Federica De Paolis, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/federicadepaolis/ un blog di approfondimento culturale Wed, 24 Nov 2021 23:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Federica De Paolis, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/federicadepaolis/ 32 32 Raccontare lo straniamento. “Un amore” di Sara Mesa https://minimaetmoralia.it/libri/un-amore-sara-mesa/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-amore-sara-mesa/#respond Thu, 25 Nov 2021 13:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49605 È uscito per La nuova frontiera, l’ultimo libro di Sara Mesa (classe 1976) nell’impeccabile traduzione di Elisa Tramontin, Un amore, riconosciuto da El Cultural, El País e La Vanguardia come il miglior romanzo spagnolo dell’anno. La storia attraversa un frammento di vita di Natalia. “Ha aperto un tubetto di dentifricio nuovo quando è arrivata a […]

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È uscito per La nuova frontiera, l’ultimo libro di Sara Mesa (classe 1976) nell’impeccabile traduzione di Elisa Tramontin, Un amore, riconosciuto da El Cultural, El País e La Vanguardia come il miglior romanzo spagnolo dell’anno. La storia attraversa un frammento di vita di Natalia. “Ha aperto un tubetto di dentifricio nuovo quando è arrivata a La Escapa, un tubetto che ha usato due o tre volte al giorno e, ciononostante, non l’ha ancora finito, ne rimane circa un terzo. È incredibile, si dice: smuoversi dentro completamente, scuotersi, voltarsi e rivoltarsi ancora, in meno di quanto si impiega a consumare 125 millilitri di dentifricio.” Non è chiaro perché la donna si sia trasferita a La Escapa, un  piccolo villaggio (immaginario), un agglomerato di case su cui legifera l’ombra del monte Gordo, “un monte basso di arbusti e cespugli che sembra disegnato a carboncino sul cielo nudo”.

Di lei sappiamo solo che viene da una grande città e che fa la traduttrice. Fugge senz’altro da qualcosa. Il suo primo interlocutore è il padrone di casa, un uomo rude, invadente e sbrigativo, che le propone assieme all’appartamento, di prendersi cura di un cane: un bastardo di mezza taglia. La casa è malmessa e piena di cose da sistemare, il cane è schivo, distante, difficile instaurare un rapporto con lui. La casa, l’animale – che avrebbero potuto farla sentire a suo agio, si rivelano subito ostici, difficili da gestire. Quel cane diffidente e guardingo, è il primo segnale di uno scricchiolio: gli abitanti di La Escapa, dopo una veloce parvenza di convivialità, pian piano cominciano a diventare figure difficili da inquadrare, sfuggenti e indecifrabili, proprio come Fiele: così la ragazza ha chiamato il bastardino.

L’unico con il quale Nat sembra riuscire a instaurare un’amicizia è Píter, detto l’hippie, il quale però, la critica per essersi fatta carico di quel randagio, aggressivo, non vaccinato, rabbioso: può cercare lui un cane più adatto, se lei lo desidera. Invece di rifiutare come vorrebbe, la donna si trincera dietro un silenzio assenso, pieno di pensieri contradditori. Stesso meccanismo che l’attraversa quando ha a che fare con il padrone di casa, sempre più invasivo, allusivo, sopra le righe: la ragazza non riesce ad arginarlo in alcuno modo.

Cerca solo di esimersi il più possibile dai loro incontri, radi e mirati solo al pagamento dell’affitto. Si profila piano piano, tra le righe, una protagonista passiva, incapace di opporsi o semplicemente farsi valere, molto soggetta al maschile, che passa il più del suo tempo a cercare di tradurre non solo le pagine che le vengono affidate, ma anche l’altro: “All’inizio Nat aveva pensato che sarebbe stato un vantaggio per la traduzione, ma comincia a rivelarsi l’opposto, una difficoltà. Ora si vede obbligata a verificare se la comparsa di ogni parola inattesa o ambigua si debba a un errore dovuto alla scarsa dimestichezza con la lingua o se sia un effetto voluto dopo un’intensa riflessione”.

Le parole come le persone e le loro intenzioni, sembrano nascondere sempre un doppio senso, proprio come Andreas, il tedesco che bussa alla porta di Nat e le propone uno strano baratto: aggiusterà le tegole del suo tetto da cui piove a catinelle se in cambio lei, lo farà entrare “un poco dentro di lei”. Aggiunge che è tanto tempo che non sta con una donna e non ha voglia di andare con una prostituta. Il tedesco non vuole un rapporto intimo tanto meno privato, chiede solo di entrare un’po’ dentro di lei.

La proposta suona inammissibile alle orecchie di Nat, che scandalizzata rifiuta, ma poi: “Una riflessione fugace le attraversa la mente, talmente rapida che non le dà il tempo di afferrarla e comprenderla. Qualcosa sugli scambi primordiali. Il baratto come rapporto sociale basilare. Perché no, si dice. C’è qualcosa di bello. Qualcosa di essenziale e umano”. È così che ha inizio una storia che la trascina dentro un amore che sembra assumere desinenze sconosciute. Incontro dopo incontro, sensazione dopo sensazione, Andreas si trasforma in un ignoto ingestibile, lontano dalla prima stridente immagine di un uomo che baratta una penetrazione per la manovalanza.

Nat in principio si abbandona a quegli incontri poiché convinta che il tedesco non potrebbe promettere altro: lo vede come un bifolco, immagina una distanza sociale incolmabile, un’educazione sentimentale profondamente dissimile e dunque cede a quegli amplessi senza parole. Mentre il sesso fiorisce tra i due, una relazione vera e propria non si instaura.

Ma le cose cambiano. L’uomo, la persona, il corpo di Andreas vengono illuminati nella vicinanza da una luce che getta soprattutto ombre, Nat si innamora e quando comincia a supporre che il tedesco non sia poi così diverso da lei, invece di lasciarsi andare viene travolta in una spirale di dubbi e incertezze che la scaraventano in un abisso di sospetti, solitudine e paura. L’altro sembra impossibile da decodificare, il linguaggio non è più un terreno di scambio, piuttosto una forma di esclusione e terrore, fino a ingigantirsi all’inverosimile e portare Nat al centro di una colpa che grava su di lei, da parte di tutta la comunità.

L’incapacità della ragazza di ribellarsi ai soprusi o semplicemente desiderare una serie di attenzioni, viene scandagliata magistralmente da Mesa in una manciata di pagine nelle quali racconta che Nat è stata abusata da piccola. Da un amico dei genitori: un uomo buono, gentile, che sembra aver destato un solo effetto su di lei, quello di raffreddare la sua sessualità. La donna si trova a riflettere e a pensare che se quell’uomo l’ha congelata, Andreas diversamente l’ha liberata, scatenando un desiderio profondo e vivissimo.

Mesa riesce in poche righe a spiegare il punto di vista di Nat, una vittima eternamente colpevolizzata, incapace di instaurare un rapporto lucido con il reale e soprattutto con il maschile. “Il malessere della felicità è un’idea che le ronza ora con insistenza: un tipo di felicità che contiene in sé il seme della sua stessa distruzione”. Un amore è un romanzo capace di raccontare lo straniamento di una donna in una discesa precipitosa e verticale, con una lingua limpida, emotiva e soggettiva che viene sconvolta da dialoghi assai diversi dalla percezione interiore della protagonista.

La scrittrice svela i suoi personaggi in poche righe per poi rimetterli al centro di un’ambiguità e di un’incomprensione che sono l’anatomia di un libro travolgente, il racconto impeccabile di un femminile-vittima, simbolo di una condizione sociale immanente.

 

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L’amore scorretto: “Le regole degli amanti” di Yari Selvetella https://minimaetmoralia.it/libri/lamore-scorretto-le-regole-degli-amanti-yari-selvetella/ https://minimaetmoralia.it/libri/lamore-scorretto-le-regole-degli-amanti-yari-selvetella/#respond Wed, 30 Sep 2020 12:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44240 Si incontrano in un maneggio, Iole e Sandro, protagonisti incondizionati dell’ultimo romanzo di Yari Selvetella. Sono entrambi sposati, genitori, trentenni, fatalmente attratti l’uno dall’altra. Inizia così Le regole degli amanti, la storia di un adulterio che sfugge ostinatamente alla monotonia, alla psicopatologia della vita quotidiana e alla routine. Fiorisce alla fine degli anni ottanta, l’inizio dell’amore, in un tempo in cui gli amanti sono più liberi di agire, lontani dal pedissequo controllo dei social network e dei cellulari.

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Si incontrano in un maneggio, Iole e Sandro, protagonisti incondizionati dell’ultimo romanzo di Yari Selvetella. Sono entrambi sposati, genitori, trentenni, fatalmente attratti l’uno dall’altra. Inizia così Le regole degli amanti, la storia di un adulterio che sfugge ostinatamente alla monotonia, alla psicopatologia della vita quotidiana e alla routine. Fiorisce alla fine degli anni ottanta, l’inizio dell’amore, in un tempo in cui gli amanti sono più liberi di agire, lontani dal pedissequo controllo dei social network e dei cellulari.

Selvetella rievoca un’epoca con una nota nostalgica e un occhio attentissimo – la decantazione di un tempo che ricorda La trama del matrimonio di Eugenides – i riferimenti sono tanti e precisi: da Kundera a Il tè nel deserto di Bertolucci, dalla Novalgina alle penne al gorgonzola, e mappano un periodo storico celebrandolo; proprio come Selvetella celebra Roma, la capitale di cui conosce angoli e spigoli, il clima mite, le vedute mozzafiato. Iole e Sandro cominciano una storia che non è mai tracciata dal senso di colpa, piuttosto dal desiderio teso di far sopravvivere il loro amore senza rinunciare al vincolo matrimoniale, a quei figli che sono fonte di gioia, a una vita scelta ma evidentemente non sufficiente a soddisfare certi lati, non solo opachima anche luminosi.

Hanno già tradito i loro coniugi, Iole una sola volta, Sandro diverse, proprio lì, in quell’appartamento di Via Savoia, che diventa la loro seconda casa: “il martedì e il giovedì, due pomeriggi a settimana, come un corso di nuoto o di ginnastica aerobica”; è solo la ritualistica a essere identica a sé stessa, per il resto Iole e Sandro sono decisi a scombinare le carte, soverchiare la noia, rinnovarsi per imparare ad amarsi, denudare l’anima come quando ci si confida con uno sconosciuto. Ma finiscono per conoscersi subito perché l’amore è immenso e il morso del desiderio, in questo senso subdolo. Per questo decidono assieme di stabilire delle regole: per salvarsi. Per ingannare il tempo e sopravvivere, dominare il solito destino degli amanti; mettersi insieme o finire per lasciarsi. Niente affatto, la loro è piuttosto una condizione di privilegio, una scelta voluta, un atto di libertà.

La narrazione è affidata alle due voci, quella potente e sincera di Iole, che incarna un punto di vista femminile a tutto tondo: moglie, madre, amante. Appassionata e appassionante, è una donna decisa e sicura, pronta a lasciarsi sorprendere da un uomo che sfida, comprende, ascolta e ama, con tutta se stessa. Un uomo che le sfugge eppure primordialmente le appartiene. Diversa è la voce di Sandro, aspirante scrittore e scrittore fallito, lascia la sua testimonianza come se scrivesse un romanzo, e arricchisce la narrazione con una lingua articolata e immagini sensazionali.

È un grande artigiano della parola Selvetella, lo stile è denso e il ritmo incessante. La trama è affidata al destino di un incrocio di vite, scolpite dal decalogo degli amanti, perché è solo alle regole che restano fedeli. Non sono personaggi idealizzati né stereotipati Sandro e Iole, piuttosto scorretti, narcisisti, affamati di felicità, pervasi da quel sottile egoismo che esalta il proprio benessere per raggiungere poi gli altri: i figli, le mogli, i mariti. Eppure così straordinariamente vivi e reali, nei movimenti, nei pensieri, nelle loro case piccole borghesi, nelle pause e nei ritorni. Si abbandonano ai viaggi, che sono luoghi fisici ma anche simboli di un’altrove dove i due amanti si lasciano andare e si avventurano in una storia tutta loro, dove la sessualità si apre e si espande, e li lascia stupiti dai loro stessi gusti, dai riflessi, dalle scoperte.

Uno sbocciare continuo, una sorpresa e anche un’impresa, un mosaico di gesti e sensazioni che accompagna i corpi in trent’anni di storia, li sorprende giovani e li saluta maturi, in un vortice perpetuo di erotismo. La vicenda è arricchita da materiali di repertorio, biglietti, appunti, lettere, canzoni, e-mail, ricette. Pezzi di carta mai spediti o recapitati, che impreziosiscono, ancora una volta, l’intimità segreta dei protagonisti.

Roland Barthes diceva nel suo celebre Frammenti di un discorso amoroso: “Voler scrivere l’amore, significa affrontare il guazzabuglio del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo (…per la sommersione emotiva) e povero (per i codici entro i quali viene costretto e appiattito)”. Selvetella l’ha costruito questo linguaggio. Le regole degli amanti, è un santuario giocoso, provocatorio, vivo, dolente e assoluto, nel quale vale la pena perdersi.

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“Figli”, l’eredità di Mattia Torre https://minimaetmoralia.it/cinema/figli-mattia-torre/ https://minimaetmoralia.it/cinema/figli-mattia-torre/#respond Sat, 01 Feb 2020 09:51:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42272 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

Mattia Torre ci ha lasciato il 17 luglio scorso, aveva 47 anni: la sua dolorosa morte segna la scomparsa di un “ragazzo” eccezionale e un autore prezioso per il nostro paese. Prolifico e poliedrico, geniale e tagliente, è stato capace di combattere il male oscuro e farne una seria televisiva come La Linea verticale.

Aveva gli occhi intelligenti, luminosi, tempestati di piccole rughe che testimoniavano tutte le sue risate, perché il suo grande dono era l’ironia, la capacità di guardare alla vita con uno sguardo arguto e tradurlo in parola. Dagli spettacoli teatrali, alle serie, ai film, i libri, Mattia ha sempre raccontato lo stato delle cose usando un linguaggio personale e libero, fotografando il nostro bel paese nelle sue piccolezze, riuscendo a suscitare una risata che oltre a portare l’allegria traghettava con sé un pensiero critico.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

Mattia Torre ci ha lasciato il 17 luglio scorso, aveva 47 anni: la sua dolorosa morte segna la scomparsa di un “ragazzo” eccezionale e un autore prezioso per il nostro paese. Prolifico e poliedrico, geniale e tagliente, è stato capace di combattere il male oscuro e farne una seria televisiva come La Linea verticale.

Aveva gli occhi intelligenti, luminosi, tempestati di piccole rughe che testimoniavano tutte le sue risate, perché il suo grande dono era l’ironia, la capacità di guardare alla vita con uno sguardo arguto e tradurlo in parola. Dagli spettacoli teatrali, alle serie, ai film, i libri, Mattia ha sempre raccontato lo stato delle cose usando un linguaggio personale e libero, fotografando il nostro bel paese nelle sue piccolezze, riuscendo a suscitare una risata che oltre a portare l’allegria traghettava con sé un pensiero critico.

Il cibo, la rivalsa, il lavoro, il mondo della televisione, il ciclo ormonale, la morte e molto altro ancora sono stati gli argomenti protagonisti della sua produzione – spesso affidati al suo alter ego Valerio Mastandrea. La sua capacità di immedesimazione e un sottofondo di coriaceo ottimismo erano gli ingredienti unici di un essere umano speciale, un autore insostituibile.

Ci lascia in eredità il film Figli di cui aveva scritto la sceneggiatura e che Lorenzo Mieli, produttore e storico amico dell’autore, ha deciso di realizzare, affidando la regia a Giuseppe Bonito. È l’esilarante storia di una coppia, Sara e Nicola (magistralmente interpretati da Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi), innamorati e genitori di un’adorabile bambina. Il loro ménage perfetto viene sconvolto dall’arrivo del secondo figlio, Pietro.

Il piccolo distrugge un equilibrio che sembrava saldissimo: le ore di sonno si riducono, la primogenita è gelosa e impreparata, i suoceri assenti. La vita dei due si popola di ipotetiche tate, una pediatra guru esosissima, spese impreviste che gravano sulla famiglia come un emorragia. Le giornate trascorse in luoghi per la prima infanzia (gli orribili hangar pieni di palline) e un’unica uscita serale fatta di stanchezza e silenzi, con il terrore del rientro.

Sara e Nicola precipitano in una crisi profonda, fatta di recriminazioni e desideri svaniti, mentre si ripetono a ritmi alterni, che tutto andrà bene: loro ce la faranno. Combattono in una Roma difficile e cialtrona, la capitale di un Italia che non è strutturata per accogliere la famiglia. Il film è il ritratto surreale e meraviglioso di una generazione impreparata che galleggia a vista in un tempo storico oscuro e incerto. La scrittura brillante da voce a tutti: bambini, adulti, vecchi, insieme a una carrellata di geniali figure comprimarie. Ancora una volta Mattia aveva pescato nel privato e nell’immaginario collettivo di una piccola borghesia di cui era parte integrante, riuscendo a centrarla e a cantarla con soavità e un’attenzione mirabile.

Quando ho avuto la fortuna di chiedergli di cosa parlasse il film, mi ha sorriso e detto: “Di me, di te, degl’altri”. Aveva ragione. I figli, siamo noi.

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Del sé e del divenire. Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino https://minimaetmoralia.it/libri/del-del-divenire-svegliami-mezzanotte-fuani-marino/ https://minimaetmoralia.it/libri/del-del-divenire-svegliami-mezzanotte-fuani-marino/#respond Wed, 22 Jan 2020 13:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42170 Photo by Martino Pietropoli on Unsplash

Una donna seduta in una cucina, vede un sacco nero volare fuori dalla finestra. Poi sente un tonfo, un rumore sordo. Allora si affaccia e vede un corpo, schiantato al suolo.

Quel sacco nero ero io.

