di Neval Berber
Conobbi Merima Omeragić nel 2025, quando, nell’ambito del festival torinese Slavika, con un gruppo di appassionati e studiosi delle culture slavo-meridionali, organizzai un panel dedicato a Dubravka Ugrešić, a due anni dalla sua scomparsa. Merima era stata una delle ultime persone a intervistare la grande scrittrice post-jugoslava e quella conversazione era stata pubblicata nel suo ultimo libro Museruola per le streghe (2021). La sua disponibilità ad accettare il nostro invito entusiasmò tutti noi. Eravamo certi che la sua presenza avrebbe arricchito l’incontro non soltanto dal punto di vista critico e letterario, ma anche grazie ai ricordi personali che conservava di una delle voci più importanti della letteratura post-jugoslava[1].
Di seguito, il mio interesse per le letterature slavo-meridionali mi ha portato a leggere gli scritti accademici di Merima e ad approfondire le conoscenze sulle sue numerose ricerche in corso. Mi sono soprattutto soffermata sui suoi studi sulle letterature post-jugoslave, che ha svolto nel quadro del suo dottorato. Il lavoro di Merima mi ha conquistato fin da subito, perché portava una freschezza nuova, distinguendosi nel panorama accademico post-jugoslavo per il suo approccio transnazionale allo studio della produzione letteraria femminile, capace di superare i confini nazionali entro i quali tali letterature sono state troppo spesso interpretate dopo la dissoluzione della Jugoslavia.
Negli studi accademici dedicati alle letterature dei paesi nati dalla frammentazione dello Stato jugoslavo manca ancora, troppo spesso, soprattutto nei paesi stessi, una prospettiva comparata e uno sguardo transnazionale che metta in dialogo esperienze letterarie e temi condivisi dalle scrittrici e scrittori della regione. All’indomani di anni segnati da guerre civili, uccisioni, violenze di genere, esilio e da molte altre esperienze traumatiche, ciascuno dei paesi neo-formati ha costruito la propria identità anche attraverso l’elaborazione letteraria di tali eventi, che sono divenuti una delle principali ragioni d’essere della produzione culturale e letteraria post-jugoslava. La nascita degli Stati post-jugoslavi ha inevitabilmente prodotto anche una frammentazione del sapere accademico, favorendo letture circoscritte ai singoli contesti nazionali e limitando la possibilità di cogliere la fitta rete di rimandi, influenze e consonanze che lega queste produzioni letterarie. Chi oltrepassa tali confini scopre invece un panorama ricchissimo di dialoghi, convergenze e affinità anche inaspettate, e ancora temi, narrazioni e discorsi che ancora per lo più aspettano di essere portati alla luce.
È proprio in questa direzione che si colloca il lavoro di Merima Omeragić. Le sue ricerche hanno contribuito a portare all’attenzione della comunità accademica regionale e internazionale le opere delle scrittrici post-jugoslave che si sono opposte alla guerra a partire dagli anni Novanta, e che nella critica del nazionalismo e della violenza generata dalle guerre, hanno trovato il centro della propria riflessione letteraria. Attraverso uno sguardo transnazionale, e superando anche il confine dei generi letterari – perché le sue ricerche hanno riguardato sia la prosa narrativa, sia i generi autobiografici e la pubblicistica -, Merima Omeragić ha ricostruito la rete di relazioni, influenze reciproche e affinità tematiche che rimandano con grande evidenza a un patrimonio culturale comune e unitario fatto di solidarietà, dialogo e empatia. Il suo interesse per la scrittura delle donne originarie dalla Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Serbia, Slovenia, Macedonia, Montenegro… ha contribuito inoltre a delineare un campo di ricerca originale, e si spera anche duraturo, mostrando come autrici provenienti da contesti nazionali differenti abbiano elaborato linguaggi e immaginari sorprendentemente convergenti nell’opposizione alla violenza.
In questa intervista, che ho condotto con Merima in lingua bosniaca e che ho tradotto in italiano per Minima et Moralia, le ho chiesto di parlarci della sua ricerca tanto originale quanto innovativa. Leggiamo con grande interesse le sue riflessioni sul valore etico della scrittura femminile in un momento storico di dissoluzione e frammentazione della comunità e della sua lingua; del suo approccio allo studio delle letterature post-jugoslave; delle difficoltà incontrate nelle istituzioni locali nel portare avanti un progetto che si discostava nell’approccio dagli orientamenti dominanti dentro l’accademia bosniaca, ma anche della sua esperienza di ricerca post-dottorale a Taiwan, dove si è dedicata allo studio della letteratura e della cultura prodotte dalle donne nell’Asia orientale, ampliando ulteriormente la prospettiva transnazionale che caratterizza il suo lavoro. Merima, grazie ai suoi studi sulle minoranze della regione, ha anche proposto per noi una serie di riflessioni sulla scrittura delle donne appartenenti alle comunità rom, alla comunità LGBTQA+ e a quella ebraico-sefardita della Bosnia-Erzegovina, sempre in una prospettiva che vede e cerca nel superamento dei confini regionali e linguistici la più grande opportunità di comprensione della produzione artistica dentro lo spazio post-jugoslavo.
Merima Omeragic è stata per me anche un’interlocutrice preziosa sull’opera della poetessa bosniaca Jozefina Dautbegović, conosciuta dal pubblico italiano grazie al volume Il tempo degli spaventapasseri, che ho tradotto nel 2008 in collaborazione con Bianca Tarozzi[2]. La mia lettura della sua poesia incentrata soprattutto sulla tematica dell’esilio, del soggetto dislocato e della nostalgia, è stata arricchita dal confronto con Merima, la cui conoscenza culturale e letteraria del contesto post-jugoslavo, mi ha permesso di cogliere nuove connessioni interpretative e di collocare l’opera di Dautbegović entro un orizzonte storico e culturale più ampio.
Nel mio dialogo con questa giovane e ambiziosa studiosa bosniaca spero si possa cogliere la sua immensa umanità. Merima, originaria di Sarajevo, dove ancora vive, lavora e svolge la sua attività di ricerca, è cresciuta e si è formata in un ambiente che porta segni, traumi e lacerazioni dei conflitti degli anni Novanta. Sin da giovane, le sue letture e, più tardi, il suo sguardo da critica letteraria si sono distinti per un’impellente necessità di comprendere le esistenze marginali e di dare spazio ai più deboli. Spinta lei stessa ai margini delle istituzioni di oggi a causa di scelte epistemologiche controcorrenti, non si è scoraggiata: al contrario, ha saputo trasformare la propria posizione di outsider, all’interno di un ambiente che conosce profondamente, in un’opportunità per affilare ulteriormente il proprio sguardo critico.
Merima, sei una delle più autorevoli studiose di letteratura dell’area dell’ex Jugoslavia, ti sei formata a Sarajevo e con un dottorato conseguito a Belgrado. I tuoi lavori scientifici e specialistici sono pubblicati in bosniaco e in inglese, e recentemente è stato pubblicato l’ultimo libro di Dubravka Ugrešić, al quale hai collaborato e che include anche una tua intervista a questa grande autrice post-jugoslava e transnazionale (probabilmente una delle ultime prima della sua morte). Hai concluso da poco un soggiorno post-dottorale di un anno presso la National Yang Ming Chiao Tung University a Taiwan. Potresti raccontarci qualcosa della tua esperienza in Asia, del nuovo tema della tua ricerca e dell’influenza del nuovo contesto culturale sulla tua formazione scientifica?
Il fatto è che viviamo in un tempo inquietante, vuoto e nocivo, circondati da stelle dell’accademia e da figure la cui autorevolezza si fonda sulle funzioni che ricoprono o sulla loro posizione sociale. Poiché non mi riconosco in nessuna di queste categorie, per me, anche in quanto giovane donna, è difficile conquistare uno spazio che non entri in conflitto con la mia etica. Trovo interessante che tu abbia usato l’aggettivo «autorevole», perché la realtà in cui mi riconosco, creata a partire dalla ricerca del sapere, la dedizione allo studio e la conquista della libertà di pensiero, è profondamente in disaccordo con l’idea di autorevolezza. Sono consapevole che ogni scelta, compresa la mia, sia personale solo entro limiti ben precisi, poiché è inevitabilmente condizionata dalle strutture sociali in cui si inscrive. Riconosco questa forma di repressione in tutto lo spazio dell’ex Jugoslavia, ma essa assume un’intensità particolarmente rigida in Bosnia ed Erzegovina, dove la sopravvivenza stessa è letteralmente determinata da politiche nazionaliste corrotte, dai loro presunti «valori» e, di conseguenza, dai loro «volti» propagandistici, cui accennavo all’inizio, con effetti devastanti sulla vita delle persone comuni.
