di Margherita Macrì
Quando non corrisponde più ai nostri ricordi, il paesaggio comincia la sua seconda vita, quella incerta e pervicace della memoria.
Ci sono luoghi che ricordiamo senza sapere più se li abbiamo davvero visti così. Una curvatura della costa, la falesia a picco sul mare, una spiaggia ampia delimitata dalle dune. Nella memoria la luce non conserva quasi mai la temperatura del giorno in cui l’abbiamo ricevuta: la ricordiamo più chiara o più obliqua, svuotata delle ombre; talvolta ci aggiungiamo qualcosa, una figura che forse non era al centro della scena, un dettaglio che non c’è mai stato. E per molto tempo pensiamo che quel luogo sia rimasto ad aspettarci, come se avesse stipulato con noi un patto di fedeltà che oltrepassa il tempo e gli accadimenti. È come se lo pensassimo per sempre immutabile, a custodire la forma delle nostre estati, mentre noi diventiamo altro.
Poi accade di tornare e vedere che la curvatura si è accentuata, la falesia è crollata, il mare ha ingoiato anche le dune, perché quel luogo ha continuato a vivere mentre non lo guardavamo. Così le immagini nuove invadono la nostra memoria e la correggono, obbligandoci a dubitare dei nostri ricordi. Se il luogo della nostra infanzia non esiste più, dove è accaduta quell’infanzia? Non è sufficiente farsi custodi della memoria affinché essa si preservi. È necessario che si appoggi alle cose: quella curvatura, gli spigoli della falesia, il modo in cui la luce cadeva sulle dune.

Dall’archivio di Sopravvivono alle spiagge
Se dovessi dire, senza alcun fondamento scientifico, come funziona la mia di memoria, la definirei essenzialmente visiva, trattiene ciò che vede, paesaggi, edifici, e molto meno le parole pronunciate in quei luoghi. Non ricordo la voce di mio nonno, e quello che diceva un po’ me lo invento, ma la spiaggia di San Foca dove metteva a dormire la sua barchetta o i denti dello scoglio dove preparava le esche, quelli sì, mi pare di ricordarli esattamente come li ho visti, come se avessero assorbito tutto quello che non ho saputo conservare scientemente. Mio nonno abitava in meno di 50 metri quadri perpendicolari al mare, e ogni volta che usciva di casa si affacciava prima a destra, verso l’orizzonte, verso l’acqua. Oggi quella spiaggia non c’è più, e a non poterla più vedere sento invadermi da lutto molto particolare, un lutto delle superfici lo definirei, quelle dove si è depositata la mia vita.
A complicare quel lutto così personale, c’è il fatto che il mio di paesaggio, quello Mediterraneo, e ancora di più quello Adriatico, è legato a un immaginario di fissità che si è andato strutturando negli ultimi decenni. È come se una lunga sovrapposizione di desideri esotici ci avesse consegnato una costruzione collettiva alla quale è impossibile sottrarre i posti dove siamo nati. Così, fra storie social di mare azzurro e cartoline con le dune protette dalle tamerici, ancora prima di tornare a guardare la nostra costa, sappiamo già come dovremmo vederla. Un’immagine paradisiaca che rende il mare estraneo al passaggio del tempo, in cui non compaiono recinzioni, tratti nastrati per pericolo di crollo, punti in cui la frattura della memoria sia percepibile.

