di Federico Trubiano
Da fuori arrivarono ulteriori grida: alcuni agenti stavano circondando un pick-up e con il fucile spianato stavano costringendo una famiglia a scenderne. Anzi, un paio di famiglie, sembrava: due donne messicane, diversi bambini piccoli, tutti in lacrime. Anche il tizio che era sparito dalla porta sul retro riapparve all’improvviso, ammanettato e spintonato lungo un fianco dell’edificio da altri due agenti dell’immigrazione che ovviamente aveva trovato lì fuori ad aspettarlo. Continuava a gridare qualcosa alla sua famiglia – «¡No te preocupes! ¡Papá regresará en un rato! ¡No te preocupes! ¡Papá regresará en un rato!» – mentre lo spingevano verso il furgone.
La descrizione che avete appena letto sembra essere estratta da un resoconto di azione dell’ICE in Minnesota. Viviamo in un’epoca in cui non sono necessarie trascrizioni e immaginazione per documentare i turpi comportamenti che stanno assumendo queste cosiddette forze dell’ordine. Bastano le immagini: crude, terrificanti, tremendamente reali.
Il testo di cui sopra, però, non è tratto dalla nostra attualità, bensì da un romanzo, pubblicato ormai quasi sei anni fa. L’autore è John Niven, affilato scrittore scozzese che nel luglio 2020 pubblica “La lista degli stronzi”, un romanzo che definire distopico cozzerebbe con la drammatica realtà dei fatti che effettivamente si stanno consumando negli Stati Uniti. Il libro immagina un 2026 con Ivanka Trump alla presidenza, succeduta al padre dopo due trionfali mandati. Niven traccia un futuro in cui la figura di Trump viene raccontata agiograficamente dai media, assoggettati completamente agli ideali ultraconservatori del leader; in cui il culto della personalità nei confronti di Trump è ormai dilagante: la mappa elettorale del Paese sembrava una pozza di sangue sotto il vetrino di un microscopio, una massa rossa screziata appena da un virus blu.
La storia ha come protagonista Frank Brill, ex direttore di un giornale, malato terminale di cancro e con una lista di traumi e sofferenze che potrebbe far impallidire anche Meredith Grey. Il rancore politico di Frank si fonde con l’odio personale e lo porterà a decidere di completare, appunto, la Lista: cinque nomi, cinque persone da uccidere per vendicare il dramma della propria esistenza.
L’aspetto più degno di nota, però, è la costruzione immaginifica degli Stati Uniti di quello che per Niven era il futuro e per noi è il presente: una sovrapposizione tra speculative fiction e realtà che scatena, in chi legge oggi, un senso di stordimento tipico di chi si guarda intorno e osserva un mondo irriconoscibile, lontano dagli standard etici che abbiamo considerato per lungo tempo come inalienabili.
Analizzare le somiglianze tra la fantasia di Niven e gli Stati Uniti contemporanei può aiutarci a leggere la deriva preoccupante che la politica americana ha preso dopo la seconda elezione di Donald Trump. Nel romanzo entriamo nel futuro distopico immaginato dall’autore attraverso la narrazione stessa delle situazioni che fronteggia il protagonista. Lo sguardo disgustato di Frank ci permette di assistere in prima persona a scene apparentemente inspiegabili. Il collegamento più diretto con l’attualità è il reparto Immigrazione, mobilitato direttamente dal presidente.
Tutto a un tratto arrivò un suono di gomme che inchiodavano e tutti quelli in fila alla cassa si girarono verso destra e videro due furgoncini neri appena entrati alla stazione di benzina. Si erano a malapena fermati che alcuni uomini erano già saltati giú e si erano messi a correre verso l’autogrill, tutti con il giubbotto antiproiettile e il casco, i mitra e i manganelli.
Vi ricorda qualcosa? L’intervento diretto ha un preciso scopo: espellere, tramite l’uso coercitivo della forza bruta, i migranti clandestini dal territorio americano. Nella parte finale del romanzo, Niven descrive attraverso gli occhi sbigottiti di Frank la violenza con cui gli agenti esercitano la propria funzione:
Frank vide un uomo dalla pelle bruna che litigava con gli agenti mentre quelli strappavano un suo amico alla moglie e ai figli. Uno degli agenti spinse il tizio verso la macchina. Il tizio rispose con uno spintone. Venne trascinato per terra in un polverone mentre i quattro agenti gli saltavano addosso con i manganelli. […] Non ci volle molto prima che il tizio smettesse di muoversi, di sussultare, e venisse trascinato – esanime? morto? – dentro il furgone.
