di Noemi Iacoponi
Guido Morselli ad oggi è uno scrittore di discreta fama che, fino a un decennio fa, era invece quasi sconosciuto. Il motivo che lo ha fatto uscire dall’ombra defilata e lo ha condotto un po’ più in prima linea tra i nomi della letteratura italiana novecentesca è la sua travagliata storia editoriale e l’imperscrutabile personalità – spesso considerate l’uno specchio dell’altra. A far emergere il nome di Morselli, oltre al lavoro di Adelphi che ha pubblicato i suoi romanzi a partire da Roma senza papa, sono state soprattutto le speculazioni sulla correlazione tra i rifiuti editoriali e il suicidio; il carattere schivo e defilato che lo ha sempre posto al di fuori del mondo intellettuale; il successo postumo attraverso cui si è imposto come “caso letterario”.
Questo racconto di Guido Morselli, però, per quanto benefico alla sua diffusione tra i lettori, dà priorità a caratteristiche circostanziali della sua scrittura e non lo rende noto per il suo profilo di narratore; bensì per la sfortunata peculiarità del percorso che ha portato alla pubblicazione dei suoi libri. Mi sembra da tanto tempo un movimento distorto nelle intenzioni, per quanto poi conduca a un risultato auspicabile. Una contromossa, allora, a questa tendenza del “caso Morselli”, è sicuramente quella di pubblicare – e ora ripubblicare in una nuova edizione – il Diario dell’autore. Nel Diario, che ora Adelphi ha aggiornato con la cura di Valentina Fortichiari e con il titolo Mi sono conosciuto nel sogno, infatti, sono contenute tutte le motivazioni che rendono Guido Morselli un autore da tenere in considerazione – per la sua attività narrativa e per le sue idee teoriche sulla scrittura di romanzi – a prescindere da (e non soltanto per) le vicissitudini di non pubblicazione che hanno caratterizzato la sua vita pubblica di scrittore. Anzi, il fatto che sia riuscito a mantenere coerente il profilo di scrittore e abbia nutrito, proprio tra le pagine del Diario, la propria costruzione autoriale nonostante gli sia mancata per tutta la vita una risposta dal pubblico dei lettori, mi sembra un valore aggiunto che deve ancora di più spingere la critica a concentrarsi sul Morselli scrittore, piuttosto che sul caso letterario.
Più che in sé stesso e nella sua scrittura, Morselli aveva un grande credo per il romanzo come genere letterario. Questo fa sì che al progressivo susseguirsi di rifiuti lui risponda non con l’arrendevolezza o con l’insistenza immodificata; bensì con uno studio teorico ancora più approfondito e sperimentale di modi ogni volta nuovi di creare un romanzo, attingendo al genere come alla più grande fonte di resistenza e ispirazione della sua vita. Tutto ciò può essere detto proprio leggendo il Diario, quando, ad esempio, utilizza le categorie di Benedetto Croce per affermare che il romanzo non vada relegato alla “letteratura” – secondo il pensiero crociano – ma abbia le possibilità, quando valorizzate, di essere considerato “poesia”.
“Non credo che l’opera narrativa sia semplice ‘letteratura’, come sarebbe inevitabilmente secondo Croce: può ben essere poesia. Ma richiede non solo qualità poetiche, ma morali, diverse: tenacia, anzitutto. E altre capacità intellettuali: un senso prospettico e vorrei dire panoramico dell’opera; l’arte di proporzionare le parti al tutto, di vederle ‘in funzione’ del tutto”.
La carriera di scrittore di Guido Morselli coincide esattamente con la riflessione contenuta in questo passo appena citato. Per lui essere uno scrittore di romanzi è anzitutto una scelta di vita che lo porta a considerarlo un atto morale, appunto in cui esercita la resistenza e la tenacia contro i fallimenti ripetuti – non a caso definirà l’arte narrativa una pratica squisitamente umana e, per questo, mai superabile se non in fasi provvisorie (“Il narrare domani assumerà forme estra-letterarie in quanto estra-romanzesche. Ma non verrà meno, né domani, né dopo”). E i suoi romanzi contengono così tanto quel senso prospettico da essere sempre anticipatori anacronistici del sentire del tempo – e questa è la causa della sua inassimilabilità con il mondo editoriale a lui contemporaneo. Lui stesso, in una pagina del Diario, noterà che uno dei luoghi comuni della critica letteraria sia l’esigenza di trovare una “sistemazione ai vari autori”: proprio quella che non riusciranno a trovare per la sua opera.
Il Diario, per Morselli, è anche lo spazio personale in cui comunque prendere parola nel dibattito sul romanzo da cui – non essendo recepito dal pubblico – veniva estromesso. Prenderà posizione, ad esempio, contro il Gruppo 63 o si dirà preoccupato che il romanzo contemporaneo scivoli sempre più in quello che chiama “teorismo”, ovvero il servirsi di un personaggio per esprimere una teoria dell’autore, e slegarlo dalla vicenda.