A mio parere, e sulla base della mia esperienza, questa rappresenta una vera e propria crisi primordiale degli ostaggi, nella quale la libertà di pensiero – misurata attraverso le parole e, soprattutto, attraverso quei risultati che sfuggono ai criteri e ai parametri imposti dall’ambiente circostante – si paga a un prezzo altissimo. Quel prezzo è, nella maggior parte dei casi, l’invisibilità e le molteplici forme di esclusione riservate a chi rifiuta di conformarsi. In quella palude d’ignoranza, il lavoro autentico cede il posto all’apparenza, alla mediocrità e alla vanità, mentre gli imperativi diventano la compiacenza e il compromesso. Naturalmente, in ogni ambito esistono eccezioni di valore, capaci di condurre la Bosnia ed Erzegovina dalle tenebre alla luce. Tuttavia, ogni loro passo avanti è ostacolato da una moltitudine di sfide e difficoltà. In questo senso, direi di aver sempre cercato, e di continuarlo a fare, a essere eticamente e socialmente responsabile nei confronti dell’ambiente in cui vivo e delle comunità in cui sono impegnata. La mia formazione scientifica e intellettuale è stata influenzata soprattutto dalla libertà di scegliere le mie letture, perché fin da molto giovane, infatti, avevo capito che ciò che il sistema educativo bosniaco mi presentava come l’unica verità indiscutibile era, in realtà, inesatto, ideologizzato, limitato e in contrasto con il buon senso (è una criticità comune a tutti i sistemi scolastici post-jugoslavi). Un secondo fattore è stato la libertà di muovermi nello spazio dell’ex Jugoslavia. Questo mi ha permesso di incontrare numerose donne e uomini intellettuali e attiviste/i, delle/di quali posso dire, parafrasando alla lettera la grande attrice jugoslava Sonja Savić, di essere stata fortunata, perché ho trovato persone simili a me. Allo stesso tempo, mi accompagnavano anche, come hai ricordato, la discussione della tesi di dottorato, che a causa delle circostanze ha avuto luogo fuori da Sarajevo, e, quasi senza eccezioni, i miei lavori scientifici pubblicati al di fuori della Bosnia ed Erzegovina.
Sì, esiste anche l’altro lato, quello della cultura e del sapere alternativi. Anch’essi però spesso danno solo l’impressione di rappresentare una forma di resistenza, mentre in realtà si fondano sulla mercificazione degli ideali in nome dei quali, paradossalmente, esistono. Dunque, se “fiutano” che vi discostate dai dogmi — da un’ombra sul vostro volto, da una scintilla negli occhi, figuriamoci da una posizione, un’idea o un lavoro, per non usare la parola “talento” — non siete più benvenuti. In quale città? Quella in cui avete trascorso un’infanzia traumatica in guerra? In quale “patria”? Quella in cui, al posto di una vita dignitosa, vi servono nazione, lingua e religione — mentre nello stesso tempo la mutilano, la saccheggiano, la spengono, uccidono la speranza e ostacolano ogni processo sano? Quella, dove la classe operaia è stata soffocata nel sangue della transizione, dove le persone sono ridotte al limite dell’esistenza e vivono in una condizione di punizione anche dopo la guerra? Oppure quella in cui, da una distanza sicura — e ben pagata — da tribune, anfiteatri, palchi e luci mediatiche o dai progetti, si trae profitto, a modo proprio, dall’infelicità e dal dolore umano? È il mondo che, riferendosi al contesto jugoslavo, quasi mezzo secolo fa, nel 1969, il filosofo Radomir Konstantinović ha descritto ponendo l’accento sulla sua opposizione alla trasformazione dello spirito. Dall’altra parte, a chi dovrei io inchinarmi, come si chiedeva a pieno titolo Dubravka Ugrešić nella raccolta di saggi del 2019 Doba kože (L’età della pelle)?
Un posto speciale occupa la mia collaborazione con Dubravka Ugrešić, la cui fiducia ha segnato momenti importanti della mia vita e del mio percorso di ricerca, trovando testimonianza nel suo ultimo libro pubblicato in vita, Brnjica za vještice (2021) (La museruola per le streghe). Spero che proprio da lì il libro abbia intrapreso il suo volo sulla scopa: una vita insolita, ma destinata a durare.
Due anni fa mi è stata assegnata una borsa di studio alla National Science and Technology Council per una ricerca post-dottorale sulla letteratura e la cultura prodotte dalle autrici di Taiwan e dell’Asia orientale, che ho svolto presso l’International Center for Cultural Studies della National Yang Ming Chiao Tung University. Sì, hai ragione: quell’esperienza è stata decisiva sotto ogni aspetto della mia esistenza. Partire, anche solo temporaneamente, porta con sé una nuova vitalità, tanto sul piano umano quanto su quello della ricerca. Taiwan è stata per me una straordinaria scoperta culturale, ma anche un profondo sollievo: l’incontro con una società in cui comunità, conoscenza, responsabilità e vita quotidiana vengono concepite in modo diverso. Mi ha colpito in particolare la filosofia del réncí, fondata sull’autentica compassione e sulla benevolenza, che da queste parti non rappresenta soltanto un’idea, ma un autentico modo di rapportarsi agli altri. Lo studio dei molteplici livelli della cultura, dell’arte e della storia ha rappresentato per me una grande apertura. Il ritorno a Sarajevo non ha fatto che rendere ancora più evidente questo contrasto. L’esperienza di Taiwan mi ha lasciato una nuova prospettiva: la consapevolezza che le società non sono condannate a riprodurre gli stessi schemi, che il sapere può avere un reale valore sociale e che la solidarietà e la responsabilità possono costituire i principi fondanti di una comunità.
La tua tesi di dottorato, La prosa post-jugoslava femminile contro la guerra, riflette chiaramente l’influenza delle istanze femministe e della teoria di genere sul tuo percorso di ricerca. Il tuo approccio è di fatto non solo femminista, ma anche transnazionale, poiché prende in esame le letterature dei paesi dell’ex Jugoslavia nel loro insieme. Come sono stati accolti dalle istituzioni accademiche dello spazio post-jugoslavo, i temi e l’approccio della tua ricerca?
Ti ringrazio per questa ottima domanda. Cominciamo dall’inizio, tenendo presente il contesto che ho descritto in precedenza. Le guerre nella ex Jugoslavia iniziarono in nome del nazionalismo, che non è stato altro che un paravento dietro il quale si è consumato il saccheggio delle risorse dello stato, un processo che continua ancora oggi. A causa dell’insaziabile avidità delle élite politiche, dalla metà degli anni Ottanta del Novecento, attraverso le guerre e fino ai giorni nostri, a questi popoli viene costantemente propinato l’odio verso l’Altro come fondamento imprescindibile della sopravvivenza delle rispettive nazioni. Per il suo carattere profondamente narcisistico, tale realtà tossica è diventata il terreno sul quale sono cresciute intere generazioni. Perché sottolineo questo aspetto? Anzitutto per evidenziare quanto siano strettamente interconnessi il sistema educativo, la ricerca scientifica e la politica, poiché tanto le forze politiche dominanti quanto quelle di opposizione legittimano le proprie ideologie e i propri obiettivi – estremamente potenti negli ambiti che ho menzionato. Non bisogna dimenticare che, in società guidate da discorsi nazionalistici e alimentate da continue minacce di carattere militante, a essere presi di mira non sono soltanto i membri (maschili e femminili) delle altre comunità etniche: di regola molto spesso lo sono anche le donne. Esse vengono sistematicamente sottoposte a un processo di socializzazione patriarcale, affinché diventino docili incubatrici della nazione e, al tempo stesso, sostenitrici obbedienti e acritiche della propria comunità nazionale. Questa è un’esperienza condivisa dalle donne, ovunque nel mondo.
Se, alla luce di quanto ho appena detto, si osserva anche solo il titolo della mia tesi di dottorato, è facile comprendere come le prime tre parole possano risultare controverse. Il concetto di post-jugoslavo si fonda sul superamento e sulla messa in discussione dei saperi dogmatici; oggi, tuttavia, ciò equivale quasi a una blasfemia, poiché implica il tentativo di ricondurre a uno spazio comune i territori che, non molto tempo fa, sono stati dilaniati dalla guerra e dal nazionalismo. La prospettiva femminile può essere accettata solo entro certi limiti, e soltanto se rigidamente ricondotta ai modelli ritenuti desiderabili, descritti in precedenza, il cui paradossale custode è proprio il femminismo accademico. Ritengo però che il termine più stigmatizzato sia “contro la guerra”, che non solo mette in discussione le forze politiche e le narrazioni che esse hanno costruito intorno ai conflitti, ma porta anche alla luce quei racconti censurati e ripetutamente negati, la cui stessa esistenza, in quanto estranea ai canoni dominanti e fondata sulla resistenza, dovrebbe essere cancellata.