Inizia così, il secondo romanzo di Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte, Einaudi. Assiste al suo suicidio come fosse uno spettatore e poi la ritroviamo, dopo una sola pagina, al centro dell’evento. Come corpo salvo: un io narrante assoluto. Ricorda tutto di quel giorno d’estate, la spinta che l’ha portata fin lì e la caduta, la vertigine.

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Photo by Martino Pietropoli on Unsplash

Una donna seduta in una cucina, vede un sacco nero volare fuori dalla finestra. Poi sente un tonfo, un rumore sordo. Allora si affaccia e vede un corpo, schiantato al suolo.

Quel sacco nero ero io.

Inizia così, il secondo romanzo di Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte, Einaudi. Assiste al suo suicidio come fosse uno spettatore e poi la ritroviamo, dopo una sola pagina, al centro dell’evento. Come corpo salvo: un io narrante assoluto. Ricorda tutto di quel giorno d’estate, la spinta che l’ha portata fin lì e la caduta, la vertigine. È il 26 Luglio del 2012, siamo in Abbruzzo. Fuani lascia senza un biglietto, sua figlia di tre mesi Greta, suo marito Riccardo e una madre che l’ha sempre amata (una madre presente, indulgente: perché certe cose di lei, le ha sempre sentite sotto la pelle). Da questa salvezza che sulle prime sembra la sua rovina, prende vita una narrazione sconvolgente, che si divide in due parti: prima e dopo la caduta. La chiama così: la caduta. Ma Fuani non è cascata, è saltata dal quarto piano di un palazzo con unintento preciso: morire. Perché suicidarsi è una possibilità, può rappresentare una via di fuga da una vita insopportabile.

Eppure nel ripercorrerla questa vita, scopriamo che la protagonista non è stata soggetta a nulla di ineluttabile o di insostenibile, per chi ha equilibrio. L’equilibrio è un concetto astratto eppure molto tangibile quando se ne subisce la perdita. Nasce a Napoli, in una famiglia benestante. Il suo nome, così originale e unico, è la sintesi dei nomi dei genitori: Furio e Anita. Tra loro c’è qualcosa di opaco e irrisolto ma la coppia non si sfascia. Il padre muore all’improvviso e lascia dietro a sé, il vuoto dell’irrisolto. La madre barcolla ma non cade. Fuani è un’adolescente irrequieta, una studente zoppicante, un’identità non definita, che si riscatta però quando si trasferisce a Roma, per gli studi universitari. Anche se, ogni tanto, ha bisogno di rintanarsi: dormire. Sono i primi colpi di una depressione latente, di un bipolarismo che si manifesta più nelle fasi down che in quelle up, che la ragazza gestisce sufficientemente bene. Come un’animale che pazientemente va in letargo e poi risorge. Subito dopo la laurea, torna a Napoli e comincia a lavorare in un giornale. Le piace. Come Riccardo, il ragazzo che decide di sposare e da cui desidera un figlio. Un’urgenza tutta sua. Nessuno chiede alla giovane coppia un impegno del genere, anche Riccardo soprassederebbe, ma Fuani no. Vuole tutto e subito.

È qui che si innesca qualcosa che sembra presagire l’inizio di una fine. Gli viene offerta una casa di famiglia grande e agiata (così grande che non si riempie mai; non di oggetti ma di identità), Riccardo vince il concorso per diventare notaio ed è costretto a partire costantemente (la solitudine si fa spessa e aspra), il lavoro di Fuani si incrementa ma invece di soddisfarla, la fiacca e la disarma. E un figlio non arriva. In quest’interregno si palesa un crollo emotivo. La ragazza va da uno psichiatra che le prescrive dei farmaci: non è empatico, piuttosto sbrigativo e anonimo. E quando la gravidanza arriva, la depressione è già galoppante, la perdita di senso infinita. Solo i primi tre mesi, rappresentato un interregno di serenità, poi il corpo diventa estraneo e le giornate hanno tutte desinenze negative. La nascita è prematura, la depressione post-partum si aggiunge a quella primaria; le vengono tolti i farmaci per via dell’allattamento e per Fuani, non c’è più nulla. Solo un pensiero costante e nero: andare via per sempre.

Miracolosamente non muore. Sopravvive a se stessa. Sdraiata in un letto di ospedale con un corpo dilaniato e fratturato, che nel suo risaldarsi le lascia il tempo di metabolizzare e ripercorrere.Un tempo necessario a lei e a tutti i personaggi secondari e in controluce di questa storia. Una figlia, una madre e un marito che non l’abbandonano mai. Fino allo sguardo luminoso e attento della dottoressa Pace, un medico che le spiega: “Tu non sei quello che hai fatto. E’ solo una cosa che ti è successa.” La ripresa del corpo è lunga e dolente;gli psicofarmaci fanno effetto e sotto le mani di chirurghi, infermieri e fisioterapisti, Fuani finalmente si sente accolta e comincia a ritrovarsi.

Nel libro traccia un sentiero selezionato di brani, dove lascia la parola a Dostoevskij, Sylvia Plath, Sarah Kane, Miriam Toews, Recalcati, Francesca Woodman, Virginia Woolf, David Foster Wallace, Primo Levi, Cesare Pavese e altri ancora. Sono riflessioni sulle quali prevale la questione del disagio, il buio, la morte come via d’uscita, con le quali la scrittrice si confronta e riflette. Cita spesso Joan Didion con cui spartisce la capacità di raccontare una storia struggente senza sfiorare il tasto del pietismo: il dolore è il tema della narrazione, accerchiato da una lingua perfetta, una capacità di scrittura che cede il passo al lettore e lo mette al centro di un tema tanto intimo quanto universale. Sono molti gli interrogativi che pone e che chiaramente restano irrisolti, anche se dei punti fermi ci sono, come quello che la depressione va curata con i farmaci, affiancata da una terapia; che una neo madre se avverte dei disagi non va lasciata sola, che la vergogna per la malattia mentale andrebbe vinta: parlare, aprirsi, raccontarsi sembra l’unica via percorribile.

Marino l’ha fatto, in un libro dove la protagonista porta il suo nome e ci consegna la sua storia e le sue cicatrici, permettendoci di riflettere su un tema così importante. Non c’è una riga di vergogna in Svegliami a mezzanotte, solo dignità e un senso ritrovato. Del sé e del divenire.

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Marriage Story, le scene da un matrimonio di Noah Baumbach https://minimaetmoralia.it/cinema/marriage-story-le-scene-un-matrimonio-noah-baumbach/ https://minimaetmoralia.it/cinema/marriage-story-le-scene-un-matrimonio-noah-baumbach/#respond Mon, 23 Dec 2019 14:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41952 Marriage Story, l’ultimo film di Noah Baumbach – in concorso al festival di Venezia 2019 – è stato appellato come il nuovo Kramer contro Kramer. Anche se la storia è totalmente rovesciata: nella vecchia pellicola, la madre andava via lasciando un padre alle prese con il figlio e con una genitorialità che sembrava gli fosse del tutto estranea. Mentre qui, è Nicole (Scarlett Johansson) che decide di trasferirsi a Los Angeles e strappare dalle braccia di Charlie (Adam Driver), il loro unico figlio. Ma il risultato è lo stesso: Marriage Story ha il potere di raccontare il dolore che produce la separazione, il senso di fallimento e frustrazione che congela la vita dei protagonisti che avevano creduto nell’amore, il matrimonio, la famiglia.

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Marriage Story, l’ultimo film di Noah Baumbach – in concorso al festival di Venezia 2019 – è stato appellato come il nuovo Kramer contro Kramer. Anche se la storia è totalmente rovesciata: nella vecchia pellicola, la madre andava via lasciando un padre alle prese con il figlio e con una genitorialità che sembrava gli fosse del tutto estranea. Mentre qui, è Nicole (Scarlett Johansson) che decide di trasferirsi a Los Angeles e strappare dalle braccia di Charlie (Adam Driver), il loro unico figlio. Ma il risultato è lo stesso: Marriage Story ha il potere di raccontare il dolore che produce la separazione, il senso di fallimento e frustrazione che congela la vita dei protagonisti che avevano creduto nell’amore, il matrimonio, la famiglia.

Il film inizia brillantemente nell’illustrare i pregi reciproci dei protagonisti, la voce di Charlie ci racconta quali sono le qualità di Nicole e viceversa. È il loro terapeuta di coppia che gli chiede l’ultimo sforzo: lasciarsi con amore. Così in questo testamento amoroso scopriamo una cosa fondamentale, Nicole e Charlie si sono amati sinceramente, inesorabilmente, totalmente. E avevano tutte le carte in regola per farcela, ma qualcosa è andato storto. E questo qualcosa viene narrato in modo sfumato, lieve: perché spesso le separazioni non sono costituite da fatti precisi ma da una somma di piccoli eventi. Come un albero che nel tempo perde le foglie.

Nicole è un’attrice che ha scoperto il successo anche grazie a Charlie, un talentuoso regista teatrale che attualmente ha uno spettacolo in scena a Broadway, (proprio come Baumbach che ha divorziato dall’attrice Jennifer Jason Leigh ndr). La loro vita ruota attorno alla compagnia teatrale; la vita familiare al cui centro, c’è inequivocabilmente il loro bambino. Ma tutto inizia a precipitare quando Nicole viene chiamata a Los Angeles per girare la puntata pilota di una serie televisiva.

Le cose già non funzionano: la routine familiare ha usurato la coppia, il tempo ha prosciugato la passione, la rivalità artistica ha presentato il conto (Nicole, si sente un’appendice di Charlie), eppure loro si erano promessi – questa crisi – di affrontarla assieme. Divisi ma uniti. Ma quando Nicole arriva a Los Angeles, incarica un legale di seguire le pratiche di divorzio. E s’imbatte in Nora Fanshaw (Laura Dern), un avvocato spietato, che mira esclusivamente agli alimenti, alla custodia del bambino, alla cittadinanza californiana per madre e figlio. Charlie, spiazzato e disorientatosi vede costretto a rispondere per vie legali. Incarica prima un avvocato (Alan Alda) mite e magnanimo che non riesce a spuntare nulla, e poi ripara assoldando Jay Marotta (Ray Liotta), un altro squalo del foro, che combatte con le stesse armi del nemico.

Il risultato è un’emorragia economica e l’inizio di una battaglia legale che scava nell’orrore. Liti, recriminazioni, deformazioni della realtà. Il film riesce a raccontare in modo impeccabile come una crisi matrimoniale possa precipitare in un abisso di violenza verbale e giuridica, che sembra non avere memoria dell’incanto dell’amore. Baumbach strizza l’occhio alla cinematografia di Ingmar Bergman (pensiamo a Scene da un matrimonio e Persona). La Johansson nella primissima inquadratura riecheggia le attrici teatrali del maestro svedese: la tuta nera, i piedi nudi, i movimenti del corpo sul proscenio.

Fino allo scontro centrale (eccezionalmente recitato dai due), dove i protagonisti s’inveiscono contro, in un duello di battute pietosamente reali che sembra non lasciare spazio a un futuro dialogo, al recupero di un legame tanto prezioso: ripresi in una stanza bianca i due protagonisti mettono in scena una battaglia fatta di corpi e parole. Eppure Charlie e Nicole una via d’uscita la devono trovare, perché sono genitori di un bambino amato e perché sono due adulti intelligenti. Il film si divide tra malinconia e sorrisi, battute e lacrime; momenti di grande tenerezza che affiorano grazie a un lessico familiare fatto di piccoli rituali che appartengono a ogni famiglia. I gesti, i corpi, le parole dette e quelle taciute, sono riconoscibili da ognuno di noi.

Girato tra New York e Los Angeles che oltre a essere riprese nella loro magnificenza, sono specchio dei protagonisti e teatri di posa delle loro aspirazioni e dei loro sogni. È un film dotato di un’assoluta armonia, nella scrittura, la colonna sonora originale, montaggio e regia. Notevoli sono le interpretazioni principali; Scarlett Johansson sveste i panni dell’icona bionda e patinata e si trasforma in una madre sbadata e ordinaria mentre Adam Driver dalla sua proverbiale altezza osserva il mondo incerto e si muove a tentoni cercando la giusta misura. Laura Dern in stato di grazia: sofisticatissima, agguerrita e senza cuore. Proverbiale il suo monologo dove spiega a Nicole come comportarsi in tribunale: “…qualunque cosa sia Maria, madre di Gesù – è la perfezione. È una vergine che partorisce, sostiene con fermezza il suo bambino e sostiene il suo corpo morto quando se ne è andato. E il padre non c’è. Non ha nemmeno fatto sesso. Dio è in cielo. Dio è il padre, Dio non si è presentato. Quindi devi essere perfetta: Charlie può essere un cazzone,non importa.”

Il film, protagonista del prossimo Golden Globe, già vanta decine di premi. Prodotto da Netflix, è stato campione d’incassi nelle sale cinematografiche, è ora visibile in streaming sulla piattaforma.

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Essere genitori e figli: “Lontano dagli occhi” di Paolo di Paolo https://minimaetmoralia.it/recensioni/genitori-figli-lontano-dagli-occhi-paolo-paolo/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/genitori-figli-lontano-dagli-occhi-paolo-paolo/#comments Tue, 03 Dec 2019 13:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41793 Sei personaggi. Tre donne incinta agli sgoccioli di una gravidanza. Luciana, che lavora nella redazione di un giornale è innamorata dell’irlandese, sparito, forse a Dublino – subito dopo aver saputo che diventerà padre. Valentina, adolescente, inchiodata ad un banco di scuola rifiuta Ermes che l’ha messa incinta; Ermes giovanissimo che non sa dove mettere le mani, e le famiglie dietro, come un muro di ostinata negazione.

E infine Cecilia, che vive tra la strada e una casa occupata, che gironzala con il suo cane Giobbe: testimone silenzioso, ombra, compagno di vita, alla quale la ragazza si affida come fosse lui, un padre. Lei aspetta il figlio di Gaetano, il più “disponibile” dei padri di questa storia, con il quale però manca l’affinità. L’amore non è una faccenda scontata.

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Sei personaggi. Tre donne incinta agli sgoccioli di una gravidanza. Luciana, che lavora nella redazione di un giornale è innamorata dell’irlandese, sparito, forse a Dublino – subito dopo aver saputo che diventerà padre. Valentina, adolescente, inchiodata ad un banco di scuola rifiuta Ermes che l’ha messa incinta; Ermes giovanissimo che non sa dove mettere le mani, e le famiglie dietro, come un muro di ostinata negazione.

E infine Cecilia, che vive tra la strada e una casa occupata, che gironzala con il suo cane Giobbe: testimone silenzioso, ombra, compagno di vita, alla quale la ragazza si affida come fosse lui, un padre. Lei aspetta il figlio di Gaetano, il più “disponibile” dei padri di questa storia, con il quale però manca l’affinità. L’amore non è una faccenda scontata.

Donne giovani, giovanissime che sembrano essere inciampate nella gravidanza (affidata al destino, al fato, all’imprevisto) per caso – perché una notte d’amore – non rappresenta certo un desiderio compiuto. Sono borghesi, proletarie, titubanti, chiuse e ancora – irrimediabilmente – figlie. Ascoltano il corpo come artefice della procreazione ma la loro mente non è allineata al pensiero della maternità, avanzano incerte a caccia di consapevolezza, obnubilate dagli ormoni in circolo.

È il 1983 (anno di nascita dell’autore) e le protagoniste si muovono a tentoni in una Roma a tuttotondo. Suona il motivetto di Tropicana mentre sui muri sono affissi i manifesti con il volto di Emanuela Orlandi e tra le pagine incontriamo Fellini, Andreotti, Jack Lametta. La Democrazia cristiana sta per crollare e la moneta corrente è la lira, le chiamate scorrono nelle linee telefoniche di una volta: esiste ancora il telefono a gettoni – è lontana la frenesia della nostra contemporaneità.

La distanza dell’irlandese è abissale: nessun telefonino, mail, social: è disperso, lontano, introvabile. Le storie si intrecciano mentre Di Paolo le accompagna con uno sguardo affettuoso e registra alla perfezione, i movimenti del corpo e della mente delle sue protagoniste: l’insonnia, il battito cardiaco accelerato, lo sfarfallio dell’embrione; il pensiero onnipresente di non poter tornare indietro, il rimpianto per una giovinezza appena sfiorata che non sarà più. Anche se un bambino non è ancora nato, una donna è già coinvolta nel futuro, consapevole dell’irreversibilità.

Diverso è il destino del maschio. “Un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente”: se la nascita in sé rappresenta un evento sconvolgente per la donna, su l’uomo non incide; solo la sua partecipazione emotiva lo può mettere al centro dell’evento e i personaggi maschili di Lontano dagli occhi, rifuggono la paternità, sono impreparati, impauriti ed estranei – eppure li comprendiamo, senza indugio.

Le vicende si srotolano con naturalezza e piccoli colpi di scena. Di Paolo si affida a una scrittura piana e intima: da del tu al lettore e lo trascina pagina dopo pagina in una storia universale, dove i suoi stessi personaggi nella loro specificità, sono semplicemente il mezzo per raggiungere il cuore, il significato del divenire, sottolineando incessantemente che siamo tutti irrimediabilmente figli ma non per questo genitori.

Fino all’epilogo finale, in cui lo scrittore scende in campo in prima persona e innalza il romanzo, a una narrazione necessaria, autentica e di vitale importanza. Le ultime pagine di Lontano dagli occhi sono una testimonianza preziosa di un percorso – per nulla scontato – di comprensione e adesione alla vita. Un testamento emotivo al quale è impossibile rimanere indifferenti e che ci lascia incantati di fronte alla potenza eversiva della letteratura.