Mi sono conosciuto nel sogno è veramente un titolo azzeccato perché conferma come la dimensione spirituale di Guido Morselli sia stata quella in cui lui si è davvero costruito – come scrittore, come voce nei dibattiti culturali, come professionista – più che nella dimensione concreta. Che non ci fossero i suoi libri in libreria – e quindi che nessuno lo considerasse scrittore – non gli impediva di continuare a scriverne, di riflettere su di essi, di esprimere opinioni su quelli degli altri, di posizionarsi nelle diatribe tra scrittori e critici o di correggere e confrontare pagine dei suoi stessi romanzi (nel Diario ci saranno intere bozze di capitoli di Uomini e amori, ad esempio). Lo faceva nel Diario – sapendo benissimo di farlo, come quando scrive “mi capita di sgomentarmi talvolta considerando lo sviluppo che ha il mondo spirituale, la mia vita interiore, in rapporto alla povertà presente della mia vita pratica” – e nel sogno che sono le sue pagine private ha costruito quella che poi è diventata la natura effettiva della sua persona. Per questo, come scrive Giuseppe Pontiggia nell’Introduzione, quelle del Diario “sono pagine che aiutano ad addentrarsi nel suo mondo speculativo e fantastico e a capire i suoi procedimenti di narratore”.
“Delle definizioni di ‘romanzo’ – da quella (di Sainte-Beuve se non erro) che lo chiama reincarnazione dell’epica, a quella di G. Calogero che lo chiama, e non scherzosamente, ‘un film raccontato con le parole’ – non ne conosco una che si proponga veramente di “definire” questo fatto letterario. Probabilmente, perché esso è troppo ampio, multivoro o eteroclito per prestarsi a una definizione, diciamo, empirica; potrà, forse, prestarsi meglio alla concettualizzazione in sede di teoria estetica. Ma non è facile che questa possa mostrarsi utile ai fini pratici. Ciò che occorre ai critici, è una approssimativa tipologia e classificazione, e un abbozzo di fisiologia comparata dei tanto, tantissimi organismi narrativi, irriducibili l’uno all’altro, in cui in incarna il fenomeno che chiamiamo ‘romanzo’ con un termine ormai scarso di significato”.
Questo suo ragionamento intorno alla definizione di romanzo, sempre contenuto nel Diario, rende Mi sono conosciuto nel sogno anche il testo attraverso cui conoscere e apprezzare la complessità dell’intelligenza morselliana. Lo scriverà chiaramente che “chi sa ascoltarsi vive più vite” è il Diario é il suo mezzo per raggiungere la molteplicità di cui si sente composto. “Sono orgoglioso – scriverà – (è forse il mio unico orgoglio) di sentirmi, in male e in bene, un riepilogo di uomini”. Del personaggio autobiografico di Uomini e amori – Saverio – scriverà, proprio nel Diario, che “chiarirsi, conoscersi, evolvere, perfezionarsi erano il numero del suo programma verso se stesso” e questo movimento perpetuo si rispecchia nel Morselli del Diario. “Non fa che pensare, e non solo pensa ma sa di pensare, pensa narrando” – scrive nella Postfazione Valentina Fortichiari: pensare, pensare di pensare e narrare sono le tre attività più vere e intense della vita di Guido Morselli, tutte e tre coordinate sufficienti a sintetizzare i quaderni che inizia a compilare ad aprile del 1938 – quando aveva ventisei anni.
Cerca nel Diario un ascolto che attinga alla “propria sensibilitá profonda” e questa ricerca della complessità confluisce anche nella sua idea di romanzo. Agli occhi di Morselli non è possibile definire il romanzo in modo puntuale e completo perché vorrebbe preservarne la molteplicità di strati e la complessità del suo senso profondo. Questo fine animerà tutta la sua produzione letteraria e sarà lo stimolo a reinventare continuamente lo stile e le caratteristiche dei propri romanzi, per arrivare a una vera e propria carriera divisibile in fasi – che rendono evidente la caratura di scrittore che, anche quando ancora senza las ricezione del pubblico, comunque già era.
Esprimendo la sua disapprovazione per Arbasino e il Gruppo 63, concluderà in un passaggio del Diario che “si dovrebbe dire che il romanzo, più che una distesa discorde di generi letterari, è una letteratura, o addirittura, è ‘la’ letteratura”. Il termine romanzo comprendeva per lui tutta la letteratura e quindi le corrispondeva per intero: scrivendone nove e lasciando abbozzato il decimo, nessun rifiuto editoriale, pubblicazione postuma, o caso editoriale, potrà far dubitare che Guido Morselli sia stato proprio ciò che ha conosciuto nel sogno. Un narratore decisivo per la nostra letteratura. E se “ogni atto o stato nostro – come scrive – esiste per noi solo in quanto è oggetto di riflessione”, il Diario è la conferma della riflessione di Morselli sul sé scrittore che, di conseguenza, lo fa esistere come tale.
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Noemi Iacoponi è nata nella provincia marchigiana. Si è laureata in Italianistica all’Università di Pisa e lavora in editoria. Ha scritto articoli e racconti per Il Tascabile, Indiscreto, Limina, Poetarum Silva, Rivista Stanca e altre.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
