Zona Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zona/ un blog di approfondimento culturale Sun, 01 Oct 2017 22:29:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Zona Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/zona/ 32 32 Discorsi sul metodo – 21: Mathias Énard https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/#comments Mon, 02 Oct 2017 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35143 Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte […]

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Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte anche le tredici. Se non ci sono problemi particolari faccio diverse pagine, senza preoccuparmi troppo del numero esatto. Al pomeriggio, poi, le revisiono.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa, e se sono in viaggio mi organizzo una stanza. Devo scrivere comunque e sempre nello stesso luogo: devo creare una stanza specifica dove tengo tutti i materiali e si forma l’impronta del libro. Come detto scrivo sempre al mattino.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Sì, faccio moltissimi schemi, disegni, dossier, prima di cominciare. E ricerca, ovviamente, visto il tipo di romanzi che scrivo. Prima di tutto in realtà ci sono le ricerche, anche se poi, quando scrivi, ci sono momenti in cui ti rendi conto che ti mancano dati che non avevi previsto e allora devi ripartire per raccoglierli. Ma a parte queste evenienze, una volta raccolto tutto ciò che mi occorre per il libro mi immergo in modo totalizzante. In effetti passo diversi mesi senza uscire dalla stanza in cui lavoro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

In genere ci sono dalle tre alle cinque riletture, e quindi riscritture, della stessa pagina. Come detto scrivo di mattina e il pomeriggio torno a leggere quello che ho scritto, modificandolo. Poi quando ho finito il capitolo torno all’inizio e lo rileggo per intero, effettuando ulteriori modifiche. E poi faccio la stessa cosa, di nuovo, col libro, altre due tre volte.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non è mai capitato, si potrebbe, magari lo farò, non vedo ostacoli particolari, ma per ora non mi è mai capitato.

Carta o computer?

Direttamente al computer.photo-1449770133-447716

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Nessuno, se non quella cosa della stanza e l’organizzarmi per avere molte ore libere davanti.

Come hai esordito?

È stato molto difficile, non conoscevo nessuno in ambito editoriale. Avevo vissuto dieci anni tra Siria e Iran e alla fine mi ero sistemato a Barcellona, ma in Francia non avevo contatti di alcun tipo. Quindi non sapevo bene cosa fare o a chi rivolgermi. Ragionandoci su, mi venne in mente la casa editrice Actes Sud, che mi piaceva molto da lettore, e che pubblicava autori arabi contemporanei. Quella che ho scritto, mi sono detto, è comunque una storia araba, quindi magari a loro può interessare. Gli ho scritto e mi hanno detto di inviare, aggiungendo che se non avrei ricevuto risposte dopo tre mesi il libro era da considerarsi rifiutato. Per paura che non venisse neanche letto ho cercato di mettere un nome sulla busta contenente il manoscritto, ho trovato quello che credevo essere il nome di un editor, ma mi sono sbagliato e ho mandato all’ufficio diritti. Un errore che però si è rivelato fortunato: dato che costui non riceveva mai manoscritti, si è incuriosito, lo ha letto e lo ha passato al direttore editoriale. Era iel 2002, il libro è quello che è poi uscito in Francia col titolo La Perfection du tir.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Il metodo in sé non è cambiato molto. È sempre un processo lungo, difficile e faticoso. Quello che è cambiato è lo scrittore: sono molto più tranquillo e sicuro dei miei mezzi, quindi lavoro con meno ansia e con una certa consapevolezza del fatto che prima o poi da tutto quel lavorare uscirà qualcosa di compiuto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente Roberto Bolaño: è stato questo quando ho letto I detective selvaggi che mi sono detto: io voglio scrivere, e voglio scrivere così. 
Non che prima non scrivessi: ma erano testi accademici o articoli. Ma mi ero stancato, volevo più libertà. La fiction me la poteva dare e quel romanzo mi ha indicato la direzione.

“Esisti” online?

Sono su Facebook ma giusto per dire due cazzate, niente di importante o che riguardi in modo rilevante il mio lavoro letterario.

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[21 – continua; le precedenti interviste: Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Via D’Amelio 19, 19 luglio 2012 https://minimaetmoralia.it/fotografia/via-damelio-19-19-luglio-2012/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/via-damelio-19-19-luglio-2012/#respond Thu, 19 Jul 2012 09:09:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8750 Questo video è tratto dal lavoro "Corpi di reato" di Tommaso Bonaventura e Alessandro Imbriaco, a cura di Fabio Severo.

