fosse sentita». «Ho segnato il gol del 2-1 a fine primo tempo e nell’intervallo sono scoppiato a piangere dalla felicità. Credevo che fosse la rete decisiva. È normale che alla mia età si fatichi a gestire certi momenti». «Con questi campioni diventa tutto più facile. Loro mi aiutano e mi sgridano ma lo fanno per il mio bene». E d’altra parte la sera stessa del coro juventino «Se saltelli muore Balotelli» (coro che non smetto di ripetere perché ha l’originalità del male, e nell’associare l’atto elementare del saltellare a quello molto poco elementare della morte, del non essere, crea un cortocircuito da vertigini che ha il sapore di quei ragionamenti sulla violenza differita per cui premere un bottone che sgancia una bomba all’altro capo del mondo è più facile che sparare a qualcuno), intervistato in campo da Sky a fine partita, Mario Balotelli commenta l’episodio quasi con grazia: «Il mio carattere è così […] gli altri sanno che è una parte debole del mio carattere e mi provocano. Però devo migliorare, questo sì […] A volte succede che mi dimentico, che sono un attimo sbadato».

Mister Hyde

C’è un MB che dice: «La [mia] rovesciata sul cross di Motta? Bel gesto, ma tanto fumo e poco arrosto», e quest’altro MB: «Tranquillo, presidente, sarò io il nuovo Ronaldo». C’è un MB vittima stressata di una cultura calcistica squallida, labirinti burocratici e genitori maldisposti, e c’è un MB tardoadolescente che manca di rispetto ad arbitri e avversari. E poi: MB si difende dalla società grazie ai valori della sua famiglia; MB offende la società con i suoi comportamenti antisociali; MB si difende dalla società grazie ai valori della sua famiglia; eccetera. È un circolo vizioso? I Balotelli devono difendersi, i giornalisti devono pontificare, MB deve imporsi sulla scena calcistica internazionale e levarsi pure i sassolini dalle scarpe, come fanno tutti. Con quale criterio posso separare l’MB che offende gli avversari dall’MB che si difende dagli italiani razzisti rispondendo con proprietà di linguaggio e di pensiero alle domande dei giornalisti? I comportamenti antisportivi di MB sono colpa dell’età o il futuro che ci aspetta è un calcio gangsta di inutili sbruffonate e umiliazioni dell’avversario? La sua vicenda significa qualcosa? Ha senso interrogarsi sul calcio italiano? È un corpo che ha vita?

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Stili di gioco: Zlatan vs Barça /2 https://minimaetmoralia.it/sport/stili-di-gioco-zlatan-vs-barca-2/ https://minimaetmoralia.it/sport/stili-di-gioco-zlatan-vs-barca-2/#comments Mon, 06 Feb 2012 10:24:02 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6457 La seconda parte di Zlatan vs Barça, per la rubrica del lunedì curata da Daniele Manusia, Stili di Gioco. Qui la prima parte.

Illuminato in modo diverso dalla lettura del libro di Sandro Modeo: Il Barça e dall’autobiografia di Zlatan Ibrahimović: Io, Ibra, nella puntata precedente ho cercato di descrivere come l’allontanamento dello svedese dalla squadra più forte del mondo fosse dovuto a una reciproca incompatibilità.

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La seconda parte di Zlatan vs Barça, per la rubrica del lunedì curata da Daniele Manusia, Stili di Gioco. Qui la prima parte.

Illuminato in modo diverso dalla lettura del libro di Sandro Modeo: Il Barça e dall’autobiografia di Zlatan Ibrahimović: Io, Ibra, nella puntata precedente ho cercato di descrivere come l’allontanamento dello svedese dalla squadra più forte del mondo fosse dovuto a una reciproca incompatibilità.
Grazie a Modeo abbiamo visto come il Barcellona di Guardiola rappresenti l’ultima evoluzione di un pensiero tattico tramandato di allenatore in allenatore per più di un secolo: il Calcio Totale. Un gioco basato, in sostanza, su possesso palla e pressing, che richiede grande organizzazione e giocatori non solo capaci di interpretarlo ma anche ben predisposti caratterialmente. Nella versione per iPhone di Fifa12 è possibile settare la tattica “calciatori totali” per qualsiasi squadra si stia usando, ma nella realtà è raro che i giocatori più “belli” siano anche “totali” (esempio: Maradona; eccezione: Crujiff). Per influenzare il modo in cui i calciatori pensano mentre giocano la cosa più semplice è educarli fin da bambini: infatti, ad interpretare al meglio un calcio che si considera superiore a qualsiasi individualità, è una generazione cresciuta all’interno di questo stesso sistema dall’età di dodici anni.
Ibrahimović, per più di un motivo, rappresenta quanto di più lontano da un giocatore uscito dalla Cantera catalana e quando si mette a parlare del Barcellona la sua autobiografia prende i contorni di un romanzo di fantascienza: col protagonista in carne e ossa finito chissà come in una squadra di cloni. A sostegno di questa tesi ci sono le interviste in cui Messi (Lionel, detto “Leo”: il primo campione di calcio ad essere perfetto anche per Disney Channel) non dice niente di più di quello che, se fosse possibile estrarne l’algoritmo giusto, un software simulatore della personalità di Messi potrebbe dire al posto suo (tipo questa). Oppure, il video interessante in cui, immediatamente dopo aver vinto il Mondiale per Club a Tokyo, si ritrova per motivi di sponsor in uno studio televisivo giapponese, all’aperto, con una chiave gigante tra le braccia (qui). Una situazione difficile a metà tra un’ospitata da Chiambretti e Lost in Translation, d’accordo, ma sembra gli stia venendo una crisi di nervi quando per la terza volta provano a coprirgli le spalle con un giaccone.
Dal punto di vista di Ibrahimović era come se Guardiola gli stesse chiedendo di rinunciare alla propria personalità per diventare Messi. Dato che, senza nulla togliere al Messi che finisce sulla copertina del Time, ai tre palloni d’oro, alla bellezza delle geometrie affilate del Barcellona, quello che noi amiamo dei calciatori è anche il loro carisma, in questa seconda puntata analizzerò più nel dettaglio quella personalità a cui Ibrahimović tiene tanto.

