Esistono storie il cui nucleo è secondario al ritmo che le detta, le asseconda. Ciò che comanda in certe particolari vicende è il flusso che le incanala. Un soffio di vento costante, forte, vertiginoso, un vento circolare, che non viene da est, non spinge da nord. Un vento che gira su sé stesso e spinge le frasi in circolo, le ruota, le avvolge, non le interrompe mai. Un vento cui non interessa il punto, che orienta la voce del narratore di virgola in virgola, che non gli concede mai il fiato né una pausa. Chi narra non può fermarsi, non può farlo nemmeno chi legge. Bisogna stare nel soffio, non sapremmo nemmeno dove mettere il segnalibro, non sapremmo indicare il capitolo preferito perché i capitoli non ci sono.

C’è la prima parola che si incatena alla seconda fino a formare una frase che non finisce fino alla fine del romanzo, ammesso che lo sia, perché chi può dirlo a quel punto, chi avrebbe il coraggio di affermare di aver letto un romanzo. La lettrice o il lettore avranno fatto qualcosa in più: si saranno smarriti, avranno lasciato perdere ogni tentativo di comprendere, avranno capito in modo diverso, avranno forse sentito, si saranno sentiti ipnotizzati, calpestati, baciati, sputati in faccia, accarezzati. Si sentiranno feriti, e poi suturati, e l’attimo dopo se ne saranno andati via dal libro (ma non da ciò che hanno letto) come se avessero una cicatrice sui polsi, poco distante dalle vene.

[…] ti posso raccontare molte cose, alcune divertenti e altre mica tanto, non sempre si muore sulla forca o sulla sedia elettrica, si può morire anche a schioppettate, a calci, o all’ospedale o in cento altri modi diversi, c’è una varietà infinita di modi per crepare, e non tutte le storie sono storie di morte, ci sono anche storie di contrabbando, di fantasmi, di amore […].

Una di queste storie l’ha raccontata – se così si può dire – Camilo José Cela, premio Nobel per la letteratura, nel 1989. Un uomo del Novecento, uno straordinario innovatore delle forme e degli spazi possibili della narrativa. Cela nacque in Galizia nel 1916 ed è morto a Madrid, parecchio tempo dopo, nel 2002. Utopia editore (che è ormai un marchio di garanzia) lo ha accolto nel suo catalogo da qualche anno, attraverso la pubblicazione di alcuni dei suoi romanzi di culto, quali Alveare (al momento sold-out) e La famiglia di Pascual Duarte (un libro che ho davvero amato tanto). È un autore classico e, estremamente, contemporaneo, profondo e divertente, geniale per certi versi. La storia, dunque, questa storia, la nostra storia e le cicatrici che ci lascia è: Cristo versus Arizona, appena uscito con la traduzione di Tilde Riva, è di certo un libro ma non somiglia a nessun libro, non mi ricorda niente, agisce solo nel futuro di chi legge.

La storia dice di una vita, di più vite, parla di marchi e ferite, di angosce e frustrazioni, parla di miseria e di morte, di cattivi odori e di qualche pensiero luminoso, parla di miracoli, di prigioni e fughe, di trappole che ti catturano già alla nascita e che ti segnano per sempre, e – contemporaneamente – ti rovinano e ti salvano. Di cose che ti uccidono nello stesso istante in cui ti amano.

Se dovessimo individuare un filo potremmo dire che è più o meno questo, ma tu srotolalo se sei capace, e riavvolgilo se ci riesci. Il filo.

[…] gli scemi sono anche loro creature di Dio e non fanno più porcherie degli intelligenti, nemmeno porcherie diverse, chi le ha contate dice che non arrivano a cento e le sanno tutte, tanto gli scemi che gli intelligenti, il giorno del giudizio universale ci saranno parecchie sorprese […].

Ci troviamo in Arizona agli inizi del Novecento. La voce narrante, che non ha nome o che ne ha più di uno, che è oberato da troppe identità (come direbbe Agnes Heller), racconta, in un flusso di frasi che appaiono sconnesse, slegate, all’apparenza senza senso, smozzicate, incompiute, la sua vita strana, incredibile. È figlio di una prostituta e di un padre, quanto meno, bizzarro, di certo crudele, che marchiava i figli affinché la madre, da adulti, potesse riconoscerli e non andarci a letto. Il personaggio principale è inaffidabile, appare sprovveduto i un mondo complesso, brutale. Un modo, un tempo, un luogo dominato dall’istinto, naturale e violento. Intorno a lui si muovono pistoleri, ladri, mandriani, banditi, l’Arizona, dunque. Accade di tutto, omicidi, rapine, duelli. Si vola da un eccesso all’altro. Nemmeno Cristo può sfidare o venire a patti con questa gente, perché ognuno di loro crede che se esiste un Dio è dalla propria parte. Ogni uomo e ogni donna crede che mai sarà sconfitto e compie, di conseguenza, qualunque oscenità, orrore.

Tutto questo funziona perché sta nel ritmo impressionante che ha inventato Camilo José Cela, una corsa a perdifiato che ipnotizza come quando leggiamo il miglior Bernhard. Di fatto crea una nuova grammatica, le parole non servono a spiegare ma a travolgere, la lingua non serve per dire ma per suonare, i personaggi non devono solo stare in piedi ma correre a perdifiato al centro esatto delle frasi, come se fossimo in un video dei Prodigy. Si resta sgomenti, tipo quando la letteratura funziona.

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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