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Corleone, 2012 from zona_ on Vimeo.

Questo video è tratto dal lavoro “Corpi di reato” di Tommaso Bonaventura e Alessandro Imbriaco, a cura di Fabio Severo.

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Zona, una dimensione tra psiche e geopolitica https://minimaetmoralia.it/libri/zona-una-dimensione-tra-psiche-e-geopolitica/ https://minimaetmoralia.it/libri/zona-una-dimensione-tra-psiche-e-geopolitica/#comments Thu, 04 Aug 2011 08:59:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4905 Questa recensione al romanzo di Mathias Énard, è uscita per il manifesto.

di Paolo Zanotti

Dopo la pubblicazione delle Benevole di Jonathan Littell nel 2006 qualcosa sembra essere cambiato nel sistema letterario francese, e un’editoria che ci aveva abituato a libri smilzi, esplorazioni stralunate di spazi quotidiani e autobiografie ascetiche, sembra avere scoperto il romanzo lungo e ambizioso.

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Questa recensione al romanzo di Mathias Énard, è uscita per il manifesto.

di Paolo Zanotti

Dopo la pubblicazione delle Benevole di Jonathan Littell nel 2006 qualcosa sembra essere cambiato nel sistema letterario francese, e un’editoria che ci aveva abituato a libri smilzi, esplorazioni stralunate di spazi quotidiani e autobiografie ascetiche, sembra avere scoperto il romanzo lungo e ambizioso. Mathias Énard, in coda a Zona (uscito in Francia nel 2008 ma tradotto in italiano solo quest’anno), ringrazia Jean Rolin per avergli concesso di usare un titolo molto vicino al suo Zone (1995). Non so se l’autorizzazione fosse davvero necessaria, dato che entrambi i titoli rimandano al celebre Zona di Apollinaire, ma il salto tra i due testi è significativo. Se il libro di Rolin era un tipico esempio di diario-esplorazione di spazi parigini marginali, Énard si pone per molti versi nella scia di Littell, un autore cui è del resto vicino anche per ragioni anagrafiche (Littell è del ’67, Énard del ’72 ma ha esordito prima, nel 2003, col notevolissimo La perfection du tir) e di domicilio (entrambi vivono a Barcellona). Quanto ai loro libri, sono entrambi molto lunghi, contengono ampi affreschi di storia europea, si presentano come confessioni di narratori moralmente dubbi. Entrambi esibiscono la loro letterarietà tramite il ricorso a tecniche moderniste: il metodo mitico (le Eumenidi in Littell, Omero per Énard) e, nel caso di Zona, l’artificio di un romanzo composto da un’unica frase (con l’eccezione di due inserti da un fittizio scrittore libanese, non compare un solo punto fermo fino all’ultima pagina).

La trama stessa di Zona, almeno a un primo livello, sembra richiamare uno dei capolavori del Nouveau Roman. Come nella Modification di Michel Butor, infatti, il narratore di Zona sta viaggiando in treno da Parigi a Roma, dove c’è una donna che lo attende. Le analogie però finiscono qui, dato che il fulcro dei due romanzi non è il viaggio ma il flusso dei pensieri, che ha oggetti molto diversi dato che sono diversi i personaggi. Il protagonista di Zona, Francis Servain Mirković, non è infatti un dirigente di una ditta di macchine da scrivere. È cresciuto in una famiglia borghese apparentemente tranquilla ma in realtà collegata non troppo alla lontana agli orrori del secolo: il padre, ingegnere, è stato probabilmente torturatore in Algeria; la madre, croata e fervente nazionalista, viene da una famiglia vicina ad Ante Pavelić. Il giovane Francis sembrava destinato a ripercorrere le orme della famiglia materna. Già filofascista negli anni di liceo, nel 1992 si è unito ai croati per combattere prima i serbi e poi i bosniaci musulmani. Una volta rientrato in Francia, ha trovato lavoro come agente segreto, per quanto il suo ruolo sia soprattutto di raccolta di informazioni. È così che ha iniziato a frequentare e a indagare quella che lui definisce la Zona, vale a dire l’area mediterranea e del Medio Oriente: da Gibilterra a Baghdad. Il suo interesse non è solo professionale: negli anni, Servain si è costruito, grazie allo spoglio degli archivi cui ha accesso e alle testimonianze raccolte nei suoi viaggi, un dossier personale in cui sono raccolti segreti di mezzo secolo di storia della Zona. Per liberarsi delle sue ossessioni e cominciare una nuova vita, ora Servain ha deciso di vendere i suoi documenti a un emissario del Vaticano.