Mentre il Barça andava a pescare Messi in Argentina e lo portava in Spagna per curarlo, non c’era nessuno a prendersi cura dei problemi di crescita di Ibrahimović.
Dal punto di vista ambientale, Zlatan ha i problemi di un giovane immigrato di seconda generazione con una famiglia numerosa e incasinata. Sua sorella maggiore aveva problemi di droga. “Nascondeva tutto in casa e c’era spesso casino intorno a lei, personaggi loschi che telefonavano e una gran paura che succedesse qualcosa di grave”. La madre, una donna delle pulizie croata, finisce nei guai per via di una collana rubata. “Qualche conoscente le aveva detto: Puoi tenermi questa collana?, e lei lo aveva fatto, ovviamente in buona fede. Ma poi venne fuori che si trattava di merce rubata, un giorno la polizia fece irruzione da noi e arrestò la mamma.” I servizi sociali lo mandarono a vivere dal padre. Bosniaco, ossessionato dalla guerra dei Balcani e dal proprio villaggio natio raso al suolo, con un fratello pugile morto mentre nuotava nel fiume Neretva, Ibrahimović padre passava gran parte del suo tempo a ubriacarsi davanti a vhs di vecchi incontri di boxe. Quando lo trova addormentato sul pavimento il piccolo Zlatan lo copre con una coperta, e nel frattempo fa la conoscenza con Muhammad Ali. “Lui seguiva il suo stile a prescindere da cosa dicesse la gente. Non chiedeva mai scusa e per questo era grandioso. Andava per la sua strada. Sempre. Così bisognava essere. E io gli presi in prestito certi modi di dire: Sono il più grande, cose così.” Caratterialmente è un disastro. Ruba biciclette per andare ad allenarsi (ruba persino quella dell’allenatore) e prende a capocciate i suoi compagni di squadra. I genitori dei quali firmano una petizione per cacciarlo.
Sotto l’aspetto calcistico Ibrahimović è un autodidatta. La sua cantera sono stati i campetti di cemento di Rosengard e l’unica tradizione possibile quella dei solisti brasiliani. Durante Usa ’94, Coppa del Mondo in cui la Svezia raggiunge uno storico quarto posto (perdendo in semifinale proprio contro il Brasile), lui studia i numeri di Romario e Bebeto. Alto un metro e novantasei, quarantasette di piede, gli richiedeva impegno e, a suo modo, fatica. Non era umile, ma non era neanche tanto presuntuoso da credere di essere un predestinato. “Lavoravo come un mulo, e non mi accontentavo degli allenamenti col Malmö. Giocavo anche al campetto vicino casa della mamma, ora dopo ora. E poi in strada. Uscivo per Rosengård e gridavo ai ragazzini: Vi do dieci corone se riuscite a fregarmi la palla!” Uno svedese, di origini slave, che si crede brasiliano e ha imparato a comportarsi da Muhammad Ali. Con un tipo di gioco, inoltre, che portava naturalmente i suoi allenatori a tenerlo fuori squadra. “Detestavo essere escluso. E odiavo perdere. Ma la cosa più importante non era vincere, erano le finte e il bel gioco. Erano quelle grida di stupore: Oh, oh! Wow!”.
Per Modeo il calcio brasiliano (tutto improvvisazione e invenzione personale, da giocare a ritmo di samba come nelle pubblicità della Nike) è l’antitesi del Calcio Totale. Ricorda una celebre risposta data da Garrincha a un allenatore che stava dando indicazioni tattiche troppo meticolose: “Ha detto tutte queste cose all’altra squadra? Se no, come fanno a sapere quel che devono fare?”. Garrincha, soprannome che significa il “passerotto” ha avuto una parabola simile, solo meno positiva e con un finale che immaginiamo tutti sarà diverso, a quella di Messi la “pulce”: tabagista da quando aveva dieci anni, supera gravi problemi fisici trasformandoli in un dribbling imprevedibile, poi muore alcolista in condizioni di degrado. Se non possiamo volergliene a Messi per non avere brutti vizi, dobbiamo tenere presente che i calciatori corrono gli stessi rischi di tutti.
“Ero al tempo stesso disciplinato e turbolento, e su questa base costruii la mia filosofia, decisi il mio stile: accompagnare sempre le chiacchiere a grandi prestazioni”.  Adesso, che rischi correva esattamente Ibrahimović ad avere una filosofia del genere, ad andare dritto per la propria strada? Da campione affermato, nella sua autobiografia scrive: “Io sarei diventato il migliore, ma me ne sarei anche vantato.” Ma a diciott’anni giocava ancora nella seconda divisione svedese.