In definitiva, queste tre parole delineano un nuovo orizzonte: invitano al dialogo, all’attivismo, all’etica e all’umanità, criticano le guerre, esprimono la solidarietà verso tutte le persone colpite dai conflitti, oltrepassano i confini, creano nuove amicizie e, naturalmente, nuovi concetti di conoscenza e nuovi metodi di ricerca. La scintilla che ha dato origine a questo tema di ricerca è stata la mia esperienza profondamente intima di un’infanzia nella Sarajevo assediata. La guerra vissuta e le esperienze traumatiche personali che si sono imposte con forza nel mio mondo interiore hanno potuto trovare un inizio di guarigione soltanto attraverso la disobbedienza e un’insaziabile sete di libri e di letture diverse da quelle ufficialmente proposte. Letture che, ancora oggi, continuano a non essere offerte in tutta l’ex Jugoslavia. In breve, la risposta alla tua domanda è che questi temi e questi approcci non sono stati accolti. Sia l’argomento della ricerca sia la sua autrice sono stati fortemente stigmatizzati e hanno suscitato una profonda diffidenza, soprattutto nella propria città e nel proprio paese. Permettimi di essere ancora più esplicita. La mia prima scelta fu quella di fare il dottorato a Sarajevo, semplicemente perché ritenevo che la mia città, eroica per aver resistito alla guerra e per il fatto di insistere a presentarsi come uno spazio multiculturale e vittima del conflitto che ha travolto la Bosnia, costituissero il contesto più adatto per una ricerca di questo tipo. Per anni ho coltivato l’illusione che la mia città natale, «di cristallini ricordi», dovesse fare molto meglio, per riprendere i versi della rock band jugoslava Ekatarina Velika, perché un tempo «proiettava la sua luce lontano». Eppure, in ben due tentativi, presso il Dipartimento di Lettere e quello di Letterature comparate dell’Università di Sarajevo, ossia presso l’istituzione accademica in cui tutt’ora lavoro come ricercatrice senior, questa possibilità si è rivelata non solo irrealizzabile, ma persino dannosa. Sebbene fossi stata la migliore studentessa della mia generazione in quella facoltà e, inoltre, una delle poche ricercatrici di quell’istituzione, soprattutto tra le più giovani, ad aver ricevuto riconoscimenti per i propri studi in ambito letterario, cerco di lasciarmi alle spalle tutto ciò che ho vissuto lì, sia il colpo ricevuto in ambito accademico, sia l’ingiustizia subita – da parte di quelli che un tempo erano stati i miei professori, così come delle docenti che si occupano di studi filo-femminili –, e mi sforzo di conservare nella memoria quelle esperienze come lezioni importanti e un monito a rimanere vigile in futuro. Più in generale, le istituzioni accademiche sono luoghi attraversati da profonde disuguaglianze di classe e da privilegi elitari interni alle loro stesse strutture, oltre che da tutti quei fenomeni che ho descritto all’inizio di questa intervista.
Sebbene sarebbe stato più semplice trasferirmi all’estero e continuare lì il dottorato, l’istituzione dove lavoravo e lavoro come ricercatrice, la mia ostinazione a rimanere rappresentava una prosecuzione della mia forma di resistenza e un modo per rendere omaggio a quelle donne che avevano costruito la pace. Parallelamente, riflettevo sulla necessità di creare uno spazio alternativo di produzione del sapere. In seguito, la mia tesi di dottorato, che avevo voluto difendere, nonostante tutte le difficoltà e il prezzo da pagare, nella nostra lingua (la mia lingua madre) e presso uno dei nostri dipartimenti, è infine giunta nelle mani migliori che potessi immaginare, ben oltre ciò che avrei osato sperare negli anni precedenti. La supervisione della mia dissertazione è stata coraggiosamente assunta dalla professoressa Biljana Dojčinović, docente ordinaria presso la Cattedra di Letteratura generale e teoria della letteratura presso la Facoltà di Filologia dell’Università di Belgrado. Quell’incontro ha segnato l’inizio di una nuova fase del mio percorso: non solo ho potuto svolgere la mia ricerca in piena libertà, ma ho anche ricevuto un sostegno concreto sul piano della supervisione accademica, poiché la professoressa Biljana Dojčinović è una pedagogista eccezionale e una studiosa di straordinario valore. Mi considero profondamente onorata di essere stata sua dottoranda, di aver avuto l’opportunità di imparare da lei e di aver collaborato intensamente con lei durante il mio percorso di ricerca. A questo si sono aggiunti ulteriori motivi di soddisfazione: in primis il fatto che anni addietro ero una sua lettrice, poiché la professoressa Dojčinović è stata una figura di primo piano del movimento contro la guerra di impronta femminista durante le guerre che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia; infine, perché ha introdotto, già alla fine degli anni Ottanta, nel nostro spazio linguistico e accademico dedicato allo studio della produzione letteraria femminile, un filone della critica letteraria femminista, ossia la ginocritica. Grazie alla sua guida, intorno alla mia dissertazione si è riunita una commissione di valutazione composta da una squadra di eccellenti professoresse provenienti da diverse università e istituti di ricerca della Serbia.
In definitiva, non posso ancora parlare della reale ricezione del mio lavoro, a causa della scarsa accettazione accademica di questo tema, non solo nel nostro contesto, ma anche alla luce delle tendenze globali che vedono il progressivo ridimensionamento delle discipline umanistiche e degli studi incentrati sui diritti umani, la censura di un’arte capace di esercitare una funzione critica ed etica, anziché limitarsi a un’estetica vuota, e, più in generale, della crisi dei valori, della crescente diffusione e accettazione delle guerre e dei conflitti armati, nonché dell’avanzata caotica e rapidissima delle tecnologie. Una possibile via d’uscita potrebbe essere la pubblicazione, in lingua inglese, di un volume basato sulla mia tesi di dottorato. Questa scelta sarebbe, in parte, dettata dal desiderio di evitare il ripetersi di esperienze spiacevoli, ma anche dalla constatazione che nel nostro spazio linguistico non esiste un reale interesse editoriale per lavori di questo tipo, soprattutto in un momento in cui il settore dell’editoria attraversa una profonda crisi. D’altra parte, considero un vantaggio il fatto che la mia dissertazione, Postjugoslavenska zenska antiratna proza (La prosa post-jugoslava femminile contro la guerra), sia conservata in formato PDF nel deposito elettronico delle tesi di dottorato della Serbia e sia liberamente accessibile. Sul piano personale, mi conforta il trascorrere del tempo e la possibilità che, in futuro, il mio lavoro possa essere letto e rivalutato in modo diverso da lettrici e lettori fuori dall’ordinario, capaci di mettere in discussione le «verità» esclusive e imposte, di rifiutare le convenzioni della lettura e di sottrarsi all’autorità. In altre parole, spero di incontrare lettrici in grado di conquistare e addomesticare quello «spirito di libertà» sul quale Virginia Woolf insiste con tanta forza in The Common Reader.
Passiamo ora al tema del tuo dottorato. Considerato che hai analizzato testi narrativi scritti da autrici provenienti dall’intera regione post-jugoslava, quali sono, a tuo avviso, gli elementi che li accomunano maggiormente e quali, invece, quelli che più li differenziano?
