di Girolamo Grammatico

La trama di Otto ragazze si racconta in poche righe. Più complesso è dire di che cosa parli davvero.

Sara è un’architetta, insegna al Politecnico e ha un’idea piuttosto precisa di come dovrebbe funzionare il mondo. Quando Lidia, la sua compagna, eredita una grande villa liberty malandata, Sara vede immediatamente ciò che ancora non esiste: un co-housing femminile, una casa nella quale donne diverse possano mettere in comune risorse, competenze, tempo e cura. Villa Debora comincia così a popolarsi, fino ad accogliere otto vite molto diverse tra loro.

Sarebbe facile, a questo punto, parlare di un romanzo corale “al femminile”. E sarebbe anche il modo più rapido per perderne una parte importante.

Perché le otto protagoniste di Aurora Tamigio non rappresentano otto declinazioni della stessa esperienza dell’essere donna. Sono collocate in punti molto diversi della società e dispongono di quantità altrettanto diverse di denaro, istruzione, salute, autonomia, protezione, desiderabilità sociale. Ed è proprio vedendole vivere insieme che queste distanze diventano evidenti.

C’è Nadia, anziana e senza una casa, che arriva a Villa Debora trascinandosi dietro una quantità di valigie e oggetti che per Sara sono soprattutto ingombro e per lei, invece, sono una biografia. C’è Piera, poco istruita, con un passato da ballerina nei locali e da barista, convinta di non sapere fare niente e che invece, quasi senza che le altre se ne accorgano, tiene materialmente in piedi la casa: cucina, pulisce, stira, cura il giardino, impara ad assistere Gloria. E c’è proprio Gloria, dotata di un capitale culturale quasi smisurato, che ha studiato alla Normale, fatto ricerca all’estero e che una malattia degenerativa costringe a rinegoziare continuamente il rapporto tra talento, lavoro e autonomia.

Potremmo continuare con Valeria e Adele, che arrivano da una storia di violenza, o con Argenta, intelligentissima e curiosa, ma incapace di aderire senza sofferenza alle forme di socialità e di apprendimento che gli altri considerano normali.

È qui che, leggendo, ho pensato all’intersezionalità.

Non perché Otto ragazze sia un romanzo che abbia bisogno di essere spiegato attraverso Kimberlé Crenshaw, e nemmeno perché Tamigio sembri voler trasformare una teoria femminista in narrativa. Al contrario. Il punto è proprio che riesce a raccontare una cosa che sul piano teorico possiamo formulare in poche parole: essere donna non significa la stessa cosa per tutte.

Una malattia modifica ciò che puoi fare del tuo capitale culturale. La povertà modifica la possibilità di scegliere. L’età modifica il modo in cui vieni guardata. L’istruzione stabilisce chi può prendere la parola e con quale autorevolezza. La violenza restringe il campo del possibile. E persino dentro uno spazio nato per essere egualitario continuano a esistere privilegi, dipendenze, incomprensioni.

Tamigio non organizza tutto questo in una tassonomia delle oppressioni (per fortuna!). Lo lascia accadere tra le persone. Ed è forse la cosa che mi interessa di più del romanzo: Villa Debora nasce da un’utopia, ma Tamigio non permette mai all’utopia di restare pulita.

Qui entra in gioco Joan Tronto. Nel Manifesto che Sara appende in corridoio ci sono già, quasi senza nominarli, molti elementi dell’etica della cura: mettere in comune ciò che si possiede, usare le proprie energie per qualcun’altra, essere presenti, rendersi utili attraverso ciò che si sa fare.

Sulla carta funziona benissimo. Poi arrivano le persone.

E con le persone arrivano i bisogni, i caratteri, le diseguaglianze, le paure, il denaro, il sesso, la malattia, i cellulari, il cibo, le gelosie. Arriva soprattutto una domanda che Tronto pone da sempre alla politica della cura: chi decide di che cosa l’altra persona abbia bisogno?