C’è un documentario: The Road Back (in svedese Bladårår) girato proprio durante l’anno di purgatorio passato col Malmö nella seconda divisione svedese. La descrizione del video Youtube recita: “Can a youngster named Zlatan Ibrahimović help them return?” I suoi compagni di squadra lo odiavano. Il capitano Hasse Martisson non solo dice che Zlatan diffonde energia negativa, ma che: “Non è ancora una star. Anche se lui pensa di sì. Ed è normale che lo pensi se pubblico e stampa lo esaltano in questo modo. Basta che faccia un po’ di numeri sulla bandierina del calcio d’angolo e subito è il nuovo Maradona. Anche noi altri siamo capaci di fare i numeri, vicino alla bandierina” (al minuto 1.30).
Visto che quello che noi conosciamo è l’Ibrahimović che festeggia a braccia larghe come Ali, come uno che non ha mai conosciuto umiliazione, uno abituato a vincere da sempre, può essere interessante soffermarsi su momenti del genere, in cui assapora la sconfitta e per isolarsi si getta un asciugamano in faccia, in cui i suoi compagni di squadra parlano male di lui a pochi passi di distanza.
Poi però succede qualcosa di imprevedibile. Quasi dal nulla, Ibrahimović viene acquistato dall’Ajax. Il giorno in cui il suo trasferimento diventa ufficiale lui entra nello spogliatoio con un sorriso a trentadue denti (minuto 4.50). Non ha nessuno con cui festeggiare, i compagni di squadra si passano i giornali in cui si parla di lui e lo guardano appena, non fanno nessuno sforzo nonostante ci siano le telecamere. Hasse Martisson, però, è un vero capitano, che pensa e dice solo cose da capitano, così interrompe il silenzio: “Bé, credo ci sia di che congratularsi. Una grande cosa per lui. E per il Malmö”. Ma si vede che non è contento per lui. Per i compagni di Ibrahimović quel documentario parla del diciannovenne appena arrivato in prima squadra, odiato da tutti, che a un certo punto diventa il giocatore scandinavo il cui trasferimento è stato pagato più caro nella storia del calcio (82 milioni di corone). Più tardi Martisson fa quasi tenerezza, quando al termine di una partita vinta grazie a una doppietta di Ibra (è il suo giorno, i tifosi hanno fatto striscioni con su scritto buona fortuna), davanti alle telecamere ci tiene a dire che è contento perché gli è nato il primo figlio.
È per via dell’ostilità incontrata sul suo percorso che adesso Ibra dice cose come: “Molto di ciò che ho imparato l’ho imparato ignorando ciò che dicevano gli altri”. Chissà che non stia pensando proprio a Hasse Martisson quando si chiede: “Che cosa ne è stato dei bravi ragazzi del Malmö sempre così diligenti? Si scrivono forse libri, su di loro?”