Per illustrare il contenuto, gli approcci e il quadro teorico del mio dottorato, credo sia saggio partire dal contesto dei testi letterari e pubblicistici dedicati alle guerre jugoslave degli anni Novanta (dal 1991 al 1995), e alle ripercussioni che quegli stessi conflitti hanno continuato a esercitare arrivando ai giorni nostri. Sebbene questa rappresenti una delle correnti più vitali e significative della produzione letteraria contemporanea, il mondo della ricerca non è ancora purtroppo riuscito a sviluppare delle strategie di indagine capaci di stare al passo con la rapidità e la straordinaria ricchezza di tale produzione. Vorrei, però, prima soffermarmi sulle caratteristiche di questo ambito letterario. Per la letteratura, la guerra rappresenta una causa generatrice: la letteratura non imita la storia, ma si confronta con il trauma, soprattutto sul piano individuale e, più raramente, su quello collettivo, considerando al tempo stesso la guerra come evento che modella tanto la vicenda narrata quanto le modalità del narrare. Pur essendo consapevole del rischio di ricorrere a una schematizzazione, ritengo che questa produzione letteraria possa essere suddivisa, in base al suo orientamento etico, in una letteratura favorevole alla guerra e di impronta eroica, da un lato, e in una letteratura contro la guerra e umanistica, dall’altro. Al di là di questa opposizione, all’interno della letteratura femminile contro la guerra la classificazione non dovrebbe basarsi tanto sui generi letterari, quanto piuttosto sulla varietà delle esperienze rappresentate e delle modalità della loro elaborazione narrativa. Tra i temi principali affrontati dalle autrici figurano: la decostruzione del nucleo della famiglia tradizionale sotto l’impatto della guerra; la distruzione della cultura e l’urbicidio, ossia la dimensione di genere e quella ideologica dello spazio, inteso come luogo conteso attorno al quale si sviluppa il conflitto; l’abbandono forzato della patria, ovvero l’esilio, uno dei temi più ricorrenti; l’infanzia vissuta in tempo di guerra; la rappresentazione del soggetto femminile e delle sue forme di espressione; la disgregazione dell’identità femminile provocata dalla guerra; la violenza identitaria e sessuale; la dissoluzione della comunità durante il conflitto o nel periodo postbellico. Naturalmente, questo quadro rimane aperto all’inclusione di ulteriori temi; tuttavia, quelli fin qui menzionati sono fondamentali per comprendere le forme, i ruoli e le condizioni di vite vissute dalle donne nelle comunità colpite dalla guerra.
Perché, accanto alla letteratura e ai generi letterari marginali, ho insistito anche sulla pubblicistica? Perché i testi femminili contro la guerra sono indissolubilmente intrecciati con l’attivismo e anche perché, parafrasando Jean-Paul Sartre, ogni atto di disporre le parole in una frase costituisce un gesto di impegno. È importante comprendere che l’unica forma di vera resistenza agli orrori della guerra è venuta proprio dalle donne: innanzitutto dalle intellettuali e dalle attiviste, ma anche dalle artiste e dalle scrittrici. Per usare un motivo evocato da Wisława Szymborska, furono loro a prendere in mano le scope e a fare pulizia: nel senso più profondo del termine, furono loro a criticare le guerre e a mantenere viva la speranza di preservare la solidarietà tra i popoli «fratelli», al di là dei confini insanguinati dei nuovi stati indipendenti. All’inizio e nel corso delle guerre, quando la loro voce si faceva espressione dell’esperienza vissuta e del trauma, scrissero in tutte le forme immaginabili, e la loro autorialità ebbe inizio con un atto di tradimento nei confronti della collettività e dei valori ideologizzati ritenuti indiscutibili: il rifiuto della necessità della guerra e il contrasto nei confronti delle narrazioni ufficiali della società. Questa scrittura è determinata da un’etica degli umanesimi e da una consapevole osservazione della cultura della guerra. Nonostante l’orrore, l’esposizione diretta o indiretta alla distruzione, i roghi delle streghe, queste donne non si lasciarono scoraggiare nella loro opposizione alla distruzione e alla diffusione della morte. Al contrario, crearono reti di solidarietà, agirono pubblicamente, lanciarono appelli, scrissero, sostennero dissidenti e disertori, difesero i rifugiati, organizzarono e distribuirono aiuti umanitari, promossero attività educative, svolsero azioni di advocacy, criticarono apertamente il potere e, spesso, misero a rischio la propria vita lungo questo percorso. La scrittura sulle guerre che maturava con il trascorrere del tempo è poi da ricondurrei anche all’intero della cornice dei riflessi e dei traumi transgenerazionali. Questi hanno prodotto diversità di prospettive e differenti modalità di costruzione della narrazione.
Il mio progetto era quello di concentrarmi sulla dimensione femminile della guerra, su quelle prime esperienze dirette di trasformazione dell’orrore bellico in espressione artistica, sia nelle forme letterarie propriamente dette, come il romanzo, sia nei generi autobiografici, quali il diario e le lettere. Sul piano analitico, mi sono confrontata con un lavoro pluriennale di raccolta di opere note e meno note, talvolta estremamente difficili da reperire, i cui testi richiedevano un’interpretazione attenta. Su un piano più generale, invece, ho sviluppato un quadro teorico adatto per poter accogliere future ricerche simili, ampliarsi e fungere da strumento per l’analisi di nuove opere. Il mio corpus di ricerca primario era molto ampio e mi ha permesso di mappare lo spazio post-jugoslavo, delineando una tipologia dei generi e anche offrendo un’analisi approfondita della raccolta di lettere Vjetar ide na jug i obrće se na sjever (Il vento va verso sud e si volge a nord) (1994) di Biljana Jovanović, Rada Iveković, Maruša Krese e Radmila Lazić, del diario Sarajevski dani, sarajevske noći: dnevnik i pisma 1992–’94. (1994) di Elma Softić (I giorni di Sarajevo, le notti di Sarajevo: diario e lettere 1992–’94) e, infine, del romanzo Rio Bar (2006) di Ivana Sajko. Attraverso queste opere emergono testimonianze autobiografiche e intellettuali della guerra, nonché rappresentazioni letterarie dei conflitti provenienti da tutte le aree dell’ex Jugoslavia: dalle lettere scambiate tra intellettuali residenti a Lubiana, Zagabria, Skopje e Belgrado, al diario scritto nella Sarajevo assediata, fino all’elaborazione romanzesca delle conseguenze dell’operazione militare Oluja. L’analisi paradigmatica di questi testi, intesi come esempi rappresentativi dei rispettivi generi, non solo ha consentito di verificare e mettere alla prova il mio approccio teorico, ma mi ha anche permesso di costruire un repertorio commentato di altre opere che, pur nella loro specificità, presentano caratteristiche comuni, dimostrando come questi libri non costituiscano episodi isolati. La mia ricerca comprende un numero significativo di autrici di raccolte epistolari, tra cui Biljana Jovanović, Rada Iveković, Maruša Krese e Radmila Lazić, nonché Nadežda Ćetković e Pavla Frýdlová, e ancora Anika Krstić e Marija Knežević. Per quanto riguarda i diari, ho preso in esame, tra le altre, Helena Peričić, Irena Vrkljan, Vesna Biga, Jasmina Tešanović, Biljana Srbljanović, Judita Šalgo, Elma Softić Kaunitz e Razija Lagumdžija. Il gruppo più numeroso è tuttavia costituito dalle autrici di romanzi, tra le quali figurano, come particolarmente rappresentative per il mio studio, Dubravka Ugrešić, Maša Kolanović, Ivana Simić Bodrožić, Sara Nović, Tatjana Gromača, Ana Vučković, Elvira Mujčić, Bosiljka Pušić, Katarina Sarić, Slavenka Drakulić, Nermina Kurspahić, Ivančica Đerić, Vanja Lihtenštajger, Marija Paprašarovski, Lidija Dimkovska, Marsela Šunjić, Daša Drndić, Milica Mićić Dimovska, Radmila Karlaš e Svetlana Slapšak.
Nel complesso, vorrei sottolineare il costruirsi di una rete di legami tra le autrici, fondata sulla solidarietà e sviluppatasi nell’intero spazio dell’ex Jugoslavia, ma anche un fenomeno altrettanto significativo: quello delle autrici europee e americane che hanno scelto di tematizzare le guerre jugoslave nelle loro opere. Dunque, ciò che accomuna queste scrittrici è l’esplicita presa di posizione contro la guerra, la resistenza alla violenza, l’empatia nei confronti dell’altro e il desiderio di ricostruire i legami e le reti. Si tratta di una posizione che richiama quanto la grande attrice Mira Furlan espresse nella sua lettera aperta all’opinione pubblica, scritta in risposta agli attacchi nazionalisti di cui fu vittima: il rifiuto che le donne vengano mutilate e si auto-mutilino attraverso il nazionalismo. È importante sottolineare che gli attacchi organizzati contro le donne rappresentavano la norma. Basti ricordare la vergognosa campagna di linciaggio mediatico nota come Le streghe di Rio, nel corso della quale furono demonizzate nei media Dubravka Ugrešić, Rada Iveković, Slavenka Drakulić, Vesna Kesić e Jelena Lovrić. A ciò si aggiungono gli innumerevoli attacchi contro le attiviste e gli attivisti per la pace. Furono oggetto di indagine tutte quelle donne che decisero di intervenire nello spazio pubblico senza piegarsi al nazionalismo, all’odio e alla logica della morte; donne che rifiutarono di diventare strumenti dei nuovi stati e che, anziché sostenerne le politiche, denunciarono apertamente, con la parola e con la scrittura, la politica bellicista e corrotta. Ma perché? Perché ogni lotta delle donne è intimamente legata alla disobbedienza e alla messa in discussione dei simboli e delle forme di violenza del potere. Accusate di avere una visione distorta della realtà e relegate ai margini – come accadde, ad esempio, a Dubravka Ugrešić – queste autrici hanno dimostrato che l’etica si fonda sulla schiena dritta delle donne. C’è un aspetto particolarmente intrigante nell’analisi delle guerre jugoslave che mi fa venire in mente una riflessione di Virginia Woolf, formulata nel saggio Le tre ghinee (1938), alla vigilia della Seconda guerra mondiale: l’idea che esista un impulso che conduce gli uomini verso la guerra e le donne verso la resistenza. Perché mai noi donne dovremmo desiderare che si combatta in nostro nome, per la «nostra» patria? Se, per un momento, mettiamo da parte le possibili obiezioni rivolte a Virginia Woolf per la sua essenzializzazione pacifista del femminile, il suo argomento coglie un punto fondamentale: la guerra è profondamente condizionata dai sistemi gerarchici, dal patriarcato e dalle opposizioni binarie. Sono le stesse categorie e gli stessi meccanismi di dominio contro i quali le donne lottano non da un secolo, ma da secoli.