Pellicola negativa 4×5″. Da Sopravvivono alle spiagge.
Eppure nel Salento che io vedo vivendoci ogni giorno si moltiplicano quelle che il poeta Fabio Pusterla definisce «zone spurie», cioè quei posti, certamente meno sublimi e meno vendibili, che non si possono contemplare da fuori, perché lì la contraddizione «mi contiene, mi pertiene». Transenne, ripascimenti, cemento che d’inverno si unisce al grigio del cielo, e che sono le forme concrete del nostro rapporto con la costa. Perché la costa è un margine in continua rinegoziazione, in cui terra e acqua si contendono metri reciprocamente, contraddicendo la promessa di disponibilità perenne del brand «Lu sule, lu mare, lu ientu».
Ritornare con una macchina fotografica
Il fotografo Francesco Conti lavora dal 2009 sul paesaggio pugliese, concentrandosi sulle questioni ambientali e il social landscape. In Topografia meridiana, che muove dal Pensiero meridiano di Franco Cassano, osserva lo scarto fra il paesaggio enfatizzato dal turismo e quello reale dei luoghi marginali, le “zone spurie” appunto, che per chi vive nel Salento sono la parte più ampia dell’esperienza. Con Pirografie invece ha seguito fino al 2014 gli incendi estivi, negli anni in cui iniziavano a diventare un’emergenza.
Dal 2022 Conti percorre la costa adriatica pugliese da Brindisi a Santa Maria di Leuca, tornando negli stessi luoghi in stagioni differenti per osservare l’erosione costiera e le trasformazioni delle spiagge, delle falesie e delle costruzioni che il mare pare voler ingoiare. Fotografa in analogico, in medio e grande formato, e il suo progetto, che si intitola Sopravvivono alle spiagge, conta oltre 150 rulli e alcune lastre 4×5, sempre su negativo a colori. Nel 2026 ha vinto il premio Puglia della PhEST Pop-Up Open Call ed è ora esposto all’aperto sul Lungomare Santa Maria e a Cala Porta Vecchia di Monopoli, nell’undicesima edizione del festival, fino al 1° novembre. Una collocazione eloquente di per sé, mi pare, perché immagini di spiagge erose e trasformate dal mare dialogano con il mare fuori dall’inquadratura, che intanto continua indisturbato il proprio lavoro.
Alle fotografie di Conti si affiancano cartoline viaggiate e fotografie provenienti dagli album delle famiglie che hanno scelto di donarle al progetto, che raccoglie da anni cartoline viaggiate e fotografie vernacoli, mettendole in relazione con la campagna fotografica contemporanea. Il risultato è un archivio in divenire che confluirà anche in un osservatorio online della costa, organizzato per località, in cui si tengono insieme le trasformazioni del presente, le memorie private e alcune rappresentazioni sedimentatesi nel tempo.

Dall’archivio di Sopravvivono alle spiagge
In una foto di circa sessant’anni fa una bambina posa sulla sabbia per fermare la felicità cercata dell’estate; nella foto contemporanea il punto dello scatto non esiste più, e oggi quella bambina la ritroveremmo direttamente in mare, con l’acqua ai polpacci. In mezzo c’è la natura che ha fatto il suo corso, come anche la vita che è trascorsa. Guardandola oggi quella vecchia foto, contiene, a sua insaputa, una profezia: la futura scomparsa di ciò che ha voluto fermare.
Il tempo di noi umani è breve e costellato di avvenimenti, nascite, partenze, amori, morti, ritorni, mentre quello geologico ci pare scevro di eventi, almeno finché non irrompono nella nostra esperienza: una roccia si consuma per anni senza che quasi nessuno se ne accorga, poi all’improvviso crolla, come è successo lo scorso febbraio all’Arco de lu Pepe di Sant’Andrea, che negli ultimi anni era conosciuto come Arco degli innamorati. Quella trasformazione ha in sé una durata lunghissima, ed era sotto gli occhi di tutti noi, che non abbiamo voluto guardare.
Credo che la peculiarità di Sopravvivono alle spiagge sia proprio nel sottrarre il paesaggio alla dittatura dell’evento – il crollo di Sant’Andrea è avvenuto in una notte e per secoli –, e che Conti faccia del ritorno continuo sui luoghi, anche quando non succede niente, un vero e proprio metodo, perché è in quel niente che il cambiamento sta già accadendo.
E così mi viene in mente Ormai, di Andrea Zanzotto, che scrive: «Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio», ed è qua che mi pare che il pensiero del poeta veneto si intrecci con quello di Francesco Conti, almeno nella visione del paesaggio come di qualcosa da mettersi addosso, perché certi luoghi diventano, più spesso di quanto pensiamo, la misura della nostra vita. Impariamo a orientarci attraverso la conta delle calette o la profondità di un’insenatura, e inconsapevolmente affidiamo a quelle forme la nostra continuità, tanto che quando si modificano non sappiamo più dove mettere i ricordi.
Lo stesso pensiero mi ha riportato ad alcuni scritti di Rina Durante, intellettuale, poetessa, agitatrice culturale, che in quei posti c’è nata (a Melendugno, di cui diverse marine fanno parte, tra cui Sant’Andrea) e con i quali ha stabilito un rapporto corporale, raccontandoli mentre cambiavano insieme alle persone che li abitavano. «Narratrice dei margini» l’aveva definita Alessandro Leogrande proprio su queste pagine. Lui pensava ai margini sociali, ma margine è anche lo stare fra ciò che resta e ciò che non è più riconoscibile. In una poesia dedicata alla Grotta della Poesia di Roca, scrive che se si siede «sul ciglio di questa voragine», ascolta «il tonfo del mare», sente tra le dita «la grana antica di questa terra», allora comprende «che siamo rimasti noi soli / e i pallidi voli / di qualche gabbiano», in un ordine gestuale tutto appeso a quel “se”, che ricorda che il paesaggio appare solo in quanto i corpi vi si relazionano. In Durante, come nel lavoro di Conti, la costa non è mai solo “natura”, né può essere separata dalla vita che la attraversa, e quindi, quando si modifica, insieme a lei muta tutta una rete di relazioni. La stessa frattura tra luogo e ricordo Rina Durante l’aveva raccontata in una poesia dedicata a Saseno, l’isola albanese della sua infanzia, in cui sceglie di non tornare, perché «Se dovessimo ritrovare / una sola pietra rimossa / ci cadrebbe dal cuore / anche questa illusione».