Quando le cose gli vanno bene, Ibrahimović finisce quasi sempre con l’esagerare. La mia teoria è che la pressione esterna doveva essere così forte che per compensarla lui si è costruito una personalità ipertrofica; che non potendo mai davvero sentirsi sicuro di sé abbia sostituito alla sicurezza il culto della propria personalità. Un aneddoto (che lui non conferma né smentisce nell’autobiografia) lo vede entrare per la prima volta nello spogliatoio dell’Ajax e presentarsi con un: “Ciao. Io sono Zlatan, voi chi cazzo siete?”. Durante la conferenza stampa, dice di essere un giocatore tecnico e quando un giornalista (che non ha idea di chi sia) gli fa notare: “Ma sei molto alto.” Lui, un ragazzino con la faccia da schiaffi, risponde: “Sì, ma i miei piedi sono molto tecnici.” Dopo la prima partita giocata con la maglia dell’Ajax e un elastico riuscito in amichevole, davanti ai cronisti si lascia andare a una specie di trash-talking da campetto da basket americano. “Prima sono andato a sinistra, e lui pure. Poi sono andato a destra, e lui pure. Quindi me ne sono andato sulla sinistra, e allora lui è andato a comprarsi una salsiccia.”
Per Ibra, cose di questo tipo sono importanti. La personalità viene prima delle vittorie sportive perché se lui non ne avesse avuta abbastanza non avrebbe vinto un bel niente. La sua autobiografia pullula di episodi strampalati in cui celebra quel “sé stesso” eterno diciottenne, che rilascia interviste mezzo sdraiato sul divano con la tuta della Nike e il cappellino in testa. (Tipo quel momento del documentario – più o meno al 5° minuto – in cui non sa neanche quanti figli in totale abbia la madre, e lo chiede al fratello più piccolo).
Zlatan esce dall’Ikea con un carrello pieno senza pagare. Zlatan semina una macchina della polizia in autostrada toccando i trecento chilometri orari. Zlatan in ritiro con la nazionale svedese si porta dietro un amico che ruba delle giacche in un locale e le nasconde nella sua camera d’albergo. Zlatan ai campionati del mondo del 2002 solleva l’allenatore Söderberg “per pura gioia” rompendogli due costole. Quando Zlatan inizia a frequentare la sua futura moglie Helena, una donna di undici anni più grande di lui, indipendente, con una professione seria, fa cose come andare con i suoi amici nella tenuta di campagna di lei e rovinarle i vialetti di ghiaia. Zlatan si fa prestare una macchina che “non fosse riconducibile” a lui e va a mettere i petardi in un chiosco che vendeva kebab. Con un’altra macchina che lei gli presta, una Porche, Zlatan finisce in un fosso. Alla fine, quando qualcuno le svaligia casa, lei pensa che c’entri in qualche modo anche se Zlatan nega.
Ma c’è un aneddoto che spiega meglio di ogni altro quanto Ibra abbia bisogno di questo genere di momenti per sperimentare i propri limiti. Sulla Xbox, di notte, giocando a un gioco di guerra in linea, con le cuffie e il microfono per parlarsi tra giocatori, fa amicizia con un tipo e non riesce a trattenersi dall’alludere alla sua vera identità. Va oltre, e si propone, grazie ai suoi contatti da calciatore famoso, di procurargli un orologio da collezione per cui di norma ci si deve mettere in lista d’attesa. E glielo procura davvero, si fa rimborsare tramite bonifico ed effettua lo scambio nel salone di un hotel in cui era in ritiro con la nazionale. Sembra quasi che per capire qualcosa di sé stesso debba specchiarsi nelle reazioni degli altri. “Si alzò in piedi, e mi accorsi subito che era totalmente spiazzato. Immagino che ormai doveva aver capito chi fossi, ma in quel momento dovette pensare: Allora sei veramente tu! Era una reazione che avevo già visto. La gente diventa insicura con me, perde fiducia in sé stessa, e allora io cerco di essere più aperto e gentile.”

