Jack was sitting poker faced with bullets backed with bitches.
Neal hunched at the wheel putting everyone in stitches.
(Tom Waits, Jack & Neal)
La parola beat è di incerta provenienza. Secondo una delle tante leggende che circolano sulla sua origine, è stato dalla bocca di un certo Huncke che Burroughs l’ha sentita pronunciare per la prima volta. A Burroughs la parola piace per il suono e per il concetto di lato oscuro che porta con sé. Ma è Jack Kerouac il primo però ad estenderne il significato in una accezione più vasta: prima alla ristretta cerchia di amici scrittori e disadattati, poi a un’intera generazione, quella dei beati & battuti, dei perdenti, la coscienza sporca, l’altra faccia del mito americano. Se la Lost Generation, scrive Kerouac, “non credeva più in niente”, la nuova generazione beat è invece “convinta che ci sarà una giustificazione a tutto l’orrore della vita”. Non cambia soltanto il modo di guardare il mondo: cambia anche il modo di ascoltarlo. Dallo swing si passa al bebop, e con il bebop il ritmo si spezza, accelera, diventa più irregolare e imprevedibile. Charlie Parker e Dizzy Gillespie fanno della musica un’esperienza di libertà e di invenzione continua. È questo ritmo che Kerouac cercherà di portare nella scrittura, trasformando il fraseggio del jazz in una nuova idea di prosa.
Scrivere bop
Al centro della ricerca beat c’è una tensione spirituale profonda, alimentata dall’ingombrante presenza dell’Io e dall’impossibilità di liberarsene — fonte di estrema disperazione e sofferenza. “Tutta la vita è sofferenza, causa della sofferenza è la nascita” 1. In un vecchio taccuino, risalente all’estate del 1940, Kerouac diciottenne scrive: “Scriverò del nulla. Nulla di nulla. Ci avete mai pensato seriamente e vi siete mai chiesti, cos’è il nulla? Il nulla è esattamente quello che cerco di immaginare” 2. Attraversare il nulla alla ricerca della santità, è questo che Jack Kerouac chiede alla propria scrittura, il dischiudersi di ciò che lui stesso chiama “la perla”. La ricerca del volto di Dio deve necessariamente passare attraverso la parola, una parola finalmente liberata dalla “camicia di forza sequenziale e figurativa del romanzo” 3, e che somigli al soffio emesso da Charlie Parker nel suo sassofono. Per la prima volta, nella letteratura americana, la parola si piega al ritmo della musica jazz, prima timidamente con lo swing, poi gettandosi nella rivoluzione musicale del bebop, cercando di seguirne le scale, gli assoli alla ricerca di un punto di fusione nella continua oscillazione tra logica e istinto.
Il movimento beat si presenta ufficialmente al mondo tra il 1956 e il 1957 con due capolavori che rimarranno insuperati nella letteratura americana del XX secolo. Il primo è Howl di Allen Ginsberg, poema visionario ai limiti del misticismo, che diventa ben presto “il ritratto in poesia” della beat generation, come nel 1958 I sotterranei di Jack Kerouac ne diventerà quello in prosa. La novità, e il clamore che suscita alla sua uscita, di Howl consiste nell’urlo gettato in faccia a milioni di americani, che rappresenta il grido di Ginsberg contro il materialismo dominante, la meccanizzazione del fordismo, e il conformismo dei benpensanti attraverso una lingua colta e misurata, ironica – un umorismo nero da black comedy attraversa tutto il lungo poema, ma al tempo stesso straripante e cruda ai limiti dell’osceno. Una poesia che procede “a piani mobili”, per giustapposizioni e blocchi di parole. Una sintassi che si richiama alla pittura di Cézanne, attraverso cui Ginsberg cercava di creare delle pétites sensations, dei “flash d’illuminazione” al di là delle pure immagini derivate dalle parole. In una delle strofe conclusive, Ginsberg santifica qualunque elemento del mondo, tutti i suoi amici beat, ogni cosa, ogni aspetto, anche il più “osceno”, in quanto parte dell’esistenza, è holy, “santo”.
Allen Ginsberg è l’unico, tra i beat, ad avere una formazione marxista – non a caso Kerouac, in Sulla strada, lo chiama Carlo Marx, e, quindi, una maggiore consapevolezza storico-politica. Kerouac, al contrario, non si interesserà mai alla politica, convinto che l’unico compito a lui assegnato sulla terra sia quello di scrivere. Ginsberg si mantiene equidistante tra i Capitalisti e i Comunisti. La sua è una ribellione che si rivolge agli “uomini giusti”, agli uomini liberi al di là di qualunque definizione, e che si muove sotto la storia ufficiale spesso con costi umani enormi, come quando venne espulso dalla Cecoslovacchia, dopo la repressione seguita alla Primavera di Praga.
