(Foto: Anna Weise / akg-images)
Anna Katharina Fröhlich entra nella stanza con un’eleganza che sembra appartenere a un altro tempo. Bionda, qualche lentiggine sulle guance, occhi chiarissimi nascosti dietro grandi occhiali da sole, dal taglio ampio e leggermente squadrato che richiama il fascino enigmatico delle dive del cinema degli anni Sessanta, un sorriso piacevolmente accennato e quella lieve erre gutturale che caratterizza il suo italiano. Mentre passeggiamo nel giardino che coltiva con passione a Mornaga, nella sua casa sul lago di Garda, passa con naturalezza da Tolstoj a un ricordo d’infanzia, dalle rose e dagli alberi che ci circondano alle meraviglie dei bazar di Lucknow.
Dopo La trama dell’invisibile, il libro nel quale ha raccontato i venticinque anni vissuti accanto allo scrittore e fondatore di Adelphi Roberto Calasso, Anna Katharina Fröhlich torna con La tigre nel giardino (Kream Korner nell’edizione originale tedesca), il suo primo romanzo pubblicato in Italia da Mondadori, nella traduzione di Giada Cassini. Protagoniste sono l’anziana e anticonformista Lady Leslie e la giovane nipote, che durante un viaggio nell’India del Nord vengono ospitate dalla ricchissima famiglia Bill e si confrontano con un mondo capace di mettere in discussione certezze, privilegi e modi di guardare la realtà. È un romanzo attraversato dall’ironia e dalla malinconia, ma anche una riflessione sulla libertà, sulla bellezza, sull’entusiasmo, sul potere trasformativo della letteratura e sulla forza dell’amore.
Anna Katharina Fröhlich, il 28 luglio di cinque anni fa ci lasciava Roberto Calasso. Che cosa le manca oggi più di lui?
Plotino definiva il sapiente chi è serio, chi si sforza, chi si esercita. Ecco, nel senso plotiniano Roberto è sempre stato un uomo serio. È proprio questa serietà che mi manca.
Lei ha conosciuto l’India da bambina con sua mamma. Che ricordi ha?
Questa domanda mi evoca talmente tante immagini che è difficile parlare di singoli ricordi. I miei primi viaggi in India, negli anni Ottanta, erano sconvolgenti per me. Ricordo un viaggio che feci da sola con una mia valigia di latta, che chiamavo la “valigia d’argento”. Questa valigia mi accompagnò, per esempio, nella fortezza di Samthar, appartenuta al Maharaja Ranjeet Singh Judeo, che teneva in pugno il suo piccolo regno in rovina. Ricordo poi un altro viaggio in treno a Bhopal, dopo l’esplosione di una fabbrica di pesticidi nel 1984. A Bhopal incontrai, assieme al mio padrino, scrittori, registi, poeti e musicisti che ci parlarono di quel terribile incidente.
La tigre nel giardino arriva in Italia molti anni dopo la pubblicazione in Germania. Che effetto le fa vedere questo romanzo trovare nuovi lettori?

Sono felicissima che questo mio romanzo, uscito già sedici anni fa in Germania, abbia oltrepassato le Alpi. E sono entusiasta dei lettori italiani, così curiosi, attenti, aperti, amorevoli e incoraggianti.
L’India del suo libro non è quella dell’esotismo, o quella del mito raccontata da Calasso in Ka, ma quella che mette in crisi le nostre certezze, con ironia e malinconia.
È un’India vista attraverso la lente della letteratura. E la letteratura non esclude niente. Per certi versi la trama è esotica e poi è presente il mito che torna, per esempio, nella figura di Ganesh o in altri dèi. Ma è anche un’India che mette continuamente in discussione il nostro modo di guardare la realtà.
Lady Leslie è uno dei personaggi più affascinanti del libro. Chi è?
Lady Leslie, la zia della protagonista, è una donna con un cuore avventuroso, una donna audace e temeraria, lucida, elegante, con uno spirito indipendente dall’andamento dei tempi. È una vera romantica, ma anche ribelle. La contraddistingue una totale indipendenza di giudizio e, come Lovecraft, non ama il mondo moderno, la civiltà urbana, tecnologica e scientifica, che Lovecraft definisce “cosa mostruosa e artificiale, che non si incarnerà mai in arte o religione”. Essere poveri e realmente liberi è l’idea di felicità di Lady Leslie.