Sara è probabilmente il personaggio nel quale questa contraddizione diventa più evidente. Vuole proteggere. Vuole accogliere. Vuole creare uno spazio nel quale nessuna sia lasciata sola. Ma proprio perché crede così fortemente nel proprio progetto finisce talvolta per decidere per le altre cosa sia bene mangiare, come comportarsi, quali rischi correre, persino quando usare il telefono.

Otto ragazze, secondo me, diventa davvero interessante quando ci racconta che la cura è correlata alla bontà, non basta. Ci mostra quanto sia difficile esercitarla senza trasformarla in potere.

Anche la storia di Piera è esemplare. Piera sembra, almeno all’inizio, la persona che possiede meno risorse da mettere in comune. Non ha il sapere di Gloria, la competenza medica di Lidia, il capitale economico e culturale di Sara. Eppure è lei a svolgere una quantità enorme di quel lavoro senza il quale nessuna comunità potrebbe esistere: prepara da mangiare, lava, stira, pulisce, sistema, osserva ciò di cui le altre hanno bisogno.

Solo che quel lavoro ha una caratteristica antica: tende a scomparire proprio mentre viene fatto.

È una delle cose che il femminismo ha mostrato meglio sul lavoro di cura e Tamigio la racconta senza bisogno di trasformarla in una lezione accademica. Piera continua a sentirsi poco importante perché si possono fare molti complimenti a qualcuno per un titolo di studio, una carriera o un talento eccezionale; è più difficile costruire prestigio sociale sul fatto che quella persona abbia lavato il pavimento, preparato dieci caffettiere o ricordato a un’altra di prendere una medicina.

La cura, allora, non è semplicemente bontà. È attenzione, certo, ma anche distribuzione del lavoro, riconoscimento, responsabilità, possibilità di decidere. E conflitto. Soprattutto conflitto.

La sorellanza di Otto ragazze non precede questo conflitto. Se esiste, arriva dopo averlo attraversato. Le donne di Villa Debora non sono solidali perché donne. A volte sono classiste, paternaliste, invadenti, ingiuste; si feriscono, si giudicano, non si capiscono. Eppure continuano, almeno per un tratto della loro vita, a cercare una maniera per stare insieme.

È una differenza importante. Villa Debora diventa così qualcosa di più di un’ambientazione. È una città molto piccola nella quale tornano le stesse domande della città grande: chi stabilisce le regole? Chi dispone delle risorse? Quanto deve contribuire ciascuna? Che cosa accade quando una persona riceve più di quanto può restituire? Fino a che punto la sicurezza collettiva può limitare la libertà individuale? È qui, molto più che nei discorsi programmatici di Sara, che ho trovato la dimensione politica del romanzo.

C’è poi la voce narrante.

Non vorrei dire troppo sulla sua identità perché il piacere di capire, pagina dopo pagina, chi stia raccontando fa parte del dispositivo costruito da Tamigio. Ma è una voce intimamente legata alla materia di Villa Debora: conosce i muri, gli oggetti, le crepe, ciò che è stato dimenticato nei cassetti. Ricorda persone che non ci sono più e osserva quelle che arrivano. Il suo tempo non coincide esattamente con quello umano. Per questo parlerei di realismo magico, ma con una certa cautela.

Tamigio compie infatti un gesto curioso: introduce nel romanzo qualcosa che per il lettore è impossibile e, contemporaneamente, rifiuta di considerarlo soprannaturale. La materia, sembra dirci questa voce, non è morta soltanto perché non possiede sangue, organi e tessuti. Anche le case nascono, invecchiano, trattengono tracce, vengono ferite e infine muoiono. In questo senso il romanzo entra anche in risonanza con quella tradizione antropologica che, da Arjun Appadurai agli studi sulla cultura materiale di Daniel Miller, ha mostrato quanto gli oggetti siano tutt’altro che elementi neutri dello scenario umano. Le cose circolano, accumulano significati, partecipano alla costruzione delle identità e mediano le relazioni. Le case, soprattutto, non sono semplicemente contenitori di esistenze: diventano archivi materiali delle vite che le hanno attraversate.

Villa Debora può essere letta anche così: non soltanto come luogo nel quale accadono gli eventi, ma come organismo memoriale del romanzo

Il fantastico, quindi, non irrompe nella realtà. È già dentro la realtà, soltanto che noi non siamo abituati a guardarla in quel modo.