The times they are a-changin’
Anni dopo, Bob Dylan avrebbe cantato, con maggiore consapevolezza, il diverso sentire di una nuova generazione che si stava affermando. In un’epoca dominata dal maccartismo e dalla caccia alle streghe contro i comunisti, la ribellione degli scrittori beat rappresenta un punto di svolta coraggioso. La ribellione passa da un piano puramente esistenziale ad uno politico, proprio grazie all’impegno di Allen Ginsberg. L’impegno poetico e politico di Ginsberg si rivolge più che ad un vero e proprio messaggio rivoluzionario a colpire al cuore l’ipocrisia puritana nordamericana.
Altra storia ha, invece, On the road di Jack Kerouac, che ha già pubblicato nel lontano 1950 The Town and the City, passato quasi del tutto inosservato. Per sette lunghi anni, Kerouac non pubblica alcun romanzo, ma questo lungo periodo gli serve per accumulare esperienze, perfezionando la propria tecnica di scrittura. La strada diventa così, per Kerouac, una vera e propria ossessione, oltre che una folgorazione. Il libro è il racconto, autobiografico e romanzato, del viaggio di Sal Paradise, alias Keroauc, per incontrare l’amico Dean Moriarty, alter ego di Neal Cassady, da New York City a Denver, da San Francisco giù fino a Mexico City. Ma più che il viaggio, gli incontri, le esperienze, i personaggi o le conversazioni ciò che rimane indelebile nella memoria è quell’idea di viaggiare senza biglietto di ritorno, dell’andare verso spazi liberi, lontani da sé e dal proprio mondo, il cercare disperato e febbrile la propria identità, la propria libertà, il proprio posto nel mondo.
Il nuovo romanzo si forma quindi con un accumulo di materiale, tratto da molte delle osservazioni che Jack ha trascritto durante i suoi ripetuti viaggi, e senza un vero e piano di lavorazione, ma seguendo liberamente i pensieri della mente secondo una tecnica che Kerouac chiama sketching. La prima versione di On the Road viene però rifiutata. Nel tentativo di riscriverlo, Kerouac produce una versione sperimentale che deciderà di pubblicare separatamente con il titolo di Visions of Cody — scritto tra il 1951 e il 1952 e pubblicato integralmente solo nel 1972. Per Kerouac, è questo il vero romanzo moderno: struttura non lineare, varietà di stili, un continuo passare dallo sketch alla biografia e alla parodia. On the Road, nella sua versione definitiva, diventa invece il libro di riferimento per intere generazioni di lettori. Come ricorda William Burroughs: “Un’intera generazione migrante è sorta da On The Road verso il Messico, Tangeri, Afghanistan, India”.
Beat diventa la parola chiave di un’intera stagione culturale, tra il dopoguerra e i movimenti di rivolta degli anni Sessanta. Raccogliendo l’eredità di Henry Miller, i beat rivendicano il corpo come soggetto privilegiato dell’arte, contro ogni ragione che lo umilia e svilisce. È attraverso il corpo che si fa esperienza, cercando di superarne i limiti. Dean è il perfetto beat perché nato “letteralmente per strada”, senza meta e senza scopo. Nomadi irrequieti che bruciano al ritmo della vita, sempre in fuga da sé, dalla famiglia, dalla casa per non rimanere intrappolati in nessuna forma statica. Un continuo desiderare, un continuo limite che si sposta, come si sposta la vita.
Un eterno scintillante attimo presente
Lo stile di vita è inseguire questa libertà dall’eterno scintillante attimo presente, lasciandosi dietro i fantasmi del passato e le angosce per il futuro incerto. Vivere la vita nella sua massima esplosione di bellezza, desiderio, ingenuità e spontaneità, in cui ogni passo sia una perdita irreparabile, una mancanza, un vuoto incolmabile, un continuo autosuperarsi, esperienza dopo esperienza, quasi al limite della follia. Un viaggio senza ritorno in cui, nell’immaginario di intere generazioni, Jack “con la faccia da poker” e Neal “agganciato al volante”, come nell’omonima canzone di Tom Waits 4. Come se l’uno non potesse esistere senza l’altro. Moriranno, infatti, a poco più di un anno di distanza. Il 4 febbraio del 1968 muore Neal a San Miguel de Allende in Messico in circostanze misteriose; il 21 ottobre del 1969 a Saint Petersburg in Florida, Jack, oramai solo con i propri fantasmi e distrutto dall’alcol.