 

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Il tempo interiore https://minimaetmoralia.it/racconti/il-tempo-interiore/ https://minimaetmoralia.it/racconti/il-tempo-interiore/#comments Sat, 09 Nov 2019 08:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41561 di Federica De Paolis

“Chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà.”
Ennio Flaiano

Il divano bianco di pelle sintetica inchiodato dai bottoni. Passo la mano sull’acrilico, la consistenza amorfa. Non bere, non fumare, non fare l’amore hanno cambiato la settimana: il corpo ha reagito mentre la mente è rimasta fedele all’impegno. Un’energia strana impastata dallo stupore i primi giorni; ho camminato ore. Dormito poco. Fino a ieri mattina che mi è crollato il mondo addosso: la testa di piombo, le gambe di calce. E un’apatia pestilenziale che mi ha levato anche la fame. Percepisco il globo biscottato, ovattato in un aroma che non conosco. L’emisfero dei puffi. Azzurro e vaniglia.

Sono stanco. Dev’essere l’emozione di ricominciare.

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“Chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà.”
Ennio Flaiano

Il divano bianco di pelle sintetica inchiodato dai bottoni. Passo la mano sull’acrilico, la consistenza amorfa. Non bere, non fumare, non fare l’amore hanno cambiato la settimana: il corpo ha reagito mentre la mente è rimasta fedele all’impegno. Un’energia strana impastata dallo stupore i primi giorni; ho camminato ore. Dormito poco. Fino a ieri mattina che mi è crollato il mondo addosso: la testa di piombo, le gambe di calce. E un’apatia pestilenziale che mi ha levato anche la fame. Percepisco il globo biscottato, ovattato in un aroma che non conosco. L’emisfero dei puffi. Azzurro e vaniglia.

Sono stanco. Dev’essere l’emozione di ricominciare.

Mi tirò giù la cerniera con inerzia e abbasso i pantaloni a fatica. Metto le mani intorno alle palle e provo a sentirmi. Ho i testicoli diversi, come sacche di sabbia bagnata. Chiudo gli occhi, reclino il capo e penso a Gaia. È seduta alla scrivania e scrive veloce sul Mac. Ha la fronte alta e delle mani perfette. Le sue mani riempiono lo spazio; le muove, le usa e le abusa: le lunule alte, le unghie tonde, lo smalto trasparente e lucido – ora afferrano le natiche, si apre e fa segno di entrare. Non l’ha mai fatto. Mi tocco l’uccello, forte: lo sveglio. E mi levo una scarpa.Vedo Gaia infilarsela; un mocassino marrone scuro, si è voltata.

“Dov’eri?” Mi chiede.

La sdraio sulla scrivania e vedo la sua pancia piatta inabissarsi nella forza di gravità. Le ossa delle anche che sporgono. Le punte delle creste iliache. La prima volta che le ho guardato la fica eravamo al mare. Il mio lettino appena mezzo metro indietro rispetto al suo. Si è stesa e la sua pancia ha fatto un incavo. Una curva concava dalla quale è apparso il pelo, sotto un costume millesimale. Una cosa che non ho mai dimenticato, alla quale torno con una frequenza onanistica assoluta. Quello scorcio di lei. Il desiderio di un sabato baciato da un sole periferico pieno di avvenire. Il vino bianco come acqua. I calzoncini sulla sabbia e poi sul letto. Lei a destra io a destra, poi orizzontali, obliqui, discussi, insieme, ognuno al suo posto. Amo Gaia. Penso di amare Gaia. La caparbia ostinazione di credere che tutto sia possibile. L’andatura confusa a caccia di casa, come si mette sui muretti, sugli sgabelli, sulle scale e mi fa segno di sedere accanto a lei. Come mi bacia la mattina, all’alba di un caffè lungo che non ci sveglia.

Vedo i suoi occhi assonati e ripenso a venire. Le levo il cappotto, lei si volta, sfila i pantaloni piano ma senza togliersi gli stivali; si avvicina e tira indentro la pancia, le mutandine color avorio sono come un filo steso per i panni: la sua fica in verticale; è duro come un osso e mi muovo veloce ma come uno stronzo mi fermo, rallento. Apro gli occhi. Vedo una stampa. Un quadro di Klee. Il volto di un gatto. Anzi un viso. Un gatto umano. Con gli occhi verdi prato. Come la coperta che avevo a casa, dai miei. E la poltrona del mio endocrinologo, un uomo alto come un cactus che mi ha spiegato che non mi si alzava non per il lutto ma perché avevo un adenoma. Una palla benigna che spingeva sull’ipofisi e alzava la prolattina; la prolattina? Non avrei immaginato che il mio corpo la producesse: a 54anni, con una laurea in economia alla Bocconi, un master americano e anni sfiniti a sfogliare i quotidiani – vagando dalla cultura alla scienza, dalla cronaca alla finanza – non sospettavo di produrre prolattina. E in quantità esagerate; pigro, stanco, l’uccello sfinito e un ingrossamento della ghiandola mammaria. Pensavo dipendesse dalla morte di Isabella. Lo pensava anche il mio psicanalista e la puttana da cui sono andato, su appuntamento.

È stata la prima cosa che ho cercato dopo aver sistemato tutto. La morte era ancora stretta. Vivevo nella nostra casa, attraversavo i giorni come un palombaro, sott’acqua, dove tutto aveva un senso diverso. E pensavo che scopare mi avrebbe aiutato. Ma non avevo nessuna intenzione di conoscere, parlare, dire. E respiravo solo lei. Nel letto, nell’armadio, in salone. L’odore mi investiva sul pianerottolo: iodio, alcol e mandarino, della pelle… della pelle, delle spezie in cucina, e il ciclamino appassito; lo stappo di una bottiglia di Franciacorta.

Invece la ragazza, la puttana, odorava di Dixan, prato e Gentalin beta; non ho idea di quanti anni avesse. Ventidue, trentaquattro. Non ricordo la faccia. Solo la macchina che attraversa la città in una penombra metallica, la porta con un vetro smerigliato, una canottiera rosa pesca, un angioma in rilievo sotto la scapola. E le stringhe delle scarpe, le Churchill testa di moro che mi ha regalato Isabella, che fisso mentre racconto alla ragazza, la puttana; dico che è morta la mia donna. Lo dico a tutte le persone che incontro. Lo puntualizzo in continuazione. Lo cerco nelle cose che leggo, negli occhi di chi capisce; il mondo si divide in chi sa e in chi ignora la morte; come quando ti nascono i figli. Le nascite e le morti si somigliano, ti traghettano subito con i tuoi simili, sono spartiacque esiziali. Ti ritrovi scaraventato in un posto dove esiste un pensiero ossessivo. Semplice. È nato. È morta. È arrivato. Se ne è andata. Per sempre. Come le maree di adrenalina: le stesse. E l’assenza di sonno. E il cibo rapido, la doccia bollente, gli occhi sbarrati sulle sensazioni.

La memoria cancella quei giorni. Ci vuole tempo. Un tempo interiore preciso. Questo lo diceva Isabella: “Un tempo interiore preciso”. Era il titolo di un libro di Tarkovskij che ripeteva come un mantra, lei sfogliava, faceva silenzio e poi mi raccontava; abbiamo passato mattine e week end, bicchieri di vino e patatine, cappuccini schiumati; arricciava il naso e diceva: “Senti…” Correva leggendo ma era chiara, incamerava tutto, aveva idee precise e una mente cristallina, veloce, assertiva, rideva. Le piaceva ridere, aveva un modo di far sembrare la vita leggera, anche quando la vita si sottraeva: arricciava il naso – il suo naso come una virgola all’insù – e stringeva gli occhi: anche pelata illuminava la stanza. Mi aveva letto una frase di una lettera di Joyce alla moglie: “Avevi un culo pieno di scorregge quella notte, amore…” Immaginava la moglie con dei mutandoni bianchi, che si riempivano di aria, una puzza pestilenziale e Joyce che sfilava gli occhiali e si ficcava tra le sue gambe. “Ma tu ce lo vedi che annusa il culo a Nora?” Sapeva che si chiamava NoraBarnacle e che la prima volta che si erano visti avevano scopato, aveva una teoria precisa sulla relazione tra i due, aveva una teoria per tutto. Politica, mondana, orfana di padre.

L’ostinazione con cui mi amava aveva senz’altro una radice edipica, la stessa che l’aveva scatenata verso la mia ex moglie e le bambine: un argomento su cui perdeva la ragione. Ho tenuto i piedi in due staffe per un anno. Il senso di colpa e il desiderio s’insinuavano nella mia mente a ritmi alterni – baciare la fronte tiepida delle figlie – la sera al rientro – scoprire negli abbracci coniugali l’attesa del ritorno faceva il pari con le gambe di Isabella e l’avvenire dei suoi occhi promettenti. Quell’anno lo ricordo. Il risveglio color quarzo nella casa verniciata di fresco e il pensiero di lei, i suoi messaggi prima incalzanti e suadenti, e poi i rimproveri, le omissioni, la gelosia come il pane quotidiano. Lo sguardo vuoto di mia moglie, la sue eaffilata e milanese, le posate d’argento del corredo che faceva lucidare pensando che il brillo di una forchetta fosse quello di una vita in comune. Scambiare l’apparenza e il non detto con il vincolo matrimoniale, avanzare come muli ortodossi nella palude d’inverni tutti uguali: Pavia, Milano, Roma; la macchina piena di valige e speranze, inseguendo uno stipendio che metteva al riparo dalla messa in discussione, ambientarsi per rinnovarsi, sopravvivere alla noia, mentre le bambine crescono illuminate dal pensiero che mamma e papà si vogliono bene. Ero solo papà, “Papà dice, papà si arrabbia, papà spegni la luce”. Nell’ultimo trasferimento avevo mandato avanti loro, la casa romana era su due piani, giù la rappresentanza, su le camere da letto e il silenzio. Papà era rimasto a Milano, a traslocare i libri e i documenti, era tempo di cartelline e fascicoli: Settequaranta, Equitalia, miglia Alitalia.

La ragazza l’avevo conosciuta al cinese di Porta romana, compravo nastro adesivo trasparente e scatole da imballare; i capelli a caschetto e i tacchi larghi la radicavano al suolo, lavorava a intimissimi. Margherita, Marzia, Matilde… non ricordo. Intimissimi l’aveva detto allungando le esse, con una confidenza sognante che si riferiva a noi, devo aver pensato. Perché il tempo che ho impiegato a portarla su e a spiegarle che andavo via per sempre è durato quanto scoparla sull’uscio della camera da letto; è lì che è arrivata Isabella – si è creato un varco – nell’attimo in cui afferrandole il bacino mi sono spinto dentro la ragazza e ho dimenticato mia moglie. Entrare nella commessa di Intimissimi è equivalso a uscire dal matrimonio; le natiche sode e i brividi sulla schiena, la gola secca, il fiato corto per un orgasmo occasionale che aveva un’altra spinta. Veniva dai reni. Ho poggiato la testa sulla sua schiena trapezoidale e ho guardato la mia camera da letto vuota – dove avevo concepito le bambine, dove avevo masticato l’abitudine, dove avevo appuntato gli occhiali sul naso leggendo contratti, inalando Bentelan, ingoiando Xanax – e ho pregato che venisse una donna a salvarmi, dall’impegno universale del buon marito, del buon padre.

Quella trasgressione piccola e indecente era stata come un faro nella nebbia; un segreto millesimale che mi aveva restituito un desiderio carnale accecante. Da quel giorno ho sbarrato di nuovo gli occhi: prima ipermetropi, bassi e diligenti, ora a briglia sciolta nella capitale, sui culi tondi e magnifici che tagliavano in due Piazza Navona, la mattina di buon ora, contenuti in un gonna al ginocchio, o sostenuti nei primi leggins tirati su per lo sforzo – sul sellino di una bici; le madri con le camice di seta e i reggiseni color carne, come i capezzoli, come la pelle, come labbra pallide, schiuse sul mio glande e gli occhi grandi a osservarmi, con la supplica silente di non levarmi, rimanere fermo a infilarglielo in bocca, davanti la scuola la mattina, dopo che avevano lasciato i figli; le madri salivano in macchina una alla volta, in fila, in processione – per succhiarmi.

Queste erano le fantasie romane. Poligame. Da uno scenario possibilista si erano trasformate in immagini sovrappopolate di donne in attesa. L’eccitazione di sapere che c’era una fila, diligente e muta, di commesse, bariste, stagiste, infermiere, vigilesse che sfioravano con lo sguardo la terra, scambiavano poche parole, si passavano le mani nei capelli in attesa di essere scopate, inculate, schizzate dal sottoscritto. La fila alle volte la vedevo dall’alto, come un serpente in movimento, una boa umano, il Mississippi. Questo genere di fantasie le avevo avute anche in America, al campus.Da una parte perché la florida giovinezza del Maryland invitava lo sguardo, un’po’ perché la dimensione statunitense aveva corroborato una parte di me già viva – speranza, socialismo, ottimismo coriaceo, spolverata da un pizzico di onnipotenza. Mi stendevo sul mio letto di acero e immaginavo tutte le studentesse in fila, fuori dalla mia stanza: la fila all’epoca, arrivava fino all’ingresso del plesso; un serpentello scuro, una biscia. Il mio psicanalista diceva che la percezione del mondo femminile equivaleva a un raffronto con il maschile, uccello contro uccello, un pene desiderato. Bah…

Quando sono arrivato a Roma con la famiglia, dopo il primo episodio adultero della mia vita – la commessa di Intimissimi – me lo menavo sotto la doccia alle sei e quarantacinque nel bagno di servizio in fondo al corridoio, poi portavo le bambine a scuola tenendole per mano, una a destra, una a sinistra – e lasciavo che la mente incamerasse nuove suggestioni. Alle volte in ufficio all’ora di pranzo me lo menavo di nuovo. E tutto per quella scopata nella casa di Porta Romana, dopo anni di chiavate sempre più rade con mia moglie che non si sforzava neanche di mugugnare. Lei aveva un rapporto con il sesso, legato alla mappatura astrale delle sue ovulazioni: un solo giorno si trasformava in un rapace affamato e per il resto era una sposa ubbidiente. Negli occhi non aveva nulla – speranza, amore, perversione, giudizio: nulla. Si lasciava fare senza grandi entusiasmi.

Tranne una volta che aveva bevuto, una sera a Pavia, tra una figlia e l’altra credo, si era sbronzata di cognac in cucina incrociando un Bartezaghi – perché mai si era messa bere? Lo sguardo liquido, la camicia da notte di seta avorio, i capelli raccolti nel suo chignon presidenziale: a sorpresa mi era salita a cavalcioni, di schiena e se l’era infilato dentro. E parlava faccia al muro, sciorinando oscenità, aveva messo su un atto unico, lesbico, eccezionale. Ripenso a quella fantasia che non è mai tornata a farci visita, al sudore come rugiada all’imbocco delle natiche e lei che si sporge in avanti o gode. Cazzo, mi devo fermare di nuovo. Non posso venire pensando a Clara, sarebbe sacrilego, oltre che ridicolo e inavvertitamente fuori tempo massimo. Questa sega è per Gaia. Il mio terzo tempo, l’avvenire, il futuro. Non pensavo di tornare ad amare dopo Isabella, non perché non abbia speranza ma perché è stato più grande di me. Restare solo in una stanza d’ospedale dopo aver distrutto una famiglia e ripreso a vivere, a vivere così forte da pensare di poter combattere un cancro.

L’ho sentito con le dita della mano, quella protuberanza insidiosa a destra, quel muschioso sassolino sulla parete liscia, lei aveva la testa reclinata e gli occhi schiusi: le veniva il respiro pesante quando iniziava a lasciarsi andare e si dimenticava tutto. Anche le date dell’ultima mestruazione che invece tornavano sempre più ravvicinate, dolenti e insidiose. È partito dall’utero e poi si arrampicato: il colon, l’osso sacro, la colonna. Come una pallina di mercurio che sfugge alla presa: all’operazione, alla chemio, alla radio.

Era il giorno dell’istanza di separazione e mi è venuta incontro con una falcata incerta, le gambe fasciate negli stivali antracite come grattacieli, mi sono levato il casco per sorridere – mi separavo, avrei divorziato, l’avrei sposata – ha reclinato il capo, raggiunto il mio orecchio: “Un carcinoma…” Ci ha fatto paura solo in quel momento, in quella piazza davanti al tribunale, il vento gentile di un’ottobrata romana: ci siamo stretti forte e abbiamo ritrovato le forze, in un secondo. Noi avremmo combattuto, io e Isabella eravamo invincibili.

E così è stato: siamo andati avanti indefessi non perché si stesse avvicinando la morte ma perché era l’andatura del primo giorno. Iniziare ad amarci ha rappresentato una rinascita, era un inno alla vita, un regalo. Una scatola color vinaccia con un nastro di organza rosso grande come un forno. C’era l’India dentro, il Giappone, New York e i natali in montagna, il sesso cosmico, le confidenze assolute, il possesso, il vino, i mobili svedesi, la marmellata di fichi, i corpi ossuti di Bosch, il sonno letargico, un casale in riva al mare, l’odore di iodio, i piedi intrecciati, i fratelli Karamazov e la Montagna di Mann, i capelli persi a ciocche, la chemio, la colostomia, uno spinello di marijuana alle cinque del mattino, la tisana alla verbena, i segreti insospettabili, manciate di pillole, i massaggi ai piedi, mandarini e speranza. E la sua risata memorabile: solo quella su uno sfondo bianco, potrebbe farmi venire e non ha niente a che vedere con il sesso ma con il miracolo di averla conosciuta. Non l’ho persa, ho avuto la fortuna di trovarla. Un tempo breve, sufficiente. Il mio tempo interiore con lei è un’ellissi che finirà con me.

E io sono rimasto nella vita di tutti i giorni, le bambine che sono diventate ragazzine: recuperate nel dolore, tenere e affettuose con i musi affondati nelle immagini di Instagram, i corpi in cerca di una forma, i sogni indifferenti di un’avvenire liceale; Clara a Villa Torlonia con un assegno di mantenimento da jack pot per mettere i cuori in pace. E per un po’ una manciata di donne dalle quali succhiavo certe giornate; il mio uccello era dritto e poi mi sveniva in mezzo alle gambe. Sono finito dall’endocrinologo non per lui ma perché ero fiacco. Quando stava per finire la lezione la testa mi ronzava e mi sedevo dietro la scrivania, blateravo le ultime cose. E poi fuori dall’università il cielo aveva il colore dell’asfalto. “Professore, sta bene?”. Mi chiedevano.