Zona racconta l’ultimo tratto di viaggio tra Milano e Roma e, soprattutto, i ricordi e le associazioni di un Servain reso febbrile dall’alcol e dalle anfetamine. Ciò che emerge sono sia brandelli della sua vita passata, sia centinaia di vite, di orrori e di guerre che si sono svolti nella Zona soprattutto nell’ultimo secolo, ma anche in quelli passati (con particolare predilezione per i grandi scontri tra Occidente e Oriente, a partire dall’assedio di Troia passando per Lepanto). La “Zona” del titolo è quindi sia una dimensione geopolitica sia una zona psichica (come già del resto la Zona di Pynchon e l’Interzona di Burroughs). Il lato davvero ammirevole del romanzo è soprattutto il primo, quello storico: l’evocazione di una vastità storico-geografica che risulta davvero epica; la costruzione di connessioni incessanti non solo orizzontalmente (uno scenario geopolitico globalizzato), ma anche verticalmente (un carotaggio effettuato nella storia della civiltà occidentale che porta sempre allo stesso risultato: sangue e violenza). Zona è quindi una sorta di Breviario mediterraneo in chiave tragica, oppure, nelle sue infinite digressioni, interconnessioni, ricostruzioni di destini personali travolti dalla storia, è la risposta di Énard, più che a Littell, a W.G. Sebald.

Dove Zona risulta un po’ meno convincente è nell’indagine della mente di Servain. A causa dell’assenza di punteggiatura, si sarebbe portati a leggere il romanzo come un lungo flusso di coscienza (i primi precedenti della tecnica, del resto, erano nati proprio dalla congiunzione di un viaggio in treno con un personaggio in crisi: Anna Karenina). Eppure l’assenza di punteggiatura non è così sperimentale (la sintassi non è mai frantumata, anzi si potrebbe dire che Zona è scritto in una lingua normale in cui però i punti siano stati sostituiti da virgole), e soprattutto il flusso di coscienza non è veramente tale: Servain segue la sua ossessione per la storia della Zona, ma le sue associazioni non sono mai inconsce. Di tanto in tanto sembra persino emergere un po’ troppo nettamente la volontà di tenere il tono elevato: ogni nome, anche contemporaneo, è accompagnato da un epiteto in modo da dare una patina epica, ogni ricordo di guerra è trasfigurato in chiave storico-culturale (l’ossessione di Caravaggio per le decapitazioni, più volte discussa nel libro, deriva da una decapitazione compiuta in Bosnia da Servain). Sappiamo che Servain è appassionato di storia, ma non d’arte o di letteratura (“sordo all’arte e insensibile alla bellezza”, si autodefinisce), eppure è portato ad accumulare riferimenti letterari anche in luoghi poco indicati: quando il compagno di guerra Andrija viene ucciso nell’atto di defecare, il narratore ce lo descrive gratuitamente come “caduto nella propria merda come Robert Walser nella neve”. Ma il maggior problema è un altro: tra tutte le vite sconvolgenti o toccanti raccontate in Zona, proprio quella di Servain non lo è più di tanto. E non perché si tratti di un personaggio negativo, semmai perché non ne distinguiamo bene la parabola. Sappiamo che è stato un giovane di estrema destra, che si è recato in pellegrinaggio presso il negazionista Maurice Bardèche, che in Bosnia ha partecipato a crimini contro l’umanità. Eppure per gran parte di Zona Servain traccia scenari storici da un punto di vista ideologico spesso in contraddizione con quello della sua giovinezza, tanto che spesso più che la sua voce abbiamo l’impressione di sentire direttamente quella dell’autore. Sappiamo che, al termine della sua parabola, è un uomo sfinito e ossessionato e forse pentito. Ma quando è cambiato? Chi è in realtà Servain? Su questo Zona non ci illumina del tutto.