La scrittura di Kerouac, da sempre ossessionato dallo stream of consciousness, il flusso di coscienza joyciano, cerca di afferrare ogni aspetto, ogni avventura, ogni parte del vissuto e dell’immaginato. La tecnica del monologo interiore viene utilizzata da Kerouac come se fosse lui stesso Molly Bloom: un flusso ininterrotto di ricordi, desideri, pensieri, ossessioni. La scrittura è pura liberazione fisica, è un atto di “puro piacere personale”. Scrivere comporta la rimozione di qualunque inibizione sia esse grammaticali, letterarie o sintattiche. La scrittura non deve separare gli oggetti-immagine con strutture, frasi, punteggiatura, ma assecondare il flusso continuo delle immagini mentali. È la vita che diviene opera e, per questo, non vuole essere criticata, ma soltanto affrontata e vissuta da parte del lettore-complice. Kerouac rifiuta ogni contrapposizione tra vita e scrittura, non gli basta scegliere, le vuole entrambe.
Per Kerouac, il primato spetta all’avventura, al viaggio che diventa vero e proprio mito, frontiera da percorrere, reinventare, superare. Ogni libro di Kerouac corrisponde ad un viaggio, poco importa se reale, immaginato, fantasticato, sognato o ricordato, attraverso la distorsione che opera la memoria. Questa ambivalente oscillazione tra il vagare e il desiderio di ritornare a casa è il segreto che Kerouac non riuscirà mai a svelare a se stesso, preso tra un febbrile desiderio di vita ed un legame, ai limiti del patologico, con la madre. Kerouac è sempre stato attratto dai vagabondi, dai perdenti e dai discriminati a causa della razza, così come Ginsberg era attratto da chi viveva la propria sessualità liberamente e Burroughs dai drogati e dai fuorilegge, perché rappresentavano, per lui, coloro che era fuori dai valori consolidati del sogno americano, stavano, come canterà anni dopo Tom Waits, dal lato sbagliato della strada 5.
Jack & Neal
L’incontro con Neal Cassady rappresenta per Kerouac una vera e propria folgorazione. Neal è uno studente di Denver, di famiglia povera, senza madre e con un padre alcolizzato. Passa le sue giornate a leggere di filosofia e letteratura in biblioteca, e la sera a rubare auto, imbrogliare e giocare a biliardo. Jack e Neal si incontrano nel dicembre del 1946. Tra i due nasce subito una grande intesa, dovuta alla comune estrazione proletaria, alla sessualità e agli interessi. Kerouac si accorge subito che in Neal “la disinvoltura e la fisicità si riconciliavano con il filosofico e il letterario” 6. Sono perfettamente complementari. Keroauc ne ha una prova quando Neal gli invia da Kansas City, una lettera di ottocento parole. Per Keroauc, è una folgorazione. Ha finalmente la prova di una prosa, che si esprime in assoluta libertà, senza freni, senza vincoli grammaticali. Nell’estate del 1947, decide di raggiungere Neal a Denver. Comincia così il suo primo viaggio in autostop, attraversando i paesaggi che ha sempre mitizzato: Rock Islands, il Mississippi, l’Illinois, il Nebraska fino in Colorado. Kerouac incontra vagabondi, camionisti, fattori, trascrivendo ogni conversazione su taccuini, che andranno poi a comporre On the road. Denver è però per lui una delusione. Continua il suo viaggio fino a San Francisco, attraversando l’Utah e il Nevada, seguendo le orme dello scrittore Jack London, suo modello di vita per l’esuberante ed anarchico individualismo. Poi l’ultimo autostop per Los Angeles, quindi Pittsburgh, senza più soldi. Alla fine, ritorna dalla madre a Ozone Park.