La tigre rappresenta una presenza che rompe gli equilibri e costringe a uscire dai propri confini?
Anche. Ma più ancora della tigre sono i Baul i veri protagonisti del libro: rapsodi erranti, cantori di miti e folli di Dio con qualità quasi magiche, nei quali la zia della protagonista si riconosce per la loro libertà d’animo e la loro dedizione a un’arte: il canto, la musica. Come Gesù guarisce con le mani e con le parole, così i Baul guariscono con il loro canto. Quelle figure fiabesche, al contrario della ricchissima e apatica famiglia Bill, hanno accesso al regno dell’immaginazione e del sogno. Dànno da pensare se valga la pena seguire un dio oppure proseguire ciecamente in una vita senza gli dèi.
Che cosa suscita nella giovane protagonista l’incontro con la ricchissima famiglia Bill?
È semplicemente affascinata dalla loro vita pigrissima, oziosissima, stanchissima, agiatissima, una vita di monotonia narcotizzante. Ama la loro casa addormentata, i loro riti da membri del golf club, le loro poche ma granitiche regole, ma sa benissimo che oltre le mura del loro giardino pulsa la vera India, quella che la appassiona fin nel midollo: l’India del giovane conducente di risciò e dei Baul.
C’è un passaggio in cui il giovane conducente di risciò sembra insegnare alle due protagoniste più di quanto facciano aristocratici e milionari. Che cos’è la vera ricchezza?
Non esiste la “vera” ricchezza. Esiste chi rende ricca la vita essendo povero. E poi esiste chi la rende povera essendo ricco.
Il titolo originale del libro è Kream Korner, mentre in Italia diventa La tigre nel giardino. Da dove vengono i due titoli?
Kream Korner è un caffè a Allahpuzha, in Kerala. Quando ho visto la scritta sul cartello del caffè ho subito pensato che dovevo scrivere un romanzo che si chiamasse così. Mentre La tigre nel giardino è una bellissima trovata del team di Mondadori e rispecchia meravigliosamente i contenuti del libro.
Lei ha detto che una delle parole che le stanno più a cuore è “entusiasmo”, nel suo significato originario di entheos, “avere Dio dentro”. La società di oggi le sembra sprovvista di entusiasmo?
Non affatto. Ognuno di noi porta dentro di sé una certa quantità di oppio, come diceva Baudelaire, perciò porta dentro l’entusiasmo. Sta a noi aprirci a quel dono nascosto.
La bellezza è una parola che attraversa tutto il romanzo. Non come lusso o apparenza, ma come un modo di abitare il mondo. È davvero una forma di felicità la bellezza?
Molto di più. Come diceva Plotino: “Se si perde il bello, si perde anche l’essere”.
Plotino ritorna. I grandi filosofi, come i grandi classici della letteratura, sembrano accompagnare anche costantemente la sua scrittura.
Gli scrittori che amo di più, da Flaubert a Proust, da Karen Blixen a Cristina Campo, sono scrittori in possesso della perfetta attenzione, per i quali la realtà è verità in figure. Credo siano tutti degli imperdonabili, perché fedeli al passato, alla forma, alla grazia e alla bellezza. Sono virtuosi della lingua, ansiosi ricercatori di perfezione, il cui sforzo consiste nel congelare l’oggetto osservato in un’immagine eterna. È per questo che continuo a leggerli e rileggerli.
Che cosa sta leggendo ora?
Leggo sempre diversi libri contemporaneamente. Ultimamente, per esempio, Kiran Desai, Jurgis Baltrušaitis, Edmund Wilson, Ovidio e Muriel Spark, tra molte altre letture. Ho iniziato anche il primo libro di Roberto Bolaño, ma purtroppo non mi entusiasma molto.
Si sente una donna felice, oggi?
La felicità non esiste, esistono solo attimi di grazia in cui si percepisce che cosa potrebbe essere la felicità.
Tornerà in India?
Se il destino lo vuole, sicuramente!
Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano, Minima et Moralia e Vanity Fair Italia.