Il primo a chiamarmi professore è stato Paolo Relli, giocavamo a pallone nello steso cortile. Era il figlio del portiere, undici anni, un mancino corretto; in classe gli avevano legato il braccio per cinque anni. Le seghe però se le tirava con la destra, nel bagno di casa, in un silenzio monumentale (sua madre dormiva sempre). Il rituale l’aveva messo su lui, il padrone di casa; l’ospite sceglieva le pagine di un giornalino del padre, le osservava seguendo il suo tempo interiore, due tre minuti, poi chiudeva e si metteva faccia al muro; io lo seguivo, le immagini mi avevo mandato in orbita i primi dieci secondi. La sensazione di non essere solo gonfiava l’aria di atomi pesanti: era diverso, tutto molto diverso. Aveva l’uccello poco più piccolo del mio e se lo tirava in giù: lo attaccava alla coscia e poi lo menava, alla fine poteva anche strofinarlo sulla gamba. Veniva guaendo. Io ero silenzioso, preciso, chirurgico. Dopo mangiavamo sempre un pezzo di pane burro e sale e poi andavamo a giocare: eravamo come una vecchia coppia con dei rituali confortanti.Il burro ho smesso di mangiarlo da relativamente giovane, colesterolo alto da subito insieme alla pressione; l’endocrinologo sembrava più preoccupato da questo che dall’adenoma; per ridurlo mi ha prescritto manciate di ormoni: la prolattina è scesa in picchiata e mi è tornato l’uccello di marmo. Ero l’uomo di un tempo.

Da quanto cresceva l’adenoma non lo so, il pisello era in pensione per il carcinoma; la vita era andata a farsi benedire e i sintomi sembravano conseguenze naturali: quando la cura ha cominciato a funzionare sono risalito sullo shuttle. Prima di incontrare Gaia mi sono ritrovato in uno strano interregno, quello dell’uomo di una certa età, per bene, con un mestiere sicuro, la parlantina veloce, il cazzo parecchio duro. Un mare di quarantenni mi ha attraversato le mani. Ho cambiato casa. Odori nuovi, vecchia pelle. Tutte sapevano che ero vedovo: io questa parola non l’ho mai usata. Gaia sì. Al quarto appuntamento, dopo tre gin tonic che mi avevano sciolto la lingua, mi ha preso la mano e mi ha detto: “Tu mi piaci e anche il vedovo…” Ascoltarmi dev’essere stata dura; gli appuntamenti erano rateizzati -sosteneva che tra un incontro e l’altro aveva bisogno di metabolizzare.

“Cosa?”

“La tua storia favolosa…” Ricorda Diane Kiton ai tempi Woody Allen, e non solo per i pantaloni larghi, le mani in tasca e una visione grottesca della guida e della vita in generale; anche per i due appartamenti che abitavamo. Mi sono trasferito in centro, affaccio sul Pantheon, il copriletto afgano, sul terrazzino rose e gardenie; e poi l’altare come lo chiama Gaia. Le foto di Isabella. Dorme e va via, dorme e resta. I capelli scomposti sul cuscino, i calzini di Gallo forati all’altezza dell’alluce. Diane Kiton manteneva il suo appartamento perché andava a vomitare, abbuffarsi di muffin e waffle, svuotare l’intestino sul cesso dopo un’overdose di lassativi. Tornava da Woody magra come un’acciuga, leggendo Keats, continuando a gesticolare come Annie. Mi domando se anche Gaia tenga l’appartamento per un segreto.

“Perché non vieni a vivere qui?”

“Perché da te c’è un fantasma”

“Ci sarà sempre…”

“Strofina. Vienimi dentro”

“…”

“Ho le tube chiuse”

Trentanove anni e le tube chiuse. Viene dalla provincia, ha preso a spallate la vita, una laurea in psicologia, lavora in uno studio associato: terapista di coppia. Una pratica inesistente ai miei tempi, oggi di gran moda: come l’acido ialuronico o il byte; sostiene di essere stata fortunata, i suoi studi hanno coinciso con l’avvento di certi problemi. Guadagna quanto basta, suona la chitarra, ascolta buona musica: ha le tube chiuse. Una voce melodiosa, scarpe basse, capelli sottili, sorriso gentile, occhi accesi, tube chiuse. Quattro spicci, un gatto di razza, amici collezionati in giro per il mondo (una parete di cartoline) tube chiuse. Cibo bio, sogni bio, parole bio, pazienza bio, psicanalisi bio, amore bio: tube chiuse. Una sera le chiedo se lo vorrebbe un figlio. Lo vuole sì. Verrebbe a vivere da me se fosse incinta. Lascerebbe il suo appartamento dove si specchia ogni mattina all’ingresso e saluta una giovane donna con gli occhi verdi e una tempesta di nei. Alle volte si passa le mani sul ventre e pensa a suo figlio. Arriverà, si dice. Oggi le donne possono tutto. Si passa la mano sulla caviglia quando confessa di aver già congelato degli ovuli. Lì, ha tatuata una chiave di violino. La cosa che mi ha colpito di più. Un segno del destino, un ricordo sulla sua pelle – la chiave di violino. La ragazza del bar allo stabilimento la Vela.

Versilia. 1975. I calzoncini bianchi tagliati dalle forbici fino all’inguine, il seno pesante che gioca nei triangoli fuxia, la pelle macchiata di salsedine, arsa dal sole con le sue chiavi di violino che le pendono ai lobi. Mi da un cornetto Algida mentre mi guarda lì. Mangio tre gelati al giorno e quando cammino verso il chiosco mi tremano le gambe. Una vibrazione infinita, uno sconvolgimento ghiandolare. Il tempo azzurro delle polluzioni. Un giorno ha aperto il cornetto e l’ha leccato, un colpo di lingua denso e spugnoso, i suoi occhi lì.Mi sono venuto nei pantaloni. Isabella impazziva per quel ricordo. Ci rideva: ordinava il gelato da Giolitti, pistacchio e nocciola e appena il tipo le dava il cono, faceva un passo indietro, mi piantava lo sguardo lì e leccava. Alle volte abbiamo riso, altre l’aria si addensava, sentivo qualcosa che partiva dalle ginocchia. Come adesso, che rivedo gli occhi della ragazza del gelato, quella del passato e quella che è morta. Sento lo sguardo in mezzo alle gambe, il desiderio per me, di me e la voce di Gaia che sussurra: “Pietro, dai…”

Penso di averla sentita davvero. Esplodo. Apro gli occhi e la cerco nella stanza bianca ma di lei non c’è traccia. Trattengo il respiro e ascolto l’orgasmo sparire verso le caviglie, come un’onda che si ritira.

Dopo la settimana dell’eucarestia, il seme è denso e colloso; sono stato ineccepibile, ho fatto tutto come mi avevano detto: lo osservo in controluce, è perfetto, abbondante. Metto il tappo e rivedoGaia stamane nel letto: “Pensa a me… promesso?” Ma i figli non vengono necessariamente pensando alle madri, vengono dal desiderio.

Tiro su i pantaloni, la camicia dentro, la cravatta torna al suo posto. Non mi sono neanche levato la giacca. Esco e mi trovo in un corridoio illuminato da un neon lungo una decina di metri, l’aria è surgelata. Mi avvicino al desk, c’è una ragazza con i capelli rossi prugna, la tinta le ha preso il cuoio capelluto, e ci sono residui sotto le unghie mangiate. Le consegno il seme. Il frutto.

Annuisce.

Cerca qualcosa sul computer, probabilmente il mio nome, gli occhi scorrono riverberati da una luce sintetica; ecco l’ha trovato: le pupille dilatate. Volta il capo verso la stampante e aspetta che sputi qualcosa, la macchina attacca, ruggisce, gracchia e tira fuori una serie di sigle, lemmi, segni adesivi. Ne stacca uno, e canticchia tra sé e sé: “Se avessi dovuto scegliere tra la vita e la morte, tra la vita e la morte…”

Sussurro: “Avrei scelto l’America…”

E ci sorridiamo.

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Dio nella macchina da scrivere. Storia di Anne Sexton https://minimaetmoralia.it/libri/dio-nella-macchina-scrivere-storia-anne-sexton/ https://minimaetmoralia.it/libri/dio-nella-macchina-scrivere-storia-anne-sexton/#comments Fri, 16 Nov 2018 07:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38666 di Federica De Paolis

Questo romanzo di Irene di Caccamo, Dio nella macchina da scrivere (La Nave di Teseo), è la storia di Anne Sexton. La poetessa – forse la più nota della storia americana del secondo novecento – insieme a Sylvia Plath. Scritto in prima persona, ripercorre infedelmente una forbice di anni, intercorsi tra un suicidio mancato e quello definitivo.

Anne è sposata, ha due figlie, è una donna di una bellezza abbagliante, borghese, elegantissima, immensamente depressa. Sposa e madre, eternamente figlia. Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor O.: sedute e pasticche; stabilizzatori dell'umore, antidepressivi, sonniferi.

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Questo romanzo di Irene di Caccamo, Dio nella macchina da scrivere (La Nave di Teseo), è la storia di Anne Sexton. La poetessa – forse la più nota della storia americana del secondo novecento – insieme a Sylvia Plath. Scritto in prima persona, ripercorre infedelmente una forbice di anni, intercorsi tra un suicidio mancato e quello definitivo.

Anne è sposata, ha due figlie, è una donna di una bellezza abbagliante, borghese, elegantissima, immensamente depressa. Sposa e madre, eternamente figlia. Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor O.: sedute e pasticche; stabilizzatori dell’umore, antidepressivi, sonniferi.

È lui che le suggerisce di scrivere, la poesia può essere una forma di terapia ma anche una via d’uscita, la ricerca dell’identità mancata. Le parole arrivano subito, Anne compone versi e strofe; è un flusso nuovo e continuo. Partecipa a un gruppo universitario, carteggia con un poeta, si confronta la sua miglior amica Maxime. La scrittura invade tutto, diventa ragione di vita. Il marito cerca di dissuaderla ma è costretto ad accettare: arrivano le pubblicazioni, i soldi, i premi, i reading e infine il Pulitzer, eppure – nonostante l’immenso plauso ricevuto – Anne, non fa che scivolare e rialzarsi dai suoi giorni bui, dalle voci nere, dalle ossessioni e dai pensieri sulla morte.

Salvata perduta e cado.

Scritto come se fosse quasi un diario, Irene di Caccamo inventa nomi e ne mantiene altri, tradisce eventi, li rispetta e immagina, il risultato è una voce di un’autenticità assoluta, che racconta come una partitura musicale, un susseguirsi di giorni, che hanno tutti la stessa faccia.

Come una spirale, veniamo risucchiati nella mente della Sexton e nella sua quotidianità che è come un otto volante di rapporti contraddittori con le figlie, pillole,  drink, sedute psicanalitiche, fiumi di lettere, un’irrefrenabile desiderio sessuale, un ricordo confuso di abusi, un marito che l’adora, detesta e picchia (amore, odio e riparazione: una coazione perfetta per la Sexton), gli amanti, la ricerca delle parole, l’insicurezza ma anche la forza: un’ostinazione assoluta per la poesia.

La maschera come forma di difesa che s’incancrenisce fino alla confusione, il corpo come pozzo infinito di desiderio: violato, usato, indiscusso. È un libro che si legge tutto d’un fiato, accurato e profondo: lo spaccato di una società – la middle-class americana – un momento storico di ferventi attività culturali, un susseguirsi di paesaggi, cieli vuoti e pieni che si accordano all’interiorità incredibilmente indagata, di questa eroina della poesia contemporanea.

Una scrittura dolente e sì, poetica, intima, psicanalitica. Alla fine (straziante) si resta con la voglia di rileggere tutta la poesia della Sexton, ora così illuminata e fortemente svelata dal prezioso occhio di Irene di Caccamo.

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Vinpeel degli orizzonti: alla ricerca di un altrove https://minimaetmoralia.it/libri/vinpeel-degli-orizzonti-alla-ricerca-un-altrove/ https://minimaetmoralia.it/libri/vinpeel-degli-orizzonti-alla-ricerca-un-altrove/#respond Sat, 13 Oct 2018 08:18:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38358 di Federica De Paolis

Peppe Millanta è lo pseudonimo di un'artista. Quale che sia il suo vero nome, questo giovane scrittore è anche un Musicista di Strada, teatrante, diplomato in Drammaturgia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico. Ha esordito nel mondo letterario, qualche mese fa, con il romanzo Vinpeel degli orizzonti, edito dai tipi della Neo; la casa editrice abruzzese, per la prima volta, ha "tradito" la sua coerente linea editoriale per aprirsi al nuovo. La definizione di genere è favola per adulti, la più suadente è: fiabesca, incantevole, meravigliosa. La sfida ha avuto un discreto successo, il libro si è aggiudicato una signora lista di riconoscimenti: Vincitore Premio “John Fante – Opera Prima”; Vincitore Premio “Alda Merini”; Vincitore Premio “Augusta”; Premio “Quercia in favola; Premio “La Pania”; Premio “Bovio”; Premio “Borgo Albori”.

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Photo by Aaron Burden on Unsplash

Peppe Millanta è lo pseudonimo di un’artista. Quale che sia il suo vero nome, questo giovane scrittore è anche un Musicista di Strada, teatrante, diplomato in Drammaturgia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico. Ha esordito nel mondo letterario, qualche mese fa, con il romanzo Vinpeel degli orizzonti, edito dai tipi della Neo; la casa editrice abruzzese, per la prima volta, ha “tradito” la sua coerente linea editoriale per aprirsi al nuovo. La definizione di genere è favola per adulti, la più suadente è: fiabesca, incantevole, meravigliosa. La sfida ha avuto un discreto successo, il libro si è aggiudicato una signora lista di riconoscimenti: Vincitore Premio “John Fante – Opera Prima”; Vincitore Premio “Alda Merini”; Vincitore Premio “Augusta”; Premio “Quercia in favola; Premio “La Pania”; Premio “Bovio”; Premio “Borgo Albori”.

Millanta ha scritto un libro assolutamente unico, costruendo un universo a sé, dove il pensiero dominante – e controtendenza – è che esiste sempre una seconda possibilità. Poche anime, abitano il paese di Dinterbild, circondato dal nulla e da cui è impossibile fuggire. Personaggi che si ritrovano nella locanda, giocano al lancio dei nani e seguono logiche astruse. Vinpeel, l’ipnotico e poetico protagonista, scorge un altrove che vorrebbe raggiungere, accompagnato dal suo amico immaginario Doan, con cui discetta, chiacchiera e sogna. Altro protagonista del romanzo è il mare, luogo simbolico su cui Millanta costruisce eventi elegiaci: Vinpeel riesce a comunicare con il padre affidando i suoi messaggi alle conchiglie, che l’uomo ascolta per poi consegnare le sue storie a delle bottiglie che lascia scivolare in acqua. Il mare che Vinpeel e Doan cercano di svuotare per riuscire a fuggire. Ci sono parole cancellate dal dizionario poiché superflue e la ricerca spasmodica di attimi perduti, e infine l’arrivo di Mune, una bambina che non parla, piovuta dal cielo. Millanta organizza un mondo nuovo e sconvolge anche la pagina dello scrittore (diminuisce i caratteri, salta un capoverso, riprende tre righe dopo) il ché, per il lettore non corrisponde a un disordine (né a un’azione “dadaista”) piuttosto all’incontro con il nuovo universo, affiancando il cammino di un ragazzo che cerca di scoprire il mondo, soprattutto attraverso la fantasia. Incantevoli i dialoghi. E certe suggestive morali.

Ogni giorno del mondo aveva il suo mare, e ogni giorno del mare la sua conchiglia, e ogni conchiglia, dentro, aveva la sua storia. A patto di saperla ascoltare.

Da dove arriva questa storia?

Ammetto che è una domanda abbastanza difficile cui rispondere. Col senno di poi sicuramente da qualcosa che mi portavo dietro. All’interno del libro ci sono molte tematiche che mi hanno formato, sia emotivamente che caratterialmente. Credo si sia trattato di un modo per trasformare qualcosa di doloroso in qualcosa di dolce. Ci sono molte delle cose che mi piacciono, e molte delle cose che mi fanno più paura, tutte miscelate insieme. Sicuramente quindi questa storia viene dal mio vissuto, anche se viene raccontata e deformata attraverso la lente della fantasia. Si tratta infatti di una “favola per adulti”, come è stata definita, che parla della ricerca della felicità e dei rapporti umani.

Nel romanzo è abbastanza centrale il personaggio dell’amico immaginario. Me ne parli?

La storia è ambientata a Dinterbild, un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, abitato da una ottantina di anime. C’è soltanto una strada che porta a Dinterbild, ma nessuno ormai ricorda più dov’è che porti. Tutti sono convinti che al di fuori di Dinterbild non ci sia nient’altro, tranne Vinpeel, il protagonista, e questo Doan, che sono gli unici ragazzini di questa comunità. Non so se Doan sia un amico immaginario, o un alter ego. E’ sicuramente l’unico confronto che ha Vinpeel, l’unica persona con cui poter parlare, e con cui poter fantasticare. E’ un ragazzino che ha perso un attimo. E’ convinto che le persone abbiano tutti gli attimi messi in fila, uno dietro l’altro, e poi all’improvviso ne ha perso uno. E da allora la sua vita si è fermata. Per questo motivo cerca questo attimo in maniera spasmodica, perché è convinto che la sua vita non potrà più andare avanti senza quell’attimo. Doan è forse il simbolo di un po’ tutta la narrazione. In lui si concentra soprattutto il tono di questa storia.

Hai avuto dei riferimenti letterari per questa storia? Si è parlato di Kusturika, Màrquez, Calvino, Baricco… Chi ti ha profondamente suggestionato, ammesso che ci sia?

