È uscito per La nuova frontiera, l’ultimo libro di Sara Mesa (classe 1976) nell’impeccabile traduzione di Elisa Tramontin, Un amore, riconosciuto da El Cultural, El País e La Vanguardia come il miglior romanzo spagnolo dell’anno. La storia attraversa un frammento di vita di Natalia. “Ha aperto un tubetto di dentifricio nuovo quando è arrivata a La Escapa, un tubetto che ha usato due o tre volte al giorno e, ciononostante, non l’ha ancora finito, ne rimane circa un terzo. È incredibile, si dice: smuoversi dentro completamente, scuotersi, voltarsi e rivoltarsi ancora, in meno di quanto si impiega a consumare 125 millilitri di dentifricio.” Non è chiaro perché la donna si sia trasferita a La Escapa, un piccolo villaggio (immaginario), un agglomerato di case su cui legifera l’ombra del monte Gordo, “un monte basso di arbusti e cespugli che sembra disegnato a carboncino sul cielo nudo”.
Di lei sappiamo solo che viene da una grande città e che fa la traduttrice. Fugge senz’altro da qualcosa. Il suo primo interlocutore è il padrone di casa, un uomo rude, invadente e sbrigativo, che le propone assieme all’appartamento, di prendersi cura di un cane: un bastardo di mezza taglia. La casa è malmessa e piena di cose da sistemare, il cane è schivo, distante, difficile instaurare un rapporto con lui. La casa, l’animale – che avrebbero potuto farla sentire a suo agio, si rivelano subito ostici, difficili da gestire. Quel cane diffidente e guardingo, è il primo segnale di uno scricchiolio: gli abitanti di La Escapa, dopo una veloce parvenza di convivialità, pian piano cominciano a diventare figure difficili da inquadrare, sfuggenti e indecifrabili, proprio come Fiele: così la ragazza ha chiamato il bastardino.
L’unico con il quale Nat sembra riuscire a instaurare un’amicizia è Píter, detto l’hippie, il quale però, la critica per essersi fatta carico di quel randagio, aggressivo, non vaccinato, rabbioso: può cercare lui un cane più adatto, se lei lo desidera. Invece di rifiutare come vorrebbe, la donna si trincera dietro un silenzio assenso, pieno di pensieri contradditori. Stesso meccanismo che l’attraversa quando ha a che fare con il padrone di casa, sempre più invasivo, allusivo, sopra le righe: la ragazza non riesce ad arginarlo in alcuno modo.
Cerca solo di esimersi il più possibile dai loro incontri, radi e mirati solo al pagamento dell’affitto. Si profila piano piano, tra le righe, una protagonista passiva, incapace di opporsi o semplicemente farsi valere, molto soggetta al maschile, che passa il più del suo tempo a cercare di tradurre non solo le pagine che le vengono affidate, ma anche l’altro: “All’inizio Nat aveva pensato che sarebbe stato un vantaggio per la traduzione, ma comincia a rivelarsi l’opposto, una difficoltà. Ora si vede obbligata a verificare se la comparsa di ogni parola inattesa o ambigua si debba a un errore dovuto alla scarsa dimestichezza con la lingua o se sia un effetto voluto dopo un’intensa riflessione”.
Le parole come le persone e le loro intenzioni, sembrano nascondere sempre un doppio senso, proprio come Andreas, il tedesco che bussa alla porta di Nat e le propone uno strano baratto: aggiusterà le tegole del suo tetto da cui piove a catinelle se in cambio lei, lo farà entrare “un poco dentro di lei”. Aggiunge che è tanto tempo che non sta con una donna e non ha voglia di andare con una prostituta. Il tedesco non vuole un rapporto intimo tanto meno privato, chiede solo di entrare un’po’ dentro di lei.