Le ragioni per cui Ibrahimović a volte dà l’impressione di sentirsi onnipotente, però, sono anche più strettamente calcistiche. La visione che ha del calcio è simile a quella di un video youtube, una collezione di gol e dribbling, ma ridurre il calcio a una performance lo costringe a dover trovare soluzioni nuove ogni volta per convincere i propri detrattori e sé stesso. In questo senso, più che a un tennista (per cui comunque è fondamentale la regolarità dei colpi) somiglia a un attore di teatro, con la difficoltà di dover entrare nei panni del personaggio una volta varcato il confine del palcoscenico. Ibrahimović non può aspettare di finire nella squadra giusta in cui l’allenatore sappia apprezzare le sue qualità. Il peso della sua carriera posava interamente sulle sue spalle e ogni scatto è giunto in corrispondenza di un evento eccezionale. Quasi sempre, un gol particolarmente bello. I dirigenti dell’Ajax ci pensarono su parecchio prima di decidersi ad acquistarlo, proprio il giorno in cui il direttore sportivo Beenhakker si scomoda per vederlo giocare durante un’amichevole di nessun valore, Ibrahimović realizza il gol più bello che avesse realizzato fin lì. Controlla la palla con un pallonetto di prima che scavalca due avversari e dopo averli bruciati sullo scatto tira al volo (qui). Ancora due esempi di questa miracolosa capacità: il gol realizzato contro il Naac con il quale convince la Juventus ad acquistarlo, dribblando mezza squadra avversaria; e quello messo a segno contro l’Atalanta, di tacco, che gli è valso, a dieci minuti dal termine del campionato, il titolo di capocannoniere della Serie A 2009.
Per questo motivo, quando arriva al Barça e Guardiola gli chiede di restare coi piedi per terra, lui non può capire. Ibrahimović, che da piccolo rubava bici per non farsela a piedi e che ora possiede una Enzo Ferrari prodotta in soli trecento esemplari, è costretto a guidare un’Audi per andarsi ad allenare. Il problema non è solo prendere ordini da un uomo che lui giudica del tutto privo di carisma (“Se uno non sapesse che è l’allenatore di una squadra importante, non si accorgerebbe di lui entrando in una stanza”), uno “con i completi grigi e l’aria pensosa”, che gli parla grattandosi la testa; ma anche avere a che fare di nuovo, per la prima volta dopo tanto tempo, con qualcuno che non lo accetta per quello che è, che gli chiede di essere umile. Ibrahimović va completamente in confusione. Guardiola viene dipinto come vigliacco, ma quello a uscirne peggio è proprio Ibra. “Ero diventato uno Zlatan diverso, più insicuro, e ogni volta che Mino (Raiola, il suo agente) aveva degli incontri con la dirigenza del Barça gli domandavo: Cosa pensano di me? – Che sei l’attaccante migliore del mondo! – Voglio dire in privato. Come persona”. Per lui è impossibile non collegare l’esclusione di Guardiola con tutte le esclusioni subite in passato. “Avevo la sensazione di essere diventato la pecora nera della famiglia, l’intruso. E quanto era morboso tutto ciò?” O ancora: “Non si era mai trattato del mio modo di giocare, in realtà, ma del mio carattere, e giorno e notte mi ronzavano dentro pensieri del tipo: è per qualcosa che ho detto o che ho fatto? Sono sgradevole fisicamente?”
Ibrahimović si spezza ma non si piega. Da una parte c’è Zlatan che fa lo spaccone con uno sconosciuto giocando all’Xbox, dall’altra c’è Zlatan che teme di essere sgradevole fisicamente. Se per il Barcellona la loro separazione ha significato avere un gruppo più compatto (e forse per questo vincere la Champions League) per lui si direbbe che ne andava della salute mentale.

Ultimamente Allegri, il suo attuale allenatore al Milan, ha detto di non averlo mai trovato sereno come adesso. Ed è vero. Si direbbe quasi, anzi, che un velo di dolcezza sia sceso sui suoi lineamenti da tartaro. In ogni caso, Ibrahimović avrà bisogno di esagerare, in un senso e nell’altro. E ho paura che importi poco dove ormai, se al Camp Nou giocando la finale di Champions League, o al parco coi propri nipotini.

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Inizia oggi una rubrica sul gioco del calcio curata da Daniele Manusia, che ci accompagnerà per qualche tempo e che cercherà di mantenere una cadenza bisettimanale. L’idea della redazione di minima è di creare un contenitore per articoli/analisi sportive che vadano ad aggiungere alla nuda cronaca calcistica, che svelino lo stile dietro ogni giocata e, quando c’è, la filosofia. Iniziamo quindi con il calcio totale del Barça di Guardiola e con la furia Ibrahimović.

di Daniele Manusia

Analizzare le ragioni che hanno portato alla rottura tra il Barcellona e Zlatan Ibrahimović significa tenere conto di due approcci al calcio completamente differenti: da una parte c’è un’idea di gioco in cui il tutto è più importante delle parti che lo compongono, l’intelligenza calcistica alla sua massima espressione; dall’altra un individuo eccezionale ma anche eccezionalmente individualista, con doti tecniche straordinarie e un culto della personalità ai limiti del superomismo, un calciatore così complicato che a volte sembra un tennista. La cosa mi sta così a cuore che avrò bisogno di parlarne in due parti: nella prima cercherò di descrivere in che  modo la battaglia personale di Ibrahimović  contro una tradizione di gioco più grande di lui fosse destinata a un insuccesso; nella seconda  cercherò invece, per così dire, di mostrare il punto di vista dello svedese, la sua tradizione calcistica e in che senso per lui fosse impossibile adattarsi a una realtà come quella di Barcellona.