Il caso della morte di Geraldo Lunas Campos dello scorso 3 gennaio sembra ricalcare fedelmente la descrizione del romanzo. Il 22 gennaio l’agenzia di stampa Associated Press riporta la storia del migrante cubano, di fatto sconfessando la tesi del suicidio portata avanti dagli organi federali: l’autopsia, infatti, stabilisce l’asfissia come causa della morte, avvenuta per effetto della compressione fisica da parte degli agenti sul collo e sul torso, accertata anche dalla presenza di emorragie petecchiali – piccole macchie di sangue dovute a capillari scoppiati, associate a intenso sforzo o trauma – sulle palpebre e sulla pelle del collo. Un testimone racconta la scena, descrivendo come almeno cinque agenti avessero attorniato Lunas Campos, dopo averlo ammanettato e sbattuto a terra, e di come uno di loro gli avesse messo un braccio attorno al collo fino a fargli perdere conoscenza.
Il caso di Lunas Campos è solo uno degli esempi dell’utilizzo spropositato della violenza da parte degli agenti dell’ICE. Più recentemente abbiamo assistito alla diffusione di un video di un arresto in cui due agenti federali trascinavano e sbattevano la testa di un detenuto – il 35enne Isai Santos Caceras – contro il muro di un edificio antistante.
Nonostante sia stata l’amministrazione Bush nel lontano 2003 ad istituire l’ICE all’interno del dipartimento di Sicurezza nazionale, il 2025 – con questo inizio di 2026 che segue lo stesso copione – è stato l’anno in cui l’ICE ha modificato la sua natura. Se prima aveva uno scopo preventivo, perseguendo le infiltrazioni di migranti pericolosi per la sicurezza nazionale, oggi assistiamo a una vera e propria opera di rastrellamento dei migranti clandestini. L’importanza politica dell’agenzia si può leggere fondamentalmente attraverso due declinazioni: il dispiego di fondi e gli incentivi ai nuovi agenti. A livello economico, infatti, il bilancio annuale di 9-10 miliardi di dollari canonici è stato implementato da uno stanziamento pluriennale di 75 miliardi nell’ambito della One Beautiful Bill – la discussa legge di bilancio entrata in vigore lo scorso luglio con uno scarto minimo alla Camera e casus belli della lite tra Trump e Elon Musk – che ha reso già quest’anno, nonostante i fondi siano stanziati fino al 2029, l’ICE l’agenzia più finanziata della storia degli Stati Uniti.
A settembre 2025, il governo americano faceva sapere tramite una nota sul proprio portale di aver ricevuto 150mila candidature per entrare nell’agenzia, una chiara conseguenza della campagna di reclutamento avviata appena un mese dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca. L’ICE, infatti, ha diffuso sui propri canali social una serie di contenuti dal forte simbolismo patriottico, oltre a fornire incentivi economici non indifferenti e la cancellazione dei debiti studenteschi. Come se non bastasse, l’agenzia ha accorciato i tempi di addestramento dei nuovi agenti – da tredici a otto settimane – e ha alzato l’asticella dell’età massima per fare richiesta.
In altre parole, l’amministrazione Trump ha riempito di risorse economiche un’agenzia che ha fatto leva sul sentimento patriottico dei suoi sottoposti, spediti direttamente a perlustrare le strade e operare retate, senza l’adeguata preparazione. Le conseguenze sono drammatiche.
– Signore? Signore? – Frank si girò. Aveva davanti un poliziotto, uno della coppia che era lí fin dall’inizio. – Mi dispiace ma deve consegnarmi il suo telefono -. Gli stava già porgendo un sacchettino per le prove.
– Cosa? – disse Frank.
– Clausola 14, sottosezione Irb del Super Patriot Act del 2022: «È illegale interferire in qualsiasi modo con le autorità nell’espletamento delle loro funzioni, effettuando sia registrazioni video che audio».
Nel mondo reale, fortunatamente, la possibilità di filmare le azioni degli agenti e diffondere le immagini tramite i social media sono le principali armi a disposizione dell’opposizione, ciò che ha permesso la diffusione repentina dell’indignazione che ha portato allo scatenarsi di proteste. Il caso più eclatante, in questo senso, è l’omicidio di Renee Nicole Good dello scorso 7 gennaio.
Renee Nicole Good era una scrittrice che stava partecipando a un’operazione di monitoraggio organizzata dai cittadini per controllare l’operato dell’ICE, assieme alla moglie Becca Good, presente al momento dell’omicidio e che nel video qui riportato riconosciamo come la donna con gli occhiali da sole che filma l’uscita dalla camionetta degli agenti. Le due donne erano attive come volontarie in una rete di “pattuglie di quartiere” composta da centinaia di attivisti locali per tracciare e registrare le operazioni dell’ICE a Minneapolis. E dalle dichiarazioni di Michelle Gross, presidente dell’associazione Community united against police brutality, emerge che era proprio ciò che stavano facendo al momento dello sparo dell’agente Jonathan Ross.
Naturalmente neanche una prova schiacciante come un video realizzato direttamente dal killer basta a smontare la strenua resistenza alla verità da parte delle istituzioni americane. È sufficiente leggere il commento del vicepresidente JD Vance al video pubblicato sui propri canali social: «A molti di voi è stato detto che questo agente delle forze dell’ordine non è stato investito da un’auto, non è stato molestato e ha ucciso una donna innocente. La realtà è che la sua vita era in pericolo e ha sparato per legittima difesa». Oltre al tentativo del vicepresidente di ribaltare la narrazione, definendo Good come vittima della sua ideologia di sinistra.