La proposta suona inammissibile alle orecchie di Nat, che scandalizzata rifiuta, ma poi: “Una riflessione fugace le attraversa la mente, talmente rapida che non le dà il tempo di afferrarla e comprenderla. Qualcosa sugli scambi primordiali. Il baratto come rapporto sociale basilare. Perché no, si dice. C’è qualcosa di bello. Qualcosa di essenziale e umano”. È così che ha inizio una storia che la trascina dentro un amore che sembra assumere desinenze sconosciute. Incontro dopo incontro, sensazione dopo sensazione, Andreas si trasforma in un ignoto ingestibile, lontano dalla prima stridente immagine di un uomo che baratta una penetrazione per la manovalanza.
Nat in principio si abbandona a quegli incontri poiché convinta che il tedesco non potrebbe promettere altro: lo vede come un bifolco, immagina una distanza sociale incolmabile, un’educazione sentimentale profondamente dissimile e dunque cede a quegli amplessi senza parole. Mentre il sesso fiorisce tra i due, una relazione vera e propria non si instaura.
Ma le cose cambiano. L’uomo, la persona, il corpo di Andreas vengono illuminati nella vicinanza da una luce che getta soprattutto ombre, Nat si innamora e quando comincia a supporre che il tedesco non sia poi così diverso da lei, invece di lasciarsi andare viene travolta in una spirale di dubbi e incertezze che la scaraventano in un abisso di sospetti, solitudine e paura. L’altro sembra impossibile da decodificare, il linguaggio non è più un terreno di scambio, piuttosto una forma di esclusione e terrore, fino a ingigantirsi all’inverosimile e portare Nat al centro di una colpa che grava su di lei, da parte di tutta la comunità.
L’incapacità della ragazza di ribellarsi ai soprusi o semplicemente desiderare una serie di attenzioni, viene scandagliata magistralmente da Mesa in una manciata di pagine nelle quali racconta che Nat è stata abusata da piccola. Da un amico dei genitori: un uomo buono, gentile, che sembra aver destato un solo effetto su di lei, quello di raffreddare la sua sessualità. La donna si trova a riflettere e a pensare che se quell’uomo l’ha congelata, Andreas diversamente l’ha liberata, scatenando un desiderio profondo e vivissimo.
Mesa riesce in poche righe a spiegare il punto di vista di Nat, una vittima eternamente colpevolizzata, incapace di instaurare un rapporto lucido con il reale e soprattutto con il maschile. “Il malessere della felicità è un’idea che le ronza ora con insistenza: un tipo di felicità che contiene in sé il seme della sua stessa distruzione”. Un amore è un romanzo capace di raccontare lo straniamento di una donna in una discesa precipitosa e verticale, con una lingua limpida, emotiva e soggettiva che viene sconvolta da dialoghi assai diversi dalla percezione interiore della protagonista.
La scrittrice svela i suoi personaggi in poche righe per poi rimetterli al centro di un’ambiguità e di un’incomprensione che sono l’anatomia di un libro travolgente, il racconto impeccabile di un femminile-vittima, simbolo di una condizione sociale immanente.
Federica De Paolis è nata a Roma nel 1971. Dialoghista cinematografica, è stata candidata al Premio Agave nel 2003 per i migliori dialoghi e nominata al Gran Premio Internazionale del Doppiaggio, nella categoria Miglior Adattamento 2019 con il film «Il Viaggio di Yao». Ha insegnato allo IED sceneggiatura e scrittura creativa e nel 2018 ha scritto la trasmissione “Grande amore”, condotta da Carla Signoris e andata in onda su Rai 3.
Ha pubblicato per Fazi i romanzi «Lasciami andare» (2006) e «Via di qui» (2008). Successivamente sono usciti per Bompiani «Ti ascolto» (2011, Premio Pavoncella – Secondo finalista premio Biblioteca italiana) e «Rewind» (2014). Nel 2018 ha pubblicato per Mondadori «Notturno salentino» (Premio internazionale di letteratura Città di Como).
Ha curato l’antologia «Pensiero Madre» (NEO Edizioni, 2016).
Suoi racconti e articoli sono stati pubblicati da “Nuovi Argomenti”, “minima&moralia”, “la Repubblica”, “Liberazione” e “Vanity Fair”.
I suoi romanzi sono tradotti in diverse lingue.