In quello che probabilmente è il libro di calcio più bello scritto in Italia: Il Barça, Sandro Modeo spiega così come si sia arrivati al Barcellona dei nostri giorni: “Lui [Guardiola] sembra aver prelevato da ognuno dei suoi allenatori un concetto o un segmento della propria orchestrazione: da Van Gaal la possibilità di contrarre/espandere lo spazio e il tempo, utilizzando ogni partizione di campo, fino a usare il portiere come «sponda» finale dell’estrema distensione; dallo stesso Cruijff l’ossessione per la tecnica e le dinamiche affilate del tridente offensivo; da Robson l’attenzione incessante alla verticalità. In questo collage – forse anche facendo tesoro dello shock subito in campo ad Atene ’94 [quando il Barcellona perse la finale di Champions League 4 a 0] contro il Milan – ha integrato la linea difensiva (con tanto di fuorigioco) e il pressing sistematico di Sacchi”.
Quindi, attualizzando la lezione degli allenatori con cui in qualche modo è entrato in contatto all’interno un calcio più atletico, e rendendo, come spiega Modeo più avanti, quasi indistinguibili le fasi di possesso palla e pressing, Guardiola ha ottenuto la squadra più forte del mondo e, forse, di sempre. Ora, se si prende l’albero genealogico di Guardiola si noterà che Zlatan Ibrahimović ha litigato con tutti i nomi presenti (tranne Robson, con cui però non ha mai avuto a che fare).
Come racconta lo stesso Ibrahimović nella sua autobiografia Io, Ibra, ai tempi in cui giocava nell’Ajax, Van Gaal ne era il direttore sportivo e durante un colloquio lo criticò perché non difendeva abbastanza. Dopo aver spiegato i suoi schemi difensivi, Van Gaal gli disse: “Hai afferrato? Le capisci queste cose?”. Ibrahimović allora, irritato, racconta di aver risposto: “Tu puoi anche buttar giù dal letto ogni singolo giocatore alle tre di notte, dissi, e chiedere come devono difendere, e loro ti risponderanno anche dormendo che il nove corre qui e il dieci lì. Lo sappiamo, e sappiamo che sei stato tu a inventare questo sistema. Ma io mi sono allenato con Van Basten e lui pensa tutto il contrario. – Prego? – Van Basten dice che il numero nove deve risparmiare le sue energie per attaccare e fare gol, e detto sinceramente, ora io non so più a chi devo dare ascolto. A Van Basten, che è una leggenda, o a Van Gaal?, dissi, e sottolineai in particolare il nome Van Gaal, come se si trattasse di una qualche persona assolutamente insignificante”. Certo, una bella risposta (vedremo nella seconda parte come Ibrahimović nel tempo sia diventato un maestro in questo genere di battute) ma l’errore logico di Ibrahimović è evidente: come si fa a confrontare un giocatore con un allenatore? Van Basten ha vinto tre volte il pallone d’oro, d’accordo, ma come allenatore il suo miglior risultato è stato un ottavo di finale ai mondiali in Germania del 2006. Mentre Van Gaal non ha vinto niente come calciatore ma da allenatore ha al suo attivo 4 campionati olandesi, 2 spagnoli, 1 tedesco, 1 coppa Uefa, 1 Champions League, 2 supercoppe europee, e 1 Intercontinentale. Non esattamente una nullità.
Una logica che tra l’altro lo lascia senza parole di fronte a Joahn Cruijff (mi raccomando, come per qualsiasi video di calcio su Youtube: togliete il suono), tre volte pallone d’oro come Van Basten che, più o meno nello stesso periodo, definisce Ibrahimović come “dotato di una buona tecnica per un giocatore mediocre e una tecnica mediocre per un giocatore bravo”. A lui risponde l’agente italo-olandese di Ibrahimović, Mino Raiola, mandandolo all’inferno e dandogli del vecchio. Oltre a criticarne anche lui la fase difensiva, Cruijff indica nella mentalità dello svedese il suo limite più grande. Si congratulerà con Ibrahimović solo al momento del suo passaggio dal Barcellona al Milan, per aver scelto di tornare in Serie A, un campionato più adatto a lui. Trattandolo in sostanza come un attaccante di peso qualsiasi, utile in un calcio in cui la maggior parte delle squadre giocano di catenaccio e lanci lunghi. Arrogante e provocatore di solito, bisogna ammettere che in questo caso i giudizi di Cruijff sono abbastanza equilibrati (anche se non concordo riguardo la mediocrità della tecnica di Ibrahimović: a mio avviso compensa con l’elasticità muscolare e l’immaginazione quello che gli manca in agilità e velocità).
Ad ogni modo si tratta di pareri non troppo diversi da quelli esternati da Arrigo Sacchi, in veste di opinionista, ai media spagnoli durante la parentesi dello svedese a Barcellona. Facendo di tutto una questione personale, Ibrahimović regola i conti con Sacchi alla prima occasione. Appena tornato in Italia, dopo Milan-Auxerre di Champions League, in diretta su Premium Calcio, Sacchi fa una battuta piuttosto innocua. Ibrahimović aveva segnato deviando un cross di punta e Sacchi disse che era tutto merito del suo 47 di piede. Lui fa finta di non capire e attacca: “Sacchi sembra geloso, perché sta parlando troppo. Deve parlare di meno in televisione e anche ai giornali. Se lui vuole qualcosa deve venire da me e parlare”. La battuta di Sacchi era sì innocua ma anche ingiusta, considerando che contro l’Auxerre il Milan aveva vinto grazie a una doppietta dello svedese, il primo di punta (grazie comunque a un taglio sul primo palo in velocità), il secondo con un tiro a giro rasoterra abbastanza bello. Resta il fatto che Ibrahimović stava parlando al più grande allenatore italiano vivente e, per i suoi stessi tifosi, il simbolo dell’epoca d’oro in cui era il Milan la squadra più forte del mondo.
Con Guardiola, bé, sappiamo tutti come è andata a finire con Guardiola. L’acquisto più costoso mai effettuato dal Barcellona svenduto l’anno successivo. L’allenatore più talentuoso, che considerando l’età potrebbe un giorno diventare il più vincente di sempre, incapace di gestire uno svedese coatto. Della sua autobiografia si è parlato, a torto, quasi solo di questo: Ibrahimović che dopo aver preso a calci un armadietto di metallo grida a Guardiola: “Tu non hai le palle!”.