Pellicola negativa medio formato. Da Sopravvivono alle spiagge
Quando scomparve la spiaggia dove i pescatori del posto lasciavano le loro barche a riposo, mio nonno uscendo da casa smise di volgere lo sguardo a destra, e quando doveva andare a comprare il pane, cercava sempre il posto più lontano dal mare. Cominciò così a occupare il suo tempo in campagna, ma là, nell’entroterra, non era più in compagnia. Ci andava da solo e tornava da solo, senza incontrare gli altri pescatori con cui era cresciuto e con cui aveva passato le prime e le ultime ore di tutti i giorni passati. Così quella perdita aveva ridisegnato la geografia delle sue giornate, perché insieme alla spiaggetta era scomparso un piccolo sistema di gesti che teneva insieme una comunità. Una comunità che, senza alcuna solennità, apparteneva a quel luogo, ma che si è accorta di come quella spiaggetta la orientasse solo quando ha smesso di poterci andare.
Antonio Prete, in un breve testo del 2022, Geografia interiore, chiama proprio così questa trama di luoghi, memoria e orientamento. Le sue mappe, scrive, «si formano e disfano, si sovrappongono e allontanano le une dalle altre» ed è quando il tempo si distende nel ricordo che «quel che più non c’è trova una sua nuova esistenza». Nel suo Album di un’infanzia nel Salento questa geografia si fa fortemente concreta, si susseguono campagne, voci, masserie e il mare che circonda la terra da tre parti. Eppure questa concretezza non coincide con la restituzione fedele di ciò che ha vissuto, perché ogni cosa che rievochiamo altro non è che una ricostruzione postuma, in cui quasi tutto si perde. Anche le foto di Sopravvivono alle spiagge provano a ricomporre frammenti che appartengono a tempi diversi, lasciando che emerga soprattutto la distanza fra essi. La foto della bambina sulla spiaggia e quella che Francesco Conti scatta oggi sono entrambe vere, eppure non coincidono più.

Pellicola negativa medio formato. Da Sopravvivono alle spiagge
Ogni fotografia scattata oggi su questa costa è già, per chi verrà, quello che per noi sono le foto di molti decenni fa, l’immagine di un punto che si raggiungerà solo con l’acqua ai polpacci, e ciò che sopravvive è solo l’ostinazione di chi torna a guardarlo. Quando la spiaggetta delle barche scomparve, mio nonno smise di voltarsi a destra. Sopravvivono alle spiagge fa quello che lui non riuscì più a fare, torna all’acqua anche quando l’acqua si è presa tanto, e resta lì a guardarla lavorare.
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In copertina Belvedere, Cerano (BR), Italia, 2022 di Francesco Conti (Pellicola negativa medio formato. Da Sopravvivono alle spiagge)
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