Mi hanno suggestionato in tanti. Anzi in tantissimi. I film di Kusturica sono stati illuminanti, soprattutto per il ritmo della narrazione e per i personaggi: così carichi, così impossibili, eppure così reali. Ma allo stesso modo il cinema di Fellini e della Wertmuller, che ho amato all’inverosimile e che sicuramente hanno contribuito a formare il mio immaginario non troppo ancorato alla realtà. Marquez e la letteratura latino americana sono sicuramente per me un punto di riferimento. Penso a Cortazar, a Manuel Scorza, a Quiroga. Marquez l’ho adorato sin da subito. L’incipit di “Cent’anni di solitudine” mi ha fatto secco al primo colpo. Ero un adolescente e per la prima volta sentivo raccontare una storia così come mi sarebbe piaciuto raccontarla a me. Oltre quelli che hai citato tu c’è anche Gianni Rodari, così come Cesare Zavattini, che reputo davvero uno dei migliori. Ma mi sono lasciato suggestionare molto anche dalla letteratura francese: Boris Vian, Queneau, Perec hanno un modo di giocare con la scrittura davvero prezioso. Ma molto importanti sono stati anche cantautori come Chico Buarque de Hollanda, o drammaturghi come Pinter. E ora la smetto sennò non la smetto più. Quando parlo di ciò che mi piace potrei starci per ore

Il libro sta avendo molti riconoscimenti, come ti senti?

La cosa non può che farmi ovviamente piacere, ma la strada è ancora lunghissima. Sono ancora al primo romanzo. Bisognerà macinare ancora tanti e tanti chilometri. Quando il libro è uscito l’incertezza era tanta. Ero consapevole di avere tra le mani un romanzo sui generis, forse un po’ disorientante. Col senno di poi si è trattato anche di un bel rischio, che ho condiviso con l’editore. “Purtroppo o per fortuna”, mi ripetevo per farmi coraggio, “questo sei tu”. Sarebbe stato inutile scrivere un qualcosa di diverso, perché non sarei riuscito ad investirci granché a livello emotivo. E credo che se una storia non è capace di prosciugarci l’anima mentre la scriviamo, non sarà mai capace di toccare qualche corda nel profondo di chi ci legge.

Come è il tuo rapporto con la scrittura?

Amore e odio. Lo ammetto. Sono pigro. Soprattutto nell’iniziare. Mi piace molto di più leggere. Però una volta che mi calo all’interno del progetto ho difficoltà ad uscirne. Divento ossessivo. Adoro scrivere quando so cosa scrivere. Soffro molto nel momento dell’ideazione.  Credo sia un po’ come il parto (a quanto si dice, perlomeno): dimentichi la sofferenza, e sei pronto a ricaderci di nuovo

Hai già un nuovo progetto? Vuoi perseguire su questo genere?

Progetti sempre tanti fortunatamente. Teatro, musica, narrativa, insomma gli spunti non mancano. Non ho idea del genere con cui mi sono cimentato, quindi non saprei rispondere. Molto dipenderà dalla storia che vorrò raccontare. E’ lei che decide il genere, senza forzature.

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Il superstite, la fiaba nera di Massimiliano Governi https://minimaetmoralia.it/libri/superstite-massimiliano-governi-intervista/ https://minimaetmoralia.it/libri/superstite-massimiliano-governi-intervista/#respond Thu, 28 Jun 2018 12:16:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37659 di Federica De Paolis

Il superstite, non ha nome. Una mattina come un'altra, con la figlia sulle spalle va a casa dei genitori. Tutto è avvolto nel silenzio, le luci del giardino sono stranamente accese. Lascia la bambina fuori dal cancello e si avventura dentro casa; l'acqua scorre sul pavimento: la sua famiglia è stata sterminata, fratello, sorella, padre e madre. Non c'è nessun indugio sul ritrovamento dei corpi: non si tratta di un racconto macabro, né sconvolgente, è un'azione "anomala" eppure inevitabile che il Supersite si vede costretto a compiere. Di fronte al corpo inanime del padre, l'uomo gli sfila un mocassino e lo annusa.

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Il superstite, non ha nome. Una mattina come un’altra, con la figlia sulle spalle va a casa dei genitori. Tutto è avvolto nel silenzio, le luci del giardino sono stranamente accese. Lascia la bambina fuori dal cancello e si avventura dentro casa; l’acqua scorre sul pavimento: la sua famiglia è stata sterminata, fratello, sorella, padre e madre. Non c’è nessun indugio sul ritrovamento dei corpi: non si tratta di un racconto macabro, né sconvolgente, è un’azione “anomala” eppure inevitabile che il Supersite si vede costretto a compiere. Di fronte al corpo inanime del padre, l’uomo gli sfila un mocassino e lo annusa.

La malta di questo prezioso romanzo, uscito per e/o, è costituita da minuziosi dettagli, centrale lo straniamento del protagonista – allevatori di polli – che resta impassibile e attonito, di fronte al più sconvolgente dolore che un essere umano possa subire. Sul modello di grandi testimonianze letterarie della non-fiction, quali Truman Capote in A sangue freddo (citato più volte nel libro) e L’avversario di Carrère, Governi racconta la tragedia e l’evoluzione di questa, con una scrittura ancora più austera e una voce controllatissima: ci traghetta nella mente e nella vita di uomo che subisce un atroce destino e cade in una sorta di torpore perenne, una nube di polvere avvolge i suoi pensieri e le sue azioni. “Non è colpa mia se vivo e respiro / E mangio e bevo e dormo e vesto panni”. Questa, la frase in esergo di Primo Levi: paradigma della fiaba nera. Un romanzo breve, descritto all’osso: quello che interessa Governi è l’essenza. Una vicenda straordinaria capitata a un uomo qualunque, di cui non è necessario il nome, perché: Quell’uomo aggredito e invaso dalla cancellazione della sua famiglia, ero io eppure non lo ero. Tutto sembrava vero e falso allo stesso tempo.

Quell’uomo fa parte della nostra storia e Governi gli rende umanissima giustizia.

Come è arrivata questa storia?

Mi sono ispirato liberamente a un fatto di cronaca nera accaduto quasi trent’anni fa.  Sono partito proprio dal Superstite, l’unico sopravvissuto al massacro, che in quel momento non sa nulla, non sa, avendo perso padre, madre, fratello e sorella, se davvero è al mondo, se davvero è nato.

Perché, in quel momento, in un momento non esistono più la madre e il padre e non ha più una sorella e non ha più un fratello. Loro non ci sono più per lui, nemmeno lui non c’è più per loro. La storia familiare è cancellata e quella cancellazione lo aggredisce e l’invade.
Rischia, e forse teme, di sparire in quel momento. Mi interessava quindi capire come lui avrebbe vissuto, da quel momento in poi.

È sorprendente come riesci a descrivere lo stato d’animo del tuo personaggio: una rarefazione tra dolore, stupore e straniamento, me ne parli?

Dal lat. superstĭte, deriv. di superstāre ‘stare sopra’. Ho cercato di farlo stare sempre sopra, il mio personaggio. Sopra la tragedia, sopra i lutti, sopra l’isolamento, sopra la sconfitta, sopra la malattia, sopra tutto. Un po’ come Meursault nel libro di Camus.

La tua voce è coerente, lavori di sottrazione, come se t’interessasse soprattutto lo scheletro. E questo stile riesce ad abbracciare una storia così forte e detonante. Si crea un grande equilibrio. Vorrei sapere che tipo di lavoro fai.

È semplice. Si tratta di aprire due file. In uno metti tutto quello che tagli – il settanta per cento – e in un altro quello che rimane. Alla fine nel file dei tagli ci sono settecento, ottocento pagine, e nel file del romanzo, un centinaio.  Lavoro sempre così.

Nei tuoi libri ci sono i sogni: ritratti simbolici, pezzi d’inconscio del personaggio che riesci a descrivere. Parliamo del sogno.

Prima di mettermi a scrivere, cerco sempre di cogliere l’anima invisibile del libro e  capire come darle una forma visibile. Seguendo analogie segrete, simboli invisibili.  Se non riesco a cogliere quell’anima, di solito il libro si impianta quasi subito.

Il secondo luogo d’azione del romanzo, è l’America. Perché l’hai scelta?

Per la Tyson Foods, il più grande trasformatore di pollame al mondo, che è in Arkansas. Volevo che tutta la vita del mio personaggio, ruotasse intorno ai polli.  Anche i sogni che fa riguardano sempre i polli. Le favole e le storie che legge alla sua bambina parlano di polli. Il pollo è legato alla spirale sacra di morte e rinascita.

Sei diventato un adattatore. La consideri una buona palestra di scrittura (mi riferisco ai dialoghi)?

Mi piace come lavoro, ma non mi serve nella scrittura e non mi è d’aiuto. Perché nei libri che scrivo non mi interessa ricalcare il modo in cui le persone parlano, i loro dialoghi realistici:  come diceva anche Wallace, preferisco cercare di riprodurre il suono dei pensieri e il modo in cui procedono.

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Tutto male finché dura: intervista a Paolo Zardi https://minimaetmoralia.it/letteratura/male-finche-dura-intervista-paolo-zardi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/male-finche-dura-intervista-paolo-zardi/#comments Tue, 22 May 2018 06:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37255 Paolo Zardi, classe 1970, padovano, ingegnere, ha esordito nel 2010 con la raccolta di racconti “Antropometria” per Neo Edizioni: con questa coraggiosa casa editrice ha pubblicato la seconda raccolta di racconti, “Il giorno che diventammo umani” (2013) e con il romanzo “XXI Secolo” (2015), è entrato nella dozzina dello Strega. Del (2017) è “La Passione […]

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Paolo Zardi, classe 1970, padovano, ingegnere, ha esordito nel 2010 con la raccolta di racconti “Antropometria” per Neo Edizioni: con questa coraggiosa casa editrice ha pubblicato la seconda raccolta di racconti, “Il giorno che diventammo umani” (2013) e con il romanzo “XXI Secolo” (2015), è entrato nella dozzina dello Strega. Del (2017) è “La Passione secondo Matteo”. Zardi spesso racconta di essersi sentito “plasmato” dai tipi della Neo – che di fatto – l’hanno accolto in purezza; autore per diletto: scrive soprattutto sui treni, mentre il paesaggio scorre, macina 5000 battute l’ora.

Approccia la letteratura con dei temi che gli sono cari: la contemporaneità in primis, un occhio lucido sulla vita quotidiana, non indulgente e piuttosto riflessivo. Una prosa liscia e “anatomica”, molto attenta agli effetti collaterali degli eventi. Si avventura deciso sul sesso, le relazioni, i tradimenti, il destino: immerge i suoi protagonisti in paesaggi urbani decodificati e totalizzanti. E’ un arguto e prolifico: con Intermezzi ha pubblicato il romanzo breve “Il signor Bovary” (2014), mentre con Feltrinelli Zoom è uscito con “Il principe piccolo” (2015) e “La nuova bellezza” (2016). Ha curato la raccolta di racconti “L’amore ai tempi dell’Apocalisse” (Galaad, 2016).

Il 3 Maggio è uscito “Tutto male finché dura”, prima prova con Feltrinelli. Un romanzo legato ai precedenti ma più “ludico”, una voce più asciutta che ha dato vita a questa storia. Perché per Zardi, è la voce che decide.

Sei arrivato a quello che potremmo definire un genere grottesco: come mai, cosa ti ha spinto verso questa scelta?

Non si tratta di una vera e propria novità: il grottesco compariva in almeno tre racconti della mia prima raccolta, “Antropometria”, ed è presente anche in “XXI Secolo”, del quale questo romanzo è l’ideale continuazione. Il genere grottesco permette di scardinare alcune certezze: ogni volta che si entra nel regno del ridicolo, ridiamo e allo stesso tempo ci vergogniamo di noi stessi. È quando veniamo messi davanti a una nostra caricatura, dove l’esasperazione dei nostri tratti principali è divertente e allo stesso tempo dolorosamente rivelatrice. Alla fine dell’ottocento gli anarchici gridavano uno slogan che poi fu ripreso a Roma negli anni sessanta: una risata vi seppellirà. Lo sberleffo è l’ultima arma di difesa che gli ultimi hanno per provare a ripararsi dal potere.

Hai messo in scena un antieroe per eccellenza, un personaggio senza nome con il quale è impossibile identificarsi – eppure – per il quale si prova una certa empatia. Da dove nasce questo personaggio?

Ho sempre avuto una passione per i personaggi capaci di unire una totale assenza di morale a una certa simpatia umana – sono per lo più uomini che, per la loro incapacità di adeguarsi alle regole di una società, o per la forza che li spinge verso il perseguimento di piaceri tutto sommato effimeri, finiscono per rovinarsi con le loro stesse mani. Nel primo romanzo che ho pubblicato, “La felicità esiste”, compariva un prototipo del personaggio di questo libro. Si chiamava Marco Baganis, e, a differenza di questo, era molto triste; per seguire un desiderio incontentabile, il più classico e banale, a dire il vero, quello verso ogni donna in grado di respirare, mandava in rovina la propria famiglia, salvo poi pentirsi, inutilmente, di quanto fatto. E in quest’ultimo romanzo, tra le tante false identità scelte dal personaggio principale (che per la maggior parte del libro assume nomi e cognomi altrui – solo nel finale si scoprirà, incidentalmente, il suo vero cognome, che è un omaggio a un grandissimo intellettuale e a un discreto romanziere dei primi del novecento), c’è anche quella di Marco Baganis.

Dal punto di vista narrativo, gli uomini pessimi sono una vera miniera di situazioni tragicomiche: sono come dei camion senza freni che, fischiettando, scendono lungo i tornanti di una montagna. Scrivere di loro è un’esperienza sempre entusiasmante.

Il tuo stile sembra essersi assottigliato, come se avessi lavorato di lima: questa nuova scrittura è nata per sostenere la storia?

È successo esattamente il contrario. Per più di un anno, la voce che poi ho usato per questo libro mi ha costretto a rinunciare alle storie che avrei voluto raccontare, e che emergevano piuttosto numerose: una partita a scacchi tra Nabokov e Turing, tre gravidanze che si intrecciano tra loro nel corso di centomila anni, una famiglia che racconta la propria vita dall’aldilà come in una poesia di Edgar Lee Masters. Ho il pc pieno di false partenze, capitoli che non vedranno mai la luce. Alla fine, mi sono rassegnato: dovevo rovesciare l’approccio, partire dalla voce e arrivare all’oggetto del mio romanzo. Così mi sono messo a pensare a quali sarebbero stati i personaggi, l’intreccio, l’ambientazione, i luoghi, in grado di sopportare, e giustificare a posteriori, questa scelta stilistica.

Anche in questo libro, il tuo sguardo sulla vita moderna è molto forte: dalla descrizione della città, ai social, a tutte le declinazioni del contemporaneo. Questo è un tema centrale nei tuoi libri. Come vivi tu, come essere umano la contemporaneità: ne sei affascinato o impaurito?

Chi scrive dovrebbe cercare, per quanto possibile, di descrivere, e rappresentare nel modo più fedele, l’impronta che il mondo lascia sulla propria vita. Non credo che quest’epoca sia la peggiore tra quelle che si sono susseguite nel corso dei secoli e anzi, è probabile che chi vive in occidente adesso sia la persona più fortunata nella storia del mondo; tuttavia, è innegabile che ci sono molte cose che non vanno anche in questo mondo, o che non funzionano come ci si potrebbe aspettare. Il tema di fondo è l’ineguaglianza sociale, la profonda frattura che da sempre esiste tra chi possiede il capitale e chi vive del proprio lavoro: da questa tensione, nascono quasi tutte le mie storie. Dal punto di vista narrativo, credo che anche questo secolo offra notevoli spunti, alcuni dei quali assolutamente nuovi, come appunto la pervasività, e la centralità, dei social nelle vite delle persone: la “rete” non è il male assoluto, anzi, ma obbliga a riconsiderare il modo con il quale nascono e si sviluppano i rapporti e l’evoluzione di un pensiero condiviso. Tutto questo mi affascina e mi impaurisce allo stesso tempo. Il timore ha cause intrinseche: come succede più o meno a tutti, mi relaziono con un secolo attraverso gli strumenti che si sono formati in quello precedente, applicando un pattern superato e inadatto. Come molti miei coetanei, ragiono ancora in termini di morale, di visione politica, di centralità del lavoro; ma questi temi non sono più centrali, e ne ho la conferma osservando i miei due figli, che ora hanno quattordici e undici anni, e che io considero le mie “talpe” infiltrate nel contemporaneo. Ascoltano musica molto particolare (tra tutti, Tha Supreme e Lil Pump), si relazionano con il mondo attraverso i loro cellulari, non hanno alcuno dei pregiudizi che infestano la mia generazione (ad esempio metà dei loro compagni di classe viene da un paese straniero). Per me, rappresentano un punto di osservazione straordinario; e quando li guardo, quasi sempre penso, tra me e me, che anche se no ci capirò nulla, andrà tutto bene.

Stai lavorando su nuovi progetti?

Poiché la scrittura è l’unico hobby che ho, mi trovo sempre ad avere un qualche progetto tra le mani. Il più imminente è un soggetto per una graphic novel che dovrebbe uscire a settembre – è un’esperienza totalmente nuova che mi sta facendo scoprire un mondo intero. L’editore è Miraggi di Torino, che vuole inaugurare una nuova collana. Per il momento ci stiamo occupando del numero uno; una volta concluso, passerò il testimone a un altro autore. Subito dopo, c’è l’intenzione di andare a chiudere una raccolta di racconti, questa volta per Neo Edizioni, la casa editrice con la quale sono cresciuto in questi otto anni. C’è già parecchio materiale e stiamo capendo insieme come organizzarlo nel modo migliore. In sospeso, c’è la storia delle gravidanze che si intrecciano: è un romanzo breve già finito e sto capendo con il mio agente, Daniele Pinna, quale potrebbe essere la sua destinazione.