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Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria https://minimaetmoralia.it/editoria/non-multa-sed-multum-qualita-della-vita-qualita-letteraria/ https://minimaetmoralia.it/editoria/non-multa-sed-multum-qualita-della-vita-qualita-letteraria/#comments Fri, 23 Oct 2009 09:11:54 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=961 Questo testo è la seconda parte di un’introduzione alla collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, a partire dal 2011, per la casa editrice Zona. Il primo testo può essere letto qui, ed ha il carattere di un’apertura violenta del vaso di Pandora. Questo secondo testo, dopo l’apertura del vaso, ci […]

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new-logo-novevolt1Questo testo è la seconda parte di un’introduzione alla collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, a partire dal 2011, per la casa editrice Zona. Il primo testo può essere letto qui, ed ha il carattere di un’apertura violenta del vaso di Pandora. Questo secondo testo, dopo l’apertura del vaso, ci guarda circospetto dentro, e si interroga sul futuro e la possibilità di scardinarne le pareti, o almeno distanziarle. La collana Novevolt, oltre a proporsi come soggetto culturale nell’organizzazione di un festival letterario nazionale (ULTRA-Festival della letteratura, in effetti) e di altri progetti collaterali, auspicherà una promozione, attraverso piccoli libretti, romanzi brevissimi e racconti lunghi di autori affermati e giovani promesse, di luoghi quali la qualità, la densità e il rischio nella letteratura italiana. Le prime due uscite saranno gli autori Enzo Fileno Carabba e Franz Krauspenhaar. [Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi]

di Alessandro Raveggi

Viviamo, oggi, in una condizione in cui le nostre parole sono un nodo, una tag associata a un’informazione, verso le quali e dalle quali si irradia una rete, alcune reti, nella Rete. La Rete è un modello di autonomia relativa, di libertà limitata e temporanea, meravigliosamente anarchico e labirintico (per i fanatici del labirinto), ma anche ambiguamente accessibile. Siamo completamente accessibili, siamo completamente visibili, purtroppo, ovvero: vulnerabili. La Rete ha le sue falle e i suoi pescecani, che navigano a vista con i propri specchietti per le allodole tra i denti. La possibilità di essere fregati, di essere illusi, di perdere la nostra libertà, è paradossalmente maggiore. Dal Sistema anarco-capitalistico in crisi, dal mainstream che pur sta cercando di mimetizzarsi nella nostre forme di resistenza vitale, quasi biologica – per rinascere quando forse rinasceremo – si è sempre delusi.