Attraverso l’attivismo, la presenza nelle piazze, come anche attraverso la scrittura, le autrici e le artiste entrarono nello spazio pubblico, diventando protagoniste di quel momento storico. Ciò che mi affascina è la spontaneità con cui questa comunità si è formata, una comunità che oggi cerco di identificare e interpretare. In una delle sue lettere, Biljana Jovanović descrive questa comunità come «incline alla giustizia». Oppure, per riprendere le parole della teorica Margaret Jolly, le lettere divennero il collante del movimento. Aggiungerei che il vero collante di questa comunità orientata alla giustizia fu il linguaggio della comunicazione: la scrittura femminile contro la guerra. Le loro voci giungevano da tutti i luoghi principali segnati dalle tragedie inaudite: Sarajevo, Srebrenica, Mostar, Banja Luka, Vukovar, Dubrovnik, Zagabria, Knin, Belgrado… Concretamente, per esempio, Elma Softić è sopravvissuta all’assedio di Sarajevo scrivendo un diario e mantenendo un legame con Zagabria attraverso l’invio di parti del suo manoscritto. Inoltre, le autrici riflettono spesso sulla sofferenza subita da altre città. Ciò che trovo particolarmente affascinante è il fatto che nel pieno del conflitto, pur senza conoscersi personalmente, esse esprimano con forza una politica della pace, continuino a credere nell’umanità e a sperare nella sopravvivenza. Lo esprime ben Judita Šalgo che, scrivendo il suo diario a Novi Sad, era profondamente preoccupata per Sarajevo e Vukovar. I diari furono autentici spazi di libertà: un genere esistenziale profondamente femminile. Le lettere scambiate tra intellettuali e artiste costituiscono inoltre una testimonianza privilegiata delle diverse prospettive del sapere femminile sugli eventi bellici nell’ex Jugoslavia. Datate durante le guerre jugoslave e inviate a città disseminate nello spazio dell’ex patria comune – Belgrado, Zagabria, Lubiana, Skopje, Fiume, ma anche Berlino, Parigi, Praga e persino New York – queste lettere dimostrano quanto fosse fondamentale preservare la comunicazione e mantenere aperti i canali di dialogo che servivano a costituire il fondamento di una comunità nascente di donne accomunate dalla ricerca di dare una risposta concreta alla domanda su come dire no alla guerra. Se i generi letterari marginali e la pubblicistica ci offrono una prospettiva documentaria, i generi narrativi (il romanzo e il racconto), così come la poesia e il teatro, sono in larga misura orientati alla trasformazione artistica dell’esperienza della guerra in visioni, varianti e riflessioni etiche. Al centro di questa elaborazione vi sono quasi sempre la sofferenza individuale e il tentativo di restituire umanità alle vittime.
In definitiva, si tratta di temi che tendiamo a evitare, come ci ha ricordato Susan Sontag. Riflettendo sulle immagini degli orrori della guerra in Bosnia trasmesse dalle televisioni americane, Sontag ha segnalato come arriva un momento in cui cambiamo canale per impedire che quelle notizie ci raggiungano davvero: è una manifestazione della nostra natura conformista e del nostro bisogno di proteggerci. Oggi questo vale non solo per la guerra in Ucraina o per la devastazione di Gaza, perché, ricordiamocelo, nel mondo sono in corso più di centodieci conflitti armati. È una realtà di cui troppo spesso scegliamo di tacere, un futuro che preferiamo non vedere, perché ci illudiamo che il male non possa toccare noi. Continuo a pensare alla scrittura che nasce proprio lì, in questo stesso momento, nei luoghi della guerra: alla testimonianza, alle tracce lasciate della propria esistenza.
E, come osserva Dubravka Ugrešić in quella che, a mio avviso, è l’opera che descrive con maggiore lucidità il crollo della Jugoslavia, La cultura della menzogna. Saggi antipolitici (prima edizione 1996; seconda edizione aggiornata 1998), sono le donne che, dopo la guerra, riparano ciò che è stato distrutto, ripuliscono le macerie, rimuovono le feci della violenza maschile e lavano via ogni traccia. Lo hanno dimostrato anche le autrici e le attiviste socialmente disobbedienti durante la dissoluzione della Jugoslavia, che ci hanno insegnato a mantenere una visione etica della società nei momenti più bui. Cosa che ci aspetta perché siamo ormai profondamente immersi in un nuovo crepuscolo globale dell’umanesimo…
Sono numerosi gli autori e le autrici che durante la guerra hanno scelto l’esilio e hanno continuato a scrivere, sia nelle nuove lingue dei paesi di accoglienza sia nella propria lingua madre. Conosco la tua collaborazione con Dubravka Ugrešić e quindi la tua vicinanza ai temi affrontati da questa grande autrice dell’ex Jugoslavia. Nelle tue ricerche ti sei occupata anche di altre autrici e di altri autori che condividono il destino di Dubravka Ugrešić? C’è un tema che ti ha particolarmente interessata quando si tratta della scrittura dell’esilio?
Se ci si occupa delle letterature regionali (dell’area ex jugoslava), il tema dell’esilio è inevitabile, per quanto uno cerchi di evitarlo. Le guerre, con tutto il loro carico di orrori, hanno infatti provocato profondi spostamenti traumatici, che vanno dall’abbandono della propria casa e l’esilio forzato alle sofferenze e alle violenze, passando per l’urbicidio e il culturicidio, fino ad arrivare al genocidio. In una parte della mia tesi di laurea magistrale, ho analizzato la letteratura come risposta strategica alla condizione dell’esilio. Di fatto, la trasposizione del trauma nel testo letterario comporta la riflessione sullo sradicamento, sulla frammentazione dell’identità e sulla prospettiva della dislocazione culturale, nonché il tentativo dei personaggi di ricostruire la propria esistenza in una condizione di non appartenenza e di fondamentale perdita di senso. All’epoca mi sembrò che questa condizione fosse descritta nel modo più chiaro attraverso le crepe presenti nel romanzo Il museo della resa incondizionata di Dubravka Ugrešić. In realtà, è nella raccolta di saggi Vietato leggere, 2001 che Dubravka Ugrešić ci insegna cosa significhi essere un’autrice in esilio. Secondo le sue parole, «l’esilio è un sogno di trasformazione»: un conflitto con il concetto di patria inteso come «un campo traumatico vivente», esso rappresenta la sostituzione del collettivo con l’individuale, del pubblico con l’anonimo e l’illegale, fino a una forma di sovversiva dissidenza, che si manifesta soprattutto nella lingua e nei simboli. L’esilio è anche un’espulsione dalla sfera della parola. Successivamente, leggendo le opere di Dubravka Ugrešić – e avendo anche l’opportunità di lavorare con lei e di frequentarla, così come alcune altre autrici – e leggendo i testi di numerose scrittrici post-jugoslave sull’esilio, sono giunta alla conclusione che l’esilio non sia soltanto il tema più ricorrente, ma, fatto per me è ancora più importante, esso è “atmosferico” e rappresenta un catalizzatore anche nella rappresentazione di altri traumi e delle esperienze della guerra, poiché lo sfollamento, la fuga, il dissenso e persino l’esilio interiore rappresentano, in realtà, l’impossibilità dell’essere umano di accettare i compromessi e le dinamiche imposte dalla società, in un contesto in cui è ormai crollata ogni speranza di una vita dignitosa. D’altra parte, l’esilio pone sempre anche la questione della dimensione di genere: come le autrici donne vivono l’esperienza dell’esilio in rapporto ai concetti di lealtà verso la patria e la nazione, al ruolo loro assegnato nella società e ai modelli di comportamento ritenuti desiderabili. Per le autrici, l’esilio diventa uno strumento indispensabile per interrogare non soltanto la posizione delle donne nelle società lacerate dalle guerre, ma anche le categorie stesse del genere e della nazione. In questo senso, l’esilio non rappresenta soltanto una separazione dal proprio ambiente di appartenenza, bensì anche una presa di distanza dall’idea di patria, che in questo caso coincide con la Jugoslavia.