E poi? Altro romanzo finito è quello che racconta la storia di un uomo  che soffre di depressione che perde la testa per una ragazza, precipitando in un’ossessione che si trasforma in tragedia: è forse il libro più cupo e amaro che abbia mai scritto. Infine, sto raccogliendo le forze per scrivere un libro che metta insieme gli scacchi, l’intelligenza artificiale, Nabokov, Turing e Hitler. Mi ci vorranno anni, per finirlo – è il progetto più ambizioso che abbia mai intrapreso, tanto che non so se sarò in grado di portarlo fino in fondo. In ogni caso, so per certo che anche i prossimi anni saranno occupati da questa passione.

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Stregati: La madre di Eva https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-madre-eva/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-madre-eva/#comments Fri, 04 May 2018 13:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37114 di Federica De Paolis

Silvia Ferreri è una giornalista, La madre di Eva è il suo primo romanzo, pubblicato dagli implacabili tipi della Neo Edizioni. In finale per lo Strega. Un libro urgente e prezioso che tratta il tema della disforia di genere. Il primo romanzo italiano che abbraccia questa questione dal punto di vista di una madre, una madre senza nome. Prendere la decisione di avere un figlio è importante. E’ decidere di avere per sempre il tuo cuore in giro al di fuori del corpo, diceva Elizabeth Stone. Lo dice anche Silvia Ferreri, che è riuscita in un'impresa ardua, rendere la storia di una minoranza, universale.

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Silvia Ferreri è una giornalista, La madre di Eva è il suo primo romanzo, pubblicato dagli implacabili tipi della Neo Edizioni. In finale per lo Strega. Un libro urgente e prezioso che tratta il tema della disforia di genere. Il primo romanzo italiano che abbraccia questa questione dal punto di vista di una madre, una madre senza nome. Prendere la decisione di avere un figlio è importante. E’ decidere di avere per sempre il tuo cuore in giro al di fuori del corpo, diceva Elizabeth Stone. Lo dice anche Silvia Ferreri, che è riuscita in un’impresa ardua, rendere la storia di una minoranza, universale.

Ti promisi che sarei stata paziente e che sempre avrei cercato di spiegarti le cose con calma e serenità, promisi che ti avrei amata tutta la vita qualunque cosa fosse successa, promisi che ti avrei protetta da tutto e che non ti avrei imposto nulla, che ti avrei lasciata libera di scegliere sempre ciò che volevi diventare, essere o fare.

È questa la promessa della madre di Eva, in gravidanza. Alla sua bambina. Parla a sua figlia: racconta la sua storia e le dà una voce. La voce del leone.

È seduta nel corridoio di una clinica serba, e aspetta Eva, sedata e inanime, che ha affidato il suo corpo alle mani di un chirurgo. Vuole cambiare sesso.

La madre di Eva, non è quieta, non è conciliata, non è il ritratto di una certa borghesia della sinistra illuminata, cui appartiene. E’ dilaniata, esanime, eppure combatte: ha perso le sue certezze, il brio della vita, il senso dell’esistere. Il corpo che ha generato, “costruito” per nove mesi, appartiene al suo stesso sesso. Un corpo identitario che di essere come lei, non ne vuole sapere. La sua bambina di diciotto anni, non vuole le ovaie, la vagina, l’utero, i seni: è da quando è nata che aspetta questo giorno. Sogna la lama del chirurgo che la incide e la cancella, per farne un uomo, un ragazzo saturo di testosterone, saldato da cicatrici incancellabili.

Silvia Ferreri, ripercorre tutto dai tempi dell’incanto. C’è una gravidanza voluta e felice. I primi mesi di maternità sono estatici, la madre e la bambina sono in una casa che è un gheriglio ovattato, di suoni tenuti, di sonni letargici, di accudimento magico. Il primo campanello trilla alla scuola materna, Eva non gioca con le bambole, reclama di appartenere all’altro sesso: è un maschio, sia chiaro. La pediatra è rassicurante, a quattro anni l’identità non è ancora plasmata. Ma Eva, come un pirata continua a rivendicare il suo sesso, è un uomo lei, si chiama Alessandro. Lo grida a una cuginetta in preda all’isteria: ha cinque anni. I campanelli suonano uno dopo l’altro, senza scampo. Fino a quando i genitori aprono gli occhi e vanno da una terapeuta, Maddalena. Maddalena che asseconda Eva, la lascia giocare con le macchinette e indossare la maschera di Batman, fino a diventare anche lei il nemico pubblico numero uno: la sodale, colei che lavorerà in combutta prima con una bambina, poi con la ragazza che cerca a tutti costi la sua nuova carcassa, fatta di ormoni, capelli corti, e il sogno di un pene, che per la madre di Eva, non è che un cannolo di carne attaccato alla sua vagina chiusa. E così via, fino a Belgrado: la città antracite, dove Eva metterà la parola fine, al suo tormento. Silvia Ferreri dimostra una maestria incredibile nel cucire una storia umana puntellata di colpi di scena, una narrazione inchiodante, un percorso rivoluzionario.

Una lotta estenuante tra madre e figlia. Una battaglia umana, giuridica e sociale, spietata e comprensibile. La sua voce cerca la colpa, in questo percorso di transizione. Ogni madre la cerca. La sua è pesantissima. Una figlia che sceglie di non essere come lei, si oppone alla madre, alla sua radice. Un viaggio fatto di silenzi, bracci di ferro, e pensieri. La voce di una madre senza nome, dolente e assoluta. Perché tutto ciò che attraversa un figlio – tutto ciò è incomprensibile per un genitore, ed è portatore sano di dolori, delusioni, sconvolgimenti – è un’ascesa negli inferi. Che traghetta all’isolamento forzato, a un mondo oscuro e chiuso, che fino a ieri sembrava il mondo degli altri. Loro sono “gli altri”, noi siamo diversi. Noi siamo intelligenti, noi siamo coscienti, noi siamo attenti. Noi siamo consapevoli.

In quest’opera prima scritta con una lingua netta e incisa, Silvia Ferreri non giudica e non prende posizioni, si abbandona a una storia che è riuscita a raccontare in modo esemplare. Una storia intima, viva e imprescindibile che coinvolge tutti noi.

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Bestie https://minimaetmoralia.it/racconti/bestie/ https://minimaetmoralia.it/racconti/bestie/#comments Sat, 21 Apr 2018 10:28:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36987 di Federica De Paolis

Nessuna infanzia è priva di terrori.
Philip Roth

Nell’estate del 1978, quando al nostro rientro ci saremmo dovuti trasferire in Via del Pellegrino, mio padre disse a mia madre che non se la sentiva, voleva prendersi una pausa. Non ebbe il coraggio di ammettere, che dopo otto anni di matrimonio, si era innamorato di un'altra donna. Disse solo che era infelice, che aveva bisogno di pensare, starsene per conto suo, ridisegnare i confini di un’esistenza che gli stava sfuggendo di mano. Nel corso dell’ultimo anno aveva lottato contro violenti attacchi d’ansia, era diventato vulnerabile e fragile. Passava notti insonni a fumare Gauloises senza filtro guardando la punta della sigaretta brillare nel buio. Era accecato dalla paura di morire.

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Nessuna infanzia è priva di terrori.
Philip Roth

Nell’estate del 1978, quando al nostro rientro ci saremmo dovuti trasferire in Via del Pellegrino, mio padre disse a mia madre che non se la sentiva, voleva prendersi una pausa. Non ebbe il coraggio di ammettere, che dopo otto anni di matrimonio, si era innamorato di un’altra donna. Disse solo che era infelice, che aveva bisogno di pensare, starsene per conto suo, ridisegnare i confini di un’esistenza che gli stava sfuggendo di mano. Nel corso dell’ultimo anno aveva lottato contro violenti attacchi d’ansia, era diventato vulnerabile e fragile. Passava notti insonni a fumare Gauloises senza filtro guardando la punta della sigaretta brillare nel buio. Era accecato dalla paura di morire. Non riusciva a prendere sonno, temeva di non risvegliarsi più, passava ore camminando in lungo e in largo per casa, e alla fine, quando da fuori vedeva sorgere l’alba, crollava esanime, blandito dagli ansiolitici. Mia madre si aspettava ingenuamente che la crisi svanisse da un giorno all’altro con la stessa repentinità con cui era apparsa. Era evidente quanto fosse lontana dal comprendere la natura distruttiva di quei disturbi. Perché tutto a un tratto l’uomo dal sorriso brillante che aveva dimostrato di sapersela cavare in ogni circostanza passava le giornate a fissare il vuoto? Che stava succedendo? Cuore in gola, palpitazioni, ansia: erano sensazioni a lei sconosciute; per afferrarle nella loro complessità avrebbe dovuto calarsi in meandri che neanche sospettava esistessero. Eppure cercò di aiutarlo in ogni modo. Fu accondiscendente, solerte, premurosa. Ma quando seppe che aveva un’altra, e che la cosa era seria, crollò. Non riusciva a credere che nel mezzo della tempesta suo marito avesse trovato un nuovo amore.

Rimase chiusa in camera a piangere per settimane, convulsamente. Non so se mi parlarono, se qualcuno mi disse che papà avrebbe smesso di vivere con noi; la cosa in sé non aveva alcuna importanza ai miei occhi. Mio padre non era il mio mondo, io ero legata visceralmente a mia madre, era con lei che volevo stare. L’assenza di mio padre non sembrava costituire un problema. Il problema, semmai, era che mia madre stava andando in pezzi e io non sapevo come arginare la sua sofferenza.

La separazione dei miei genitori mi confinò in un emisfero solitario. All’improvviso persi qualsiasi riferimento; mi ritrovai nel centro di Roma, un ambiente sconosciuto, così diverso dal quartiere Trieste, dov’erano i luoghi incantati della mia infanzia, il Parco Nemorense e Villa Ada. Anche la mia tata andò via: Florentina. Una donna filippina paziente e aggraziata con cui passavo gran parte delle mie giornate. Era lei a portarmi al parco. Mi vestiva, mi lavava, mi accompagnava a scuola. Si prendeva cura di me con sollecitudine materna. La sera cenavamo insieme, io sulla mia seggiolina lei in piedi; diceva che così avrebbe digerito meglio. Mi aveva insegnato a lavarmi i denti prima sotto e poi sopra, a mangiare gli occhi dei pesci, a pettinarmi fino allo sfinimento. Nel vecchio quartiere avevo qualche amichetta, ma era con lei che mi divertivo di più. Ora che era andata via, e mia madre vagava affranta per la casa, passavo lunghi pomeriggi davanti alla televisione scartando Cipster, Mars e Big Babol, elettrizzata dal suono della sigla di Bim Bum Bam: prendevo peso languendo in una bolla foderata di noia e solitudine.

La casa di Via del Pellegrino era un appartamento scenografico di duecento metri quadri, all’ottavo piano, senza ascensore, con una terrazza mozzafiato che affacciava sui tetti della vecchia Roma. Era di proprietà di una nota attrice teatrale, Valeria Moriconi, passata alla storia per aver recitato una parte incantevole accanto a Totò in Miseria e Nobiltà. Ricordo la lunghissima scala che divideva la stanza con il terrazzo dal piano di sotto; c’erano tre saloni e tre camere da letto, una cucina lunga e stretta, decine di metri quadri che io e mia madre non riuscivamo a riempire, esiliate nei nostri crucci.

Cenavamo in cucina appollaiate su alti sgabelli; mangiavamo mais, pasta al pomodoro, petti di pollo. Il telefono alle otto squillava, lei rispondeva: diceva , diceva insomma, diceva è tuo padre, e mi lasciava la cornetta. Io facevo silenzio e la guardavo, mentre con gli occhi bassi inzuppati di tristezza intingeva il pane nel piatto.

A settembre m’iscrisse alla Mater Dei, una scuola elementare per sole ragazze in Trinità dei Monti. Si trattava di un istituto blasonato che pullulava di cognomi altisonanti; le mie compagne si chiamavano Camilla, Lavinia, Ginevra, ed erano figlie di senatori, avvocati, chirurghi. L’edificio destinato ad accoglierci era imponente, con aule lustre e austere che affacciavano su giardini fioriti e crocefissi lignei che scintillavano sulle pareti immacolate. E poi c’era la divisa di ordinanza, rigorosamente blu: gonna plissettata, colletto bianco, ballerine e cerchietto. Non era consentito portare capelli troppo lunghi, né presentarsi con acconciature sofisticate. Durante le ore di lezione sedevamo educatamente tra i banchi, scandivamo le prime lettere dell’alfabeto e recitavamo il Padre Nostro sgranando il Rosario. Le suore erano severe, determinate: inculcare nei nostri cuori il cattolicesimo era la loro missione. Mio padre e mia madre in realtà erano atei, si erano sposati con rito civile, io non avevo ricevuto i sacramenti. In casa non si pregava e non si parlava di Dio. Avevo frequentato l’asilo e la prima elementare sempre in una scuola privata, ma c’era un clima diverso rispetto al rigido indottrinamento della Mater Dei. Qui si faceva sul serio: bacchettate sulle mani, occhi bassi, facce contro il muro; si pregava fino allo sfinimento, la merenda era condita con il senso di colpa, la giornata era puntellata di obblighi e pensieri cupi. L’unica cosa che mi piaceva di quella scuola era la divisa: vestirmi tutti i giorni allo stesso modo metteva ordine nel mio caos emotivo.

Non legai con nessuna delle mie compagne, del resto era impossibile fare amicizia durante le ore scolastiche; anche solo rivolgersi la parola sembrava costituire un azzardo agli occhi delle sorelle. Cercavo di essere più diligente possibile: temevo le punizioni e avevo cominciato a sviluppare un terrore sotterraneo nei confronti di Dio. La sera, anziché perdere tempo davanti allo specchio a pettinarmi come mi aveva insegnato tata Florentina, mi inginocchiavo accanto al letto e pregavo. Pregavo soprattutto per le bugie che dicevo.

«Hai mangiato due Kinder Cereali?»

«No, solo uno…»

Ave Maria piena di grazia…

Un giorno mi cadde un bicchiere in terra e scoppiai a piangere. Piansi immaginando l’inferno ingoiarmi. Mia madre era allibita; continuava a fissarmi mentre urlavo che Dio mi avrebbe punito. Mi abbracciò, cercò di rincuorarmi, disse che il Diavolo non esisteva, dovevo stare tranquilla. Il giorno dopo iniziò a interessarsi per farmi cambiare scuola.

Dal mondo monastico della Mater Dei finii in un istituto di sapore montessoriano in via dei Giubbonari. La “Trento e Trieste” era una scuola frequentata da un acquario incredibilmente eterogeneo e vivace. I miei nuovi compagni erano Siddartha, una bambina riccia e asciutta che era la figlia di Ilza, un mimo che ci aiutava ad allestire le recite di fine anno; Mirka, un bambino lungo e ossuto che a otto anni suonava il sax; Matteo Garrison, figlio di due musicisti africani, prima emigrati a New York e poi a Roma; André, con i capelli ramati, figlio di Beatriz, una ballerina brasiliana che ricordava Sonia Braga; Giuliano, che aveva il padre a Regina Coeli; Marta, la figlia del pizzicagnolo. E poi c’era Fabiola: una creatura con occhi lunghi e fulgidi capelli color onice, pervasa da una sensualità precoce che lasciava i maschi inebetiti. Era lei a capitanare il branco, una bambina tenace e fallica che aveva saputo conquistare la classe a colpi di parolacce.

In quella scuola si faceva il tempo pieno. La mattina studiavamo con la maestra Cuzzolaro, una signora attempata dai modi garbati, minuta e esile, vestita sempre allo stesso modo: gonna grigia, chignon argenteo e un filo di perle. Cercava di contenere la classe come poteva, insisteva sulla grammatica, l’aritmetica, la storia e la geografia; sedeva accanto ai bambini provando docilmente a persuaderli all’ascolto. Ogni tanto perdeva la pazienza; era come se cercasse di mettere in pratica un metodo del quale non era completamente convinta. Portava le mani al petto, arrossiva, tremando biascicava: «Ma insomma ragazzi, non possiamo andare avanti così, questa è una scuola, non un campo estivo!» Nessuno le dava retta, e dopo un attimo di silenzio il disordine riprendeva.

L’entusiasmo e l’attenzione si accendevano quando entrava in scena lei – la maestra Sciunzi, un’energica ragazza dall’aria volutamente sciatta, con una tolfa a tracolla, dialettica, sempre pronta ad accogliere il plauso dei bambini, ad accontentarne le fantasie. Con lei si disegnava per ore, si faceva giardinaggio (avevamo allestito un orto sul terrazzo della scuola; semi di pomodoro, zucca, papaveri), ogni settimana si cambiava la disposizione dei banchi assecondando l’umore: oggi siamo una esse, siamo triangolari, siamo un elissi, un cerchio, siamo liberi. Si batté come un’erinni per portarci al cinema Farnese ogni mercoledì mattina. Nella didattica della Sciunzi il bambino doveva seguire le proprie inclinazioni, potenziarle al massimo, anche se ciò significava trascurare le materie principali.

Il primo anno rimasi in disparte, ostinatamente seduta al mio banco, incapace di relazionarmi. Avevo continuato a indossare la divisa della Mater Dei sebbene mia madre mi avesse suggerito di toglierla. Ogni mattina varcavo il grande portone ad arco a piccoli passi, retta e compita nella mia gonna plissettata, mentre una fiumana di ragazzini in jeans, giubbotto di panno, Kefiah e Clarks mi travolgeva imboccando l’ampio corridoio. Non impiegai molto a diventare l’oggetto di scherno della classe. «Cicciona viziata, chi ti credi di essere?»

All’inizio furono parole, insulti, scherzi beffardi; dopo un po’ cominciarono a suonarmele, spesso nell’ora ricreativa, su in terrazzo, dove la Sciunzi lasciava i ragazzi liberi di esprimersi. Fabiola capitanava il cerchio nel quale venivo stretta: pugni, calci, spinte. Incassavo i colpi come un sacco di sabbia; senza piangere, tornavo in classe rintronata dalle botte e dall’umiliazione.