Il paragrafo citato all’inizio, tratto dal libro di Sandro Modeo, arriva in realtà dopo centoventi pagine in cui l’autore si è sforzato di ricapitolare la storia di quella tradizione chiamata Calcio Totale. Cominciata da uomini nati nell’800 (Jack Reynolds) e tramandata attraverso squadre più o meno blasonate (Ajax, Liverpool, Barcellona, Milan ma anche Spartak Tranva e Dinamo Kiev), per Calcio Totale s’intende un’idea di gioco basata su possesso palla e movimenti organizzati, possibile solo con giocatori intelligenti e tecnici in grado di interpretare altrettanto bene le fasi di attacco e difesa e in cui le giocate dei singoli devono essere funzionali alla più generale cooperazione di squadra. Un calcio che non tollera lanci lunghi e cross dalla tre quarti e in cui persino i difensori sono chiamati a un virtuosismo di coordinazione difficile come il fuorigioco. In questo senso Sacchi, Van Gaal e sopratutto Cruijf (ideale di calciatore “totale” e in seguito esportatore di questo tipo di tradizione a Barcellona) vanno pensati come tanti filosofi della stessa scuola e Guardiola come l’allievo in grado di superare i propri maestri. Scolaro perfetto come centrocampista centrale e adesso professore e preside di un’accademia del calcio con una storia lunga e prestigiosa.
Una mentalità di gioco che influenza tutti gli aspetti della vita del calciatore fino a sfociare in una vera e propria pedagogia. Tutti conoscono l’importanza per il Barcellona della propria Masía (o Cantera che dir si voglia): vero e proprio college in cui far crescere insieme i ragazzi, facendoli allenare tutti i giorni ma solo dopo aver studiato, nel caso non dimostrino le qualità per diventare calciatori professionisti (perché, alla fine, questo è lo scopo). La Masía de Can Planas, con all’ingresso la scritta “Siamo attaccanti che difendono, siamo difensori che attaccano”, è stata sostituita lo scorso ottobre da un nuovo centro, Ciutat Esportiva Joan Gamper, grande dieci volte tanto e capace di ospitare ottanta bambini giorno e notte. In questo passaggio, dalla vecchia struttura al nuovo centro dove i bambini si alleneranno insieme a ottocento atleti di tutte le squadre della polisportiva, ci sono le due facce del Barça: agriturismo biologico catalano e Multinazionale, l’Oxford del calcio e la fabbrica di giocatori, l’Unicef e la Quatar Foundation.
Adesso, sentite come descrive il proprio impatto al Barcellona, Ibrahimović: “Nessuno dei ragazzi si comportava da superstar e questo era strano. Messi, Xavi, Iniesta e tutta la combriccola sembravano tanti scolaretti. I migliori giocatori del mondo stavano lì a inchinarsi e io non ci capivo niente”. I primi tempi prova a mantenere un profilo basso ma sente che gli manca il “vecchio Zlatan” che lui tiene in grande considerazione. Più avanti, quando si tratta di tirare le somme dice: “Consideriamo il loro background. Xavi è arrivato al club quando aveva undici anni. Iniesta ne aveva dodici. Messi tredici. Sono stati formati dal club. Non conoscevano nient’altro e di sicuro per loro fu un bene trovarsi lì. Era il loro mondo, ma non il mio. Io venivo da fuori, arrivavo con tutta la mia personalità per la quale non sembrava esserci posto, nel piccolo mondo di Guardiola”.
Prima di arrivare al Barça, Messi era un bambino prodigio con problemi di crescita. Le cure di cui avrebbe necessitato per diventare professionista erano così costose che il River Plate, che per primo lo aveva notato, decise di lasciar perdere. Solo dopo lunghe riflessioni e calcoli il Barcellona decise di investire su di lui e portarlo in Spagna. Tre palloni d’oro dopo (oltre ai già citati Cruijff e Van Basten, ci sono riusciti solo lui e Platini, e nel caso ne vincesse un altro sarebbe l’unico) è a tutti gli effetti il simbolo della riuscita sportiva di quel sistema. Anche perché al di fuori di esso, con l’Argentina, non ha combinato molto. Modeo, in un discorso inteso a mettere in valore il sistema pedagogico del Barcellona, lo descrive così: “In lui colpisce l’irrisolta coesistenza di due stati: uno troppo infantile, con l’amore per il calcio e la Playstation fusi in una specie di vacanza permanente, come di chi rimandi all’indefinito l’assunzione di responsabilità; l’altro troppo adulto, con una condotta precocemente asciutta e sorvegliata, con un dominio emotivo fraintendibile per apatia disillusa, solo di rado interrotto da un sorriso estemporaneo per un gol proprio o di un compagno”. Persino lo staff della Masía lo trova introverso e poco ricettivo a scuola, ma Modeo sostiene che “quel deficit d’attenzione è facilmente spiegabile, perché la sua macchina biologica sembra concepita, in ogni cellula e tessuto, per il calcio”.
Secondo me il libro di Modeo andrebbe studiato nell’ora di educazione fisica, e in alcuni punti è la cosa più simile a un manuale del calcio che io abbia mai letto; ma su questo non concordo con lui. Nessuno di noi è fatto per una cosa sola e mi pare più comprensibile l’impressione avuta da Ibrahimović, e cioè che un contesto come quello descritto sopra sia spersonalizzante.
Ibrahimović al Barcellona non ci è solo arrivato da adulto, ma già campione. Non era stato educato a suo tempo e ormai era troppo tardi. La sua carriera (come vedremo nella seconda parte) è avanzata solo grazie alle sue qualità e alla sua capacità di migliorare proprio quando contava. Paradossalmente, persino grazie ai suoi difetti, all’individualismo, alla testardaggine, all’atteggiamento da coatto. Dal 2003, calciopoli permettendo, aveva vinto senza interruzione tutti i campionati in cui aveva giocato e si parlava di lui per la tecnica ma, ormai, anche per la mentalità. Si diceva fosse un vincente, un trascinatore. Se il Barcellona non aveva bisogno di tutto questo, anche lui non aveva bisogno del Barcellona.
Così un giorno decide di parlare a Guardiola. “Voi non state sfruttando le mie capacità. Se era solo un realizzatore che volevate, dovevate comprare Inzaghi o qualcun altro. Io ho bisogno di spazi, e di essere libero. Non posso soltanto correre su e giù in profondità tutto il tempo. Io peso novantotto chili. Non ho quel genere di fisico”. E quando Guardiola dice: “Io credo tu possa farcela”, lui risponde: “No, allora è meglio che mi mettiate in panchina”.
L’orgoglio di  Ibrahimović sembra averci visto più lungo di Guardiola. Al d là di un eventuale dualismo con Messi (Ibrahimović ne fa anche una questione di gelosia dell’argentino relegato lontano dalla porta) il tentativo di includere un giocatore come lui all’interno di quelle dinamiche di gioco era probabilmente destinato a fallire comunque. Questo però significava la sua esclusione, non la messa in discussione del sistema stesso. E adesso che quel ruolo è coperto da Sanchez o Villa, giocatori “da profondità”, il meccanismo del Barça gira decisamente meglio. Anche Ibrahimović, in fondo, sembra più felice al Milan dove può allargarsi e puntare sull’uno contro uno i difensori avversari tutte le volte che vuole. Ma il Milan degli ultimi tempi è un parcheggio per auto di lusso e Ibrahimović sembra una limousine a nolo. Non ha ancora vinto la Champions, forse non la vincerà mai (così come il Pallone d’Oro), ed era andato al Barcellona per questo.