Nelle opere di tutte le autrici che scrivono dell’esilio, esso diventa un nodo doloroso che racchiude, al tempo stesso, un potenziale emancipatorio: rafforza la consapevolezza della propria posizione, delle proprie scelte e della propria responsabilità etica. Vorrei sottolineare alcune delle caratteristiche peculiari che ho individuato nelle rappresentazioni letterarie dell’esilio, in particolare nei generi intimistici e autobiografici, a lungo trascurati dalla critica (ovvero, in termini teorici, nella life writing). Un esempio significativo sono le lettere di Maruša Krese, nelle quali l’esilio si configura come un’esperienza di totale estraneità a se stessi e dell’impossibilità di ricostituire una nuova identità. Allo stesso modo, nel diario di Jasmina Tešanović, l’esilio viene interiorizzato in un modo totale, nonostante l’assenza di una distanza fisica dalla patria. Nelle lettere di Rada Iveković, invece, l’esilio si colloca al confine tra esperienza intima e riflessione concettuale: l’autrice inscrive il proprio soggetto, nonostante ogni pressione normativa, nel quadro di riferimento di una patria condivisa, manifestando al tempo stesso una forte esigenza di individualizzazione e di alleanze femminili. Va inoltre osservato che l’esilio trova espressione anche nei saggi delle scrittrici post-jugoslave, così come nella prosa e negli altri generi letterari, dalla poesia al teatro. Tuttavia, è nel romanzo che esso si è affermato come il tema dominante e più ampiamente rappresentato. In questa prospettiva, pur articolandosi in diverse tipologie e nuclei tematici, il sottogenere del romanzo dell’esilio mette in scena la rappresentazione letteraria dell’abbandono forzato della patria, determinato dal rifiuto, o dallo scarto, delle forme di identificazione imposte dalla nazionalizzazione dell’identità in condizioni di guerra. La condizione di sradicamento che le autrici cercano di esprimere, alla ricerca di nuove parole – nelle lingue materne e nei sistemi simbolici che sembrano sfuggire loro di mano, oppure nelle lingue dei paesi di approdo – coincide, in ultima analisi, con una condizione di apolidia. Vi sono tuttavia prospettive differenti. Nell’esperienza dell’esilio, autrici come Marsela Šunjić intrecciano i fili di ciò che è sopravvissuto, riportando alla luce i resti del culturicidio e dell’urbicidio, come nel caso della città di Mostar. Inoltre, è interessante osservare come Daša Drndić affronta l’esilio demolendo ogni illusione, nostalgia e identificazione; al tempo stesso, decostruiscono gli apparati ideologici e gli stereotipi sui Balcani e l’Occidente.
Alcuni anni fa ho tradotto in italiano, in collaborazione con Bianca Tarozzi, la raccolta poetica Vrijeme vrtnih strašila (2005), (Il tempo degli spaventapasseri) di Jozefina Dautbegović. Il volume è stato pubblicato per la prima volta nel 2008 nella rivista In forma di parole, allora diretta da Gianni Scalia, e successivamente, nel 2023, dall’editore Molesini. I temi affrontati da questa poetessa bosniaca, emigrata a Zagabria negli anni Novanta – la guerra, l’esilio, lo sradicamento – hanno suscitato l’interesse dei lettori italiani. Potresti avvicinarci alla sua opera, da una prospettiva sia della letteratura bosniaca sia di quella post-jugoslava, e metterla a confronto con altre voci affini della regione? Questi sono temi che hanno sempre attirato l’attenzione degli appassionati di letteratura e della critica letteraria. Vale lo stesso anche quando la parola poetica proviene dai territori ex jugoslavi? Esiste oggi, in Bosnia ed Erzegovina, in Croazia, in Serbia e negli altri paesi della regione, un interesse per le tematiche affrontate da Jozefina Dautbegović?
Per quanto ne so, in Italia è sempre esistito un vivo interesse per la poesia contemporanea della Bosnia ed Erzegovina. Per questo motivo mi fa particolarmente piacere vedere tradotte le opere delle poetesse bosniache. Vi ringrazio sinceramente per questo. È una domanda molto complessa, soprattutto se considerata alla luce della ricezione di Jozefina Dautbegović. Da qualunque prospettiva delle letterature nazionali della regione la si osservi, il meccanismo è sostanzialmente lo stesso, senza eccezioni: si assiste a una continua appropriazione di autrici e autori da parte delle letterature nazionali, nella misura in cui la nazione può trarre beneficio dalla loro appartenenza. Da oltre trent’anni, le autrici sono costrette a confrontarsi con i processi di adeguamento fondati sull’attribuzione di un’identità nazionale alle loro biografie e, soprattutto, alle loro opere; un fenomeno che spesso si manifesta in modo particolarmente aggressivo anche dopo la loro morte. Jozefina Dautbegović è una di queste. Nonostante tutto ciò, direi che Jozefina è nata in Bosnia ed Erzegovina, vi ha trascorso la maggior parte della sua vita, e tutta la sua opera, in particolare i suoi motivi poetici e i suoi simboli, il suo linguaggio lirico, sono bosniaci. In ogni caso, sia in Croazia sia in Bosnia ed Erzegovina esiste un interesse sporadico per la sua opera, così come per una lettura più approfondita e sistematica del suo percorso poetico. Da un punto di vista intimo e personale, questa poetessa ha lasciato un’impronta indelebile nel mio spirito e nella mia memoria con i suoi irripetibili versi d’amore: con quegli spazi che gli amanti hanno abbandonato e maniche vuote che ondeggiano stese sul balcone, tra il bucato appena lavato. Tuttavia, poiché uno dei temi principali della sua poesia è stato proprio l’esilio, lei ha vissuto lo sradicamento, riuscendo a tradurlo con straordinaria efficacia poetica nelle raccolte Ručak s Poncijem (1994) (Pranzo con Ponzio), Prizori s podnog mozaika (1997) (Scene da un mosaico ), Božja televizija (2001) (La televisione di Dio) e Vrijeme vrtnih strašila (2004) (Il tempo degli spaventapasseri). Per questo motivo, leggendo la sua poesia, si ha l’impressione che la lettrice sia costantemente presente nel testo, nonché coinvolta a comunicare attraverso il canale comunicativo (autrice – poesia – lettrice). Questo stato comporta anche il fatto che la lettrice diventi testimone dei frammenti di tali confessioni, ma anche complice nel processo di ricostruzione poetica della vita. Essa diventa allo stesso tempo ascoltatrice di testimonianze fragili e partecipe delle speranze della poetessa che saprete ricomporre, a partire da quei frammenti di vita rimasti, il mosaico di un’esistenza spezzata. La poesia diventa così testimonianza dei traumi legati alle distruzioni, all’esilio, alla perdita, allo sradicamento, alla patria, alla nostalgia, al dolore, alla fede e a un’aperta critica nei confronti della società. La poesia di Jozefina Dautbegović è caratterizzata anche da un forte impegno etico contro la guerra, che conduce inevitabilmente a una trasformazione del linguaggio poetico e delle forme espressive. Come si può, infatti, continuare a cantare di fronte agli orrori della guerra e insieme a essi? E come è possibile trasporre la storia sul piano della poesia?Poiché da diversi decenni il fenomeno dell’esilio è oggetto di studio nella letteratura mondiale e, nel nostro contesto, soprattutto in relazione alle guerre degli anni Novanta, e considerando che ancora oggi numerose scrittrici e numerosi scrittori originari dell’area ex jugoslava vivono e lavorano in esilio, si tratta di un tema ampiamente indagato e di grande attualità anche nei nostri studi letterari. Nemmeno l’opera di Jozefina Dautbegović è sfuggita a questo interesse critico. Fortunatamente esistono già alcuni studi che ne analizzano la produzione proprio da questa prospettiva, e mi auguro che in futuro se ne aggiungano molti altri. Spero inoltre che si consolidi un vero e proprio campo di studi dedicato alla poesia femminile post-jugoslava contro la guerra, nel quale trovino posto, accanto a Jozefina Dautbegović, anche poetesse come Dijala Hasanbegović, Ivančica Đerić, Tanja Stupar Trifunović, Selma Asotić, Amela Mustafić, Monika Herceg, Dragana Mladenović e Lidija Deduš.