Un giorno rincasai con un dito lussato e un enorme ematoma sulla tempia. Mia madre m’incalzò per ore fino a quando non sputai il rospo. «A scuola mi menano.»

I miei genitori chiesero di parlare con l’insegnante; tra loro non comunicavano quasi più, appena un saluto di circostanza nei giorni in cui mio padre passava a prendermi; eppure decisero di affrontare insieme il problema.

La maestra Sciunzi indisse una riunione, un dibattito in piena regola dove tutti in egual misura avrebbero avuto la possibilità di dire come la pensavano. Arrivai scortata dai miei genitori e presi posto tra loro. Un presepe scomposto. Non riuscivo a muovermi, ero paralizzata dalla vergogna; il senso di colpa che mi avevano instillato alla Mater Dei mi suggeriva che tutte quelle botte erano meritate, dovevo pagare, ero rea, andavo punita.

Il processo si svolse nell’aula della terza C: le pareti erano tappezzate dei disegni ispirati dalla Sciunzi. Alle sei di sera, quando il buio cominciava a calare, la maestra prese la parola: «Allora, Federica è tornata a casa ferita. Federica dice che durante la ricreazione la menate, è così? Giuliano, dico a te, guardami, è così?»

Giuliano fissava il pavimento di piastrelle arancio, le spalle strette da uccellino. Nessuno fiatava. Le sedie erano dislocate in cerchio. Seduta tra mio padre e mia madre mi sentivo ancora più fragile, più stupida.

«Va bene, non ci siamo capiti. Qui c’è un problema. E il problema va risolto. Parliamo? Perché la menate?»

La maestra Sciunzi aveva densi riccioli che le cadevano sulla fronte ogni volta che si muoveva. Era sempre in cerca di qualcosa, ti puntava gli occhi addosso, accavallava le gambe, ti osservava con aria interlocutoria finché non reagivi.

«Perché è stronza!» disse Fabiola a un tratto. Teneva lo sguardo alto, non aveva paura di nulla.

«Marta, sei d’accordo? Federica è stronza?»

Marta annuì; pesava sì e no quaranta chili, mosse la testa in avanti come una marionetta disarticolata.

«Sì, è stupida, è sempre triste, non gioca, non parla, che ci viene a fare a scuola?» Mirka aveva la voce più sicura.

«E poi perché si veste in quel modo?» rincarò Fabiola. «Chi si crede di essere?»

La Sciunzi si voltò verso di me: «Federica, lo senti che dicono? Bisogna che ti svegli, che ti difendi.»

L’atteggiamento della maestra ci lasciò a bocca aperta. La Sciunzi non voleva discutere l’aggressività della classe nei miei confronti, piuttosto indagare le ragioni della mia passività, darmi una spinta verso la vita. Ragionava come un allenatore di boxe. «Te le hanno suonate, avanti, alzati in piedi, tocca a te!»

Non riuscii a dire nulla, fissai un punto a spillo fino che la vista sfumò in un abbaglio; aspettavo che tutto finisse, avrei voluto scomparire tra le pieghe della mia gonna, assottigliarmi.

Mio padre provò a dire la sua: «Maestra, ad ogni modo, la violenza non è una soluzione.»

«Mi chiamo Teresa… e tu?» rispose lei con un sorriso disteso, gli occhi freschi della giovinezza, fiduciosa di aver trovato la soluzione, quella cosa lampante, che era lì, che tutti fiutavano, tranne noi.

«Valerio…» disse sorpreso mio padre.

«Valerio, aiutiamo Federica a reagire…»

Mio padre restò con la bocca asciutta e nessuno aggiunse nulla. Le pedine non si erano mosse di un solo millimetro, l’odio della classe si era fortificato, una muraglia di sguardi m’intrappolava nella mia postura di vittima. Tutti andarono via. La Sciunzi ci salutò con enfasi. Era incredibilmente entusiasta del risultato ottenuto.

Quando fummo fuori dalla scuola, mio padre fece un sospiro nel buio, guardò mia madre e lei, tenendomi per mano, disse: «Amore andiamo, è tardi, fa freddo.»

Tornai a casa spossata dalla mortificazione: avevo fatto la spia, avevo ascoltato in silenzio tutte quelle offese, subendo gli sguardi accusatori dei miei compagni, ora che la Sciunzi li aveva esortati a parlare. Ero la bambina grassa che si faceva accompagnare da mamma e papà, la spiona, quella con la divisa che non sapeva difendersi, la stronza.

Due giorni dopo, nella palestra con le spalliere in legno, la cavallina, le palle mediche dislocate in fila, i bastoni di legno ammassati in un cesto, il linoleum come una scacchiera monocromatica, il cerchio si formò di nuovo: c’era il sole fuori, tagliava la palestra in fasci obliqui; qualcuno iniziò a spingermi, i corpi ondeggiavano, le facce si confondevano, erano solo mani, calci, gomitate, ginocchia piantate nella schiena. Qualcosa improvvisamente mi animò; anziché atterrirmi, la paura mi scosse. La voce della Sciunzi mi riecheggiava in testa. Bisogna che ti svegli, che ti difendi! Mi mossi veloce e decisa, uscii dal cerchio e afferrai il bastone di legno della palestra, lo brandii, stringendolo forte all’impugnatura; poi cominciai a colpire. C’era una bestia dentro di me che fino a quel giorno era rimasta sopita, e adesso ruggiva, mi tirava gli arti da dentro, sapeva esattamente in che direzione colpire. Diedi bastonate sui costati, sulle teste, gridavo che dovevano lasciarmi in pace. Gridavo, sì, senza piangere.

Aveva ragione la Sciunzi: bisognava reagire. Nessuno mi toccò più con un dito, nessuno si permise più di attaccarmi. Né con le parole né con le mani.

Anzi si avvicinarono tutti e io mi schiusi, presi confidenza, dismisi i panni della vinta, dell’esclusa, dell’emarginata.

A Giugno ero al fianco di Fabiola; mi aveva presa nella sua squadra di palla avvelenata; indossavo jeans, magliette colorate e espadrilles rosa che mi aveva tinto mia madre; mi facevo una coda di cavallo alta come un personaggio dei cartoni animati che adoravo: Penelope Pizzo. Senza rendermene conto, cominciai a dire parolacce. Mortacci era quella che preferivo, la usavo continuamente. «Mortacci, è spuntato un pomodoro!»

Lavorai per quattro mesi con la Sciunzi a un cartellone teatrale. La Cuzzolaro era incredibilmente fiera dei miei pensierini, e a fine anno ballai in prima fila alla recita scolastica: ero una ciliegia di lurex rossa che saltava sulle note di Toquinho (i mesi di lezioni con la madre di André avevano dato i loro frutti).

Iniziò un interregno nel quale, nonostante la tristezza che si respirava in casa, a suon di bastonate presi a farmi largo nella vita. Cominciavo ad abituarmi alla scuola, all’appartamento in Via del Pellegrino, all’ombra di mia madre che si spostava da un salone all’altro senza meta.

Quello che seguì fu un anno in cui il suo pianto si spense gradualmente e l’abulia sfumò. Cominciò a uscire la sera, dapprima soltanto nei weekend, poi anche durante la settimana. Aveva ripreso a frequentare una vecchia amica, Lidia, una ragazza bene dei Parioli che ora viveva a due passi da noi, in Via dei Cappellari, insieme a uno spilungone inglese biondo cenere, Cristian, e a due spinoni con ciocche di pelo arruffate come dred che di notte dormivano sdraiati nel salone tra cuscini e tappeti indiani. Spesso quando tornavo da scuola li vedevo a campo de’ Fiori mentre mangiavano pizza bianca o fumavano con gli occhi rivolti al sole, i cani scodinzolanti ai loro piedi. Furono Lidia e Cristian a introdurre mia madre in quella parte di Roma che sul finire degli anni ‘70 accoglieva soprattutto comunisti estremi, alternativi e rivoluzionari. Per una certa borghesia che si era svegliata tardi, quegli anni rappresentarono l’onda lunga del Sessantotto. Chi si trasferiva a Campo de’ Fiori dai quartieri alti si soffiava via dalle spalle il perbenismo, gli ideali democristiani, parlava un romano ostentato, fumava erba, dava del tu a chiunque e giocava a fare l’artista. Fu una forbice di anni, prima dell’avvento del socialismo, in cui si respirava un’aria di sinistra libertaria, che in realtà era a sua volta un conformismo capovolto, una forma di omologazione, una maschera, come la divisa della Mater Dei.

Mia madre sembrava a suo agio nei panni della rivoluzionaria figlia dei fiori. L’aspetto da signora per bene, buone maniere e sobrietà, faceva parte di quella vita che stava cercando di dimenticare, non c’erano più i ristoranti con le posate d’argento e i tovaglioli di lino, i locali dove ballare sotto luci stroboscopiche fino a tarda notte come l’Opengate e il Jacky ‘O, sbronzandosi di gin tonic e tirando cocaina. C’erano le trattorie a buon mercato, la matriciana e il vino rosso; si camminava per le strade del centro illuminate da una luna di piombo, si finiva nelle case suonando le chitarre o i bonghi, si ballava strusciando gli occhi su tappeti di cocco, si fumava hashish, erba, si parlava fino alle prime luci dell’alba.

Anche mia madre cominciò a invitare un sacco di gente; il cerchio si allargava di volta in volta, il citofono di Via del Pellegrino suonava in continuazione: persone sconosciute passavano, si fermavano oppure andavano via dopo qualche minuto. Partecipavo anch’io all’inizio delle serate, la promiscuità faceva parte del nuovo spirito rivoluzionario; cani, gatti, bambini, uomini e donne: non c’erano distinzioni. Mi sedevo sul divano con il piatto in mano e li guardavo, era come stare davanti alla televisione. Spesso venivano a parlarmi, ma non ero trattata da bambina. Non mi era chiaro se mi considerassero già adulta o se loro si comportassero come ragazzini. Imparai presto a conoscerli uno a uno. Hanghel, un filosofo spagnolo che girava su un Honda CB 500 Four K2; Pier Carlo, un alcolizzato appassionato di vintage che aveva rubato la faccia ad Albero Sordi e che disegnava Micky Mouse, Paperino e Pippo come Michelangelo; Giuliana, una minuta ragazza calabrese che parlava giapponese e assiepava origami; Angelo e Massimo, due splendidi trentenni accompagnati da ragazze mozzafiato; Milly, che vendeva lampade a Via dei Cappellari; Graziano, che blaterava convulsamente sulle Brigate Rosse.

Mangiavano fumanti piatti di pasta, poi spengevano le luci e la casa s’illuminava di citronelle; le candele erano sparpagliate ovunque, l’incenso mitigava l’odore della marijuana: «Vai a dormire amore, è tardi» diceva mia madre a un certo punto della serata.

La faccia rivolta verso la parete, il coniglio di pezza da stringere sulle costole, lo sciamare di voci che s’allontanava, mentre Haidi mi accompagnava in camera. Era la ragazza filippina che mia madre aveva assoldato per tenermi compagnia quando usciva. Ordinata, mite, taciturna, Haidi pattinava nelle pulizie, stirava e cantava sommessamente sempre la stessa litania, per ore.

Con Haidi era entrato nella mia vita anche Tommy, un piccolo criceto beige che mi fu regalato per il compleanno. Tommy dormiva accanto al letto, era il mio unico interlocutore: un bambino a quattro zampe, un amico immaginario di vene, pelo e olfatto cui raccontavo i miei segreti. «Tommy, lo sai che mi è successo oggi?» Passavo interi pomeriggi a inseguirlo, lo tenevo in braccio come un neonato, mi piaceva guardarlo mentre si riempiva la bocca di cibo. Defecava di continuo, lasciandosi dietro un sentiero di palline solide; ogni giorno stendevo a terra tre pagine di un quotidiano, poi pulivo la gabbia e versavo acqua nel bricchetto; quando non correva sulla ruota bianca, il mio compagno di giochi usciva annusando il pavimento in cerca di cibo; sparpagliavo in terra semi di girasole e mais, e mi sdraiavo sul petto mentre Tommy spingeva il piccolo muso contro il mio, gli occhi senza iride opachi come biglie.

Ero preoccupatissima quando Lidia e Cristian venivano a casa con i loro spinoni; chiudevo Tommy nella gabbia chiedendogli scusa per il torto, perché in fondo era a casa sua, spettava a lui circolare libero.

Tommy fu il primo cui raccontai di Giulio.

Era arrivato poco dopo agli altri, ma conquistò immediatamente la scena. Girava con una corda lunghissima cui erano attaccate un mazzo di chiavi, la faceva roteare nell’aria ed era capace di farle volare da una mano all’altra con incredibile maestria, sembrava un giocoliere. Quando tornò mi affacciai sperando che facesse ancora qualcosa di sorprendente. E lo fece. Si avvicinò, masticando una gomma americana con cui faceva enormi palloncini, e dalle mie orecchie fece apparire cento lire come fossi un salvadanaio. Seduto sui talloni mi sorrise e mi regalò il bottino. Era di una bellezza abbagliante, un filiforme ragazzo etiope da parte di padre, italiano per madre: aveva ventotto anni, un Apollo mulatto altissimo ed esile come un giunco, con denti di madreperla, molleggiato e scolpito. Aveva un naso piccolo e importante, gli occhi lunghi e definiti come se un tratto di china li avesse descritti. Indossava sempre Superga bianche e camicie ampie, si muoveva rapidissimo, metteva la musica a tutto volume e ballava We will Rock you. Di tutti quelli che passavano per casa, Giulio era l’unico che dimostrasse un interesse autentico nei miei confronti. Anche quando me ne stavo chiusa in camera, lui veniva a salutarmi; il suo modo di fare mi catturava, era spontaneo, libero.

E poi aveva un incredibile ascendente su mia madre.

Quando compariva, lei s’illuminava. Le veniva fuori una risata scrosciante, sbatteva gli occhi, gesticolava, come se non riuscisse a contenere l’euforia. Aveva cambiato modo di vestirsi: indossava pantaloni spantex fuxia, magliette fluorescenti, giacche enormi con spalline a punta; e una serie di gadget, tra cui braccialetti di cuoio nero, con borchie e zirconi. Si era persino tagliata i capelli, i suoi lunghi capelli biondi, cedendo alla moda della permanente. Cominciava a somigliare ai suoi nuovi amici. Una trasformazione che Giulio sembrava approvare, che forse aveva incoraggiato, trovando in mia madre un’adepta compiacente.

Che tra lei e Giulio stesse accadendo qualcosa era evidente, non c’era bisogno di parole. E le parole non c’erano. Forse non mi sorpresi la prima volta che lo vidi gironzolare per casa di primo mattino. E neanche quando lo trovai nel letto di mia madre completamente nudo. Non era imbarazzato, al contrario; era a suo agio: Giulio non subiva il giudizio del mondo, men che mai quello di una bambina che lo scrutava senza avere il coraggio di alzare gli occhi.

Cominciò a farsi vedere anche di giorno, passava più tempo insieme a mia madre. Si erano messi a fare magliette con l’aerografo; appendevano delle fruit of the loom bianche a un pezzo di compensato e poi ci sparavano sopra il colore, una gettata istintiva alla Pollock; si divertivano come adolescenti, facevano una maglietta a turno, sfidandosi, correggendosi, iniziando tra un colpo di giallo e di azzurro, un amore che era un gioco. La signora di trentatré anni, fresca di separazione, con l’esotico ragazzino nero.

La sera si preparava con cura nel bagno verde acquamarina, si travestiva: «Vado a mangiare con Giulio…»

La mia deliziosa mamma bionda non era più dalla mia parte, era sparita nelle trame delle lenzuola bianche su cui si stagliava il corpo mulatto di Giulio. Andavo a scuola da sola, tornavo con le mani in tasca, salivo su una sedia in cucina, arrivavo ai fornelli, mi scaldavo una scatola di mais con il burro, poi alle cinque del pomeriggio accendevo la televisione e sognavo di essere un’orfana bionda con i codini.

Giulio prese posto nelle nostre vite allungandosi giorno dopo giorno come un’iguana. Aveva un modo primitivo di stare al mondo che affascinava mia madre, mangiava spesso con le mani, girava nudo per casa, scalzo, si avvoltolava dei parei africani intorno alla vita, alla testa, al collo, aveva la risata facile e contagiosa, e un eleganza innata. Con me non si comportava da patrigno, non impartiva ordini e non pretendeva di educarmi; cercava di coinvolgermi in modo burlesco e infantile, mi faceva fare le capriole in aria, mi sollevava da terra, la sua forza fisica era abbacinante. Il ballo, l’esuberanza, quella condizione per cui il corpo supera la mente, erano le strade che congiungevano i nostri mondi. Due bambini amati dalla stessa donna.

La musica suonava sempre, anche in macchina, scorrazzavamo per la città su una Mini novanta veloce come un furetto, che Giulio guidava; da dietro li guardavo, lei bianca latte e biondo platino, lui bruno e mulatto. La sua presenza potenziava una parte che era dentro di lei, attaccavano bottone con tutti, allacciavano amicizie sul momento, si tiravano dietro la gente investendola con la loro allegria. S’intendevano con gli occhi, con il corpo, si stuzzicavano di continuo. Mentre lui guidava, le mani si annodavano sul cambio, c’era un campo elettrico dominato dalla loro attrazione fisica che a volte mi coinvolgeva, spesso mi turbava. Soprattutto di notte, quando li sentivo gemere nella camera da letto accanto alla mia. Ridevano, belavano: la mia stanza si trasformava in uno spazio vuoto su ci si scagliavano orgasmi ostentanti come meteoriti.

Ogni tanto Giulio perdeva la pazienza o rispondeva in modo perentorio. Fumava moltissimo hashish. Iniziava la mattina presto a girarsi una canna, riusciva a fare tutto con una mano. Il fumo influenzava parecchio il suo modo di essere; con gli occhi scheggiati di capillari rossi ondeggiava per casa, sorridendo; si muoveva leggero come in assenza di gravità. Altra volte diventava schivo, freddo. La sua persona sembrava attraversare un confine dove la temperatura del suo umore cambiava, in un attimo la sua allegria poteva cadere a terra, smascherando uno sguardo arrabbiato, addirittura guardingo.