A questo punto acquista un peso diverso anche l’epigrafe di Donna Haraway con cui Tamigio apre il libro. Storie che producono altre storie, legami che ne generano altri, mondi che vengono costruiti attraverso il modo in cui li raccontiamo.

Villa Debora fa esattamente questo: contiene vite, ma viene a sua volta modificata dalle vite che contiene. Conserva i resti di chi è passato prima, cambia con chi la abita nel presente e sopravvive, almeno in parte, dentro chi se ne va.

La dimora da oggetto contenitore diventa soggetto narrante. E forse è qui che le diverse questioni del romanzo cominciano davvero a parlarsi.

Le vite delle protagoniste non sono mai soltanto loro. Sono fatte delle condizioni materiali in cui sono nate, delle possibilità che hanno avuto o non hanno avuto, delle persone che le hanno curate e di quelle che hanno fatto loro del male. Sono fatte anche degli oggetti, delle stanze e delle memorie che si sono portate dietro.

L’individuo, da solo, non basta a spiegare una vita.

È questa la ragione per cui trovo Otto ragazze un romanzo molto contemporaneo. Non perché contenga una quantità di “temi contemporanei”, formula che rischierebbe di trasformarlo in un catalogo, ma perché mette continuamente in discussione l’idea, contemporanea per l’appunto, dell’autosufficienza.

E allo stesso tempo evita l’errore opposto: idealizzare la comunità. Stare insieme non rende automaticamente migliori. Condividere una casa non cancella le differenze. Scrivere un Manifesto non basta a praticarne i principi. E voler proteggere qualcuno non significa necessariamente saperlo fare.

È forse questo che mi è rimasto più di tutto dopo la lettura: Otto ragazze non ci offre una ricetta per la comunità ideale. Ci mostra quanto lavoro occorra per costruirne una, quanto facilmente la cura possa trasformarsi in controllo e quanto sia necessario continuare a correggere persino le idee nate dalle migliori intenzioni.

Alla fine, quindi, la domanda che mi è rimasta non è se il progetto di Villa Debora funzioni oppure fallisca, ma come si fa a costruire un luogo comune senza chiedere a chi lo abita di diventare uguale alle altre?

Otto ragazze dovrebbe leggerlo chiunque abbia interesse per le relazioni, per la convivenza, per il modo in cui il potere entra anche nei legami più affettuosi e nelle migliori intenzioni. Dovrebbero leggerlo le donne, certo, perché dentro queste pagine possono riconoscere esperienze, contraddizioni, fatiche e forme diverse di libertà. Ma la mia speranza è soprattutto che lo leggano gli uomini.

Non per “capire le donne”, espressione che trovo sempre un po’ sospetta, come se esistesse un mondo femminile separato da osservare dall’esterno. Piuttosto per capire qualcosa di più su di noi: su quanto spesso scambiamo l’autonomia per autosufficienza, su quanto poco vediamo il lavoro di cura che rende possibile la nostra vita quotidiana, su quanto siamo stati educati a considerare naturale che qualcun’altra si occupi di ciò che tiene insieme le relazioni.

Gli uomini dovrebbero leggere Otto ragazze anche perché, pur essendo quasi interamente abitato da donne, non è un libro che parla soltanto di loro. Parla di potere, dipendenza, vulnerabilità, desiderio di essere riconosciuti, paura di perdere il controllo. Parla, in altre parole, di questioni che ci riguardano tutti, ma da  margini del nostro ecosistema relazionale. E forse proprio entrare per qualche ora in una casa in cui gli uomini non sono il centro della scena può essere, per molti di noi, un’esperienza salutare e a chi possa sentirsi escluso vorrei far notare che posizionarsi, volontariamente, su una prospettiva laterale aiuta tanto a migliorare la prospettiva sul mondo.

Se c’è una speranza che accompagna questa recensione, quindi, è molto semplice: che Otto ragazze non venga confinato tra i libri “per donne”. Sarebbe un modo fin troppo comodo per non lasciarsi interrogare.

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