Con Guardiola, come con Van Gaal, Cruijff e Sacchi, Ibrahimović sbagliava pensando di discutere con degli individui. Per bocca loro parlava una filosofia calcistica che non prevede giocatori come lui, in grado di esaltarli magari come succede con Messi ma solo a patto che si sottomettano alle sue regole. Nelle parole di Modeo, il Calcio Totale finisce con l’assomigliare a qualcosa di più che uno stile di gioco. Diventa una specie di legge divina, una proporzione aurea: “Il calcio come sport e come spettacolo potrà un giorno svanire, travolto da dissesti economici, da un eccesso di corruzione, da una semplice consunzione storico-antropologica, magari sostituito da altri sport, in un paesaggio ora inimmaginabile. Il calcio totale, invece, non potrà svanire perché non è vincolato allo sport che lo veicola, ma è un’applicazione particolare di uno schema cognitivo, di un atteggiamento, di un’inclinazione naturale anche se in apparenza innaturale. Il principio che lo muove può configurarsi nel mondo subatomico, nei batteri, negli anticorpi, persino”.

Ecco, in questo senso, l’errore di Ibrahimović è stato quello di volersi mettere in competizione personale con un concetto di questo tipo, con uno “schema cognitivo”, un’idea platonica di calcio che non avrebbe neanche bisogno di essere applicata nel calcio. Al tempo stesso, come dargli torto? Chi di noi vorrebbe essere assimilato al mondo subatomico, ai batteri?

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