Una domenica partimmo per una gita fuori porta. Ci fermammo al primo autogrill dopo il casello, comprammo dei panini e Giulio si mise in fila per pagare. La cassiera rimase infastidita dai suoi modi sbrigativi: scattante, con un rock immaginario che gli rombava nelle orecchie, era passato davanti scavalcando un tizio. La donna sussurrò qualcosa di molto offensivo a denti stretti: «Ma guarda sto’ negro di merda…» Lui sentì, si voltò e la guardò impietrito. Rimase con le gambe aperte e ben piantate al suolo; la furia che lo stava attraversando era visibile, aveva le vene del collo in rilievo, digrignava i denti. D’un trattò liberò la bestia, cominciò a tirar giù le rastrelliere con le musicassette e i giornali, a rovesciare i cesti delle caramelle, poi prese a calci la cassa e grugnì in modo disumano. I baristi si affacciarono dal bancone, gli avventori posarono tazze e cornetti e si voltarono. Giulio da solo lottava con tutte le sue forze. Quando si fermò sfiancato, con le mani che gli tremavano si avvicinò alla cassiera: «Prova a ripeterlo ad alta voce, stronza!» urlò, sputandole in faccia zampilli di saliva.

Io e mia madre lo seguimmo verso l’uscita, eravamo incredule, non potevamo immaginare una furia simile. Non pagò i panini e nessuno si permise di proferire parola. Giulio si era scagliato contro quella donna in nome della sua razza, una cellula impazzita nel suo corpo si era ribellata con forza primigenia a quella forma di discriminazione. Il punto era questo. Non far vedere uno straccio rosso al toro.

Una settimana dopo eravamo di nuovo in macchina, una Ritmo ci tagliò la strada, Giulio tirò giù il finestrino e insultò il guidatore, che gli rispose per le rime, ma senza usare epiteti razzisti. Lui lo inseguì, sgattaiolando con la Mini nel traffico romano, tagliò la strada al conducente della Ritmo impedendogli di procedere, tirò il freno a mano con forza, prese il crick da sotto il sedile e balzò fuori dall’auto. Si avventò sul pover’uomo, lo tirò fuori come se non avesse peso, un fazzoletto tra le sue mani nere, lo scaraventò sul cofano e picchiando col crick a un centimetro dalla sua faccia, urlò: «Pezzo di merda, ora voglio vedere se continui a fare lo stronzo.»

Gli distrusse la macchina e andò via come aveva fatto dall’autogrill. Neanche quella volta mia madre disse nulla.

Ma cominciò ad aver paura, e io con lei.

Se Giulio era in casa, ci muovevamo in punta di piedi; mia madre era molto attenta a non raccogliere le provocazioni, ma bastava che non gli prestasse attenzione perché lui perdesse la testa. Quando era fuori di sé, dirottava la rabbia sul primo oggetto che gli capitava a tiro. Sembrava come dominato da un bisogno primario di fare a pezzi qualcosa. Solo così riusciva a placarsi.

A Pasqua arrivò un gigantesco uovo di latte: era alto un metro, screziato da floreali disegni di zucchero, avvolto in una frusciante carta trasparente con un nastro rosso ben in vista. Mia madre lesse il bigliettino che lo accompagnava e disse immediatamente: «Diciamo che l’ha mandato papà, sennò Giulio si arrabbia.»

Annuii. Verbalizzando lo stato delle cose, mia madre segnò un confine tra noi e lui. Era un reclutamento: dovevamo fare squadra se volevamo sopravvivere.

Ascoltami bene, io e te.

Una sera mi ritrovai a letto con loro, Giulio leggeva “Il Manifesto”, avevamo appena finito di cenare, e mia madre mi aveva dato un pezzo di cioccolata; mentre masticavo dissi: «Che buono! Chissà chi è che ci ha regalato un uovo così grande.» Non ricordo di aver fatto caso all’espressione di mia madre, né di aver avuto il tempo di cogliere la mia inavvedutezza; nella testa c’è l’immagine di Giulio che stringe il giornale tra le mani e salta dal letto un istante dopo aver visto mia madre scattare in direzione del corridoio, mentre io corro a perdifiato dietro di loro, per andare a rifugiarmi sotto al tavolo, da dove vedo Giulio strattonare brutalmente mia madre, e colpirla, colpirla senza ricordarsi che è la donna che ama, che ci ama, senza pensare che si tratta di mia madre.

Le conseguenze di quel pestaggio furono un occhio tumefatto e una rotula fratturata. Mia madre rimase claudicante per un mese. Giulio riparò dietro uno sguardo basso da cane bastonato; in un tempo che non aveva lo stesso peso delle percosse (ci voleva una vita per dimenticare quell’evento), i due riprese ad amarsi.

Ma la violenza ormai aveva preso il sopravvento: poteva accadere che Giulio l’afferrasse per il collo, la colpisse in faccia o la buttasse a terra.

Non riuscivo più ad avvicinarlo, e ogni volta che vedevo il suo corpo accendersi scappavo in camera, infilavo le cuffie del walkman e ascoltavo Love me tender di Elvis Presley, accarezzando Tommy fino a sfinirlo.

Quando iniziarono le violenze domestiche, mia madre cominciò a mandarmi a casa di Fabiola. In un anno ero stata da lei solo due volte, ora ci andavo tutti i giorni; dopo scuola non passavo neanche più da casa. Il padre di Fabiola era il portiere di un famosissimo plesso romano, Palazzo Orsini, che confinava con il Teatro Marcello; la famiglia Barone – il padre Aldo, la madre Tina, Daniela, la sorellina di Fabiola, Carletto, di appena cinque anni, e tre volpini meticci e grassi che Tina sgridava di continuo – vivevano in una casa piccolissima (prima del grande cancello del palazzo) con i soffitti bassi e i divani fiorati avvolti nel cellophane, piena di ammennicoli di ogni genere, bamboline di porcellana, souvenir turistici, animaletti di vetro trasparente con occhi di pietruzze neri.

I Barone erano siciliani di origine, ma avevano vissuto a Ipswich per diversi anni; parlavano un dialetto colorato di parole inglesi storpiate che impiegai parecchio ad assimilare. Per merenda Tina, ci dava del porridge tiepido strofinato nello zucchero bianco che lei stessa aveva preparato. Assecondare le usanze inglesi li faceva sentire extraordinary cool, avevano vissuto in Inghilterra, e questo alimentava un fortissimo orgoglio; si percepivano un nucleo internazionale ingabbiato nella portineria di un antico palazzo romano.

Dopo la merenda io e Fabiola scorrazzavamo per ore all’interno di Palazzo Orsini, giocando a palla avvelenata, a nascondino e a tennis; poi sfiancate rincasavamo e ci chiudevamo nel bagno, dove Aldo lasciava impilati, in bella vista, dei fumetti pornografici. Mentre Tina preparava la cena, restavamo abbagliate, sedute in terra a guardare i giornalini; erano minuti estatici, il corpo veniva attraversato da scosse improvvise, il senso di eccitazione si faceva tangibile. Finché sentivamo Aldo bussare alla porta. «Faci go in!» ci urlava da fuori, e quando uscivamo a testa bassa rifilava a Fabiola un ceffone. «Go out immediatamenti!»

Anche in casa Barone la violenza era sempre in agguato. Tra di loro si picchiavano liberamente, erano prodighi d’insulti, volavano pantofole, si schiantavano piatti; Aldo richiamava tutti all’ordine gridando «Shaddup!», con il mignolo destro (su cui spiccava un’unghia di almeno due centimetri) teso davanti alla bocca. Gli procurava un certo gusto ammonire la famiglia con quello che riteneva il suo dito più importante, al quale aveva destinato un anello d’oro massiccio. Solo davanti agli inquilini del prestigioso palazzo dissimulava la naturale protervia. Godeva nel comandare, e lo faceva come un bimbo imperioso. Si accaniva su Tina e Fabiola, che a loro volta se la prendevano con Daniela e Carlo, ai quali non restava che rifarsi sui cani; la violenza rimbalzava dal più grande al più piccolo, ma; la brutalità negli atteggiamenti rifletteva una bestialità atavica. All’interno dell’esistenza buia e coatta che i Barone conducevano la violenza era il solo linguaggio intelligibile.

La mia testa era satura di schiaffi, pedate, spinte, insulti, grida, eiaculazioni, glandi enormi e donne inculate, sopraffatte. La pornografia non aiutava, mandava in orbita altre sensazioni ingestibili, ma ormai con Fabiola passavamo sempre più tempo in bagno, dove il padre, settimanalmente, rinfrescava il repertorio di oscenità di cui ci nutrivamo. A dieci anni eravamo consapevoli che il mondo si divideva in vittime e carnefici; noi volevamo appartenere alla prima gerarchia.

Fu Fabiola che aprì le danze alla violenza sul mondo animale. Era come se quell’informe massa di emozioni brutalizzanti dovesse trovare uno sfogo. Ce la prendevamo con insetti piccolissimi, davamo fuoco ai formicai, schiacciavamo le coccinelle oppure amputavamo i grilli delle zampe. Una volta riuscimmo a prendere una ranocchia e Fabiola suggerì di metterla al posto del detersivo nella lavatrice; sedute a gambe incrociate guardammo l’oblò macchiarsi di filamenti verdi. E ridemmo. Lei era la mente, capitanava la nostra piccola squadra come una veterana, che si trattasse di inventare un gioco con la palla, di scegliere l’immagine più accattivante di un giornalino, di ammazzare un animaletto; aveva sempre le idee chiare, era perentoria.

Il primo gioco veramente strutturato che facemmo riguardava la faccenda di Alfredino Rampi, il bimbo di sei anni caduto in un pozzo nella borgata romana. Tutta l’Italia era incollata davanti al televisore facendo il tifo per il piccolo bimbo e sperando che vigili del fuoco o speleologi riuscissero a salvarlo. Aldo rimase tre giorni sdraiato davanti alla piccola televisione, succhiandosi l’unghia del mignolo e incaricando a turno i figli di portargli da bere e mangiare. In Inghilterra, ripeteva, una cosa del genere non sarebbe mai successa. Tina stava in piedi vicino al marito e stringeva un fazzoletto al petto, chiudendo gli occhi ogni volta che la telecamera si avvicinava al pozzo. Se l’interesse di lui era rivolto soprattutto all’inefficienza dei soccorsi, per Tina era un supplizio dover assistere alla morte in diretta di quel povero innocente. Noi invece avevamo catturato una lucertola, le avevamo legato la coda e l’avevamo calata nel buco del lavandino. Facevamo la spola tra il piccolo salotto di casa Barone e il bagno, cercando di riprodurre la realtà, con una promessa: qualunque fosse stato il destino di Alfredo, noi l’avremmo ignorato per uccidere la lucertola. Quando il decesso di Rampi fu annunciato, mentre l’Italia piangeva di fronte alla morte crudele di un bambino di appena sei anni, noi saltellammo divertite in bagno, tagliammo il filo gridando: «By by Alfredino!»

Misuravamo la nostra forza su esseri indifesi, assorbivamo la violenza e la restituivamo in forme sempre più crudeli. Ma la faccenda di Alfredino dimostrava una cattiveria più articolata: la lucertola era davvero un essere simbolico, noi desideravamo la morte di quel bimbo, ecco il punto. Anche con la pornografia avevamo fatto un salto in avanti: assuefatte dai fumetti, che seppur incredibilmente espliciti restavano dei meri disegni, c’eravamo spinte tra i ruderi del Teatro Marcello, pullulanti di siringhe e veri giornali porno. Passavamo ore davanti a quelle immagini che non sembravano assecondare nessuna trama, erano corpi in bianco e nero che si montavano senza requie, un cumulo di uomini per lo più senza volto e di donne con ciglia da cerbiatte e facce imbrattate.

Sentivo che il mio ruolo di gregaria in qualche modo mi scagionava dai comportamenti deplorevoli che mettevamo in atto. Se facevo quello che facevo era per assecondare Fabiola, per mantenere vivo il legame che ci univa. La sua famiglia mi aveva offerto un angolo nel quale rifugiarmi, una casa dove la violenza domestica assumeva un sapore completamente differente da ciò che avveniva da noi, da loro amarsi significava implodere nello spazio angusto che li ospitava, lasciar esplodere una rabbia quotidiana senza sangue e umiliazione.

A mia madre non parlavo di quanto accadeva in casa Barone.

Aldo l’aspettava sempre con me quando veniva a riprendermi, gli piaceva da pazzi quella bionda mozzafiato che conosceva benissimo il signor Notarbartolo, l’inquilino più altolocato di palazzo Orsini, che era stato un suo fidanzato in gioventù, e l’aveva invitata nel suo faraonico appartamento – quello che Tina lucidava a fondo ogni settimana – decine e decine di volte.

«È lui che ci ha mandato l’uovo, sai?» mi disse mia madre una sera mentre mi riportava a casa, dopo aver chiacchierato con Aldo che la guardava sbavando.

«Lui chi?»

«Il signore che vive nel palazzo di Fabiola, Emilio Notarbartolo. L’ho incontrato la prima volta che ero venuta a prenderti, abbiamo parlato un po’. Ci ha mandato l’uovo… ti ricordi la storia dell’uovo?»

La storia dell’uovo.

Anche Fabiola ogni tanto veniva a casa nostra. Ero terrorizzata che Giulio potesse scoppiare di fronte a lei, non le avevo raccontato mai niente di quanto succedeva tra lui e mia madre. A dieci anni le relazioni sono costituite da fatti, non certo da confessioni; se Aldo aveva una predilezione per mia madre, Fabiola aveva perso la testa per Giulio, che di fronte ai suoi grandi occhi neri giocava il ruolo del giullare e la incantava come aveva fatto con me all’inizio. Lei era totalmente stregata; esibiva forme di seduzione che ancora non dominava, ma che erano germogliate in modo prorompente. Aveva solo un anno più di me, ma non era più una bambina, e i suoi atteggiamenti avevano seguito l’ellissi della maturità precoce.

Subito dopo la faccenda di Alfredino, lei venne a casa, e mentre eravamo sul terrazzo con mia madre e Giulio ad annaffiare le piante, d’improvviso le bretelline della sua canottiera caddero e lei con il seno nudo rimase immobile e sorridente a fissare Giulio; non fece il gesto di coprirsi, nessun pudore, era lì a offrire se stessa senza abbassare lo sguardo. Nella sua famiglia erano tutti bassi e tozzi, ma lei no, era dinoccolata e sensuale, piuttosto alta per la sua età e già sviluppata, con i seni che premevano per uscire e una pelle diafana cosparsa di ciuffi di peli neri sotto le ascelle e sul sesso.

La gelosia e l’imbarazzo mi travolsero. Capii che venire a casa mia significava per Fabiola un appuntamento con Giulio, e cioè l’uomo da cui stavo fuggendo terrorizzata, al punto da scegliere la sua famiglia alla mia. Un appuntamento adulto, dove Fabiola raccoglieva le forze per sedurlo.

Quella sera, dopo che se ne fu andata, mi stesi sul letto ad accarezzare Tommy; ero stordita dal dolore. La mia amica voleva stare con Giulio, in quel modo. Grazie ai giornalini di Aldo, avevo focalizzato cos’è che facevano mia madre e Giulio di notte, e se l’immaginazione mi aveva atterrita, il Decameron delle immagini che avevo assimilato mi scioccava. Era al sesso che pensavo, senza metterlo davvero a fuoco, a Giulio, a Fabiola, a mia madre, ad Aldo e Tina, che non risparmiavano certo i figli, stipati in un letto a castello di tre piani, nella stanza accanto, divisi da un foglio di cartongesso.

Mentre ero sul punto di addormentarmi, quella sera, sentii un incredibile rumore provenire dalla camera di mia madre; mi affacciai e vidi Giulio che la caricava come un ariete; le s’infilò tra le costole facendola sobbalzare, poi la sbatté contro il muro, e quando lei cercò di divincolarsi se la caricò sulle spalle e la sporse con tutto il busto oltre la ringhiera del balcone, la testa e le braccia ciondolanti nel vuoto; eravamo all’ottavo piano. Io assistetti immobile alla scena, in apnea.

Tornando in camera aprii la gabbia e liberai Tommy; l’unica cosa che volevo era ritrovare un briciolo di umanità accarezzando il suo corpicino morbido, assorbire il tepore del suo pelo che ricopriva l’esile carcassa. Giocammo un po’, poi quando cercai di acchiapparlo scappò sotto al letto; lo tallonai, spostai la sedia, nulla, mi sfuggiva. Faceva parte del gioco. Fu un lampo. Un’accecante sensazione di rabbia; persi completamente il controllo, esattamente come accadeva a Giulio. La velocità con cui un cerino strusciato prende fuoco. Afferrai Tommy per portarlo all’altezza del mio sguardo, ma non bastarono gli occhi a svuotare la mia rabbia: avvolsi l’intera mano intorno a lui e lo stritolai, consapevole che l’avrei ucciso. Ero lucida, non mi stavo difendendo come quel giorno in classe, ero palesemente l’essere dominante, il più forte, l’assassino. Quando mollai la presa era schiacciato sul pavimento, muoveva disarticolato le zampette; dovevo avergli spaccato la spina dorsale. Lo portai sul balcone, lo stesso balcone dove mia madre qualche ora prima agitava le braccia, e con una schicchera lo feci volare giù.

Poi piansi. E svenni. Uccidere Tommy non era servito a niente.

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Federica De Paolis è nata a Roma nel 1971. Dialoghista cinematografica, ha pubblicato per Fazi Lasciami andare (2006) e Via di qui (2008). Per Bompiani, Ti ascolto (2011) e Rewind (2014). Per la NEO Edizioni ha cura­to l’antologia Pensiero Madre (2016). E’ in uscita con Mondadori, il romanzo Notturno Salentino (aprile 2018). I suoi libri sono tradotti in diverse lingue.

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