L’intera area dell’ex Jugoslavia è caratterizzata anche dalla presenza di numerose minoranze. Hai avuto occasione di studiare anche testi scritti da donne che si identificano come appartenenti a una minoranza? Quali sono, a tuo avviso, le principali caratteristiche tematiche e linguistiche di questi opere?
La scelta di dedicarmi a questioni sociali e artistiche marginalizzate è maturata in modo spontaneo, fino a imporsi come una priorità. Già durante gli studi universitari, sia attraverso le mie letture personali sia nell’ambito di quelle d’obbligo, ho cercato di leggere opere in grado di mettere in discussione i sistemi rigidi: opere che distorcono la prospettiva e affrontano temi tabù, che continuano a far sentire la propria voce nonostante le pressioni per importi il silenzio, che non esitano a nominare gli stereotipi e a restituire un necessario senso di libertà. Mi hanno sempre interessata le opere che risvegliano la coscienza e toccano gli strati più profondi dell’animo umano, così come quelle che, anche in assenza di argomenti validi, sono state respinte, censurate e umiliate. La regione, ovvero lo spazio post-jugoslavo, è oggi caratterizzata dalla presenza di numerose e diverse minoranze. Mi è sembrato fondamentale individuare un approccio adeguato al loro studio che, nel mio caso, si fonda sul concetto di «traduzione femminista transnazionale». Ritengo che i termini “femminista” e “transnazionale” non richiedano particolari spiegazioni; è invece il concetto di “traduzione” a rappresentare l’elemento più innovativo e potente di questa prospettiva teorica. La filosofa Rada Iveković, nel suo studio Politike prevođenja (2022) (Politiche della traduzione), definisce la traduzione come la condizione all’origine della creazione di uno spazio di asilo e di reciprocità tra le culture. La traduzione, in questa prospettiva, permette di decodificare il linguaggio universale del sapere scientifico e di aprirsi al superamento dei confini, dell’isolamento, delle disuguaglianze e delle forme di colonizzazione, esercitando al contempo una critica nei confronti dell’egemonia del sapere e dei significati. E’ sorprendente quanto la posizione di studiose emerga anche nella scrittura accademica: per quanto gli studi scientifici aspirino all’impersonalità, essi sono anche basati su scelte, approcci e modalità interpretative personali. Nel mio caso, la ricerca rappresenta un esercizio costante di traduzione transnazionale e femminista.
Sì, il mio interesse per la letteratura queer delle autrici post-jugoslave risale a circa quindici anni fa, quando ero ancora studentessa. All’epoca, di questo tipo di produzione artistica da queste parti si parlava appena e sottovoce: si trattava di una letteratura nascosta, lontana dall’attenzione del grande pubblico, mentre il movimento attivista, soprattutto in Bosnia ed Erzegovina, stava appena iniziando a consolidarsi. Le tracce dell’alterità, codificate abilmente nel linguaggio dominante del patriarcato, possono essere seguite lungo tutta la storia della letteratura mondiale e, allo stesso modo, delle letterature della regione. Per esempio, il periodo compreso tra la fine del XIX secolo e la metà del XX merita di essere approfondito. Quest’epoca è caratterizzata dalla sfida di costruire una figura nuova, quella della donna moderna. Nello stesso tempo, a partire dalla richiesta, all’epoca primaria e profondamente sovversiva, di migliorare la condizione sociale femminile, nella letteratura accadono vere e proprie rotture sul piano del linguaggio e dei temi. Lo vorrei sottolineare, ad esempio, nei racconti audaci di Leposava Mijušković o nel gioco con le identità di genere presente nelle opere di Marija Jurić Zagorka. Mi piacerebbe inoltre poter leggere i manoscritti, purtroppo ancora inediti, della pittrice Nasta Rojc. Questa dimensione emerge con chiarezza anche nella ricezione della prosa sensuale e dirompente di Jelena Dimitrijević, la quale, proprio a causa di essa e del suo impegno nel dare voce alle donne, fu accusata di essere «una donna che ama le donne», dunque una figura deviante. Ma questa è, in fondo, una sorta di fenomeno universale da ambiente provinciale: se scrivi di donne o manifesti un interesse professionale consapevole nei confronti della loro esperienza, finisci per essere identificata con ciò che racconti. Ciò che aiuta a districare questa complessità e a comprendere più a fondo il contesto storico e culturale è, anzitutto, la necessità di distinguere le autrici e gli autori dai loro personaggi, dai motivi e dai temi delle loro opere.
A questo si aggiungono le forme di conflitto dell’autore con la propria identità, talvolta riconducibili a dinamiche di omofobia interiorizzata – fenomeno presente anche nella letteratura – così come le molteplici intersezioni tra esperienza personale e finzione narrativa, che si manifestano in racconti pseudoautobiografici o autobiografici. Tra i libri che torno più spesso ad avere tra le mani vi è la delicata biografia di Malvina Trifković, che considero la più importante protagonista queer della letteratura jugoslava, pubblicata nel 1971 nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Allo stesso tempo, non posso non ricordare lo straordinario romanzo Psi i ostali, 1980 (I cani e gli altri) di Biljana Jovanović. Accanto a Biljana Jovanović, una delle prime autrici ad affrontare esplicitamente queste tematiche nella letteratura è stata Suzana Tratnik e, successivamente, Marija Buretić Bogović. La loro produzione va collocata nel contesto del tramonto della Jugoslavia, della nascita del movimento LGBT, dell’intreccio con la dissoluzione violenta dello Stato jugoslavo e, infine, con il susseguirsi delle profonde crisi della transizione democratica e capitalistica, delle disuguaglianze di classe e del rafforzamento delle tensioni nazionaliste. La fase contemporanea della letteratura queer è caratterizzata anche dall’affermazione di un linguaggio altro, riconoscibile e autorevole: una lingua diretta, critica e profondamente irriverente nei confronti di ciò che è normativo e socialmente accettato, ma al tempo stesso spesso segnata dal trauma e dalla vulnerabilità, e non di rado animata da un esplicito impegno.
Ritengo che si tratti di un intreccio, consapevole o inconsapevole, tra femminismo, attivismo LGBTQA+ ed esperienza vissuta, che tende a sfumare il confine tra realtà e finzione. È proprio per questo che tali riflessi risultano facilmente riconoscibili all’interno della produzione artistica queer. In questo momento storico cruciale sono state pubblicate raccolte e antologie che riuniscono non solo scrittrici e scrittori affermati, ma anche attiviste e attivisti, dando spazio a una pluralità di scritture queer. Il loro denominatore comune più significativo è la resistenza alla violenza sociale e a ogni forma di oppressione e pressione esercitata dalla società. Vorrei menzionarne alcune di esse: Poqueerene priče (2004) (I racconti queerizzati), Pristojni život: lezbejske kratke priče sa prostora Ex Yu (2012) (Una vita rispettabile: brevi racconti lesbici dallo spazio dell’ex Jugoslavia), nonché i titoli più recenti Pismo za Estebana i druge priče (2020) (Lettera per Esteban e altri racconti), Rušenje četiri zida: antologija regionalne queer poezije (2024) (Abbattere le quattro mura: antologia della poesia queer regionale) e Queer Balkan (2024). Questi volumi costituiscono preziose selezioni e sintesi della produzione letteraria queer regionale, oltre a rappresentare importanti risorse per future letture. Nello spazio post-jugoslavo si stanno affermando con sempre maggiore forza le voci delle donne (lo sottolineo in ragione dei miei interessi di ricerca, nonostante le etichette affibbiate dall’ambiente), che non esitano a rappresentare identità di genere e orientamenti sessuali non conformi nel loro scontro con la repressione sociale. Naturalmente non posso citarle tutte, ma nella mia lista di letture e di visioni e, più in generale, di riferimenti per la ricerca figurerebbero, per ragioni diverse, Olga Dimitrijević, Dragoslava Barzut, Tanja Stupar Trifunović, Nora Verde, Korana Serdarević, Lejla Kalamujić, Olja Savičević Ivančević, Helena Janečić, Irena Cvetković, Sonja Ražnatović, Kalia Dimitrova, Saška Rojc, Mihaela Šumić, Emina Elezović, Selma Asotić e Radmila Petrović. Che la letteratura queer non sia semplicemente una diramazione di rottura della letteratura lo dimostrano nel modo più convincente l’eccezionale maestria narrativa di Lejla Kalamujić e la straordinaria forza poetica di Selma Asotić e Radmila Petrović, che le collocano ai vertici della letteratura post-jugoslava contemporanea.