Jack e Neal progettano ancora una volta un viaggio insieme che li porta in Messico. Sono entrambi colpiti dai fellaheen – i poveri del mondo – e dal loro stile di vita, molto vicino alla filosofia beat. Raggiungono William Burroughs a Città del Messico, dove le loro strade dividono. Neal torna negli Stati Uniti da solo, mentre Jack rimane a Città del Messico a fumare marijuana, leggere pagine della Bibbia ed attendere una visione che possa illuminare la sua vita. Lavora sulle rivelazioni, stati particolari della mente, simili alle illuminazioni dei mistici, in cui la verità delle cose possa manifestarsi ed essere colta oltre la razionalità. Kerouac si sente oramai pronto per un nuovo romanzo, On the road e riparte per New York City. Quando Neal gli scrive una lunghissima lettera di 40.000 parole – ormai leggendaria, anche se altri indicano che non superasse le 13.000 – in cui cerca di raccontare gli eventi della propria vita come sono realmente accaduti. Kerouac vi trova una rivelazione che lo costringe a mettere in discussione il proprio metodo di scrittura. Così si getta febbrilmente nella stesura del manoscritto, cercando di cogliere l’America come poesia allo stato puro, come gioia del viaggio e degli spazi immensi.
Nel 1951, su invito di Neal, Jack ritorna, in treno, in California. Jack, Neal e Carolyn vivono per un po’ insieme in un equilibrio sempre precario, tra incomprensioni, attrazioni e scandali. Jack cerca di associare l’uso di droga alla ricerca di una assoluta libertà nello scrivere. Scrive anche, sotto l’effetto determinante della benzedrina, un lungo racconto dal titolo The Subterraneans, sperimentando così quella che lui stesso ha chiamato la prosa bop.
Comincia anche a scrivere poesie sul genere degli haiku, influenzate dai fraseggi del bebop. La sua prima raccoltaviene pubblicato con il titolo di San Francisco Blues, lunga raccolta organizzata in 80 chorus. La parentesi poetica significa un ritorno all’immediatezza e alla freschezza iniziale, non a caso, molto vicina alla struttura del bebop. Ma il volto di Dio non gli si mostrerà mai, e tale assenza lo porterà ad una parabola autodistruttiva che lo consumerà a soli quarantasette anni, divorato dall’alcol, dalla solitudine, dalla disperata convinzione di aver già detto e scritto tutto. Mentre tutto un movimento di giovani cerca di seguire la via indicata da Kerouac, lui si rinchiude in casa con la vecchia madre a inseguire i fantasmi del proprio io e del proprio pesante passato, incapace di adeguarsi al personaggio pubblico che gli è stato cucito addosso. William Burroughs commenterà, non senza malizia: “Kerouac ha aperto un milione di bar e ha venduto un milione di Levis a entrambi i sessi” 7. Jack Kerouac muore il 21 ottobre del 1969, a causa un’emorragia interna dovuta all’abuso di alcol. Eppure, a distanza di oltre mezzo secolo, non ha smesso di parlare a chi cerca, attraverso la sua ricerca spirituale e i tanti interrogativi che lascia aperti On the road. Come scrive Howard Cunnell, “assai più che una guida per hipsters, Sulla strada è una ricerca spirituale. Gli interrogativi che si pone sono gli stessi che ci tengono svegli la notte e scandiscono i nostri giorni: che cos’è la vita? Cosa significa essere vivi mentre la morte è ai nostri calcagni? Potrà la gioia togliere di mezzo le tenebre?” 8.
1 La massima è citata da Jack Kerouac in Fernanda Pivano, Viaggio americano, Milano, Bompiani, 1997, p. 203.
2 Jack Kerouac, Atop an Underwood: Early Stories and Other Writings, trad. it., Diario di uno scrittore affamato, Milano, Mondadori, 2000, p. 63-64.
3 William Burroughs, La scrittura creativa, trad. it., Milano, Sugarco, 1994, p. 33.
4 La canzone Jack & Neal/California, Here I Come è contenuta nell’album Foreign Affaires,pubblicato nel 1977 dalla casa discografica Elektra.
5 Il brano Wrong side of the road di Tom Waits fa parte dell’album Blue Valentine del 1978.
6 Ibidem, p. 86.
7 William Burroughs, La scrittura creativa, op. cit., pp. 54-55.
8 In Jack Kerouac, On the road. Il “rotolo” del 1951, a cura di H. Cullell, Mondadori, Milano, 2022.
Luigi Toni vive a Parigi, dove insegna italiano. Traduce dal francese e scrive di letteratura, filosofia e arti visive. Collabora con minima et moralia, Left, Nazione Indiana, OrientXXI Italia, Sud. Rivista europea, Focus In, Doppiozero, terss.net. Ha tradotto, tra gli altri, Michel Onfray, Alain Badiou, Louis Aragon, e Pierre Michon. È autore di Guy Debord. Il movimento impossibile di uno stratega.

Grazie dell’ottimo intervento