Il problema della manipolazione narrativa da parte delle istituzioni politiche non è certo una novità nel panorama politico. Lo stesso Niven ci fornisce nel romanzo una sintesi drammatica, uno spaccato della nostra attualità.
Due poliziotti stavano già percorrendo la coda per confiscare i telefoni e recitare il Super Patriot Act, che ormai Frank conosceva a memoria. Ovviamente non sarebbero riusciti a requisire tutti i cellulari e il filmato dell’aggressione sarebbe spuntato nei soliti posti, a sostegno delle solite teorie opposte. Sulla Cnn sarebbe stata presentata come aggressione gratuita ai danni di un innocente, indice dei poteri quasi del tutto illimitati dell’Immigrazione.
Sulla Fox come la difesa della nostra libertà da parte di un manipolo di soldati coraggiosi che rispondeva alla provocazione di un immigrato clandestino, molto probabilmente un membro della temutissima MS-13. Sui siti orientati a sinistra come prova provata di uno Stato di polizia. Su quelli orientati a destra come prova di uno Stato di vigilanza. La sinistra avrebbe creduto quello che avrebbe creduto e la destra avrebbe creduto quello che avrebbe creduto e la gente che stava in mezzo, la gente sballottata di qua e di là, avrebbe alzato le mani e detto: «Come faccio a capirci qualcosa?»
Nel romanzo, un ruolo estremamente rilevante è ricoperto dalla diffusione capillare delle armi da fuoco. Il protagonista Frank ha subito un lutto terribile: la morte della moglie e del figlio in una sparatoria occorsa nella scuola elementare frequentata dal bambino dove insegnava la donna. La commistione tra pubblico e privato, tra rancore personale e odio
politico trova un antagonista nella National Rifle Association (NRA), la cui mission lobbistica nella diffusione delle armi da fuoco diventa concausa scatenante della furia omicida dello stesso Frank.
Il paradosso tra realtà e finzione, in questo caso, è ancora riconducibile agli eventi di cronaca legati alle azioni violente delle forze dell’ordine, nello specifico del caso recentissimo dell’omicidio di Alex Pretti da parte di due agenti della polizia di frontiera. Si tratta del secondo caso in poche settimane in cui la vittima è un cittadino americano e la linea difensiva del governo è la legittima difesa: nel caso di Good la sparatoria era stata giustificata con il tentativo da parte dell’attivista di investire gli agenti con la propria automobile; nel caso di Pretti, invece, l’infermiere 37enne era presuntamente reo di aver minacciato gli agenti con una pistola. Anche in questo caso, i video smentiscono la versione.
Nell’ambito delle violenza perpetrate dall’ICE, la NRA si era schierata inizialmente con l’amministrazione Trump, incolpando i democratici del clima incandescente in cui versa la città di Minneapolis. L’omicidio di Pretti, però, ha imposto all’organizzazione una retromarcia dalla portata storica epocale: essendo Pretti armato, al momento della sparatoria, la NRA ha cambiato linea comunicativa, optando per la vicinanza alla vittima. Un cambio di paradigma che ci aiuta a comprendere la distanza che si sta facendo sempre più profonda tra la cittadinanza e il governo: se anche in casi di sparatorie nelle scuole – come Niven analizza con cinismo nel romanzo – la NRA aveva strenuamente difeso il diritto dei cittadini a difendersi e ad avere con sé delle armi, le azioni dei due poliziotti della polizia di frontiera
mettono in luce una delle contraddizioni del governo: come può essere salvaguardato il diritto alla difesa personale se avere con sé una pistola durante un’azione di protesta – con peraltro un regolare permesso – può portare a un omicidio da parte di un agente federale?
La lista degli stronzi non andava letto quando è stato pubblicato come una palla di vetro per comprendere il futuro. E oggi non può essere letto come una cronaca accurata del presente che stiamo vivendo. La penna di Niven, però, anticipa drammaticamente alcuni eventi che si stanno mostrando sotto i nostri attoniti occhi in questa nuova accezione ultraconservatrice della politica americana.
Mentre il mondo rivolge lo sguardo al Medio Oriente, Trump non ha (ancora) raso al suolo la Corea del Nord con le bombe atomiche o non ha costruito campi di detenzione per migranti clandestini, come immagina Niven nel romanzo. Eppure, se alcune di queste profetiche visioni dell’autore scozzese si sono concretamente realizzate e fanno parte della nostra attualità, viene da porsi una questione che esprime tutta la frustrazione nel vedere la figura politica più influente del mondo spostare le regole etiche sempre un po’ più in là. Una domanda semplice, ma apparentemente senza risposta: qual è il limite?
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