Un ambito della letteratura che trovo particolarmente interessante e che rimane pressoché del tutto marginalizzato è quello della letteratura rom femminile regionale e/o post-jugoslava. Pur essendo quantitativamente esigua, questa produzione letteraria estremamente vitale ci pone fin da subito di fronte a una sfida: nella maggior parte dei casi non possiamo leggerla, poiché è pubblicata prevalentemente in lingua romaní. Allo stesso tempo, a causa dei più radicati pregiudizi razzisti nei confronti delle donne e degli uomini rom, manca un reale interesse a includerli nei percorsi culturali, artistici e di ricerca dell’area slavo-meridionale, a valorizzarne la loro produzione e a sostenere concretamente gli sforzi delle loro autrici e autori. Ho detto che le scrittrici rom sono ancora rare tra noi. La ragione risiede nel peso della tradizione, che ha plasmato la difficile condizione delle donne all’interno di quella comunità; proprio per questo il ponte che ci unisce deve essere ancora più solido. In una delle mie ricerche più recenti dedicate a questo tema ho cercato, a partire dal femminismo transnazionale e decoloniale, nonché dalla filosofia della traduzione cui ho già fatto riferimento, di aprire uno spazio di reciprocità tra queste culture e di argomentare l’esistenza del loro movimento come una preziosa corrente nel contesto delle culture post-jugoslave e slavo-meridionali e, soprattutto, della memoria condivisa. Proprio in virtù della mia consapevolezza femminista, era indispensabile che tenessi conto della mia posizione «privilegiata» e che il mio discorso fosse improntato sull’alleanza, perché qualsiasi altro approccio sarebbe stato inadeguato. In questa prospettiva ho costruito il mio impianto metodologico, proposto una soluzione teorica e valorizzato il lavoro pionieristico delle studiose Hedina Tahirović Sijerčić (prima autrice e ricercatrice ad aver tradotto in bosniaco, croato, montenegrino e serbo i testi fondamentali delle scrittrici rom) e Iskra Vuksanović. Ho inoltre delineato una possibile prospettiva per ricerche future, includendo ulteriori nomi e opere di autrici rom che non erano stati presi in esame dalle due studiose.
Accanto a questi due ambiti, mi sono occupata, seppur in una ricerca di dimensioni più contenute, anche dell’opera delle scrittrici appartenenti alla comunità ebraica. La loro produzione letteraria è particolarmente interessante lungo quasi tutto il corso del Novecento, soprattutto per il modo in cui riflette nei testi sulle esperienze della guerra: dalla memoria della Shoah all’esperienza della sopravvivenza a Goli Otok (il famigerato campo di prigionia jugoslavo) e altre esperienze simili, fino alle rappresentazioni delle specificità della tradizione, della cultura e della vita quotidiana. Sono molti i nomi e le opere da prendere in considerazione, anche se in Serbia questo ambito di ricerca risulta oggi più chiaramente definito e maggiormente sviluppato. Il mio interesse si è concentrato sulla scrittrice Frida Filipović, originaria, come me, di Sarajevo, e sulla sua testualizzazione (e successiva trasposizione cinematografica) del trauma. Nella mia tesi di dottorato ho inoltre dedicato un’analisi specifica al diario scritto durante l’assedio di Sarajevo dalla scrittrice di grande interesse Elma Softić-Kaunitz. Mi sono infine soffermata sull’opera di Judita Šalgo, mettendo in luce un fenomeno che ritengo particolarmente significativo: quello della doppia ritraumatizzazione nel testo autobiografico, vale a dire l’intreccio di differenti livelli narrativi, riflessivi ed emotivi del trauma dell’altro, attivati dalla Seconda guerra mondiale e dalla dissoluzione della Jugoslavia. Ho dedicato certamente molto tempo allo studio di Laura Papo Bohoreta, un’ebrea sefardita e prima autrice di testi teatrali nel contesto delle comunità ebraiche. A questa donna nata a Sarajevo è inoltre attribuita la prima opera femminista pubblicata in Bosnia nel 1935, intitolata La donna sefardita in Bosnia. L’originalità di questo libro risiede nel fatto che fu scritto in ladino, una variante del giudeo-spagnolo arricchita da elementi delle lingue locali, e che venne tradotto nelle lingue dell’area bosniaco-croato-montenegrino-serba soltanto nel 2005. Solo allora l’opera divenne realmente accessibile a un pubblico più ampio e a studiose e studiosi di discipline diverse.
Sebbene, per diverse ragioni, non includerei la letteratura femminile musulmana bosniaca tra le letterature minoritarie, ne riconosco al tempo stesso la persistente marginalizzazione che subisce. Per questo motivo torno continuamente a studiarne le opere, spinta da due ragioni, talvolta strettamente intrecciate e condizionate: la crescente islamofobia, soprattutto in Europa, e la scarsa conoscenza della tradizione dei musulmani di Bosnia. Credo che la motivazione più profonda del mio lavoro risieda nel senso di amarezza che provo nel constatare come il patrimonio letterario delle scrittrici appartenenti a questa comunità venga escluso da quasi tutte le ricerche di impostazione comparatistica, ginocritica e femminista condotte nella regione. Si tratta di un problema serio, e non soltanto per il fatto che queste ricerche sono inevitabilmente limitate, lo è ogni forma di conoscenza che nasce da un processo di selezione delle informazioni. Aggiungerei, però, che il silenzio che continua a gravare sul contributo di queste scrittrici alla società, alla cultura e alla letteratura – tanto della propria comunità quanto dell’intero spazio slavo-meridionale – finisce per alimentare e perpetuare lo stereotipo della loro presunta mancata emancipazione e subordinazione. Mentre la realtà è invece molto più complessa e sfaccettata: dalla fine del XIX secolo fino a oggi, queste scrittrici hanno da offrire un contributo significativo non solo all’Europa, ma alla cultura mondiale nel suo complesso.
Per concludere, dopo aver vissuto e lavorato in contesti culturali così diversi, quale ritieni sia l’insegnamento più prezioso che porti con te? In che modo questa esperienza ha cambiato il tuo modo di vedere le cose e il tuo approccio alle future sfide professionali?
La vita a Taiwan mi ha cambiata completamente come persona: mi ha insegnato la pazienza e la ricerca della pace. Naturalmente, ha trasformato anche il mio rapporto con il lavoro; oggi mi percepisco come una persona più realizzata, appagata e consapevole del proprio valore. Ovunque sia andata e qualunque percorso abbia intrapreso, ho cercato di affrontarlo con apertura e profonda gratitudine, riconoscente per le opportunità e le sfide che la vita mi ha offerto – o, volendo, che in qualche modo io abbia meritato. In ogni caso, anche in futuro desidero continuare a esprimermi con coraggio e senza calcoli, indipendentemente dal prezzo da pagare. Voglio vivere in modo indipendente e a testa alta. Ho abbracciato pienamente la mia posizione attuale e mi sento finalmente a mio agio nella veste di un’outsider nella mia città e nel mio paese, comprendendo che proprio questa prospettiva mi permette di osservare tutto con chiarezza cristallina. Forse la lezione più importante che porto con me è aver scoperto dentro di me una radice profonda di resistenza e di giustizia. E, parafrasando il poeta palestinese Mahmoud Darwish, credo di aver trovato la mia patria nella libertà della mia scrittura.
[1]Merima Omeragić è teorica della letteratura e della cultura, slavista e ricercatrice senior presso l’Università di Sarajevo. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Letteratura comparata e Teoria della letteratura in Serbia e ha svolto un periodo di ricerca post-dottorale nell’ambito dei Cultural Studies a Taiwan. La sua ricerca si concentra sulla produzione intellettuale delle donne nei campi della letteratura, della filosofia, del cinema e delle arti visive. Il suo lavoro integra la critica femminista, il pensiero decoloniale e gli studi sulla nazione, avvalendosi di un approccio metodologico transdisciplinare e di una prospettiva orientata all’attivismo culturale. Ha pubblicato articoli in riviste scientifiche peer-reviewed e ha presentato i propri studi in occasione di conferenze internazionali. È membro del comitato editoriale della rivista accademica Knjiženstvo. Ha ricevuto diversi premi e borse di studio e partecipa attivamente a reti e progetti di ricerca internazionali.
[2] La prima edizione di questa raccolta, pubblicata sulla rivista In forma di parole, risale al 2008, mentre l’edizione pubblicata dall’editore Molesini è del 2022.
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