logogiustoIl diffondersi della letteratura nel mezzo partecipativo delle comunità-web italiane e mondiali ha moltiplicato quantitativamente i luoghi dove la qualità può (ma non necessariamente deve) essere rintracciata. Al di là della possibilità che le forme rapide di pubblicazione del weblog ci stanno offrendo, e del ricrearsi blando della comunità in una simulazione gioco in cui possiamo pur sempre mascherarci da avatar, bisogna preservarsi dal rischio del consenso qualitativo, ovvero dalla pretesa di valutare un testo come qualitativamente letterario, dipendendo dalla quantità di frequentazioni del testo, di apprezzamenti, di click, poll e commenti telematici. La letteratura qui viene spesso classicamente mercificata, anzi mercificata al secondo grado. «Non è merce, questa è letteratura, un nuovo modo cool di farla», ma è sempre paradossalmente merce, termometro di consenso. Quello che vogliamo dalla qualità non è consenso, è diffusione e differenziazione, movimento di visione e divisione, non partecipazione da prova d’acquisto.
Bisogna comunque fare un tentativo per togliere uno strato immancabile di spocchia dalla nozione di qualità letteraria.
Cosa è allora questo richiamo alla qualità, in un mondo felice e utopico in cui Tutti scrivono Tutto, e in un mondo infelice e distopico in cui nessuno pare comprare i libri? Facciamo un parallelo. Cosa intendiamo con l’espressione qualità della vita? Il semplice adeguamento al gusto della massa (o della massa al suo gusto preconfezionato), la semplice capacità di possedere e dominare ammennicoli tecnologici, divani confortevoli e televisori al plasma, di essere oggi up-to-date e domani chissà…? Questa concezione non è più proponibile, visto che il modello economico che l’ha portata in auge sta crollando, o rientrando nel proprio guscio protezionistico (anche se forse lì dentro marcirà). La qualità della vita è ora molte cose assieme, un vettore di tante variabili in rapporto al nostro Welfare State individuale, ma sicuramente è una condizione in rapporto a una gittata, a una potenzialità futura. Appunto: la gittata delle nostre azioni future. Vivo qualitativamente bene se quello che faccio oggi potrà durare domani, senza per questo andare in cancrena, ma vivendo nella metamorfosi, nell’apertura, non in un eterno presente insipido. E questo vale sia per la classe media italiana in lenta fissione, che per i Paria dei paesi in via di sviluppo. Vivo qualitativamente bene non necessariamente se oggi possiedo un divano di lusso (o un libro in prima fila sullo scaffale), ma se potrò permettermi un divano anche domani, magari più piccolo, anche per i miei figli. La qualità della vita è così poter pensare alla propagazione, e metamorfosi, della mia vita, e della mia opera, domani. Ed è qualcosa che ha a che fare dunque con la possibilità (non l’obbligo) di fare figli, di riconoscersi in un’alterità che nasce dal nostro ventre.
orologio_daliIl disprezzo per i giovani che le generazioni che ci precedono dimostrano e hanno dimostrato, un disprezzo che si è caratterizzato come spettacolarizzazione della gioventù, almeno dal Dopoguerra a oggi – e che è uno dei nostri faticosissimi compiti annullare – ci fa capire che la loro visione di qualità della vita era necessariamente contraria alla nostra possibilità di propagarci, era in qualche modo castrante. Il benessere borghese è ed è rimasto un concetto statico e ottocentesco basato sull’accumulazione, l’appropriazione, l’accatastamento di beni, entrato in crisi proprio nell’era del consumo e della sovrapproduzione. Dall’accumulazione si è passati, linearmente, alla mercificazione della cultura. Questo dobbiamo ripensarlo. Sono le nostre discariche vicine e lontane che ce lo chiedono. Persino tutta questa discarica del senso che ci ha consegnato il cosiddetto post-moderno dimostra in fondo una mancanza, un dolore nascosto, anestetizzato più che esorcizzato, annullato più che ritualizzato.
Questo per dire che qualità non è possesso, una eudemonia: la qualità non si possiede, ma si produce, si narra, si propaga, si consegna e si perpetua, potendo guardare al di là del presente. Adesso speriamo che il parallelismo sia chiaro, anche se il rapporto vita/letteratura è obliquo, necessariamente inclinato, mai verisimile: la qualità letteraria è un insieme di forze che producono un effetto d’intensità, una durata che garantisce la possibilità di trasmissione. Effetto sul lettore, effetto sulla comunità, effetto sul futuro. Non è solo una questione di stile, ma di efficacia di stile. Per questo, la qualità letteraria sta, e a un tempo non sta, nella forma libro. Forma che molti (non noi) sono pronti a demolire o sorpassare, senza riuscire a pensare alla transmedialità originaria della letteratura, dalla lingua schioccante degli aedi alle USB roventi dei piccoli editori.
La qualità è così la capacità del libro, del romanzo, del poema, di prefigurare il futuro, uscendo da se stesso, uscendo dal proprio presente statico e cristalizzato del linguaggio e del desiderio. Qualcosa di molto vecchio e di molto nuovo. Senza per questo dimenticare il passato, anzi, rinnovando il desiderio di comprenderlo in quello che chiamiamo memoria. Già, la memoria: in Italia pare solo il nome dato al tour di un gruppo di partigiani, che vanno affaticati, di liceo in liceo, a rammentare i combattimenti su per i monti, le rupi e le brumose vallate. Già, l’Italia… Oggi più che mai, parlare di qualità letteraria in Italia, ancora senza snobismo e pretese decadenti, esotico-esoteriche, significa enucleare una serie di topic-salvagente non del tutto inutili anche per quello che si chiamerebbe condizione di vita (almeno nel Bel Paese). Il parallelo qualità letteraria-qualità della vita potrebbe diventare un’istruzione. Visto che paiono saltati da tempo i parametri di distinzione tra reale e finzionale, almeno dobbiamo trovare una strategia sostenibile per muoverci in queste ambiguità, un efficacia che ci permetta di distinguere. Non opere efficienti, che fanno il loro bravo lavoro di decalcomania feticistica della realtà, che rispettano il lettore e il suo mondo di agi e ombrelloni, ma opere efficaci.
deformePerché, allora, in Italia, dovrebbe esserci necessità di opere letterarie qualitativamente intense e durature? Perché in Italia c’è una voragine chiamata: carenza di immaginario, collettivo e individuale. Chiamatela tedio, noia, apatia, ma si sta verificando un’atrofia dell’immaginario che molti non possono o vogliono scorgere, perché hanno disimparato a dare valore al concetto di qualità. Dobbiamo però reinventare il nostro immaginario, ovvero il nostro modo di compensare la refrattarietà delle cose italiche con la creazione verbo-visuale, il nostro modo di sfogliare l’opacità delle cose presenti, e guardare oltre, dietro il muro dell’oggettività. E questo andrà inevitabilmente a scalfire la nostra identità tradizionale, un’identità che deve avere una durata. Oggi la letteratura, almeno in Italia, è una forma di sopravvivenza, una consegna al mittente da non mancare.
Carenza d’immaginario, carenza d’identità, carenza di qualità. Carenza di futuro. Non osiamo immaginarci il futuro italico, ma siamo stanchi d’incipriare il presente. La qualità della nostra vita dipende anche dalle opere che i nostri autori coevi sanno e pretenderanno di produrre. Questa è la responsabilità che ci si presenta davanti. Si deve tentare, rischiare tutto, reinventare un linguaggio, captare le emergenze – cioè quello che viene fuori da questi tempi, e manca ancora di parola. E prefigurare le nostre nuove facce, desiderando e recuperando le facce altrui, la nostra tradizione polverosa. Facce di un passato che, oramai staticizzato tra monumenti impercettibili, libri di testo e retoriche varie, ci spinge sempre più verso un futuro già pari a: zero.
Intensità e durata, si è detto. Se azzardiamo ad applicarle a una visione magnetica – da campo magnetico – delle opere letterarie, queste prevedono spostamento. Lo spostamento prevede adattamento creativo della forma, ovvero metamorfosi. Questa, lo si è detto fino alla nausea, è una delle qualità costitutive del romanzo, il prodotto della sua origine epico-orale (dispersione assoluta e semina della sua avventura), del suo ibridare generi (il romanzo è un grande cannibale, una tessitura aperta come la tela navajo dell’Emilio Cecchi in Messico), del suo pensare e criticare se stesso (il romanzesco che guarda se stesso, Don Quijote che legge le sue avventure stampate), cercando di acciuffare senza tregua allo stesso tempo quel Reale traumatico che stiamo vivendo – il fantasma della cibernetica calviniana, che non si vede, ma pressa. E, prima o poi, ritorna.
Perché dire Italia oggi cosa significa? Non è qualcosa che ha a che fare con il dolore spettacolarizzato di una progressiva mancanza di qualità di vita? Italia è un’espressione senza referente, un sipario desiderante senza scena desiderata, ma con molti mésententes e différends, disaccordi e dibattiti, con tante tracce e traumi da esplorare. Per questo c’è forse il bisogno di tentare opere metamorfiche, mutanti e cosmiche, che tocchino il cielo universale per riflettere la piccola zolla particolare e redimerla, emisferi dove la nostra faccia – perché noi, italiani, con l’identità, ci rimettiamo pure la faccia – si possa rispecchiare deformata, per scorgere i cambiamenti dei connotati e delle costellazioni, domani. Lavorando di fantasia, irrispettosamente, anche sulla nostra Storia senza capo né coda.
Parlare di romanzo, o di racconto in prosa, di per sé è parlare di qualcosa che non è, ma che sarà, qualcosa di volto al futuro anche se scritto nel passato remoto. Parlare senza timore di qualità, oggi, nella nazione italiana, parlare di complessità, come fanno altri in altri frangenti da altre prospettive, parlare di avventura (come metamorfosi, durata e intensità del nostro raccontare e come potenza dell’immaginario), significa avere fiducia, non solo in noi stessi (cosa che da tempo ci manca), ma anche nella durata della parola. Significa auspicare un futuro duraturo, ma non per questo conservativo, della nostra identità. Un futuro parzialmente libero, temporaneamente autonomo. Diciamo durata, non necessariamente ripiego morale o moralistico della parola. Responsabilità della posta in gioco, non civismo sbandierato e, quindi, spettacolarizzato.
Le nostre opere, in questo orizzonte di senso in modificazione repentina, saranno l’arco perfetto e intagliato pronto a risuonare, la freccia sarà il nostro occhio critico pronto a fendere l’aria, la qualità sarà l’intensità con cui tiriamo la corda e lanciamo. Seppure nel disastro dell’immaginario italiano, un punto d’appoggio e un tentativo per essere buoni arcieri ancora dobbiamo e possiamo farlo. Anche da una posizione sbilenca, minoritaria, ridicolmente caparbia.

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